Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 36
Sembrava intanto agl'intendenti che tanta indulgenza de' Franzesi verso Mantova, città di cui le morti e malattie aveano ridotto quasi a nulla il presidio tedesco, indicasse qualche occulto mistero. E questo in fatti si venne a svelare nel dì 16 di novembre, perchè il maresciallo _duca di Noaglies_ spedì al _generale Kevenhuller_, a cui era appoggiato il comando dell'esercito imperiale, l'avviso d'una sospension d'armi tra la Francia e l'imperadore. Tale inaspettata nuova non si può esprimere quanto riempisse non men di stupore che di consolazione e di allegrezza tutti i popoli che soggiacevano al peso della presente guerra: cioè di milizie desolatrici de' paesi dove passano o s'annidano. Onde avesse origine questa vigilia della sospirata pace, fra qualche tempo si venne poi a sapere. Motivo di sogghignare sul principio di questa guerra avea dato agl'intendenti la corte di Francia con quella pubblica sparata di non pretendere l'acquisto di un palmo di terreno nel muovere l'armi contra l'Augusto _Carlo VI_, poichè altro non intendeva essa che di riportare una soddisfazione alle sue giuste querele contro chi avea fatto cader di capo al re Stanislao la corona della Polonia. Troppo eroica in vero sarebbe stata così insolita moderazione della corte di Francia in mezzo alla felicità delle sue armi. La soddisfazione dunque da lei richiesta fu la seguente. Era stata la Francia costretta nelle precedenti paci alla restituzion dei ducati di Lorena e Bar; ma non cessò ella da lì innanzi di amoreggiare quei begli Stati, sì comodi al non mai abbastanza ingrandito regno franzese. Ora il _cardinale di Fleury_, primo ministro del re Cristianissimo _Luigi XV_, che per tutta la presente guerra tenne sempre filo di lettere con un ministro cesareo in Vienna, o pure con un suo emissario segreto che trattava col ministro imperiale, sempre spargendo semi di pace, allorchè vide l'augusto monarca stanco e in qualche disordine gli affari di lui, propose per ultimar questa guerra la cession dei ducati della Lorena e di Bar alla Francia, mediante un equivalente da darsi all'altezza reale di _Francesco Stefano_ duca allora e possessore di quegli Stati. L'equivalente era il gran ducato di Toscana. Irragionevole non parve all'augusto monarca la proposizione, e venuto segretamente a Vienna con plenipotenza il _signor della Baume_, nel dì 3 d'ottobre furono sottoscritti i preliminari della pace, e portati a Versaglies per la ratificazione.
Restò in essi accordato che il _re Stanislao_ godrebbe sua vita natural durante il ducato di Bar, e poi quello ancora di Lorena dopo la morte del vivente gran duca di Toscana, e che il dominio d'essi ducati s'incorporerebbe poscia colla corona di Francia. Che il duca di Lorena succederebbe nella Toscana dopo la morte d'esso gran duca _Gian Gastone de Medici_, e intanto si metterebbero presidii stranieri in quelle piazze. Fu riserbato ad esso duca Francesco il titolo colle rendite della Lorena, sinchè divenisse assoluto padrone della Toscana. Che la Francia garantirebbe la prammatica sanzione dell'imperadore, il quale riconoscerebbe re delle Due Sicilie l'infante reale _don Carlo_. Che a _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna Cesare cederebbe due città a sua elezione nello Stato di Milano, cioè o Novara, o Tortona, o Vigevano, e all'incontro si restituirebbe all'imperadore il rimanente dello Stato di Milano. Inoltre, in compenso delle due città da cedersi al re di Sardegna, si darebbono a sua maestà cesarea quelle di Piacenza e Parma con gli annessi Stati della casa Farnese. Tralascio gli altri articoli di quei preliminari, per solamente dire che il suddetto segreto negoziato cagion fu che in questa campagna nè al Reno, nè in Lombardia si fecero azioni militari degne di memoria; e che gran tempo e fatica vi volle per indurre il duca di Lorena alla cessione de' suoi antichi ducati, e all'abbandono di que' suoi amatissimi popoli. Acconsentì egli in fine a questo sacrifizio, perchè Cesare già gli destinava un ingrandimento di gran lunga maggiore, siccome vedremo fra poco. Per questa impensata concordia, tirato che fu il sipario, secondo i particolari riguardi, chi si rallegrò e chi si rattristò. Non ne esultò già il re di Sardegna, perchè comune voce fu che la Francia nella lega gli avesse promessa la metà dello Stato di Milano, e questo già prima era stato acquistato. Tuttavia mostrò quel savio regnante con buona maniera di accomodarsi ai voleri di chi dava la legge, ed elesse poi in sua parte Novara e Tortona. Ma allorchè giunse a Madrid questa inaspettata nuova, chi sa dire le gravissime doglianze, nelle quali proruppe quella real corte contra de' Franzesi? Li trattarono da aperti mancatori di parola, mentre non solamente niun accrescimento lasciavano alla Spagna in Lombardia, ma le toglievano anche l'acquistato, cioè Parma e Piacenza; ed inoltre aveano comperata la Lorena non con altro prezzo che colla roba altrui, cioè colla Toscana, già ceduta coi precedenti trattati alla corona di Spagna. Pretendeva all'incontro il _cardinale di Fleury_ di aver fatte giuste le parti, perchè restavano all'infante don Carlo i regni di Napoli e Sicilia, i quali incomparabilmente valevano più dei ducati della Toscana e di Parma e Piacenza. Imperciocchè, quantunque colle sole lor forze si fossero gli Spagnuoli impadroniti di quei due regni: pure principalmente se ne dovea ascrivere l'acquisto agli eserciti di Francia, e a tante spese fatte dal re Cristianissimo, per tenere impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, senza che queste potessero accorrere alla difesa di Napoli e Sicilia. E se l'imperadore sacrificava le sue ragioni sopra quei due regni, a lui già ceduti dalla Spagna, e indebitamente poi ritolti, ragion voleva che in qualche maniera fosse compensato del suo sacrifizio.
Intorno a ciò lasciamoli noi disputare. Quel ch'è certo restò di sasso il generale spagnuolo _duca di Montemar_, allorchè intese questa novità, e tanto più perchè il _duca di Noaglies_ gli fece sapere che pensasse alla propria sicurezza, giacchè egli avea ordine di non prestargli assistenza alcuna. Poco in fatti si stette ad udire che i Tedeschi calavano a furia dalla parte di Padova e Trentino, e quasi volavano alla volta di Mantova. In sì brutto frangente il Montemar ad altro non pensò che a salvarsi. Mosse in fretta le sue genti dall'Adige, lasciando indietro molti viveri e foraggi, e si ridusse di qua da Po. Ma eccoti giugnere a quello stesso fiume i cesarei; ed egli allora, dopo aver messi circa settecento uomini nella Mirandola, e spedito un distaccamento a Parma, tanto più affrettò i passi per arrivare a Bologna, credendo di trovare ivi un sicuro asilo, per essere Stato pontifizio. La disgrazia portò che qualche centinaio d'usseri nel dì 27 di novembre cominciò a comparire in vicinanza di quella città. Non volle cimentarsi con quella canaglia il generale spagnuolo, ed animati i suoi a marciare con sollecitudine, prese la strada di Pianoro e di Scaricalasino, per ridursi in Toscana. Avea egli in quel dì invitata ad un solenne convito molta nobiltà bolognese dell'uno e dell'altro sesso: e già si mettevano tutti a tavola, quando gli arrivò l'avviso che si appressava il nemico. Alzossi egli allora bruscamente, e immaginando che tutto l'esercito cesareo avesse fatto le ali, preso congedo da quella nobil brigata, esortandoli a continuare il pranzo. Ma dal di lui esempio atterriti tutti, con grande scompiglio si ritirarono dalla città, lasciando che gli Spagnuoli facessero altrettanto verso la montagna. Furono questi inseguiti alla coda dagli usseri, che per buon pezzo di cammino andarono predando bagagli e imprigionando chi poco speditamente dei pedoni menava le gambe. Essendo rimasto fuori di Bologna lo spedale d'essi Spagnuoli, dove si trovavano circa mille e cinquecento malati, fu sequestrato. Non si potè poi impedire ai medesimi usseri l'entrare nella città, e il far ivi prigionieri quanti Spagnuoli poterono scoprire, che non erano stati a tempo di seguitare l'improvvisa e frettolosa marcia dell'esercito. Di questa violenza acremente si dolse il legato pontifizio; ma non per questo essa cessò. Grande strepito in somma fece questa curiosa metamorfosi di cose, e il mirare senza colpo di spada i vincitori in pochi dì comparir come vinti. Pervenuto dunque il duca di Montemar in Toscana, quivi si diede a fortificare alcuni passi, con inviare nulladimeno parte della sua gente verso il Sanese, a fine di potersi occorrendo ritirare alla volta del regno di Napoli.
In tale stato erano le cose d'Italia non restando nemicizia se non fra Spagnuoli e Tedeschi, quando il _duca di Noaglies_ si mosse per abboccarsi con esso _duca di Montemar_, e per concertar seco le maniere più dolci di dar fine, se era possibile, a questa pugna. In passando da Bologna fece una visita a _Rinaldo di Este_ duca di Modena, che intrepidamente fin qui avea sofferto l'esilio da' suoi Stati e gli diede cortesi speranze che goderebbe anch'egli in breve i frutti dell'intavolata pace. Ancorchè il Montemar non avesse istruzione alcuna dalla sua corte, pure alla persuasione del saggio Noaglies, sottoscrisse una sospension d'armi per due mesi fra gli Spagnuoli e i Tedeschi: risoluzione che fu poi accettata anche dalla corte di Madrid. Aveano ben preveduto i ministri dell'imperadore e del re di Francia che gran fatica avrebbe durato il re Cattolico _Filippo V_ ad inghiottire l'amara pillola di una pace manipolata senza di lui e in danno di lui; ed insieme aveano divisato un potente mezzo per condurre quel monarca ad approvare i preliminari suddetti, o almeno a non contrastarne l'esecuzione. Si videro perciò senza complimento o licenza alcuna improvvisamente inoltrarsi e stendersi circa trenta mila Alemanni sotto il comando del maresciallo _conte di Kevenhuller_ per gli Stati della Chiesa Romana, cioè pel Ferrarese, Bolognese e Romagna, con giungere alcuni d'essi fin nella Marca e nell'Umbria, circondando in tal guisa gran parte della Toscana, per far intendere agli Spagnuoli, che se negassero di consentir per amore all'accordo, l'esorcismo della forza ve li potrebbe indurre. Toccò all'innocente Stato ecclesiastico di pagar tutte le spese di questo bel ripiego, perchè obbligato a somministrar foraggi, viveri, ed anche rilevanti contribuzioni di danaro. Intanto rigorosissimi ordini fioccarono da Roma, che nulla si desse a questi incivili ospiti, e il _cardinale Mosca_ legato di Ferrara, che si ostinò gran tempo ad eseguirli _ad literam_, cagion fu di un incredibil danno agl'infelici Ferraresi, perchè i Tedeschi vivevano a discrezione nelle lor ville. I savii Bolognesi, all'incontro, e il _cardinale Alberoni_ legato di Ravenna, che intendeano a dovere le cifre di quelle lettere, non tardarono ad accordarsi con gli Alemanni, mercè d'un regolamento che minorò non poco l'aggravio ai loro paesi. Voce corse in questi tempi che il duca di Montemar, consapevole del poco piacere provato dal re di Sardegna per la concordia suddetta, facesse penetrare a quel sovrano delle vantaggiose proposizioni per trarlo ad una lega col re Cattolico, e che esso re gli rispondesse di avere abbastanza imparato a non entrare in alleanza con principi che fossero più potenti di lui. Si può tenere per fermo che i fabbricatori di novelle inventarono ancor questa, giacchè niun d'essi gode il privilegio di entrar nei gabinetti dei regnanti; e la corte di Torino nè prima nè poi mostrò di essere persuasa della massima suddetta. Continuò ancora nell'anno presente la ribellione de' Corsi; e perchè i ministri della repubblica di Genova esistenti in Corsica fecero un armistizio con quella gente, fu disapprovata dal senato la loro risoluzione. Giugnevano di tanto in tanto rinforzi di munizioni ed armi ai sollevati, che facevano dubitare che sotto mano qualche gran potenza soffiasse in quel fuoco. Intesesi parimente che quei popoli pareano determinati di reggersi a repubblica, ed anche aveano stese le leggi di questo nuovo governo, ma senza averne dimandata licenza ai Genovesi. Dopo aver papa _Clemente XII_ difficultato, per quanto potè, al reale infante di Spagna _don Luigi_, a cagion della sua fanciullesca età, l'arcivescovato di Toledo, fu in fine obbligato ad accordargliene le rendite, e nel dì 19 di dicembre di questo anno il creò anche cardinale, tornandosi a vedere l'uso od abuso de' secoli da noi chiamati barbarici. Non potea essere più bella in quest'anno l'apparenza dei raccolti del grano, quando all'improvviso sopraggiunse un vento bruciatore, che seccò le non peranche mature spiche, e insieme le speranze dei mietitori. Perciò al flagello della guerra si aggiunse quello d'una sì terribil carestia, che non v'era memoria d'una somigliante a questa. Il peggio fu, che la maggior parte delle provincie più fertili dell'Italia soggiacquero anch'esse a questo disastro. Guai se non vi erano grani vecchi in riserbo, che convenne far venire da lontani paesi con gravi spese: sarebbe venuta meno per le strade innumerabile povera gente.
Anno di CRISTO MDCCXXXVI. Indiz. XIV.
CLEMENTE XII papa 7. CARLO VI imperadore 26.
Il primo frutto che si provò della pace conchiusa fra l'imperadore e il re Cristianissimo, spuntò nell'imperiale città di Vienna. Giacchè Dio avea dato all'Augusto _Carlo VI_ un figlio maschio, e poi sel ritolse, pensò esso monarca di provvedere al mantenimento della nobilissima sua casa coll'unico ripiego che restava, cioè di provvedere di un degno marito l'arciduchessa _Maria Teresa_ sua figlia primogenita, già destinata alla successione della monarchia austriaca in difetto di maschi. Grande era l'affetto d'esso imperadore verso di _Francesco Stefano_ duca di Lorena, sì per le vantaggiose sue qualità di mente e di cuore, come ancora pel sangue austriaco che gli circolava nelle vene. Questo principe fu scelto per marito d'essa arciduchessa. Era egli in età di ventisette anni, perchè nato nel dì 8 di dicembre del 1708, e l'arciduchessa era già entrata nell'anno diciottesimo, siccome nata nel dì 15 di maggio del 1717. Con tutta magnificenza ed inesplicabile allegria nel dì 12 di febbraio seguì il maritaggio di questi principi reali colla benedizione di monsignore _Domenico Passionei_ nunzio apostolico; e continuarono dipoi per molti giorni le feste e i divertimenti, gareggiando ognuno in applaudire ad un matrimonio che prometteva ogni maggior felicità a quei popoli, e dovea far rivivere nei lor discendenti l'augusta casa d'Austria degna dell'immortalità. Ma la imperial corte ebbe da lì a non molto tempo motivo di molta tristezza per la perdita che fece del principe _Francesco Eugenio_ di Savoia, eroe sempre memorabile dei nostri tempi. Nel dì 21 d'aprile terminò egli i suoi giorni in età di settantadue anni: principe che per le militari azioni si meritò il titolo di _invincibile_, e di essere tenuto pel più prode capitano che si abbia in questo secolo avuto l'Europa; principe, dissi, riguardato qual padre da tutte le cesaree milizie, sicure che l'andare sotto di lui ad una battaglia lo stesso era che vincere, o almeno non essere vinto; principe di somma saviezza, di rara splendidezza, per cui fece insigni fabbriche, ed impiegò sempre gran copia di artefici di varie professioni; ed accoppiando colla gravità la cortesia, nello stesso tempo si conciliava la stima e l'amore di tutti. L'intero catalogo di tutte le altre sue belle doti e virtù si dee raccogliere dalla funebre orazione in onor suo composta dal suddetto nunzio, ora cardinale Passionei, e da più d'una storia di chi prese ad illustrare _ex professo_ la vita e le gloriose gesta di lui. Quale si conveniva ad un principe di sì chiaro nome, e cotanto benemerito della casa d'Austria, fu il funerale che per ordine dell'augusto _Carlo VI_ gli venne fatto in Vienna.
Era già stabilita la concordia fra i due primi monarchi della cristianità; contuttociò si penò forte in Italia a provarne gli effetti. Non sapeva digerire il re Cattolico _Filippo V_ preliminari che privavano il re di Napoli e Sicilia suo figlio del ducato della Toscana, e spezialmente di Piacenza e Parma, città predilette della regina _Elisabetta Farnese_ sua consorte. Conveniva nondimeno cedere, perchè così desiderava la corte di Francia, e così comandava la forza dell'armi cesaree, dalle quali si mirava come attorniata la Toscana; ma di far la cessione ed approvarla non se ne sentiva esso re di Spagna la voglia. Perciò andarono innanzi e indietro corrieri, e sempre venivano nuove difficoltà da Madrid; e guerra non era in Italia, ma continuavano in essa i mali tutti della guerra. Imperciocchè negli Stati della Chiesa s'erano innicchiati con tante soldatesche i generali cesarei; nè per quanto si raccomandasse con calde lettere il pontefice _Clemente XII_ alle corti di Vienna e Parigi, appariva disposizione alcuna di liberar que' paesi dall'insoffribile lor peso. Nella Toscana stava saldo l'esercito spagnuolo, siccome ancora negli Stati di Milano e di Modena si riposavano le armate di Francia e di Sardegna alle spese degl'infelici popoli, spolpati ormai da tante contribuzioni ed aggravii. Dal maresciallo _duca di Noaglies_ fu spedito in Toscana il tenente generale _signor di Lautrec_, personaggio di gran saviezza e disinvoltura, per concertare col _duca di Montemar_ il ritiro dell'armi spagnuole da quelle piazze, e da Parma e Piacenza; ma siccome il Montemar non riceveva dalla sua corte se non ordini imbrogliati e nulla concludenti, così neppur egli sapeva rispondere alle premure de' Franzesi, se non con obbliganti parole, scompagnate nondimeno dai fatti. Venne l'aprile, in cui i Franzesi lasciarono affatto libero agl'imperiali il ducato di Mantova; e perchè dovettero intervenir delle minaccie, agli 11 d'esso mese gli Spagnuoli si ritirarono dalla Mirandola, dopo averne estratte le tante munizioni da lor preparate pel sospirato assedio di Mantova, lasciandovi entrare quattrocento Tedeschi colà condotti dal generale _conte di Wactendonk_, il quale restituì ivi nell'esercizio del dominio il duca di Modena. Conoscendo del pari essi Spagnuoli che neppur poteano sostenere Parma e Piacenza, si diedero per tempo ad evacuar quelle due città, asportandone non dirò tutti i preziosi mobili, arredi, pitture, libreria, e gallerie della casa Farnese, ma fino i chiodi dei palazzi, non senza lagrime di que' popoli, che restavano non solamente privi dei propri principi, ma anche spogliati di tanti ornamenti della lor patria. Oltre a ciò, inviarono alla volta di Genova tutti i cannoni di loro ragione, e vi unirono ancora gli altri, ch'erano anticamente delle stesse città, oppure de' Farnesi. Risaputosi ciò dai Tedeschi, sul fine d'aprile il generale _conte di Kevenhuller_ spinse in fretta colà il suo reggimento con trecento usseri, che arrivarono a tempo per fermar quelle artiglierie e sequestrarle, pretendendole doti delle fortezze di Parma e Piacenza: intorno a che fu dipoi lunga lite, ma col perderla gli Spagnuoli.
Ora, affinchè non apparisse che il re Cattolico cedesse in guisa alcuna gli Stati suddetti all'imperadore, o ne approvasse la cessione, i suoi ministri, assolute che ebbero dal giuramento prestato al reale infante quelle comunità, prima che arrivassero i Tedeschi, abbandonarono Parma e Piacenza e gli altri luoghi, dei quali nel dì 3 di maggio, fu preso il possesso dal _principe di Lobcovitz_ generale cesareo. Avea fin qui _Rinaldo d'Este_ duca di Modena coraggiosamente sostenuto il suo volontario esilio in Bologna, nel mentre che gl'innocenti suoi popoli si trovavano esorbitantemente aggravati dai Franzesi, senza alcun titolo insignoriti di questi Stati. Non volle più ritardare il magnanimo re Cristianissimo a questo principe il ritorno nel suo ducato; e però per ordine del _duca di Noaglies_, nel dì 23 di maggio, lasciarono i Franzesi libera la città e cittadella di Modena, e nei giorni seguenti anche Reggio e gli altri luoghi d'esso sovrano. Pertanto nel dì 24 di esso mese se ne tornò il duca di Modena alla sua capitale, dove fu accolto con sì strepitose acclamazioni del popolo, testimoniante dopo tanti guai il giubilo suo in rivedere il principe proprio, che egli stesso, andato a dirittura al duomo, per pagare all'Altissimo il tributo dei ringraziamenti, non potè ritenere le lagrime al riconoscere l'inveterato amore dei sudditi suoi. Intanto si ridusse addosso all'infelice Stato di Milano tutto il peso delle milizie franzesi; nè via appariva, che gli Spagnuoli si volessero snidare dalla Toscana, nè i Tedeschi dagli Stati della Chiesa, essendo essi pervenuti sino a Macerata e a Foligno. Solamente si osservò che il _duca di Montemar_ cominciò ad alleggerirsi delle tante sue milizie, inviandone parte per terra verso il regno di Napoli, e parte per mare in Catalogna. Similmente, nel mese di luglio, s'incamminarono alla volta della Germania alcuni de' reggimenti cesarei che opprimevano il Ferrarese, Bolognese e la Romagna. Ma non per questo mai si vedeva data l'ultima mano alla pace, per le differenti pretensioni de' principi. Il _re di Sardegna_, oltre al Novarese e Tortonese, esigeva cinquantasette feudi nelle Langhe. Nel mese d'agosto venne la commissione di soddisfarlo; il che fece sciogliere l'incanto; perciocchè nel dì 26 d'esso mese i Gallo-Sardi rilasciarono agl'imperiali il possesso di Cremona, e nel dì 28 quello di Pizzighettone. Nel dì 7 di settembre, entrati che furono due reggimenti cesarei nella città di Milano, finalmente da quel castello si ritirò la guernigion franzese e piemontese, lasciandolo in potere d'essi imperiali. Già erano stati consegnati i forti di Lecco, Trezzo e Fuentes e Lodi. Poscia nel dì 9 entrarono gli Alemanni nelle fortezze d'Arona e Domodoscela, e finalmente nel dì 11 in Pavia: con che restò evacuato tutto lo Stato di Milano dalle truppe gallo-sarde. Videsi anche libero lo Stato della Chiesa dalle milizie alemanne.
Ma per conto della Toscana, benchè gran parte degli Spagnuoli fosse marciata a levante e ponente, pure niuna apparenza v'era che il _conte di Montemar_ volesse dimettere Pisa e Livorno. Sulla speranza di entrare in quella città, o per far paura agli Spagnuoli, inviò il _generale Kevenhuller_ un corpo di truppe cesaree in Lunigiana e sul Lucchese. Ad altro questo non servì che ad aggravar quelle contrade, ed accostandosi il verno fu egli anche obbligato a richiamarle in Lombardia senza aver messo il piede in Toscana. Duravano tuttavia le discrepanze della corte di Vienna col re delle Due Sicilie, ed anche col re Cattolico; perciocchè avea ben l'imperadore inviata la sua libera cessione de' regni di Napoli e Sicilia, ma il reale infante, nella cession sua della Toscana, Parma e Piacenza voleva riserbarsi tutti gli allodiali della casa Medicea e Farnese. Similmente pretendeva il re Cattolico che, venendo a mancare in Toscana la linea mascolina del duca di Lorena, dovessero quegli Stati pervenire alla Spagna, laddove esso duca intendeva di ottenerli liberi, e senza vincolo alcuno, come erano gli Stati di Lorena da lui ceduti alla Francia. Per cagione di questi nodi arrivò il fine di dicembre senza che fossero ammesse nelle piazze della Toscana l'armi cesaree. Riuscì anche fastidioso al pontefice _Clemente XII_ l'anno presente. La santa Sede, tanto venerata in addietro, e rispettata da tutti i principi cattolici, provò un diverso trattamento nei tempi correnti, perchè pareano congiurate le potenze a far da padrone negli Stati della Chiesa, senza il dovuto riguardo alla sublime dignità e sovranità pontificia. Già si è veduto quanti malanni sofferissero senza alcun loro demerito per tanti mesi dalle truppe cesaree le legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, le cui comunità benchè dal benefico papa fossero in sì dura oppressione sovvenute con gran copia di danaro, pure rimasero estenuate e cariche di debiti, per l'esorbitante peso di tante contribuzioni.