Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 51
Non si potè mettere in dubbio che la vittoria restasse agli Austriaci, e fossero giustamente cantati i loro _Te Deum_. Imperciocchè, oltre all'esser eglino rimasti padroni del campo, guadagnarono qualche pezzo di cannone, e più di venti fra bandiere e stendardi, e una gravissima percossa diedero alla nemica armata. Fu creduto che intorno a cinque mila fossero i morti dalla parte de' Gallispani, più di due mila i prigionieri sani, e almeno due mila i feriti, che rimasti sul campo furono anch'essi presi per prigioni, e rilasciati poscia ai nemici uffiziali. Pretesero altri di gran lunga maggiore la loro perdita. Spezialmente delle guardie vallone e di Spagna, e di due reggimenti franzesi, pochi restarono in vita. Chi ancora dal canto di essi volle disertare, seppe di questa occasione ben prevalersi, e furono assaissimi. Quanto agli Austriaci, si sa che alcuni loro reggimenti rimasero come disfatti; ma le relazioni d'essi appena fecero ascendere il numero de' lor morti, feriti e prigionieri a quattro mila persone. Sparsero voce all'incontro gli Spagnuoli di aver fatto prigioni in tale occasione più di mille e cinquecento nemici. Se ne può dubitare. Certo è che i Franzesi si dolsero degli Spagnuoli, ma questi ancora molto più si lamentarono de' Franzesi, rovesciando gli uni su gli altri la colpa della male riuscita impresa. Il più sicuro indizio nondimeno degli esiti delle battaglie, e de' guadagni e delle perdite, si suol prendere dai susseguenti fatti. Certo è che i Gallispani, benchè tanto indeboliti, pure o per necessità, o per far credere che un lieve incomodo avessero sofferto nella pugna suddetta, più vigorosi che mai si fecero conoscere poco dipoi. Cioè quasichè nulla temessero, anzi sprezzassero il campo nemico assediatore di Piacenza, da che ebbero lasciato un sufficiente corpo di gente alla difesa delle loro straordinarie fortificazioni, con più di dieci mila combattenti passato sui loro ponti il Po, si stesero a Codogno, San Colombano ed altri luoghi del Lodigiano. Un corpo ancora di Franzesi passò il Lambro, per raccogliere foraggi dal Pavese. Trovossi allora la città di Lodi in gravissimi affanni, perchè, entrativi gli Spagnuoli, richiesero a quel popolo quindici mila sacchi di grano, altrettanti di avena o segala, e sei mila di farina, e tutto nel termine di due giorni. Colà eziandio comparvero più di tre mila muli per caricar tanto grano, e condurlo al loro quartier generale di Fombio e a Piacenza: città divenuta in questi tempi un teatro di miserie. Piene erano tutte le case di feriti; per le strade abbondavano le braccia e gambe tagliate, e i cadaveri de' morti; gran fetore dappertutto; e intanto il povero popolo faceva le crocette per la scarsezza de' viveri. Buona parte de' religiosi non potendo reggere in tali angustie, e non pochi ancora dei nobili si ritirarono chi a Milano, chi a Crema, ed altri luoghi. Chiunque non potè di meno, rimase esposto a molti involontarii digiuni. Nelle precedenti guerre aveano le città di Piacenza e Parma goduto di molte esenzioni e privilegii: ecco che secondo le umane vicende sopra di loro piovvero a dismisura i disastri, ma più senza comparazione sulla prima che sulla seconda. Fra Piacenza e Genova era in questi tempi interrotta ogni comunicazione, attesa la permanenza delle soldatesche piemontesi in Novi.
Ancorchè non desistessero gli Austriaci di tenersi forti e copiosi nei loro trincieramenti sotto Piacenza, minacciando scalate ed altri tentativi, pure il teatro della guerra parea trasportato di là da Po sul Lodigiano sino al Lambro e all'Adda. Quivi gli Spagnuoli dall'un canto e i Franzesi dall'altro faceano alla lunga e alla larga da padroni coll'esterminio di quei poveri contadini ed abitanti, ai quali nulla si lasciava di quello che serviva al bisogno del campo e alla particolare avidità d'ogni soldato. Giugnevano i loro distaccamenti a Marignano, e fino in vicinanza di Milano e Pavia, mettendo quel paese tutto in contribuzione. Gran suggezione ancora recavano al forte della Ghiara, anzi allo stesso Pizzighettone; giacchè aveano gittato un ponte sull'Adda, e ricavavano da Crema co' loro danari molte provvisioni, delle quali abbisognavano. Per ovviare a questi andamenti degli Spagnuoli, furono spediti grossi rinforzi di gente al generale Roth comandante in Pizzighettone, e si accrebbero le guernigioni di Cremona e Guastalla. E perciocchè si prevedeva che, a lungo andare, non avrebbero potuto sussistere i Gallispani in quel ristretto territorio, senza più potere ricevere nè genti, nè munizioni da guerra da Genova; corse sospetto che i medesimi potessero tentare di mettersi in salvo col passare o di qua o di là dell'Adda verso il Cremonese e Mantovano. Ma queste erano voci del solo volgo. Intanto il _re di Sardegna_, seriamente pensando ai mezzi più pronti per procedere contro i Gallispani, venne col nerbo maggiore delle sue forze verso la metà di luglio alla Trebbia, e fece con tal diligenza gittare un ponte sul Po a Parpaneso, e passare di là il generale _conte di Sculemburgo_ con assai milizie, che si potè assicurarne la testa, ed essere in istato di ripulsare i nemici, se fossero venuti per impedirlo, siccome seguì, ma senza alcun profitto. Ciò eseguito, nel dì 16 di luglio gli Austriaci accampati sotto Piacenza, dopo aver fatto spianare i loro ridotti e batterie, e messe in viaggio tutte le artiglierie, munizioni e bagagli, levarono il campo, e s'inviarono alla volta della Trebbia, abbandonando in fine i contorni della misera città di Piacenza. Prima di mettersi in viaggio, minarono il seminario di San Lazzaro, per farlo saltare in aria; non ne seguì già il rovesciamento da essi preteso: tuttavia qualche parte ne rovinò, e se ne risentirono tutte le muraglie maestre, riducendosi quel grande edifizio ad uno stato compassionevole, benchè non incurabile. Fermossi l'oste austriaca alla Trebbia, e i generali _marchese Botta Adorno_, _conte Broun_ e di _Linden_, colla uffizialità maggiore si portarono ad inchinare il re di Sardegna, il quale assunse il comando supremo di tutta l'armata. Tennesi poi fra loro un consiglio generale di guerra, a fine di determinar le ulteriori operazioni della presente campagna. Per l'allontanamento de' Tedeschi ognun crederebbe che si slargasse di molto il cuore agl'infelici Piacentini dopo tanti patimenti sofferti in così lungo assedio. Ma appena poterono eglino passeggiar liberamente per li contorni, che videro un orrido spettacolo di miserie, nè trovarono se non motivi di pianto. Per più miglia all'intorno quelle case che non erano diroccate affatto, minacciavano almeno rovina; erano fuggiti i più de' contadini; perite le bestie; si scorgeva immensa la strage degli alberi. E come vivere da lì innanzi, essendo in buona parte mancato il raccolto presente, e tolta la speranza di ricavarne nell'anno appresso, non restando maniera di coltivar le terre? Molto oro, non si può negare, sparsero gli Spagnuoli per le botteghe di quella città, per provvedersi massimamente di panni e drapperie; ma il resto del popolo languiva per la povertà e penuria de' grani. Per sopraccarico venuti i Franzesi, nè potendo ottenere dagli Spagnuoli frumento o farine, richiesero, sotto pena della vita, nota fedele di quanto se ne trovava presso dei cittadini; e ne vollero la metà per loro. Non andarono esenti dalla militar perquisizione nè pure i monisteri delle monache.
In questa positura erano gli affari della guerra in Lombardia, quando eccoti portata da corrieri la nuova d'una peripezia che ognun conobbe d'incredibile importanza per la Francia, e per chiunque avea sposato il di lei partito. Il Cattolico monarca delle Spagne _Filippo V_ godeva al certo buona salute; ma per la mente troppo affaticata in addietro era divenuto, per così dire, una pura macchina. Assisteva a' consigli, ma più per testimonio che per direttore delle risoluzioni. Queste dipendevano dal senno de' suoi ministri, e più dai voleri della regina consorte _Elisabetta Farnese_, i cui principali pensieri tendevano sempre all'esaltazione de' proprii figli. Da molti anni in qua usava il re di fare di notte giorno, costume preso allorchè soggiornò in Siviglia. Nel dopo pranzo adunque del dì 9 di luglio, quando stava per levarsi di letto, fu sorpreso da un mortale deliquio, alcuni dissero di apoplessia, ed altri di rottura di vasi, che in sette minuti il privò di vita. Mancò egli fra le braccia della real consorte in età di anni sessantadue, sei mesi e giorni venti, essendo inutilmente accorsi i medici e il confessore. Morto ancora il trovarono i reali infanti. Lasciò questo monarca fama di valore, per avere ne' tanti sconcerti passati del regno suo intrepidamente assistito in persona alle militari imprese; maggiore nondimeno fu il concetto che restò dell'incomparabile sua pietà e religione, in ogni tempo conservata, con pari tenore di vita, talmente che fu creduto esente da qualunque menoma colpa di piena riflessione. Tanto nondimeno i suoi popoli che i suoi avversarii notarono in lui _peccata Caesaris_, per le tante guerre non necessarie che impoverirono i suoi sudditi con arricchir gli stranieri, e per la poca fermezza ne' suoi trattati. Ma son soggetti anche i buoni regnanti alla disavventura di aver ministri che sanno dar colore di giustizia ai consigli dell'ambizione, e far credere la ragione di Stato una legge superiore a quella del Vangelo. A così glorioso regnante succedette il real principe d'Asturias _don Ferdinando_, figlio del primo letto, nato nell'anno 1713 a dì 23 di settembre da _Maria Luisa Gabriella di Savoia_. Avea questo nuovo monarca fin l'anno 1729 sposata l'infante _donna Maria Maddalena di Portogallo_; e per quanto appariva agli occhi degli uomini, gareggiava col padre, se non anche andava innanzi, nella pietà e religione. Gran saggio diede egli immediatamente dell'animo suo eroico, col confermare tutte le cariche (anche mutabili) conferite dal re suo genitore, e fin quelle di chi avea poco curata, anzi disprezzata, la di lui persona in qualità di principe ereditario. Vie più ancora si diede a conoscere l'insigne generosità del suo cuore pel gran rispetto e per le finezze ch'egli usò verso la regina sua matrigna, approvando per allora tutti i lasciti a lei fatti dal re defunto, e non volendo ch'ella si ritirasse in altra città, ma soggiornasse in Madrid; al qual fine la provvide per lei e pel _cardinale infante_ di due magnifici palagi uniti, e di tutti i convenevoli arredi del lutto. Osservossi eziandio in lui (cosa ben rara) un tenero amore verso de' suoi reali fratelli, e massimamente verso dell'infante _don Carlo_ re delle Due Sicilie. Per conto poi d'essa real matrigna, e per varii assegnamenti fatti dal re defunto, si presero col tempo delle alquanto diverse risoluzioni.
Arrivata la nuova di questo inaspettato avvenimento in Italia e in tutti i gabinetti d'Europa, svegliò la gioia in alcuni, il timore in altri, riflettendo ciascuno che poteano provenire mutazioni di massime, essendo sopra tutto insorta opinione che questo principe, perchè nato in Ispagna, tuttochè della real casa di Borbone, sarebbe re spagnuolo, e non più franzese; e che la Spagna uscirebbe di minorità e tutela, quasichè in addietro nel gabinetto di Madrid dominasse al pari che in quello di Versaglies, la corte di Francia. Non passò certamente gran tempo che gl'Inglesi, con rivolgersi al re di Portogallo, per mezzo suo cominciarono a far gustare al nuovo re proposizioni di concordia e pace. Men diligenti non furono al certo i Franzesi a mettere in ordine le batterie della loro eloquenza, per contenerlo nella già contratta alleanza: con qual esito, si andò poi a poco a poco scoprendo. Ma in questi tempi un altro impensato accidente riempiè di duolo la corte di Francia. Si era già sgravata col parto d'una principessa la moglie del delfino di Francia _Maria Teresa_, sorella del nuovo monarca spagnuolo; quando sopraggiunta una febbre micidiale, nel termine di tre giorni troncò lo stame del di lei vivere nel dì 23 di luglio in età di poco più di vent'anni. Andava intanto il re di Sardegna insieme co' generali tedeschi meditando qualche efficace ripiego, per costringere i Gallispani ad abbandonare la città e l'afflitto territorio di Lodi. Fu perciò ordinato al generale conte di Broun di passare il Po a Parpaneso con un grosso corpo d'armati, e di occupare la riva di là del Lambro. Sul principio d'agosto anche lo stesso re sardo colle maggiori sue forze passò colà a fine di ristrignere gli Spagnuoli non men da quella parte che da quella di Pizzighettone. Uniti poscia i Piemontesi ed Austriaci ebbero forza di passare sull'altra parte del Lambro, e di piantare due ponti su quel fiume, alla cui sboccatura s'era fortificato il _maresciallo di Maillebois_, stando a cavallo del medesimo. Furono cagione tali movimenti che gli Spagnuoli si ritirarono dall'Adda. Abbandonato anche Lodi, inviarono a Piacenza le loro artiglierie e munizioni, raccogliendosi tutti a Codogno e Casal Pusterlengo. Precorse intanto voce che per l'ordine del novello re di Spagna _Ferdinando VI_ circa sei mila Spagnuoli, già mossi per passare in Italia, non progredissero nel viaggio, e fosse anche fermata gran somma di danaro, che s'era messo in cammino a questa volta: tutti preludii di cangiamento d'idee in quella corte.
Non poteano in fine più lungamente mantenersi nel di là da Po i Gallispani, troppo inferiori di forze ai loro avversarii, perchè sempre più veniva meno il foraggio con altre provvisioni, nè adito restava di procacciarsene senza pericolo. Stavano i curiosi aspettando di vedere qual via essi eleggerebbono, cioè se quella di ritirarsi verso Genova, o pure d'inviarsi alla volta di Parma; nè mancavano gli Austriaco-Sardi di stare attenti a qualunque risoluzione che potesse prendere la nemica armata; al qual fine il generale _marchese Botta Adorno_ con più migliaia di Tedeschi s'era postato di qua dalla Trebbia verso la collina, per accorrere, ove il chiamasse la ritirata de' Gallispani. Fu anche spedito il conte Gorani con alcune compagnie di granatieri e di cavalleria al ponte di Parpaneso per vegliare agli andamenti de' nemici, caso che tentassero di voler passar il Po verso la bocca del Lambro, e per dar loro anche dell'apprensione. Tennero intanto i Gallispani consiglio segreto di guerra, per uscire di quelle strettezze. Fu detto che fossero diversi i sentimenti del consiglio di guerra, e fra gli altri del Gages e Maillebois, tra' quali passarono parole assai calde. Proponeva il Gages di ridursi in Piacenza, dove non mancavano provvisioni per due ed anche per tre settimane, persuaso che i nemici per mancanza di foraggi non avrebbero potuto fermarsi di là dalla Trebbia; nè a cagion del puzzo tornare sotto Piacenza: sicchè sarebbe restato libero il ritirarsi a Tortona. Ma prevalse in cuore del reale infante il parere del Maillebois, perchè creduto migliore, o perchè parere franzese. Nella notte dunque precedente al dì 9 di agosto i Gallispani, lasciate scorrere pel fiume Lambro nel Po le tante barche da loro adunate, con somma diligenza si diedero a formar due ponti sopra esso Po, e per tutto quel giorno attesero a passare di qua coll'intera loro armata, cannoni e bagaglio; e nella notte e dì seguente, dopo avere rotti i ponti, cominciarono a sfilare alla volta di Castello San Giovanni. Ma essendo giunto l'avviso della loro ritirata al suddetto generale marchese Botta, prese egli una risoluzione non poco ardita, e che fu poi scusata per la felicità del successo: cioè di portarsi ad assalire i nemici, tuttochè il corpo suo forse non giugnesse a sedici mila armati; laddove quel de' nemici si faceva ascendere a ventisette mila, computati quei che nello stesso dì uscirono di Piacenza. Contro le istruzioni a lui date era prima passato di qua dal Po pel ponte di Parpaneso il conte Gorani col suo picciolo distaccamento. Per farsi onore, fu egli il primo a pizzicare la retroguardia dei Gallispani, che era pervenuta a Rottofreddo in vicinanza del picciolo fiume Tibone; e all'incontro di mano in mano che andavano arrivando i battaglioni del generale Botta, entravano in azione. Fu dunque obbligata la retroguardia suddetta a voltar faccia, e a tenersi in guardia, colla credenza che ivi fosse tutto il forte degli Austriaci, cioè senza avvedersi di combattere sulle prime contra di pochi, che si poteano facilmente avviluppare o mettere in rotta. Andò perciò sempre più crescendo il fuoco, finchè giunti tutti i Tedeschi, divenne generale il conflitto. Fu spedito all'infante, pervenuto già col duca di Modena e col corpo maggiore di sua gente a Castello San Giovanni, acciocchè inviasse soccorso, siccome fece, con alcuni reggimenti di cavalleria. Era allora alto il frumentone, o sia grano turco; coperti da esso combattevano i fucilieri tedeschi. Giocavano la artiglierie, e massimamente una batteria di quei cannoni alla prussiana, che presto si caricano, nè occorre rinfrescarli che dopo molti tiri, posta dagli Austriaci sopra un picciolo colle caricata a sacchetti. Appena si accostarono alla scoperta le nemiche schiere, che con orrida gragnuola si trovarono flagellate. Per più ore durò il sanguinoso cimento; rispinta e più di una volta fu messa in fuga la fanteria tedesca dalla cavalleria spagnuola; finchè giunto a quella danza anche il _marchese di Castellar_, che seco conduceva il presidio di Piacenza, consistente in cinque mila combattenti, gli Austriaci si ritirarono, tanto che potè l'oste nemica continuare il viaggio, e giugnere in secreto al suddetto castello di San Giovanni. Si venne poscia ai conti, e fu creduto che restassero sul campo tra morti e feriti quasi quattromila Gallispani, e che almeno mille e ducento fossero i rimasti prigioni, senza contare quei che disertarono; perciocchè abbondando l'oste spagnuola della ciurma di molte nazioni, non mai succedeva fatto d'armi o viaggio, che non fuggisse buona copia di essi. Restò il campo in poter dei Tedeschi con circa nove cannoni, e undici tra bandiere e stendardi; ma in quel campo si contarono anche di essi tra estinti e feriti circa quattro mila persone. Vi lasciò la vita fra gli altri uffiziali il valoroso generale _barone di Berenclau_, e tra i feriti furono i generali _Pallavicini, conte Serbelloni, Voghtern, Andlau_ e _Gorani_. Di più non fecero i Gallispani, perchè loro intenzione era non di decidere della sorte con una battaglia, ma bensì di mettere in salvo i loro sterminati bagagli, e di ritirarsi. Fu nondimeno creduto che se il conte di Gages avesse saputa l'inferiorità delle forze nemiche, potuto avrebbe in quel giorno disfare l'armata tedesca.
Non sì tosto ebbe fine l'atroce combattimento, che sull'avviso della secreta partenza del marchese di Castellar da Piacenza un distaccamento austriaco si presentò sotto quella città, e ne intimò immediatamente la resa; e perchè non furono pronti i cittadini a spalancar le porte, per aver dovuto passar di concerto coi Gallispani, ivi rimasti o malati o feriti, si venne alle minaccie d'ogni più aspro trattamento. Uscirono in fine i deputati della città, e dopo aver giustificati i motivi del loro ritardo, fu conchiuso il pacifico ingresso de' Tedeschi nella medesima sera, con rilasciare libero il bagaglio alla guernigione gallispana tanto della città che del castello, la quale restò in numero di ottocento uomini prigioniera di guerra. Vi si trovò dentro più di cinque mila (altri scrissero fino ad otto mila) tra invalidi, feriti ed infermi, compresi fra essi quei della precedente battaglia; più di ottanta pezzi di grosso cannone, oltre ai minori; trenta mortari, e quantità grande di palle, bombe, tende ed altri militari attrezzi, con varii magazzini di panni e tele, di grano, riso e fieno entro e fuori delle mura. Presero gli Austriaci il possesso di quella città; ed ancorchè nei dì seguenti vi entrassero i ministri, e un corpo di gente del re di Sardegna che ne ripigliò il civile e militare governo, pure anch'essi continuarono ivi il loro soggiorno per guardia delle artiglierie e de' magazzini, finchè si ultimasse la proposta divisione di tutto, cioè della metà d'essi per ciascuna delle corti. Allora fu che veramente sotto l'afflitta città di Piacenza ebbe fine il flagello della guerra militare; ma un'altra vi cominciò non men lagrimevole della prima. Gli stenti passati, il terrore, ma più di ogni altra cosa il puzzore e gli aliti malefici di tanti cadaveri di uomini e di bestie seppelliti (e non sempre colle debite forme) tanto in quella città che nei contorni, cagionarono una grande epidemia negli uomini: dura pensione provata tante altre volte dopo i lunghi assedii delle città. Ne seguì pertanto la mortalità di molta gente, talmente che in qualche villa non potendo i preti accorrere da per tutto; senza l'accompagnamento loro si portavano i cadaveri alle chiese.
Era già pervenuta a Voghera l'armata gallispana, ridotta, per quanto si potè congetturare, a quattordici mila Spagnuoli e sei mila Franzesi, inseguita sempre e molestata nel viaggio da Usseri e Schiavoni. Giacchè i Piemontesi non aveano voluto aspettare in Novi l'arrivo di tanti nemici, e s'era perciò aperta la comunicazione de' Gallispani con Genova, ed inoltre un corpo di circa otto mila tra Franzesi e Genovesi, condotto dal _marchese di Mirepoix_, scendendo dalla Bocchetta, era venuta sino a Gavi, per darsi mano con gli altri: venne dal maresciallo di Maillebois e dal generale conte di Gages, nel consiglio tenuto col reale infante e col duca di Modena, fissata l'idea di far alto in essa Voghera; ed ordinato a questo fine che si facesse per tre giorni un general foraggio per quelle campagne. Ma ecco improvvisamente arrivar per mare da Antibo il _marchese della Mina_, o sia _de las Minas_, spedito per le poste da Madrid, che giunto a Voghera, dopo aver baciate le mani all'infante _don Filippo_, presentò le regie patenti, in vigor delle quali, siccome generale più anziano del Gages, assunse il comando dell'armi spagnuole in Lombardia, subordinato bensì in apparenza ad esso infante, ma dispotico poi infatti. Ordinò egli pertanto che tutte le truppe di Spagna si mettessero in viaggio a dì 14 d'agosto alla volta di Genova. Per quanto si opponessero con varie ragioni i Franzesi, non si mutò parere; laonde anch'essi, scorgendo rovesciate tutte le già prese misure, per non restar soli indietro, si videro forzati alla ritirata medesima. Marciava questa armata verso la Bocchetta, e già scendeva alla volta di Genova, facendosi ognuno le meraviglie per non sapere intendere come que' generali pensassero a mantenere migliaia di cavalli fra le angustie e le sterili montagne di quella capitale: quando in fine si venne a svelar l'intenzione del generale della Mina, o, per dir meglio, gli ordini segreti a lui dati dal gabinetto della sua corte, cioè di prender la strada verso Nizza, e di menar le sue genti fuori d'Italia. Di questa risoluzione, che fece trasecolare ognuno, si videro in breve gli effetti; perchè egli, dopo avere spedito per mare tutto quel che potè di artiglierie, bagagli ed attrezzi, senza ascoltar consigli, senza curar le querele altrui, cominciò ad inviare parte delle sue truppe per le sommamente disastrose vie della riviera di Ponente verso la Provenza. L'infante don Filippo e il duca di Modena, rodendo il freno per così impensata e disgustosa mutazione di scena, si videro anch'essi forzati dopo qualche tempo a tener quella medesima via, non sapendo spezialmente il primo comprendere come s'accordassero con tal novità le proteste del fratello re Ferdinando, di avere cotanto a cuore i di lui interessi. Fu allora che non pochi Italiani delle brigate spagnuole non sentendo in sè voglia di abbandonare il proprio cielo, seppero trovar la maniera di risparmiare a sè stessi il disagio di quelle marcie sforzate. Il _conte di Gages_ e il _marchese di Castellar_ s'inviarono innanzi per passare in Ispagna. Era il Castellar richiamato colà. Al Gages fu lasciato l'arbitrio di andare o di restar nell'armata; ma anch'egli andò.