Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 53
Ma lasciamo oramai i Genovesi, per seguitare _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna. Nè pur egli fu pigro a prendere la fortuna pel ciuffo. Colla maggior diligenza possibile fece egli calar le sue truppe per l'aspre montagne dell'Apennino sulla riviera di Ponente, a fin di tagliare la strada, se gli veniva fatto, ai fuggitivi Franzesi; e fama corse essere mancato poco che l'infante _don Filippo_ e il _duca di Modena_ non fossero sorpresi nel viaggio. Ma la principal mira d'esso re erano Savona e il Finale, paesi dietro ai quali s'erano consumati tanti desiderii de' suoi antenati, e sui quali la real casa di Savoia manteneva antiche ragioni o pretensioni. Giunsero colà le sue milizie nel dì 8 di settembre; ed arrivò anche lo stesso re nel dì seguente a Savona, incontrato dal vescovo e dai magistrati della città, che andarono a presentargli le chiavi. Colà giunse ancora il generale Gorani, spedito con alcuni battaglioni austriaci, per darsi mano a sottomettere il castello assai forte d'essa Savona. Trovavasi alla difesa di quello un comandante di casa Adorno nobile genovese, il quale alla chiamata di rendersi diede quella risposta che conveniva ad un coraggioso e fedele uffiziale; e tanto più perchè fu fatta essa chiamata per parte del re di Sardegna. Raccontasi che egli dipoi, come se quella piazza avesse da essere il sepolcro suo, distribuì ai soldati varii effetti e danari di sua ragione, e nel testamento suo dichiarò eredi suoi le mogli e i figli di quegli uffiziali che morrebbono nella difesa: al che egli dipoi si accinse con tutto vigore. Si tardò ben molto a cominciare le ostilità contra di quel castello, perchè non poteano volare per le aspre montagne i mortai e l'artiglieria grossa che occorreva a quell'assedio. Passarono le brigate austriaco-sarde al Finale, e il forte di quella terra non si fece molto pregare a capitolar la resa, con restar prigione il presidio, e coll'avere gli uffiziali ottenuto buon trattamento per loro e per i loro equipaggi. Giunse colà nel dì 15 di settembre il re di Sardegna; allora fu che, non potendosi più ritenere l'antico abborrimento di quel popolo al giogo genovese, scoppiò in segni d'incredibil allegrezza, e con sommo applauso, ed applauso di cuore accolse il novello sovrano. Proseguì poscia esso re colle milizie il viaggio, occupando di mano in mano i posti e le terre che i Franzesi andavano abbandonando, finchè giunse a Ventimiglia, Villafranca e Montalbano, all'assedio de' quali luoghi egli fu forzato a dover fermare il piede. Dovunque passarono l'armi sue vincitrici, segni ne restarono della singolar sua moderazione e della savia sua maniera di trattare chiunque a lui si arrendeva. Non la voleva egli contra la borsa di que' popoli; esatta disciplina osservavano le sue truppe; solamente, per buona precauzione, levò l'armi al conquistato paese. Impiegò egli in quei viaggi e nella conquista della riviera di Ponente il resto di settembre e la metà d'ottobre; nè altro considerabil avvenimento si contò, se non che il generale austriaco Gorani, nel riconoscere il posto della Turbia, nel dì 12 d'esso ottobre perdè la vita; i Franzesi nel dì 18 ripassarono il Varo; il castello di Ventimiglia nel dì 23 si sottomise all'armi de' Piemontesi.
Intanto la corte di Vienna, considerando il bell'ascendente dell'armi sue in Lombardia e nel Genovesato, e già cacciati di là da' monti i nemici tutti, vagheggiava il bel regno di Napoli, come un premio dovuto al valore e alla buona fortuna dell'armi sue nell'anno presente. Niun v'era de' ministri che, ricordevole delle tante pensioni e regali procedenti una volta da quel fruttuoso paese, non inculcasse venuto ormai il tempo di riacquistar giustamente ciò che s'era sì miseramente perduto negli anni addietro; avere l'imperadrice oziosi circa dieci mila cavalli, adagiati nel Modenese, Cremonese, Mantovano ed altri luoghi. Accresciuti questi da qualche quantità di fanteria, ecco un esercito capace di conquistare tutto quel regno; trovarsi il re di Napoli privo di gente, di danaro e di maniera per resistere; col solo presentarsi colà un esercito austriaco, altro scampo non restare a quel re, che di fuggirsene in Sicilia; e che la Sicilia stessa, qualora volessero dar mano gl'Inglesi, facilmente coronerebbe il trionfo dell'armi imperiali. Forti erano e ben gustate queste ragioni; e non è da dubitare che la corte cesarea ardesse di voglia di quell'impresa; al qual fine si videro anche sboccare in Italia alcune migliaia di fanti Croati e Schiavoni, gente mal in arnese, ma forte di corpo, reggimentata, e che sa, occorrendo, ben maneggiare i fucili e sciable. Ma altri furono in que' tempi i disegni dell'Inghilterra, cioè di quella potenza che avea come dipendenti, per non dire come servi, i suoi collegati, pel bisogno che tutti aveano delle sue sterline, cioè d'un danaro onde veniva il moto principale della macchina di quell'alleanza. Da che la Francia osò, se non di attaccare, almeno di secondare il fuoco nelle viscere della Gran Bretagna colla sedizion della Scozia, in cui non si trattava di meno che di detronizzare il regnante re _Giorgio II_, lo spirito della vendetta, o sia la brama di rendere la pariglia al re Cristianissimo, fece gran breccia nella corte britannica. Fu dunque risoluto l'armamento d'una possente flotta, per portare la desolazione in qualche sito delle coste di Francia; e in oltre, giacchè più non restavano in Lombardia nemici da combattere, questo parea il tempo di portare la guerra anche dalla parte d'Italia nel cuor della Francia, acciocchè ella non si gloriasse di farla sempre in casa altrui. A questa determinazione ripugnava non poco il gabinetto imperiale tra per li noti infelici tentativi altre volte fatti o nella Provenza o nel Delfinato, e perchè si vedeva interrompere l'impresa di Napoli, dove certo si conosceva il guadagno; laddove poco o nulla v'era da sperare nella Provenza. Per lo contrario, l'Inghilterra non solo desiderava, ma comandava una tale spedizione; e per questo fine ancora mosse il re di Sardegna a contribuir buona parte della sua fanteria.
Tali nondimeno divennero le forze austriache in Italia, tali i nuovi rinforzi inviati per accrescerle, che si figurò il ministero cesareo di poter accudire all'una impresa senza pregiudizio dell'altra; nè si può negare che ben pensati erano i suoi disegni. Ma ordinaria disavventura delle leghe è l'avere ogni contraente dei particolari interessi e desiderii che non s'accomodano con quei degli altri. In Londra v'erano delle segrete intenzioni contrarie a quelle di Vienna. Si voleva far del male alla Francia, è non già alla Spagna. Sempre fitto il re d'Inghilterra nella speranza d'una pace particolare col re Cattolico, fervorosamente maneggiata dall'austriaca regina di Portogallo, e creduta anche assai verisimile, per essersi scoperte nel novello re di Spagna delle massime ben diverse da quelle del re fu suo padre: con ogni riguardo procedeva verso gli Spagnuoli, astenendosi, per quanto mai poteva, dal recar loro danno, anzi da ogni menomo loro insulto; nemico in fine di solo nome, ma non già di fatti. Però la conquista del regno di Napoli, meditata in Vienna, che avrebbe infinitamente disgustata la corona di Spagna, si trovò ascosamente attraversata dagl'Inglesi, i quali fecero valere la necessità di entrare in Provenza colle maggiori forze possibili, per non soggiacere agl'inconvenienti patiti altre volte in sì fatte spedizioni, ed essere troppo pericoloso l'indebolir cotanto l'armata di Lombardia, coll'inviarne sì gran parte in sì lontane e divise contrade; e che costerebbe troppo il mantenere in tali circostanze quell'acquisto. Queste ed altre ragioni, delle quali il gabinetto di Vienna intendeva molto bene il perchè, fecero che l'imperadrice regina forzatamente desse bando ad ogni disegno sul regno di Napoli; e intanto il re Cattolico con varii convogli per mare spedì ad esso Napoli alcune migliaia delle sue truppe, le quali ebbero sempre la fortuna di non essere vedute dagl'Inglesi, nè di incontrarsi nelle lor navi, le quali pure padroneggiavano per tutto il mare Ligustico e Toscano.
Fissata dunque la spedizione austriaco-sarda contro la Provenza, per cui tanto all'imperadrice che al re di Sardegna uno straordinario aiuto di costa in moneta fu somministrato dall'Inghilterra, esso re sardo, per disporla ed animarla come generalissimo, passò a Nizza già abbandonata dai Franzesi. Quivi ricevette egli l'avviso che s'era renduto alle sue armi Montalbano, e che poco appresso, cioè nel dì 4 di novembre, avea fatto altrettanto il castello di Villafranca. Giunse anche da lì a poche settimane la lieta nuova che la cittadella di Tortona era tornata in suo dominio nel dì 25 del mese suddetto, con aver quella guernigione spagnuola ottenuta ogni onorevol capitolazione; giacchè anche esso re in tutta questa guerra ogni maggior convenienza e rispetto osservò sempre verso la corona di Spagna. Intanto sì dalla parte di Genova che di Lombardia andavano sfilando le soldatesche destinate per l'invasione della Provenza, facendosi la massa della gente a Nizza. Scelto per comandante di quell'armata il generale _conte di Broun_, questi verso la metà di novembre giunse per mare a quella città, e cominciò a prendere le misure per effettuare il meditato disegno. Giacchè si calcolava di non trovare nè viveri nè foraggi in Provenza, l'ammiraglio inglese Medier, chiamato a consiglio, assunse il carico di condurre dai magazzini di Genova e della Sardegna il bisognevole, siccome ancora le artiglierie, attrezzi e munizioni da guerra. Sopraggiunse in questi tempi gagliarda febbre al re di Sardegna, che grande apprensione ed affanno cagionò in quell'armata, ma più in cuore dei sudditi suoi, i quali perciò con pubbliche preghiere implorarono da Dio la conservazione d'una vita sì cara. Dichiarossi poi nel dì 25 di novembre il vaiuolo, e questo di qualità non maligna, talchè, passato il convenevol tempo richiesto da sì fatta malattia, cessò ogni pericolo e timore. A cagione nondimeno della convalescenza fu conchiuso ch'esso re passerebbe il verno in quella città. Finalmente sul fine di novembre si trovò raunato l'esercito destinato ai danni della Provenza, che si fece ascendere a trentacinque mila combattenti tra fanti e cavalli, cioè due terzi di Austriaci, e l'altro di Piemontesi comandati dal tenente generale _marchese di Balbiano_; perciò s'imprese il passaggio del fiume Varo.
Credevasi di trovar quivi forte resistenza dalla parte de' Franzesi; ma non erano tali le forze di questi da poter punto frastornare i passi degli Austriaci e Savoiardi. S'erano già separate le milizie spagnuole dai Franzesi, e misteriosi parevano i loro movimenti, perchè ora sembrava che volessero prendere il cammino verso la Spagna, ed ora che pensassero a ritirarsi in Savoia. E veramente a quella volta tendevano i loro passi, quando arrivò in Tarascon al generale _marchese della Mina_ un corriere dell'ambasciatore Cattolico esistente in Parigi, da cui veniva avvertito di tener le truppe di suo comando unite con quelle di Francia, stante una nuova convenzione stabilita fra le due corone di Madrid e Versaglies. Servì un tale avviso, perchè il marchese non progredisse innanzi, per aspettare più accertati ordini dalla corte del suo sovrano. Non ascendevano dal canto loro i Franzesi a più di cinque o sei mila persone sotto il comando del _marchese di Mirepoix_ tenente generale, avendo pagato gli altri il disastroso ritorno dal Genovesato o con lunghe malattie o colla morte. Vero è che si trovarono alquanti corpi d'essi Franzesi qua e là postati al basso e all'alto del Varo, per contrastarne il passo a' nemici; due fortini ancora o ridotti teneano sulle sponde d'esso fiume; pure tra le batterie erette di qua dal fiume, che faceano buon giuoco, e pel cannone di tre vascelli e di altri legni minori inglesi che s'erano postati all'imboccatura del fiume stesso, animosamente in più colonne passarono gli Austriaco-Sardi, essendosi precipitosamente ritirati da tutti que' postamenti i Franzesi. Detto fu che solamente costasse quel passaggio ottanta persone, le quali ebbero anche la disgrazia di annegarsi. Fu dipoi formato un sodo ponte sul Varo; e volarono ordini perchè venissero le grosse artiglierie, per dar principio all'assedio d'Antibo, mira principale del _generale Broun_, che servirebbe di scala all'altro di Tolone.
Trovarono gli aggressori in que' contorni abbandonate le case, e fuggiti col loro meglio i poveri abitanti. Ma per buona ventura vi restarono le cantine piene di vino, e vino, come ognun sa, sommamente generoso di quelle colline, onde ne avrebbe quel popolo, secondo il costume, ricavato un tesoro. Giacchè altro nemico da combattere non aveano trovato i Tedeschi, gli Svizzeri ed anche gl'Italiani, sfogarono il loro valore e sdegno contra di quelle botti, e per tre giorni ognun trionfò di que' cari nemici. Era un bel vedere qua e là per terra migliaia di soldati che più non sapeano in qual parte del mondo si fossero: così ben conci erano dal tracannato liquore. Non sanno più i gran guerrieri del nostro tempo usare stratagemmi, nè studiano i libri vecchi, per impararne l'arte. Se quattro o cinque mila Franzesi, col muoversi di notte, avessero colto in quello stato i lor nemici, voglio dire quegli otri di vino, chi non vede qual brutto governo ne avrebbero potuto fare? il generale Broun per questo inaspettato accidente non sapea darsi pace, e vi rimediò come potè. Gli antichi preparavano buona cena alle truppe nemiche, per farne poi loro pagare lo scotto nella notte seguente. Tanto nulladimeno si affrettarono quei bravi bevitori a votar quelle botti, spandendo anche per le cantine il vino sopravanzato alla loro ingordigia, che ne fecero poi lunga penitenza, costretti sovente a bere acqua, per non trovare di meglio. Si stesero dipoi i loro staccamenti alle picciole città di Vences, Grasse ed altri luoghi, i vescovi delle quali città impiegarono con somma carità quanto aveano, per esentare i popoli da un duro trattamento. Trovarono un discreto nemico nel suddetto generale Broun, il quale portò poscia il suo quartiere generale sino a Cannes, sulla spiaggia del mare di là da Antibo, con bloccare quel porto, e dar principio alle ostilità contra del medesimo. Non trovando quelle soldatesche in alcun luogo opposizione alcuna, s'inoltrarono fino a Castellana, Draghignano ed altre lontane terre. Altro miglior partito non seppe trovare il re Cristianissimo, per mettere argine a questo torrente, che di ordinare la mossa di almen trenta mila combattenti delle truppe regolate esistenti in Fiandra, giacchè si conobbe insufficiente medicina a questo malore il formar de' nuovi reggimenti in Provenza. Uomini di nuova leva son per lo più soldati di nome, conigli di fatti. Un soccorso tale, che dovea far viaggio di più centinaia di miglia, per arrivare in Provenza, non frastornava punto i sonni e i passi dell'armata austriaca e savoiarda; la quale perciò nel dì 15 di dicembre giunse ad impadronirsi anche della città di Frejus, con istendere le contribuzioni per tutte quelle contrade. E perciocchè si trovò che le barche armate dell'isole di Sant'Onorato e di Santa Margherita infestavano non poco i convogli destinati pel campo di Cannes, ordinò il Broun che sopra molti legni venuti da Villafranca s'imbarcassero tre mila soldati, e facessero colà una discesa. Non indarno questa fu fatta. Capitolarono le picciole guernigioni dei due forti esistenti in quelle isole, e cederono il campo ai nuovi venuti. Molto dipoi costò ai Franzesi la ricupera di quei luoghi. Le speranze intanto di vincere il forte d'Antibo erano riposte nei grossi cannoni e mortai che si aspettavano da Genova; quando si sconcertarono tutte le misure per un inaspettato avvenimento, che sarà ben memorabile anche nei secoli avvenire.
Da che piegarono il collo i rettori di Genova sotto l'armi fortunate dell'imperadrice regina colla capitolazione che di sopra accennammo, restò quella nobil città ondeggiante fra mille tetri ed inquieti pensieri. Le apparenze erano che in quel governo durasse l'antica libertà e signoria; perchè il doge, il senato e gli altri magistrati continuavano come prima nell'esercizio delle loro funzioni ed autorità; tenevano le guardie dei lor proprii soldati (soldati nondimeno dichiarati prima prigionieri di guerra dei Tedeschi) a Belvedere e alle porte, a riserva di quelle di San Tommaso e della Lanterna cedute agli Austriaci. Gli stessi Austriaci pareva che non turbassero i fatti della città, giacchè non permetteva il Botta che alcuno de' suoi soldati entrasse in quella senza sua licenza in iscritto. Ma in fine tutta questa libertà non era diversa da quella degli uccelletti che legati per un piede si lasciano svolazzare qua e là. Se non entravano a centinaia e migliaia di Tedeschi in città a farvi da padrone, poteano ben entrarvi, qualora ne venisse loro il talento; e non pochi ancora v'entravano, con pagar poscia i viveri meno del dovere, e con vilipendere ed ingiuriare toccando forte sul vivo i poveri abitanti. Intanto di circa otto mila Tedeschi non andati in Provenza, parte acquartierata in San Pier d'Arena teneva in ceppi la città, e parte stesa per la riviera di Levante s'era impadronita di Sarzana, della Spezia e di altri luoghi in quelle parti. Nella fortezza di Gavi, ceduta da' Genovesi, comandava la guernigione austriaca; e per tutta la riviera di Ponente altro più non restava che inalberasse le bandiere della repubblica, fuorchè l'assediato castello di Savona, avendo il re di Sardegna conquistate tutte l'altre terre e città, con farsi anche giurare fedeltà dai Finalini. Ed allorchè fu per marciare l'armata in Provenza, credette ben fatto il generale Botta di occupare all'improvviso il bastione di San Benigno, guernito di gran copia di bombe e cannoni, che sovrasta alla Lanterna, e domina non men la città che il borgo di San Pier d'Arena. In tal positura di cose si scorgeva da ognuno ridotta al verde la potenza e libertà de' Genovesi. Aggiungasi il guasto de' poderi e delle case, con una man di estorsioni ed avanie, che più di uno degli uffiziali e soldati austriaci, non mai sazii di conculcare i vinti, andavano commettendo per tutti i luoghi dei loro quartieri. Nè da Vienna altra indulgenza finora avea potuto ottenere l'inviato della repubblica, se non l'esenzione che il doge e i sei senatori si portassero colà. Pretesero i Tedeschi insussistenti e vane tutte le suddette accuse. Il peggio era, che dopo avere il senato smunte le case de più ricchi, intaccato il banco di San Giorgio, e battute in moneta le argenterie de' benestanti, col giugnere in fine a pagar anche buona parte del secondo milione di genovine, animato a questo sforzo dalle molte speranze date che sarebbe condonato il resto: non istettero molto ad udirsi le richieste anche del terzo; e queste poi si andarono maggiormente inculcando, corteggiate dalle minaccie del commissario generale Cotech del saccheggio, e di ogni altro più aspro trattamento. La mirabil industria d'esso commissario avea saputo con tanta facilità, cioè con un solo tratto di penna, trovare il _lapis philosophorum_; si credeva egli che in essa penna durerebbe per sempre quella virtù. Intanto quel governo, di consenso del marchese Botta, scelse quattro cavalieri per inviarli a Vienna a rappresentar l'impotenza d'un ulterior pagamento, sperando pure migliori influssi dall'imperiale e real clemenza e protezione, in braccio a cui s'erano gittati. Ma o sia che non venisse mai dalla corte l'approvazione di tal deputazione, o che venisse in contrario: mai non si poterono ottenere dal marchese i necessarii passaporti. Se poi s'ha da credere tutto quanto concordemente asseriscono i Genovesi, giunse il conte di Cotech ad intimare, oltre al suddetto terzo milione, anche il pagamento di altre gravi somme per li quartieri del verno e quieto vivere, e ducento mila fiorini per li magazzini delle truppe genovesi dichiarate prigioniere di guerra, i quali non vi erano, ma vi dovevano essere. Allegò il governo l'impossibilità a più contribuire; e perchè succederono le minaccie, fu risposto che il Cotech prendesse quante risoluzioni volesse, ma che queste in fine non potrebbero essere che ingiuste. Non andò molto, che il generale Botta parimente richiese cannoni e mortari alla repubblica, per inviarli in Provenza; e non volendoli questa dare di buon grado, egli spedì gente a levarli dai posti per quel trasporto.