Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 37

Chapter 373,747 wordsPublic domain

Da disavventure d'altra sorte non andò esente neppure la stessa Roma. Quivi si erano postati non pochi ingaggiatori spagnuoli, che senza saputa, non che senza consenso del vecchio papa, per diritto o per rovescio arrolavano gente. Chi sa quel mestiere, facilmente concepirà che non pochi disordini ed avanie occorsero; perchè molti ingannati, e senza sapere qual impegno prendessero, o per propria balordaggine, o per altrui malizia, si ritrovarono venduti. Ora i padri deploravano i figli perduti, ora le mogli i mariti; e scoperto in fine onde venisse il male, i Trasteverini nel dì 15 di marzo improvvisamente attruppati in numero di cinque o sei mila persone, corsero alle case di quegl'ingaggiatori, e, dopo aver liberati a furia gl'ingaggiati, s'avviarono al palazzo Farnese, dove ruppero tutte le finestre, e gittarono a terra l'armi dell'_infante don Carlo_. Al primo avviso di questo disordine comandò tosto il _governator di Roma_ che gli Svizzeri, le corazze e i birri accorressero al riparo. Furono questi dalla furia di quella gente rispinti, nè si potè impedire che non passasse la sbrigliata plebe al palazzo del re Cattolico in piazza di Spagna, dove uccise un uffiziale, e seguirono altre morti e feriti. Ma nella domenica delle Palme si riaccese la sedizione, perchè i Trasteverini coi borghigiani andarono per isforzar le guardie messe ai ponti. Il più ardito d'essi fu steso morto a terra, perlochè infuriati i seguaci superarono il passo, e misero in fuga i soldati. Anche i montigiani da un'altra parte si mossero, e seguirono ferite di chi per accidente si trovò passar per le strade. Volle Dio che non poterono giugnere di nuovo al palazzo di Spagna, dove erano preparati centocinquanta fucilieri e quattro cannoni carichi a cartoccio: gran male ne seguiva. Per rimediare a questo sconcerto, furono la sera inviati il _principe di Santa Croce_ fedele Austriaco, e il _marchese Crescenzi_ uno de' conservatori, a parlamentare coi sollevati, i quali richiesero la libertà degl'ingaggiati del loro rione, e la liberazion di alcuni già carcerati per cagion della sollevazione, e il perdono generale a tutti. Ottennero quanto desideravano; e dappoichè videro loro mantenuta la parola, andarono poi tutti lieti gridando: _Viva il papa_. Si pubblicò poscia un rigoroso editto contro gl'ingaggiatori; e perchè costoro non cessavano di fare il solito giuoco, seguirono alcune altre contese, delle quali a me non occorre di far menzione.

Un disordine ne tirò dietro un altro. Per la nuova del tentativo fatto in Roma contra degli Spagnuoli, si fermarono su quel di Velletri circa tre mila soldati di quella nazione, che erano in viaggio alla volta di Napoli; e mancando loro i foraggi, si diedero a tagliare i grani in erba. Per questa cagione nel dì 21 d'aprile si mise in armi tutto quel popolo, risoluto non solo di vietare il passaggio per la loro città a quelle milizie, ma di forzarle a partirsi, e si venne alle brutte. Accorse colà il _cardinal Francesco Barberino_, ma non potè calmare il tumulto. Per questo in Roma si accrebbe la guernigion dei soldati. Volarono intanto corrieri a Napoli e a Madrid, e si trattò in Roma col _cardinale Acquaviva_ delle soddisfazioni richieste per l'insulto dei Trasteverini. Perchè non furono quali si esigevano, esso porporato coll'altro di _Belluga_ si ritirò da Roma; fece levar l'armi di Spagna e di Napoli dai palazzi, e ordinò a tutti i Napoletani e Spagnuoli di uscire della città nel termine di dieci giorni. Da Napoli fu fatto uscire il nunzio del papa. Anche in Madrid grave risentimento fu fatto con obbligar quella corte il nunzio apostolico a marciare fuori del regno, con chiudere la nunziatura, e proibire ogni ricorso alla dateria, gastigando in tal maniera l'innocente pontefice per eccessi non suoi, e ai quali non avevano mancato i suoi ministri di apprestar quel rimedio che fu possibile. Peggio ancora avvenne. Nel dì 7 di maggio entrate le milizie spagnuole in Velletri, piantarono in più luoghi le forche, carcerarono gran copia di persone, e commisero poi mille insolenze e violenze contra di quel popolo, il quale fu forzato a pagare otto mila scudi per esimersi dal sacco. Una truppa eziandio di granatieri spagnuoli, passata ad Ostia, incendiò le capanne di que' salinari, saccheggiò le officine; ed altri intimarono alla città di Palestrina il pagamento di quindici mila scudi pel gran reato di aver chiuse le porte ad alcuni pochi Spagnuoli che volevano entrarvi. Altri affanni ancora provò il papa dalla parte de' Tedeschi, per essere stato carcerato un uffiziale cesareo; ed altri dalla corte di Francia, il cui ambasciatore si ritirò da Roma per cagion della nomina di un vescovo fatta dal re Stanislao, e non accettata dal papa. Bollivano parimente le note controversie colla corte di Savoia. In somma sembrava che ognun dei potentati con abuso della sua potenza si facesse lecito d'insultare il sommo pontefice con tutto il suo retto operare: alle quali offese egli nondimeno altre armi non oppose che quelle della mansuetudine e della pazienza. In mezzo nulladimeno a tali burrasche si osservò, essere stato dichiarato vicerè di Sicilia il principe don _Bortolomeo Corsini_ nipote di sua santità, personaggio dotato di singolar saviezza: il che fece maravigliare più d'uno.

Anche la Corsica in questi tempi apprestò alla pubblica curiosità una commedia, che diede molto da discorrere. Duravano più che mai le turbolenze in quell'isola con grave dispendio della repubblica di Genova; quando nell'aprile, condotto da una nave inglese procedente da Tunisi, colà sbarcò un personaggio incognito, seco conducendo dieci cannoni e molte provvisioni da guerra, ed anche danaro. Fu accolto dai sollevati con gran gioia ed onore, e preso per loro capo, anzi nel dì 15 di esso mese fu onorato col titolo di re di Corsica: cosa che non si può negare, benchè altri dicessero solamente di vicerè, perchè si pretendea che fosse stato inviato colà da qualche potenza che aspirasse al dominio di quell'isola. Sul principio non era conosciuto chi fosse questo sì ardito e fortunato campione, ma si venne poi scoprendo, e i Genovesi con un lor manifesto il dipinsero coi più neri colori di uomo senza religione, di un truffatore, di un alchimista, e come il più infame dei viventi, e pubblicarono ancora contra di lui una grossa taglia. La verità si è che costui era _Teodoro Antonio barone di Newoff_, nato suddito del re di Prussia, e di casa nobile, che da venturiere, dopo aver fatto di molti viaggi per le corti di Europa, ora in lieta, ora in triste fortuna, avea in fine saputo cogliere nella rete vari mercatanti affinchè l'assistessero in questa impresa, con promettere loro mari e monti, assiso che fosse sul maestoso trono della Corsica. Prese, egli con vigore quel governo, creò conti e marchesi con gran liberalità; istituì un ordine militare di cavalieri appellati della Liberazione, e ne aspettava ognuno delle meraviglie. Ma non finì l'anno che parve finita anche la fortuna di questo comico regnante; e divulgossi, che dopo aver egli cominciato ad esercitare un'autorità troppo dispotica, arrivando a punire chi non eseguiva a puntino gli ordini suoi, la nazion dei Corsi non tardò a convertire l'amore in odio, e poscia in dispregio, perchè mai non comparivano quei tanti soccorsi che sulle prime aveva egli promesso. Pertanto, temendo egli della vita, segretamente imbarcatosi nel dì 12 di novembre, comparve a Livorno, travestito da frate, ed appena sbarcato prese le poste, senza sapersi per qual parte. La verità nondimeno fu, non essere stata fuga la sua, perchè egli, prima di partirsi, nel dì quarto di novembre, pubblicò un editto, con cui costituì i ministri del governo durante la sua lontananza. Andò egli per procurar nuovi rinforzi a quella nazione.

Era, siccome dicemmo, restato vedovo _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, e volendo passare alle terze nozze, intavolò il nuovo suo matrimonio colla principessa _Elisabetta Teresa_, sorella di _Francesco Stefano_ duca di Lorena, in cui concorrevano, oltre all'insigne nobiltà, le più rare doti di animo e di corpo. Era nata nel dì 15 di ottobre del 1711 dal duca _Leopoldo Giuseppe_ e dalla duchessa _Elisabetta Carlotta d'Orleans_, sorella del già _Filippo, duca di Orleans_ reggente di Francia. Fu pubblicato in Vienna questo maritaggio, e si andarono disponendo le parti per effettuarlo colla convenevol magnificenza. Nell'anno presente la mortalità dei buoi cominciò a serpeggiare pel Piemonte, Novarese, Lodigiano e Cremonese: il che di sommo danno riuscì a quelle contrade, e di grande spavento agli altri paesi, che tutti si misero in guardia per esentarsi da sì terribile eccidio. Provossi in varie parti del regno di Napoli e dello Stato ecclesiastico stesso flagello. Risonavano intanto per Italia le prodezze dell'armi russiane contra de' Turchi, perchè dall'un canto s'impadronirono dell'importante fortezza d'Azof, e dall'altro penetrarono anche nella Crimea dove lasciarono una funesta memoria a que' Tartari, assassini in addietro della Russia e Polonia. Gran gloria per questo venne all'imperadrice russiana, se non che i progressi suoi cagion furono che la Porta Ottomana, pacificata con lo scach Nadir, o sia Tamas Kulican, re della Persia, facesse uno straordinario armamento, e dichiarasse la guerra contra di lei. Era collegato di essa imperadrice _Anna_ l'Augusto _Carlo VI_, e cominciossi per tempo a scorgere ch'egli era per impugnare la spada in difesa di lei: al qual fine tutte le milizie alemanne cavate d'Italia, ed altre della Germania sfilarono verso la bassa Ungheria ai confini dei Turchi. Non meno il ministro di Francia che quei delle potenze marittime molto si adoperarono per distorre sua maestà cesarea da questo impegno; ma non ne ricavarono se non dubbiose risposte, perchè l'imperadore avea fatto esporre a Costantinopoli varie doglianze e minaccie ed aspettava se facessero frutto. Era negli anni addietro nata in Inghilterra una setta appellata dei _Liberi Muratori,_ consistente nell'union di varie persone, e queste ordinariamente nobili, ricche o di qualche merito particolare, inclinate a solazzarsi in maniera diversa dal volgo. Con solennità venivano ammessi i nuovi fratelli a questo istituto, e loro si dava giuramento di non rivelare i segreti della società. Raunavansi costoro di tanto io tanto in una casa eletta per loro congresso, chiamata la Loggia, dove passavano il tempo in lieti ragionamenti e in deliziosi conviti, conditi per lo più da sinfonie musicali. Verisimilmente aveano essi preso il modello di sì fatte conversazioni dagli antichi epicurei, i quali, per attestato di Cicerone e Numenio, con somma giovialità e concordia passavano le ore in somiglianti ridotti. D'Inghilterra fece passaggio in Francia e in Germania questo rito, e in Parigi fu creduto che si contassero sedici Logge, alle quali erano scritti personaggi della primaria nobiltà. Allorchè si trattò di creare il gran mastro, più brogli si fecero ivi che in Polonia per l'elezione d'un nuovo re. Si tenne per certo che anche in alcuna città d'Italia penetrasse e prendesse piede la medesima novità. Contuttochè protestassero costoro, essere prescritto dalle loro leggi, di non parlare di religione, nè del pubblico governo in quelle combriccole, e fosse fuor di dubbio che non vi si ammetteva il sesso femineo, nè ragionamento di cose oscene, nè vi era sentore di altra sorta di libidine: nondimeno i sovrani, e molto più i sacri pastori, stavano in continuo batticuore che sotto il segreto di tali adunanze, renduto impenetrabile pel preso giuramento, si covasse qualche magagna, pericolosa e forse pregiudiziale alla pubblica quiete e ai buoni costumi. Però il pontefice Clemente XII nell'anno presente stimò suo debito di proibire e di sottoporre alle censure la setta dei Liberi Muratori. Anche in Francia l'autorità regia s'interpose per dissipar queste nuvole, che in fatti da lì a non molto tempo si ridussero in nulla, almeno in quelle parti e in Italia. Fu poi cagione un tal divieto o rovina che più non credendosi tenuti al segreto i membri di essa repubblica, dopo il piacere di aver dato lungo tempo la corda alla pubblica curiosità, rompessero gli argini, e divulgassero anche con pubblici libri tutto il sistema e rituale di quella novità. Trovossi, terminare essa in una invenzione di darsi bel tempo con riti ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità vi comparve, se non quella del giuramento del segreto preso sul Vangelo per occultar così fatte inezie. Ridicola cosa anche fu che in una città della Germania dall'ignoranza e semplicità venne spacciato e fatto credere al popolo, autore della medesima setta chi scrive le presenti memorie.

Anno di CRISTO MDCCXXXVII. Indiz. XV.

CLEMENTE XII papa 8. CARLO VI imperadore 27.

Alla per fine spuntò nell'anno presente la tanto sospirata iride di pace in Italia con allegrezza inesplicabile di tutti i popoli; e quantunque tal serenità non fosse esente da qualche nebbia per le non mai quiete pretensioni dei potentati, pure, cessando affatto lo strepito dell'armi in queste parti, giusto motivo ebbe ciascuno di rallegrarsene. Fin qui ostinatamente erano persistite in Livorno e Pisa le guernigioni spagnuole, senza voler cedere alle truppe tedesche, disposte secondo i preliminari a prenderne possesso a nome del _duca di Lorena_. Fu detto che seguisse in Pontremoli il cambio delle cessioni fatte da sua maestà cesarea ai regni di Napoli e Sicilia, e dal re delle Due Sicilie ai ducati di Toscana, Parma e Piacenza. Può dubitarsene, da che si seppe che il re Cattolico _Filippo V_ non volle in quest'anno sottoscrivere essi preliminari, ed è certo che _Carlo_ re di Napoli e Sicilia si riservò certe pretensioni che avrebbero potuto intorbidar la concordia. Comunque fosse, il generale spagnuolo _duca di Montemar_ sul principio di quest'anno, giunta che fu a Livorno una buona quantità di legni, in quelli imbarcò il presidio d'essa città, ed altre fanterie spagnuole inviò verso le fortezze della maremma di Siena; dopo di che, senza far cessione alcuna di Livorno, nel dì 9 di gennaio abbandonò quella città, dove restò la sola guernigione del gran duca _Gian Gastone_. Lasciarono gli Spagnuoli nella Toscana la memoria di molti aggravii inferiti a quegli Stati. Pertanto da lì ad alquanti giorni entrato in Toscana il generale tedesco _Wactendonck_ con alcuni reggimenti cesarei, prese, a nome del duca di Lorena, possesso di Livorno, con prestare giuramento di fedeltà al gran duca, le cui milizie insieme colle tedesche cominciarono a montare la guardia. Distribuì eziandio alcune di quelle soldatesche in Siena, Pisa e Porto Ferraio, le quali osservarono miglior disciplina che le precedenti. Pochi mesi passarono che il presidio spagnuolo di Orbitello, abbisognando di legna per uso proprio e per le fortificazioni, ne fece richiesta al gran duca. Perchè risposta non veniva, un grosso distaccamento d'essi Spagnuoli passò a tagliare sul Sanese circa mille e secento alberi. Ne furono fatte doglianze, ed avrebbe questa violenza potuto cagionar delle nuove rotture, se la corte di Vienna, ossia il duca di Lorena, non si fosse ora trovato nei gravi impegni, dei quali fra poco parleremo. Colla pazienza si sopì quel disordine.

Intanto, angustiato dal male d'orina e da altri incomodi di corpo il gran duca _Gian Gastone de' Medici_ si ridusse agli estremi di sua vita, e nel dì 9 di luglio con segni di molta pietà restò liberato dai pensieri ed affanni del mondo. Era principe di gran mente, di somma affabilità e di una volontà tutta inclinata al pubblico bene; e quantunque la sua poca sanità il tenesse per lo più ristretto in camera o in letto, pure, valendosi di saggi ed onorati ministri, mantenne sempre un'esatta giustizia, e in vece di accrescere i pesi ai suoi sudditi, più tosto cercò di sminuirli. Liberale verso la gente di merito, protettore delle lettere, e sommamente caritativo verso i poveri, tal memoria lasciò di sè, che chiunque avea sparlato di lui vivente, ebbe poi a compiangerlo morto. In lui finì la linea maschile della insigne regnante casa de' Medici, con disavventura inesplicabile dell'Italia, che seguitava a perdere i suoi principi naturali; ma senza paragone riuscì più sensibile ai popoli della Toscana, i quali indarno s'erano lusingati di poter tornare a repubblica, nè solamente restarono senza i principi Medicei, che tanta gloria e rispetto aveano fin qui procacciato a Firenze e alla Toscana, ma venivano a restar sottoposti ad un sovrano certamente benignissimo e generoso, pure obbligato da' suoi interessi a fare la residenza sua fuori d'Italia. Gran fortuna è l'avere i principi proprii. L'averli anche difettosi, meglio è regolarmente che il non averne alcuno, giacchè lo stesso è che averli lontani; mentre fuori degli Stati ridotti in provincia volano le rendite, e dee il popolo soggiacere ai governatori, i quali non sempre seco portano l'amore a' paesi dove non han da fare le radici. Dopo la morte di questo principe con tutta quiete il _principe di Craon_ e gli altri ministri lorenesi presero il possesso della Toscana a nome di sua altezza reale _Francesco Stefano_ duca di Lorena, genero dell'imperadore, che fu proclamato gran duca. Profittò ben la Francia di questo avvenimento, perchè le cessò l'obbligo di pagare ad esso duca di Lorena quattro milioni e mezzo di Francia, finchè egli fosse entrato in possesso della Toscana. La vedova elettrice palatina _Anna Maria Luigia de' Medici_, sorella del defunto gran duca Gian Gastone, prese anch'ella il possesso dei mobili e allodiali della casa paterna, ascendenti ad un valsente incredibile, nè solamente degli esistenti nella Toscana, ma anche in Roma, nello Stato ecclesiastico e in altri paesi. Tuttavia non tardò a saltar fuori una scintilla, che i saggi ben previdero potere un dì produrre qualche incendio. Cioè _Carlo_ re di Napoli e di Sicilia prese lo scorruccio per la morte di esso gran duca, ed insieme il titolo di ereditario degli allodiali della casa de Medici, siccome principe già adottato dalla medesima per figlio; ed altrettanto fece anche il Cattolico re _Filippo V_ suo padre. A tal pretensione non s'era trovato finora ripiego. Furono fatte per questo proteste giuridiche tanto in Firenze che in Roma. Alla vedova elettrice fu esibito molto di autorità nel governo, premendo al novello gran duca di tenersi amica questa principessa, donna tanto ricca, e di mirabil talento e saviezza. Ma se ne scusò ella per cagion della sua avanzata età.

Ebbe compimento in quest'anno il maritaggio di _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna colla principessa _Elisabetta_ sorella del suddetto duca di Lorena. La funzione fu fatta in Luneville, dove il _principe di Carignano_ sostenne le veci del re; dopo di che si mise in viaggio essa novella regina alla volta della Savoia. Nell'ultimo giorno di marzo pervenne essa a Ponte Beauvoisin sui confini; ed essendosi giù portato colà il re con tutta la corte, e con accompagnamento magnifico di guardie e milizie, fu ad incontrarla, conducendola poi a Sciambery, dove presero per una settimana riposo. Nella sera del dì 22 di aprile fecero i reali sposi il magnifico loro ingresso in Torino fra la gran folla dei sudditi e forestieri accorsi a quelle feste, e fra l'ale della fanteria e cavalleria, mentre intanto le artiglierie facevano un incessante plauso alle loro maestà. Non quella sola sera si videro illuminate le strade di Torino, ma anche nelle seguenti; nè mancarono fuochi artifiziali, ed altri suntuosi divertimenti, in sì lieta congiuntura. Passava in questi tempi non lieve disputa fra esso re di Sardegna e la corte di Vienna, giacchè egli pretendeva la terra di Serravalle per distretto di Tortona; laddove i cesarei la teneano per dominio staccato da quella città. Continuavano intanto i maneggi della sacra corte di Roma con quelle di Madrid, Portogallo, Napoli e Savoia per le controversie vertenti con esse. Rallegrossi dipoi quella gran città al vedere nel marzo di quest'anno ritornati colà i _cardinali Acquaviva_ e _Belluga_ con indizio di sperata riconciliazione. Per trattarne venne a Roma come mediatore il _cardinale Spinelli_ arcivescovo di Napoli, personaggio di gran credito e di obbliganti maniere; e vi comparve ancora _monsignor Galliani_ gran limosiniere del re delle Due Sicilie, per esporre le pretensioni di quel monarca. Finalmente nel dì 27 di settembre si vide qualche apparenza di aggiustamento fra la santa Sede e i re di Spagna e di Napoli: il che recò incredibil consolazione a Roma; quantunque in questi ultimi tempi non succedesse mai discordia e concordia alcuna, in cui non iscapitasse sempre la corte pontificia. Non finirono per questo le pretensioni, nè si riaprirono per anche le nunziature di Madrid e di Napoli. Contuttociò la Dateria cominciò a far le sue spedizioni. Per le differenze di Portogallo e di Savoia ripiego alcuno finora non si trovò.

Aveano i tanti saccheggi fatti dai Tartari della Russia, col condurne schiavi migliaia di uomini, commossa in fine a risentimento _Anna imperadrice_ d'essa Russia, non solo contra di quei masnadieri, ma contra gli stessi Turchi, i quali con tutte le querele e proteste dei Russiani mai non vollero apportarvi rimedio. Due suoi valenti generali con due possenti armate nel precedente anno aveano data una buona lezione a quegl'infedeli; il _Lascì_ col prendere la fortezza d'Azof, e il _Munich_ con una terribil invasione nella Crimea. Fece per questo il sultano dei Turchi, già pacifico co' Persiani, un gagliardo armamento contro i Russiani; e quantunque s'interponesse l'Augusto _Carlo VI_ per trattar di pace, non ne riportò che belle parole, insistendo sempre i Turchi nella restituzione d'Azof. Lega difensiva era fra esso imperadore e la Russia; e però non volendo Cesare lasciar soperchiare dai musulmani l'imperadrice suddetta, avea spedito ai confini dell'Ungheria la maggior parte delle sue forze, e dichiarato generalissimo d'esso _Francesco Stefano duca di Lorena_, divenuto in questo anno gran duca di Toscana. La direzion dell'armi cesaree fu data al _generale Seckendorf_, protestante di professione, con doglianza del sommo pontefice, il quale non mancò di promettere sussidii di danaro a Cesare per questa guerra. Un bel principio si diede ad essa colla presa della città di Nissa, per cui furono cantati più _Te Deum_. Ma non passò molto che si videro andare a precipizio tutti gli affari dell'imperadore in quelle parti. Comandava il Seckendorf ad una fioritissima armata, capace di grandi imprese, avendola alcuni fatta ascendere sino ad ottanta mila valorosi combattenti. Quel generale, invece di tener unite tante forze e di assediar daddovero la forte piazza di Widin, o pure di tentar l'acquisto della Bossina, spartì in varii corpi e distaccamenti l'esercito suo, e niun di essi riportò se non percosse e disonore, tuttochè i musulmani sulle prime si trovassero più d'un poco smilzi di forze in quelle parti. Il principe d'Hildburgausen, inviato con poche migliaia d'armati sotto Banialuca capitale della Bossina, tutti perdè i suoi attrezzi e gran gente, e ringraziò la fortuna di essersi potuto salvar colla fuga. Nella Croazia verso Vaccup, e sotto Widin furono battuti gl'imperiali, e Nissa venne ricuperata dai Turchi. Si perdè il Seckendorf intorno ad Usitza, cioè ad una bicocca, e la prese: questa fu l'unica sua prodezza. I Turchi la ricuperarono poi nell'anno seguente. Andarono lamenti a Vienna; laonde, richiamato egli alla corte, lasciò il comando al generale _Filippi_; ed essendo stato posto in carcere, fu contra di lui dato principio ad un processo. Non istimarono veramente i saggi che questo personaggio avesse punto mancato alla fede e all'onore. Il suo delitto, secondo il sentimento d'altri, fu quello di non saper fare il condottier di armate: mestiere forse il più difficile di tutti; benchè non mancasse chi l'esentava da questo difetto.