Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 49
Vollero in questi tempi gl'Inglesi far provare il loro sdegno alla repubblica di Genova per la sua aderenza alla Spagna. Presentatasi nel dì 26 di settembre una squadra delle lor navi contro la medesima città, con alquante palandre, cominciò a gittar delle bombe; ma conosciuto che queste non arrivavano a terra, e intanto i cannoni del porto non istavano in ozio, tardarono poco a ritirarsi, senza avere inferito alcun danno alla città. Passarono essi dipoi al Finale, e fecero quivi il medesimo giuoco contro quella terra, che loro corrispose con frequenti spari d'artiglierie: laonde, vedendo di nulla profittare, anche di là se n'andarono con Dio. Non così avvenne alla tanto popolata terra, o sia città di San Remo, dove o non seppe o non potè far difesa quel popolo. Secento bombe e tre mila cannonate delle navi inglesi fecero un lagrimevol guasto in quelle case, ed immenso danno recarono a quegl'industriosi abitanti. Andarono intanto gli Austriaci e Piemontesi ad unirsi in Casale di Monferrato, vegliando quivi agli andamenti de' Gallispani, i quali, perchè Alessandria era rimasta in isola, nel dì 6 di ottobre sotto di essa aprirono la trincea. Sino alla notte precedente al dì 12 si tenne forte in quella città il _marchese di Carraglio_, general veterano del re di Sardegna, e si ridusse poi con tutti i suoi nella cittadella, di modo che nel dì seguente pacificamente entrarono in essa città i Gallispani. Avea nei tempi addietro il re sardo con immense spese atteso a fornir quella cittadella di tutte le più accreditate fortificazioni dentro e fuori; abbondanti munizioni da guerra e provvisioni di vettovaglie vi erano state poste; grosso era il presidio. Per queste ragioni, e per essere molto avanzata la stagione, troppo impegno essendo sembrato ai Gallispani l'imprendere quell'assedio, unicamente si pensò a vincere colla fame una sì rilevante fortezza. Lasciatala dunque bloccata con sufficiente numero di truppe, il resto della loro armata passò all'assedio di Valenza, sotto di cui nel dì 17 d'ottobre diedero principio alle ostilità. Venne in questi tempi al comando dell'armata austriaca _Wincislao principe di Lictestein_, di una delle più nobili e più ricche case della Germania, e personaggio di somma prudenza e pietà, in cui non si sapea se maggior fosse la generosità, o la cortesia e l'onoratezza: delle quali virtù avea lasciata gran memoria nell'ambasceria a Parigi, e in tante altre occasioni. Dacchè furono inoltrati gli approcci sotto Valenza, e si videro gli assedianti in procinto di dare l'assalto ad una mezza luna, il comandante d'essa fortezza _marchese di Balbiano_ ne propose la resa agli aggressori; ma, ricevuta risposta che si voleva la guernigion prigioniera, egli nella notte avanti al dì 30 del mese suddetto con tutta segretezza abbandonò la piazza, lasciando dentro solamente cento uomini nel castello, oltre a molti malati. Il resto di sua gente, che consisteva in mille e novecento soldati, in varie barche felicemente si trasportò co' suoi bagagli di là da Po, con aver anche danneggiato i Gallispani, che, prevedendo questo colpo, tentarono di frastornare il loro passaggio. Entrati i vincitori in Valenza vi trovarono circa sessanta cannoni, ma inchiodati, molti mortari, e buona quantità di munizioni ed attrezzi militari.
Giacchè il _re di Sardegna_ e il _principe di Lictestein_ s'erano ritirati da Casale coll'esercito loro di là da Po a Crescentino, passarono i Gallispani ad essa città di Casale, che aprì loro le porte nel dì 5 di novembre. Il castello guernito di secento uomini si mostrò risoluto alla difesa, e però ne fu impreso l'assedio, ma con somma lentezza, ancorchè colà ridotti si fossero l'_infante don Filippo_, il _duca di Modena_, il _conte di Gages_ e il _maresciallo di Maillebois_. Erano cadute esorbitanti pioggie, che fuori dell'usato durarono sino al fine dell'anno. In quel grasso terreno vicino al Po si trovarono rotte a dismisura le strade, ed immenso il fango, talmente che i muli destinati per condurre da Valenza il cannone e le carrette delle munizioni restavano per istrada, e trovavano la sepoltura in quegli orridi pantani. Dall'escrescenza ed inondazione del Po fu anche obbligato il re di Sardegna a ritirare il suo campo verso Trino e Vercelli. Intanto circa il dì 8 di novembre passarono i Francesi ad impadronirsi della città d'Asti, il cui castello, fatta resistenza sino al dì 18, si rendè, restando prigioniere il presidio. In questi tempi, cioè nel dì 17 d'esso mese, comparve sotto la Bastia capitale della Corsica una squadra di vascelli inglesi, che, fatta indarno la chiamata al governator _Mari_ Genovese, si diede a fulminar quella città con bombe e cannonate, proseguendo sino al dì seguente quell'infernale persecuzione; e poi, spinta da venti furiosi, passò altrove. Restò sì smantellata e in tal desolazione la misera città, che il governatore, informato dell'avvicinamento del colonnello Rivarola con tre mila Corsi sollevati, giudicò bene di ritirarsi di là: sicchè venne quella piazza in poter d'essi corsi. Per tal novità gran bisbiglio ed affanno fu in Genova. Intanto, essendosi continuati gli approcci e le offese sotto il castello di Casale, quel comandante savoiardo si vide obbligato alla resa, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Volle il _maresciallo di Maillebois_ il possesso e dominio di quella città a nome del re Cristianissimo, ed altrettanto avea fatto d'Asti, d'Acqui e delle altre terre di que' contorni. Sì esorbitanti poi furono le contribuzioni di danaro e di naturali, imposte dai Franzesi a quel paese, che svegliarono orrore, non che compassione, in chiunque le udì. Nell'Astigiano le truppe quivi acquartierate levavano anche i tetti delle case per far buon fuoco. Passò dipoi l'_infante don Filippo_ e il _duca di Modena_ col meglio delle loro forze a Pavia. Eransi già impossessati gli Spagnuoli di Mortara, del fertilissimo paese della Lomellina, e di tutto l'antico territorio pavese, con giubilo incredibile di que' cittadini, che aveano cotanto deplorato in addietro un sì fiero smembramento del loro distretto. Aveano in oltre essi Spagnuoli posto il piede in Vigevano, e meditavano di volgere i passi alla volta di Reggio e Modena; quando venne loro un assoluto ordine della corte di Madrid di passare a Milano.
Si sapea che non troverebbono intoppo ai loro passi. Il _duca di Modena_ era di sentimento che si dovesse tenere unito tutto l'esercito fra Pavia e Piacenza e non istenderne o sparpagliarne le forze; e il _conte di Gages_, quantunque disapprovasse quell'impresa, pure fu forzato ad ubbidire. Marciò dunque esso Gages con un grosso distaccamento di truppe, e dopo avere ricevuti i deputati di Milano, che gli andarono incontro ad offerire le chiavi, e a chiedere la conferma dei lor privilegii, nel dì 16 di dicembre entrò con tutta pace in quella metropoli, e tosto diede ordine, che si barricassero tutte le contrade riguardanti quel reale castello. Nel dì 19 del suddetto dicembre fece anche l'infante _don Filippo_ in compagnia del duca di Modena l'ingresso in Milano, accolto con festose acclamazioni da quel popolo, che, quantunque ben affetto all'augusta casa d'Austria, pure pon potea di meno di non desiderare un principe proprio che stabilisse quivi la sua residenza. E fu certamente creduto da molti non solo possibile, ma anche probabile, che in questo germoglio della real casa di Borbone si avessero a rinovare gli antichi duchi di Milano. Perciò con illuminazioni ed altre dimostrazioni di giubilo si vide o per amore o per forza solennizzato l'arrivo di questo real principe in quella città. Questo passo ne facilitò poi degli altri, cioè l'impadronirsi che fecero gli Spagnuoli delle città di Lodi e Como. Intanto il _principe di Lictenstein_ col suo corpo di gente si tratteneva sul Novarese, stendendosi fino ad Oleggio grande, e ad Arona, e alle rive del Ticino. Nell'opposta riva di esso fiume il conte di Gages si pose anch'egli colle sue schiere, per impedire ogni passaggio o tentativo degli Austriaci. In tal positura di cose terminò l'anno presente: anno considerabilmente infausto al re di Sardegna, per la perdita di tanto paese, e per tante altre perniciose incursioni fatte da' suoi nemici verso Ceva ed altri luoghi, ed anche verso Exiles, dove le sue truppe ebbero una mala percossa nel dì 11 d'ottobre. E pure qui non terminarono le disavventure del Piemonte. Nell'anno precedente era penetrata in quelle contrade la peste bovina, e si calcolò che circa quaranta mila capi di buoi e vacche vi perissero. Un potente mezzo per dilatare qualsivoglia pestilenza suol essere la guerra, siccome quella che rompe ogni argine e misura dell'umana prudenza. Però maggiormente si dilatò questo micidial malore nell'anno presente pel Monferrato, e per gli altri Stati del re di Sardegna, e di là passò nei distretti di Milano e di Lodi, e giunse fino al Piacentino di là da Po, anzi arrivò a serpeggiare nel di qua d'esso fiume, e in parte del Bresciano, con terrore del resto della Lombardia. La strage fu indicibile; e chi sa quai sieno le terribili conseguenze di sì gran flagello, bisogno non ha da imparare da me in quanta desolazione restassero quei paesi, oppressi nel medesimo tempo dall'insoffribil peso della guerra. Conto fu fatto che centoottanta mila capi di essi buoi perissero nello Stato di Milano. Più riuscì sensibile a que' popoli questo colpo, che la stessa guerra.
Anno di CRISTO MDCCXLVI. Indizione IX.
BENEDETTO XIV papa 7. FRANCESCO I imperadore 2.
Nel più bell'ascendente pareano gli affari de' Gallispani in Lombardia sul principio di quest'anno, trovandosi le armi loro dominanti nel di qua da Po, a riserva della bloccata Alessandria, ed essendo venuta la città di Milano con Lodi, Pavia e Como alla lor divozione, con restare il solo castello di Milano renitente ai loro doveri. Lusingaronsi allora i Franzesi di poter trarre, coll'apparenza di sì bel tempo _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna nel loro partilo, o almeno di staccarlo colla neutralità dalla lega austriaca ed inglese. Da Parigi e da altre parti volavano nuove che davano per certo e conchiuso l'accomodamento colla real corte di Torino; nè si può mettere in dubbio che qualche maneggio, durante il verno, seguisse fra le due corti per questo. Ma o sia che le esibizioni della Francia non soddisfacessero al re di Sardegna; o pure, come è più probabile, e protestò dipoi esso re per mezzo de' suoi ministri alle corti collegate, ch'egli più pregiasse la fede ne' suoi impegni, che ogni altro proprio vantaggio, e gli premesse di reprimere la voce sparsa che l'instabilità nelle leghe passasse per eredità nella real sua casa: certo è che svanirono in fine quelle voci, e si trovò più che mai il re sardo costante ed attaccato alla lega primiera, con aver egli fatto tornare indietro mal soddisfatto il figlio del _maresciallo di Maillebois_, che, venuto ai confini, portava seco, non dirò la speranza, ma la sicurezza lusinghevole di veder tosto sottoscritto l'accordo. Stavano intanto i curiosi aspettando, che s'imprendesse l'assedio formale del castello di Milano, giacchè il ridurlo col blocco e colla fame sarebbe costato dei mesi, e intanto potea mutar faccia la fortuna. Ma il cannon grosso penava assaissimo ad essere trasportato per le strade troppo rotte da Pavia a Milano, e però di una in altra settimana s'andava differendo il dar principio a quell'impresa. Intanto, perchè si lasciarono vedere alcuni armati spagnuoli nel borgo degli Ortolani, o sia porta Comasina, che è in faccia al castello, le artiglierie d'esso castello gastigarono gl'innocenti padroni di quelle case con diroccarle. Attendeva il real infante _don Filippo_ a solazzarsi in questa metropoli con opere di musica, ed altri divertimenti; il _duca di Modena_ se ne passò a Venezia per rivedere la sua famiglia, e restituissi poscia nel febbraio a Milano; e il _generale Gages_ col nerbo maggiore delle truppe Spagnuole andò a postarsi alle rive del Ticino verso il lago Maggiore, per impedire qualunque tentativo che potesse fare il _principe di Lictenstein_, il quale avea piantato il suo campo ad Oleggio ed Arona, e in altri siti del Novarese, alla riva opposta del fiume suddetto.
Non attendeva già a solazzi in Vienna l'_imperadrice regina_, ma con attività mirabile, a cui non era molto avvezza in addietro la corte austriaca imperiale, provvedeva ai bisogni de' suoi in Lombardia. Era già stata conchiusa e ratificata la pace col re di Prussia. Pertanto, sbrigata da quel potente nemico essa regina col consorte Augusto, spedì subito ordine che una mano de' suoi reggimenti marciasse alla volta d'Italia. Rigoroso era il verno; le nevi e i ghiacci dappertutto; convenne ubbidire. Gran copia ancora di reclute si mise allora in viaggio. Cagion fu la suddetta inaspettata pace, e la spedizion di tanti armati austriaci, a poco a poco nel febbraio arrivati sul Mantovano, che andasse in fumo ogni disegno degli Spagnuoli (se pure alcuno mai ve ne fu) di mettere l'assedio al castello di Milano. E perciocchè s'ingrossavano forte gli Austriaci nel di qua da Po a Quistello, a San Benedetto, ed altri luoghi, rivolsero essi Spagnuoli i lor pensieri alla difesa di Piacenza, Parma e Guastalla, nella qual ultima piazza erano anche entrati. Occuparono anche la città di Reggio, dove quel comandante Boselli Piacentino s'ingegnò di lasciare un brutto nome, peggio trattandola che i paesi di conquista. Fu dunque posto grosso presidio in Guastalla, ed inviata gente con qualche artiglieria in rinforzo di Parma; nè in questi medesimi tempi cessavano di arrivare sul Genovesato munizioni e soldatesche spedite dalla Spagna e da Napoli, passando felicemente per mare, ancorchè girassero di continuo per quelle acque i vascelli e le galeotte inglesi. Anche per la riviera di Ponente passarono verso Genova tre reggimenti di cavalleria; ma non si vedevano già comparire in Italia nuove truppe franzesi.
Diedesi, appena venuto il mese di marzo, principio alle mutazioni di scena, che andarono poi continuando e crescendo in tutto l'anno presente nel teatro della guerra d'Italia. Il primo a fare un bel colpo fu il _re di Sardegna_, i cui movimenti finirono di dissipar le ciarle del sognato suo accordo colla Francia. Spedito il _barone di Leutron_ con più di dieci mila combattenti, all'improvviso nel dì 5 del mese suddetto piombò sopra la città di Asti. Circa cinque mila Franzesi con più di trecento uffiziali si godevano quivi un buon quartiere. Spedì bensì il tenente generale signor di Montal comandante di quelle truppe, al Maillebois l'avviso del suo pericolo, insieme con ottanta mila lire da lui ricavate di contribuzione; ma caduto il messo colla scorta negli Usseri, cotal disgrazia ragion fu che i Franzesi non fecero difesa che per tre giorni, e furono obbligati a rendersi prigionieri, con sommo rammarico del maresciallo, il quale non fu a tempo per soccorrerli, e rovesciò poi tutta la colpa di quell'infelice avvenimento sul comandante suddetto. Mentre egli sconcertato non poco si ritirò per coprire Casale e Valenza, i vincitori Piemontesi, rastrellando in varii siti altre picciole guernigioni franzesi, s'inoltrarono alla volta della già languente cittadella d'Alessandria pel sofferto blocco di tanti mesi, seguitati da un buon convoglio di viveri condotto dal marchese di Cravenzana. Sminuito per li patimenti quel presidio, comandato dal valoroso _marchese di Carraglio_, era anche giunto a combattere colla fame; e già per la mancanza delle vettovaglie si trovava alla vigilia di darsi per vinto: quando i dieci battaglioni franzesi esistenti nella città, all'udire avvicinarsi il grosso corpo de' Piemontesi, giudicarono meglio di abbandonarla, lasciando in quello spedale qualche centinaio di malati, che rimasero prigioni del re di Sardegna. Intanto, per conservar la comunicazione con Genova, ritirossi il Maillebois a Novi. Questi colpi, e l'ingrossarsi continuamente verso l'Adda e nel Mantovano di qua da Po le milizie austriache, fecero conoscere all'infante don Filippo che l'ulteriore soggiorno suo e delle sue truppe in Milano era oramai divenuto pericoloso. Cominciarono dunque a sfilare verso Pavia i cannoni grossi venuti per l'ideato assedio del castello di Milano, ed ogni altro apparato militare. Ciò non ostante, nel dì 15 di marzo, giorno natalizio dell'infante suddetto, il duca di Modena diede una suntuosa festa a tutta la nobiltà di Milano. Ma da che s'intese che il general tedesco _Berenclau_ da Pizzighettone con circa dieci mila de' suoi, dopo l'acquisto di Codogno, s'incamminava verso Lodi, di colà ritiratisi gli Spagnuoli, si salvarono quasi tutti a Piacenza. Gli altri parimente, che erano a Como Lecco e Trezzo, ed assediavano il forte di Fuentes, tutti se ne vennero a Milano. Ma ecco cominciar a comparire alla porta di quella città le scorrerie degli Usseri. Allora fu che il generale conte di Gages andò ad insinuare al real infante che tempo era di ricoverarsi a Pavia, aggiungendo essere venuto quel giorno ch'egli sì chiaramente avea predetto all'altezza sua reale, prima di muoversi alla volta di Milano. Era sul far dell'alba del dì 19 di marzo, in cui quel real principe col duca di Modena e col corpo di sua gente prese commiato da quella nobil città. Quanto era stato il giubilo nell'entrarvi, altrettanto fu il rammarico ad abbandonarla. Due ore dopo la loro partenza ripigliarono gli Austriaci il possesso di Milano, ed ebbero tempo di solennizzare la festa di san Giuseppe con tutti i segni di allegria, sì per la felice liberazione della città, che pel nome del primogenito arciduchino.
Non poterono allora i politici contenersi dal biasimare la condotta degli Spagnuoli, che invece di attendere ad assicurar meglio il di qua da Po coll'espugnazione della cittadella d'Alessandria, aveano voluto sì smisuratamente slargar l'ali e prendere tanto paese, senza ben riflettere se aveano forze da conservarlo. Esercito troppo diviso non è più esercito. Erano sparpagliati i Gallispani per tutto il di qua da Po, ed arrivava il dominio d'essi da Asti per Piacenza e Parma fino a Reggio e Guastalla. Tenevano Pavia, Vigevano e la città di Milano, ma con un castello forte che minacciava non meno essi che la città. Occupavano ancora Lodi e le fortezze dell'Adda. Dappertutto conveniva tener presidii, e però dappertutto mancava una armata; e ciò che parea accrescimento di potenza, non era che debolezza. Non fu già consiglio del duca di Modena, nè del generale Gages, che si andasse a far quella bella scena o sia comparsa in Milano; ma convenne ubbidire al real infante, o, siccome è più credibile, agli ordini precisi venuti da Madrid. Troppo spesso sogliono prendere mala piega le imprese, qualora i gabinetti lontani vogliono regolar le cose, e saperne più di un general saggio che sul fatto conosce meglio la situazion delle cose, e secondo le buone o cattive occasioni dee prendere nuove risoluzioni. Contuttociò si ha da riflettere che non poterono gli Spagnuoli prevedere l'improvvisa pace dell'imperadrice regina col re prussiano, nè seppero figurarsi ch'ella nell'aspro rigore del verno avesse da far volare in Italia sì gran forza di gente: tutti avvenimenti che sconcertarono le da loro forse ben prese misure. A questi impensati colpi e vicende gli affari delle guerre e delle leghe son sottoposti. Anche dalla parte di Levante non tardò la fortuna a dichiararsi per l'armi austriache. Nel dì 26 di marzo il generale comandante _conte di Broun_, essendosi mosso dal Mantovano di qua da Po col suo corpo di armata, diviso in tre colonne, l'una comandata da lui, e le altre dai generali _Lucchesi_ e _Novati_, s'inviò alla volta di Luzzara e di Guastalla. Trovavasi in questa città di presidio il maresciallo di campo _conte Coraffan_, valoroso uffiziale del re di Napoli, col suo reggimento di Albanesi, consistente in circa mille e cinquecento delle migliori soldatesche napoletane, ma senza artiglieria, e sprovveduto anche di altre munizioni da guerra e da bocca. Ricorse egli per tempo al _marchese di Castellar_, che con alquanti reggimenti era venuto alla difesa di Parma, rappresentandogli il bisogno e il pericolo. Ordine andò a lui di ritirarsi a Parma, ma a tempo non arrivò quell'ordine. Intanto il Castellar con tre mila de' suoi venne a postarsi al ponte di Sorbolo, per secondare la supposta ritirata del Coraffan. Poco vi fermò il piede, perchè un grosso distaccamento da lui inviato al ponte del Baccanello, assalito dal generale unghero Nadasti, fu forzato a tornarsene con poco piacere a Parma, lasciando indietro molti morti e prigioni. Piantati intanto alcuni pezzi di grossa artiglieria sotto Guastalla, non potendosi sostenere quel presidio, si rendè prigioniere di guerra con gravi lamenti contra del Castellar, quasi che gli avesse sacrificati al nemico. Cagion furono questi avvenimenti che anche gli Spagnuoli esistenti in Reggio, abbandonata quella città, si ritirarono al ponte d'Enza; laonde spedito da Modena il conte Martinenghi di Barco, colonnello del reggimento savoiardo di Sicilia, con alcune centinaia de' suoi e con un rinforzo di Varasdini, ripigliò il possesso di quella città; e poi passò al suddetto ponte, per iscacciarne i nemici. Quivi fu caldo il conflitto; vi perirono da trecento e più Austriaco-sardi con alcuni uffiziali; vi restò anche gravemente ferito lo stesso colonnello; ma in fine si salvarono gli Spagnuoli a Parma, lasciando libero quel sito ai Savoiardi. La perdita d'essi Spagnuoli in questi movimenti e piccioli conflitti si fece ascendere a circa quattro mila persone fra disertati, uccisi e prigioni.
Non istava intanto ozioso dal canto suo il re di Sardegna. Giunto egli e ricevuto nella città di Casale, fra pochi giorni, cioè nel dì 28 di marzo, col furore delle artiglierie costrinse i pochi Franzesi esistenti in quel castello a renderlo, col rimaner essi prigioni. Di colà poi passò all'assedio di Valenza, dove si trovavano di presidio due battaglioni spagnuoli, ed uno svizzero, truppe del re delle Due Sicilie. Il fuoco maggiore nondimeno si disponeva verso Parma. L'essere in concetto i Parmigiani di sospirare più il governo spagnuolo che quello degli Austriaci, concetto fondato, verisimilmente nell'aver taluno della matta plebaglia usate alcune insolenze al presidio tedesco, allorchè abbandonò quella città, e fatta quel popolo gran festa all'arrivo d'essi Spagnuoli: tale mal animo impresse in cuore delle milizie austriache, che non si sentivano che minaccie di trattar quel popolo da ribelle e nemico; e però marciavano quelle truppe alla volta del Parmigiano, come a nozze, per l'avidità dello sperato, e fors'anche promesso, bottino. Ma non così l'intese la saggia ed insieme magnanima imperadrice regina. Conoscendo essa qual deformità sarebbe il permettere pel reato di alcuni pochi il gastigo e la rovina di tante migliaia d'innocenti persone; e che in danno anche suo proprio ridonderebbe il ridurre in miserie una città che era e dovea restar sua: mandò ordine che si pubblicasse un general perdono in favore de' Parmigiani; e questo fu stampato in Modena. La disgrazia volle che alcuni di quegli uffiziali per tre giorni dimenticarono di averlo in saccoccia e di pubblicarlo; e però entrarono furiosi i Tedeschi in quel territorio, stendendo le rapine sopra le ville e case che s'incontravano, ed anche sfogando la rabbia loro contro quadri, specchi ed altri mobili che non poteano o volevano asportare. Nè pure andò esente dalle griffe loro il palazzo di villa della vedova duchessa di Parma Dorotea di Neoburgo, a cui pure dovuto era tanto rispetto, per essere ella madre della regina di Spagna, e prozia della regnante imperadrice. Si fece poi fine al flagello, da che niuno potè scusarsi di non sapere l'accordato perdono, e maggiormente dappoichè arrivò a quel campo il supremo comandante _principe di Lictenstein_, il quale con esemplar rigore di gastighi tolse di vita i disubbidienti, e massimamente i trovati rei di aver saccheggiate le chiese.