Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 59
Nè qui terminarono le conseguenze di giorno cotanto favorevole a' Franzesi. Il campo del principe d'Hildburgausen, afforzato nelle linee presso di Bergh-op-Zoom, all'intendere presa la città, e alla comparsa de' fuggitivi, altro consiglio non seppe prendere, se non quello di dar tosto alle gambe, lasciando indietro equipaggi, tende, artiglierie e fasci di fucili. Tutto andò a ruba, nè vi fu soldato franzese che non arricchisse. Videsi nondimeno lettera stampata che negava questo abbandono di bagagli e fucili, a riserva di un reggimento, il quale amò meglio di mettere in salvo i suoi malati che i suoi equipaggi. Oltre a ciò, non perdè tempo il conte di Lowendhal a spedire armati, per intimare la resa ai forti di Rover, Mormont e Pinsen, che non si fecero molto pregare ad aprir le porte, con restar prigionieri que' presidii. Trovandosi ancora in quel porto diecisette bastimenti con assai munizioni da guerra e da bocca, che per la marea contraria non poterono salvarsi, furono obbligati dalle minaccie de' cannoni ad arrendersi. Se si ha da credere a' Franzesi, quasi cinque mila soldati tra uccisi e prigionieri costò quella giornata agli alleati; due sole o tre centinaia ad essi. Oltre ai semplici soldati, gran copia di uffiziali rimasero ivi prigioni. Prodigiosa fu la preda ivi trovata, e spettante al re, cioè più di ducento cinquanta cannoni, la metà de' quali di grosso calibro, quasi cento mortai, qualche migliaio di fucili, ed altri militari attrezzi, e magazzini a dismisura abbondanti di polve da fuoco, di granate, di abiti, di scarpe, panni, ec. Un pezzo poi si andò disputando per sapere qual destino avesse facilitata cotanto la caduta di sì forte piazza, in cui nulla si desiderava per resistere più lungamente, e fors'anche per render vano in fine ogni tentativo degli assedianti. In fine fu conchiuso, essere ciò proceduto dalla poco cautela del Constrom, il quale non si figurò che le imperfette breccie abbisognassero di maggior copia di guardie. Contra di lui fu poi fulminata sentenza di morte; ma salvollo il riguardo alla sua rispettabil vecchiaia. La risposta del re Cristianissimo alla lettera del conte di Lowendhal, recante sì cara nuova, fu di dichiararlo maresciallo, con vedersi poi in Francia un raro avvenimento, cioè due stranieri, primarii e gloriosi condottieri delle armate di quella potentissima corona. Passarono, ciò fatto, le truppe comandate da esso conte a mettere l'assedio al forte di Lillò, e ad alcuni altri pochi di minor considerazione, per liberare affatto il corso della Schelda: nè tardarono a costringere alla resa il Forte-Federigo, e quindi esso Lillò nel dì 12 d'ottobre, coll'acquisto di quasi cento pezzi d'artiglieria, e con farvi prigioniera la guarnigione di ottocento soldati. Gran gioia dovette essere quella di Anversa al veder come liberato da quei nemici forti il corso del loro fiume.
In Italia ebbero fine le militari imprese con quella di Ventimiglia. Già si era impadronito d'essa città il generale piemontese _barone di Leutron_, e da varie settimane teneva strettamente bloccato quel forte castello. Segreti avvisi pervennero ai generali gallispani, esistenti in Nizza, che già si trovava in agonia quella fortezza, e se in pochi dì non giugneva soccorso, il comandante, per mancanza di munizioni e viveri, dovea rendere la piazza e sè stesso al re di Sardegna. Però la maggior parte dell'armata gallispana si mise in marcia a quella volta col maresciallo _duca di Bellisle_, e col generale spagnuolo _marchese della Mina_. Vollero del pari intervenire a questa scena l'infante _don Filippo_ e il _duca di Modena_. Erasi a dismisura afforzato con trince e barricate il barone di Leutron al per altro difficilissimo passo de' Balzi Rossi di là da Ventimiglia. Non osarono i Franzesi di assalir per fronte un sito sì ben difeso dalla natura e dall'arte, e in sole picciole scaramuccie impiegarono due giornate. Ma nella terza, cioè nel dì 20 di ottobre, ben informato il sopraddetto barone della superiorità delle forze nemiche, e che essi Gallispani si erano stesi per l'alto della montagna con intenzione di venirgli alle spalle, benchè forte di venticinque battaglioni, prese la risoluzione di ritirarsi: il che fu con buon ordine da lui eseguito. Uscì anche il presidio franzese del castello, per secondare lo sforzo di chi veniva in soccorso; e però la città, dove si trovavano o s'erano rifugiati alquanti Piemontesi, tardò poco ad aprir le porte. Finì questa faccenda colla liberazion di que' luoghi, e colla prigionia di forse cinquecento Piemontesi. Ritirossi il Leutron a Dolce-Acqua e alla Bordighera; e rotti i ponti sul fiume, quivi si trincierò. L'armata gallispana, dopo aver ben provveduto quel castello di nuova gente, vettovaglie e munizioni da guerra, e lasciato grosso presidio nella stessa città di Ventimiglia, se ne tornò a cercar quartiere di verno e riposo, parte in Provenza e Linguadoca, e parte in Savoia, con passare a Sciambery anche il suddetto infante col duca di Modena. Circa questi tempi il _duca di Richelieu_ ricuperò il posto della Bocchetta di Genova, e attese a fortificare i luoghi più importanti della riviera di Levante, che parevano minacciati da qualche irruzion de' Tedeschi. Ad altro nondimeno allora non pensavano gli Austriaci, se non a ristorarsi ne' quartieri presi in Lombardia, dopo tante fatiche e disagi patiti per quasi due anni senza mai prendere riposo. E perciocchè nel dì 15 di settembre due coralline genovesi furono predate dagl'Inglesi sotto il cannone di Viareggio, senza che quel forte le difendesse, rimase esposta la repubblica di Lucca a gravi minaccie e pretensioni del suddetto duca di Richelieu. Non arrivò il pubblico ad intendere come tal pendenza si acconciasse. Negli ultimi mesi ancora dell'anno presente si videro di nuovo lusingati i popoli con isperanze di pace, giacchè si stabilì fra i potentati guerreggianti un congresso da tenersi in Aquisgrana, non parendo più sicura Bredà, e furono dal re Cristianissimo chiesti i passaporti per li suoi ministri, e per quei di Genova e del duca di Modena. Si teneva per fermo che fossero spianati alcuni punti scabrosi nei gabinetti di Francia e d'Inghilterra, al vedere già preso per mediator della pace il re di Portogallo, che destinò a quel congresso don Luigi d'Acugna suo ministro. Ma si giunse al fine dell'anno con restar tuttavia ambidue le voglie di pace nelle potenze guerreggianti, ed incerto, se il congresso suddetto fosse o non fosse un'illusione de' poveri popoli. Nè si dee tacere una strana metamorfosi avvenuta nelle Provincie Unite, dove pei potenti soffii della corte britannica, e per le parzialità dei popolari, non solamente fu dichiarato statolder il principe d'Oranges e di Nassau _Guglielmo_, genero del re d'Inghilterra, ma statolder perpetuo; nè solamente egli, ma anche la sua discendenza tanto maschile che femminile. Parve ad alcuni di osservare in tanta novità il principio di grandi mutazioni per l'avvenire nel governo di quella repubblica, considerando essi che anche a Giulio Cesare bastò il titolo di _dittatore perpetuo_; e che avendo in sua mano tulle le armi della romana repubblica, senza titolo di re, potea fare e faceva da re. Ma i soli profeti, che sono ispirati da Dio, han giurisdizione sulle tenebre de' tempi avvenire.
Anno di CRISTO MDCCXLVIII. Indiz. XI.
BENEDETTO XIV papa 9. FRANCESCO I imperadore 4.
Diede principio all'anno presente una bella apparenza di pace, ma contrappesata da un'altra di continuazione di guerra. Dalla parte della Francia non altro s'udiva che magnifici desiderii di rendere il riposo all'Europa, nè altra voglia facevano comparire le contrarie potenze: sembrando tutti d'accordo in voler la pace, ma discordi, perchè voglioso ciascuno di quella sola che fosse vantaggiosa ai suoi privati interessi, e portasse un equilibrio, bel nome inventato dai politici di questi ultimi tempi, quale ognun se l'ideava più conforme o necessario al proprio sistema. Aprissi dunque il nuovo congresso di ministri in Aquisgrana, come città neutrale del regno germanico. I popoli, benchè tante volte beffati da queste fantasie di sospirata pace, pure non lasciavano di lusingarsi, che avesse finalmente, dopo sì lungo fracasso di tuoni e fulmini, a succedere il sereno. Ma intanto un brutto vedere faceva l'affaccendarsi a gara i potentati in preparamenti maggiori di guerra; e quantunque si sapesse che appunto sforzi tali sogliono rendere più pieghevoli i renitenti alla concordia; pure motivo non mancava di temere che quest'anno ancora avesse da riuscire fecondo di rovine e di stragi. Sopra tutto gli Olandesi, che fin qui incantati dal gran guadagno della loro neutralità e libera navigazione, e dalle dolci parole della Francia, aveano dato tempo al re Cristianissimo di stendere le sue conquiste nello stesso Brabante di loro ragione, e vedevano in aria minaccie di peggio: si diedero, ma troppo tardi, a mendicar truppe dalla Germania, dagli Svizzeri e dai paesi del Nort. Trovarono intoppi dappertutto, probabilmente per li segreti maneggi, o per l'efficacia della pecunia franzese; e però non si sapevano determinare a dichiarar guerra aperta alla Francia; e se facevano nell'un dì un passo innanzi, nell'altro ne facevano due indietro. Aveano essi unitamente col re britannico fatto ricorso ad _Elisabetta imperadrice della Russia_, per trarre di colà un possente esercito d'armati, cioè un esorcismo valevole a mettere freno all'esorbitante potenza franzese, che essi chiamavano troppo avida, e principale origine o promotrice di tutte le guerre che da gran tempo sono insorte fra i principi cristiani. Non pareva già credibile che la corte russiana fosse per condiscendere alla richiesta di trenta o trentacinque mila de' suoi soldati, pel mantenimento annuo de' quali si esibivano dalle potenze marittime cento mila lire sterline, stante l'immenso viaggio che occorreva per condurre tali truppe alle rive del Reno, o in Olanda. Ma più che il danaro dovette prevalere in cuore di quella grande imperadrice il riflesso di contribuire alla difesa di quella de' Romani: giacchè troppo utile o necessaria si è l'amistà ed unione di queste due monarchie per l'interesse loro comune, e comune anche della cristianità, a fine di far fronte ne' bisogni alla potenza turchesca. Si venne dunque a scoprire sul principio di quest'anno, essere quel negozio conchiuso, e che la Germania avrebbe il gusto o disgusto di conoscere di vista che razza di milizia fosse quella che avea dato di sì brutte lezioni alla Svezia, e tanto terrore ai Turchi: quantunque non pochi speculativi si figurassero dovere riuscir quel trattato un semplice spauracchio a' Franzesi, non già un vero soccorso ai collegati avversarii.
Minore non era in questi tempi l'apparato di guerra per l'Italia, bollendo più che mai lo sdegno dell'imperadrice regina contra dei Genovesi, quasichè il valor d'essi avesse non poco scemata la riputazion delle armi austriache. A rinforzare il suo esercito in Lombardia andavano calando in essa, oltre alle numerose reclute di gente e di cavalli, anche de' nuovi corpi di truppe. E perciocchè, secondo il parere dei savii suoi generali, il tornare all'assedio di Genova sarebbe stato un andare a caccia di un nuovo, anzi maggior pentimento, per le tante difese accresciute a quella città; rivolte pareano tutte le mire degli Austriaci a portar la guerra e la desolazione nella riviera di Levante, e massimamente contro Sarzana e le terre del golfo della Spezia. Ma non istette in ozio l'attività del _duca di Richelieu_. Per quanto era possibile, accrebbe egli le fortificazioni a qualunque luogo capace di difesa in essa riviera, non risparmiando passi ed occhiate per provvedere a tutto. E perciocchè temeva che gli Austriaci, valicando l'Apennino, e avendo la mira sopra Sarzana, potessero impadronirsi di Lavenza, picciola fortezza del ducato di Massa, tuttochè si trattasse di luogo imperiale, e però neutrale; meglio stimò di mettervi presidio franzese, e di levare ai nemici l'uso dell'artiglieria, che ivi si trovava. Col tempo misero quelle milizie il piede anche in Massa contro il volere della duchessa reggente, e con grande danno di quegli abitanti, i quali perderono da lì innanzi il commercio per mare, perchè considerati quai nemici delle navi inglesi. Fra questo mentre andavano di tanto in tanto giugnendo a Genova, senza chiedere licenza a quelle navi, alcuni ora grossi, ora tenui rinforzi di gente franzese, spediti da Nizza, Villafranca e Monaco; ma non s'udiva già che nella Provenza e Delfinato si facesse gran massa di soldatesche, nè armamento tale, che fosse capace di divertire le forze de' Tedeschi, caso che tentassero daddovero una irruzione nel Genovesato. I principali pensieri dalla corte di Francia erano rivolti più che mai in questi tempi ai Paesi Bassi, dove infatti era il gran teatro della guerra: il che teneva in un continuo batticuore il governo e popolo di Genova. Anche gli aiuti di Spagna consistevano in sole voci di gran preparamento, e però in sole speranze e promesse. E intanto il reale infante _don Filippo_ e il _duca di Modena_, deposti per ora i pensieri marziali, se ne andarono a passare il verno in sollazzi nella città di Sciambery. Ma poco vi si fermò il duca, perchè nel furore del verno, e ad onta dei ghiacci e delle nevi, si portò per gli Svizzeri e Grigioni a Venezia a visitare la sua ducal famiglia; e di là poi nel marzo si restituì in Savoia.
Scorsero i primi mesi del presente anno senza riguardevoli novità; giacchè non meritano d'aver luogo in questi brevi Annali alcuni vicendevoli tentativi fatti da' Gallispani per sorprendere Savona ed altri luoghi o della riviera di Ponente o delle montagne piemontesi, ed altri fatti dagli Austriaco-Sardi per tornare ad impadronirsi di Voltri. Così ne' Paesi Bassi niun'altra considerabile azione seguì, fuorchè in vicinanza di Berg-op-Zoom, dove conducendo i Franzesi con buona scorta un gran convoglio di munizioni da bocca e da guerra, dopo la metà di marzo furono assaliti da un più possente corpo di collegati, e messi finalmente in rotta con perdita di molta gente e roba. Venuta la primavera, il general comandante austriaco _conte di Broun_ sempre più dava a credere di voler portare la guerra verso Sarzana e la Spezia: al qual fine de' grossi magazzini di biade e fieni si fecero a Fornovo, Berceto e Borgo Val di Taro. S'inoltrò anche a Varese, terra del Genovesato, un gran corpo di sua gente. Ma per condurre un'armata di là dall'Appennino col necessario corteggio di artiglieria, foraggi e viveri, occorrevano migliaia di muli; e di questi restava anche a farsi in gran parte la provvisione: disgrazia, che non fu la prima ed unica, per cui sono ite talvolta in fumo le ben pensate idee ed imprese de' generali austriaci. A queste difficoltà, che impedivano l'avanzamento dell'armi tedesche, probabilmente s'aggiunse qualche motivo e riflesso segretamente comunicato dalla corte cesarea al suddetto conte di Broun, per cui quantunque egli facesse dipoi varie mostre di portare la guerra nel cuore del Genovesato, pure non corrisposero mai i fatti alle minaccie; ed egli arrivò poi a distribuire buona parte dell'esercito suo nel Parmigiano, Modenese e Reggiano. Dall'altro canto nè pure mai si videro comparire in Provenza i generali delle due corone alleate, cioè il _maresciallo di Bellisle_ e il _marchese de la Mina_, nè s'udì moto alcuno delle lor armi in quelle parti. Anche il duca di Modena passò nell'aprile a Parigi, di modo che in questo aspetto di cose sembrava a non pochi di mirare un crepuscolo di vicina pace. Ma a tali speranze si contrapponeva il movimento delle truppe russiane, non sembrando verisimile che si avesse da esporre alle fatiche d'un sì sterminato viaggio quel grosso corpo di gente, qualora si fosse alla vigilia di qualche concordia. Non s'era fin qui potuto persuadere a molti di coloro, i quali mettono il loro più gustoso divertimento nel trafficar novelle di guerre, ed interpretazioni dei segreti de' gabinetti, che si avessero a muovere daddovero i reggimenti accordati dalla imperadrice russiana alle potenze marittime; e al più si credeva che non dovessero se non minacciare la Francia, con istarsene ferme ai loro confini. Si videro poi entrare nella Polonia, e sempre più inoltrarsi alla volta del mezzodì, ad onta delle nevi e de' ghiacci. Fortuna fu per la Francia che il ministro di Olanda spedito alla corte russiana colle necessarie facoltà per maneggiar quel contratto, non s'attentò a segnarlo senza l'ordine del novello statolder _principe Guglielmo di Nassau._ L'andata d'un corriere e il suo ritorno ritardarono per più di un mese la mossa de' preparati russiani.
Seppero i Franzesi mettere a profitto il ritardo di quella gente; e conoscendo la lor grande superiorità sopra le forze de' collegati, parte delle quali era tuttavia troppo lontana, o non peranche ben reclutata, si affrettarono a far qualche strepitosa impresa. I lor varii preparamenti, marcie e contramarcie aveano fin qui imbrogliata la previdenza degli alleati, con obbligarli a tener divise ed impiegate in varii vigorosi presidii le lor armi, per non sapere sopra qual parte avessero a volgersi gli sforzi nemici, mentre nello stesso tempo erano minacciati Lucemburgo, Mastricht, Bredà e la Zelanda. Finalmente si tirò il sipario nella notte precedente al dì 16 d'aprile, e si vide investita la fortissima città di Mastricht, città intersecata dalla Mosa con ponte di comunicazione fra le due rive. Il maresciallo_ di Sassonia_ col nerbo maggiore delle milizie aprì da due lati la trincea sotto la piazza; e il _maresciallo di Lowendhal_ anch'egli dalla parte destra del fiume di Wyck diede principio alle offese, comunicando insieme le due armate franzesi mercè d'uno o più ponti. Eransi ritirate l'armi de' collegati da que' contorni, così consigliate dall'inferiorità delle forze; e però non andò molto che cominciarono a tuonare le copiose batterie di cannoni e mortari contro l'assediata città. Non mancarono al loro dovere i difensori; ma aveano a far con gente che da gran tempo aveva imparato a farsi ubbidire dalle più orgogliose fortezze. Durante lo strepito di queste azioni guerriere, nel pacifico teatro della città di Aquisgrana adunati i ministri delle potenze belligeranti, più che mai trattavano di dar fine a tante ire e discordie. Avea non poco ripugnato la corte di Vienna ad ammettere a quel congresso i ministri del duca di Modena e della repubblica di Genova: prevalse poi la giustizia, che assisteva questi due sovrani. Per lo contrario, non ebbe già effetto la proposta mediazione del re di Portogallo, e bisogno nè pur ve ne fu. Ordinariamente le paci fra' monarchi dipendono da certe segrete ruote di qualche poco conosciuto emissario, e non dall'unione e maestoso consesso de' gran ministri de' contrarii partiti, che, in apparenza amici, pure più fra loro combattono per la diversità delle pretensioni, che le opposte armate in campagna. Anzi frequentemente accade che anche più difficilmente si accordino fra loro gli stessi collegati, pensando troppo ognuno al privato proprio interesse, di modo che per lo più non si giugne ad una pace generale, se non ne precede una particolare, trovandosi sempre qualche soda o plausibil ragione per mancare ad uno de' patti primarii delle leghe, cioè di non far pace senza il totale consenso degli alleati.