Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 50
Con cinque mila fanti e buon nerbo di cavalleria dimorava alla custodia di Parma il tenente generale spagnuolo _marchese di Castellar_; ma prima d'essere quivi ristretto, felicemente avea rimandati di là dal Taro quasi tutti que' cavalli, giacchè, in caso di blocco o di assedio, gli sarebbe mancata maniera di sostenerli. Intanto il generale dell'artiglieria _conte Gian-Luca Pallavicini_ con grossa brigata di granatieri, cavalli e pedoni andò nel dì 4 d'aprile a prendere posto intorno a Parma. Fatta fu la chiamata della resa dal general comandante conte di Broun; la risposta fu, che il Castellar desiderava d'acquistarsi maggiore stima presso di quell'austriaco generale. Così fu dato principio al blocco assai largo di Parma; il grosso dell'armata austriaca passò ad attendarsi alle rive del Taro, mentre lungo l'opposta riva aveano piantato il loro campo gli Spagnuoli. Posto fu il quartier generale d'essi coll'infante, col duca di Modena e col Gages a Castel Guelfo sulla strada maestra, o sia Claudia. Era già pervenuto da Vigevano sul territorio di Milano il principe di Lictenstein colla sua armata, da lui saggiamente conservata in addietro sul Novarese. Ora anch'egli, dopo aver lasciato un corpo di gente a Binasco, Biagrasso ed altri siti, per reprimere ogni tentativo degli Spagnuoli, tuttavia signori di Pavia, col resto di sua gente venne nel dì 11 di aprile all'accampamento del Taro, ed assunse il comando di tutta l'armata. Aveano nei giorni addietro gli Spagnuoli inviate per Po a Piacenza le artiglierie, attrezzi, munizioni e magazzini che tenevano in Pavia, dando abbastanza a conoscere di non voler fare le radici in quella città. In fatti, da che videro incamminato con tante forze il Lictenstein alla volta di Parma, abbandonarono, nel dì 5 d'aprile, quella città, e passarono a rinforzar la loro oste accampata al fiume suddetto. Così quella città ritornò all'ubbidienza dell'imperadrice regina.
Posavano in questa maniera le due poderose armate, l'una in faccia all'altra, separate dal solo Taro; e gli uni miravano i picchetti dell'altro campo nella riva opposta, ma senza voglia e disposizione di azzuffarsi insieme. Conto si facea che cadauna ascendesse a trenta mila combattenti, avendo dovuto gli Austriaci lasciare un altro buon corpo a Pizzighettone, per assicurarsi da ogni insulto degli Spagnuoli, che teneano un fortissimo e ben armato ponte sul Po a Piacenza, e grosso presidio in quella città. I Franzesi col _maresciallo di Maillebois_ tranquillamente riposavano tra Voghera è Novi, a fin dì conservare il passo a Genova, d'onde continuamente venivano munizioni da bocca e da guerra, ma non mai vennero que' quaranta nuovi battaglioni che si decantavano destinati per la Lombardia dal re Cristianissimo. Stava sul cuore del generale Gages la guarnigione rinchiusa in Parma in numero di più di sei mila armati, ed esposta al pericolo di rendersi prigioniera di guerra, giacchè senza il brutto ripiego di tentare una battaglia non si potea quella città liberare dal blocco, nè v'era sussistenza di viveri, se non per poco, e le bombe aveano cominciato a salutarla con gran terrore de' cittadini. Segretamente dunque concertò egli col marchese di Castellar la maniera di farlo uscire di gabbia. Nella notte seguente al dì 19 d'aprile gran movimento si fece nell'armata spagnuola; si appressarono al fiume in più luoghi le loro schiere in apparenza di volerlo passare, e tentarono anche di gittare un ponte. Si disposero a ben riceverle anche gli Austriaci, tutti posti in ordine di battaglia. In questo mentre, cioè in quella stessa notte, il marchese di Castellar, lasciato poco più di ottocento uomini, parte anche invalidi, con sessanta uffiziali nel castello, alla sordina, e senza toccar tamburo, se ne uscì colla sua gente di Parma, seco menando quattro pezzi di cannone e trenta carra di bagaglio e munizioni; e dopo avere sorpreso un picciolo corpo di guardia degli Austriaci, s'incamminò alla volta della montagna, cioè di Guardasone e Monchierugolo, con disegno di passare per la Lunigiana nel Genovesato, e di là alla sua armata. Lasciò questa gente la desolazione per dovunque passò, e non poco ancora ne sofferirono le confinanti terre del Reggiano. Tardi gli Austriaci, formanti il blocco, si avvidero di questa inaspettata fuga. Dietro ai fuggitivi fu spedito il tenente maresciallo _conte Nadasti_ co' suoi Usseri e con un corpo di Croati, che gl'inseguì per qualche tempo alla coda. Seguirono perciò varie battagliole; ma in fine il Nadasti fu obbligato a lasciar in pace i fuggitivi, perchè non poteano i suoi cavalli caracollar per quei monti, e caddero anche in qualche imboscata con loro danno. Molti di quella truppa spagnuola, ma di varie nazioni, e probabilmente la metà di essi, in questa occasione disertarono. Il resto dopo un gran giro arrivò in fine ad unirsi coll'esercito del real infante, ridotto a poco più di tre mila persone. Non mancò poi chi censurò il Castellar, perchè, avendo sotto il suo comando dieci mila soldati, creduti le migliori truppe dell'esercito spagnuolo, per non essersi ritirato quando era tempo, ne avea perduta la maggior parte. Pel Reggiano tornarono indietro molti degli Usseri, e si rifecero sopra i poveri abitanti di quello che non aveano trovato nel Parmigiano, saccheggiato prima dagli altri. Per la ritirata improvvisa del Castellar, che niun pensiero s'era preso della lor salvezza, in grande spavento rimasero i cittadini di Parma. Passò da lì a non molto la paura, perchè nella seguente mattina del dì 20 rientrarono pacificamente in quella città i Tedeschi col generale conte Pallavicini plenipotenziario della Lombardia austriaca, il quale tosto vi fece pubblicare un general perdono con rincorare gli afflitti ed intimoriti cittadini. Poco poi si fece pregare il presidio di quel castello a rendersi prigioniere di guerra, con ottener solamente di salvare l'equipaggio tanto suo che degli altri Spagnuoli, rifugiato in quella poco forte fortezza; che questa appunto era stata la mira del marchese di Castellar. Trovaronsi in esso castello ventiquattro cannoni, quattro mortari, ed altri militari attrezzi e munizioni.
Solamente nel dì 19 d'aprile per cagion delle frequenti pioggie poterono le soldatesche del re di Sardegna aprire la breccia sotto Valenza. Era diretto quell'assedio dal _principe di Baden Durlach_, e coperto dal _barone di Leutron_, dichiarato ultimamente generale di fanteria. Continuarono le offese contro di quella piazza sino al dì 2 di maggio, nel quale dopo avere i Piemontesi presa la strada coperta ed aperta la breccia, si vide quel presidio obbligato ad esporre bandiera bianca. V'erano dentro circa mille e cinquecento difensori, ai quali toccò di restar prigionieri. Dai Franzesi intanto occupata fu la città di Acqui; ma acquisto che durò ben poco. Avea già ottenuto il _generale Gages_ l'intento suo di disimbrogliare da Parma il marchese di Castellar; e nulla a lui giovando il fermarsi più lungamente alle rive del Taro, dove patì gran diserzione di sua gente, finalmente nel dì 5 di maggio levò il campo, e s'inviò verso il fiume Nura in vicinanza maggiore a Piacenza, per quivi cominciare un altro giuoco. S'innoltrò per questo anche l'armata austriaca sino a Borgo San Donnino, con estendersi poi a poco a poco più oltre, cioè a Firenzuola, e di là sino alla Nura. Riuscì agli Usseri che inseguivano nella loro ritirata gli Spagnuoli, di sorprendere in mezzo ai loro corpi tutto il bagaglio del duca di Modena, per essersi a cagion d'un equivoco, messo in viaggio senza aspettare l'armata: argenterie, cavalli, muli e carrozze, tutto andò. Non consiste la gloria de' prodi condottieri d'armate solo in dar con vantaggio delle battaglie, ma anche nella maestria di ordire stratagemmi in danno de' nemici. Ben istruito di questo mestiere si mostrò in più congiunture il generale conte di Gages. Avea egli spediti innanzi verso Piacenza varii distaccamenti, consistenti in dieci mila combattenti, col pretesto di scortare il bagaglio; e ordinato che sotto essa città di Piacenza si preparasse loro uno stabile quartiere; nè se n'erano accorti gli Austriaci, esistenti di qua da Po. Prima nondimeno aveano avuto ordine circa cinque mila tra fanteria e cavalleria tedesca di passare da Pizzighettone a Codogno, e di postarsi quivi per vegliare agli andamenti degli Spagnuoli; i quali, per avere sul Po a Piacenza un ben fortificato ponte, avrebbero potuto recare insulti al di là da Po. Alla testa d'essi v'erano i generali Cavriani e Gross. Contra di questo corpo di gente erano indirizzate le segrete mene del conte di Gages. Appena giunto a Piacenza il tenente generale Pignatelli fece vista di disfare il ponte suddetto: il che servì ad addormentare i nemici. Poscia rimesso il ponte nella notte del dì 5 di maggio vegnendo il 6, colla maggior parte de' suddetti Spagnuoli passò alla sordina di là dal Po. Dopo avere avviluppati e sorpresi i picchetti avanzati de' nemici, senza che questi potessero recarne avviso alcuno ai lor comandanti, inaspettato arrivò la mattina seguente addosso a' Tedeschi, esistenti in Codogno, che allora faceano l'esercizio militare. Come poterono, si misero questi in difesa con sei cannoni ed alcuni falconetti carichi a cartoccio, che erano sulla piazza; ma avanzatisi gli Spagnuoli con baionetta in canna, e impadronitisi di que' bronzi, gli obbligarono a ritirarsi parte ne' chiostri e parte nelle case e nel palazzo Triulzio, dove per quattro ore valorosamente si sostennero facendo fuoco. Ma in fine soperchiati dal maggior numero de' nemici, quei ch'erano restati in vita per mancanza di munizioni si renderono prigioni. Quasi due mila furono i prigioni, circa mille e quattrocento i morti e feriti; e il resto trovò scampo nella fuga. La perdita dalla parte degli Spagnuoli non si potè sapere. Restarono in loro potere dieci bandiere, due stendardi, i suddetti cannoni e i bagagli di quelle genti, a riserva di quello del general Gross, che, nel darsi per vinto, salvò il suo e quello degli altri uffiziali ch'erano con lui. Se ne tornarono con tutto comodo i vincitori a Piacenza, nè dimenticarono di condurre colà quanti grani, foraggi e bestie bovine poterono cogliere nel loro ritorno.
Erasi postato l'esercito spagnuolo sotto Piacenza, e quivi fortificato con buoni trincieramenti, guerniti di molta artiglieria. Gran copia ancora di cannoni si stendeva sulle mura della città. Passata la spianata, ch'è intorno ad essa città, e sulla strada maestra dalla parte di levante, stava situato il seminario di San Lazzaro, fabbrica grandiosa, eretta con grandi spese dal _cardinale Alberoni_, per quivi educare gratis e istruire i cherici di Piacenza sua patria. In quel magnifico edifizio furono posti di guardia due mila Spagnuoli, ed alzate fortificazioni all'intorno. Ma da che l'esercito austriaco ebbe passata la Nura, ansioso d'accostarsi il più che fosse possibile a Piacenza, determinò di sloggiare di colà i nemici. Pertanto nel dì 18 di maggio si avanzarono alla volta d'esso seminario alcuni battaglioni con artiglierie, e tutta la prima linea dell'armata si mise in ordine di battaglia per sostenerli, con risoluzione ancora di venire ad un fatto d'armi, se fossero accorsi gli Spagnuoli, per maggiormente contrastare quel sito. Ma eglino punto non si mossero; e però, dopo avere quel presidio mostrato per un pezzo la fronte agli aggressori, prese il partito di cedere il luogo, con ritirarsi alla città. Le cannonate contra d'essa fabbrica sparate dagli Austriaci per impadronirsene, e poi le altre degli Spagnuoli per incomodargli, dappoichè se ne furono impadroniti, sommamente danneggiarono, anzi ridussero quasi come uno scheletro quel grande edifizio. Il cardinale, che costante volle dimorare in Piacenza, senza punto alterarsi o scomporsi, ne mirò l'eccidio. Con tale acquisto si stese la prima linea degli Austriaci in vicinanza del seminario suddetto; dalla parte ancora della collina furono tolte agli Spagnuoli alcune cascine, il castello di Ussolengo, ed altri siti sino alla Trebbia; sicchè da quella parte ancora fu ristretta Piacenza. Alzatesi poi a San Lazzaro da' Tedeschi alcune batterie di cannoni e mortari, cominciarono nel fine del mese di maggio colle bombe ad infestare la città; così che convenne a quegli abitanti di evacuare i monisteri e le case dalla parte orientale della medesima, benchè in fine si riducesse a poco il loro danno per la troppa lontananza delle batterie e de' mortari nemici. Riuscì ancora nel dì 4 di giugno agli Austriaci di occupare di là dalla Trebbia a forza d'armi il castello di Rivalta, con farvi prigionieri circa cinquecento uomini di fanteria ed alcuni pochi di cavalleria. Anche Monte Chiaro si arrendè ai medesimi Austriaci.
Certo è che non poco svantaggiosa oramai compariva la situazion degli Spagnuoli, perchè confinati nell'angustie dei loro trincieramenti intorno alla città, e colla comunicazione di Genova, divenuta pericolosa per le scorrerie degli Usseri. Peggiore senza paragone si scorgeva lo stato di quella cittadinanza, chiusa entro le mura, col suo territorio e poderi tutti in mano dei nemici, senza speranza di ricavarne alcun fruito, e colla sicurezza di ritrovar la desolazione dappertutto. Scarseggiavano essi in oltre di viveri, senza potersene provvedere, al contrario degli Spagnuoli, che pel ponte del Po scorrendo di tanto in tanto nel Lodigiano e Pavese, ne riscotevano contribuzioni, e ne asportavano bestiami ed altre vettovaglie per loro uso. Ma nè pure dal canto loro aveano di che ridere gli Austriaci, perchè imbrogliati dalla sagacità del generale conte di Gages, che, coll'essersi posto a cavallo del Po, frastornava ogni loro progresso, e gli obbligava a tener divise le loro forze nel di qua e nel di là. Se avessero voluto ingrossarsi molto sul Piacentino, avrebbero lasciati troppo esposti alle scorrerie e ai tentativi degli Spagnuoli i territorii di Lodi, Pavia e Milano. E se infievolivano l'oste di qua, per soccorrere il di là, si poteano aspettare qualche brutto scherzo dai nemici, ai quali era facile l'unirsi tutti in Piacenza. Cagion fu questa divisione che sul principio di giugno liberamente scorse un grosso distaccamento di Spagnuoli sino a Lodi. Entrato nella città, ne fece chiudere tosto le porte; volle il pagamento della diaria per due mesi; occupò tutto il danaro dei dazii e della cassa regia, ed intimò una contribuzione al pubblico. Poscia preso quanto di sale, farina, legumi, formaggio e carne porcina si trovò in quelle botteghe e magazzini, dopo avere ordinato che coll'imposta contribuzione fossero soddisfatti i particolari, tutto portarono a salvamento in Piacenza.
Mentre in questa inazione dimoravano intorno a Piacenza le due nemiche armate, nel dì 13 di giugno si cominciò a prevedere qualche novità, stante l'essersi mosso con tutta la sua gente (erano circa dodici mila combattenti) il _maresciallo di Maillebois_ alla volta di Piacenza. Schivò egli nella marcia le truppe del re di Sardegna che erano in moto contra di lui. Per aver egli abbandonato Novi, ricca terra de' Genovesi, non trovarono difficoltà i Piemontesi ad entrarvi, ed imposero tosto a quel popolo una contribuzione di ducento mila lire di Genova. Si spinsero ancora sotto Serravalle, terra già del Tortonese, e ceduta dai Gallispani ai Genovesi. Nel dì 14 s'unirono con gli Spagnuoli in Piacenza le truppe suddette franzesi; colà ancora erano stati richiamati tutti i distaccamenti inviati di là da Po. Non mancarono spie che riferirono all'esercito austriaco questi andamenti dei Gallispani, nè molto studio vi volle per comprendere la lor voglia di venire ad un fatto d'armi. Il perchè notte e giorno stettero in armi i Tedeschi, per non essere colti sprovvisti, e fu chiamato da Firenzuola il supremo comandante _principe di Lictenstein_, che colà trasferitosi per cercare riposo alla sua indisposizione d'asma, avea lasciata la direzion dell'armi, al _marchese Antoniotto Botta Adorno_, cavaliere di Malta, generale di artiglieria, a cui per l'anzianità del grado conveniva appunto quel comando. Fu anche richiamata al campo la maggior parte della gente comandata dal generale Roth, che era a Pizzighettone. Dappoichè nel dì 15 di giugno ebbero preso riposo le truppe franzesi, e dopo avere il maresciallo di Maillebois, il duca di Modena e il generale Gages nel consiglio di guerra tenuto in camera del real infante don Filippo, stabilita la maniera di procedere al meditato conflitto, sull'imbrunir della sera cominciarono ad ordinare col maggior possibile silenzio le loro schiere; formando tre principali colonne, per assalire da tre parti il campo tedesco. Tale era il loro disegno. L'ala diritta, comandata dal Maillebois coi Franzesi, rinforzati da alquanti battaglioni e squadroni spagnuoli, dovea pervenire alla collina, e, dietro ad essa camminando, assalire alla schiena il nemico accampamento, dove nè buoni trincieramenti, nè preparamento di artiglierie si ritrovavano. Dovea fare altrettanto l'ala sinistra, marciando al Po morto per le due vie, l'una maestra e l'altra più breve, che da Piacenza guidano verso Cremona. Il centro o sia corpo di battaglia, che era in faccia al seminario di San Lazzaro sulla via maestra o sia Claudia, dovea tenere a bada ed occupar l'altre forze degli Austriaci, la prima linea de' quali era postata in vicinanze d'esso seminario, e la seconda non molto distante dal fiume Nura. Conto si facea che l'oste austriaca ascendesse a circa trentacinque o quaranta mila combattenti, e la gallispana a quarantacinque mila; se non che voce comune correa fra essi Spagnuoli e Franzesi d'esser eglino superiori di quindici mila persone ai nemici; talmente che, attesa la decantata presunzione, che i più vincono i meno, non si può dire con che allegria e coraggio uscissero di Piacenza e fuori de' lor trincieramenti le truppe gallispane, parendo a ciascuno di andare non ad un pericoloso cimento, ma ad un sicuro trionfo. All'oste austriaca non mancarono sicuri avvisi di quanto meditavano i nemici, e però si trovarono ben preparati a quella fiera danza.
Sulla mezza notte adunque precedente il dì 16 di giugno marciò segretamente il maresciallo franzese Maillebois colle sue milizie, e dopo aver occupato Gossolengo, credette di prendere il giro sotto la collina; ma o perchè mal guidato, o perchè non fossero a lui noti tutti i posti avanzati de' Tedeschi, andò ad urtare in alcune cascine guernite dai medesimi, e quivi si cominciò a far fuoco, e a metter l'all'armi in tutto il campo austriaco. Oltre alla strage di molti Schiavoni, Usseri ed altri, che erano, o accorsero in quella parte, fecero prigionieri circa quattrocento uomini, che tosto inviarono alla città con due piccioli pezzi di cannone presi: il che fece credere in Piacenza già sbaragliati i nemici. Tutti poi in galleria pel primo buon successo, marciarono verso la strada di Quartizola, dove il generale austriaco _conte di Broun_, che comandava l'ala sinistra, gli stava aspettando con alquanti cannoni d'un ridotto carichi a cartoccio. Non sì tosto si presentarono sul far del giorno i Franzesi ai trincieramenti nemici, che furono salutati con lor grave danno da quei bronzi. Ciò non ostante, a' fianchi e alla schiena assalirono i ridotti degl'Austriaci, e il conflitto fu caldo, ma senza che essi potessero superar i gran fossi della circonvallazione. Trovandosi all'incontro esposti alle palle due o tre de' migliori reggimenti Tedeschi di cavalleria, ed impazientatisi, chiesero più d'una volta al generale Lucchesi di poter uscire in aperta campagna contra de' Franzesi. Bisognò in fine di esaudirli. Stupore fu il vedere come questi cavalli passarono un alto e largo fosso del canale di San Bonico, e s'avventarono contro la fanteria franzese. Non aveva quivi seco il Maillebois che circa cinquecento cavalli, essendo restato addietro il maggior nerbo della sua cavalleria: del che può essere che fusse a lui poscia fatto un reato di poco maestria di guerra nella corte di Francia. Caricata dunque la fanteria franzese dall'urto della nemica cavalleria, maraviglia non è, se cominciò a piegare e a ritirarsi il meglio che potè, ma con grave sua perdita e danno. In meno di tre ore terminò quivi il combattimento, e con ciò rimasta libera l'ala sinistra degli Austriaci, potè somministrar poscia de' rinforzi alla destra, la quale nello stesso tempo era stata assalita a' fianchi dagli Spagnuoli condotti dal generale _conte di Gages_ e da altri lor generali.
Quivi fu il maggior calore delle azioni guerriere, e durò il fiero combattimento fin quasi alla sera. Aveano essi Spagnuoli con gran fatica passato il Po morto; dopo di che si scagliarono contro i ridotti del campo nemico; alcuni ne presero, e s'impadronirono di qualche batteria; ma vennero anche costretti dalla forza degli avversarii a retrocedere. Per più volte rinovarono gli assalti e progressi con far tali maraviglie di valore, spezialmente i soldati valloni, che confessarono dipoi gli stessi Austriaci di essere stati più volte sull'orlo di vedere dichiarata la fortuna per gli Spagnuoli. Ma così forte resistenza fecero, e buon provvedimento diedero da quella parte i generali _Berenclau_ e _Botta Adorno_, che furono in fine respinti gli aggressori, e posto fine allo spargimento del sangue. Fu detto che anche il centro di battaglia de' Gallispani s'inoltrasse verso il seminario di San Lazzaro, e che ancora se ne impadronisse; ma che dal conte Gorani fosse bravamente ricuperato quel sito. Altri v'ha che niegano tal fatto. Bensì è certo che il general comandante _principe di Lictenstein_ in questo terribil conflitto accudì a tutte le parti, esponendo sè stesso anche ai maggiori pericoli; e da che gli fu ucciso sotto un cavallo, allora prese la corazza. Sentimento ancora fu di alcuni, che se gli Spagnuoli avessero condotta seco la provvision necessaria di assoni e fascine, per passare i fossi profondi e pieni d'acqua degli Austriaci, avrebbero probabilmente cantata la vittoria. Comunque ciò fosse, convien confessare che non giuocarono a giuoco eguale queste due armate. Tenevano i Tedeschi per tutto il campo loro delle buone fortificazioni, de' fossi e contraffossi pieni d'acqua, e dei ridotti ben guerniti di artiglierie. Negli stessi fossi sott'acqua erano posti cavalli di Frisia, nei quali s'infilzava o imbrogliava chi si metteva a passarli. Trovaronsi anche le truppe tedesche non sorprese, ma ben preparate e disposte al combattimento. Il generale _conte Pallavicini_ comandando la seconda linea, senza che fosse più frastornato dai nemici, inviava di mano in mano rinforzi a chi ne abbisognava. Questa vantaggiosa situazion di cose quanto giovò ad essi, altrettanto pregiudicò agli sforzi de' Gallispani, obbligati ad andare a petto aperto contro la tempesta dei cannoni e fucili nemici, e fermati di tanto in tanto da' ridotti e fossi suddetti, per cagion de' quali poco potè la lor cavalleria far mostra del suo valore. Però avendo anch'essi provato che non si potea superare quella forte barriera di uomini, cavalli, artiglierie e fortificazioni, finalmente tanto essi che i Franzesi se ne tornarono in Piacenza con volto e voce ben diversa da quella con cui ne erano usciti.