Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 5
Nel dì 16 di febbraio del presente anno per colpo di apoplessia mancò di vita _Carlo II re_ d'Inghilterra; e morì, secondochè han creduto non pochi storici, nella comunion della Chiesa e religion cattolica. A lui succedette Giacomo II suo fratello, professore anch'egli, e pubblico, della stessa religione. Si diferì poi la coronazione del novello re, e di _Maria Beatrice d'Este_ sua consorte fino al dì 3 di maggio; e questa fu celebrata con incredibil solennità e pompa. Al mirare sul trono della Gran Bretagna un re cattolico, si dilatò l'allegrezza in tutte le provincie del cattolicismo per la conceputa speranza di veder cessare il funestissimo scisma di quel fiorito regno, e riunita un dì alla Chiesa sua vera madre quella potente nazione. Ribellaronsi al re Giacomo i conti d'Argile e il duca di Montmouth, figlio bastardo del re defunto; ma egli ebbe la fortuna di atterrarli amendue e di assodarsi sul trono. In quest'anno il _re Luigi XIV_ prese a gastigar l'insolenza de' corsari tripolini con ispedire il _maresciallo d'Etrè_ alla lor città, il quale così ben regalò di bombe quel popolo, che l'astrinse, nel dì 29 di giugno, a chiedere misericordia, a restituir tutti gli schiavi franzesi, e a pagar per emenda di tante prede da lor fatte cinquecento mila lire di Francia. Riportò il plauso d'ognuno questo gastigo, perchè troppo meritato da que' ladroni infedeli. Ma restò all'incontro disapprovato il rigore con cui quel monarca diede la pace alla repubblica di Genova con una capitolazione sottoscritta in Versaglies nel dì 22 di febbraio, per la quale fu obbligato quel doge, cioè _Francesco Maria Imperiali_, con quattro senatori a portarsi in Francia ai piedi del re per attestare alla maestà sua il dispiacere di avere incontrata la sua indignazione. Furono anche obbligati i Genovesi a disarmar le quattro nuove galee, a dar congedo alle milizie spagnuole, e a rifare i danni cagionati dalle bombe franzesi a tutte le chiese e luoghi sacri della lor città. Per tale aggiustamento s'era adoperato vivamente il nunzio pontifizio _Ranucci_ d'ordine del sommo pontefice, e perciò alla medesima santità sua fu rimesso il lassare il pagamento intimato alla repubblica pel suddetto risarcimento. Obbligò eziandio esso re, nel dì 30 d'agosto, i corsari tunisini alla restituzion degli schiavi franzesi, con altre condizioni vantaggiose alla Francia, anzi a qualunque cristiano che navigasse sotto la bandiera franzese. Ma quel che fece maggiormente risonare il nome del Cristianissimo monarca, fu l'editto da lui pubblicato nell'ottobre di quest'anno con cui rivocò ed annullò l'editto di Nantes del 1598, vietando in avvenire ne' suoi regni l'esercizio della setta calviniana. Che lamenti, che esagerazioni facesse tutto il partito de' protestanti per questa risoluzione del re Cristianissimo, non si potrebbe esporre se non con assaissime parole. Declamarono essi sopra tutto contro alcuni eccessi commessi nella conversion di quegli ugonotti, che o non vollero o non poterono uscir di Francia. Rumoreggiarono altri contro la poca economia del re, il quale lasciò partir dai suoi regni tante migliaia di famiglie eretiche, e con esso loro tanti milioni d'oro, e tanti artisti che andarono ad arricchir paesi stranieri. Ma il re volle preferire al proprio interesse il ben della sua monarchia, la quale, per gli esempli passati, non si trovava mai sicura, nutrendo nel seno gente di religion diversa; che non cessava di tentar di nuocere, e teneva sempre in sospetto la corona. In somma presso i cattolici sì pia e generosa azione di _Luigi XIV_ tale fu, che basterà sempre a rendere glorioso ed immortale il suo nome.
Nella campagna dell'anno presente fu risoluto dall'esercito cesareo, comandato da _Carlo duca di Lorena_, di formar l'assedio di Neukaisel, una delle piazze più forti che possedesse l'ottomana potenza nell'Ungheria. A dì 7 di luglio si diede principio alle ostilità contra di quella piazza. A questo avviso il saraschiere, forte di sessanta mila persone si portò a Vicegrado e se ne impossessò, e passò poi a stringere d'assedio la città di Strigonia. Allora il duca di Lorena, lasciato il generale _conte Enea Caprara_ sotto Neukaisel, preso il meglio dell'esercito cristiano, andò per affrontarsi col saraschiere. Costui, ritiratosi da Strigonia, non voleva il giuoco; tanto fece il duca, che il tirò a battaglia, e lo sconfisse con acquisto de' padiglioni e di molte artiglierie, bandiere e munizioni. Animati da questo buon successo i cristiani, giacchè era fatta la breccia a Neukaisel, nè a tempo i Turchi presero la risoluzione di rendersi, v'entrarono a forza, e tagliarono a pezzi tutto quel presidio. Impadronissi dipoi il maresciallo Caprara di Eperies, Tokai e Kalò; e venne all'ubbidienza sua anche la città di Cassovia. Così ai generali _Mercy_ ed _Heisler_ riuscì di prendere la fortezza di Zolnoch, e di disfare il ponte d'Essech. Altre prosperose azioni si fecero in Bossina e Corbavia dall'armi cristiane. A queste imprese concorsero ancora da Parigi i _principi di Contì_ e di _Roccasurion_ fratelli, e il _principe di Turrena_, con lasciar ivi non pochi segni della lor intrepidezza. Quanto a' Veneziani, inferiore non fu la felicità delle lor armi sotto il comando di _Francesco Morosino_ capitan generale. Nelle loro armate generale della fanteria era il _principe Alessandro_ fratello di _Ranuccio II_ duca di Parma. Militava parimente il _principe Massimiliano di Brunwsich_ alla testa d'alcuni reggimenti del duca suo padre. Tra molti volontarii si contò anche _Filippo principe di Savoia_. Vi spedì _papa Innocenzo XI_ le sue cinque galee, otto ne inviò la _religion di Malta_, e quattro il _gran duca_ di Toscana. Rivoltesi pertanto le mire dei Veneziani al Peloponneso, che oggidì porta il nome di Morea, passarono all'assedio della città di Corone. Non solamente gran resistenza fecero Turchi e Greci abitanti in quella città, ma forza fu di combattere più fiate con un esercito turchesco, che nelle vicinanze trincierato andava tentando di soccorrere la piazza. A costoro fu data una rotta nel dì 7 di agosto: il che fatto, più coraggiosamente si continuarono gli approcci e le offese contra di Corone. L'ostinazion de' difensori giunse a tanto, che i cristiani a viva forza sboccarono nella città, mettendo a fil di spada quanti incontrarono, e poscia a sacco tutte le abitazioni. Vi si trovarono cento ventotto pezzi di cannone, tra i quali ottantasei di bronzo, con abbondanti munizioni da bocca e da guerra. Rinforzata di poi l'armata veneta da tre mila Sassoni, prese Zernata, e poi Calamata, Chiefalà, Gomenizze ed altri luoghi. Con tali felici avvenimenti, che sparsero il giubilo per tutte le contrade d'Italia, ebbe fine la presente campagna.
Anno di CRISTO MDCLXXXVI. Indiz. IX.
INNOCENZO XI papa 11. LEOPOLDO imperadore 29.
Si moltiplicarono in quest'anno le allegrezze per tutta l'Italia a cagion dei continuati progressi dell'armi cristiane, tanto cesaree che venete contro il comune nemico. Città italiana non c'era, dove giugnendo di mano in mano le felici nuove di questi avvenimenti, non si facessero falò ed innumerabili fuochi di gioia, con giubilo de' popoli, i quali non d'altro parlavano che di Turchi sconfitti e di città conquistate. Allora fu che il nome dell'imperadore ricuperò ancora in Italia il genio e l'amore dei più delle persone. Diede principio alle militari azioni degl'imperiali il _generale conte Mercy_, con rompere i Turchi e Tartari nei contorni di Seghedino. Il generale _Antonio Caraffa_ s'impadronì del castello di San Giobbe. Tanta era la fiducia del prode duca di Lorena, che fu risoluto di nuovo l'assedio di Buda. Colà passato l'esercito, trovò abbandonata la picciola città di Pest, e dopo aver valicato il Danubio sopra un ponte, cinse d'intorno quella città capitale dell'Ungheria. Trovata poca resistenza nella città bassa, tutte le forze si rivolsero contro il fortissimo secondo recinto. Carcasse, bombe, artiglierie faceano un orrido fuoco; erano frequenti e vigorose le sortite dei nemici, ora contro i Brandeburghesi e cesarei, ed ora contro i Bavari comandati dal loro elettore, con felice o pur con infelice riuscita. Si venne a più assalti, che costarono gran sangue, più sempre agli assalitori che agli assaliti. Aveano già i cristiani preso posto nel terzo recinto, quando si avvicinò il primo visire con un'armata di circa sessanta mila combattenti, voglioso di dar soccorso alla piazza. Fece costui molti tentativi, sacrificò anche della gente, e gli riuscì di far entrare alcune centinaia di fanti nella piazza; ma i cristiani per questo non rallentarono punto le offese. Uscì il duca di Lorena delle trincee con animo di far giornata col Barbaro, il quale giudicò meglio di ritirarsi; e però nel felicissimo dì 2 di settembre, dato un generale furioso assalto, colla forza entrarono i valorosi cristiani nell'ultimo recinto, e tutta restò in lor potere quella regal città. Grande fu la strage dei musulmani, a cui tenne dietro il saccheggio dato dalle avide milizie vincitrici. Ritrovaronsi nella città e castello almen trecento cannoni di bronzo, sessanta mortari, oltre ad una gran copia di attrezzi militari. Vi si trovò anche non lieve parte della suntuosa biblioteca, già ivi formata dal re _Mattia Corvino_, i cui manoscritti passarono di poi all'augusta libreria di Vienna. Che strepito facesse sì glorioso acquisto, non si può abbastanza esprimere. Parve che Dio avesse rivelato questo fortunatissimo giorno al santo pontefice _Innocenzo XI_, perchè egli nello stesso dì rallegrò infinitamente Roma colla tanto differita e tanto sospirata promozione di ventisette cardinali. Nel dì 9 del suddetto mese giunse a Roma il corriere con sì lieta nuova; e però nel dì 12 col suono di tutte le campane, colla salva di tutte le artiglierie, con fuochi innumerabili di gioia, e poscia con solenne messa si celebrò il rendimento di grazie a Dio. Continuarono dipoi gran tempo ancora cotali allegrezze, non sapendo il popolo romano far fine al giubilo. Altrettanto ancora avvenne in assaissime altre città. Nè qui si fermò il corso delle vittorie cesaree. Venne sottomessa dal generale conte _Federigo Veterani_ la ricca e mercantile città di Seghedino sul Tibisco. Occupò il _principe Luigi di Baden_ Cinque Chiese, Siclos e Dardo al Dravo. In somma non v'era settimana che non portasse qualche nuovo motivo di letizia agli amatori del nome cristiano.
Veniva poi questa mirabilmente accresciuta da altri felici progressi delle armi venete in Levante. Erasi il capitan bassà nella primavera presentato sotto Chiefalà nella Morea con forte speranza di ricuperarla. Arrivò a tempo il capitan generale Morosini; ma quando si credea di dover cacciare colla forza que' Barbari dal loro accampamento, trovò che col benefizio della notte se n'erano fuggiti lasciando indietro l'artiglierie. Avea la repubblica eletto per primario generale delle sue armate di terra il _conte Ottone Guglielmo di Konigsmarch_ Svezzese; e dopo aver presa i generali la risoluzione di passar contra di Navarino, a quelle spiagge approdarono nel sacro dì della Pentecoste. Due sono i Navarini cioè il vecchio e il nuovo. Il primo non volle liti, e con buoni patti immantenente si arrendè; però passò il campo intorno al nuovo, piazza assai forte, contro la quale si diede principio a un terribil fuoco di bombe e artiglierie. Avvicinossi il saraschiere con un corpo d'armata per tentare il soccorso. Usciti i cristiani, con tal bravura andarono a trovarlo, che il costrinsero a prendere la fuga, lasciando indietro cinquecento padiglioni, fra' quali il suo composto di sette cupole e varie stanze, che occupava trecento passi di giro. A questa vittoria tenne dietro la resa di Navarino. Di là senza perdere tempo si voltarono i Veneti addosso alla città di Modone, che non fece lunga difesa. Quindi impresero l'assedio di Napoli di Romania, dove si trovò gran resistenza. In que' contorni allora comparve il saraschiere; ma non gli diedero tempo i cristiani di afforzarsi; perciocchè, iti a trovarlo, fecero di nuovo menar le gambe alla sua gente; dopo di che s'impadronirono ancora d'Argo, abbandonata da' Turchi. Perduta la speranza del soccorso, anche Napoli capitolò la resa. Oltre a ciò, Arcadia e Termis vennero all'ubbidienza della repubblica. Restò anche espugnata in Dalmazia la considerabil fortezza di Sign dal generale Cornaro nel mese di ottobre. Per questi avanzamenti delle cristiane armate giubilava il pontefice _Innocenzo XI_, sviscerandosi intanto per inviar quanti mai potea soccorsi di danaro all'imperadore Veneziani e Polacchi, tuttochè questi ultimi nulla di rilevante operassero contra del comune nemico.
Un'altra singolar consolazione provò il santo padre e Roma tutta per l'arrivo colà nel precedente anno del _conte di Castelmene_, spedito ambasciatore da _Jacopo II re_ cattolico della Gran Bretagna alla santa Sede. Un'ambascieria tale, dopo quasi un secolo e mezzo di disunione di quella nazion potente, veniva considerata da tutto il cattolicismo come un grandioso regalo della divina provvidenza, se non che quel ministro procrastinava il mettersi in pubblico. Parimente nel dì 9 di aprile di quest'anno comparve a Roma _Ferdinando Carlo duca_ di Mantova, i cui lunghi colloquii col papa diedero non poca gelosia ai Franzesi, che erano in rotta colla santità sua. Colà poscia pervenne ancora nel novembre di quest'anno _Francesco II duca_ di Modena coll'accompagnamento di molta nobiltà e famiglia, per visitare la _duchessa Laura_ madre sua e della regina d'Inghilterra, che tornata a quell'augusta città, avea quivi fissata l'abitazione sua. Ancorchè il santo padre, per cagion della podagra che il tenea per lo più confinato in letto, desse poche udienze, pure ne diede una di quattro ore a questo principe, compartendogli ogni possibil onore e dimostrazione di amore e di stima. Passò dipoi esso duca per sua ricreazione anche alla gran città di Napoli, dove il _marchese del Carpio_ vicerè sorpassò l'espettazione d'ognuno nelle tante finezze che praticò con questo sì illustre pellegrino. Un solo intrico era quello che teneva in grave agitazione l'animo del buon pontefice Innocenzo. Era mancato di vita nel precedente anno il cattolico _Carlo conte palatino_, ed elettore del Reno, senza succession maschile; e ne' suoi Stati, per dritto proprio, e in vigore ancora del suo testamento, era succeduto il duca di Neoburgo _Filippo Guglielmo_, fratello di _Leonora Maddalena_ moglie augusta dell'_imperador Leopoldo_. Mosse tosto pretensioni sopra l'eredità del defunto elettore la _duchessa d'Orleans Elisabetta_, sua sorella, tenendosi ella chiamata a quegli Stati, o almeno a tutti i beni allodiali: laddove il duca di Neoburgo sosteneva il suo punto colle leggi dell'imperio, esclusive nelle femmine, e col testamento suddetto. Non fu pigro a prendere la protezion della cognata il _re Lodovico XIV_, e fin d'allora si cominciò a prevedere inevitabile una guerra a cagion di questo emergente. Contuttociò il re Cristianissimo con rara moderazione consentì di rimettere tal pendenza alla decisione del regnante pontefice; ma, questi dopo aver fatto esaminar le ragioni, sentendo troppo alte le pretensioni delle parti, non osava di discendere a laudo alcuno, per la chiara conoscenza che disgusterebbe l'una delle parti, e forse anche amendue. Siccome padre comune, e sommamente bramoso di conservar la pace fra i principi cristiani, in tempo spezialmente che procedeva sì felicemente la guerra contra de' Turchi, forte s'affliggeva per questo litigio, e moveva tutti i principi, affinchè, interponendo i loro uffizii, non si venisse a rottura. Dalle premure del re Cristianissimo fu mosso in quest'anno _Vittorio Amedeo II_ duca di Savoia a pubblicare un editto, per cui si comandava l'esercizio della sola religion cattolica nelle quattro valli abitate dai Valdesi, ossia dai Barbetti eretici: editto che niun buon esito produsse. Portossi dipoi questo sovrano sul fine dell'anno presente a Venezia, per godervi di quel carnevale, e ricevette da quel saggio senato tutti i maggiori attestati di stima. I curiosi politici immaginarono in tale andata non pochi misteri.
Anno di CRISTO MDCLXXXVII. Indiz. X.
INNOCENZO XI papa 12. LEOPOLDO imperadore 30.
Col taglio di una pericolosa fistola al _re Luigi XIV_ salvò in quest'anno la vita un valente chirurgo. Avrebbe ognun creduto, che quel monarca, avvisato con questo malore della fragilità della vita umana avesse da deporre o almen da moderare la sua fierezza. Ma non fu così. Anzi più che mai risentito, dopo aver fatto provar la sua potenza a tanti inferiori, volle anche farla sperimentare a chi meno egli dovea, cioè all'ottimo pontefice Innocenzo XI. Siccome più volte abbiam detto, era gran tempo che gli ambasciatori delle teste coronate si erano messi in possesso delle franchigie in Roma, pretendendo esenti dalla giustizia ed autorità del pontefice non solamente i lor palagi, ma anche un'estensione di molte case nei contorni, che servivano di sicuro ricovero a tutti i malviventi e banditi. Con questi indebiti asili non si potea nè esercitar la giustizia, nè mantener la pubblica quiete in quella nobilissima città. Perchè il pontefice avea dichiarato di non volere riconoscere nè ammettere all'udienza ambasciatore alcuno, se non rinunziava alla pretension delle franchigie, non si trovava più in Roma alcun d'essi, a riserva del _duca d'Etrè_ ambasciatore del re Cristianissimo, in riguardo di cui avea il santo padre promesso di chiudere gli occhi durante solo la di lui ambasceria. Venne questi a morte, e il papa ordinò tosto, che i pubblici esecutori liberamente entrassero nelle strade e case già pretese immuni. Nè pure in Madrid in questi medesimi tempi si volea più sofferire un somigliante eccesso degli stranieri ministri. Ma il re Luigi, a cui certo non piaceva che in Parigi alcun degli ambasciatori facesse in questa maniera da padrone, era nondimeno intestato che fosse un diritto della sua corona la franchigia del suo ministro in Roma, la quale, quantunque dovuta a lui e alla sua famiglia, pure irragionevole cosa era il pretendere che si avesse a stendere a quella esorbitanza che praticavasi allora in Roma sotto gli occhi del pontefice sovrano. Ma se Innocenzo XI era inflessibile su questo punto, con essere anche giunto a pubblicare una bolla che vietava sotto pena della scomunica le franchigie, anche dal canto suo Luigi XIV si mostrava costante in voler sostenere sì fatto abuso; nè per quante ragioni sapesse adurre il _cardinal Ranucci_ nunzio apostolico, si lasciò smuovere da sì ingiusta pretensione.
Ora quel monarca, risoluto di far tremare anche Roma, scelse per suo ambasciatore _Arrigo Carlo marchese di Lavardino_; e quantunque sapesse le proteste del papa di non ammetterlo come ambasciatore, qualora non precedesse la rinunzia delle franchigie, pure lo spedì nel settembre di quest'anno alla volta di Roma con trecento persone di seguito. Fece anche imbarcare a Marsiglia e Tolone sino a quattrocento cinquanta tra uffiziali e guardie, che sul Fiorentino s'unirono col Lavardino. Con questo accompagnamento, come in ordinanza di battaglia, entrò in Roma il marchese nel dì 16 di novembre, essendo tutte in armi quelle centinaia di uffiziali e guardie, e con questo fasto andò egli a prendere il possesso del palazzo Farnese e di tutti gli adiacenti quartieri. Fece chiedere udienza al papa, nè la potè ottenere; e siccome egli pubblicamente contravveniva alla bolla pontifizia, così tenuto fu per incorso nella scomunica. Cominciò più baldanzosamente con superbo corteggio di carrozze e di ducento guardie a cavallo, tutti uffiziali, e ben armati, a passeggiar per Roma. Teneva in oltre nella piazza del palazzo suddetto trecento guardie a cavallo con ispada sfoderata in mano, spendendo largamente per cattivarsi il popolo, e facendo ogni dì conviti e magnificenza in casa sua, ridendosi del papa, e minacciando trattamenti peggiori contra di lui: azioni tutte che non si sapeva intendere come si permettessero o volessero da chi si gloria di essere il primo figlio della Chiesa. Non mancavano persone, che consigliavano il santo padre di non tollerar questi affronti, e di far gente per reprimere tanto orgoglio; ma il saggio sofferente pontefice, risoluto di voler più tosto dimenticarsi di esser principe, come mansueto pastore non altro rispondeva, se non le parole del salmo: _Hi in curribus et in equis: Nos autem in nomine Dei nostri invocabimus_. Certamente fra le glorie di Luigi XIV non si può contare l'aspro trattamento da lui fatto a _papa Alessandro VII_. Molto meno poi si potrà lodare il più sonoro praticato coll'ottimo _papa Innocenzo XI_; perchè ragione non c'è da poter mai giustificare le franchigie, tali quali s'erano introdotte in Roma, nè la violenza usata dal Lavardino con evidente ingiuria alla sovranità e all'eccelso grado di chi è vicario di Cristo. Perchè poi esso Lavardino fece nel dì del Natale del Signore celebrar messa solenne nella chiesa di San Luigi, e vi assistè con tutta pompa, si vide sottoposta quella chiesa coi sacerdoti all'interdetto.
Un altro grave affanno provò in questi tempi il pontefice, per essersi scoperto in Roma autore di una pestilente setta (appellata dipoi il _Quietismo_) Michele Molinos prete spagnuolo, che colla sua ipocrisia s'era tirato addietro una gran copia di seguaci, anche di alto affare. Lo zelantissimo pontefice, allorchè da saggi e dotti porporati restò ben informato dei falsi insegnamenti di costui, e delle perniciose conseguenze della palliata di lui pietà, ne comandò tosto la carcerazione; e di gran faccende ebbero successivamente i teologi e il tribunale della santa inquisizione per opprimere ed estirpare questa mala gramigna, che insensibilmente s'era anche diffusa per altre parti di Italia. Furono severamente proibiti i libri d'esso Molinos, e con bolla particolare del sommo pontefice nel dì 28 d'agosto fulminate sessantotto proposizioni estratte da essi libri. Si proseguì poi con severità, ma non disgiunta dalla clemenza, il processo contro l'autore di tal setta, e di chiunque l'avea o imprudentemente o maliziosamente adottata, di modo che, proseguendo le diligenze, da lì a qualche tempo se ne smorzò affatto l'incendio, e ne restò la sola memoria del nome. Non rallentò papa Innocenzo XI le sue premure per la guerra contro il Turco nell'anno presente; nè solamente inviò in aiuto de' Veneti le sue galee, ma ottenne ancora che la repubblica di Genova v'inviasse le sue. Tornossene da Roma in Inghilterra, ossia in Francia il conte di Castelmene ambasciatore del _re Giacomo II_. E _Francesco II duca_ di Modena, dopo aver goduto singolari finezze in Napoli, si restituì nel febbraio ai suoi Stati, senza aver potuto condur seco la _duchessa Laura_ sua madre, la quale nel susseguente luglio, con fama di rara pietà e saviezza, diede fine al suo vivere in Roma, lasciando lui erede de' suoi beni nel Modenese, e de' posseduti da lei in Francia la regina della Gran Bretagna _Maria Beatrice_ sua figlia.