Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 43

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Dopo la metà di maggio comparvero sul Bolognese le truppe napolispane, e a poco a poco vennero nel dì 20 a postarsi alla Samoggia, e nel dì 29 si stesero fino a Castelfranco. Certa cosa è, che se il Montemar si fosse inoltrato di buon'ora sino al Panaro, siccome allora superiore di forze, avrebbe potuto occupar quei siti, e stendersi a coprir Modena, e a passar anche verso Parma, stante l'avere sul principio dell'anno per mezzo del _conte senatore Zambeccari_ chiesto ed ottenuto dal duca di Modena il passaggio. Parve dunque ch'egli non peraltro fosse venuto in quelle vicinanze, se non per burlare esso duca di Modena, il quale intanto si andava schermendo dal prendere risoluzione alcuna sulla speranza che lo stesso Montemar passasse a difendere i suoi Stati: del che non gli mancarono delle lusinghevoli promesse dalla parte del medesimo generale spagnuolo. Diede agio questa inazion de' Napolispani al maresciallo _conte di Traun_ di ben postarsi alle rive inferiori del Panaro con dodici mila Tedeschi, e similmente a _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, passato nel dì 19 di maggio sotto le mura di Modena, di andare anch'egli a fortificarsi alle rive superiori d'esso fiume. Di giorno in giorno s'ingrossarono le sue milizie sino a venti mila persone, giacchè gli era convenuto lasciare un'altra parte delle sue truppe alla guardia di Nizza e Villafranca, e ai varii confini del Piemonte, per opporsi ai disegni d'un'altra armata di Spagnuoli che si andava formando in Provenza contro i suoi Stati, e che dovea esser comandata dall'infante _don Filippo_, già pervenuto ad Antibo. Nel dì 17 di maggio presero pacificamente i Savoiardi il possesso della città di Reggio, da cui precedentemente avea il duca dì Modena ritirate le truppe regolate. Durava intanto una spezie, ma assai dubbiosa, di calma fra esso duca, dimorante in Sassuolo, e gli Austriaco-Sardi, aspettando questi che giungessero al loro campo cannoni, mortari e bombe, per poter parlare dipoi con altro linguaggio. Non avea il duca fin qui conchiuso accordo alcuno colla corte di Spagna, e neppure ricavato da essa un menomo danaro per fare quell'armamento, come ne dubitavano gli Austriaco-Sardi; pure non sapea indursi a cedere volontariamente le fortezze di Modena e della Mirandola, richieste dagli alleati; perchè quanto si trovò egli sempre deluso dal _duca di Montemar_, largo promettitore di ciò che non osava intraprendere, altrettanto abborriva di non comparire alla corte di Spagna qual principe di doppio cuore, perchè quivi si sarebbe infallibilmente creduto un concerto co' collegati la forza che gli avesse fatto cedere quelle piazze.

Prese egli dunque il partito di abbandonar tutto alla discrezione di chi gli era addosso coll'armi, e dopo aver messi quattro mila uomini di presidio nella cittadella di Modena, e tre mila in quella della Mirandola, nel dì 6 di giugno colla duchessa consorte e colle due principesse sorelle, lasciati i figli colla nuora in Sassuolo, che poi col tempo si riunirono con lui, prese la via del Ferrarese, e andò a ritirarsi a Crespino, e di là passò poi al Cataio degli Obizzi sul Padovano, e finalmente si ridusse a Venezia, portando seco il coraggio, costante compagno delle sue traversie. Perchè aveva egli lasciato ogni potere ad una giunta di suoi cavalieri e ministri in Modena, furono spediti deputati al re di Sardegna, e dopo avere ottenuta la promessa d'ogni miglior trattamento, nel dì 8 di giugno aprirono le porte della città a circa mille e cinquecento Savoiardi, che ne presero quietamente il possesso, con provar da lì innanzi quanta fosse la moderazione e clemenza del re di Sardegna, quanta la rettitudine de' suoi ministri, e la disciplina de' suoi soldati. Comandante in Modena fu destinato il _conte commendatore Cumiana_, cavaliere che non lasciava andarsi innanzi alcuno nella prudenza, e sapea l'arte di farsi amare e stimare da ognuno. Nel dì 12 di giugno fu dato principio alle ostilità contro la cittadella di Modena, alzando terra dalla parte del mezzodì fuori della città i Savoiardi, e i Tedeschi da quella di settentrione. Perchè gli assediati fecero una vigorosa sortita, necessario fu il rinforzare il campo con molta gente. Erette due diverse batterie di mortari, nel dì seguente cominciarono a tempestare essa cittadella con bombe di dì e di notte, e seguitò questo flagello sin per tutto il dì 27. Non avea il _duca Francesco_ avuto tempo di provvedere essa cittadella di case matte e di ripari contro le bombe; e però in breve si trovò sconcertata la maggior parte di que' casamenti, non restando luogo alcuno di riposo e sicurezza alla guarnigione. Essendosi nel dì 28 alzate anche due batterie di cannoni contra d'essa fortezza, il _cavaliere del Nero_ Genovese, e comandante della medesima, nel giorno appresso capitolò la resa, restando prigioniere di guerra il presidio. Uscì poi nel dì 5 di luglio un editto del re sardo, in cui dichiarò non essere intenzione della regina d'Ungheria nè sua, pendente la dimora delle loro truppe negli Stati di Modena, e durante l'assenza del duca, di attribuirsi verun gius di permanente sovranità e dominio in essi Stati, ma quella sola autorità che in sì fatta situazion di cose veniva dal diritto della guerra e dalla comune loro difesa permessa. Furono occupate tutte le rendite ducali, e tolte l'armi a tutti gli abitanti tanto della città che forensi.

Mentre si facea questa terribil sinfonia sotto la cittadella di Modena, si stava più d'uno aspettando qualche prodezza del generale spagnuolo _duca di Montemar_, che colle sue genti era postato a Castelfranco, siccome quegli che era decantato per conquistatore di regni. Ma per disavventura non fece egli mai movimento alcuno per attaccare gli Austriaco-Sardi al Panaro, tuttochè sparsi in una linea di molte miglia su quelle rive, e benchè dalla parte di Spilamberto e Vignola non avesse argini quel fiume. Crebbe anche maggiormente lo stupore negl'intendenti, perchè almen quattro mila combattenti alleati erano impegnati nelle trincee sotto la cittadella, e nella sera quattro altri mila venivano dal Panaro a rilevar questi altri; laonde il campo d'essi restava alleggerito d'otto mila persone. E pure con tutta pace stette il Montemar contando le bombe e cannonate de' nemici, sparate non contra di lui, e spettatore tranquillo delle sventure del duca di Modena; di modo che alcuni giunsero a sospettare intelligenza del medesimo col re di Sardegna, o che un segreto ordine del _cardinale di Fleury_ avesse posto freno alla sua bravura (tutte insussistenti immaginazioni); ed altri in fine si fecero a credere ch'egli fosse solamente un valoroso generale, allorchè avea che fare con gente incapace di resistere, o avesse accordo con lui di non resistere. Crebbero molto più le maraviglie, perchè nella notte del dì 18 di giugno esso Montemar levò il campo da Castelfranco, ed inviandosi con tutti i suoi a San Giovanni e a Cento, mandò i malati ne' borghi di Ferrara. Poteva impadronirsi del Finale, dove falso è che si trovassero fortificati i nemici, come egli poscia volle far credere. Giunto bensì al Bondeno nella notte del 26 di giugno, e quivi posto e fortificato un ponte sul Panaro, spedì di qua dieci o dodici mila de' suoi. Non vi era persona che non si aspettasse ch'egli imprendesse la difesa della Mirandola, e che anzi v'entrasse, giacchè il cavalier Martinoni ivi comandante gli avea richiesto soccorso, e l'avea invitato a venire. Ma nulla di questo avvenne, senza che mai s'intendesse perchè egli facesse quella scena di marciar colà e di passare il Panaro, per poi nulla operare. Vi fu anche di più. All'avviso della di lui marcia, il re di Sardegna e il conte di Traun spedirono la maggior parte della lor cavalleria al Finale, per vegliare a' di lui andamenti. Trovavasi questo corpo di gente senza fanteria e senza artiglierie; e pure con tutte le forze dell'esercito suo il Montemar in tanta vicinanza non pensò mai a molestarlo, non che a sorprenderlo: condotta che maggiormente eccitò le dicerie contro il di lui onore.

Con tutto suo comodo s'era intanto trattenuta in riposo a Modena l'armata austriaco-sarda senza apprensione alcuna del Montemar quando nel dì 9 di luglio si mise in viaggio alla volta della Mirandola; dove giunta, diede principio nel dì 13 agli approcci, ben corrisposta dalle artiglierie della città. Ma da che anche le batterie dei cannoni e de' mortari cominciarono a fulminar quella piazza, e seguì in essa l'incendio di molte case; la guernigione, già chiarita che niun pensava a soccorrerla, nel dì 22 del mese suddetto dimandò di capitolare; restando prigioniera, finchè il duca di Modena si inducesse a cedere le fortezze di Montalfonso, di Sestola e della Veruccola agli alleati, con promessa di restituirle alla pace; e queste poi furono cedute. Pertanto con breve peripezia si vide spogliato di tutti i suoi Stati il duca di Modena, il quale, in mezzo a sì pericolosi imbrogli, provò tante contrarie fatalità, che niun potrebbe immaginarsele, ma ch'egli coraggiosamente sopportò. Videsi appresso destinato amministrator generale d'essi Stati per le due corone il _conte Beltrame Cristiani_, il quale tante pruove diede dipoi della sua onoratezza, attività e prudenza, che, sapendo accoppiar insieme il buon servigio de' suoi sovrani coll'amorevolezza verso de' popoli, meritò poi di essere creato gran cancelliere della Lombardia austriaca, e di riportar le lodi di ognuno, dovunque si stese la sua autorità. Fin qui era stato il _duca di Montemar_ placido osservatore del destino della Mirandola, come se a lui nulla importassero i progressi de' suoi nemici. Certamente non fu di sua gloria l'essersi portato al Bondeno; ed aver passato il Panaro solamente per mirare anche la caduta d'essa fortezza sotto gli occhi suoi. Da più persone ben informate si sosteneva che lo esercito suo, non ostante la diserzione sofferta, numerava tuttavia circa trenta mila combattenti, ed erano in viaggio quattro mila Napoletani per unirsi con lui. Si strignevano nelle spalle gli uffiziali dell'armata stessa di lui al mirar tanta inazione, con tali forze e sì buona situazione. Ora appena seppe egli la resa di essa fortezza, che finalmente determinò di fare un premeditato bel colpo: colpo nondimeno, che parve a molti poco onorevole al nome spagnuolo. Cioè prese la marcia coll'esercito suo verso il Ferrarese e Ravennate con fretta tale, che non minore si osserva in chi è rimasto sconfitto, lasciando indietro carriaggi e munizioni non poche. Ma non furono pigri gli Austriaco-Sardi a muoversi anch'essi, e venuti per castello San Giovanni a Bologna, si avviarono per la strada maestra nella Romagna, sperando di raggiugnere i fuggitivi Napolispani. Questi per buona ventura aveano avuto gambe migliori, e, pervenuti nel dì 31 di luglio a Rimino, quivi si diedero a fare un gran guasto, cioè a fortificarsi con trincieramenti, spianate e tagli di alberi in grave desolazione di quel popolo. Pareva oramai inevitabile qualche gran fatto d'armi in quelle strettezze, essendo pervenuti colà anche gli alleati, vogliosi di far pruova dell'armi loro; quando nel dì 10 di agosto il generale di Montemar fece ben mostra di aspettar con piè fermo i nemici, anzi di voler venire a battaglia, ma allo improvviso decampò anche di là, ritirandosi sollecitamente a Pesaro e Fano, dove precedentemente erano state premesse le artiglierie e bagagli.

Chiunque nelle precedenti guerre avea mirato il _principe Eugenio_ con soli trenta mila armati tenersi forte contro l'esercito gallispano, quasi il doppio numeroso di gente, al vedere la tanto diversa condotta di quest'altro generale, non sapea trattenersi dallo stupore o dalla censura. E non è già che fossero sì infievolite le di lui forze, giacchè la maggior diserzione fu in quella sua precipitosa ritirata, e ciò non ostante egli stesso si vantò poscia, in tempo che i Napoletani s'erano separati da lui, di aver lasciata al conte di Gages suo successore un'armata di diciotto mila combattenti, atti ad ogni maggiore impresa, ma che tali per disgrazia non erano stati in addietro. Strana cosa fu ch'egli allegasse per motivo di quest'altra ritirata ciò che, siccome diremo, avvenne in Napoli solamente nel dì 19 d'esso mese. Andò egli dunque, dopo varie frettolose marcie, a intanarsi nella valle di Spoleti, dove gli sembrò di essere sicuro, stante l'avviso che i collegati aveano risoluto di lasciarlo in pace. Tenuto in fatti consiglio dal re di Sardegna e dal maresciallo conte di Traun, prevalse il parere del primo di non passare di là di Rimino, e di non più inseguire chi combattea con le sole gambe. In oltre pel singolare rispetto ed affetto ch'esso re sardo professava al sommo pontefice _Benedetto XIV_, gli premeva di non maggiormente essere d'aggravio agli Stati della Chiesa: motivo che l'avea trattenuto in addietro dal passare colà dal Modenese. Quel nondimeno che vie più preponderava nell'animo suo, era il bisogno dei proprii Stati, che il richiamava colà per guardarsi dalle minaccie di un altro esercito spagnuolo. Sicchè da lì a non molto si videro ritornare al Panaro su quel di Modena le schiere e squadre austriaco-sarde. Nel dì 31 d'agosto arrivò a Reggio il re di Sardegna, e vi si fermò fino al dì 6 di settembre, in cui venutegli nuove disgustose di Piemonte, sollecitamente s'inviò alla volta di Torino, dove sfilava intanto la maggior parte delle sue milizie. Lasciò pochi suoi reggimenti nel Modenese sotto il comando del _conte d'Aspremont_, il quale unitamente col conte Traun s'andò fortificando in varii siti di qua dal Panaro, e massimamente a Buonporto.

In questi medesimi tempi accadde una novità in Napoli, per cui gran romore e tumulto fu in quella capitale. Nel dì 19 d'agosto comparvero a vista di quel porto sei navi da guerra inglesi di sessanta cannoni, quattro fregate, un brulotto e tre galeotte da bombe. Corse a furia il popolo ad osservare quella squadra, e la corte, entrata in apprensione, spedì nel giorno seguente il consolo inglese al comandante di essi legni, per esplorare la di lui intenzione. La risposta fu, che se il re non cessava di assistere i nemici della regina, egli teneva ordine di devastare quella città colle bombe; e che lasciava tempo di due ore a sua maestà per risolvere. Indi, cavato fuori l'orologio, cominciò a contarne i momenti. Niuno mai in addietro avea pensato a provvedere il porto e la spiaggia di Napoli di ripari per somigliante minaccia; e nè pur si trovava nel castello del porto provvisione di polvere da fuoco. Però, senza perdersi in molte discussioni, quella corte nel breve suddetto spazio di tempo accettò la neutralità, e spedì lettere mostrate al comandante inglese, colle quali richiamava il _duca di Castropignano_ colle sue truppe nel regno. Ciò ottenuto, senza commettere alcuna ostilità, fece vela la squadra inglese verso ponente. Il pericolo presente servì appresso di ammaestramento per alzare fortini e bastioni muniti di artiglierie, di maniera da non paventar da lì innanzi chi tentasse di accostarsi con palandre e galeotte per salutar colle bombe quella metropoli. Restò poi eseguito l'ordine regio, e le milizie napoletane staccatesi dalle spagnuole tornarono ai quartieri nelle loro contrade: con che si ridusse l'esercito spagnuolo, siccome dicemmo, a circa diciotto mila persone, che poi prese quartiere parte in Perugia e parte in Assisi e Folignano. Fu in questo medesimo tempo, che la corte di Spagna, avvedutasi un poco troppo tardi di avere raccomandata la fortuna e l'onore delle sue armi ad un generale che sì male corrispondeva alle sue speranze, richiamò in Ispagna il _duca di Montemar_, e, adirata contra di lui, comandò che non si avvicinasse alla corte per venti leghe. Fece questo passo svanire le immaginazioni dei suoi parziali, persuasi in addietro ch'egli tenesse ordini di non azzardar battaglia e di salvar la gente, facendola solamente ben menar le gambe per ischivar gl'impegni. Andò egli, e durò non poco la sua disgrazia alla corte. Ma perchè egli non mancava di amici e di merito per altre sue belle doti, col tempo fu rimesso in grazia. Videsi un manifesto suo, con cui si studiò di giustificar le azioni sue in questa campagna; ma nulla sarebbe più facile che il far conoscere l'insussistenza delle sue scuse, e massimamente se uscissero alla luce i biglietti da lui scritti al duca di Modena e alla Mirandola in queste emergenze. Restò dunque al comando dell'esercito spagnuolo il tenente generale _don Giovanni di Gages_ Fiammingo, che pel valore, per l'avvedutezza, e per la scienza militare potea servire di maestro agli altri. Nel dì 14 di settembre, in cui s'inviò il Montemar verso la Spagna, il Gages in tre colonne mosse l'esercito suo alla volta di Fano, siccome consapevole del rilevante smembramento dell'armata austriaco-sarda; e alla metà di ottobre arrivò a postar le sue genti alla Certosa di Bologna, e in quelle vicinanze, con alzare trincieramenti ed altri ripari da difesa. Accorsero anche gli Austriaco-Sardi alle rive del Panaro, e misero alquanti armati in Vignola e Spilamberto. Si stettero poi sino al fine dell'anno guatando da lontano le due armate, e il maresciallo di Traun mise il suo quartier generale a Carpi.

Un'altra guerra intanto ebbe il re di Sardegna, per cui fu obbligato a restituirsi in Piemonte. Fu comunemente creduto ch'esso real sovrano non avesse tralasciato, sì nel principio che nel proseguimento di questa guerra, di far varie proposizioni di partaggio della Lombardia alla corte di Spagna per mezzo del _cardinale di Fleury_, che sempre si mostrò ben affetto verso di lui. Tali progetti riguardavano egualmente i vantaggi della real casa di Savoia e dell'infante _don Filippo_, a cui si cercava un riguardevole stabilimento in essa Lombardia, e massimamente in Parma e Piacenza, città predilette della regina _Elisabetta Farnese_ sua madre. Fu del pari creduto che la corte del re Cattolico non aderisse a cedere parte delle meditate conquiste, perchè avida di tutto, ed assai persuasa di poter colle sue forze conseguir tutto. Quali poi fossero i sinceri desiderii della corte di Francia nelle dispute di questi due pretendenti non si potè penetrare, se non che fu giudicato da molti ch'essa acconsentisse bensì a qualche acquisto in Lombardia pel suddetto infante don Filippo, ma non già sì pingue che alterasse l'equilibrio dell'Italia, e potesse un dì nuocere alla Francia stessa, ben prevedendosi che non durerebbe per sempre la buona armonia fra quella corte e quella di Spagna. L'aver dunque la Spagna dato a conoscer il genio troppo vasto, fece immaginare agl'interpreti de' gabinetti che perciò il cardinale niun soccorso di gente volesse somministrarle contra del re di Sardegna, tuttochè esso porporato ricavasse dall'erario spagnuolo grossissime mensuali somme di danaro, per divertire la regina d'Ungheria dalla difesa degli Stati d'Italia. Si oppose ancora, per quanto potè, esso cardinale alla venuta in Provenza dall'_infante don Filippo_, tuttochè genero del re Cristianissimo _Luigi XV_; ma non potè impedire che la regina di Spagna non l'inviasse colà di buon'ora ad aspettar l'unione d'un corpo di truppe, ascendente a più di quindici mila Spagnuoli, che parte per mare, parte per terra andò arrivando ad Antibo e ad altri luoghi della Provenza. Più tentativi fece questa armata nel luglio ed agosto, ora per passare il Varo, ora per penetrare nella valle di Demont; ma sì buoni ripari avea fatto il re di Sardegna, e sì possenti guardie avea messo nel contado di Nizza, che indarno si provarono gli Spagnuoli di passare colà; e tanto più vana riuscì ogni loro speranza, perchè l'ammiraglio inglese Matteus con poderosa flotta si trovava in que' mari e contorni, per sostenere le milizie savoiarde. Nella stessa maniera andarono in fumo le lor minaccie contro la valle di Demont, e in altre sboccature verso l'Italia. O sia che le trovate resistenze facessero cangiar disegno, o pure che le vere mire fin da principio non fossero verso quelle parti; in fine sul principio di settembre l'esercito spagnuolo comandato dall'infante, che sotto di sè avea il generale _conte di Glimes_, governatore della Catalogna, entrò nella Savoia, e nel dì 10 d'esso mese s'impadronì della capitale, cioè di Sciambery con citare i popoli a rendergli omaggio, e con intimar gravi contribuzioni.