Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 46

Chapter 463,590 wordsPublic domain

Mentre si facea questa sanguinosa danza in Velletri, il principe di Lobcowitz con altri nove mila soldati dovea portarsi all'assalto dei posti della collina fortificati da' nemici. Tardò troppo. Tuttavia gli riuscì di occupar qualche sito del monte Artemisio. Ma così incessante fu il fuoco degli Spagnuoli, che quanti si avanzavano, rotolavano uccisi al fondo della valle, di maniera che dopo un ostinato conflitto di alcune ore furono forzati anche quegli Austriaci a battere la ritirata e ad abbandonare gli occupati posti. Terminata la scena, ognuna delle parti esaltò a dismisura la perdita dell'altra. I più saggi crederono che tra i morti e prigioni di Napolispani vi restassero almen due mila persone, fra le quali di prigionieri si contarono circa ottanta uffiziali, e fra gli altri il general conte Mariani, sorpreso colla gotta in letto. Vi perderono anche, chi disse nove, e chi dodici bandiere della brigata d'Irlanda. Dalla banda degli Austriaci rimasero prigionieri, oltre al generale Novati, diciotto altri uffiziali, e molti soldati colti in Velletri; e quantunque spacciassero di aver lasciati morti sul campo solamente circa cinquecento uomini, pure gli altri fecero ascendere la loro perdita a più di due mila persone. La verità si è, che se mancò la felicità, non mancò già la gloria di questo tentativo al principe di Lobcowitz, perchè in simili casi nè si possono prevedere tutti gli accidenti, nè a tutto provvedere. Ma certo è altresì che maggior fu la gloria de' Napolispani, i quali in sì terribil improvvisata, e con tanto avanzamento de' nemici, non solamente si seppero sostenere, ma anche rovesciarono valorosamente le loro schiere, superando una tempesta che fece grande strepito entro e fuori d'Italia. Dopo questo fallo, restate le due armate nei consueti loro posti, continuarono a salutarsi coi reciproci spari di artiglierie senza vantaggio degli uni e degli altri. Attese intanto l'infante re _don Carlo_ a rimontare la sua cavalleria: al che concorsero tutti i vassalli del regno di Napoli, ed anche quei di Sicilia. Varii distaccamenti spediti dal re in Abbruzzo ne fecero in questi tempi sloggiare il colonnello Soro coi suoi partitanti, e tornare all'ubbidienza della maestà sua le già occupate città. Il rigore usato contra di quegli abitanti dal comandante napoletano, fu detto che venisse detestato dalla corte stessa, e tanto più da chi senza parzialità pesava le azioni degli uomini.

Per tutto il settembre e per quasi tutto l'ottobre stettero in quella positura ed inazione le due nemiche armate sotto Velletri, quando si cominciò a scorgere che il principe di Lobcowitz meditava di decampare, e di ritirarsi alla volta del Tevere, giacchè inviava innanzi verso Cività Vecchia i suoi malati, e parte delle artiglierie, munizioni e bagagli. Certamente durante la state non erano cessati di giugnere nuovi rinforzi di gente al suo campo; ma di gran lunga sempre maggiore si trovava il numero di coloro che cadevano infermi, e andavano anche mancando di vita. I caldi di quel paese non si confacevano colle complessioni tedesche, avvezze ai freddi, e l'aria delle vicine paludi Pontine stendeva fin colà i perniciosi suoi influssi, di modo che quanto si trovò in esso ottobre infievolito lo esercito suo, altrettanto si vide il caso disperato di vincere la pugna, e di obbligare i Napolispani a retrocedere. Non è già che restasse esente da gravissimi guai anche l'oste napolispana, stante la continua diserzione ch'essa patì, maggior di quella degli avversarii, e la gran quantità de' suoi malati, e la difficoltà di ricevere i viveri, che bisognava condurre con pericolo ben da lontano, essendosi spezialmente per qualche tempo trovata in somme angustie per mancanza di acqua da abbeverar uomini e cavalli. Pure tanta fu la costanza del re e di tutti i suoi, che sofferirono più tosto ogni disagio, che darla vinta ai vicini nemici. Pertanto sull'alba del dì primo di novembre il principe di Lobcowitz levò il campo e in ordine di battaglia s'inviò verso Ponte Molle, per cui, e per un ponte di barche già formato a fin di far passare le artiglierie, nel dì seguente ridusse di qua dal Tevere le genti sue. Perchè da Roma uscirono alcune centinaia di persone arrolate dal _cardinale Acquaviva_, che infestarono il loro passaggio, se ne vendicò poscia il principe con dare il sacco ad alcune innocenti ville. Nello stesso dì primo di novembre anche l'armata napolispana, trovandosi liberata dai ceppi di tanta durata, con giubilo inesplicabile si mosse da Velletri per tener dietro ai nemici, procedendo nondimeno con tanta lentezza, che ben si conobbe non aver voglia di cimentarsi con loro, siccome quella che contava per sufficiente vittoria il vederli slontanare da quelle contrade. Nel dì 2 framezzate dal Tevere, i cui ponti erano stati rotti, si fermarono in faccia le due armate, salutandosi solamente l'una e l'altra con varie cannonate. Quivi si trovava coll'oste sua il re delle Due Sicilie _don Carlo_, e sospirando la consolazione di vedere il pontefice _Benedetto XIV_, e di baciargli il piede, concertò pel dì seguente l'entrata sua in Roma. Colà portossi la maestà sua, accompagnata dal _duca di Modena_, dal _conte di Gages_, dal _duca di Castropignano_ e da numerosa altra uffizialità, e fra il rimbombo delle artigliere di castello Santo Angelo, le quali gran dispetto e mormorazione cagionarono nel campo tedesco, fu ricevuto con tenero affetto dal santo padre, e per un'ora continua durò il loro abboccamento.

Confessò dipoi in una delle sue dotte pastorali il buon pontefice, che fra le altre cose il re gli fece istanza di minorare il soverchio numero delle feste di precetto (grazia già accordata da sua santità a varie chiese di Spagna), atteso il detrimento che ne veniva ai poveri e agli artisti, e ai lavoratori della campagna. Congedatosi il re da sua Santità, passò dipoi a venerar nella Vaticana basilica il sepolcro dei santi Apostoli, e a visitar le più rare cose del vastissimo palazzo pontifizio, dove trovò insigni regali preparatigli dal santo padre, siccome ancora un lautissimo pranzo per sè e per tutto il suo gran seguito. Nell'inviarsi fuori di Roma visitò anche la basilica Lateranense, lasciando da per tutto contrassegni della sua gran pietà, affabilità e munificenza. Anche il duca di Modena ricevette dipoi una benignissima e lunga udienza dal pontefice; e laddove il re s'era incamminato per passare a Velletri e a Gaeta, egli se ne tornò la sera al campo. Passò dipoi il vittorioso re a Napoli, accolto da quel gran popolo con incessanti acclamazioni, sigillo della fedeltà ed amore verso di lui mostrato in sì pericolosa congiuntura. Vedesi data alla luce la descrizione del rinomato assedio di Velletri, composta con elegante stile latino dal signor Castruccio Bonamici, uffiziale militare del suddetto re delle Due Sicilie.

S'andò ritirando l'esercito austriaco su quel di Viterbo, e poscia su quel di Perugia, inseguito, ma da lungi, dal Napolispano, che, quantunque superiore di forze, mai non volle e non osò molestarlo. E perciocchè il conte di Gages, arrivato a Foligno, serrò il cammino conducente nella Marca; il Lobcowitz, se volle venir di qua dall'Apennino, altro spediente non ebbe, che di prendere la via del Furio, per cui passando con grave incomodo delle sue genti, andò poi a distribuirle a quartieri in Rimino, Pesaro, Cesena, Forlì ed Urbino. Fu posto il quartier generale in Imola. Vicendevolmente il conte di Gages ritiratosi da Assisi, Foligno ed altri luoghi, stabilì il suo quartiere in Viterbo, e mise a riposar la sua armata in que' contorni, stendendola fin quasi a Cività Vecchia. E tale fu il fine di questa spedizione pel meditato acquisto di Napoli, che diede occasione al tribunale dei politici sfaccendati di proferir varie decisioni. Proruppero i parziali del re delle Due Sicilie in encomii e plausi per la savia condotta di lui e dei suoi generali, da che avea tenuto lungi dai suoi confini il potente nemico esercito, e tiratolo nelle angustie di Valletri, con averlo obbligato a star ivi per tanto tempo racchiuso. Per lo contrario i ben affetti alla regina di Ungheria si lasciarono scappar di bocca qualche disapprovazione dell'operato dal comandante generale austriaco, non sapendo intendere perchè egli avesse presa la ristrettissima strada di Velletri, e si fosse ostinato io quella situazione, senza eleggere più tosto, o prima o dappoi, la via di Sora, od altra per entrare nel regno, dove non era fuor di speranza qualche mutazione, ed una battaglia potea decidere di tutto. Ma è troppo avvezza la gente a misurar le lodi e il biasimo delle imprese dal solo esito loro, quasichè il fine infelice di un'azione faccia che il saggio non l'abbia con tutta prudenza sul principio intrapresa. Disgrazia, e non colpa, è ordinariamente l'avvenimento sinistro delle risoluzioni formate da chi è provveduto di senno. Intanto la misera città di Velletri respirò dal peso di tanti armati; ma non restò già esente da altri mali, perchè per gli stenti passati e pel fetore di tanti cadaveri malamente seppelliti sorse una maligna epidemia in quel popolo. Spedì il pontefice gente per farne lo spurgo, ed anche aiuto di pecunia; ma non lasciò per questo di essere ben deplorabile la lor fortuna. Mentre si facea la guerra fin qui accennata nel levante dell'Italia, un'altra più fiera, che divampò e si dilatò in questo medesimo anno nelle parti di ponente trasse a sè gli occhi di tutti. Avendo finalmente la corte di Spagna ottenuto che il re Cristianissimo seconderebbe con forze gagliarde i suoi tentativi contro gli stati del re di Sardegna, si videro in moto alla metà di febbraio gli Spagnuoli, per tornare dalla Savoia in Provenza. Quivi si accoppiarono poscia l'infante _don Filippo_ e il _principe di Conty_, supremo comandante dell'armi franzesi, e per tempo ognun s'avvide, essere le loro mire dalla parte marittima di Nizza e Villafranca. Contro tanti nemici solo si trovava il re di Sardegna _Carlo Emmanuele_, a cui fu in questi tempi dato l'attuai possesso di Piacenza, di Vigevano e dell'altro paese a lui accordato nella lega di Vormazia; ma nulla perciò egli sgomentato, si studiò di ben munire di genti e ripari il paese suo posto al mare.

Prima nondimeno che si desse fiato alle trombe in terra, avvenne una gran battaglia in mare fra l'ammiraglio inglese _Matteus_ e la flotta franzese e spagnuola, che s'erano unite in Tolone. Queste ultime la fama amplificatrice delle cose le faceva ascendere sino a sessanta vascelli di linea. Erano ben molto meno. Stava il Matteus co' suoi legni nell'isole di Jeres, attento ai movimenti de' suoi avversarii, quando, giuntogli l'avviso, nel dì 22 di febbraio, che usciti di Tolone aveano messo alla vela, passò tosto ad assalire la vanguardia condotta dalle navi spagnuole. Atrocissimo fu il combattimento verso capo Cercelli; l'orribile ed incessante strepito di tante artiglierie sparse il terrore per tutte le coste della Provenza, e corsero infinite persone sulle alture delle montagne ad essere spettatrici di quella scena infernale. Per confessione degli stessi nemici, fece maraviglie di valore l'armata navale di Spagna, comandata dall'_ammiraglio Navarro_; e tanto più perchè il signor di Court, comandante della franzese, o non entrò mai veramente in battaglia, o, se v'entrò, poco tardò a ritirarsi, per non vedere sconciati i suoi legni. Che peraltro fu creduto che se i Franzesi avessero meglio soddisfatto al loro dovere, probabilmente potea riuscir quel conflitto con isvantaggio degl'Inglesi, stante il non essere accorso a tempo in aiuto del Matteus il vice-ammiraglio Lestok, che fu poi processato per questo. La notte pose fine a tanto furore; ma nel dì seguente si tornò alle vicendevoli offese, quando il mare, stato anche nel dì innanzi assai burrascoso, accresciuta la collera, separò affatto le nemiche armate, spignendole un fierissimo vento amendue alla volta di Occidente. Perderono gli Spagnuoli un vascello di sessantasei pezzi di cannone e di novecento uomini di equipaggio, caduto in man degl'Inglesi sì maltrattato, che, dopo averne essi estratto il capitano con ducento uomini rimasti in vita, giudicarono meglio di darlo alle fiamme. Grande fu la copia dei morti e feriti di essi Spagnuoli: rimasero anche i lor vascelli talmente sconcertati, che ridotti a Barcellona ed Alicante, non si sentirono più voglia di tornare in corso. Forse non fu minore il numero dei morti e feriti dalla parte degli Inglesi, i quali anche per l'insorta tempesta patirono assaissimo, e si ridussero a Porto Maone. I soli Franzesi ebbero salve ed illese le lor navi e genti; se con loro onore, da molti si dubitò. Perchè lo stesso _ammiraglio Matteus_ non fece di più, fu anch'egli richiamato a Londra, e sottoposto ad un lungo e rigoroso processo.

Intanto avea il re di Sardegna fatti gagliardi preparamenti di genti e fortificazioni al fiume Varo, giacchè l'esercito terrestre de' Gallispani minacciava un'irruzione da quella parte. Alle sboccature parimente stavano ancorate alquante navi inglesi, per impedire il passaggio colle loro artiglierie. A nulla servirono quei tanti ripari, perchè senza difficoltà nel dì 2 di aprile comparve di qua dal Varo la fanteria spagnuola; al quale avviso i cittadini di Nizza, mercè della facoltà loro data dal real sovrano, affinchè non rimanessero esposti a guai maggiori, andarono a presentar le chiavi di quella città all'_infante don Filippo_. Riposte avea le principali sue speranze il re sardo nei trincieramenti fatti da' suoi ingegneri a Villafranca e Montalbano, che certamente parvero inaccessibili, massimamente perchè alla guardia d'essi vegliavano molte migliaia delle sue migliori truppe. Ma ossia che intervenisse qualche stratagemma, per cui l'armata gallispana, ascendente, per quanto fu creduto, a quaranta mila combattenti, si aprisse senza gran fatica il varco a quel fortissimo accampamento, con arrivare inaspettatamente addosso al _marchese di Susa_, e menarlo via prigione; o pure che a forza di furiosi assalti si superassero tutti gli ostacoli: certo è che nel dì 20 d'aprile essi Gallispani v'entrarono. Gran resistenza fecero i Savoiardi; più d'una volta rispinsero le schiere nemiche, e gran sangue fu sparso, e fatti de' prigionieri dall'una e dall'altra parte. Si sostennero essi Savoiardi in alcuni siti sino alla notte, in cui il general comandante _Sinsan_, dopo aver posto presidio nel castello di Villafranca e nel forte di Montalbano, andò ad imbarcare circa quattro mila de' suoi colle artiglierie, che potè salvare in molti legni preparati nel porto di Villafranca, e passò ad Oneglia. Non aspetti alcuno da me il conto dei morti, feriti e prigioni dell'una e dell'altra parte, e de' cannoni, bandiere e stendardi presi, perchè so che non amano di comperar bugie: che di bugie appunto abbondano le relazioni de' fatti d'armi a misura delle differenti passioni. Poco poi tardarono Montalbano e il castello di Villafranca a sottomettersi a' Gallispani. Attese allora il re di Sardegna a ben premunire i passi delle montagne di Tenda, affinchè lasciassero i nemici il pensiero di penetrar per quelle parti in Piemonte; e si diede a provveder di tutto l'occorrente i forti suoi nella valle di Demont e Cuneo, prevedendosi abbastanza che gli avversarii sarebbono per tentare di nuovo da quella parte una calata ne' suoi Stati.

Fu nel dì 6 di giugno, che arrivato un grosso distaccamento di Spagnuoli ad Oneglia, trovò abbandonata quella terra dalle milizie savoiarde e da buona parte degli abitanti, che si ridussero col più delle loro sostanze all'alto della montagna. Pensavano intanto i Gallispani a voli maggiori; e in fatti, avendo ripassato il Varo, cominciarono dal Colle dell'Agnello e da altri siti, circa il dì 20 di luglio, a calar verso la valle, dove trovarono forti barricate ai passi, sostenute con vigore per qualche tempo dai Savoiardi, ma poi abbandonate. S'impadronirono essi Spagnuoli di un ben fortificato ridotto a Monte Cavallo, e poscia di Castel Delfino; e quindi per la valle passarono alle vicinanze di Demont. Grandi spese avea fatto il re di Sardegna per ivi formare una ben regolata fortezza; ma non era giunto a perfezionarla. Trovavasi egli stesso alla testa della sua armata in quelle parti, per opporsi agli avanzamenti de' nemici, coi quali giornalmente accadevano ora favorevoli ora sinistri incontri. Portò la sventura che una palla infuocata gittata da' Gallispani in Demont attaccasse il fuoco a quelle fascinate, o pure al magazzino della miccia, e che si dilatasse l'incendio negli altri. Accorsero a tal vista i Gallispani, ed ebbero quel forte colla guernigione prigioniera nel dì 17 d'agosto: dopo di che essendosi ritirato il re sardo col suo esercito a Saluzzo, eglino passarono nella pianura, e si diedero a stringere la città e fortezza di Cuneo. Sotto di questa piazza, mirabilmente difesa dal concorso di due fiumi, avea patito deliquio altre volte la bravura de' Franzesi, ed era venuta meno la lor perizia negli assedii: il che commosse la curiosità d'ognuno per indovinare qual esito avrebbe quell'impresa. Dalla parte sola per cui si può far forza contra di Cuneo, avea il re di Sardegna fatto ergere tre fortini o ridotti che coprivano la piazza. Entro v'erano sei mila, parte Svizzeri e parte Piemontesi, di presidio sotto il comando del valoroso _barone dì Leutron_, risoluti di far buona difesa. Non valevano men di loro i cittadini, che, prese animosamente l'armi, fecero poi di tanto in tanto delle vigorose sortite con danno de' nemici. Finalmente si videro in armi tutti i popoli di quelle valli e montagne, ben affezionati al loro sovrano. Colà accorsero ancora alcune migliaia di Valdesi; e il marchese d'Ormea, sottrattosi in tal occasione al gabinetto, messosi alla testa delle milizie del Mondovì col figlio marchese Ferrerio, tutti si diedero ad infestare i nemici, ad impedire il trasporto de' viveri, foraggi e munizioni al campo loro, con far sovente de' buoni bottini, e rovesciar le misure degli assedianti. Giunse intanto da Milano un rinforzo di Varadini, e il reggimento Clerici col conte _Gian-Luca Pallavicino_ tenente maresciallo cesareo, comandante di quelle truppe.

Solamente nella notte precedente al dì 13 di settembre aprirono i Gallispani la trincea sotto di Cuneo, e cominciarono a far giocare le batterie, e a molestar gravemente la piazza colle bombe; ma se questa pativa, non patirono meno gli assedianti, perchè spesso assaliti con somma intrepidezza da que' cittadini e presidiarii. Continuarono poi gli approcci e le offese sino al dì 30 di settembre, in cui il re di Sardegna mosse l'esercito suo in ordinanza di battaglia verso le nemiche trincee. Ossia ch'egli solamente intendesse di avvicinarsi, e postarsi in maniera da poter incomodare il campo nemico, o pure che avesse veramente risoluto, siccome animoso signore, di tentare il soccorso della piazza: la verità si è, che si venne ad un generale combattimento. Fu detto che un uffiziale ubbriaco portasse l'ordine, ma ordine non dato dal re, all'ala sinistra di assalire i posti avanzati degli assedianti, e che, entrata essa in azione, s'impegnò nel fuoco il restante delle schiere. Dalle ore diecinove sino alla notte durò l'ostinato conflitto con molto sangue dall'una e dall'altra parte, ma incomparabilmente più da quella degli assalitori, perchè esposti alle artiglierie caricate a mitraglia o a cartoccio. Tuttochè per ordine del re si sonasse la ritirata, la sola notte fece fine all'ire, ed allora si ricondusse l'esercito sardo ad un sito distante un miglio e mezzo di là. Fu detto che la cavalleria nemica uscita dai ripari l'inseguisse; ma lo scuro della notte, e l'aver trovato un bosco di cavalli di Frisia, impedì loro il progresso. A quanto ascendesse il danno dalla parte de' Piemontesi, non si potè sapere; se non che conto fu fatto che circa trecento fossero tra morti e feriti i suoi uffiziali. Da lì a pochi giorni si scoprì, essere state le mire del re di Sardegna nel precedente sanguinoso conflitto quelle d'introdurre soccorso in Cuneo. Ma ciò che allora non gli venne fatto, accadde poi felicemente nella notte precedente al dì 8 di ottobre, in cui dalla parte del fiume Stura passò senza ostacoli nella piazza un migliaio de' suoi soldati, con molti buoi ed altre provvisioni e danaro. Era intanto sminuita non poco l'armata gallispana per la mortalità e diserzion delle truppe; di gravi patimenti avea sofferto sì per le dirotte pioggie e per li torrenti che aveano impedito il trasporto de' viveri e foraggi per la valle di Demont, come ancora per l'incessante infestazione de' paesani che faceano continuamente prigioni e prede. Si scorse in fine ch'essa non era in forze, come si decantava, perchè non potè mai tenere corpi valevoli ai fiumi, che formassero un'intera circonvallazione alla piazza. Però dopo circa quaranta giorni di trincea aperta, e dopo cagionata gran rovina di case in Cuneo, ma senza aver mai fatto acquisto di alcuna nè pur delle fortificazioni esteriori, nella notte precedente al dì 22 di ottobre, abbruciato il loro campo, i Gallispani colla testa bassa e con gran fretta si levarono di sotto a quella fortezza, incamminandosi alla volta di Demont. Uno sprone ancora ai lor passi era il timore delle nevi che li cogliessero di qua dall'Alpi con pericolo di perire uomini e giumenti per mancanza del bisognevole. Lasciarono indietro più di mille e cinquecento malati; ed inseguiti da varii distaccamenti di fanti e cavalli, e travagliati dai montanari, sofferirono altre non lievi perdite e danni. Fermaronsi in Demont cinque o sei mila Spagnuoli non tanto per coprire la ritirata del resto dell'esercito e delle artiglierie, quanto ancora per minar le fortificazioni della fortezza, ben prevedendo di non potersi quivi mantenere nel verno. Essendosi poi avanzato il general piemontese Sinsan verso quelle parti con un maggior nerbo di milizie verso la metà di novembre, gli Spagnuoli se ne andarono, dopo aver fatto saltare alcune parti di quel forte e la casa del governatore. Arrivarono a tempo alcuni Savoiardi per salvare ciò che non era peranche saltato in aria, e s'impadronirono di alquanti pezzi di cannone rimasti indietro: nel qual mentre gli Spagnuoli come fuggitivi provarono immensi disagi e perdita di persone a cagion delle nevi, del rigoroso freddo e della mancanza di vettovaglia. Così restò libera tutta la valle; e il re di Sardegna, avendo compensata l'infelice perdita delle piazze marittime colla felicità di quest'altra impresa, pien d'onore si restituì a Torino.