Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 58

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A tale stato ridotte le cose, e sminuite le forze per la richiesta retrocession de' Piemontesi, conobbe il conte di Sculemburg generale austriaco la necessità di levare il campo; e tanto più, perchè andavano di tanto in tanto giugnendo per mare a Genova nuove truppe di Francia, ed alcune di Spagna. Pertanto colla maggior saviezza possibile nel dì 2 di luglio, giorno della Visitazione della Vergine santissima, cominciò egli a spedire in Lombardia gli equipaggi, attrezzi militari, malati e vivandieri. Rimbarcarono gl'Inglesi le artiglierie; parte dei Piemontesi s'inviò verso Sestri di ponente per passare in barche alla volta di Savona. Siccome questi movimenti non si poteano occultare, così cagion furono di voce sparsa per l'Italia, che gli Austriaci nel dì 4 del suddetto mese di luglio avessero sciolto l'assedio di Genova. La verità si è, che essi solamente nella notte scura precedente al dì 6 marciarono alla sordina verso le alture dei monti, e sospirando si ridussero in Lombardia, prendendo poi riposo a Gavi, Novi ed altri siti, ancorchè più giorni passassero prima che avessero abbandonati tutti i dianzi occupati posti. Non vi fu chi gl'inseguisse o molestasse, perchè bastava ai Genovesi per un'insigne vittoria l'allontanamento di sì fieri nemici, con restar essi padroni del campo. S'aggiunse in oltre un fastidioso accidente, che arenò qualunque risoluzione che si potesse o volesse prendere da loro in quell'emergente. Pochi dì prima era caduto infermo il _duca di Bouflers_. Fu creduta sul principio dai medici scarlattina la sua febbre, ma venne poi scoprendosi che era vaiuolo, e di sì perniciosa qualità, che nel dì 3 di luglio il fece passare all'altra vita. Non si può esprimere il cordoglio che provarono per colpo sì funesto i Genovesi: tanta era la stima e l'amore ch'essi aveano conceputo per così degno cavaliere, stante la gloriosa forma del suo contegno, e il mirabil suo zelo per la lor difesa e salute. Il piansero come fosse mancato un loro padre, e con sontuose esequie diedero l'ultimo addio al suo corpo, ma non già alla memoria di lui.

Ora, trovandosi il popolo di Genova liberato da quella furiosa tempesta, chi può dire quai risalti d'allegrezza fossero i suoi? Erano ben giusti. Le lettere procedenti di là in addietro portavano sempre che nulla mancava loro di provvisioni da vivere. Vennesi poi scoprendo, che dopo la calata de' nemici in Bisagno erano stranamente cresciute le loro angustie, giacchè per terra nulla più riceveano, e gravi difficoltà s'incontravano a ricavarne per mare, a cagion de' vascelli inglesi sempre in aguato per far loro del male; e la città si trovava colma di gente, essendosi colà rifugiate migliaia di contadini, spogliati tutti d'ogni loro avere. Parimente si seppe essere costata di molto la lor difesa per tante azioni, dove aveano sacrificate le lor vite assaissimi Gallispani e nazionali. Ma in fine tutto fu bene speso. Era risonato, maggiormente risonò per tutta l'Italia, anzi per tutta l'Europa, il nome de' Genovesi, per aver sì gloriosamente e con tanto valore ricuperata e sostenuta la loro libertà. Uscì poscia chi volle de' nobili e del popolo, per visitare i siti già occupati dai nemici. Trovarono dappertutto, cioè in un circondario di moltissime miglia, un lacrimevole teatro di miserie ed un orrido deserto. Le tante migliaia di case, palazzi e giardini per sì gran tratto ne' contorni, già nobile ornamento di quella magnifica città, spiravano ora solamente orrore, perchè alcuni incendiati, e gli altri disfatti; le chiese e i monisteri profanati e spogliati di tutti i sacri vasi e arredi. Per non far inorridire i lettori, mi astengo io dal riferire le varie maniere di barbarie praticate in tal congiuntura dai bestiali Croati contro uomini, donne, fanciulli, preti e frati: il che fu cagione che anche i paesani genovesi talvolta infierissero contra di loro. Seguirono senza dubbio tante crudeltà contro il volere della clementissima imperadrice; ma non è già onore dell'inclinata nazione germanica l'essersi in questa occasione dimenticata cotanto d'essere seguace di Cristo Signor nostro. Niun movimento, siccome dissi, fecero per molti giorni i Franzesi e Genovesi contra de' Tedeschi, a riserva d'un'irruzione fatta da alcune centinaia di que' montanari ne' feudi imperiali del conte Girolamo Fieschi in vale di Scrivia, dove diedero il sacco, e poscia il fuoco a quelle castella e case. Ma saputasi questa enorme ostilità in Genova, condannò quel governo come masnadieri e ladri coloro che senza autorità aveano tanto osato contra feudi dell'imperio: laonde cessò da lì innanzi tale insolenza.

Aveano in questo mentre adunate i Franzesi di molte forze in Delfinato e Provenza, ma senza che s'intendessero i misteri degli Spagnuoli; i quali tuttochè stessero in quelle parti, pure niuna voglia mostravano di concorrere nei disegni degli altri. Erasi il grosso delle milizie del re di Sardegna accampato parte a Pinerolo e parte a Cuneo, e in altri luoghi della valle di Demont, con esser anche accorse colà in aiuto suo non poche truppe austriache: giacchè quest'ultimo si giudicava il sito più pericoloso ed esposto alla calata de' Franzesi, restando per altro incerto a qual parte tendessero i loro tentativi, e il tanto loro andare qua e là rodando per quelle parti. Non lasciò esso re di guernire di gente anche gli altri passi dell'Alpi, per li quali si potessero temere i loro insulti. Uno fra gli altri fu quello di Colle dell'Assietta fra Exiles e le Fenestrelle: posto considerabile, perchè, superato esso, si passava a dirittura verso di Pinerolo e Torino. E questo appunto venne scelto dal _cavalier di Bellisle_, fratello del maresciallo, e luogotenente generale nell'armata di Francia, per superarlo, giudicando assai facile l'impresa per le notizie avute che alla guardia di que' trincieramenti non istessero se non otto battaglioni piemontesi fra truppe regolate e Valdesi. Dicono ch'egli avesse circa quaranta battaglioni, parte de' quali fu spedita a prendere varii siti all'intorno, affinchè, se il colpo veniva fatto, niuno de' Piemontesi potesse colla fuga salvarsi. Stava all'erta il _conte di Bricherasco_, tenente generale del re di Sardegna, deputato alla custodia di quell'importante passo, e a tempo gli arrivò un rinforzo di due o pur tre battaglioni austriaci, comandati dal generale _conte Colloredo_. Alle ore quindici dunque del dì 19 di luglio vennero i Franzesi, divisi in tre colonne, all'assalto della Assietta con alquanti piccioli cannoni (niuno ne aveano i Piemontesi) e cominciarono parte a salire, parte ad arrampicarsi per quell'erta montagna. Vollero alcuni sostenere, che nella precedente notte fosse ivi nevicato, onde stentassero i Franzesi a tenersi ritti, e maneggiarsi nella salita; ma non fu creduto, perchè poco prudente sarebbe sembrata in circostanza tale la risoluzione del Bellisle. E pure questa fu verità. Per tre volte i Franzesi divisi in tre colonne, non ostante il loro grande disavantaggio, andarono bravamente all'assalto, e sempre furono con grave loro perdita o uccisi, o feriti, o rotolati al basso. Fremeva, nè sapeva darsi pace di tanta resistenza e di sì infelice successo, il cavalier di Bellisle; e però impaziente, a fine di animar la sua gente ad un nuovo assalto, si mise egli alla testa di tutti, e salito sino alle barricate nemiche, quivi arditamente piantò una bandiera, credendo che niuno de' suoi farebbe meno di lui. Quando eccoti un colpo di fucile, per cui restò ferito, e poscia un colpo di baionetta che lo stese morto a terra. Il valore e coraggio bella lode è ancora de' generali di armata, ma non mai la temerità; perchè la conservazion della lor vita è interesse di tutto l'esercito. Probabilmente non fu molto lodata l'azione d'esso cavaliere uno dei più rinomati e stimati guerrieri che si avesse la Francia, la cui perdita fu generalmente compianta da' suoi. Dopo altri tentativi ebbe fine sul far della notte il conflitto; ed usciti pochi granatieri piemontesi ed austriaci inseguirono colle sciable alla mano fin quasi a Sestrieres i fuggitivi Franzesi. Per sì nobil difesa gran lode conseguirono i due generali conte di Bricherasco e conte Colloredo, e il cavaliere Alciati maggior generale, e il conte Martinenghi brigadiere del re di Sardegna. In fatti fu la vittoria compiuta. Circa secento feriti rimasti sul campo furono fatti prigioni, e fu creduto che la perdita dei Franzesi tra morti, feriti e prigionieri ascendesse a cinque mila persone, fra le quali trecento uffiziali. A poco più di ducento uomini si ristrinse quella de' Piemontesi ed Austriaci; e però con ragione si solennizzò quel trionfo con varii _Te Deum_ per gli Stati del re di Sardegna e in Milano. Fu anche immediatamente celebrato in un elegante poemetto italiano dal signor Giuseppe Bartoli, pubblico lettore di lingua greca nell'università di Torino.

Quello poi che più fece maravigliar la gente, fu, che quantunque tale percossa bastante non fosse ad infievolire le forze de' Gallispani, pure niun tentativo o movimento fecero da lì innanzi contro le terre del Piemonte, anzi piuttosto furono invase da' Piemontesi alcune contrade della Francia, benchè con poco successo. L'accampamento maggiore del re suddetto, siccome dissi, fu a Cuneo e nella valle di Demont, dove egli medesimo si portò in persona, perchè quivi parea sempre da temersi qualche irruzion de' nemici. Attesero in questi tempi i Genovesi a fortificar varii posti fuor della città, e spezialmente quello della Madonna del Monte, avendo la sperienza fatto loro conoscere quai fossero i pericolosi, e quali gli utili e i necessarii per la loro difesa. Entrata una specie di epidemia fra i tanti contadini, già rifugiati in essa città a ragion de' terrori, fatiche e stenti passati, ne condusse non pochi al sepolcro, e gli stessi cittadini non andarono esenti da molte infermità. Ebbero essi Genovesi in questi medesimi giorni molte vessazioni alla Bastia in Corsica; ma io mi dispenso dal riferire que' piccioli avvenimenti. Nel dì 5 poi di settembre una grossa partita di Gallispani, varcato l'Apennino, scese in valle di Taro del Parmigiano; vi fece alquanti Austriaci prigionieri; intimò le contribuzioni a quel borgo ed altre ville, con asportarne gli ostaggi, e circa mille e cinquecento capi di bestie tra grosse e minute. Per timore che non calassero anche a Bardi e Compiano, essendo accorsi due reggimenti tedeschi, cessò tosto quel turbine. Intanto il re di Sardegna, lungi dal temere che i Gallispani s'inoltrassero per la riviera di Ponente, fece di nuovo occupare dalle sue truppe la città di Ventimiglia, ed imprendere dal barone di Leutron il blocco di quel castello, alla cui difesa era stato posto un gagliardo presidio. Per molto tempo soprintendente al governo di Milano e degli altri Stati austriaci di Lombardia era stato il conte _Gian-Luca Pallavicini_ come plenipotenziario e generale d'artiglieria dell'augustissima imperadrice, cavaliere disinteressato e magnifico in tutte le sue azioni. Fu egli chiamato a Vienna per istanze e calunnie degl'Inglesi, ma, ciò non ostante, promosso al riguardevol posto di governatore perpetuo del castello di Milano. In luogo suo nel dì 19 di settembre pervenne ad essa città di Milano il _conte Ferdinando_ di _Harrach_, dichiarato governatore e capitan generale della Lombardia Austriaca. Portò qui seco la rinomanza di una sperimentata saviezza, massimamente negli affari politici, e un complesso di altre belle doti, che fecero sperare a que' popoli un ottimo governo, e tollerabile la perdita che avea fatta dell'altro.

Sperava pure la città di Genova dopo tante passate sciagure di godere l'interna calma; e pure un'altra inaspettata si rovesciò sopra d'essa, da che fu passata la metà di settembre. Uno strabocchevole temporale di terra e di mare, con diluvio di pioggia e vento, con fulmini e gragnuola grossissima, talmente tempestò quella città, che ruppe un'immensa copia di vetri delle case, rovesciò non pochi camini e tetti, talmente che parve quivi il dì del finale giudizio. Dominò in oltre un furioso libeccio sul mare, che allagò parte della città, e danneggiò gran copia di quelle case, oltre della rovina degli orti e delle vigne per più miglia. Arrivò verso il fine del mese suddetto a conoscere quell'afflitto popolo il _duca di Richelieu_, personaggio di rara attività e di mente vivace, inviato dal re Cristianissimo a comandar l'armi gallispane nel Genovesato. Ascendevano queste, per quanto fu creduto, a quindici mila persone. Un corpo di questa gente venne ad impossessarsi della picciola città di Bobbio, e per la Trebbia arrivò fin presso a Piacenza. Se quel fiume non fosse stato gonfio, avrebbe fatto paura alla tenue guernigione di quella città. Rastrellarono molti bestiami, imposero contribuzioni, presero qualche nobile piacentino per ostaggio. Ma sollevatisi i villani in numero di due e più mila, strinsero circa cento trenta di quei masnadieri, che ristretti in Nibbiano non si vollero arrendere prigioni, se non ad un corpo di truppe regolate tedesche, le quali gli obbligarono a restituire tutto il maltolto. Qualche irruzione ancora seguì nel basso Monferrato, dove essi Gallo-Liguri colsero varii soldati Austriaco-sardi, fecero bottino di bestiami, e preda di drappi e panni, che andavano in Piemonte, oltre all'aver esatte alquante contribuzioni. Fioccarono anche i flagelli sulla bassa Lombardia, perchè la cessata nel precedente verno epidemia de' buoi ripullulò, e crebbe aspramente nel Veronese, Vicentino, Bresciano, in qualche sito del Padovano e del Mantovano di là da Po; e passata nel Ferrarese, quivi diede principio ad un'orrida strage. In oltre il Po soverchiamente ingrossato di acque inondò Adria ed Adriano. Anche l'Adige e la Brenta allagarono parte del Polesine di Rovigo e del Padovano. A tanti guai s'aggiunse di più la scarsezza del raccolto de' grani in molte provincie.

Godè Roma all'incontro non solo un'invidiabil tranquillità, ma occasioni eziandio di allegrezze, stante la promozione fatta nel dì 10 d'aprile dal sommo pontefice _Benedetto XIV_ de' cardinali nominati dalle corone, e in appresso nel dì 5 di luglio ancora del duca di Jorch secondogenito del cattolico re d'Inghilterra Giacomo III. Fu in essa metropoli fabbricata per ordine del re di Portogallo una cappella di tanta ricchezza e di sì raro lavoro, che riuscì di ammirazione ad ognuno. Costò circa cinquecento mila scudi romani, ed imbarcata in questo anno venne trasportata a Lisbona. Maggiori furono i motivi di giubilo nella real corte di Napoli; perciocchè quella regina alle tre della notte precedente il dì 14 di giugno nella villa di Portici diede alla luce un principino, a cui fu posto nel battesimo il nome di _Filippo Antonio Gennaro_, ec. Questo regalo fatto da Dio a que' regnanti tanto più si riconobbe prezioso, perchè il re di Spagna _Ferdinando_ non avea finora veduti frutti del suo matrimonio; e questo germe novello riguardava non meno il re delle Due Sicilie che la monarchia di tutta la Spagna. Quali fossero i risalti di gioia in quella real corte, e nella nobiltà e popolo d'una metropoli tanto copiosa di gente, non si potrebbe dire abbastanza. Grandi feste ed allegrezze per più giorni solennizzarono dipoi questo fortunato avvenimento. Fece il re un dono alla regina di cento mila ducati, e un accrescimento di altri dodici mila annui all'antecedente suo appannaggio. Dalla città e regno fatto fu preparamento a fin di donare a sua maestà un milione per le fasce del nato principino, che fu intitolato duca di Calabria. Partecipò di tali contentezze anche la real corte di Madrid, il cui monarca dichiarò infante di Spagna questo suo real nipote, e fu detto che gli assegnasse anche una pensione annua di quattrocento mila piastre.

A due sole considerabili imprese si ridusse la guerra fatta nel presente anno nei Paesi Bassi fra il re Cristianissimo e gli alleati. V'intervenne in persona lo stesso re, il cui potentissimo esercito era di gran lunga superiore a quello dei nemici. Nel dì 2 di luglio si trovarono a vista le due armate fra Mastricht e Tongres. Attaccarono i Franzesi la zuffa coll'ala sinistra de' collegati, composta d'Inglesi, Hannoveriani, ed Assiani, i quali fecero una mirabil resistenza nel villaggio di Laffeld, con farne costare ben caro l'acquisto ad essi Franzesi. Il valoroso _conte di Sassonia_ maresciallo generale di Francia, veggendo più volte rispinti i suoi, entrò egli stesso con altro nerbo di gente nella mischia, e finalmente gli riuscì di far battere la ritirata ai nemici e d'inseguirli. Intervenne a sì calda azione il _duca di Cumberland_, secondogenito del re britannico e generale delle sue armi, e con tale ardore, che corse gran pericolo di sua vita. Per difenderlo si espose ad ogni maggior cimento il _generale Ligonier_, comandante dell'armata sotto di lui, con restar per questo prigioniere dei Franzesi. Poco ebbero parte in questo conflitto il centro e l'ala dritta d'essi collegati, composta d'Austriaci ed Olandesi, i quali ultimi nondimeno vi perderono molta gente. Peraltro ragione ebbero i Franzesi di cantare la vittoria tuttochè comperata con molto loro sangue, perchè rimasero padroni del campo; fecero mille secento prigioni; acquistarono trentatre cannoni, quattordici tra bandiere e stendardi; e colti sul campo circa due mila feriti degli alleati, li condussero negli spedali franzesi. Fu detto che intorno a tre mila de' collegati e più di tre mila dei Franzesi vi restassero estinti. Ritirossi l'armata d'essi alleati di là dalla Mosa, e finchè il re si fermò in quelle parti, non osò di ripassar quel fiume.

L'altra anche più sonora impresa fu quella dell'assedio d'una piazza fortissima impreso dai Franzesi; giacchè nella positura delle cose osso troppo duro forse comparve Mastricht da essi minacciato. Città del Brabante olandese è Bergh-op-Zoom, considerata per una delle fortezze inespugnabili, parte per la situazione sua sopra un'altura in vicinanza del mare, con cui comunica mediante un canale, e a cagion di alcune paludi che ne rendono difficile l'accesso; e parte per le tante sue fortificazioni, oltre ad alcuni forti e ridotti sino al mare, da dove può ricevere soccorsi. Il celebre duca di Parma Alessandro Farnese nel 1588, il marchese Spinola nel 1622 indarno l'assediarono. Fu poi da lì innanzi maggiormente fortificata. Niuno di questi riguardi potè trattenere la bravura franzese dall'imprenderne l'assedio, e dall'aprir la trincea nella notte del dì 15 venendo il di 16 di luglio. Al _conte di Lowendhal_ tenente generale del re, uffiziale di distinto valore e perizia nell'arte militare, fu appoggiata questa impresa. Dopo l'assedio memorabile della fortissima città di Friburgo, altro non si vide più difficile e strepitoso di questo. Perciocchè nelle linee contigue ad esso Bergh-op-Zoom, e fra le paludi e la costa del mare, si postò il _principe di Hildburghausen_ con circa venti mila soldati, da dove non potè mai essere rimosso; di modo che durante l'assedio potè sempre quella fortezza essere di mano in mano soccorsa con truppe fresche, e provveduta di quante munizioni da bocca e da guerra andavano occorrendo. Come superare una piazza a cui nulla mancava, e il cui presidio potea fare sortite frequenti, con sicurezza di essere d'ogni sua perdita rifatto? Ma niuna di queste difficoltà ritener potè l'ardire de' Franzesi. Sì dall'una che dall'altra parte si cominciò a giocare di cannonate, di bombe, di mine; e i lavori d'una settimana vennero talvolta rovesciati in un'ora. Tanto le offese costarono gran sangue, ma incomparabilmente più dal canto degli assedianti.

Progredì così lungamente questo assedio, che i Franzesi sfornirono di polve da fuoco e di altre munizioni tutte le loro piazze circonvicine; e intanto stavano dappertutto sulle spine i parziali e i novellisti per l'incertezza dell'esito di sì pertinace assedio. Di grandi apparenze vi furono che sarebbero in fine costretti i Franzesi a ritirarsi; ma differentemente si dichiarò la fortuna, perchè ancor questa appunto intervenne a decidere quella quistione. Erano già fatte breccie in due bastioni e in una mezzaluna, e queste imperfette, o certamente non credute praticabili: quando il generale conte di Lowendhal determinò di venire all'assalto. Ammannite dunque tutte le occorrenti truppe all'esecuzione di sì pericoloso cimento, sul far del dì 16 di settembre, dato il segno con lo sparo di tutti i mortai a bombe, andarono coraggiosamente all'assalto: impresa che non si suole effettuare senza grave spargimento di sangue. Ma quello non fu un assalto, fu una sorpresa. Detto fu che i Franzesi per buona ventura o per tradimento s'introducessero segretamente nella città per una galleria esistente sotto un bastione, e mal custodita da quei di dentro. La verità si è, che altro non avendo trovato alla difesa delle breccie che le guardie ordinarie, con poca perdita e fatica salirono, ed impadronitisi de' bastioni e di due porte della città, quindi passarono alla volta della guernigione, la quale raccolta tanto nella piazza, quanto in varie contrade, fece una vigorosa resistenza, finchè, veggendosi sopraffatta dagli aggressori, che si andavano vieppiù ingrossando, e venendo qualche casa incendiata parte d'essa ebbe maniera di ritirarsi, sempre combattendo, fuori della porta di Steenbergue. Corse fama che il conte di Lowendhal avesse dati buoni ordini, e prese le misure, affinchè la misera città rimanesse esente dal sacco. Checchessia, i volontarii lo cominciarono, e gli tennero loro dietro, senza risparmiare alcuno di quegli eccessi che in sì fatti furori sogliono i militari, non più cristiani, non più uomini, commettere. Si salvarono in questa confusione i principi d'Assia e d'Anhalt, e il generale Constrom; ma non poca parte di quel presidio rimase o tagliata a pezzi dagl'infuriati assalitori, o fatta prigioniera.