Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 48
Chiunque sapea quanta gente e che smisurato tempo costasse il vincere quell'importante piazza nelle vecchie guerre di Fiandra, stimava di mirare anche oggidì le stesse maraviglie di ostinata difesa. Ma non son più quei tempi, e le circostanze ora sono ben diverse. Il prendere le piazze anche più forti è divenuto un mestier facile all'ingegno e valore delle armi franzesi. Ostenda nel dì 23 del suddetto mese d'agosto con istupore d'ognuno capitolò la resa, e quel presidio ottenne onorevoli condizioni. Avendo con questa segnalata impresa il re Cristianissimo coronato la sua campagna, carico di palme se ne tornò a Parigi e a Versaglies. Anche Neuport, fortezza di gran conseguenza, nel dì 5 di settembre venne in potere de' Franzesi, ed altrettanto fece Ath nel dì 8 di ottobre. Un gran dire dappertutto era al mirare con che favorevol vento procedessero in Fiandra le armate franzesi, e qual tracollo venisse ivi agl'interessi dell'imperadrice Maria Teresa. Eppure qui non si fermò l'applicazione del gabinetto di Francia. Sul principio d'agosto, assistito qualche poco da essi Franzesi, il cattolico principe di Galles _Carlo Odoardo_, figlio di _Giacomo III Stuardo_ re d'Inghilterra, già chiamato nel precedente anno in Francia, ebbe la fortuna di passare sopra una fregata con alcuni suoi aderenti, e buona copia d'armi e danaro in Iscozia, dove fu accolto con festa da molti di que' popoli, che non tardarono a sollevarsi, e a riconoscere per loro signore il di lui padre. Prese tosto tal piede quell'incendio, che _Giorgio II_ re d'Inghilterra, non tanto per opporsi ai progressi di questo principe, quanto ancora per sospetti che non si trovasse qualche rivoluzione nel cuore del regno, richiamò a Londra parte delle sue truppe esistenti in Fiandra, e fece anche istanza agli Olandesi del sussidio di sei mila soldati, al quale erano tenuti secondo i patti, e bisognò inviarli. Contribuì non poco tal avvenimento a facilitar le conquiste de' Franzesi nei Paesi Bassi. Non mi fermerò io punto a descrivere quegli avvenimenti, perchè oramai mi chiama l'Italia a rammentare i suoi.
Fermossi per tutto il verno dell'anno presente col quartier generale austriaco in Imola il _principe di Lobcowitz_, e si stendevano le sue truppe per tutta la Romagna. Nello stesso tempo il generale spagnuolo _conte di Gages_ faceva riposar le sue milizie su quel di Viterbo e nei contorni, lagnandosi indarno gl'innocenti popoli dello Stato ecclesiastico di sì fatto aggravio. Diverso nondimeno era il danno loro inferito da queste armate; perchè gli Austriaci, non contenti delle naturali, esigevano anche esorbitanti contribuzioni in danaro dalle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna. Passati i primi giorni di marzo, giacchè il _conte di Gages_ era stato rinforzato da molti squadroni spediti dalla Spagna e da un corpo di Napolitani, con essere in viaggio altre schiere per unirsi con lui, mise in moto l'armata sua alla volta di Perugia, e quindi per tre diverse strade valicò lo Apennino; e nel dì 18 cominciarono quelle truppe a comparire a Pesaro. Credevasi che gli Austriaci postati a Rimino fossero per far testa; ma non si tardò molto a vedere l'inviamento de' loro spedali alla volta del Ferrarese, per di là passare a Mantova; e da che i Napolispani s'inoltrarono verso Fano, il _principe di Lobcowitz_, incendiati i proprii magazzini, cominciò a battere la ritirata verso Cesena, Forlì e Faenza. Parea che i Napolispani avessero l'ali; non l'ebbero meno gli Austriaci; talmente che, arrivato il principe suddetto, nel dì 5 di aprile, a Bologna coll'armata, non le diede riposo, e fecela marciare alla volta della Samoggia. Ma da che cominciarono i nemici a comparire di qua da Bologna, egli postò nel dì 10 di esso mese tutto l'esercito suo di qua dal Panaro sul Modenese.
Arrivato che fu da Venezia a Bologna anche _Francesco III d'Este_ duca di Modena, generalissimo dell'armata napolispana, s'inviò questa in ordinanza di battaglia verso il suddetto Panaro, e nel dì 13 di aprile nelle vicinanze di Spilamberto lo passò, benchè fosse accorso colà il _principe di Lobcowitz_ con apparenza di voler dare battaglia. Ma senza aver fatto alcuna prodezza, si vide la sera tutto l'esercito austriaco passar lungo le mura di Modena: esercito che servì di scusa al generale, se altro non cercava che di ritirarsi; perchè comparve smilzo più d'un poco agli occhi dei molti spettatori. Venne il Lobcowitz ad accamparsi fra la cittadella di Modena e il fiume Secchia, mentre i Napolispani andarono a piantare le tende al Montale, e ne' luoghi circonvicini sino a Formigine, quattro miglia lungi dalla città. Si figurarono molti che il pensier loro fosse di entrare in Modena, e già il Lobcowitz avea aggiunto al ponte alto un altro ponte di barche, per salvarsi di là dal fiume, qualora tentassero i nemici di assalirlo in quel posto: saggia risoluzione, perchè, passato di là, non paventava di loro; e quand'eglino avessero in altri siti superato il fiume, egli se ne sarebbe tornato in sicuro da quest'altra parte. Ma altri erano i disegni de' Napolispani. Correvano allora i giorni santi, e vennero quelli ancora di Pasqua: con che divozione li passassero i Modenesi non sentendo altro che la desolazione del loro paese per le due vicine armate, facilmente si può immaginare. Ed ecco che nella notte precedente il dì 22 d'aprile i Gallispani alla sordina levarono il campo, e per la strada di Gorzana s'avviarono alla volta delle montagne di San Pellegrino. Una impensata fiera disavventura arrivò ad esse truppe nel passare per colà in Garfagnana, perchè, colte da un'improvvisa neve, che principiò a fioccare, e trovandosi senza foraggi e biade in que' monti, fecero orridi patimenti; seguì non lieve diserzione di gente, e più di cinquecento cavalli e muli lasciarono l'ossa su quelle balze. Calati poi nella Garfagnana i Gallispani, sì improvvisamente arrivarono addosso alla fortezza di Montalfonso, che quel comandante austriaco, sorpreso senza vettovaglia, si arrendè tosto col presidio prigioniere di guerra; ed avendo poi fatto altrettanto quello della Verucola, tornò tutta quella provincia all'ubbidienza del duca di Modena suo legittimo sovrano. Speravano i Garfagnini un trattamento da amici dalle truppe spagnuole, e provarono tutto il contrario. Passò da lì a poco quell'armata sul Lucchese, e stesesi fino a Massa, dando assai a conoscere ch'essa era per volgersi verso il Genovesato, a fine di unirsi coll'altra armata de' Gallispani che si andarono adunando nella riviera occidentale di Genova. Si avvide per tempo di questo loro disegno il generale austriaco principe di Lobcowitz; e perciò anch'egli nel dì 23 d'aprile sollecitamente alzò il campo dai contorni di Modena, e s'avviò alla volta di Reggio, e di là poi andò a mettere il suo quartiere a Parma, con ispedire varii distaccamenti in Lunigiana, a fine d'impedire o frastornare il passaggio de' nemici nel territorio di Genova. In fatti, allorchè nel dì 9 di maggio si misero i Napolispani a passare la Magra, ne riportarono una buona percossa: dopo di che arrivarono in fine dopo tante faticose marcie a prendere riposo nelle vicinanze di Genova.
Si venne a poco a poco da lì innanzi svelando un arcano che avea dato molto da pensare e da discorrere nei giorni addietro. Molto tempo era che la repubblica di Genova andava facendo un grande armamento di nazionali, di Corsi, e di qualunque disertore che capitava in quelle parti. Chi credea con danaro proprio di essi Genovesi, e chi colla borsa di Spagna. Tanto gl'Inglesi, padroni per la potente lor flotta del Mediterraneo, quanto _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna se ne allarmarono, ed inviarono ministri a chiedere il perchè si facesse quella massa di gente. Altra risposta non riceverono, se non che trovandosi da ogni parte attorniati da armate gli Stati di quella repubblica, il senato per propria difesa e sicurezza avea messe insieme quell'armi. Ma i saggi, che penetravano nel midollo delle cose, sospettarono di buon'ora la vera cagione di tal novità. Non fu sì segreto il trattato di Worms, fatto dal re di Sardegna colle corti di Londra e di Vienna, che non traspirasse accordato al medesimo re l'acquisto ancora del Finale, già appellato di Spagna. Del che si maravigliarono non pochi; perciocchè dallo strumento della vendita d'esso Finale fatta dall'imperador _Carlo VI_ ai Genovesi non apparisce alcuna restrizione, se non che quel marchesato restasse feudo imperiale. Ma il re di Sardegna volle in tal congiuntura che si avesse riguardo alle antiche pretensioni e ragioni della sua real casa su quel feudo. Dovettero ben trovarsi imbrogliati i ministri della regina per accordar questo punto, stante l'evizione promessa dall'Augusto Carlo nella vendita; e pure convenne accordarlo. Sommamente restarono irritati per questo i Genovesi contra del re di Sardegna, e non fu perciò difficile alle corti di Francia, Spagna e Napoli di manipolare un trattato di aderenza d'essa repubblica all'armi loro, mercè della promessa di assicurarla del dominio e godimento di quello Stato, allorchè si tratterebbe di pace. Altri vantaggi ancora le esibirono a tenor delle conquiste che si meditavano nella presente guerra. Entrarono pertanto i Genovesi nell'impegno, ed aspettarono a cavarsi la maschera allorchè gli Spagnuoli si avanzarono verso i loro confini. Di gran conseguenza fu per li Gallispani l'accrescimento di questi nuovi alleati, che si dichiararono ausiliarii della Spagna, perchè, oltre al riguardevol rinforzo delle lor genti, si venne ad aprire una larga porta pel Genovesato all'armi di essi Gallispani, quando probabilmente non avrebbono essi potuto trovarne un'altra sì facile per calare in Lombardia.
Giù nella Savoia era passato colle sue genti in Provenza il reale infante _don Filippo_, e quivi avea ricevuto un buon sussidio di altri fanti e cavalli, a lui spediti dal re suo genitore: nel qual tempo ancora non cessavano di andar giugnendo a Nizza e Villafranca sciabecchi spagnuoli, portanti artiglierie, attrezzi e munizioni, senza chiederne passaporto ai nemici Inglesi, i quali sembravano chiudere gli occhi a que' trasporti, ma verisimilmente non li poteano impedire, anzi andavano facendo prede di tanto in tanto. Era anche in marcia un corpo di non so quante migliaia di fanteria e cavalleria franzese, sotto il comando del maresciallo _marchese di Maillebois_, per venire ad unirsi con esso infante. Andò poi come potè il meglio l'armata spagnuola progredendo per le disastrose strade della riviera di Ponente alla volta di Savona. Fu richiamato in questo tempo alla corte di Vienna il _principe di Lobcowitz_, per valersi di lui nell'importante guerra di Boemia. Ora l'esercito austriaco, informato che il corpo degli Spagnuoli comandato dal _duca di Modena_, e rinforzato da due mila cavalli e tre mila fanti, staccati dall'armata dell'infante, si era inoltrato sino alla Bocchetta, dopo la metà di giugno, per opporsi al loro avanzamento, entrò nel Genovesato, impadronendosi di Novi. Anche il re di Sardegna, a cui la morte nel dì 29 di maggio avea tolto il _marchese d'Ormea_, gran cancelliere ed insigne primo ministro suo, mandò le sue milizie ad accamparsi nei siti per dove potea l'infante _don Filippo_ tentare il passaggio in Lombardia. Fermaronsi gli Austriaci in Novi sino al principio di luglio, quando il _duca di Modena_ unito al _general Gages_ marciò a quella volta con tutte le forze dell'oste napolispana, e gli obbligò a ritirarsi a Rivalta, e nelle vicinanze di Tortona. Nello stesso tempo anche l'infante coll'esercito gallispano, mossosi da Savona, e passato lo Apennino, arrivò a Spigno, e pel Cairo venne ad impadronirsi della città di Acqui nel Monferrato, con fare retrocedere i Savoiardi. Parimente con altro corpo di gente il maresciallo di Maillebois calò per la valle di Bormida: laonde fu obbligato il general piemontese Sinsan a ritirarsi da Garessio a Bagnasco, per coprire il forte di Ceva. Alla metà di luglio, allorchè s'intese in piena marcia l'esercito napolispano alla volta di Capriata, e il gallispano procedere verso Alessandria, il _conte di Schulemburgo_, general comandante delle armi austriache, ridusse le sue truppe (colle quali si unì anche la maggior parte dei Savoiardi) a Montecastello e a Bassignana, formando quivi un accampamento sommamente vantaggioso pel sito difeso dal Po e dal Tanaro, e insieme dalla città di Alessandria, con cui tenea quel campo una continua comunicazione. Venne circa il dì 23 di luglio ad unirsi il reale infante coll'esercito comandato dal duca di Modena, e passarono poi tutti ad accamparsi tra il Bosco e Rivalta, stendendosi sino a Voghera. Intanto fu data commissione al _marchese Gian Francesco Brignole_, general comandante delle truppe genovesi, di far l'assedio del vecchio castello di Serravalle, e si attese alle occorrenti disposizioni del bisognevole, per imprendere quello di Tortona e della sua cittadella.
Solamente nel dì 15 d'agosto parte dell'esercito collegato di Spagna si presentò sotto essa Tortona; e perchè quella città è priva di fortificazioni, il comandante savoiardo, dopo aver sostenuto per alquanti giorni il fuoco dei nemici, l'abbandonò, ritirando nella cittadella, o sia nel castello, il suo presidio. Alzaronsi poscia batterie di cannoni e mortari per bersagliar quella fortezza, e nel dì 23 si diede principio alla lor sinfonia. Comune credenza era, che quel castello farebbe lunga difesa, stante la situazione sua sopra un monte o colle, per non poter esser battuto, se non da un lato, cioè dal declivo settentrionale della stessa collina. Ma attaccatosi fuoco nelle fascinate delle fortificazioni esteriori, quella guernigione nel dì 3 di settembre capitolò la resa, con obbligarsi di non servire per un anno contra degli alleati della Spagna. Si era già sul principio d'agosto renduto Serravalle all'armi collegate, con restar prigioniero di guerra quel tenue presidio. Cominciarono allora i Genovesi a raccogliere il frutto della loro aderenza alla Spagna, perchè fu conceduto ad essi il possesso e governo non solamente di quel castello, ma anche del marchesato d'Oneglia. Sbrigatosi dall'impedimento di Tortona il real infante _don Filippo_, fu sollecito a spedire il duca di Vieville con un grosso distaccamento di cavalleria e fanteria e con cannoni all'acquisto di Piacenza. In quella città non restava se non il presidio di circa trecento uomini, avendo conosciuto il re di Sardegna di non poterla sostenere. Perchè quel comandante ricusò di aprir le porte, gli Spagnuoli impazienti, avendo recato seco delle scale, improvvisamente diedero la scalata alle mura verso Po, e vi entrarono nel dì 5 di settembre. Ritirossi la guernigione nel castello, lasciando esposta la cittadinanza al pericolo di un sacco. La protezione di _Elisabetta Farnese_ regina di Spagna, quella fu che li salvò da questo flagello; ed accorsa la nobiltà, con far portare commestibili alle truppe, acquetò tosto il romore. Volle il comandante piemontese del castello, prima di rendersi, l'onore di essere salutato con molte cannonate, e poscia nel dì 13 di esso mese si rendè a discrezione. Quei presidiarii, che non erano nè savoiardi, nè tedeschi, ma italiani quasi tutti, si liberarono dalla prigionia con prendere partito nell'armata di Spagna. Ciò fatto, nel dì 16 comparve a Parma un distaccamento di Spagnuoli, che niuna difficoltà trovò ad impadronirsene, giacchè gli Austriaci ne aveano precedentemente menato via il cannone, e tutti gli attrezzi e le munizioni da guerra, e il loro presidio ne avea preso congedo per tempo. Volarono corrieri a Madrid con queste liete nuove, nè s'ingannò chi credette che la magnanima regina di Spagna intendesse con particolar giubilo e consolazione il riacquisto del suo paterno retaggio. Fu preso dal generale marchese di _Castellar_ il possesso di quella città, e di tutto il dominio già spettante alla casa Farnese, a nome di essa Cattolica regina; ed egli pubblicò poscia uno straordinario editto, vietante ogni sorta di giuoco d'azzardo, sotto pene gravissime: regolamento invidiato, ma non isperato da altre città. Dopo l'acquisto di Parma fu creduto che di quel passo verrebbono gli Spagnuoli fino a Modena; e persuasi di ciò gli uffiziali savoiardi, spedirono via in fretta i loro equipaggi. Ma altro non ne seguì, meditando gli Spagnuoli imprese di maggior loro vantaggio.
Diede in questi tempi il generale di essi _conte di Gages_ un nuovo saggio della sua avvedutezza, mostrata in tante altre militari azioni. Fatto gittare un ponte alla Stella verso Belgioioso, spinse all'altra riva un corpo di tre mila granatieri con della cavalleria. Pareano le sue mire volte a Milano: il che fu cagione che dal campo Austriaco-sardo di Bassignana fossero spediti con diligenza quattro mila soldati per coprire quella città. Ma il Gages all'improvviso fece marciare il duca di Vieville con quella gente a Pavia. Soli cinquecento Schiavoni, parte dei quali anche o malata o convalescente, si trovavano in quella città di molta estensione: laonde non durarono fatica con una scalata di Spagnuoli a mettervi dentro il piede nella notte precedente il dì 22 di settembre, con fare un acquisto di somma importanza nelle congiunture presenti, stante la situazione di quella città, che, oltre all'essere di là da Po, ha anche il suo ponte a cavallo del Ticino. Ottenne quel tenue presidio, ritiratosi nel castello, di potersene andare, con obbligo di non militare per un anno contra dei Gallispani e loro alleati. Per non essere ben informati gli Spagnuoli, perderono allora un bel colpo. Nel castello di Milano erano, secondo la disattenzione austriaca, smontati quasi tutti i cannoni; poco più di cento soldati stavano alla sua difesa, e questi senza viveri, che per cinque o sei giorni. Se colà marciavano a dirittura gli Spagnuoli, troppo verisimilmente veniva quell'insigne castello in breve alle lor mani. Nè pur Pizzighettone si trovava allora in migliore arnese. Ebbero dunque tempo il generale conte Pallavicini e il conte Cristiani gran cancelliere di provvedere con indicibil diligenza di tutto il bisognevole quelle due fortezze, sicchè le medesime si risero poi pei susseguenti attentati nemici. Intanto per mare, non ostante il continuo girare de' vascelli inglesi, andavano continuamente giugnendo a Genova parte da Napoli e parte dalla Catalogna nuovi rinforzi di gente, di artiglierie e munizioni, destinati al campo spagnuolo. La presa di Pavia cagion fu che il generale austriaco _conte di Schulemburgo_ colle sue truppe ripassasse il Po, per vegliare alla sicurezza di Milano, restando nondimeno a portata di poter recare soccorso, mercè di un ponte sul Po, al re di Sardegna, rimasto colle sue milizie nell'accampamento di Bassignana. Erasi fin qui esso re _Carlo Emmanuele_ fermato in quel sito, attendendo a sempre più fortificarlo, e a visitar sovente la città d'Alessandria, a cui pure facea continuamente accrescere nuove fortificazioni. Ma da gran tempo andava studiando il conte di Gages col duca di Modena di farlo sloggiare di là, perchè senza di questo nulla v'era da sperare contro Alessandria, Valenza ed altri luoghi superiori dietro il Po. Giacchè loro era riuscito di separare la maggior parte delle milizie austriache dalle piemontesi, lasciato un convenevol presidio in Pavia, si ridussero di qua da Po; ed unito lo sforzo de' suoi Napoletani, Franzesi e Genovesi, nella sera del dì 26 di settembre mossero da Castelnuovo di Tortona l'esercito per passare il Tanaro, ed assalire i forti trincieramenti, nei quali dimorava il re di Sardegna colle sue truppe.
Marciava in sei colonne questa potente armata, e nella prima si trovava lo stesso _Gages_ col _duca di Modena_, a fin di fare in varii siti un vero o finto assalto. Sullo spuntar dell'aurora del dì 27, dato il segno della battaglia con tre razzi dalla torre di Piovera, fanti e cavalli allegramente guadarono il fiume, e da più parti, secondo il premeditato ordine, piombarono addosso agli argini e fossi del campo nemico. Aveano essi creduto di andare a un duro combattimento, e si trovò che, a riserva del primo insulto a quelle trincee, non vi fu occasion di combattere. Perciocchè il re di Sardegna, appena scoperto il loro disegno, senza voler avventurare il nerbo delle sue genti, ordinò la ritirata, a cui gli altri diedero il nome di fuga. Furono veramente inseguiti i Savoiardi dai carabinieri reali e dalle guardie del duca di Modena, e da altri corpi di cavalleria spagnuola; ma cinque reggimenti sardi a cavallo, postati sopra un'altura in ordinanza, coprirono in maniera la ritirata delle artiglierie e la lor fanteria, che questa, quantunque sbandata, parte si ridusse a Valenza, e parte ad Alessandria. Con sommo disordine poscia scamparono anche quei reggimenti. Al primo romore avea bene il real sovrano di Sardegna chiesto soccorso al conte di Schulemburgo, che colle sue truppe stava accampato di là da Po, nè tardò egli punto a muoversi; due anche de' suoi reggimenti passarono allora in aiuto d'esso re; e da che videro come in rotta i Savoiardi, arditamente quasi per mezzo ai nemici si ritirarono a Valenza anch'essi. Ma perciocchè non furono pigri i Gallispani a marciar verso il ponte sul Po, che manteneva la comunicazione co' Piemontesi; e presa la testa del medesimo, voltarono due cannoni ivi trovati contro gli Austriaci: questi, o perchè trovarono interdetto l'ulteriore passaggio, o perchè conobbero già finita la festa, diedero il fuoco al ponte medesimo, e se ne tornarono al loro accampamento. Sicchè andò a terminare questa precipitosa impresa in poca mortalità di gente, in avere i collegati acquistato non già più che nove cannoni, due stendardi e il bagaglio di tre reggimenti. Si fece ascendere il numero de' prigioni savoiardi sin a due mila, fra i quali trentasette uffiziali, e ad alcune centinaia di cavalli; parte dei quali feriti nelle groppe. Non mancò in questa disgrazia al re sardo la lode di aver saputo salvare la maggior parte delle sue truppe ed artiglierie.