Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 8
Tuttochè il pontefice Alessandro VIII fosse pervenuto all'età di ottantun anni, pure il vigor della sua complessione e la vivacità della sua mente faceano sperare alla gente più lungo il suo pontificato; ma non già a lui, che spesso andava dicendo di essere vicine le ventiquattro ore, e di tenere il piede sull'orlo della fossa. Infatti sul principio dell'anno presente si affollarono i malori addosso alla sua sanità, e talmente crebbero, che nel primo di febbraio con somma esemplarità egli passò ad una vita migliore. Non s'era mai stancato il suo zelo in addietro per ridurre i prelati di Francia a ritrattar le quattro proposizioni da lor pubblicate in pregiudizio dell'autorità della santa Sede, ma senza mai poter vincere la pugna. Il cardinal Fussano di Fourbin, chiamato anche di Giansone, uomo di mirabil attività e destrezza, l'avea fin qui trattenuto con belle parole e proposte di poco soddisfacenti ripieghi. Ora il santo padre, veggendosi vicino a comparire al tribunale di Dio, non volle lasciar indecisa quella controversia; e però condannò le proposizioni suddette, confermando una bolla già preparata fin sotto il dì 4 d'agosto dell'anno precedente. Inoltre un giorno prima della sua morte scrisse su questo affare un amorevole paterno breve al re Cristianissimo. Nel dì 11 del suddetto febbraio si chiusero nel conclave i cardinali. Grandi ed eccessivamente lunghi furono i dibattimenti loro per l'elezione del novello pontefice, essendo spezialmente stato sul tappeto il _cardinale Gregorio Barbarigo_, vescovo di Padova, uomo di santa vita, desiderato dai zelanti, ma rigettato dai politici. Stanchi ormai di sì prolisso combattimento, e spronati da caldo estivo, che più si fa sentire nelle camerette di quella sacra prigione, concorsero finalmente i porporati nell'elezione d'uno de' più degni soggetti del sacro collegio, cioè nella persona del _cardinale Antonio Pignatelli_, patrizio napoletano, ed arcivescovo di Napoli, che s'era segnalato in varie nunziature, e mastro della camera apostolica avea raffinate le sue virtù sotto la disciplina del santo papa Innocenzo XI. Seguì la di lui elezione nel dì 12 di luglio, e fu da lui preso il nome d'_Innocenzo XII_ in venerazion dell'insigne pontefice che l'avea promosso alla porpora nel 1681. Sì nota era la sua probità e saviezza, che ognun si promise da lui un ottimo pontificato, e niuno in ciò s'ingannò. L'età sua passava i settantasei anni; personaggio d'ottima volontà, desinteressato, dotato di dolci ed amabili maniere, pieno di carità verso i poveri, e di un costante zelo per ben della Chiesa. Nel dì 15 dello stesso luglio fu solennizzata la di lui coronazione; e quantunque trovasse esausto l'erario della camera papale, pure non tardò ad inviare quanti soccorsi mai potè al re di Polonia e alla repubblica di Venezia per la guerra che tuttavia durava contra dei Turchi. Con occhio paterno ancora rimirò le miserie di que' popoli del regno di Napoli, contra dei quali inferociva la peste, e sopra d'essi diffuse le rugiade dell'incessante sua carità. In una parola, tosto comparve aver Dio eletto colla voce degli uomini un pastore che nulla cercava per sè, nulla voleva per li suoi parenti, e solamente i suoi pensieri e desiderii impiegava a far del bene alla sua greggia.
Nulla ebbe in quest'anno da rallegrarsi la veneta repubblica delle sue armi in Levante, anzi ebbe di che attristarsi. Era stato eletto capitan generale delle sue armate _Domenico Mocenigo_, che sciolse le vele de Venezia con un convoglio numeroso di milizie e provvisioni da guerra. Ma più forti di lui si trovarono poscia i Turchi, e questi risoluti di riacquistar le fortezze di Canina e Vallona. Vennero in fatti quegl'infedeli all'assedio d'esse per terra. Da che fu creduto che non si potessero sostenere, furono minate le fortificazioni di Canina, tirato il presidio colle artiglierie e munizioni nelle preparate navi. Scoppiarono le mine e fornelli, riducendo quel luogo in un mucchio di pietre. La medesima determinazione fu presa ed eseguita per la Vallona, che tutta andò sossopra; sicchè i Turchi non acquistarono che due deserti. Arrivò bensì in soccorso dei Veneziani la squadra di otto galee maltesi con mille bravi fanti da sbarco, ma non già la pontifizia, ritenuta per la succeduta morte del papa. Nulla di più operarono dipoi i Veneziani; scorsero l'Arcipelago con desiderio di affrontarsi colla nemica flotta, senza nondimeno trovare un'egual voglia in quegl'infedeli. Cagion fu questo infelice andamento di cose che la repubblica sospirasse più che mai la pace; e di essa appunto si esibì in questi tempi di trattarne l'ambasciatore d'Inghilterra alla Porta. Maggior prosperità goderono l'armate cesaree in Ungheria. Aprì la campagna il principe _Luigi di Baden_ con forte esercito, come fu fama, di quasi sessanta mila combattenti, la maggior parte Tedeschi veterani. Superiore contuttociò di numero era il turchesco, condotto da Mustafà primo visire, glorioso per avere ricuperata la Servia con Belgrado. Sapeva costui il mestier della guerra, ed ora con gagliardi trincieramenti deludeva l'ardor dei cristiani per una battaglia; ora, dando loro delle spetezzate sì nell'offesa che nella difesa, si faceva conoscere gran capitano. Non mancavano a lui ingegneri franzesi. Ridusse egli a Salankemen presso il Danubio talmente in ristretto il principe di Baden, che per mancanza di viveri si vide questi col consiglio degli altri generali costretto a tentare una battaglia, benchè con grande svantaggio, perchè s'ebbe ad assalire l'oste nemica ne' suoi trincieramenti. Il dì 18 d'agosto fu scelto per quella terribil danza. Se l'ardire dei cristiani si mostrò incomparabile nell'assalto, minore non comparve quel dei giannizzeri e spahì, che, usciti delle trincee colla sciabla alla mano fecero rinculare l'ala destra dei Tedeschi, e poco mancò che non la mettessero in rotta. Accorso con alcune truppe fresche il Baden, sostenne l'empito dei musulmani, finchè riuscì all'ala sinistra di entrare in battaglia, di superar dal canto suo le trincee, e di cominciare un orrido macello dei nemici, che sconfitti cercarono lo scampo colla fuga. La vittoria fu completa coll'acquisto di cinquanta cannoni di bronzo, delle tende e della cassa di guerra. Perì lo stesso primo visire nel conflitto insieme coll'Agà dei Gianizzeri, e con molti bassà; e la fama, ingranditrice di sì fatti successi, fece ascendere il numero degli uccisi sino a diciotto mila, oltre alla gran copia de' feriti. Non aveano da gran tempo combattuto i Turchi con tanta bravura; e però dichiarossi ben la vittoria in favor de' cristiani, ma fu da essi comperata collo spargimento di gran sangue, essendovene restati uccisi da quattro mila, ed altrettanti feriti, colla perdita di molti insigni uffiziali. Di grandi allegrezze si fecero in tutta l'Italia, e massimamente in Roma, per così gloriosa vittoria. Tuttavia restò sì indebolita l'armata cesarea, che niun vantaggioso avvenimento le tenne dietro, fuorchè quello della città di Lippa, che fu presa dal _generale Veterani_; poichè pel gran Varadino, assediato dal Baden, furono ben presi i due primi recinti di quella città, ma l'ostinata resistenza del terzo rendè inutili tutti gli altri di lui sforzi per impadronirsene, e convenne battere la ritirata. Perchè Belgrado si trovava troppo ben guernito di gente e di munizioni, troppo pericolosa impresa fu creduto il tentarne l'acquisto.
Continuò in quest'anno ancora la guerra del Piemonte. Il _principe Eugenio di Savoia_ con grosso corpo di gente tenea in dovere la guernigion di Casale, che facea di tanto in tanto delle sortite; e in più riscontri vi perirono da cinquecento Franzesi. Intanto il Monferrato era malmenato da' Tedeschi, con gravi doglianze di _Ferdinando Carlo duca_ di Mantova a tutte le corti. E perchè era creduto questo principe di cuor franzese, e fece anche leva di alquante milizie, cominciò la corte di Vienna a pretendere ch'egli licenziasse da Mantova l'inviato del re Cristianissimo; con che imbrogliarono forte i di lui affari. Le prodezze dei Franzesi contro il duca di Savoia nell'anno presente consisterono in ridurre alla loro ubbidienza la città di Nizza col suo castello, e il forte di Montalbano e Villafranca, luoghi posti sulla riva del Mediterraneo. Ciò avvenne nel mese di marzo e sul principio di aprile. Inoltre verso il fine di maggio il Catinat s'impadronì d'Avigliana, distante da Torino non più di dieci miglia, e ne restò prigioniera la guernigione. Prese anche Rivoli, e, passato di là all'assedio di Carmagnola, nel dì 9 di giugno quel presidio forte di due mila persone gli rilasciò la piazza con ritirarsi a Torino. Non potea il duca _Vittorio Amedeo_ impedir questi progressi de' Franzesi, perchè inferiore di forze. Passarono baldanzosi essi Franzesi anche sotto Cuneo, e il signor di Feuquieres governatore di Pinerolo, che comandava quell'assedio, in diecissette giorni di trinciera aperta, non ostante la gran difesa di quel presidio e de' terrazzani, s'inoltrò sì avanti con gli approcci, che sperava in breve di far cadere quella città. Avendo egli dipoi dovuto passare a mutar la guernigion di Casale, restò la direzion dell'assedio al signor di Bullonde. Mossosi in questo tempo il _principe Eugenio_ con quattro mila cavalli per dar soccorso alla quasi agonizzante piazza, il Bullonde atterrito precipitosamente levò il campo, lasciando anche indietro un cannone, tre mortari, e gran provvision di bombe, polve ed altri attrezzi di guerra, siccome ancora di pane e farine, oltre a molti uffiziali e trecento soldati malati o feriti, che erano nel convento de' minori riformati. Cagion fu questa ritirata ch'egli processato fece dipoi una lunga penitenza in prigione. Per li precedenti acquisti, e perchè i Franzesi trattavano con crudeltà il paese, era entrato il terrore fino in Torino; laonde la duchessa credette meglio di ritirarsi a Vercelli. Ma dopo la liberazion di Cuneo si rinvigorì il coraggio dei Piemontesi, e incomparabilmente più, perchè otto mila Tedeschi, cioè parte dei soccorsi che si aspettavano dalla Germania, sul principio d'agosto pervennero a Torino: con che trovossi il duca in istato di campeggiare contro i nemici. Poscia nel dì 19 d'esso mese l'_elettore duca di Baviera_ in persona con altre milizie sì di fanteria che di cavalleria accrebbe il giubilo di quella corte e città, dove entrò accolto con sommo onore. Ascesero questi soccorsi almeno a quindici mila bravi combattenti, che diedero molto da pensare al Catinat. Anche _Guglielmo re_ di Inghilterra, ossia principe d'Oranges, avea inviato il _duca di Sciomberg_, valoroso signore, perchè servisse di generale al duca di Savoia. Accresciute in questa maniera le forze de' collegati, nel dì 26 di settembre la loro armata passò il Po, e il _principe Eugenio_ fu spedito con mille e cinquecento cavalli ad investire Carmagnola, dove poi comparve anche l'esercito intero. Continuò l'assedio sino al dì 7 d'ottobre, in cui i Franzesi capitolarono la resa, con patto di andarsene liberi colle lor armi e bagaglio. Ma perchè nell'aver essi nel precedente giugno, allorchè presero la medesima Carmagnola, contravvenuto ai patti, con avere spogliati i Valdesi che v'erano di presidio, loro fu renduta la pariglia in tal congiuntura. Tolsero i Valdesi l'armi e parte del bagaglio a quella truppa, e i Tedeschi per non essere da meno, li spogliarono del resto. Ricuperò ancora l'esercito collegato Avigliana e Rivoli. Intanto il Catinat abbandonò Saluzzo, Savigliano e Fossano; e perciocchè restava tuttavia contumace nella Savoia la fortezza di Monmegliano, e volevano i Franzesi levarsi quella spina dal piede, nella notte precedente al dì 18 di novembre aprirono la trincea sotto quella piazza, che fu bravamente difesa, per quanto mai si potè, da quel governatore marchese di Bagnasco. Le artiglierie, le bombe e le mine con tal frequenza e vigore tempestarono quelle mura, case e bastioni, che nel dì 20 di dicembre con molto onorevoli condizioni convenne capitolarne la resa.
Un'altra scena sul principio di novembre accaduta nel Monferrato diede molto da discorrere ai curiosi politici. Fin qui avea tenuto _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova nella città di Casale un governatore con guernigione, restando i Franzesi padroni della cittadella. All'improvviso il marchese di Crenant, governatore d'essa cittadella, nel dì 7 del mese suddetto, chiamato a desinar seco il marchese Fassati governatore della città, il ritenne prigione, imputandogli di aver tramato col generale cesareo _Antonio Caraffa_ di dare ai Tedeschi l'entrata in quella città. Quindi s'impossessò di tutte le porte della città medesima, e disarmò il reggimento che ivi era pel duca. Non si seppe mai bene il netto di questa faccenda. Pretesero alcuni che il duca di Mantova fosse complice di quella novità; altri ch'egli non vi avesse parte, e che il solo marchese Fassati fosse il colpevole; ed altri in fine che questa fosse una soperchieria de' Franzesi, i quali non si facessero scrupolo di anteporre il proprio interesse alla buona fede, e volessero assicurarsi che il duca di Mantova loro non facesse qualche beffa. Maggiore strepito fecero ancora le novità della corte imperiale contro i principi d'Italia. Giacchè i Franzesi aveano spedito di là de' monti gran parte della lor cavalleria a' quartieri, anche le milizie cesaree, mancando di sussistenza nel desolato Piemonte, si rivolsero a cercarla ne' feudi imperiali d'Italia. Al conte Antonio Caraffa, commissario generale di Cesare, data fu l'incombenza di provvedere a tutto: uomo pien di boria, di crudeltà, di puntigli; che tale si fece conoscere anche allo stesso duca di Savoia. Poco e nulla avea egli fin qui operato in favor di quel principe; gli fu ben più facile il far da bravo con gli altri sovrani d'Italia. Intimò egli dunque non solamente i quartieri, ma anche sì esorbitanti contribuzioni al gran duca di Toscana, ai Genovesi, ai Lucchesi, ai duchi di Mantova, Modena, e agli altri minori vassalli dell'imperio, che nè pur oso io di specificarne la somma, per non denigrare, a cagion di sì barbarica risoluzione, la fama del piissimo _imperador Leopoldo_, benchè sia da credere ch'egli non sapesse tutto, o non consentisse in tutto a sì fiera ed insolita estorsione, per cui si sviscerarono le sostanze degl'infelici popoli.
Neppure andò esente da questo flagello _Ranuccio II Farnese duca_ di Parma, tuttochè i suoi Stati fossero feudi della Chiesa, e dovette dar quartiere a quattro mila cavalli, avendo il Caraffa fatto valere il pretesto che quel principe riconoscesse lo Stato Pallavicino, Bardi, Campiano ed altri piccioli luoghi dall'imperio. Sovvenne il buon duca di Modena _Francesco II d'Este_ con gran sforzo del suo erario i proprii popoli, e contuttociò convenne impegnar tutte le argenterie delle chiese, e far degli enormi debiti, perchè dalle minaccie di saccheggi andavano accompagnate le domande del barbaro ministro. Certo è che il Caraffa non altre leggi consultò in questa congiuntura che quelle della forza, le quali portate all'eccesso, se riescano di gloria ai monarchi, niuno ha bisogno d'impararlo da me. Infatti il nome dell'imperadore, che dianzi per le guerre e vittorie contra dei Turchi con dolcezza si memorava per tutta l'Italia, cominciò a patire un grave deliquio, altro non sentendosi che detestazioni di sì ingiusto e smoderato rigore; e dolendosi ognuno che il sangue dei poveri Italiani avesse anche da servire, trasportato in parte a Vienna, a far guerra in Germania, e a satollar que' ministri. E però il buon pontefice _Innocenzo XII_, commiserando l'afflizione di tanti popoli, più che mai si accese di premura, per condurre alla pace le guerreggianti potenze, e spedì calde lettere, e propose un congresso; ma senza che si trovasse per ora spediente alcuno alle correnti miserie. Esibì anche il re di Francia, a cui pesava forte la guerra d'Italia, come troppo dispendiosa, delle plausibili condizioni di pace, che non piacquero, e furono rigettate. Invece del _conte di Fuensalida_, che fu richiamato in Ispagna per le istanze del duca di Savoia, e portò seco le imprecazioni de' popoli dello Stato di Milano, venne al governo di quella provincia _don Diego Filippo di Guzman marchese di Leganes_, cavaliere che per essere di un tratto amorevole e manieroso, fu ricevuto con molto applauso. Si conchiuse in quest'anno il maritaggio della principessa _Anna Luigia de' Medici_, figlia di _Cosimo III_ gran duca di Toscana, con _Giovan-Guglielmo conte palatino_ del Reno, ed elettore. Nel dì 29 d'aprile in Firenze a nome d'esso elettore la sposò il gran principe _Ferdinando_ suo fratello, e da lì a pochi dì seguì la sua partenza per Lamagna. Anche il duca di Baviera, perchè dichiarato governator della Fiandra, s'inviò a quella volta dall'Italia.
Anno di CRISTO MDCXCII. Indizione XV.
INNOCENZO XII papa 2. LEOPOLDO imperadore 35.
Tanto seppe adoperarsi l'industrioso _cardinale di Fourbin_, appellato anche di _Giansone_, che a forza di gloriose promesse indusse il pontefice _Innocenzo XII_ nell'anno presente ad accordar le bolle ad alquanti novelli vescovi del regno di Francia. Moltissime di quelle chiese da gran tempo erano vacanti, e all'ottimo pontefice troppo dispiaceva il veder tante greggie sì lungamente prive di pastore. Questa sua indulgenza fu mal intesa da alcuni, perchè non si tirò dietro alcuna soddisfazione della corte di Francia alla santa Sede; ma non lasciò d'essere lodata dai saggi. Avea desiderato il santo pontefice _Innocenzo XI_, tutto pieno di belle idee, di tramandare a' successori pontefici l'abborrimento da lui stesso professato al nipotismo, sul riflesso di tanti disordini provenuti in addietro dal soverchio amore de' papi ai proprii parenti. Fu anche voce costante che avesse stesa una bolla in questo proposito, ma che incontrasse delle difficoltà a sottoscriverla in alcuni cardinali, che aveano profittato in addietro di questa prodigalità, quasichè un processo anche contra di loro stessi fosse il solo provvedervi per l'avvenire. Comunque sia, il buon _Innocenzo XII_, degno allievo dell'_XI_, seriamente sempre vi pensò, e col proprio esempio preparò gli animi d'ognuno a così santa e lodevol riforma. Il bello fu che non pochi maligni politici d'allora spacciavano per una semplice velleità quest'invenzione del papa, anzi s'aspettavano ogni dì che anch'egli, a guisa di _Alessandro VII_, soccombesse in fine alla tentazione, e lasciasse comparir trionfanti sui sette colli i suoi nipoti. Ma era troppo ben radicato il vero pastorale e principesco zelo in questo insigne vicario di Cristo; e però, dopo aver ben preso le sue misure, e fatta sottoscrivere da tutti i cardinali la bolla con cui si vietava da lì innanzi ogni eccesso in favor de' nipoti pontificii, la pubblicò nel dì 28 di giugno dell'anno presente, con obbligar tutti i porporati presenti e futuri all'esecuzione di essa, e a ratificarla con giuramento nei conclavi, ed ogni eletto pontefice a giurarla di nuovo. Dì consenso ancora, o pure d'ordine d'esso santo padre, fu impiegata la felice pena di _Celestino Sfondrati_ abbate di San Gallo, che poi venne promosso alla sacra porpora, in esporre i mali effetti del nepotismo: il che egli animosamente eseguì, con tessere la serie di tutti quei papi che non si erano guardati dall'eccessivo e sregolato affetto verso del proprio sangue; tutte a mio credere, incontrastabili giustificazioni della libertà che ho giudicato competere anche a me, per non tacere in questi Annali un disordine che mai più da lì innanzi non ha conosciuto nè deplorato la santa Sede, e chiunque lei ama e riverisce. Per questa nobil risoluzione non si può dire quanto plauso e credito si acquistasse il pontefice _Innocenzo XII_ presso i cattolici tutti, e fin presso i protestanti medesimi.
Venne in quest'anno a Roma, a Venezia, a Genova e agli altri principi d'Italia spedito dal re Cristianissimo il conte di Rabenac, con commissione di sollecitare ognuno ad unirsi contro l'imperadore, ch'egli rappresentava come oppressore dell'Italia colle smisurate contribuzioni e coi gravosi quartieri, dei quali abbiam favellato. Ma ebbe un bel dire; grande impegno era la tuttavia ardente guerra col Turco; troppo gagliarde in queste parti le forze cesaree, e però altro non riportò che ringraziamenti ai suoi generosi consigli. Non lasciarono il papa e i Maltesi di spedire anche per la presente campagna le squadre delle lor galee in rinforzo de' Veneziani. Desiderosi questi di qualche segnalata impresa, andarono all'assedio della Canea, città forte dell'isola di Candia, e nel dì 17 di luglio, fatto lo sbarco, diedero principio alle offese, e il capitan generale _Domenico Mocenigo_ prese le migliori disposizioni per effettuare il disegno. Ciò non ostante, sì vigorose furono le sortite dei Turchi, sì ostinata la difesa, sì fortunati i soccorsi inviati dal saraschiere all'assediata città, che dopo molto spargimento di sangue convenne levare l'assedio; e tanto più perchè il saraschiere, avendo passato lo Stretto, minacciava la Morea. Fu in fatti assediata da' Musulmani la città di Lepanto, ma ne furono essi anche respinti. Niun'altra azione di vaglia si fece dipoi. Intanto il generale cesareo _Heisler_ ebbe ordine di mettere il campo al Gran Varadino, città e fortezza di molta importanza nella Transilvania sulle frontiere dell'Ungheria. Gran tempo e sangue si spese per arrivarne all'acquisto. Ma finalmente, nel dì 3 di giugno si videro forzati i Turchi a rendersi a buoni patti, e nel dì 5, festa solenne del Corpo del Signore, quivi s'inalberò la croce con giubilo inesplicabile degli amatori della religion cattolica. Gran festa ne fu fatta in Roma e per tutta l'Italia. Nè pur ivi altra maggiore impresa si fece nell'anno presente.