Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 38

Chapter 383,687 wordsPublic domain

Certamente poi non avea più la corte cesarea un _Carlo_ duca _di Lorena_, un _principe Eugenio_, nè un maresciallo di _Staremberg_, nè i _Caprara_, nè i _Veterani_, nè altri simili personaggi di gran mente e savia condotta, che sapessero dirigere un esercito ai danni del nemico, e difender alle occorrenze. Per altro facendo conoscere la sperienza che talvolta le belle armate cesaree combattono col bisogno, il Seckendorf addusse ancor questo per sua discolpa, certo essendo che a cagion della mancanza dei viveri per più giorni quell'esercito si mantenne come potè in vita colle pannocchie del frumentone, ossia grano turco, maturo in quel paese, o pur con sole prugne trovate per avventura in que' boschi. Non mancò gente che si figurò essere mancata la benedizione di Dio all'armi dell'imperadore in questa guerra, perchè, secondo il trattato di Passarowitz, la tregua di sua maestà cesarea colla Porta Ottomana durava ancora, nè terminava se non nell'anno 1742; pretendendo perciò i Turchi che Cesare non fosse in libertà dopo esso trattato di collegarsi colla Russia a danno loro, nè gli fosse lecito di romperla contra d'essi. A me non tocca di entrare in sì fatto esame, e molto meno di stendere le ottuse mie pupille nei gabinetti della divinità, bastandomi di riferire gli sfortunati avvenimenti di questa campagna contra degl'infedeli nella Servia, Bossina, Moldavia, Valacchia ed altri luoghi; e che per le tante malattie si trovò al finire dell'anno quasi della metà scemata la dianzi sì possente armata imperiale. Nè si dee tacere che allora più che mai si sciolsero le lingue e maledizioni de' cristiani contra del conte di Bonneval Franzese, già uno de' generali dell'imperadore; il quale, privo per altro di religione, avea abbracciata quella de' Turchi. Entrato costui al servigio della Porta col nome di bassà Osmanno, tutto s'era dato ad istruire i Turchi della disciplina militare dei cristiani: e fu creduto che i documenti suoi influissero non poco ai fortunati successi delle armi turchesche sì dell'anno presente che dei due susseguenti. Dicevasi che questo infame rinegato fosse il braccio dritto del primo visire. Se la fortuna non si fosse dichiarata in favore dei Turchi (giacchè in questo medesimo tempo in Nimirow nella Polonia trattavano di pace i plenipotenziarii cesarei, russiani e turchi), si potea sperare qualche pronta concordia con vantaggio dell'armi cristiane. Intanto d'altro passo procederono le due armate dell'imperadrice della Russia contra de' musulmani. Per ciocchè il generale _conte di Munich_ nel dì 13 di luglio s'impadronì della riguardevol città di Oczakow situata al mare, con grande mortalità e prigionia di Turchi, con acquisto di molta artiglieria e di un ricco bottino. Seppe anche difenderla da essi Turchi, accorsi ad assediarla. Parimente il generale _Lascì_ tornò di nuovo a fare un'irruzione nella Crimea, dove incendiò gran copia di que' villaggi, prese un'infinità di buoi, e lasciò dappertutto memorie del furor militare in vendetta degl'immensi danni e mali recati per tanti anni addietro da que' Tartari alla Russia.

Fu il presente anno l'ultimo della vita di _Rinaldo d'Este_ duca di Modena, che nato nel dì 25 di aprile dell'anno 1655, e creato duca nel 1694, avea con somma saviezza fin qui governato i suoi popoli. Nel dì 26 di ottobre spirò egli l'anima. Perchè nelle Antichità Estensi io esposi tutto quel di lodevole, che si osservò in questo principe (e fu ben molto), io mi dispenso ora dal ripeterlo, bastandomi dire che per l'elevatezza della mente, per la pietà e pel saper tenere le redini d'un governo, si meritò il concetto di uno dei più saggi principi di questi tempi. Lasciò dopo di sè un figlio unico, cioè _Francesco_ principe ereditario, nato nel dì 2 di luglio del 1698, e tre principesse, cioè _Benedetta Ernesta, Amalia Gioseffa_ ed _Enrichetta_ duchessa vedova di Parma. Sul principio delle ultime turbolenze, nelle quali si trovarono involti anche gli Stati della casa d'Este, s'era portato il suddetto principe Francesco a Genova colla principessa sua consorte _Carlotta Aglae_, del real sangue di Francia, figlia di _Filippo duca di Orleans_, già reggente di quel regno. Nell'anno 1755 passarono amendue a Parigi per impetrar sollievo agl'innocenti popoli dei loro ducati dal re Cristianissimo _Luigi XV_ e per vegliare agli interessi proprii e del duca Rinaldo padre e suocero. Venuto l'autunno, si portò esso principe a visitar le città della Fiandra ed Olanda, ricevendo dappertutto distinti onori, e di là passò in Inghilterra, dove gli furono compartite le maggiori finezze dal re _Giorgio II_, che in questo principe considerò trasfuso il sangue di quei gloriosi antenati, dai quali era discesa anche la real casa di Brunsvich. Finalmente nella primavera dell'anno presente se ne andò a Vienna per inchinare il glorioso Augusto _Carlo VI_, da cui e dall'imperadrice vedova _Amalia_ sua zia materna, e da tutta quella corte, fu graziosamente accolto. Essendosi accesa in questo tempo la guerra in Ungheria, s'invogliò anche egli di quell'onorato mestiere; e tenendo compagnia a _Francesco duca di Lorena_ e gran duca di Toscana, e al principe _Carlo_ di lui fratello, intervenne alle azioni della sopraddetta sventurata campagna. Nel tornarsene egli a Vienna, intese la morte del duca Rinaldo suo padre, e, però congedatosi dalle auguste maestà, s'inviò verso l'Italia, e nel dì 4 di dicembre felicemente giunse a Modena, ricevuto con giubilo dai suoi sudditi, che, attesa la di lui molta intelligenza, e spezialmente l'amorevol suo cuore, concepirono per tempo viva speranza d'ottimo governo, secondo l'uso de' suoi maggiori, tutti buoni e benefici principi. Aveva egli già procreati due principi viventi, cioè _Ercole Rinaldo_ suo primogenito, nato nel dì 22 di novembre nell'anno 1727, ed un altro venuto alla luce nel dì 29 di settembre del 1736 in Parigi, a cui poscia nel solenne battesimo fu posto il nome di _Benedetto Filippo Armando_, e viene oggidì chiamato il principe d'Este; e quattro principesse, cioè _Maria Teresa Felicita_, _Matilde, Fortunata Maria_ ed _Elisabetta_.

Più che mai continuò in questi tempi la ribellion della Corsica, con trovarsi bloccate da que' popoli le cinque o sei fortezze che sole restavano in potere della repubblica di Genova. Correvano tutto dì voci incerte di quegli affari, negando alcuni e pretendendo altri che durasse in quell'isola l'autorità del _baron Teodoro_, e che da lui si riconoscessero i soccorsi che andavano giugnendo a quei sollevati, con voce ancora ch'egli ritornerebbe in breve al comando. La verità fu, che esso era passato in Olanda, dove, prevalendo le istanze dei suoi creditori, per qualche tempo si riposò nelle carceri, e restò poscia liberato. Tale era la sua attività ed eloquenza, che impegnò altri mercatanti a concorrere nei suoi disegni, e si dispose a rivedere la Corsica. Ora i Genovesi, per desiderio di mettere fine a quella cancrena, s'avvisarono in questi tempi di ricorrere al patrocinio del re Cristianissimo, affinchè il suo nome e la potenza dell'armi sue mettesse in dovere quella sì alterata nazione. Penetrato il lor disegno, non tralasciarono i Corsi di rappresentare a Versaglies quanti aggravii aveano finora sofferto dal governo de' Genovesi. Ciò che ne avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Nel presente sul Piacentino e Lodigiano seguitò l'epidemia de' buoi con terrore di tutti i vicini. Anche il monte Vesuvio nel dì 19 di maggio si diede a vomitar fiamme, pietre e bitume, che raffreddato era simile alla schiuma di ferro. Per dodici miglia fino al mare correndo la fiumana d'esso bitume, cagionò la rovina di molti villaggi, conventi, chiese e case. Le città di Adriano, Avellino, Nola, Ottaviano, Palma e Sarno, e la torre del Greco sommamente patirono, e ne fuggirono tutti gli abitanti. Alcun luogo vi restò coperto dalla cenere alta (se pure è credibile) quasi venti palmi. Orazioni pubbliche si fecero per questo in Napoli, città che si trovò ben piena di spavento, ma altro incomodo non soffrì che quello della caduta cenere. Merita anche memoria per istruzione de' posteri una delle pazzie di questi tempi, cioè il già introdotto lotto di Genova, che si dilatò in Milano, Venezia, Napoli, Firenze, Roma ed altri paesi. Dissi pazzia, non già dei principi, che con questa invenzione mostravano la loro industria in saper cavare dalle genti senza lancetta il sangue, ma dei popoli che, per l'avidità di conseguire un gran premio, s'impoverivano, dando una volontaria contribuzione agli accorti regnanti, con iscorgersi in fine che di pochi era il vantaggio, la perdita d'infiniti. Nella sola Roma danarosa, in cui sul principio ebbe gran voga esso lotto, e si faceano più estrazioni in un anno, si calcolò che in ciascuno de' primi anni si giocasse un milione di scudi romani. Per lo più nè pur la metà ritornava in borsa de' giocatori. Il gran guadagno restava parte ai conduttori del gioco e parte al sommo pontefice, che di questo danaro si serviva per continuar le magnifiche fabbriche da lui intraprese.

Anno di CRISTO MDCCXXXVIII. Indiz. I.

CLEMENTE XII papa 9. CARLO VI imperadore 28.

Cominciavano a pesar gli anni addosso al pontefice _Clemente XII_. Era anche caduto infermo di maniera, che più d'una volta si dubitò di sua vita, ed alcuni porporati aveano già dato principio ai segreti lor maneggi: il che risaputo dal papa, cagion fu di qualche risentimento. Questi avvisi della mortalità, e il desiderio del santo padre di lasciare la sedia apostolica in pace con tutte le potenze cattoliche, il rendè più sollecito ad accordarsi colle corti di Spagna e di Portogallo. Nel dì 20 del precedente dicembre aveva egli promosso alla porpora monsignor _Tommaso Almeida_ patriarca di Lisbona; servì questo passo a placare in buona parte, se non in tutto, l'animo di _Giovanni V_ re portoghese, principe inflessibile in ogni sua pretensione e dimanda; il che fece aprir la Dateria per quel regno, e in Lisbona fu splendidamente accolto il nunzio pontifizio. Altrettanto avvenne in Ispagna. Per le differenze colla corte di Napoli, tuttochè reclamassero i ministri cesarei, pure sua santità nel maggio condiscese ad accordare le investiture delle Due Sicilie all'infante reale _don Carlo di Borbone_. Insorse in questi tempi un imbroglio fra esso pontefice e la reggenza del ducato di Toscana, a cagion di Carpegna, Scavolino e Montefeltro, Stati pretesi per ragioni antiche dalla repubblica fiorentina, essendo in fatti passate le milizie lorenesi a prenderne il possesso. Messosi l'affare in disputa, perchè la corte di Vienna abbisognava in questi tempi dei soccorsi del papa per la guerra turchesca, si venne poi smorzando la lite, e restò libera quella contrada dall'armi del gran duca. Era già gran tempo che si trattava dell'accasamento del suddetto re delle due Sicilie; e perciocchè ragioni politiche non permisero che a lui fosse accordata in moglie la seconda arciduchessa figlia del regnante Augusto, restò poi conchiuso il suo maritaggio colla real principessa _Maria Amalia_ figlia di _Federigo Augusto_ re di Polonia ed elettor di Sassonia, appena giunta all'età di quattordici anni. Nel dì 19 di maggio a nome d'esso re fu sposata essa principessa dal fratello _Federigo Cristiano_, principe reale ed elettorale, e nel dì 24 d'esso mese, accompagnata dal medesimo, imprese il suo viaggio alla volta d'Italia. Con corte numerosa venne sino a Palma Nuova, confine dello Stato veneto, _don Gaetano Boncompagno_ duca di Sora, scelto dal re per maggiordomo maggiore della novella regina, e direttore del suo viaggio per Italia: principe per le sue virtù meritevole d'ogni maggiore impiego. Nel dì 29 del mese suddetto arrivata ai confini della repubblica essa principessa, ivi trovò il veneto ambasciatore colle guardie destinate alla maestà sua, e le si presentò parimente il duca di Sora con tutta la corte a lei destinata.

Fu allora che propriamente s'avvide questa graziosa principessa di essere regina: sì magnifico e splendido fu l'accoglimento fattole per dovunque passò dalla veneta generosità. Invogliatasi all'improvviso di dare un'occhiata alla mirabil città di Venezia, dopo avere per altra via incamminato il suo gran seguito ed equipaggio a Padova, essa nel dì 2 di giugno imbarcatasi col real fratello, col duca di Sora, e con pochi altri cavalieri e dame, fu condotta pel canale della Giudecca in faccia alla piazza di San Marco, e fatto un giro pel canal grande fra il rimbombo delle artiglierie andò vedendo e ammirando i superbi palazzi e le altre grandiose fabbriche di quella dominante. Finalmente alle due ore della notte seguente fece l'ingresso nella città di Padova, dove spezialmente trovò un trattamento reale. Colà s'era portato _Francesco III d'Este_ duca di Modena colle principesse _Benedetta ed Amalia_ sorelle sue, per inchinare la regina loro cugina, da cui poscia riceverono ogni maggior finezza d'amore e di stima. Ai confini del Ferrarese si presentò alla maestà sua il _cardinale Mosca_ spedito dal sommo pontefice con titolo di legato a latere a complimentarla e servirla sino a Ferrara, dove con solenne apparato di quella città entrò, partendone poi nel dì 6 di giugno. Per tutto lo Stato ecclesiastico trovò gara fra le città in farle onore, siccome anch'ella dappertutto lasciò belle memorie della sua rara gentilezza e liberalità. Passò dipoi per Loreto, e nel dì 19 del suddetto mese arrivò a Portello, cioè ai confini del regno. Quivi trovò il re consorte, che la introdusse in un vasto real padiglione, coi vicendevoli complimenti ed abbracciamenti. Nel dì 22 d'esso giugno fecero le loro maestà l'entrata in Napoli fra le giulive acclamazioni di quell'immenso popolo, fra gli archi trionfali e fra le stupende macchine ed illuminazioni, che furono poi coronate da altre suntuosissime feste, continuate nei seguenti giorni. Poco fu questo in paragone del dì 2 di luglio in cui seguì il solenne ingresso dei regi sposi in essa città di Napoli, la quale da tanti anni disavvezza dal vedere i suoi regnanti, in questa occasione diede uno spettacolo d'indicibile magnificenza ed allegrezza, dalla cui maggior descrizione io mi dispenso. Allora fu che il re _don Carlo_ istituì l'ordine dei cavalieri di San Gennaro, e di esso decorò i principali baroni di Napoli e Sicilia, e alcuni grandi spagnuoli.

Con tutti i maneggi finora fatti fra l'imperador _Carlo VI_ e il Cristianissimo re _Luigi XV_ non s'era peranche giunto a stabilire un trattato definitivo di pace. A questo si diede l'ultima mano in Vienna nel dì 18 di novembre fra i suddetti due monarchi, e fu sottoscritto dai plenipotenziarii non solo d'essi, ma anche da quei del re Cattolico _Filippo V_, di _don Carlo_ re delle Due Sicilie, e del re di Sardegna _Carlo Emmanuele_. Rimasero con poca mutazione confermati i precedenti trattati di pace, e la Francia nominatamente accettò e promise di garantire la prammatica sanzione formata dall'Augusto regnante. Vi fu regolato tutto quello che apparteneva in Italia alla cessione dei regni di Napoli e Sicilia, e delle piazze marittime della Toscana pel suddetto real infante; e di Parma e Piacenza per l'imperadore; e di Tortona e Novara e delle Langhe pel re di Sardegna. Qual fosse il giubilo di tutta l'Italia all'avviso di questa concordia, non si può abbastanza esprimere, lusingandosi ognuno di godere per gran tempo i frutti e le delizie della tanto desiderata pace, che ora mai sembrava con uno stabile chiodo fissata. Non si godeva già in questi tempi un egual sereno nell'imperial corte di Vienna, perchè anche nell'anno presente niuna felicità, anzi parecchi disastri provarono in Ungheria l'armi cesaree. Quantunque ancora in quest'anno passasse al comando di quell'esercito il _duca di Lorena_, con aver seco per principal direttore di azioni militari il saggio e valoroso _conte di Koningsegg_; pure ebbero essi a fronte il gran visire con forze di lunga mano superiori alle cristiane. Le frequenti scorrerie turchesche per la Servia e un possente armamento di saiche nel Danubio portarono il terrore sino alla città di Belgrado, da dove si ritirarono in gran copia i benestanti. Per l'Ungheria superiore di là dal real fiume marciò il Koningsegg, e nel dì 3 di luglio a Cornia venne alle mani con un corpo di venti e più mila musulmani, e lo sconfisse. Questa vittoria agevolò la presa del forte di Meadia nel dì 9 d'esso mese, dove fu accordata buona capitolazione al presidio turchesco.

Già s'incamminava l'oste cesarea al soccorso d'Orsova assediata dai nemici, quando giunse la lieta nuova ch'essi a precipizio s'erano dati alla fuga, lasciando nel campo tende, bagagli, munizioni ed artiglierie. Tanto più allora inanimati i cristiani pensavano già di continuare il viaggio a quella volta; ma eccoti avviso che il visire avea trasmesso un rinforzo di venti mila uomini ai ritiratisi da Orsova. Non si osservò allora la consueta intrepidezza de' coraggiosi Alemanni; nè più si pensò ad Orsova. Accortisi gl'infedeli delle lor disposizioni, s'inoltrarono sino a Meadia, dove seguì un sanguinoso conflitto. I due reggimenti Vasquez e Marulli, composti d'Italiani, fecero delle maraviglie di coraggio con vergogna de' Tedeschi, i quali pure sono in credito di tanta fortezza. Ritiraronsi i cristiani con permettere a' Turchi di ricuperare i forti d'essa Meadia. Posto di nuovo l'assedio da essi infedeli ad Orsova, fu quella piazza costretta alla resa con grave pregiudizio della vicina città di Belgrado, sotto alla quale andò ad accamparsi il maresciallo di Koningsegg. Si contò per regalo della fortuna che i Turchi non facessero maggiori progressi; e sebben anche Semendria e Vilapanca furono sottomesse, pure poco appresso si videro abbandonate da essi. Non avea il Koningsegg più di quaranta mila guerrieri, laddove il gran visire ne conduceva cento venti mila. Ma in altri tempi trenta a quaranta mila Alemanni bastavano a far delle grandi prodezze contro le grosse armate degli Ottomani. O fosse dunque che l'iniquo bassà Bonneval avesse ben addottrinate le milizie turchesche, o altra cagione: certo è che questa campagna riuscì non men deplorabile della precedente per li cristiani, e convenne alzare il guardo al trono del Dio degli eserciti, i cui giusti giudizii son coperti di troppe tenebre. Nè i Russi ebbero miglior mercato. Furono costretti di far saltare tutte le fortificazioni di Oczokow, e a ritirarsene. Presero bensì nella Crimea la fortezza di Precope, ma poi, dopo averne demolite le fortificazioni e spianate le linee, e recati gravissimi danni a quelle contrade, se ne tornarono indietro. Fu da essi tentato il passaggio del Niester, ma senza poter ottener l'intento. Comparve in questi tempi alla corte di Costantinopoli, e vi fu ricevuto con distinto onore, Giuseppe figlio del fu principe di Ragotzki, il quale, dimentico delle grazie a lui compartite in addietro dal clementissimo Augusto, se ne fuggì alla Porta, per ravvivar le sue pretensioni sopra la Transilvania; e fece credere al gran signore di avere in quella provincia e in Ungheria un'infinità di seguaci.

Nè pure in quest'anno si seppe cosa credere degli affari della Corsica, perchè tuttodì a buon mercato si spacciavano bugie. Esaltavano alcuni la gran copia di soccorsi dati ai Corsi non meno di gente, che di munizioni, artiglierie ed armi: soccorsi, dico, i quali si diceano inviati colà dal baron Teodoro, e che altri attribuiva ad una potenza, la quale segretamente tenesse mano a quella ribellione, additando con ciò la corte di Spagna o pure di Napoli. Negavano altri queste nuove, e sosteneano ecclissata affatto la fortuna dell'efimero re Teodoro. Sul principio dell'anno fu sparsa voce che questo venturiere da Orano fosse di nuovo sbarcato in Corsica; e si vedevano progetti lodevolissimi pubblicati sotto suo nome, per far fiorire il commercio di quell'isola coll'erezion di varie saline, con attendere alle miniere, con fabbricar cannoni e mulini da polve da fuoco, e con incoraggiar l'agricoltura e la pesca. Ma non si verificò il di lui arrivo. Fu bensì vero che nel dì 5 di febbraio sbarcarono alla Bastia, capitale di quel regno, tre mila uomini di truppe franzesi, sotto il comando del conte di Boissieux. Aveano i Genovesi implorato il patrocinio della Francia in questo loro troppo lungo e dispendioso disastro; se pure non fu la corte di Francia, che attenta ad ogni foglia che si muova in Europa, per sospetto che gli Spagnuoli un dì non si prevalessero di quella sollevazione per impadronirsi della Corsica, esibì alla repubblica le sue forze per terminar quella pugna. Certo è, che colà furono trasportate le suddette milizie, non già con animo d'infierire contro quella valorosa nazione, a cui non mancavano delle buone ragioni, ma per istudiar la via di pacificarla coll'esibizione di oneste condizioni. Infatti se ne trattò; si rimisero i Corsi riverentemente alla giustizia e saviezza del re Cristianissimo; diedero anche degli ostaggi; e per questo si fece pausa alle ostilità, ma senza che seguisse accordo alcuno.

Venuto il settembre, si tornò a spacciare come avvenimento indubitato che il baron Teodoro con tre vascelli di bandiera straniera era nel dì 13 di esso mese giunto in Corsica a Porto Vecchio, con fare intendere ai sollevati la provvision delle artiglierie, armi e munizioni da lui condotte su quei navigli; e che perciò di nuovo si fosse fatta un'unione universale de' Corsi, per mantenergli l'ubbidienza. Si vide anche la lista di tutto il suo carico, e fu assicurato che nel dì 16 del suddetto settembre scese a terra fra i viva di un gran concorso di popolo; ma che poscia nel dì 15 d'ottobre s'era ritirato a Porto Longone, o pure in Sardegna; e ciò perchè furono intimoriti i Corsi da una lettera circolare del general franzese, che minacciava loro l'indignazione del re Cristianissimo, se più ubbidivano al barone suddetto. Aggiunsero, ch'egli era dipoi approdato a Napoli, dove, d'ordine della corte, fu catturato, e in appresso fatto uscire del regno. Non so io dire se vere o finte fossero tutte queste particolarità. Se un giorno qualche fedele e ben informato scrittore ci darà la storia di tante scene di quella tragedia, può sperarsi che rimarrà allora dilucidato il vero dalle molte ciarle sparse per l'Europa di quello emergente; tale certamente, che facea dello strepito dappertutto. Fermossi per alcuni mesi il principe real di Polonia e Sassonia _Federigo Cristiano_ in Napoli, godendo le delizie di quella gran città, corte e territorio, ma infastidito alquanto per la rigorosa etichetta spagnuola, che non gli permetteva nè pur di trovarsi a tavola colla regina sorella. Dopo aver questo principe lasciato in quella corte e città illustri memorie della sua magnificenza e gentilezza, arrivò a Roma nel dì 18 di novembre, e prese alloggio nel palazzo del _cardinale Annibale Albani_ camerlengo. Potè allora quella gran città conoscere in lui una rara pietà, costumi angelici, pregio di tutta la real numerosa figliolanza del re di Polonia (e perciò grande onore del cattolicismo), siccome ancora l'avvenenza del suo volto, e molto più le altre belle doti dell'animo suo. Altro alla perfezione di questo principe non mancava, se non robustezza maggiore nelle gambe. Nulla aveano servito a lui per questo i bagni d'Ischia. I divertimenti di questo generoso principe erano il commercio dei letterati, e la visita di tutte le chiese, antichità, gallerie e cose più rare di Roma.

Anno di CRISTO MDCCXXXIX. Indiz. II.

CLEMENTE XII papa 10. CARLO VI imperadore 29.