Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 52
Pareva intanto che gli Austriaco-Sardi facessero i ponti d'oro a quella gente fuggitiva, quasichè non curassero più di pungerla o di affrettarla, come era seguito a Rottofreddo, e bastasse loro di vedere sgravata dalle lor armi la Lombardia. Ma tempo vi volle per ben assicurarsi delle determinazioni de' nemici. Chiarita la ritirata d'essi alla volta di Genova, allora passato il Po, andarono il _generale Broun_ e il _principe di Carignano_ con dodici mila armati ad unirsi a San Giovanni col _generale Botta_. Mossosi poi di là da Po anche il re di Sardegna, si avanzò sino a Voghera e Rivalta; dove concorsi tutti i generali, tenuto fu consiglio di guerra, e presa la risoluzione di procedere avanti contro di Genova. Opponevasi ai loro passi primieramente Tortona e poi Gavi. Perchè nella prima era restata una gagliarda guernigione di Spagnuoli e Genovesi, e gran tempo sarebbe costato l'espugnazion di quella piazza, solamente si pensò a strignerla con un blocco. A questa impresa furono destinati alquanti battaglioni, la metà austriaci e la metà savoiardi, che si postarono sulla collina contro la cittadella; al piano si stese un corpo di cavalleria. E perciocchè il più della lor gente a cavallo non occorreva per quell'impresa, e molto meno per la meditata di Genova, fu inviata a prendere riposo nel Cremonese, Modenese e Guastallese. Nel 19 d'agosto arrivò la vanguardia tedesca col generale Broun a Novi, bella terra del Genovesato, ma terra troppo bersagliata nelle congiunture presenti e sottoposta di nuovo ad una contribuzione più rigorosa delle precedenti. Il castello di Serravalle assalito dagli Austriaco-Sardi, e perseguitato con due mortari a bombe, non tenne forte che una giornata, e tornò all'ubbidienza del re di Sardegna. Fattesi poi le necessarie disposizioni, si prepararono gli Austriaci per inoltrarsi verso Genova, e nello stesso tempo il suddetto re colla maggior parte delle sue forze s'inviò verso le valli di Bormida ed Orba, per penetrare nella riviera genovese di Ponente verso Savona e Finale, a fine d'incomodar la ritirata de' nemici. Incredibil numero di cavalli perderono gli Spagnuoli nella precipitosa loro marcia per quelle strade piene di passi stretti, balze e dirupi. Tuttochè Gavi, vecchia fortezza, fosse mal provveduta di fortificazioni esteriori, però teneva tal presidio e treno d'artiglieria, che poteva incomodar di troppo i passaggi degli Austriaci, e la lor comunicazione colla Lombardia; fu perciò incaricato il _generale Piccolomini_ di formarne l'assedio; al qual fine da Alessandria furono spediti cannoni e bombe. Intanto verso il fine d'agosto s'inoltrò il grosso dell'armata austriaca per Voltaggio alla volta della Bocchetta, passo fortificato dai Genovesi, e guernito di alquante compagnie d'essi e di Franzesi. Dopo aver fatto i due generali Botta e Broun prendere le superiori eminenze del giogo, inviarono all'assalto di quel sito tre diversi staccamenti di granatieri e fanti; e, se si ha da prestar fede alle relazioni loro, col sacrifizio di soli trecento de' loro uomini forzarono i Genovesi a prendere la fuga coll'abbandono de' cannoni e munizioni che quivi si trovarono. Pretesero all'incontro i Genovesi di avere sostenuto con vigore, e renduto vano il primo assalto degli Austriaci, e si preparavano a far più lunga resistenza, quando furono all'improvviso richiamati dal loro generale i Franzesi. Non avea mancato in questi tempi il _maresciallo di Maillebois_ d'incoraggire il governo di Genova, con fargli sapere l'assistenza delle truppe di suo comando, ed una risoluzione diversa da quella degli Spagnuoli, che tutti in fine erano marciati verso ponente. Ma non durò gran tempo la sua promessa, perchè, vago anch'egli di mettere in salvo sè stesso e tutta la sua gente, la fece sfilare verso la Francia, lasciando in grave costernazione l'abbandonata infelice città di Genova. Il tempo fece dipoi conoscere che dalla corte di Versaglies non dovette essere approvata la di lui condotta, perchè, richiamato a Parigi, fu posto a sedere, e dato il comando di quella molto sminuita armata al duca di Bellisle. Se crediamo a' Genovesi il loro comandante rimasto alla Bocchetta dopo l'abbandonamento de' Franzesi scrisse tosto al governo, per ricevere ordini più precisi, esibendosi di poter sostenere quel posto anche per qualche giorno. L'ordine che venne, fu ch'egli si ritirasse colla sua gente; laonde non durarono poi gli Austriaci ulteriore fatica per impadronirsene, con inseguir anche e pizzicare i fuggitivi Genovesi. Liberata da questo ostacolo l'oste austriaca, non trovò più remora a' suoi passi, e potè francamente calare buona parte d'essa sino a San Pier d'Arena a bandiere spiegate, dove nel dì 4 di settembre si vide piantato il suo quartier generale.
Se battesse il cuore ai cittadini di Genova al trovarsi in così pericoloso emergente, ben facile e giusto è l'immaginarlo. Fin quando si vide l'esercito gallispano muovere i passi dalla Lombardia verso la loro città, ben s'era avveduto quel senato della brutta piega che prendevano i proprii interessi; e però furono i saggi d'avviso che si spedissero tosto quattro nobili alle corti di Vienna, Parigi Madrid e Londra, per quivi cercar le maniere di schivar qualche temuto anzi preveduto naufragio. Ma guai a quegl'infermi che, presi da micidial parosismo, aspettano la lor salute da' medici troppo lontani! Il perchè, peggiorando sempre più i loro affari, que' savii signori, già convinti d'essere abbandonati da ognuno, ed esposti ai più gravi pericoli, altra migliore risoluzione in così terribil improvvisata non seppero prendere, che di trattare d'accordo coi generali della regnante imperadrice. Non mancavano certamente, se alle apparenze si bada, forze a quel senato per difendere la città guernita di buone mura, anzi di doppie mura, di copiosa artiglieria e di grossi magazzini di grano, ed altri beni quivi lasciati dagli Spagnuoli, e con presidio di non poche migliaia di truppe regolate. Nè già avea lasciato in quella strettezza di tempo il governo di distribuir le guardie e milizie dovunque occorreva, e di disporre le artiglierie ne' siti più proprii per la difesa della città. Contuttociò battuti dalla parte di terra da' Tedeschi, angustiati per mare dalle navi inglesi, e perduta la speranza d'ogni soccorso, che altro potevano aspettar in fine, se non lo smantellamento delle lor suntuose case e delizie di campagna, ed anche la propria rovina e schiavitù? Nè pur sapeano essi ciò che si potessero promettere del numeroso bensì e vivace popolo di quella capitale, perchè popolo già mal contento, per essergli mancato il guadagno, e cresciuto lo stento, mentre da tanto tempo, sì dalla banda della Lombardia, che da quella del mare, veniva difficoltato il trasporto della legna, carbone, carni e varii altri commestibili; e forse popolo che declamava contro l'impegno di guerra preso dal consiglio di alcuni più prepotenti de' nobili. Aggiungasi che fra la dominante nobiltà ed esso popolo passava bensì in tempo di quiete la corrispondenza convenevole dell'ubbidienza e del comando, ma non già assai commercio di amore, stante l'altura con cui trattavano que' signori il minuto popolo, già degradato dagli antichi onori e privilegii; talmente che non si potea sperare che alcun d'essi volesse sacrificar le proprie vite per mantenere in trono tanti principi, che sembravano non curar molto di farsi amare da' loro sudditi. E se i nemici fossero giunti a salutar la città colle bombe, potea la poca armonia degli animi far nascere disegni e desiderii di novità in quella gran popolazione. Finalmente si trovava la città sì sprovveduta di farine, che la fame fra pochi dì avrebbe sconcertate tutte le misure. Saggiamente perciò da quel consiglio fu preso lo spediente di non resistere, e di comperar più tosto coi meno svantaggiosi patti che fosse possibile la riconciliazione coll'imperadrice e coi suoi alleati, che di azzardarsi ad un giuoco in cui poteano perdere tutto.
Eransi già accampate le truppe austriache alle spiaggie del mare, vagheggiando i movimenti di quello dai più d'essi non prima veduto elemento. Spezialmente sull'asciutte sponde della Polcevera non pochi reggimenti d'essi s'erano adagiati; nè sarebbe mai passato per mente a que' buoni Alemanni che quel picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un terribil gigante. Ma nel dì 6 del suddetto settembre ecco alzarsi per aria un fiero temporale gravido di fulmini con impetuoso vento e pioggia dirotta, per cui scese sì gonfia di acque ed orgogliosa essa Polcevera, che trascinò in mare circa secento persone tra soldati, famigli ed anche alcuni uffiziali, assaissimi cavalli, muli e bagagli. Guai se questo accidente arrivava di notte, la terza parte dell'armata periva. Nel giorno stesso dei 4 in cui parte dell'esercito austriaco cominciò a giugnere a San Pier d'Arena, furono deputati dal consiglio di Genova alcuni senatori che andassero a riverire il _generale Broun_, condottiere di quel corpo di gente. Introdotti alla sua udienza, rappresentarono la somma venerazione della repubblica verso l'augusta imperadrice, mantenuta anche in questi ultimi tempi, nei quali aveano protestato e tuttavia protestavano di non aver guerra contro della maestà sua; e che essendo le di lei milizie entrate nel dominio della repubblica, il governo inviava ad offrire tutti i più sicuri attestati di amicizia ai di lei ministri, mettendosi intanto sotto la protezione e in braccio alla clemenza della cesarea reale maestà sua. Intendeva molto bene il Broun la lingua italiana; ma non arrivò mai a capire ciò che volesse dire quella protesta di non aver fatta guerra contro l'augusta sua sovrana. Pure, senza fermarsi in questo, rispose ai deputati, che stante la lor premura di godere della cesarea clemenza e protezione, e di non provare i disordini che potrebbe produrre l'avvicinamento dell'armi imperiali, egli manderebbe le guardie alle porte della città, affinchè si prevenisse ogni molestia e sconcerto nel di dentro e al di fuori d'essa. E perciocchè risposero i deputati, che a ciò ostavano le leggi fondamentali dello Stato, il generale alterato replicò loro, che non sapeva di leggi e di statuti, con altre parole brusche, colle quali li licenziò. Arrivato poi nel giorno appresso il _marchese Botta Adorno_, primario generale e comandante dell'esercito austriaco, si portarono a riverirlo i deputati. In lui si trovò più cortesia di parole, ma insieme ugual premura che fruttasse alla maestà dell'imperadrice la fortuna presente delle sue armi. Proposero di nuovo que' senatori la risoluzione della repubblica di mettersi sotto la protezione d'essa imperadrice, a cui darebbono gli attestati della più riverente amicizia, con ritirar da Tortona le loro genti; con far cessare le ostilità del presidio di Gavi; con rimettere tutti i prigionieri, ed anche i disertori, implorando nondimeno grazia per essi; col congedar le milizie del paese, e quelle eziandio di fortuna, ritenendo solamente le consuete per guardia della città, e con esibirsi di somministrare tutto quanto fosse in lor potere per comodo e servigio dell'armi austriache, rimettendosi in una totale neutralità per l'avvenire. Le risposte del generale Botta furono, che darebbe gli ordini, affinchè l'esercito cesareo reale desistesse da ogni ostilità, ed osservasse un'esatta disciplina; ma essere necessaria una promessa nella repubblica di stare agli ordini dell'augustissima imperadrice, dalla cui clemenza per altro si poteva sperare un buon trattamento: e che, per sicurezza della lor fede, conveniva dargli in mano una porta della città; e che intanto si lascierebbe intatta l'autorità del governo, la libertà e quiete della città. Portate al consiglio queste proposizioni, furono accettate, e si consegnò al generale Botta la porta di San Tommaso, sebben poscia egli pretese e volle anche l'altra della Lanterna.
Nel giorno seguente 6 di settembre portossi personalmente esso marchese in città per formare una capitolazion provvisionale, la quale sarebbe poi rimessa all'arbitrio della maestà dell'imperadrice. Ne furono ben gravose le condizioni; ma giacchè il riccio era entrato in tana, convenne ricevere le leggi da chi le dava non come contrattante, ma come vincitore; e furono: Che si consegnassero le porte della città alle soldatesche dell'imperadrice regina: il che non ebbe poi effetto, essendosi, come si può credere, tacitamente convenute le parti che bastassero le due sole già consegnate. Che le truppe regolate, o sia di fortuna, della repubblica s'intendessero prigioniere di guerra. Che l'armi tutte della città, e le munizioni da bocca e da guerra destinate per le milizie, si consegnassero agli uffiziali di sua maestà. Che lo stesso si intendeva di tutti i bagagli ed effetti delle truppe gallispane e napoletane, e delle loro persone ancora. Che il presidio e fortezza di Gavi, se non era per anche renduta, si rendesse tosto all'armi di essa imperadrice. Che il doge e sei primarii senatori nel termine di un mese fossero tenuti di passare alla corte di Vienna, per chiedere perdono dell'errore passato, e per implorare la cesarea clemenza. Che gli uffiziali e soldati d'essa imperadrice e de' suoi alleati si mettessero in libertà. Che subito si pagherebbe la somma di cinquanta mila genovine all'esercito imperiale, a titolo di rinfresco, e per ottenere il quieto vivere: del resto poi delle contribuzioni dovea intendersi la repubblica col generale _conte di Cotech_, autorizzato per tale incumbenza. Che quattro senatori intanto passerebbero per ostaggi di tal convenzione a Milano. Finalmente che questo accordo non sortirebbe il suo effetto, finchè non venisse ratificato dalla corte di Vienna. Tralascio altri meno importanti articoli. Non si sa che avesse effetto la consegna dell'armi e munizioni da guerra della città; ma sibbene alle mani dei ministri austriaci pervennero tutti i magazzini (erano ben molti) spettanti a' Gallispani; con che quell'esercito, poco prima bisognoso di tutto, si vide provveduto di tutto; e col ritorno dei disertori, ai quali fu accordato il perdono, venne aumentato di due mila persone. Non si tardò a sborsare le cinquanta mila genovine, il ripartimento delle quali fra gli uffiziali e soldati ebbe l'attestato delle pubbliche gazzette. Bisogno più non vi fu di trattare e disputare intorno al resto delle contribuzioni; perciocchè il suddetto conte di Cotech, commissario generale austriaco, il quale ne sapea più di Bartolo e Baldo nel suo mestiere, inviò al _doge Brignole_ e senato di Genova una intimazione scritta di buon inchiostro. In essa esponeva, che essendosi la repubblica di Genova impegnata in una guerra manifestamente ingiusta contro la maestà dell'imperadrice regina e de' suoi collegati, ed aperto il varco a' suoi nemici per invadere gli Stati d'essa imperadrice e del re di Sardegna; giusta cosa sarebbe stata l'esigere da essa il rifacimento di tante spese e danni sofferti che ascendevano a somme inestimabili. Ma che avendo essa repubblica riconosciuto la mano dell'onnipotente, che l'avea fatta soccombere sotto l'armi giuste e trionfanti della maestà sua cesarea e reale; ed essendosi volontariamente offerta di soggiacere agli aggravii che le si doveano imporre: perciò esso conte di Cotech perentoriamente le facea intendere di dover pagare alla cassa militare austriaca la somma di _tre milioni di genovine_ (cioè _nove milioni di fiorini_) in tanti scudi di argento, e in tre pagamenti: cioè un milione dentro quarantott'ore; un altro nello spazio di otto giorni; e il terzo nel termine di quindici giorni: sotto pena di ferro, fuoco e saccheggio, non soddisfacendo nei termini sopra intimati. Questa fu l'interpretazione che diede il ministro alla clemenza dell'imperatrice regina, a cui s'era rimessa quella repubblica.
Aveano gl'infelici Genovesi il coltello alla gola; inutile fu il reclamare; necessario l'ubbidire. Concorsero dunque le famiglie più benestanti al pubblico bisogno coll'inviare alla zecca le loro argenterie; si trasse danaro contante da altri; convenne anche ricorrere al banco di San Giorgio, depositario del danaro non solo de' Genovesi, ma di molte altre nazioni; tanto che nel termine di cinque giorni fu pagato il primo milione. Più tempo vi volle per isborsare il secondo, non potendo la zecca battere se non partitamente sì gran copia d'argento. Con parte di quel danaro furono non solamente soddisfatti di molti mesi trascorsi gli uffiziali austriaci, ma anche riconosciuto dalla generosità dell'augusta sovrana con proporzionato regalo il buon servigio de' suoi uffiziali. Parte d'esso tesoro fu condotto a Milano da riporsi in quel castello. A conto ancora del pagamento suddetto andò la restituzion delle gioie e di altri arredi della casa de Medici, impegnati in Genova dal regnante Augusto. Nè si dee tacere che videsi ancor qui una delle umane vicende. Tanta cura degl'industriosi Genovesi per raunar ricchezze andò a finire in una sì trabocchevol tassa di contribuzioni, la quale, tuttochè imposta ad una città cotanto diviziosa, pure a molti può fare ribrezzo. Non sarebbe ad una città povera toccato un così indiscreto salasso. E vie più dovette riuscire sensibile a quella nobil repubblica, perchè accaduto dappoichè appena ella s'era rimessa dalla lunga febbre maligna della Corsica, in cui non oso dire quanti milioni essi dicono di avere impiegato, ma che certamente si può credere costata a lei un'immensità di danaro. Fama corse che il re di Sardegna si lagnasse, perchè nè pure una parola si fosse fatta di lui nella capitolazione, e nè pure si fosse pensato a lui nell'imposta di tanto danaro e nella occupazione di tanti magazzini. Pari doglianza fu detto che facesse l'ammiraglio inglese.
Ciò che in sì improvvisa e deplorabil rivoluzione dicessero, almen sotto voce, gli afflitti e battuti Genovesi, non è giunto a mia notizia. Quel che è certo, entro e fuori d'Italia accompagnata fu la loro disavventura dal compatimento universale, e fino da chi dianzi non avea buon cuore per essi. Però dappertutto si scatenarono voci non men contra degli Spagnuoli che dei Franzesi, detestando i primi, perchè principalmente da lor venne il precipizio de' Genovesi; e gli altri, perchè mai non comparvero in Italia nell'anno presente quelle tante lor truppe che si spacciavano in moto sulle gazzette, e che avrebbero potuto esentare da sì gran tracollo gl'interessi proprii e quei de' loro collegati. Aggiugnevano i politici, che quand'anche il novello re di Spagna avesse preso idee diverse da quelle del padre, richiedeva nondimeno l'onor della corona che non si sacrificassero sì obbrobriosamente gli amici ed alleati; e in ogni caso poteva almeno e doveva il comune esercito procacciare, per mezzo di qualche capitolazione, condizioni men dure e dannose a chi avea da restare in abbandono. Finalmente diceano doversi incidere in marmo questo nuovo esempio, giacchè s'erano dimenticati i vecchi, per ricordo a' minori potentati del grave pericolo a cui si espongono in collegarsi co' maggiori; perchè facile è il trovar monarchi tanto applicati al proprio interesse, che fanno servir gli amici inferiori al loro vantaggio, con abbandonarli anche alla mala ventura, per risparmiare a sè stessi l'incomodo di sostenerli. Chi più si figurava di sapere gli arcani dei gabinetti, spacciò che fra la Spagna, Inghilterra e Vienna era già conchiuso un segreto accordo, per cui la Spagna dovea richiamar d'Italia le sue truppe; e gli Inglesi lasciar passare a Napoli dieci mila Spagnuoli; e l'imperadrice regina fermare a' confini del Tortonese i passi delle sue truppe: avere i primi soddisfatto all'impegno, ed aver mancato alla sua parte l'austriaca armata. Di qua poi essere avvenuto che la Spagna irritata poscia di nuovo s'unì colla Francia. Tutti sogni di gente sfaccendata. Nè pur tempo vi era stato per sì fatto maneggio e preteso accordo; e certo l'imperadrice regina, principessa generosa e d'animo virile, non era capace di obliar la propria dignità con tradire non solo gli Spagnuoli, ma anche i mediatori Inglesi, cioè i migliori de' suoi collegati. La comune credenza pertanto fu, che la Francia non pensò all'abbandono de' Genovesi; e se il suo maresciallo si lasciò trascinare dall'esempio degli Spagnuoli, non fu questo approvato dal re Cristianissimo. Quanto poscia alla corte del re Cattolico, si tenne per fermo, che sui principii cotanto prevalesse il partito contrario alla vedova _regina Elisabetta_, che si giugnesse a quella precipitosa risoluzione a cui da lì a non molto succedette il pentimento, essendo riuscito al gabinetto di Francia di tener saldo nella lega il re novello di Spagna, ma dopo essere cotanto peggiorati in Italia i loro affari, e con dover tornare all'abici, qualora intendessero di calar un'altra volta in Italia. Per conto poi de' Genovesi poco servì a minorare i loro danni ed affanni l'altrui compatimento, e il cangiamento di massime nella corte del re di Spagna. Contuttociò dicevano essi di trovar qualche consolazione in pensando, che ognuno potea scorgere, non essere le loro disavventure una conseguenza di qualche loro ambizioso disegno, ma una necessità di difesa; nè potersi chiamar poco saggio il loro consiglio per l'aderenza presa con due corone potentissime, le quali sole poteano preservarli dai minacciati danni: giacchè a nulla aveano servito i tanti loro ricorsi e richiami alle corti di Vienna, Inghilterra ed Olanda.