Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 4
Se mai ci fu anno che tenesse la cristianità in agitazione, i corrieri in moto, e l'universal curiosità in un continuo all'arme, certamente fu questo. Imperciocchè finalmente si avverò il sospetto che il gran signore aspirasse a cose inusitate in danno dell'augusta casa d'Austria, essendo uscito in campagna il gran visir Mustafà Carà con un'armata che più il timore che la verità fece ascendere a trecento mila persone. Generalissimo dell'armi cesaree, ma armi troppo allora deboli per resistere a sì gran torrente, fu dichiarato il prode _duca di Lorena Carlo V_ cognato dello stesso _imperador Leopoldo_. Spedito egli per contrastare il passo al potentissimo nemico esercito, ebbe per grazia di potersene tornare indietro salvo, colla perdita nondimeno di alcuni insigni uffiziali e di parte del bagaglio. Aveano trovato i Turchi il varco per istradarsi alla volta di Vienna. Tale costernazione perciò entrò in questa città allo scorgerne imminente l'assedio, che l'Augusto Leopoldo con tutta la sua corte mossosi di là nel dì 7 di luglio, si ritirò a Lintz, e poscia a Passavia, senza potersi esprimere la terribil confusione di que' benestanti, per fuggire anch'essi con quante carrozze e carra mai poterono trovare. Governatore di Vienna restò il valoroso _conte Ernesto di Staremberg_, che si preparò a ben ricevere gl'infedeli. Già erano stati atterrati i vasti e deliziosi borghi di quell'augusta città; e intanto precorrendo gl'incendiarii Turchi rovinarono col fuoco un amplissimo tratto dell'Austria, distruggendo villaggi, palazzi, case e delizie. Circa dieci mila bravi soldati formavano la guernigion di Vienna, oltre a tutti i cittadini rimasti nella città, che, deposto il timore presero l'armi, concorrendo anche i preti, i frati, le donne e i ragazzi a piantar le palizzate, a cavar terreno, ove bisognava, e a prestare ogni altro possibile aiuto. Entro la città furono poi spinte dal duca di Lorena alcune altre migliaia di difensori. Nel dì 14 di luglio comparve l'esercito turchesco, e cinse Vienna di assedio. Diedero costoro principio agli approcci, a gittar bombe ed altri fuochi artificiali nella città, a bersagliar colle batterie i baluardi, e a lavorar di mine: al quale uffizio abbondavano di gente sperta, cioè di molti rinegati; laddove Vienna si trovava quasi affatto priva di contraminatori. Non mi fermerò io a far la descrizione di questo memorabile assedio, per cui tutta anche l'Italia restò sbigottita, nè d'altro parlava che d'un sì formidabile avvenimento. Tutti perciò correano alle orazioni, avendo il pontefice pubblicato un solenne giubileo in tal congiuntura per implorar la misericordia e la benedizione di Dio. Dirò dunque in succinto che continuò per tutto l'agosto lo sforzo dell'armi turchesche sotto Vienna, e giunsero esse a prendere il cammin coperto; a far più mine e breccie nelle mura, a dar più e più furiosi assalti; ma che maraviglie di valore fecero nella difesa anche i cristiani, sì col rispingere i nemici, sì col far vigorose sortite, non risparmiando il sangue proprio, e con tal felicità e bravura, che le migliaia di Turchi lasciarono ivi le vite. Ma già aveano gli ostinati musulmani fermato il piede nella punta d'un baluardo; e fu creduto che la città non si sarebbe più potuta sostenere, se il gran visire avesse con un generale assalto voluto sacrificar più gente. Forse fu ritenuto dalla speranza di cogliere per sè i tesori della città, ottenendola a patti; perchè col prenderla per assalto sarebbono le ricchezze cadute in mano dei soldati vogliosi del sacco. Ma incoraggiti i difensori dal sicuro avviso del vicino soccorso, più che mai attesero a nuove tagliate, sortite, ed altre azioni coraggiose, per prolungare il più possibile l'avanzamento de' nemici.
Avea ne' primi mesi di quest'anno l'_Augusto Leopoldo_ conchiuse varie leghe, o per quiete o per difesa dell'imperio e degli Stati suoi nella preveduta gran tempesta onde era minacciato. Spezialmente per interposizione dello zelante pontefice _Innocenzo XI_ seguì una confederazione fra lui e _Giovanni Sobieschi_ re di Polonia nel dì 31 di marzo. Quanto più vide esso Augusto crescere il pericolo, e poi formato l'assedio della sua capitale, tanto più affrettò i principi e i circoli della Germania, e il re suddetto di Polonia ad accorrere in aiuto. La causa era comune. Caduta Vienna, dovea tremare ogni principe e città di quei contorni. Concorsero dunque a sì urgente bisogno il prode re polacco con circa trenta mila dei suoi nazionali; _Massimiliano Emmanuele elettor_ di Baviera e _Giorgio elettor_ di Sassonia, e molti principi volontarii, fra i quali quattro della casa di _Sassonia_, due di _Neoburgo_ cognati dell'imperadore, _Eugenio principe di Savoia_, due di _Wirtemberg_, due d'_Olstein_, quei di _Analt_ e di _Bareit_, e il _principe di Waldech_ generale delle milizie dei circoli. Unironsi quest'armi col generalissimo di Cesare, cioè coll'invitto _Carlo V duca di Lorena_, il quale durante l'assedio non era mai stato in ozio, ed avea battuto più corpi di Turchi, che portavano viveri e munizioni al campo loro. Fecesi l'union de' cristiani tedeschi e polacchi a Krems di là dal Danubio, e prese che furono le più savie risoluzioni, passò di qua dal fiume il poderoso esercito, consistente in ottantacinque mila combattenti, tutti ansanti di combattere per la fede e per la pubblica salute contro i nemici del nome cristiano. Divisa in tre corpi l'armata, con bella ordinanza calò dalla montagna di Kalemberg nel felicissimo dì 12 di settembre. Andava avanti il terrore, perchè i Turchi da' loro alloggiamenti scoprivano sì fiorito e ben ordinato esercito animosamente scendere dal monte al loro eccidio. Non fu lunga la resistenza fatta da coloro; perchè il primo visire Mustafà Carà, ritiratosi in luogo alquanto distante dalla battaglia, insegnò agli altri essere miglior partito il fuggire che il menar le mani. Lasciarono dunque gl'infedeli in preda ai vittoriosi Cristiani tutte le loro artiglierie, munizioni, viveri, insegne, tende e bagagli. Al re polacco, che conducea l'ala sinistra, e ai suoi toccò la fortuna di cogliere il quartiere del primo visire, nel cui superbo padiglione trovò un immenso tesoro di arredi e contanti, e lo stendardo principale dell'armata turchesca: il che produsse poi invidia e doglianze nel resto dell'armata, perchè i soli Polacchi quei furono che principalmente si arricchirono.
L'avere impiegato i soldati gran tempo nello spoglio, cagion fu che non inseguirono i fuggitivi nemici. Entrarono nel seguente giorno 13 di settembre i trionfanti generali cristiani in Vienna, cioè il re di Polonia, i duchi di Baviera, Sassonia e Lorena, e gli altri principi, e alla vista de' mirabili lavori degli assedianti ed assediati rimasero attoniti. Nel dì appresso giunse alla medesima città, venuto pel Danubio, l'_imperador Leopoldo_ (il che raddoppiò l'allegrezza), e non perdè tempo la maestà sua a rendere grazie a Dio col far cantare un solenne _Te Deum_ per così insigne vittoria. Certo non si può esprimere il giubilo che si diffuse per tutta l'Italia all'avviso di quella sempre memorabil giornata. Le lingue d'ognuno si sciolsero in inni di gioia e di ringraziamenti a Dio, e massimamente in Roma, dove il pontefice _Innocenzo XI_ con molte migliaia di scudi dati in limosina a' poveri, e con aprir le carceri e liberar tutti i prigioni non capitali, soddisfacendo egli del suo pei debitori, attestò la sua gratitudine al donator d'ogni bene. E perciocchè il santo padre riconobbe sì felice successo dall'intercession della Vergine santissima, essendo succeduta tal vittoria correndo l'ottava della sua Natività, istituì dipoi la festa del Nome di Maria in quella ottava. Fu poi dal re di Polonia inviato lo stendardo maggiore de' Turchi alla santità sua: spedizione che fruttò al regio segretario portator d'esso ricchi regali del _papa_, del _cardinal Francesco Barberino_ e del _principe di Palestrina_. Coronarono l'armi di Cesare, comandate dal duca di Lorena, la presente campagna con una vittoria riportata contro i Turchi a Parcam, e coll'acquisto dell' importante città di Strigonia nel dì 27 d'ottobre. Lo strepito di queste gloriose azioni talmente sgomentò i dianzi ribelli Ungheri seguaci del conte Emerico Techelì, che buona parte di que' comitati inviarono a rendere ubbidienza al legittimo loro augusto sovrano. Diede molto da discorrere, anzi da mormorare, in questi tempi la condotta del _re Luigi XIV_, il quale di dì in dì minacciava nuova guerra alla Spagna, insisteva nelle precedenti pretensioni, e ne sfoderava delle nuove; ed oltre a ciò tenendo una potente armata ai confini della Germania, tuttochè mirasse in tanto rischio la città di Vienna, e sì vicini i Turchi alla depression de' cristiani; pure non alzò un dito per dar soccorso al pericolante Augusto. E non è già ch'egli non l'esibisse alla dieta di Ratisbona, ma ne voleva essere ben pagato, con pretendere prima la cessione di Lucemburgo. Di sì generosa esibizione non vollero prevalersi i ministri della dieta, perchè il pagamento sarebbe stato certo; e qual fine potesse poi avere il lasciar entrare armato in Germania un re sì potente e sì vago di conquiste, non appariva assai chiaro. Certamente non sì potè levar di capo alla gente ch'esso monarca non avesse, non dirò commossa la Porta ottomana contro di Cesare, ma desiderata la caduta di Vienna, affinchè il corpo germanico si fosse poi trovato in necessità d'implorar la sua protezione ed assistenza, la qual forse sarebbe riuscita più pericolosa, che la guerra col Turco. Tali erano le speculazioni dei politici d'allora: se ben fondate, io nol so.
Sul fine di maggio in quest'anno tornò esso re Cristianissimo ad inviare il signor di Quene con una flotta ad Algeri, per gastigar quell'insolente nazione che nulla avea profittato della lezion precedente. Tal terrore, tal danno recarono a quella città le bombe, che i barbari inviarono a chiedere pace. Rispose loro il comandante franzese di non poterne parlare se prima non restituivano tutti gli schiavi cristiani. Nel termine di quattro giorni (era il fine di giugno) ne condussero più di cinquecento. Ve ne restarono moltissimi altri; contuttociò il signor di Quene diede luogo al trattato della pace, e dimandò gli ostaggi. Uno d'essi fu Mezzomorto ammiraglio degli Algerini. Costui, perchè alte erano le pretensioni de' Franzesi, nè si concludeva l'accordo, dimandò di rientrare nella città, facendo credere di poter levare gli ostacoli alla pace. Altro non fece costui che commuovere a sedizione la milizia algerina; e fatto assassinare Baba Hassan dei, ossia bei, ossia re d'Algeri, ottenne di esser egli proclamato signore. Quindi ricominciò dopo la metà di luglio la guerra, e con più furore di prima volarono le bombe, che cagionarono la rovina di gran parte di quella città. Fecero que' Barbari alcune vigorose sortite, ma furono sempre respinti. Se ne tornò poi nel settembre la flotta franzese in Francia, senza avere stabilito accordo alcuno. Ma perciocchè nell'anno seguente 1684 ebbe avviso il Mezzomorto che in Francia si facea un più gagliardo apparecchio contra d'Algeri, spedì a muovere proposizioni di pace, e questa poi si ultimò nel dì 23 di aprile dell'anno suddetto con delle condizioni affatto onorevoli e vantaggiose per la corona di Francia. Nel dì 30 di luglio dell'anno presente terminò i suoi giorni _Maria Teresa d'Austria_ infanta di Spagna e regina di Francia, che riempì di cordoglio tutto quel regno: tanta era la sua pietà, la sua carità verso i poveri, la sua inclinazione a tutte l'opere virtuose, la sua prudenza, e la sua mirabil pazienza e disinvoltura, senza mai risentirsi de' pubblici scandalosi adulterii del re consorte.
Anno di CRISTO MDCLXXXIV. Indiz. VII.
INNOCENZO XI papa 9. LEOPOLDO imperadore 27.
Altro non s'udiva in questi tempi che doglianze degli Spagnuoli contra la Francia, la quale ogni dì si metteva in possesso di qualche luogo e signoria con pretensioni di dipendenze, feudi ed altri titoli, che in mano di sì gran potenza diventano sempre irrefragabili. Si vede una lista di città, villaggi, castella ed altri luoghi occupati con questa muta guerra dall'armi franzesi dopo la pace di Nimega, lista ben lunga, e tale, che cagiona anche oggidì stupore e compassione verso chi restava sì fieramente pelato, senza osare di far altra opposizione che di lamenti. Intanto gli eserciti del _re Luigi XIV_ erano sempre ai confini, cercando pur motivi di nuova guerra. Gli Spagnuoli in Fiandra non potendo più reggere a tanta oppressione, cominciarono le ostilità contra de' Franzesi fin l'anno precedente. Si fecero ridere dietro, perchè nè forze proprie aveano, nè collegati per sostener questo impegno. Non altro che questo sospirava la Francia; e però in esso anno passate l'armi del Cristianissimo all'assedio di Courtrai, s'impadronirono di quella città e di Dismuda. E mentre nell'anno presente i buoni Olandesi si sbracciavano in un congresso tenuto all'Haia per trattare di pace, o almeno di tregua, il re, che da gran tempo facea l'amore all'importante città di Lucemburgo, e conobbe il tempo propizio, trovandosi allora impegnate l'armi di Cesare contro il Turco, nel dì 28 di aprile mandò l'armata sua all'assedio di quella città. Era questa creduta inespugnabile, ma i marescialli di _Crequì_ e d'_Humieres_ disingannarono la gente, con aver obbligato alla resa quel presidio nel dì 4 di giugno. Dopo un sì bell'acquisto non ebbe difficoltà il re d'accordare, nel dì 29 di esso mese, una tregua di venti anni coll'Olanda, la qual poscia, per non poter di meno, fu accettata anche dal re di Spagna e dall'imperadore: con che il re Cristianissimo restò in possesso della città e ducato di Lucemburgo, con obbligarsi di restituire alla Spagna le città di Courtrai e Dismuda, spogliate prima di fortificazioni. Ma le paci e tregue della Francia in questi tempi non erano che sonniferi per addormentar le potenze, e duravano fintanto che si presentava occasione di nuovi acquisti. Pareva poi alla corte di Francia che il giovinetto duca di Savoia _Vittorio Amedeo II_ mostrasse più incitazione a Madrid che a Parigi. Però, quantunque _madama reale_ bramasse di dare al figlio in moglie la principessa di Toscana _Anna Maria_ figlia del _gran duca Cosimo III_, pure tante batterie ebbe dai ministri di Francia, che le convenne accomodarsi ad un altro accasamento. Fu dunque in Versaglies, nel dì 9 d'aprile, stipulato il maritaggio d'esso _duca di Savoia_ colla _principessa Anna_ figlia di _Filippo duca_ d'Orleans, fratello unico del re Cristianissimo. Si mise in viaggio ben tosto questa principessa con accompagnamento assai nobile, e fu ricevuta ai confini dal duca suo sposo.
A queste allegrezze tenne dietro, nel seguente maggio, una dolorosa tragedia, che un nuovo campo aprì alle mormorazioni contro la prepotenza de' Franzesi, che avea fissato il punto massimo della sua gloria in farsi ubbidire da tutti, e in far tremare ognuno. Gran tempo era che non sapea sofferir quella corte di mirar la repubblica di Genova, secondo l'inveterato suo costume, cotanto aderente a quella di Spagna, e posta sotto il patrocinio del re Cattolico. Andava perciò cercando motivi di lite con essi Genovesi; e mancano forse mai ragioni al lupo, allorchè vuol divorare l'agnello? Pretesero i Franzesi di tenere un magazzino di sale in Savona, per provvederne Casale di Monferrato: novità che tornava in grave pregiudizio alle finanze della repubblica, e però non si voleva accordare. Quattro nuove galee aveano fabbricato essi Genovesi: diritto che niuno aveva mai contrastato alla loro sovranità e libertà. Col pretesto che queste avessero da servire per gli Spagnuoli, fu loro intimato di disarmarle. Più e più affronti si videro fatti dalle navi franzesi a quelle de' Genovesi e alle loro riviere; pure tollerava tutto la paziente repubblica. Fu poi spedito a Genova con titolo di residente il signor di Saint Olon, e poco si stette a conoscere mandato a cagionar dei garbugli, avendo egli cominciato a proteggere i delinquenti, e a defraudar le gabelle (benchè assegnato a lui fosse un regalo annuo di mille e cinquecento pezze per sicurezza della dogana) e a far portare armi a' suoi dipendenti, che impunemente ogni dì facevano delle insolenze. Ma, per venire al punto principale, la corte di Francia, che prima coll'esempio d'Algeri, ed ora con quel di Genova, voleva imprimere in chicchessia il terrore della sua potenza, spedì con una flotta il _signor di Segnelay_, figlio del celebre _signor di Colbert_, mancato di vita nel precedente anno, che, presentatosi nel dì 17 di maggio sotto Genova, intimò alla repubblica la disgrazia e i risentimenti del re, se immediatamente non gli consegnavano i fusti delle quattro nuove galee, e non inviavano al re quattro consiglieri a chiedere perdono, e ad assicurare la maestà sua della loro intera sommessione agli ordini suoi. Perchè non si vide pronta ubbidienza a questa intimazione, cominciarono le palandre franzesi nel seguente giorno a flagellar quella bellissima città colle bombe. Sino al dì 28 del mese suddetto seguitò quell'infernale pioggia; nel qual tempo fecero i Franzesi anche uno sbarco di gente in terra, sperando forse in quella costernazione della città di potervi mettere il piede. Ma i Genovesi rinforzati da varii corpi di truppe regolate che loro inviò il governatore di Milano, ed animati dall'amor della patria e della libertà, renderono inutile ogni altro sforzo de' nemici, i quali nel suddetto dì 28 fecero vela verso la Provenza, e passarono dipoi ad esercitare la loro bravura contra degli Spagnuoli in Catalogna. Gravissimi furono i danni recati alla città di Genova e a San Pier d'Arena, per essere rimaste incendiate e diroccate varie chiese, palazzi, monisteri e case; ma non sì grande fu quell'eccidio come la fama lo decantò. E intanto ben molto soffrì nel suo materiale e nello scompiglio del popolo quella repubblica, ma intatta seppe essa conservare la gemma della sua sovranità. Qual fine poi avesse questa tragedia, detestata da chiunque senza parzialità pesava le cose, lo diremo all'anno seguente.
Compiè la carriera del suo vivere nel dì 15 di gennaio dell'anno presente _Luigi Contarino_ doge di Venezia, a cui, nel dì 25 di esso mese, fu sostituito _Marco Antonio Giustiniano_. Passavano in questi tempi controversie fra _papa Innocenzo XI e la repubblica veneta_, perchè, non volendo più soffrire il pontefice i tanti disordini che si sovente accadevano in Roma per le franchigie pretese dagli ambasciatori delle corone, avea dichiarato a tutti di voler libero il corso della giustizia contra dei malviventi e di chi facea contrabbandi. Per questa contrarietà aveano i Veneziani richiamato il loro ministro, ed altrettanto avea fatto il papa per conto del suo nunzio, che si ritirò da Venezia a Milano patria sua. Contuttociò il buon pontefice, in cui prevaleva ad ogni altro riguardo il zelo della religione e il bene della cristianità, con sommo vigore si adoperò per unire in lega contro il nemico comune l'_imperadore Leopoldo, Giovanni Sobieschi re di Polonia_ e la _veneta repubblica_. Restò conchiusa questa alleanza nel dì 5 di marzo dell'anno presente. Quanto al re polacco, gli riuscì di ricuperare la città di Coccino, ma senza poter fare altra impresa di considerazione. Nè pur si mostrò molto favorevole alle armi cesaree la fortuna in quest'anno. S'era determinato nel consiglio di guerra d'imprender l'assedio della regale città di Buda. A questo fine, essendo uscito in campagna il _duca Carlo di Loren_a, prima s'impadronì di Vicegrado, poscia mise in isconfitta il bassà di Buda, uscito per contrastargli il passo; e dopo aver presa Vaccia, e forzati i Turchi a ritirarsi da Pest, valicò sopra più ponti il Danubio, e nel dì 14 di luglio mise l'assedio a Buda. Tentò più d'una volta il saraschiere di dar soccorso all'assediata città, ma sempre fu respinto; anzi nel dì 25 di luglio uscito dalle trincee esso duca di Lorena col _principe Luigi di Baden_, col generale _conte Caprara Bolognese_, e la maggior parte della sua armata, andò ad assalir quella del saraschiere suddetto, e le diede una rotta con istrage e prigionia di molti Turchi, ed acquistò di molte bandiere ed artiglierie. Nel dì 9 di settembre arrivò anche l'_elettor di Baviera_ sotto Buda, il cui assedio ostinatamente fu proseguito sino al fine d'ottobre; ma sostenuto con estremo vigore dagl'infedeli, che fecero continue sortite, e lavorarono forte di mine e contramine. Intanto per la perdita di molta gente negli assalti, e più per le malattie, essendo scemata assaissimo l'armata cesarea, si vide sul principio di novembre forzata a ritirarsi da quell'assedio, e a cercare riposo nei quartieri d'inverno. Si stese all'incontro la benedizione di Dio nell'anno presente sull'armi venete. S'era fortunatamente ritiralo da Costantinopoli il bailo di quella repubblica, travestito da marinaro, ed ella avea fatto un bel preparamento di milizie e navi, con eleggere capitan general _Francesco Morosino_, già celebre per molte sue segnalate precedenti azioni. Il pontefice _Innocenzo XI_ somministrò quel danaro che potè in aiuto dei Veneti, e non solamente spedì ad unirsi colla lor flotta cinque sue galee, ma sette ancora di Malta, e ne ottenne quattro altre da Cosimo III gran duca di Toscana. La prima fortunata impresa che fecero i Veneziani, fu quella dell'isola di Leucate, dove, nel dì 6 d'agosto, s'impadronirono dell'importante fortezza di Santa Maura, e poscia di Vonizza, Seromero ed altri luoghi. Di là passarono ad assediare l'altra non men gagliarda fortezza della Prevesa, che costrinsero alla resa. Nello stesso tempo anche i Morlacchi occuparono Duare in Dalmazia. Con questo bel principio si dispose la repubblica a cose maggiori.
Anno di CRISTO MDCLXXXV. Indiz. VIII.
INNOCENZO XI papa 10. LEOPOLDO imperadore 28.