Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 54

Chapter 543,582 wordsPublic domain

Questo era il deplorabile stato di Genova, cagione che già molti nobili e ricchi mercatanti aveano cangiato cielo, non sofferendo loro il cuore di mirare i mali presenti della patria, con paventarne ancora de' peggiori in avvenire. La troppo disgustosa voce del minacciato sacco, vera o falsa che fosse, disseminata oramai fra quel numeroso popolo, di troppo accrebbe il già prodotto fermento di odio, di rabbia, di disperazione. E tanto più crebbe, perchè, lamentandosi alcuni dell'aspro trattamento che provavano, scappò detto ad un uffiziale italiano nelle truppe cesaree, che si meritavano di peggio. Poi soggiunse: _E vi spoglieremo di tutto, lasciandovi solamente gli occhi per poter piagnere._ Meriterebbe d'essere cancellato dal ruolo de' cavalieri d'onore chi nudriva così barbari sentimenti, e si facea conoscere un tartaro, e non un cristiano. L'infima plebe imparò allora a lodare lo stato antecedente, perchè altro aspetto non aveva il presente che quello di sterminio e di schiavitù. Pure, non trovandosi chi osasse di alzare un dito, in soli segreti lamenti e combriccole andava a terminare il risentimento di ognuno: quand'ecco una scintilla va ad attaccare un grande impensato incendio. Era il dì 5 di dicembre, e strascinavano gli Alemanni un grosso mortaio da bombe, per inviarlo in Provenza. Sono assaissime strade di Genova vote al disotto, affinchè passino l'acque scendenti dalle montagne in tempo di pioggie, ed anche per le cloache. Al troppo peso di quel bronzo, nel passare pel quartiere di Portoria, si fondò la strada, onde restò incagliato il trasporto. La curiosità trasse colà non pochi del minuto popolo, che furono ben tosto sforzati a dar mano per sollevare il mortaio. E perchè mal volentieri facevano essi quel mestiere, perchè non pagati, e perchè parea loro cosa dura di faticare in danno della stessa lor patria: si avvisò uno de' Tedeschi di pagargli col regalo di alcune poche bastonate. Non sapea costui di che fuoco ed ardire sia impastato il popolo di Genova; ne fece immantenente la pruova. Il primo a scagliare contra di lui una buona sassata, fu un ragazzo, con dire prima ai compagni: _La rompo?_ E all'esempio suo tutti gli altri diedero di piglio ai sassi, i quali ebbero la virtù di far fuggire i Tedeschi. Rinvenuti in sè quei soldati, tornarono poscia colle sciable nude per gastigar quella povera gente; ma ricevuti con più copiosa grandine di sassi, furono di nuovo obbligati a salvarsi colla fuga. Nulla di più avvenne in quel giorno. Nella notte quei che erano intervenuti a quella picciola commedia, andando per le strade, cominciarono a gridare _all'armi_, ripetendo sovente: _Viva Maria_: con che si raunò una gran brigata, tutta della feccia più vile della città. Deridevano gli Austriaci questo schiamazzo, insultandoli con gridare: _Viva Maria Teresa_. Presentossi poscia al palazzo pubblico la plebe, chiedendo armi con terribile strepito. Ordinò il governo che si chiudessero le porte, si raddoppiassero le guardie, si mettessero soldati fuori del rastrello con baionetta in canna. Nulla potendo ottenere, raddoppiarono le grida; e intanto sparso il romore per varii quartieri, maggiormente crebbe la folla de' sollevati, che tornata con più empito la seguente mattina, giorno 6 di dicembre, al palazzo, continuò a fare istanza d'armi, e tentò anche di scalar l'alte finestre dell'Armeria, ma con esserne rispinta. Nè mancò il governo di ragguagliare il _generale Botta_ di questa novità. Giacchè era fallito questo colpo al popolo, si voltò alle guardie delle porte e sorprendendole s'impadronì dell'armi loro; sforzò le porte degli uffiziali militari; entrò in qualsivoglia bottega di armaiuoli, e quante armi trovò, tutte se le portò via, senza toccare il resto. Ma non v'era capo, ognun comandava, nè altro si mirava che confusione. Spediti dal governo alcuni de' cavalieri più accreditati fra il popolo, impegnarono indarno la loro eloquenza per frenarli. Andò poi l'infuriata gente alle porte di San Tommaso, credendosi di atterrire le guardie tedesche con una scarica di fucili e con altre grida. Chiusero gli Alemanni le porte, e si risero delle loro bravate. Ma non si rallentò per questo il coraggio del popolo, che corso a prendere un picciolo cannone, lo presentò a quelle porte per batterle. Questo fu un farne un regalo agli Alemanni, i quali, aperte all'improvviso le porte, e spedita fuori una man di granatieri, nè pur lasciarono tempo di spararlo, e sel portarono via. Fuori anche d'esse porte sboccò nella città una banda di quindici o venti uomini di cavalleria tedeschi, che, dopo la scarica delle lor carabine, colle sciable alla mano corsero per Acquaverde e strada Balbi fin sulla piazza dell'Annunziata. Di più non vi volle per dissipare l'indisciplinata gente, che sparpagliata prese sulle prime qua e là la fuga. Ma attruppatisi poi alcuni di essi, ed uccisi con moschettate due dei cavalli nemici, fecero ritirare il resto più che di fretta. Da questo fatto argomentarono molti, che se il generale Botta avesse inviato delle buone schiere e squadre d'armati nella città, avrebbe potuto in quel tempo sopire il tumulto, perchè movimento contraddetto dal governo, nè secondato da persona alcuna di conto.

Servì di scuola agli ammutinati il rischio corso a cagion dell'irruzione della poca cavalleria nemica per premunirsi; e però nella seguente notte barricò le principali strade con botti ed altra copia di legnami, e con replicati fossi. Era cresciuto a dismisura il popolaccio, e giacchè tutti i palazzi de' nobili si trovavano chiusi e ben custoditi, nè sito finora s'era trovato per farvi le loro sessioni, sforzarono il portone dei padri Gesuiti nella strada Balbi, ed impadronitisi di tutte quelle scuole e congregazioni, quivi piantarono il loro quartier generale. Fu creato un commissario generale, che scelse varii luogotenenti, ordinò pattuglie di giorno e di notte, per ovviare ai disordini, pubblicò editti rigorosi, che ognun dovesse accorrere alla difesa. In una parola assunse il governo e comando della città, senza nondimeno perdere il rispetto al doge e senato, se non che gli ordini del ceto nobile non erano attesi, e il magistrato popolare voleva essere ubbidito. Pretese dipoi quel popolo, che fosse nulla la capitolazione fatta dal governo con gli Austriaci, siccome fatta senza participazione e consenso del secondo e terzo ordine popolare, che a tenore delle leggi e convenzioni pubbliche si richiedeva. Avea comandato esso governo nobile che non si sonasse campana a martello, e intimato ai capitani delle popolatissime vicine valli del Bisagno e della Polcevera di non prendere l'armi. Se ubbidissero, staremo poco a vederlo. Intanto il generale marchese Botta avea spediti ordini pressanti alle milizie tedesche, sparse per le due riviere di Levante e Ponente, acciocchè accorressero a Genova. Prese eziandio altre precauzioni per sostenere le porte di San Tommaso, ed occupò varii postamenti, atti non meno all'offesa che alla difesa. Ma venuto il dì 7 di dicembre, ecco in armi tutto il gran quartiere di San Vincenzo ed il Bisagno, che si diedero mano con gli altri popolari. Andarono essi ad impossessarsi di tutte le artiglierie, poste nei lavori esteriori della città, e di una batteria detta di Santa Chiara. Con questi bronzi cominciarono a fulminare alcuni posti, dove erano i nemici, con farne anche prigioni alcuni. Al vedere sì stranamente cresciuto l'impegno, il generale Botta mandò a dire al governo che acquetasse il tumulto; e ricevuto per risposta dal palazzo di non aver forza da farlo, si esibì egli di andare al palazzo per comporre le cose; ma poscia non si attentò, o lo trattenne il decoro.

Arrivò il giorno 8 di dicembre, giorno solenne spezialmente in Genova per la festa della Concezione di Maria Vergine, che quel popolo tiene per sua principal protettrice; ed allora fu che altro nerbo, altro regolamento prese il fin qui ammutinato minuto popolo della città e del Bisagno. Imperciocchè, unitosi con loro il secondo ordine dei mercatanti ed artisti, si cominciò a dar pane, vino e danaro; si provvidero le occorrenti munizioni ed armi; si stabilì un'ospedale per li feriti, e si presero altre saggie misure, che accrebbero il coraggio ad ogni amator della patria. Per la strada Balbi in quel giorno crebbero le ostilità delle artiglierie dall'una e dall'altra parte, quando consigliato il popolo a proporre un aggiustamento, espose un panno bianco. Venuto a parlamento un uffiziale tedesco, intese le loro proposizioni, consistenti in richiedere che fossero lasciate libere le porte; riposti al suo sito i cannoni asportati; cessata ogni ulterior pretensione di danaro, e di qualsivoglia altra, benchè menoma, esazione, con dare per questo sei uffiziali in ostaggio. Rapportate furono al generale Botta e al suo consiglio quelle dimande, l'ultima delle quali mosse ciascuno a sdegno o riso, considerata la viltà dei proponenti, e la trionfal maestà di chi udiva tali proposizioni. La risposta fu, che si voleva tempo a rispondere. Giudicò bene d'interporsi, per veder pure se si poteva amichevolmente terminar questa pugna, il _principe Doria_, signore ben veduto dagli Austriaci, e insieme sommamente amato dal popolo per le sue belle doti e copiose limosine. Concorse anche per istanza e commission del governo a sì lodevol impresa il padre Visetti, rinomato sacro oratore della compagnia di Gesù, siccome persona molto stimata dal marchese generale Botta. Per quanto questi rappresentasse le triste conseguenze, che potea produrre la durezza de' Tedeschi contra di sì numeroso, ardito e disperato popolo, essendo egualmente pregiudiciale agl'interessi e alla gloria dell'imperadrice regina, il danno che sovrastava all'armata imperiale, e l'eccidio minacciato della città; non poterono fissare concordia alcuna. Si arrendeva il generale sul capitolo dell'esazione richiesta sopra il terzo milione, ma troppo abborriva il rilasciar le porte. Più volte andò il principe innanzi e indietro, con rapportar le risposte. Trovatosi il popolo risoluto in voler la libertà delle porte, parve che Il general Botta inchinasse a soddisfarlo, con trovarsi poi ch'egli intendeva di una porta, e non di tutte e due quelle di San Tommaso. Pretesero i Genovesi ch'esso generale tergiversasse o lavorasse di sottigliezze; ma certo egli si trovava in un mal passo, perchè, in qualunque maniera ch'egli avesse operato, mal intese sarebbero state le sue risoluzioni. Cioè se con cedere avesse calmata quella popolar commozione, gli sarebbe stato attribuito a delitto l'avere sacrificato l'onore dell'armi imperiali e l'interesse dell'imperadrice regina, condonando il milione promesso, e restituendo le porte senza licenza della corte. Se poi non cedeva, volendo più tosto aspettar la rovina che poi seguitò, sarebbe stato egualmente esposto al biasimo e alla censura il suo contegno. Dopo il fatto ognun la fa da giudice e spula sentenze; ma per giudicar bene, convien mettersi nel vero punto delle cose e delle circostanze prima del fatto.

Continuarono anche nel dì 9 di dicembre i trattati, ma senza frutto, talmente che il principe Doria, dopo aver battute tante ragioni e fatiche, se ne lavò le mani, e si ritirò lungi da Genova. Nè miglior fortuna ebbe l'eloquenza del padre Visetti. E perchè il generale austriaco andava prendendo tempo alle risoluzioni, spendendo intanto speranze e buone parole, pretese il popolo genovese ciò fatto ad arte, tanto che arrivassero al suo campo le truppe richiamate dalle due riviere. Tutto questo accresceva l'impazienza e i moti dei Genovesi, per tentare colla forza la sospirata liberazione. Frequenti furono in tutti que' dì le pioggie; pure nulla poteva ritenerli dal fare ogni opportuno preparamento per quell'impresa; nè loro mancò qualche sperto ingegnere che suggerì i mezzi più adattati al bisogno. Si videro a folla uomini, donne, ragazzi, e massimamente i facchini, tutti a gara portare chi fascine, chi palle, chi polve da fuoco e granate, chi formar palizzate e gabbioni, e chi colle sole braccia strascinar per istrade sommamente erte cannoni, mortai e bombe. Ne trassero fino alle alture di _Prea_, o sia _Pietra minuta_: il che parrebbe inverisimile, mirando quel sito. Parimente postò il popolo varie altre batterie di cannoni in siti che dominavano San Benigno, in strada Balbi, all'arsenale e altrove, dove maggiormente conveniva per offendere i nemici. Non mancavano armi, palle e polve ad alcuno. Mal digeriva il popolo le dilazioni che andava prendendo il generale suddetto, e tanto più perchè già si sentivano giunti in Bisagno circa settecento Tedeschi, ed esserne assai più in moto. Gli fu dunque dato un termine perentorio sino alle ore 16 del di 10 di dicembre. 0 sia che in quello spazio di tempo non venisse risposta, o che venisse quale non si voleva; o sia, come pretesero altri, che l'impaziente popolo la rompesse prima di quell'ora: certo è, ch'esso diede all'armi, da che si udì sonar campana a martello nella cattedrale di San Lorenzo, il cui esempio da tutte l'altre campane della città fu immediatamente imitato. In concordi altissime voci fu intonato il grido di battaglia, cioè _viva Maria_, il cui santo nome ispirava coraggio nei petti di ognuno. Cominciarono con gran fracasso le artiglierie a giocare contro la commenda di San Giovanni, ed atterrato quel campanile con altre rovine, fu obbligato quel presidio tedesco a rendersi prigioniere. La batteria superiore di Prea-minuta bersagliava le porte e l'altura de' Filippini, scagliando anche bombe e granate sulla piazza del principe Doria fuori della città dove erano schierate alcune centinaia di cavalleria nemica. Come stesse il cuore ai Tedeschi all'udir tante grida di quel numeroso infuriato popolo, e insieme il suono ferale di tante campane della città, di maggiore efficacia che quel dei tamburi, io nol so dire. La verità si è, che il generale marchese Botta, già credendo assai giustificata la sua risoluzione in sì brutto frangente, fece dar segno di tregua; e, cessato il fuoco, mandò pel padre Visetti a significare al governo che avrebbe ceduto le porte se gliene fosse fatta la dimanda. Accettò il governo, e fece il decreto di richiederle. Ma il popolo rispose di non voler più riconoscere per limosina ciò che non potea mancare alla propria industria e valore.

Ricominciate dunque le offese, più che mai fieramente continuarono, finchè gli Austriaci forzati abbandonarono la porta ed altri posti vicini, siccome ancora la porta di Lanterna e il posto di San Benigno. Colà, subentrati i popolari, cominciarono dal parapetto delle mura a fare un fuoco continuo sopra i nemici, e caricato a cartocci il cannone, tolto loro dinanzi, più volte Io spararono, e non mai in fallo. Andarono a poco a poco rinculando i Tedeschi dalle alture e da tutti gli occupati posti, ed uniti poi con gli altri, abbandonarono anche la piazza del principe Doria, ad altro non pensando che a ritirarsi verso la Bocchetta e Lombardia. Fu scritto, che giunti alla chiesa de' trinitarii, arrivarono loro addosso i popolari, e trovandoli disordinati e intenti a fuggire, ne fecero macello. La verità si è, che niun combattimento vi succedette. Forse non furono più di venticinque i Tedeschi uccisi, non più di dodici gli uccisi Genovesi; e a pochissimi si ridusse il numero de' feriti. Andavano gli Alemanni accompagnati da varie bombe e da molte cannonate della città; ed avendo que' della Cava ravvisato il general Botta, appuntarono contro di lui un cannone, la cui palla a canto a lui sventrò il cavallo del cavalier Castiglioni, e una scheggia di un muro percosso andò a leggiermente ferire in una guancia lo stesso generale. Ritiraronsi dunque, venuta la notte, gli Austriaci con gran fretta e disordine verso la Bocchetta: posto che prudentemente il generale suddetto avea per tempo fatto preoccupare sull'incertezza di quell'avvenimento. E buon per loro, che i Polceverini non si mossero per inseguirli o tagliar loro la strada: ne potea loro succedere gran male. Fu creduto che quella brava gente non facesse in tal congiuntura insulto ai fuggitivi, perchè ubbidiente all'ordine del governo di non prendere l'armi. Si figurarono altri che il generale austriaco regalasse il capitano della Valle, e gli facesse credere seguito un aggiustamento: il che non sembra verisimile, stante l'essere appena cessato lo strepito di tante armi e cannoni, quando si vide per quella lunga salita andarsene frettolosa la piccola armata tedesca. Eransi rifugiati più di settecento Alemanni in tre palagi di Albaro; ma quivi bloccati dai Bisagnini, ed infestati da una frequente moschetteria, e poscia da un cannone tirato da Genova, furono costretti ad arrendersi, con venire nel dì 14 di dicembre condotti prigioni alla città. Altri poi ne furono presi in San Pier d'Arena e in altri luoghi, di modo che conto si fece che più di quattro mila Austriaci rimasero nelle forze de' Genovesi, e fra loro circa cento cinquanta uffiziali. Molti dei primi, perchè non si potè mai riscattarli, vennero meno di malattie e di stento. E perciocchè quegli uffiziali sparlavano, pretendendosi non obbligati alla parola data, perchè presi da gente vile e non decorata del cingolo della milizia, e molto più perchè gli ostaggi dati dai Genovesi furono mandati nel castello di Milano: vennero in Genova trasportate ad altro monistero le monache dello Spirito Santo, e nel chiostro d'esse rinserrati e posti a far orazioni e meditazioni quegli uffiziali sotto buona guardia. Quegli Alemanni che restarono in quelle focose azioni feriti riceverono nello spedale della città ogni più caritativo trattamento.

Tale fu il fine della tragedia del dì 10 di dicembre, terminata la quale, il popolo vincitore nel dì seguente corse a San Pier d'Arena a raccogliere le spoglie della felice giornata. Vi si trovarono grossi magazzini di grano, di panni, di armi e di munizioni da guerra. Quivi ancora venne alle lor mani non lieve numero di Tedeschi feriti o malati; buona parte de' bagagli non solo dei poco dianzi fuggiti uffiziali, ma degli altri ancora che erano passati in Provenza. Furono eziandio sorprese non poche barche nel porto cariche di grano e d'ogni altra provvisione per l'armata della suddetta Provenza. Parimente in Bisagno restarono preda di quel popolo gli equipaggi d'altri Alemanni. In una parola, ascese ben alto il valore del copiosissimo bottino, ma non giù a quei tanti milioni che la fama decantò: corse anche voce che fossero presi cinque muli carichi della pecunia dianzi pagata da' Genovesi; ma questo danaro non vi fu chi lo vedesse. Per sì fortunati successi tutta era in festa la città; ma non già que' forestieri, per qualche ragione aderenti agli Austriaci, che non poteano fuggire, perchè durante questa terribil crisi non ischivarono di essere svaligiati. Fu anche messa solennemente a sacco dal popolo la posta di Milano, ultimamente piantata in quella città. Fin dentro ai monisteri delle monache andò l'avido popolo a ricercare quanto vi aveano rifugiato i Tedeschi. All'incontro, l'inviato di Francia, a cui non si farà già torto in credere che soffiasse non poco in questo fuoco, ed impiegasse anche buona somma di danaro, spedì tosto per mare due felucche a Tolone o Marsiglia, dando cento doble a cadauno de' padroni d'esse, e promettendone altre cento a chi di loro il primo arrivasse colà, per ragguagliare il _maresciallo duca di Bellisle_ di sì importante metamorfosi di cose. E se non allora, certamente poco dipoi spedì anche il governo di Genova lettere premurose al generale medesimo, e delle altre supplichevoli al re Cristianissimo, implorando soccorsi. Dopo il fatto declamarono forte i Tedeschi, perchè il loro generale non avesse tolte l'armi a quella città, non avesse occupato Belvedere e tutte le porte, ed avesse permesso ai ministri di Francia, Spagna e Napoli il continuar ivi la loro dimora. Ciò sarebbe stato contro la capitolazione; ma non importa. Così la discorrevano essi. Altri poi (e con buon fondamento) asseriscono, che se gli Austriaci avessero saputo trattar bene quel popolo, e promettergli lo sgravio di alcuni dazi e gabelle, nulla era più facile che il far proclamare l'augusta imperadrice signora di quella nobil città. Ma, acciecati dal lieve guadagno presente, nulla pensarono all'avvenire.

Con rapido volo intanto portò la fama per tutta la Riviera di Levante l'avviso della liberata città; avviso, che siccome riempiè di terrore le schiere austriache sparse in Sarzana, Chiavari, Spezia ed altri luoghi, così colmò di allegrezza quegli abitanti. La gente saggia d'essi paesi, per evitare ogni maggiore inconveniente, quella fu che amichevolmente persuase a quelle truppe di andarsene con Dio; e se ne andarono, ma col cuor palpitante, finchè giunsero di qua dall'Apennino. Loro furono somministrate vetture, e conceduto lo spazio d'otto giorni pel trasporto de' loro spedali e bagagli. Un gran dire fu per tutta Europa dell'avere i Genovesi con risoluzione sì coraggiosa spezzati i loro ceppi; ed anche chi non gli amava, li lodò. Fu poi comunemente preteso, che se il ministro austriaco con più moderazione fosse proceduto in questa contingenza, maggior gloria di clemenza sarebbe provenuta all'imperadrice regina, ed avrebbono le sue armi sfuggito questo disgustoso rovescio di fortuna. Non si potè cavar di testa agli Austriaci, e dura tuttavia, anzi durerà sempre in loro la ferma persuasione che il governo di Genova manipolasse lo scotimento del giogo, e sotto mano se l'intendesse col popolo; fingendo il contrario ne' pubblici atti. Non si può negare: molti giorni prima gran bollore appariva negli abitanti di Genova, e si tenevano varie combriccole: del che fu anche avvisata la corte di Vienna, senza che nè essa nè gli uffiziali dell'armata ne facessero alcun conto, per la soverchia idea delle proprie forze e dell'altrui debolezza. Pure altresì è vero che in una repubblica, composta di tanti nobili, ciascun de' quali ha degl'interessi ed affetti particolari, e fra' quali e il popolo non passa grande intrinsichezza, sembra che non si potesse ordire una tela di tante fila, senza che in qualche guisa ne traspirasse il concerto. Non è capace di segreto un popolo; di tutti i moti della medesima plebe il governo andò sempre ragguagliando il generale austriaco. Si sa ancora che niuno de' nobili pubblicamente s'unì col popolo, se non dopo la liberazione della città. Vero è che il governo comunicò al popolo la risposta data al generale di non poter pagare un soldo di più, e si fece correr voce di gravi soprastanti malanni; ma non per questo si mosse mai il governo contro gli Austriaci.