Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 41

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Siccome pur troppo aveano preveduto i saggi, cominciarono a provarsi le perniciose conseguenze della morte del buon imperador _Carlo VI_. Sul fine dell'anno precedente il giovine _Federigo III_ re di Prussia, senza far precedere dimanda o sfida alcuna, con venticinque mila soldati e buon treno d'artiglieria era corso ad impadronirsi d'alcuni luoghi della Slesia austriaca, non già, dicea egli, per alcuna mala intenzione sua contro la corte di Vienna, nè per inquietare l'imperio, ma solamente per sostenere i suoi diritti sopra alcuni ducati e territorii di quella provincia, la più ricca e fruttuosa che si avesse in Germania l'augusta casa di Austria. Susseguentemente dipoi pubblicò un manifesto, in cui dedusse i fondamenti di quelle sue pretensioni, dichiarando nullo un trattato di concordia, conchiuso nel 1686 fra la corte di Vienna e quelle di Brandenburgo. Intanto perchè non si aspettava nella Slesia una sì fatta tempesta, nè vi si trovava preparamento alcuno per resistere, nel dì 3 di gennaio dell'anno presente non fu difficile al Prussiano di entrare in Breslavia, capitale di quella provincia, e di occupare altri luoghi nè pur pretesi nel suo manifesto; dopo di che ridusse le sue milizie al riposo. Ancorchè per questo inaspettato colpo si trovasse più di un poco confusa la corte di Vienna, pure adunato che ebbe un corpo di circa venti mila veterani soldati, lo spinse in Islesia sotto il comando del maresciallo _conte di Neuperg_, con ordine di tentare una battaglia. S'inoltrò questo generale sino a Millovitz in poca distanza da Brieg, ed ivi incontratosi col grosso dell'armata prussiana, nel dì 10 d'aprile dell'anno presente venne con essa alle mani. Sei ore continue durò l'atroce combattimento, in cui riuscì alla cavalleria austriaca di rovesciar la prussiana, e si vide anche più d'una volta piegar l'ala sinistra d'essi Prussiani; ma in fine trovandosi di lunga mano superiori le forze nemiche, e in maggior copia le loro artiglierie, che fecero di brutti squarci nelle schiere austriache, fu obbligato il Neuperg a ritirarsi, e a lasciare il campo di battaglia ai Prussiani, che riportarono bensì vittoria, ma a costo di moltissimo loro sangue. V'era in persona lo stesso re di Prussia, che diede gran segni d'intrepidezza e di bel regolamento nei movimenti delle sue armi. Dopo di che nel dì 4 di maggio egli s'impadronì di Brieg, una delle più belle città della Slesia. Succederono poscia varii negoziati per l'amichevole via di qualche aggiustamento; e se fossero stati ben accolti per tempo i consigli dell'Inghilterra ed Olanda, avrebbe probabilmente la regina, col sacrifizio di una parte della Slesia, potuto conservar l'altra, ed acquetar le pretensioni del re prussiano. Ma siccome principessa di gran coraggio, e troppo renitente ad acconsentire che restasse vulnerata la prammatica sanzione, più tosto volle esporsi a perdere tutta quella bella provincia, che spontaneamente cederne una porzione. Inesplicabil allegrezza intanto avea provato la corte di Vienna per un arciduchino, partorito dalla suddetta regina nel dì 15 di marzo, cui furono posti i nomi di _Giuseppe Benedetto_. Per questo dono del cielo solenni feste furono fatte.

Intanto ecco alzarsi dalla parte di ponente un più nero e minaccioso temporale. Già _Carlo Alberto_ elettor di Baviera avea in pronto un esercito di circa trenta mila combattenti, e sul fine d'agosto improvvisamente andò ad impossessarsi dell'importante città di Passavia, con promettere di non intorbidar quivi il dominio civile del _cardinale di Lamberg_ vescovo esemplarissimo, e principe benignissimo di quella città. Ma un nulla fu questo. Fin qui, non ostante il grande apparato di guerra che si faceva in Francia, non altro s'udiva che intenzioni di quella corte di sostenere la prammatica sanzione, di cui essa non dimenticava di essere garante. Ma verso la metà d'agosto ecco con tre corpi, o, per dir meglio, con tre eserciti i Franzesi, valicato il Reno, entrar nelle terre dell'imperio, con far correre voce, per mezzo de' suoi ministri nelle corti, che questo sì gagliardo movimento d'armi non era per distorsi dagl'impegni della garanzia suddetta, ma bensì a solo oggetto di assicurar la quiete della Germania, e la libera elezione di un imperadore. Queste ed altre simili proteste del gabinetto di Francia non si sapeano digerire dagl'intendenti in Germania, i quali gridavano essere vergognosa cosa lo spaccio di esse, quando chiaramente ognuno scorgea, che le armate franzesi unicamente tendevano a dar la legge al corpo germanico, e a forzare chiunque s'opponesse alla promozione dell'elettor di Baviera alla corona imperiale, e ad unirsi con esso principe contro la regina d'Ungheria. Imperciocchè, diceano essi, non è più un mistero il dirsi nella corte di Francia, essere venuto il tempo di abbassare una volta la casa d'Austria, quella casa che fin qui avea fatto il possibile argine al maggiore accrescimento della non mai sazia potenza franzese. E però doversi trasportare lo scettro cesareo in altro principe che per la debolezza delle sue forze non osasse nè potesse contrastare ai voleri della Francia; e che per isnervare l'austriaca regina, d'uopo era spogliarla del regno della Boemia, dappoichè il re di Prussia avea fatto lo stesso della Slesia. A questo fine si vide non solamente posto in dubbio, ma anche negato alla regina il voto della Boemia nell'elezione del futuro imperadore, senza che valessero le ragioni e proteste della medesima. Favorevoli ancora ai disegni della Francia si trovarono gli elettori palatino e di Colonia; nè molto stette lo stesso _Federigo Augusto_ re di Polonia, ed elettor di Sassonia, a prendere l'armi e ad unirsi coi Bavaresi e Franzesi contro la regina. Dal re Cristianissimo fu dichiarato general comandante delle sue milizie l'elettor di Baviera, con protestare che queste non altro erano che ausiliare d'esso elettore, per sostenere i legittimi diritti della di lui casa; giacchè non negava la corte di Francia di aver ben accettata e garantita la prammatica sanzione austriaca, ma aggiugneva che questo s'avea da intendere senza pregiudizio delle ragioni altrui. Dicevano alcuni, non saper, nè pur la gente dozzinale, capire queste raffinate precisioni del gabinetto franzese; perchè le parea che l'aver giurato di mantener l'unione degli Stati della casa d'Austria lo stesso fosse che promettere di non impegnar l'armi per discioglierla, nè passar differenza fra chi si obbliga di non uccidere uno, e poi presta il pugnale o porge in altra maniera aiuto ad un altro per levargli la vita. Gridavano perciò, bandita la buona fede da quel gabinetto, e a nulla più servire le pubbliche paci, quando con tanta facilità si faceano nascere apparenti ragioni e scuse di romperle. Per quello ch'io ho inteso da buona parte, ripugnò forte il cardinale di Fleury primo ministro allo imbarco della Francia in questa guerra, perchè assai conosceva le leggi dell'onore e del giusto; ma da un tale fanatismo fu preso allora tutto il consiglio del re cristianissimo, che gridando ognuno all'armi per così favorevol occasione di deprimere l'emula casa d'Austria, e insieme il romano imperio, forzato fu esso cardinale di cedere alla piena, e di cominciar questa nuova tragedia.

Ora da che si trovò l'elettor di Baviera rinforzato da venti, altri dissero trenta mila Franzesi, più non indugiò ad entrare sul fine di settembre nell'Austria con impadronirsi di Lintz, Eens, Steir ed altri luoghi, dove si fece prestare omaggio da que' popoli. Avea proposto il duca di Bellisle nel consiglio di Versaglies che si mandasse in Baviera una potente armata, con cui s'andasse a dirittura a Vienna; ma il cardinale di Fleury non l'intese così, e mandò poco. Tale nondimeno per questo fu la costernazione nella città di Vienna, che ognuno a momenti s'aspettava d'essere ivi stretto da un assedio, e ne uscì gran copia di benestanti col meglio dei loro effetti. Da molto tempo si tratteneva la regina col gran duca consorte in Presburgo, dove avea ricevuta la corona del regno d'Ungheria. Cagion fu il movimento dei Gallo-Bavari ch'essa immantenente facesse portar colà da Vienna il tenero arciduchino, co' più preziosi mobili della corte, archivii e biblioteca imperiale. Con un sì patetico discorso rappresentò poscia ai magnati ungheri il bisogno de' loro soccorsi, e la fidanza sua nel lor appoggio e fedeltà, che trasse le lagrime dagli occhi di ognuno, e tutti giurarono la di lei difesa; e detto fatto, raunarono un esercito di trenta mila armati, con promessa di più rilevanti aiuti. Costò nondimeno ben caro ad essa regnante l'acquisto della corona ungarica, e dell'affetto di que' popoli, perchè le convenne comperarlo coll'accordar loro varii privilegii e la libertà di coscienza, non senza grave discapito della religione cattolica in quelle parti. Mirabili fortificazioni intanto si fecero in Vienna; copiose provvisioni e munizioni vi s'introdussero; ed oltre ad un forte presidio di truppe regolate, prese l'armi tutta quella cittadinanza, risoluta di spendere le vite in difesa della patria e dell'amatissima loro regnante. Ma o sia che l'elettor bavaro riflettesse alle troppe difficoltà di superare una sì forte e ben guernita città, al che gran tempo e fatica si esigerebbe, o più tosto ch'egli pensasse non all'Austria, ma al regno della Boemia, dove spezialmente terminavano i desiderii e le speranze sue: certo è ch'egli dopo la metà d'ottobre s'inviò a quella volta colla maggior parte delle sue truppe e delle franzesi, che andavano sempre più crescendo. Trovavasi allora la Boemia sprovveduta affatto di forze per resistere a questo torrente. Contuttociò non mancò il principe di Lobkowitz di raccogliere quelle poche truppe che potè, ed avendole unite con un distaccamento inviatogli dal conte di Neuperg, si applicò alla difesa della sola città di Praga, dove formò dei magazzini superiori anche al bisogno suo.

Di cento e due altre città (che così quivi si chiamano anche i borghi e le terre grosse di quel regno) poche altre vi erano capaci di far buona resistenza. Verso la metà di novembre comparve la possente armata gallo-bavara sotto Praga, e fatta inutilmente la chiamata al comandante maresciallo di campo Oglivi, si dispose alle ostilità. Non mancavano ragioni e pretensioni al re di Polonia ed elettor di Sassonia _Federigo Augusto III_ nell'eredità della casa d'Austria; e giacchè vide Prussiani e Bavaresi tutti rivolti a prenderne chi una parte e chi un'altra, non volle più stare a segno; ed accordatosi coll'elettor di Baviera, entrò anche egli nella danza, e spedì molti reggimenti suoi e un grosso treno d'artiglieria all'assedio di Praga. Di vastissimo giro, come ognun sa, è quella città, perchè composta di tre città. A ben difenderla si richiedeva un'armata intera, e questa mancava; perchè era ben giunto il gran duca _Francesco_ col principe _Carlo di Lorena_ suo fratello a Tabor, menando seco un buon esercito, ma non tale da potersi cimentare col troppo superiore de' nemici. Servì piuttosto l'avvicinamento di essi Austriaci per affrettar le operazioni degli alleati. Infatti nella notte del dì 25 venendo il dì 26 di novembre, ordinò l'elettor bavero un assalto generale a Praga; i Sassoni spezialmente si segnalarono in quella sanguinosa azione. Presa fu la città, ma così buon ordine avea dato l'elettore, ch'essa restò esente dal sacco. Ben tre mila furono i prigionieri. Dopo l'acquisto della capitale si fece l'elettor bavaro proclamare re di Boemia nel dì 9 di dicembre, e citò gli Stati di quel regno a prestargli l'omaggio. Convien confessarlo: tra perchè non pochi erano quivi mal soddisfatti del passato governo, e, secondo la vana speranza dei popoli, si lusingavano molti altri di mutare in meglio il loro stato col cangiamento del principe, e tanto più perchè non dimenticò l'elettore di spendere largamente le carezze e le speranze a quella gente; apertamente, ma i più in lor cuore, accettarono con gioia questo novello sovrano. Per la caduta di Praga si ritirò ben in fretta il gran duca coll'esercito cesareo alla volta della Moravia; ma anche colà passarono i Prussiani, e riuscì loro d'impadronirsi d'Olmutz, capitale d'essa provincia.

Mentre era la regina d'Ungheria attorniata e lacerata da tanti nemici in Germania, un altro minaccioso nembo si preparava contro di lei in Italia. Avea bensì il Cattolico re _Filippo V_ accettata la prammatica sanzione austriaca; pure, appena tolto fu di vita l'imperador _Carlo VI_ che si diede fuoco nella corte di Spagna a forti pretensioni non sopra qualche parte della monarchia austriaca, ma sopra di tutta. Era, come ognun sa, l'Augusto _Carlo V_ padrone anche di tutti gli Stati austriaci della Germania e dei Paesi Bassi. Ne fece egli una cessione a _Ferdinando I_ suo fratello, ma si pretendeva, che mancando la discendenza maschile d'esso Ferdinando, tutti gli Stati dovessero tornare alla linea austriaca di Spagna. Su questi fondamenti, che a me non tocca di esaminare, il re Cattolico, siccome discendente per via di femmine dal suddetto _Carlo V_, aspirava al dominio dello Stato di Milano, e di Parma e Piacenza, giacchè non era da pensare agli Stati della Germania, troppo lontani e in parte afferrati da altri pretensori. Vero è che parve a quel monarca posta in obblio la solenne rinunzia da lui fatta nel trattato di Londra dell'anno 1718 a tutti gli Stati d'Italia e Fiandra posseduti dall'imperadore; ma per mala sorte, torto o ragione che s'abbiano i principi, ordinariamente le loro liti non ammettono o non truovano alcun tribunale che le decida, fuorchè quello dell'armi. Diedesi dunque la Spagna a formare un possente armamento, e ordinò all'infante _don Carlo_ re delle Due Sicilie di fare altrettanto. Ecco pertanto cominciar a giugnere verso la metà di novembre ad Orbitello, e agli altri porti di Toscana spettanti ad esso re don Carlo, varii imbarchi di truppe, munizioni ed artiglierie provenienti da Barcellona e da Napoli. Parimenti ad esso Orbitello arrivò, nel dì 9 di dicembre, il _duca di Montemar_, destinato generale dell'armi di Spagna in Italia; e da che nel regno di Napoli fu fatta una massa di circa dodici mila soldati, fu chiesto alla corte di Roma il passaggio per gli Stati della Chiesa. Gran gelosia ed apprensione diedero alla Toscana sì fatti movimenti; e come se si aspettasse a momenti un'invasione da quella parte, si presero le possibili precauzioni per la difesa di Livorno ed altri luoghi. Ma perciocchè premeva alla Francia che non fosse inquietata la Toscana, siccome paese permutato nella Lorena, e guarentito dal re Cristianissimo, ben prevedendo essa, che l'acquisto d'essa Lorena rimarrebbe esposto a pretensioni, qualora fosse occupato da altri il ducato di Toscana; perciò fu sotto mano fatto intendere al gran duca, duca di Lorena, che non temesse sconcerti a quegli Stati; e questa promessa si vide religiosamente mantenuta dipoi dalla corte di Francia. Per conseguente le speranze de' Napolispani si rivolsero tutte agli Stati della Lombardia.

Non istava intanto in ozio la corte di Vienna, cercando chi la salvasse dal naufragio di sì gran tempesta. Fu spedito in Olanda e a Londra il principe _Wenceslao_ di _Lictenstein_, per promuovere quelle potenze in aiuto suo, con far valere i tanti motivi di non lasciar crescere di soverchio la già sì aumentata possanza della real casa di Borbone, e di non permettere l'abbassamento dell'augusta casa d'Austria dalla cui conservazione e forza principalmente dipendeva la libertà e la salute della Germania, e delle stesse potenze marittime. Trovossi nel re _Giorgio II_ e nei parlamenti d'Inghilterra tutta la più desiderabil disposizione di sostenere, secondo gli obblighi precedenti, la prammatica sanzione, e d'imprendere la guerra contra de' Franzesi, distruttori della medesima. Non furono così favorevoli le risposte degli Olandesi; perchè troppo rincresceva a quella nazione di rinunziare ai rilevanti profitti del commercio, finora mantenuto con Franzesi e Spagnuoli. Fu anche creduto che non mancassero in quelle provincie dei pensionarii della Francia; ed altro perciò non si potè ottenere, se non che le provincie unite puntualmente soddisfarebbono agli obblighi e patti della loro lega, col somministrare venti mila combattenti in soccorso della regina, venendo il caso della guerra. Quanto all'Italia, cominciò per tempo la corte di Vienna i suoi negoziati con _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, siccome sovrano potente, e più degli altri interessato nei tentativi che il re di Spagna e delle Due Sicilie meditavano di fare in essa Italia. Perciocchè per conto della _repubblica di Venezia_ ben presto si scoprì che, secondo le saggie sue massime, faceva ella bensì un considerabil aumento di truppe nelle sue città di terra ferma, ma coll'unico disegno di tenersi neutrale; giacchè forze non le mancavano per far rispettare la sua indifferenza e neutralità. Avea sulle prime il re di Sardegna fatto indagare i sentimenti della corte di Madrid in riguardo alla persona e forze sue nella presente rottura. La ritrovò così persuasa della propria potenza, che non si credea nè bisognosa dell'aiuto altrui per conquistare lo Stato di Milano, nè assai apprensiva dell'opposizione che potesse farle il re sardo, forse perchè s'immaginava col mezzo degli amici franzesi di ritenerlo dall'imprendere un contrario impegno. Solamente dunque gli esibì un tenue briciolo dello Stato di Milano, con promessa di ricompensarlo a misura del suo soccorso, e della felicità de' meditati progressi. Queste ed altre ambigue risposte congiunte alla conoscenza del pericolo, a cui si resterebbe esposta la real casa di Savoia quando cadesse in mano degli Spagnuoli lo Stato di Milano, cagion furono ch'esso re di Sardegna prendesse altro cammino. Rifletteva egli che il re Cattolico avea bensì nel trattato del dì 13 d'agosto del 1715 approvata la cessione fatta dall'imperadore al duca _Vittorio Amedeo_ suo padre del Monferrato, Alessandrino ed altre porzioni del Milanese, ed in oltre ceduto nelle forme più obbliganti il regno di Sicilia al medesimo duca; e pure da lì a non molto tentò di spogliarlo d'esso regno; potersi perciò temere un pari trattamento per gli Stati della Lombardia passati in dominio della casa di Savoia. Applicossi dunque il re _Carlo Emmanuele_ a maneggiare gli affari suoi colla regina d'Ungheria e col re britannico, e a fortificar le piazze, e ad accrescere le sue genti d'armi, e per avere in pronto una possente armata al bisogno, barcheggiando intanto, finchè venisse il tempo di stringere qualche partito.

Durante l'anno presente il pontefice _Benedetto XIV_, il cui cuore non ad altro inclinava che alla pace con tutti i potentati cattolici, siccome padre amantissimo d'ognuno, determinò di mettere fine alle differenze insorte sotto i suoi predecessori, e durate per lo spazio di trenta anni fra la santa Sede e le corone di Spagna, Portogallo, Due Sicilie e Sardegna. S'erano già smaltite sotto il precedente pontefice molte delle principali difficoltà, nè altro mancava che la conchiusion degli accordi. Al di lui buon volere e saviezza non fu difficile il dar l'ultima mano a questi trattati sì nel presente che nel susseguente anno; così che tornò la buona armonia con tutti, e le nunziature si riaprirono, e la dateria riassunse le sue spedizioni. Intenta eziandio la santità sua al sollievo della povera gente, nel marzo di quest'anno introdusse l'uso della carta bollata per li contratti e scritture che si avessero a produrre in giudizio, siccome aggravio ridondante sopra i soli benestanti, con isgravare nel medesimo tempo il popolo da varii altri imposti sopra l'olio, sete crude, buoi ed altri animali. Ma perciocchè non mancarono persone, le quali, contro la retta intenzione di lui ampliando questo aggravio della carta bollata, ne convertivano buona parte in lor pro con gravi lamenti del pubblico, il santo padre, provveduto di buona mente per non lasciarsi ingannare dai ministri, coraggiosamente abolì esso aggravio, e ne riportò somma lode da tutti. Nel dì 17 di giugno dell'anno presente diede fine al suo vivere il doge di Venezia _Luigi Pisani_, stimatissimo per le sublimi e rare sue doti. Fu poi sostituito in essa dignità nel dì 30 del suddetto mese, il cavaliere e procuratore _Pietro Grimani_, personaggio di gran saviezza, chiarissimo per le sue cospicue ambasciarie, e veterano nei maneggi e nelle cariche di quella saggia repubblica. Infierì parimente la morte contra una giovine principessa degna di lunghissima vita. Questa fu _Elisabetta Teresa_ sorella di _Francesco_ duca di Lorena, e regnante gran duca di Toscana, e moglie di _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna. Era essa giunta all'età di ventinove anni, mesi otto e giorni diciotto. Avea nel dì 21 del sopraddetto giugno dato alla luce un principino, appellato poi duca di Chablais con somma consolazione di quella corte. Ma si convertirono fra poco le allegrezze in pianti, perchè sorpresa essa regina dalla febbre migliarina, pericolosa per le partorienti, nel dì 3 di luglio rendè l'anima al suo creatore. Non si può assai esprimere quanta grazia avesse questa principessa per farsi amare non solo dal real consorte, ma da tutti, nè quanta fosse la sua pietà e carità verso de' poveri. La maggior parte del suo appannaggio s'impiegava in limosine, e, mancandole talvolta il danaro, ella impiegava alcuna delle sue gioie: del che informato il re, le riscuoteva, e graziosamente gliele facea riportare. In somma universale fu il cordoglio per questa perdita, e dolce memoria restò di tante sue virtù; siccome ancora restarono due principi e una principessa, frutti viventi del suo matrimonio.

Da gran tempo era stabilito l'accasamento del principe ereditario di Modena _Ercole Rinaldo d'Este_, figlio del regnante duca _Francesco III_, colla principessa _Maria Teresa Cibò_, che per la morte di _don Alderano_ duca di Massa e di Carrara suo padre era divenuta signora di quel ducato. Per la non ancor abile età del principe si era differita fin qui l'esecuzione di questo maritaggio; ma finalmente se gli diede compimento nel settembre dell'anno presente; sicchè sul fine d'esso mese fu condotta essa principessa con suntuoso accompagnamento da _don Carlo Filiberto d'Este_, marchese di San Martino, e principe del sacro romano imperio, alla volta di Sassuolo, dove si trovava il duca e la duchessa _Carlotta Aglae d'Orleans_, i quali andarono ad incontrarla a Gorzano, e solennizzarono dipoi con molte feste la sua venuta. Stavano intanto i curiosi aspettando di vedere, dopo tante dicerie e lunari, qual esito o destino fossero per avere gli affari della Corsica, tuttavia fluttuante, e non mai pacificata. Perchè le truppe Franzesi aveano quivi preso sì lungo riposo, sognarono i novellisti che la repubblica di Genova fosse in trattato di vendere quell'isola alla Francia, o di permutarla con qualche altro Stato, o di darla all'infante di Spagna _don Filippo_ genero del re Cristianissimo. La vanità di sì fatte immaginazioni in fine si scopri. Non terminò l'anno presente che la corte di Francia, entrata in impegni di maggior conseguenza, richiamò il _marchese di Maillebois_ colle sue truppe in Provenza; laonde la Corsica, accorrendo ogni dì nuovi banditi, e sciolta dal rispetto e timore de' Franzesi, tornò a poco a poco al solito giuoco della ribellione, con isdegno e pentimento de' Genovesi, che tanto aveano speso in procurar de' medici a quella cancrena. Con tali successi arrivò il fine dell'anno presente; anno, che con tanti preparamenti di guerra prometteva calamità di lunga mano maggiori al seguente; ed anno, in cui, oltre alle rivoluzioni dell'Austria, Boemia e Slesia, altre se ne videro nella Gran Russia, alla quale ancora fu dichiarata la guerra dagli Svezzesi collegati colla Porta Ottomana; ma con tornare essa guerra solamente in isvantaggio della Svezia medesima, non assistita poi dai Turchi, nè capace di far fronte alle superiori forze della Russia.

Anno di CRISTO MDCCXLII. Indizione V.

BENEDETTO XIV papa 3. CARLO VII imperadore 1.