Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 55

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Rimettendo io a migliori giudizii la decisione di questo punto, dirò solamente quel poco che da persone assennate e ben istruite di quegli affari ho inteso. Cioè: che i nobili del governo senza mai tramare rivolta alcuna, sempre onoratamente trattarono col comandante austriaco. Ma essere altresì vero che non era loro ignoto meditarsi dal popolo qualche rivoluzione. Questa poi scoppiò prima del tempo, e per l'accidente di quel mortaio, cioè quando non erano peranche all'ordine tutte le ruote. Quali poi fossero le conseguenze di quella strepitosa mutazion di cose, andiamo a vederlo. Avea bensì il _conte della Rocca_, comandante l'assedio della cittadella di Savona, avanzati i lavori sotto la medesima; tuttavia non potè mai, se non all'entrar di dicembre, procedere con braccio forte: tanta difficoltà si provò a trar colà tutte le artiglierie e gli ordigni di guerra. Solamente dunque allora cominciò a battere in breccia quella fortezza: quando eccoti giugnere l'avviso delle novità occorse in Genova, città distante non più di trenta miglia. Conobbesi ben tosto che penserebbe quella repubblica al soccorso di Savona; e però ordine fu dato che dal Mondovì, da Asti e da altri luoghi del Piemonte colà frettolosamente passassero alcuni battaglioni di truppe regolate e molte migliaia di miliziotti, per rinforzare quell'assedio, ed accelerare un sì rilevante conquisto. In fatti non trascurarono i Genovesi di spignere a quella volta per mare un grosso convoglio di gente e di munizioni da bocca e da guerra, scortato da tre galere. Inviarono anche per terra un corpo di forse tre o quattro mila volontarii pagati nondimeno dal pubblico; ma inviarono tutto indarno. Veleggiavano per quel mare le navi inglesi, che avrebbero ingoiato il convoglio, forzato perciò a retrocedere; e per terra esso conte della Rocca con forze molto superiori venne incontro alle brigate genovesi di terra; laonde queste giudicarono meglio di riserbare ad altre occasioni la loro bravura. Continuarono pertanto le ostilità e gli assalti, ne' quali perì qualche centinaio di Piemontesi, talchè la guernigione del castello di Savona composta di mille e cento uomini, perduta ogni speranza di soccorso, dovette nel dì 19 di dicembre rendersi prigioniera e cedere la piazza: colpo ben sensibile ai Genovesi, sì per la qualità del luogo, dove il porto da essi interrito se risorgesse, siccome uno dei migliori e più sicuri porti del Mediterraneo, darebbe un gran tracollo al commercio della stessa Genova, e sì perchè la real casa di Savoia su quella città, per cessione fattane dai marchesi del Carretto, ha sempre mantenuto vive le sue ragioni; e queste, colla giunta del possesso, venivano ad acquistare un incredibil vigore. Trovossi in quella fortezza gran copia di cannoni di bronzo.

Non provò già un'egual felicità l'impresa di Provenza. Sì perniciosa influenza ebbero le novità di Genova sopra i disegni degli Austriaco-Sardi in quelle contrade, che tutti andarono a voto. Da Genova aveano da venire i grossi cannoni e i mortai per vincere il forte d'Antibo, e procedere poscia alle offese di Tolone. Di là ancora si dovea muovere buona parte delle vettovaglie necessarie al campo, e delle munizioni da guerra. Ebbe il generale _conte di Broun_ un bel aspettare: s'era cangiato di troppo il sistema delle cose di Genova. Sicchè tutte le prodezze di quell'esercito si ridussero a fare degli inutili giocolini sotto Antibo, e a liberamente passeggiare per quella parte di Provenza, tanto per esigere contribuzioni, quanto per tirarne foraggi e viveri da far sussistere l'armata. Era giunta, siccome dissi, l'ala sinistra d'essi fino a Castellana, luogo comodo per far contribuire le diocesi di Digne, Sanez e Riez dell'alta Provenza. Niun ostacolo aveano trovato ai lor passi, giacchè il _marchese di Mirepoix_, troppo smilzo di truppe, andava saltellando qua e là alla difesa delle rive de' fiumi, ma senza voglia alcuna di affrontarsi co' nemici. Arrivò poscia al comando dell'armi franzesi in Provenza il maresciallo _duca di Bellisle_, ed era in cammino a quella volta il gran distaccamento d'armati mosso dalla Fiandra, per somministrargli i mezzi di frenare il corso de' nemici, ed anche per obbligarli alla ritirata. Corrieri sopra corrieri spediva egli per affrettare il loro arrivo; ma più l'affrettavano i desiderii e le orazioni a Dio de' Provenzali, che o provavano di fatto o sentivano accostarsi l'oste nemica. Intanto il _generale Botta_, tenendo forte la Rocchetta, piantò il suo quartier generale a Novi, e fu rinforzato di nuova gente; ma perciocchè da gran tempo andava egli chiedendo alla corte di Vienna la permissione di passare alla sua patria Pavia, per cagione d'alcuni suoi abituali incomodi di salute, maggiormente rinforzò le suppliche sue per ottenere questa licenza, e in fine l'ottenne.

Nè si dee tacere che nel di 15 d'agosto dell'anno presente un colpo di apoplessia portò all'altra vita _Giuseppe Maria Gonzaga_, duca di Guastalla, principe a cui furono sì familiari le alienazioni di mente, che stette sempre in mano della duchessa _Maria Eleonora di Holstein_ sua moglie, e de' ministri il governo di quel popolo: popolo ben trattato e felice in tal tempo, e popolo che sommamente deplorò la perdita di lui. Essendo egli mancato senza prole, terminò quell'illustre ramo della casa Gonzaga, e restò vacante il ducato di Guastalla, quello di Sabbioneta e il principato di Bozzolo. Al feudo della sola Guastalla era chiamato il conte di Paredes spagnuolo della nobil casa della Cerda, in vigore delle imperiali investiture, siccome discendente da una Gonzaga di quella linea. Sugli allodiali giuste e incontrastabili ragioni competevano al duca di Modena. Il bello fu che l'imperadrice regina fece prendere il possesso di tutti quegli Stati e beni, quasichè fossero dipendenze dello stato di Milano o del ducato di Mantova: del che fece querele il consiglio dell'imperadore consorte, con pretenderli spettanti alla sola giurisdizione sua. Fu intorno a questi tempi che gli Austriaci usarono una prepotenza, la qual certo non fece onore nè alla nazione alemanna, nè all'augusta imperadrice, a cui pure stava cotanto a cuore il pregio della giustizia e della clemenza. Cioè inviarono nel Ferrarese a fare un'esecuzione militare sugli allodiali della serenissima casa d'Este, benchè spettanti, in vigore di donazione paterna, in usufrutto alle principesse _Benedetta_ ed _Amalia_ sorelle del duca di Modena, intimando per essi una grossa contribuzione di danari e di naturali, fiancheggiata dalle minaccie di vendere tutte le razze de' cavalli, bestie bovine, grani e foraggi di quelle tenute. Operarono essi nello Stato di Ferrara con autorità non minore, come se si trattasse di un paese di conquista, e ciò con detestabil dispregio della sovranità pontifizia. Per non vedere la rovina di que' beni, forza fu di accordar loro quanto vollero in gran somma di danaro. Impiegarono poscia il nunzio pontifizio ed anche l'inviato del re di Sardegna i lor caldi uffizii presso le loro cesaree maestà, rappresentando il grave torto fatto ad innocenti principesse, e l'obbligo di rifondere almeno il denaro indebitamente percetto. Si ha tuttavia da vedere il frutto delle loro istanze, e lo scarico dell'imperiale coscienza. Nè fu men grande l'altra prepotenza, con cui trattarono il ducato di Massa di Carrara, non di altro reo, se non perchè quella duchessa _Maria Teresa Cibò_, sovrano sola di tale Stato, era congiunta in matrimonio col _principe ereditario_ di Modena. Da esso popolo ancora colle minaccie di ogni più fiero trattamento estorsero una rigorosa contribuzione, tuttochè questa non fosse guerra d'imperio. In che libri mai (convien pur dirlo) studiano talvolta i potenti cristiani? Certo non sempre in quei del Vangelo. Ma ho fallato. Doveva io dir ciò non dei principi, che tutti oggidì son buoni, ma di que' ministri adulatori e senza religione, che tutto fanno lecito al principe, per maggiormente guadagnarsi l'affetto e la grazia di lui.

Sullo spirare dell'anno presente gran romore ancora cagionò in Napoli l'affare della sacra inquisizione. Ognun sa quale avversione abbia sempre mantenuto e professato quel popolo a sì fatto tribunale. Ma perciocchè la conservazion della religione esige che vi sia pure chi abbia facoltà di frenare o gastigare chi nutrisce sentimenti e dottrine contrarie alla medesima; e questo diritto in Italia è radicato almeno ne' vescovi, aveano gli arcivescovi di Napoli col tacito consenso dei piissimi regnanti introdotta una spezie di inquisizione, con avere carceri apposta, consultori, notai e sigillo proprio, per formare segreti processi, e catturare i delinquenti. Quivi anche si leggeva scolpito in marmo il nome del _santo uffizio_. Trovò lo zelantissimo e dignissimo _cardinale Spinelli_, arcivescovo di quella metropoli così disposte le cose; ed anch'egli teneva in quelle carceri quattro delinquenti solenni, processati per materia di fede, da due dei quali fu anche fatta una semipubblica abiura. Però egli pretese di non aver fatta novità; ma fu poscia preteso il contrario dalla corte. Ne fece grave doglianza il popolo, commosso da chi più degli altri mirava di mal occhio come introdotta sotto altro verso l'inquisizione; laonde l'eletto d'esso popolo, con rappresentare al re turbate le leggi del regno, e vilipese le antiche e recenti grazie regali in questo particolare concedute ai suoi sudditi, ebbe maniera d'indurre il re a pubblicare un editto, in cui annullò e vietò tutto quell'apparato di novità, bandì due canonici, ed ordinò che da lì avanti la curia ecclesiastica procedesse solamente per la via ordinaria, e colla comunicazion de' processi alla secolare, con altri articoli che non importa riferire; ma con tali formalità, che si potea tenere come renduta inutile in questo particolare la giurisdizione episcopale. Giudicò bene la corte di Roma d'inviare a Napoli il _cardinale Landi_, arcivescovo di Benevento, personaggio di sperimentata saviezza, per trattare di qualche temperamento all'editto. Qual esito avesse l'andata di lui, non si riseppe. Solamente fu detto, che affacciatisi alla di lui carrozza alcuni di quegli arditi popolari, gli minacciarono fin la perdita della vita, se non si partiva dalla città. Meritossi il re per quell'alto dal popolo un regalo di trecento mila ducati di quella moneta. Vuolsi anche aggiugnere, che durando i mali umori nella Corsica, nè potendo i Genovesi accudire a quegli interessi, perchè distratti da più importante impegno, le più forti case di quell'isola tumultuarono di nuovo, discontente del governo di Genova, quasichè non mantenesse le promesse de' capitoli stabiliti, e insieme disingannata che altre potenze non davano che parole: s'impadronirono della città e del castello di Calvi, della fortezza di San Fiorenzo e di altri luoghi. Avendo poscia chiamati ad una dieta generale i capi delle pievi, stabilirono una democrazia e reggenza, che da lì innanzi governasse il paese. Fu detto che dopo avere il popolo in Genova prese le redini, e ripigliata la libertà, implorasse l'aiuto dei Corsi, con promettere loro il godimento di qualsiasi antico privilegio. Ma fatta questa esposizione a gente che più non si fidava, niun buon effetto produsse. A tanti guai, che renderono quest'anno di troppo lagrimevole in Lombardia, si aggiunse il flagello dell'epidemia e mortalità de' buoi, che fece strage in Piemonte e Milanese, e passò anche nel Reggiano, Modenese e Carpignano, e toccò alquante ville del Bolognese e Ferrarese. Povere lasciò molte famiglie, e cessò dipoi nel verno. E tale fu il corso delle bellicose imprese ed avventure di quest'anno in Italia; alle quali si vuol aggiugnere, che nel dì 29 di giugno la santità di _papa Benedetto XIV_ con gran solennità celebrò in Roma la canonizzazione di cinque santi. Fu anche dal medesimo pontefice, correndo il mese d'aprile approvato un nuovo ordine religioso, intitolato la congregazione de' _Cherici Scalzi della passion_ di Gesù Cristo il cui istituto è di promuovere la divozion de' fedeli verso la stessa passione con le missioni ed altri pii esercizii.

Quanto alle guerre oltramontane, non potè nè pure il verno trattener l'armi franzesi da nuovi acquisti. Sul principio di febbraio, al dispetto de' freddi, delle pioggie e dei fanghi, il prode maresciallo di Francia _conte di Sassonia_, raunato un esercito di quaranta mila persone, dopo aver preso alcuni forti, all'improvviso si presentò sotto la riguardevol città di Brusselles, e senza dimora eresse batterie e minacciò la scalata. Non passò il di 20 di detto mese, che quella numerosa guernigione di truppe olandesi rendè la città e sè stessa prigioniera di guerra. Gran treno d'artiglieria quivi si trovò. Immenso danno e tristezza cagionò nei dì 25 del seguente marzo a tutta la Francia un orribile incendio, succeduto (non si seppe se per poca cautela, o per malizia degli uomini) nel gran magazzino della compagnia dell'Indie, situato nel porto d'Oriente sulle coste marittime della Bretagna. A più e più milioni si fece montare il danno recato da quelle fiamme, tanto alla regia camera, che alla compagnia suddetta. D'altro in questi tempi non risonavano i caffè che di vicina pace, quando tutti questi aerei castelli svanirono al vedere che il re Cristianissimo _Luigi XV_ partitosi da Versaglies nel dì 4 di maggio, entrò in Brusselles, e poscia in Malines, e mise in un gran moto le divisioni della sua potentissima armata. Conobbesi allora che guerra e non pace avea anche nell'anno presente a far gemere la Fiandra e l'Italia. Dove tendessero le mire de' Franzesi, si fece poi palese ad ognuno nel dì 20 del suddetto mese, essendosi presentato un gran corpo d'essi sotto la nobil ed importante città d'Anversa; ancorchè fosse preveduto questo colpo, tuttavia gli alleati, siccome troppo inferiori di forze, dovendo accudire a molti luoghi non l'aveano rinforzata di sufficiente nerbo di gente per sostenerla. V'entrarono dunque pacificamente i Franzesi, e tosto si applicarono a formar l'assedio di quella cittadella, guernita d'un presidio di due mila persone. Non son più quei tempi che gli assedii durano mesi ed anni. Ai Franzesi spezialmente, che han raffinata l'arte di prender le piazze, costa poco tempo il forzarle a capitolare. In fatti, nel dì ultimo di maggio il comandante della cittadella suddetta giudicò meglio di cederla agli assedianti, con ottener delle convenevoli condizioni, ma insieme con lasciare ai Franzesi anche i forti esistenti lungo la Schelda.

Dopo sì glorioso acquisto se ne tornò il re Cristianissimo a Versaglies, per assistere al parto della delfina; e il principe di Conty, a cui fu confidato il supremo comando dell'armi in Fiandra, imprese nel dì 17 di giugno l'assedio della città di Mons. Incamminossi intanto verso la Fiandra il principe _Carlo di Lorena_, per assumere il comando dell'armata collegata, nel mentre che lentamente marciava dalla Germania un copioso corpo di milizie austriache a rinforzarla. Ma vi arrivò ben tardi, e non mai giunsero l'armi d'essi alleati a tal nerbo da poter impedire i progressi delle milizie franzesi. L'aver dovuto accorrere gl'Inglesi, ed anche gli Olandesi, alla guerra bollente in Iscozia, sconcertò di troppo le lor misure in Fiandra, ed agevolò ai Franzesi il buon esito d'ogni loro impresa. In fatti, la sì forte città di Mons, dopo una vigorosa difesa nel dì 12 di luglio dovette soccombere alla forza dei Franzesi, e la guernigione di circa cinque mila collegati non potè esentarsi dal restar prigioniera di guerra. La medesima fortuna corse dipoi la fortezza di san Ghislain, al cui presidio nel dì 24 di luglio altra condizione non fu accordata che quella di Mons. Ciò fatto, passarono i Franzesi all'assedio di Charleroy, piazza che nel dì 2 d'agosto si trovò costretta a mutar padrone, con restar prigioni di guerra i suoi difensori. Inutili erano riusciti fin qui tutti i maneggi fatti dalle cesaree maestà per far dichiarare guerra dell'imperio la presente, avendo i principi e le città della Germania, fomentate spezialmente dal re di Prussia, ricusato di far sua la causa dell'augusta casa d'Austria. Nè la corte di Francia avea mancato di divertir la dieta Germanica dall'entrare in verun impegno, con assicurarla che dal canto suo non s'inferirebbe molestia alcuna alle terre dell'imperio. Questo contegno fece credere a molti che la nazion germanica coll'ultima mutazion di cose si fosse alquanto emancipata: il che da altri veniva riprovato, sul riflesso, che il lasciare la briglia al sempre maggiore ingrandimento della Francia era un preparar catene col tempo alla Germania stessa. In fatti, non ostante le lor belle promesse, allorchè i Franzesi s'avvidero di poter fare un bel colpo, non sentirono scrupolo a rompere i confini delle terre germaniche, e ad impossessarsi nel dì 21 di agosto di Huy, appartenente al principato di Liegi, e di fortificarlo, tuttochè sia da credere che assicurassero il cardinale principe di nulla voler usurpare del suo dominio. L'occupazione di quel posto avea per mira di obbligare l'esercito collegato a ripassar la Mosa per la penuria de' viveri, siccome appunto avvenne. Allora fu che il maresciallo conte di Sassonia si appigliò a formare l'assedio di Namur, piazza fortissima, se pur alcuna di forte v'ha contro i Franzesi; e nel dì 11 di settembre cominciarono a far fuoco le batterie. Non era molto lungi di là l'esercito de' collegati; ma il maresciallo, che ben situato copriva l'assedio, non si sentiva voglia di accettare l'esibizion d'una battaglia. Fino al dì 20 del suddetto mese fece resistenza la città di Namur, e quella guernigione ne accordò la resa, per ritirarsi alla difesa del castello, sotto cui fu immediatamente aperta la trincea. Non andò molto che la breccia fatta consigliò a que' difensori nel dì 30 del settembre suddetto di prevenire i maggiori pericoli, con proporre la resa della piazza, ma senza potersi esentare dal rimaner prigioniera di guerra.

Le apparenze erano, che, terminata sì felice impresa, prenderebbero riposo l'armi franzesi; e tanto più perchè in questi tempi rondava una potente flotta inglese, con animo di qualche irruzione sulle coste di Francia, alla difesa delle quali parea che avesse da accorrere parte della franzese armata. Così non fu. Il maresciallo _conte di Sassonia_, dopo avere colla presa di Namur ridotti i Paesi Bassi austriaci in potere del re Cristianissimo, sentendosi molto superior di forze all'oste de' collegati, meditava pur qualche altro colpo di mano contra de' medesimi. Per coprire Liegi dagl'insulti de' Franzesi, s'era in varii siti ben postata l'armata d'essi alleati fra Mastricht e quella città. Spedì il maresciallo un forte distaccamento verso lo stesso Mastricht, affinchè se il _principe Carlo di Lorena_, che in quelle vicinanze avea fissato il quartiere con grosso corpo di gente, volesse accorrere in difesa de' suoi, egli potesse assalirlo per fianco. Ciò fatto nel dì 7 d'ottobre a bandiere spiegate marciò contro l'ala sinistra de' collegati, comandata dal _principe di Waldech_, generale degli Olandesi, in vicinanza di Liegi. Per più ore durò il fiero combattimento. Fu detto che due reggimenti di cavalleria olandese, come se bruciasse l'erba sotto i loro piedi, si ritirassero dal conflitto. Certo è che in fine gli alleati, senza potere ricevere soccorso dal principe di Lorena, piegarono, e ritirandosi, come poterono il meglio, lasciarono il campo di battaglia ai vincitori Franzesi. Si sparse voce che quattro mila collegati vi avessero perduta la vita, e che in mano de' Franzesi restassero molti cannoni, bandiere e stendardi, con grosso numero di prigionieri tra sani e feriti. Pretesero altri che non più di mille fossero da quella parte gli estinti; nè si seppe quanto costasse a' Franzesi la loro vittoria. Passarono poscia i vincitori, divisi in varie parti, a godere i quartieri del verno.

Altra guerra fu nell'anno presente tra i Franzesi e gl'Inglesi. Riuscì a questi ultimi di torre agli altri, nell'America settentrionale, capo Bretone, posto di somma importanza, e riputato dagl'Inglesi d'incredibil utilità per la pesca di quei contorni. All'incontro i Franzesi, siccome accennammo nel precedente anno, colla spedizione del cattolico principe di Galles _Carlo Odoardo Stuardo_, aveano attaccato il fuoco nella Scozia, e con quella diversione facilitati a sè i progressi nei Paesi Bassi austriaci. Trovò quel principe fra que' popoli gran copia di aderenti alla real sua casa, che presero l'armi, e sparsero il terrore sino nel cuore dell'Inghilterra; perciocchè venne a lui fatto di dare una rotta alle truppe inglesi a Preston, e poi nel di 28 di gennaio a Falkirk, di prendere Carlisle, Inverness, e di fare altre conquiste nei confini della stessa Inghilterra. Per dubbio che qualche cattivo umore si potesse covare in Londra stessa, prese il re _Giorgio II_ la precauzione di tenere alla guardia d'essa città e della real corte un buon sussidio di soldatesche: ed inviò il suo secondogenito _Guglielmino Augusto duca di Cumberland_ con gagliarde forze contra del principe Stuardo. Varie furono le vicende di quella guerra; ma si venne a conoscere che gl'Inglesi non amavano di mutar regnante, e si mostravano zelanti della conservazion della real casa di Brunsvich. All'incontro non s'udiva che imbarco di soccorsi franzesi spediti di tanto in tanto al principe suddetto; e pur egli, a riserva di alquanti ufficiali irlandesi e di poche milizie franzesi, non ricevette mai rinforzo alcuno di gente bastante a continuare la buona fortuna dell'armi sue. Troppe navi inglesi battevano il mare, e custodivano le coste, per impedire ogni sbarco di truppe straniere. Andarono finalmente a fare naufragio tutte le speranze del principe Stuardo in un fatto d'armi accaduto nel dì 27 di aprile presso d'Inverness, dove l'esercito suo rimase disfatto. Peggiorarono poi da lì innanzi i di lui affari; molti anche della primaria nobiltà di Scozia ed anche lordi suoi seguaci, caddero in mano del duca di Cumberland, ed alquanti di loro lasciarono poi la vita sopra un catafalco in Londra. Le avventure dello sventurato principe per salvar la sua vita, mentre da tutte le parti si facea la caccia di sua persona, tali furono dipoi, che di più curiose non ne inventarono i romanzi. Contuttociò ebbe la fortuna di giugnere felicemente nelle spiagge di Francia sano e salvo nel mese di ottobre; e passato alla corte di Versaglies, si vide colle maggiori finezze ed onori accolto, come principe di gran valore e senno, dal re Cristianissimo _Luigi XV_. Sbrigati che furono gl'Inglesi da questo fiero temporale, pensarono anch'essi alla vendetta; e a questo fine allestirono un possente stuolo di navi con più migliaia di truppe da sbarco. Non era un mistero questo lor disegno, e però si misero in buona guardia le coste della Francia. Sul fine appunto del mese di settembre comparve la flotta inglese alle vicinanze di Porto-Luigi in Bretagna, sperando di mettere a sacco il porto di Oriente, dove si conservano i magazzini della compagnia dell'Indie, ricchi di più milioni. Ne era già stato trasportato il meglio. Sbarcarono gl'Inglesi; fecero del danno alla compagnia; ma invece di superar quel porto, ne furono rispinti colla perdita di molta gente, e di alcuni pochi pezzi di cannone. Quattro lor navi ancora, rapite da vento furioso, andarono a trovar la loro rovina in quegli scogli. Tornarono essi da lì a non molto a fare un altro sbarco, e non ebbero miglior fortuna; se non che lasciarono in varii luoghi de' vivi monumenti della lor rabbia, collo aver dato alle fiamme alcune ville e conventi di religiosi nella suddetta provincia di Bretagna. Gran tesoro costò loro quella spedizione, e non ne riportarono che danno e pentimento.

Anno di CRISTO MDCCXLVII. Indizione X.

BENEDETTO XIV papa 8. FRANCESCO I imperadore 3.