Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 42
Più d'un anno correva che restava vacante il seggio imperiale, non tanto per li diversi interessi ed inclinazioni degli elettori, quanto per la disputa insorta intorno al voto della Boemia, il quale veniva contrastato o negato da chi o per amore o per forza seguitava le istruzioni della Francia, per essere caduto quel regno in donna, cioè nella regina d'Ungheria _Maria Teresa d'Austria_. Ma da che _Carlo Alberto_ duca ed elettor di Baviera si fu impadronito di Praga capitale d'essa Boemia, e nel dì 19 del precedente dicembre si fece prestare omaggio dai deputati ecclesiastici e secolari delle città boeme, forzate fin qui alla sua ubbidienza: si procedè finalmente nella città di Francoforte all'elezione di un nuovo imperadore nel dì 24 di gennaio dell'anno presente. Concorsero i voti degli elettori nella persona del suddetto elettore di Baviera, che da lì innanzi fu intitolato _Carlo VII Augusto_. Contro di tale elezione la regina d'Ungheria non lasciò di far le occorrenti proteste. Comparve poscia in quella città il novello imperadore nel dì 31 del mese suddetto, accolto con incredibil magnificenza, e nel dì 12 di febbraio seguì la suntuosa funzione dell'incoronamento suo. Susseguentemente nel dì 8 di marzo con gran solennità fu coronata imperadrice de' Romani l'Augusta _Maria Amalia_ d'Austria consorte del nuovo imperadore. Non si potea vedere in più bell'auge l'elettoral casa di Baviera, giunta dopo più secoli a riavere il diadema imperiale, divenuta padrona del regno di Boemia e di parte dell'Austria, ed assistita dalla potentissima corte di Francia. O prima d'ora, o in queste circostanze, si trovò in tal costernazione la corte austriaca per sentirsi sola e abbandonata in questa gran tempesta, e dopo aver perduto tanto, in pericolo ancora di perdere molto più, se non anche tutto, che nel suo consiglio persona vi fu che stimò bene di persuader la pace anche col sacrifizio della Boemia. Fu questa una stoccata al cuore della regina. Altro consigliere poi si fabbricò un buon luogo nella grazia della maestà sua per l'avvenire coll'animare il di lei coraggio, e conchiudere che si avea a fare ogni possibil resistenza, confidando nella protezione di Dio per la buona causa, e col mostrare a quali vicende sia sottoposta la fortuna anche de' più potenti. In fatti si allestì un buon armamento, si uscì in campagna, e molto non tardò a venir calando cotanta felicità del Bavaro Augusto. Imperocchè avendo la regina ammanite molte forze coi vecchi suoi reggimenti, e colla giunta di gran gente accorsa dall'Ungheria: sul principio del presente anno il gran duca _Francesco_ suo consorte col general comandante conte di _Kevenuller_, governatore di Vienna, dopo avere ricuperato le città di Stair ed Eens, andò a mettere l'assedio alla città di Lintz. Nello stesso tempo s'impadronirono gli Austriaci di Scarding, e nel dì 16 o pure 17 di gennaio diedero una rotta ad un grosso corpo di Bavaresi condotto sotto quella piazza dal maresciallo bavarese _conte Terringh_. La città di Lintz, benchè fornita d'un presidio consistente in più di sette mila Gallo-Bavari, pure nel dì 23 dello stesso mese si arrendè con patti onorevoli, essendo restata libera la guarnigione, ma con patto di non prendere per un anno l'armi contro la regina d'Ungheria: patto che fu poi per alcune ragioni mal osservato. Ciò fatto, furiosamente entrarono gli Austriaci nella Baviera. Braunau e Passavia furono costrette ad arrendersi: il terrore si stese fino a Monaco capitale d'essa Baviera, la quale, mancando di fortificazioni e di gente che la potesse sostenere, nel dì 13 di febbraio con condizioni molto oneste venne in potere degli Austriaci. Ed ecco quasi, a riserva d'Ingolstad e di Straubinga, la Baviera sottomessa alla regina d'Ungheria, ed esposta alla desolazione portata dall'armi vincitrici, cioè i poveri popoli condannati a far penitenza degli alti disegni del loro sovrano. Mancò intanto di vita in Vienna l'augusta imperadrice _Amalia Guglielmina_ di Brunsvich, vedova dell'imperador Giuseppe. Il dì 10 di aprile fu quello che la condusse a godere in cielo il premio dell'insigne sua saviezza e pietà, di cui anche resta in essa città un perenne monumento nel religiosissimo monistero delle salesiane da essa fondato e dotato, e la di lei Vita data alla luce per decoro della cattolica religione.
Cominciarono in questi tempi ad udirsi in armi Ungheri, Panduri, Tolpasci, Anacchi, Ulani, Valacchi, Licani, Croati, Varasdini ed altri nomi strani, gente di terribile aspetto, con abiti barbarici ed armi diverse, parte di loro mal disciplinata, atte nondimeno tutte a menar le mani, e spezialmente professanti una gran divozione al bottino. Parve in tal occasione che nei tempi passati non avesse conosciuto l'augusta casa d'Austria di posseder tante miniere d'armati, essendosi ella per lo più servita delle sole valorose milizie tedesche, e di qualche reggimento di Usseri e Croati. Seppe ben la saggia regina d'Ungheria prevalersi di tutte le forze de' suoi vasti Stati; e con che vantaggio, lo vedremo andando innanzi. Continuò di poi la guerra non meno in Boemia che in Baviera fra i Gallo-Bavari e gli Austriaci, nel qual tempo ancora proseguirono le ostilità fra questi ultimi e il re di Prussia nella Slesia. Dacchè l'esercito della regina d'Ungheria si trovò sommamente ingrossato sotto il comando del principe _Carlo di Lorena_, assistito dal maresciallo _conte di Koningsegg_ e dal _principe di Lictenstein_, i Prussiani giudicarono meglio di ritirarsi da Olmutz con tal fretta, che lasciarono indietro gran quantità di viveri e molti cannoni: con che ritornò tutta la Moravia all'ubbidienza della legittima sua sovrana. Trovaronsi poi a fronte nel dì 17 di maggio le due nemiche armate austriaca e prussiana; e il principe di Lorena, che ardeva di voglia di azzardare una battaglia, soddisfece al suo appetito nel luogo di Czaglau. Alla cavalleria austriaca riuscì di far piegare la prussiana; ma perchè si perdè a saccheggiare un villaggio, rimasta la fanteria sprovveduta di chi la sostenesse contro le forze maggiori prussiane, bisognò battere la ritirata, e lasciare il campo in potere de' nemici. Secondo il solito, tanto l'una che l'altra parte cantò maggiori i vantaggi. A udire gli Austriaci, vennero quattordici stendardi, due bandiere e mille prigionieri in loro mani, e la cavalleria nemica restò disfatta. Gli altri all'incontro vantarono presi quattordici cannoni con alcuni stendardi, e fecero ascendere la mortalità e diserzion degli Austriaci a molte migliaia. Da lì innanzi si cominciò ad osservare una inazione fra quelle due armate, finchè si venne a scoprire il mistero; e fu perchè nel dì 11 di giugno riuscì al _lord Indfort_, ministro del britannico re _Giorgio II_, di stabilir la pace fra la regina d'Ungheria e il re di Prussia, a cui restò ceduta la maggior parte della grande e ricca provincia della Slesia; essendosi ridotta a questo sacrifizio la regina per li consigli della corte d'Inghilterra, e per la brama di sbrigarsi da sì potente nemico. Questo accordo, conchiuso in Breslavia, siccome sconcertò non poco la corte di Francia e del bavaro imperadore _Carlo VII_, così servì ad essa regina per risorgere ad accudir con più vigore alla resistenza contro gli altri suoi poderosi avversarii. Per questa privata pace, che riuscì cotanto fruttuosa a _Federigo_ re di Prussia, anche _Federigo Augusto_ re di Polonia ed elettor di Sassonia saviamente prese la risoluzione di pacificarsi colla stessa regina: al che non trovò difficoltà veruna.
Sbrigate in questa maniera da quel duro impegno l'armi austriache, si rivolsero alla Boemia, e andarono in cerca de' Franzesi. Trovavansi in quelle parti con grandi forze i _marescialli di Bellisle e di Broglio_. Essendo nondimeno superiori quelle della regina, furono astretti a cedere varii luoghi, e finalmente si ridussero alla difesa della vasta città di Praga. Colà in fatti comparve il principe _Carlo di Lorena_ sul principio di luglio col maresciallo _conte di Koningsegg_, e con un'armata di più di sessanta mila combattenti. Circa venti mila erano i Franzesi, parte postati nella città, e parte di fuori sotto il cannone della piazza; ma apparenza di soccorso non v'era, nè si fidavano que' generali della copiosa cittadinanza, in cui cuore era già risorto l'affetto verso la casa d'Austria, massimamente dopo aver provato quei nuovi ospiti, secondo il solito, troppo pesanti. Desiderò il Bellisle di abboccarsi o col principe di Lorena o col Koningsegg, e fu compiaciuto da quest'ultimo. Si sciolse la lor conferenza in fumo, perchè avrebbono i Franzesi lasciata Praga, purchè se ne potessero andar tutti liberi coi loro bagagli, laddove pretese il maresciallo austriaco di volerli prigionieri di guerra. Se tanta durezza fosse poi lodata, nol so dire. Certo è che i Franzesi, stimolati dal punto d'onore, si sostennero per più mesi, ed avvennero accidenti, per li quali fu convertito l'assedio in blocco. Ne uscì coi figli il maresciallo di Broglio, e felicemente si salvò. Tornati poscia gli Austriaci a stringere quella città, prese il maresciallo di Bellisle così ben le sue misure, che nel dì 17 di dicembre con circa dieci mila uomini, bagaglio e cannoni da campagna se ne ritirò, e, guadagnate due marcie, pervenne in salvo ad Egra, benchè pizzicato per tutto il viaggio dagli Usseri e Croati. Perdè egli in quella ritirata almeno tre mila persone o uccise, o disertate, o morte di freddo, e quasi tutta l'artiglieria, i bagagli e fino i proprii equipaggi. Ciò non ostante, se gli Austriaci vollero mettere il piede in Praga, furono obbligati ad accordare una capitolazione onorevole allo smilzo presidio rimasto in essa città; accordando in fine ciò che sul principio avrebbero potuto con loro vantaggio concedere, e che avrebbe risparmiato un gran sangue sparso sotto la città medesima.
Non provarono già un'egual prosperità nella Baviera l'armi della regina di Ungheria. L'assedio e bombardamento della città di Straubinga nel mese di aprile a nulla giovò per forzare alla resa quella fortezza. Perchè si sapea che i Franzesi comandanti dal _conte d'Arcourt_ venivano con ischiere numerose ad unirsi col generale bavarese _conte di Seckendorf_, e giunse a Monaco una falsa voce che già si appressavano a quella città: il _generale Stens_ nel dì 28 del mese suddetto precipitosamente si ritirò da essa città di Monaco colla guernigione austriaca di quattro mila persone, lasciandovi un solo picciolo corpo di gente. Allora i cittadini si misero in armi, e i villani inseguirono e molestarono non poco la ritirata d'essi. Scoperta poi la falsità della voce, ed irritati gli Austriaci, ad altro non pensarono, che a rientrare in essa città. Vi trovarono quel popolo risoluto alla difesa, e fu misericordia di Dio che non venissero all'assalto, perchè a questo avrebbe tenuto dietro uno spaventevole sacco. Accordò il _maresciallo di Kevenhuller_, nel dì 6 di maggio, una nuova capitolazione a quegli abitanti, gli affari dei quali nondimeno molto peggiorarono da lì innanzi, finchè sul principio di ottobre giunse la loro redenzione. Avea il Seckendorf ricuperata la città di Landshut, dopo di che s'incamminò alla volta di Monaco. Qui non l'aspettarono gli Austriaci, perchè molto inferiori di forze ai Gallo-Bavari, e ne asportarono quanto mai poterono con danno gravissimo di quell'infelice popolo, il quale diede in trasporti di allegrezza al vedere nel dì 7 del mese suddetto rientrare in quella città le milizie dell'augusto loro duca ed imperadore _Carlo VII_; ripigliarono poscia i Bavaresi Borgausen e Braunau; laonde tutta la Baviera tornò, prima che terminasse l'anno, all'ubbidienza del suo sovrano. Fu poi condotto in Baviera un poderoso rinforzo di truppe dal _maresciallo di Broglio_, e continuarono le ostilità, ma senza alcun'altra impresa di grado. Intanto quello sfortunato paese era il teatro delle calamità, perchè divorato da amici e nemici. Fu anche superiore alla credenza il numero de' Franzesi o morti di malattie, o uccisi, o fatti prigionieri nella Boemia e Baviera. Facevansi in questi tempi dei grandi maneggi in Inghilterra ed Olanda, per muovere quelle potenze alla difesa della regina d'Ungheria. La mutazion del ministero in Londra cagion fu che il re britannico e quella potente nazione si disponessero ad entrare in ballo, tanto più perchè si sentivano irritati dal vedere la somma franchezza de' Franzesi in rimettere contro i patti le fortificazioni di Dunquerque. Perciò si cominciarono i preparamenti della guerra in Fiandra per l'anno seguente; ma non si potè altro ottener dagli Olandesi, se non che darebbono il loro contingente di venti mila soldati, a cui erano tenuti in vigor delle leghe precedenti. Non men di loro, anzi più vigorosamente, si misero in arnese anche i Franzesi per far buon giuoco in quelle parti.
Vegniamo oramai all'Italia, condannata anch'essa a sofferire i perniciosi influssi delle gare ambiziose dei regnanti. Da che fu fatta gran massa di Spagnuoli ad Orbitello, e nelle altre piazze dei presidii, sotto il comando del _duca di Montemar_, si mise questa in marcia, ed entrata in febbraio nello Stato ecclesiastico, andò a prendere riposo in Foligno, e con lentezza mirabile arrivò poi finalmente fino a Pesaro. A quella volta ancora s'inviarono dipoi le milizie napoletane, spedite dal re delle Due Sicilie, per unirsi con quelle del re suo padre. Ne era generale il _duca di Castropignano_. Intanto sul Genovesato andarono sbarcando altre milizie procedenti dalla Spagna, e maggior numero ancora se ne aspettava. Per quanto si seppe, le idee della corte del re Cattolico erano che il primo più possente corpo di gente venisse alla volta di Bologna, e l'altro dal Genovesato verso Parma. Grande armamento in questi tempi avea fatto anche _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, ma senza penetrarsi qual risoluzione fosse egli per prendere, se non che i più prevedevano che anderebbono le sue forze unite con quelle della regina d'Ungheria, sì perchè così portavano gli interessi suoi, non piacendogli la vicinanza degli Spagnuoli, come ancora perchè potea sperar maggior ricompensa da essa regina. Recò maraviglia ad alcuni l'aver questo real sovrano pubblicati due manifesti, nel quali erano riportate le sue pretensioni sopra lo Stato di Milano, siccome discendente dall'_infanta Caterina_ figliuola di _Filippo II_ re di Spagna. E pure passava questo sovrano di concerto in ciò colla corte di Vienna, con cui finalmente si venne a scoprire ch'egli avea stabilito nel dì primo di febbraio un _trattato provvisionale_ per difendere la Lombardia dall'occupazione delle armi straniere. In tale trattato comparve la rara avvedutezza del marchese d'Ormea suo primo ministro, perchè restò esso re di Sardegna colle mani sciolte, cioè in libertà di ritirarsi quando a lui piacesse, colla sola intimazione di un mese innanzi, dall'alleanza della regina. Animato si trovò egli spezialmente a tale impegno dalla sicurezza datagli del _cardinale di Fleury_ primo ministro di Francia che il re Cristianissimo _Luigi XV_ non intendeva di spalleggiar l'armi del re Cattolico _Filippo V_ per conto dell'Italia. Svelaronsi solamente nei mese di marzo questi arcani; e il re Sardo, da che ebbe ritirato dalla Savoia gli archivii e tutto ciò che era di maggiore rilievo, cominciò a far marciare parte delle sue truppe alla volta di Piacenza. Verso la metà del medesimo mese anche il maresciallo _Otto Ferdinando conte di Traun_ governatore di Milano spedì a Modena a rappresentare al duca _Francesco III d'Este_ la necessità in cui il mettevano i movimenti dei nemici Spagnuoli, di avanzarsi con vari reggimenti nei principati di Correggio e Carpi. La licenza non si potè negare a chi se la potea prendere anche senza richiederla. Perciò vennero a postarsi gli Austriaci in quelle parti, tirando un cordone verso la Secchia, e penetrando anche nel Reggiano.
Trovossi in un grave labirinto in questi tempi il duca di Modena, giacchè si miravano due nemiche armate venir l'una da levante e l'altra da ponente con tutte le apparenze che egli e i suoi Stati rimarrebbono esposti a deplorabili traversie, e forse diverrebbero il teatro della guerra, perchè ognun brama di far, se può mai, questa danza in casa altrui; e più rispetto si porterebbe agli Stati della Chiesa che ai suoi. Ognun sa, in casi di tanta angustia, quanto sia pericoloso il partito della neutralità per chi ha poche forze, giacchè, senza farsi merito nè coll'una nè coll'altra parte de' contendenti, si soggiace alla disgrazia d'essere divorato da amendue; e a peggio ancora, se avviene che l'un degli eserciti prevalga, troppo facilmente suscitandosi sospetti e ragioni per prevalersi in suo pro degli Stati e delle piazze altrui. Persuaso dunque esso duca che col tenersi neutrale non si facea punto merito con alcun di essi, e verisimilmente gli avrebbe avuti nemici tutti e due, si appigliò alla risoluzione di abbracciare uno d'essi partiti. L'ossequio ed affetto ch'egli professava all'augusta casa d'Austria e al gran duca di Toscana il consigliavano ad unirsi con loro, ma troppo pericoloso era per un vassallo dell'imperio di prendere l'armi contra dell'imperadore _Carlo VII_ nemico delle suddette potenze, e l'aderire alla regina d'Ungheria, la quale, invece d'inviar nuove genti alla difesa dell'Italia, avea richiamata di là dai monti una parte di quelle che qui si trovavano, ed avea inoltre confessato ad un suo ministro venuto in Italia di non potersi impiegare a sostener questi Stati; e tanto anche fece intender al papa e ai Veneziani per loro governo. Manteneva il duca buona corrispondenza colla corte di Torino; ma questa il più che potè gli tenne occulto il trattato di lega conchiuso con quella di Vienna. Oltre a ciò, nè pur comportavano gl'interessi della propria casa al duca d'aver per nemici l'imperadore e la Spagna, stante l'essersi scoperto che la casa di Baviera nudriva delle pretensioni sopra la Mirandola e suo ducato, e il sapersi che _don Francesco Pico_, già duca d'essa Mirandola, protetto dagli Spagnuoli ne conservava delle altre, e che sopra la contea di Novellara e sopra il ducato di Massa s'erano svegliate liti, mal fondate senza dubbio, ma che nel tribunale cesareo, se fosse stato nemico, avrebbono forse avuto buona fortuna. Il perchè, mosso il duca di Modena da tali riflessioni, cercò più tosto di aderire alla parte de' più possenti potentati della cristianità, cioè dell'imperadore e dei re di Francia e Spagna. Avea egli per sua difesa in armi un bel reggimento di Svizzeri, e un altro d'Italiani, ch'era intervenuto alla battaglia di Crostka nella Servia, in tutto tre mila soldati. In oltre avea quattro mila dei suoi miliziotti reggimentali, disciplinati, ben vestiti ed armati, e circa quattrocento cavalli fra corazze e dragoni: sussidio non lieve, uniti che fossero ad una giusta armata, oltre alla cittadella di Modena e alla fortezza della Mirandola.
Fu ben accolta in Madrid la proposizione del duca di entrar seco in lega; ma mentre si andava maneggiando in tanta lontananza questo affare, non si sa come, ne trapelò l'orditura ai ministri della regina d'Ungheria, o pure del re di Sardegna. Verso il fine di marzo erasi avanzato, siccome dicemmo, esso re sardo fino a Piacenza, facendo intanto sfilare le sue truppe alla volta di Parma, ed ivi avea tenuto consiglio di guerra col maresciallo _conte di Traun_ governator di Milano; giacchè l'armata napolispana si era inoltrata sino a Rimini. Si venne ancora intendendo che il grosso corpo di Spagnuoli sbarcato in più volte sul Genovesato, senza più pensare a far irruzione dalla parte del Parmigiano, s'era come amico incamminato per la Toscana a fine di accoppiarsi coll'altro maggiore de' duchi di _Montemar_ e _Castropignano_. Non senza maraviglia delle persone fece quella gente un gran giro. Se fosse calata pel Giogo a Bologna, e colà fosse pervenuto il Montemar, nulla era più facile che il passar fino sul Parmigiano, e il prevalersi poi delle buone disposizioni del duca di Modena ed unirsi seco. Essendo giunto a Parma nel dì 30 d'aprile il re di Sardegna, portossi parimente esso duca di Modena nel dì 2 di maggio con tutta la corte al delizioso suo palazzo di Rivalta, tre miglia lungi da Reggio. Colà fu ad abboccarsi seco nel dì 6 di esso mese il _marchese d'Ormea_, primo ministro del re di Sardegna, che tosto sfoderò una copia informe del trattato preteso intavolato dal duca colla corte di Spagna. Onoratamente confessò il duca di aver fatto dei maneggi a Madrid, ma che nulla s'era conchiuso, nè sapea se si conchiuderebbe: e questa era la verità. Calde istanze fece l'Ormea per indurlo alla neutralità; ma perchè il duca ben previde che, accordando questo primo punto, passerebbe la pretensione a richiedere in pegno una almeno delle sue piazze per sicurezza di sua fede, non volle consentire, e prese tempo a pensarvi. Per molti giorni poscia s'andò disputando, essendo passato il duca a Sassuolo con tutta la famiglia: nel qual mentre il _duca di Montemar_, che per più settimane s'era fermato coll'esercito suo in Forlì a divertirsi con una opera in musica, finalmente si mosse alla volta di Bologna. Fama correa che i Napolispani ascendessero a quarantacinque mila persone: erano ben molto meno, ancorchè il Montemar avesse ricevuto il poderoso rinforzo di fanti e cavalli, passati amichevolmente per la Toscana. Parea questa nondimeno un'armata da far gran fatti, se non che la diserzione, da cui non va esente alcuno degli eserciti, si trovò stupenda in essa, fuggendo spezialmente quegli Alemanni che furono presi nell'apparente battaglia di Bitonto, e in altre azioni, allorchè fu conquistato il regno di Napoli dall'infante _don Carlo_. Giorno non v'era, in cui qualche centinaio d'essi Napolispani non disertasse, attribuendone alcuni la cagione all'aver lasciata cotanto in ozio quella gente, ed altri all'aspro trattamento degli uffiziali, giacchè non si può credere per difetto di paghe, perchè, se ne scarseggiavano gli uffiziali, al semplice soldato non mancava mai l'occorrente soldo.