Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 35
Stavano intanto speculando i satrapi della politica se gli Spagnuoli troverebbero opposizioni ai confini. Niuna ne trovarono, e però avendo essi declinata Capoa, e passato il Volturno, giunsero a sant'Angelo di Rocca Canina. Era stata su questo disputa fra i due generali, _Caraffa_ Italiano e _Traun_ Tedesco. Pretendeva l'uno d'essi, cioè il primo, che tornasse più il conto a sguernire le piazze di presidii, e raccolta tutta la gente di armi alemanna, doversi formare un'armata che andasse a fronte della nemica, per tentare una battaglia. Succedendo questa felicemente, pareva in salvo il regno. All'incontro, col difendere i soli luoghi forti, Napoli era perduta; e chi ha la capitale, in breve ha il resto. Sosteneva per lo contrario il conte Traun il tener divise le soldatesche nelle fortezze; perchè, venendo i promessi soccorsi di venti mila armati dalla Germania, Napoli si sarebbe felicemente ricuperata. Prevalse quest'ultimo sentimento, e fu la rovina de' cesarei, che niun rinforzo riceverono, e perderono tutto. Dopo la disgrazia fu chiamato in Vienna il generale Caraffa, fedele ed onoratissimo signore, imputato di non aver ben servito l'augusto padrone. Andò egli ma non gli fu permesso di entrare in Vienna, nè di parlare a sua maestà cesarea. Per altro, portò egli seco le chiare sue giustificazioni. Fu detto che l'imperadore con sua lettera gli avesse ordinato di raunar la gente, e di venire ad un fatto d'armi, e che altra lettera del consiglio di guerra sopraggiunse con ordine tutto contrario. Avea il conte _don Giulio Visconti_ vicerè preventivamente inviata a Roma la moglie col meglio dei suoi mobili, e a Gaeta le scritture più importanti; ed egli stesso dipoi prese la strada di Avellino e Barletta, per non essere spettatore della inevitabil rivoluzione di Napoli, che tutta era in iscompiglio, e che scrisse a Vienna le scuse e discolpe della sua fedeltà, se sprovveduta di chi la sostenesse, era forzata a cedere ad un principe che si accostava con esercito sì potente per terra e per mare. Giunto pertanto nel dì 9 d'aprile il reale infante coll'oste sua a Maddalori, lungi quattordici miglia da Napoli, vennero i deputati ed eletti di quella real città ad inchinarlo, e a presentargli le chiavi, coprendosi come grandi di Spagna, secondo il privilegio di quella metropoli. Nel seguente dì 10 fu spedito un distaccamento di tre mila Spagnuoli, che pacificamente entrarono in Napoli, e l'infante passò alla città d'Aversa, fissando ivi il suo quartiere, finattantochè si fossero ridotte all'ubbidienza le fortezze della capitale. Contra di queste, preparati che furono tutti gli arnesi, si diede principio alle ostilità. Nel dì 25 si arrendè il castello Sant'Ermo, con restare prigioniera la guernigione tedesca di secento venti persone. Due giorni prima anche l'altra di Baia, dopo aver sentite alquante cannonate, si rendè a discrezione. Consisteva in secento sessanta soldati. Il castello dell'Uovo durò sino al dì 5 di maggio, in cui quel presidio, esposta bandiera bianca, restò al pari degli altri prigioniero. Altrettanto fece nel dì 6 d'esso mese Castel Nuovo.
Dappoichè fu libera dagli Austriaci la città di Napoli, vi fece il suo solenne ingresso nel dì 10 di maggio l'infante reale _don Carlo_ fra le incessanti allegrie ed acclamazioni di quel gran popolo. Nobili fuochi di gioia nelle sere seguenti attestarono la contentezza d'ognuno, ben prevedendo che questo amabil principe, così ornato di pietà e tanto inclinato alla clemenza, avea da portar quella corona in capo. In fatti nel dì 15 d'esso maggio giunse corriere di Spagna col decreto, in cui il Cattolico monarca _Filippo V_ dichiarava questo suo figlio re dell'una e dell'altra Sicilia: avviso, che fece raddoppiar le feste ed allegrezze di un popolo non avvezzo da più di ducento anni ad avere re proprio. Tutti i saggi riconobbero quale indicibil vantaggio sia l'aver corte e re o principe proprio. Trovavansi in Bari già adunati circa sette mila soldati cesarei. Poichè voce si sparse che sei mila Croati aveano da venire ad unirsi a questa piccola armata, il capitan generale spagnuolo, cioè il _conte di Montemar_, a fin di prevenire il loro arrivo, col meglio dell'esercito suo, facendolo marciare a grandi giornate, corse anch'egli a quelle parti. Nel dì 27 di maggio trovò egli quella gente in vicinanza di Bitonto in ordine di battaglia, e tosto attaccò la zuffa con essi. Ma quella non fu zuffa, perchè subito si disordinarono e diedero alle gambe gl'Italiani, che erano i più, e furono seguitati dagli Alemanni. La maggior parte restò presa, e gli altri si salvarono in Bari. Non si potè poi cavar di testa alla gente che il _principe di Belmonte_ marchese di San Vincenzo, comandante di quel corpo di truppe, non avesse prima acconciati i suoi affari con gli Spagnuoli, giacchè da lì a non molto fu osservato ben visto e favorito da loro. Anche gli abitanti di Lecce, mossa sollevazione, presero quanti Tedeschi si trovarono in quella contrada. In riconoscenza dei rilevanti servigi prestati al nuovo re di Napoli, fu il conte di Montemar dichiarato duca di Bitonto, e comandante de' castelli di Napoli con pensione annua di cinquanta mila ducati. Impadronironsi poscia gli Spagnuoli di Brindisi e di Pescara, con restar prigioni di guerra quei presidii. Ma ciò che più stava loro a cuore, era la città di Gaeta, piazza di gran polso, e ben provveduta di gente, viveri e munizioni per la difesa. Nel dì 31 di luglio si portò per mare colà il giovine re _don Carlo_, ed allora l'esercito aprì la trinciera. A tale assedio comparve anche _Carlo Odoardo_ principe di Galles, primogenito del cattolico re _Giacomo III Stuardo_, che fu accolto dal re di Napoli con dimostrazioni di distinta stima ed amore. Ma quella forte piazza, con istupore di ognuno, non resistè che pochi giorni alle batterie nemiche, e nel dì 7 d'agosto la guernigione tedesca cedette il posto alla spagnuola. Perchè quegli abitanti ricusarono di venire ad un accordo col generale dell'artiglieria, videro trasportate a Napoli tutte le lor campane, essendone restate solamente alcune picciole in due o tre conventi. Bella legge, che è questa, di punir le innocenti chiese con sì barbaro spoglio! Ciò fatto, si fecero tutte le disposizioni necessarie per passare alla conquista della Sicilia.
Nel dì 25 d'esso mese d'agosto essendosi imbarcato il capitan generale conte di Montemar, mise alla vela il gran convoglio, numeroso di circa trecento tartane, cinque galee, cinque navi da guerra, due palandre, e molti altri legni minori. In vicinanza di Palermo approdò felicemente sul fine del mese quella flotta, laonde il senato di quella metropoli, siccome privo di difensori, non tardò a far colà la sua comparsa, per attestare l'ossequio di quel popolo alla real famiglia di Spagna. Addobbi insigni, strepitose acclamazioni solennizzarono nel dì 2 di settembre l'ingresso in Palermo del suddetto Montemar di già dichiarato vicerè di Sicilia. Passò egli dipoi col forte dell'armata a Messina, i cui cittadini aveano già ottenuta licenza di rendersi, giacchè _il principe di Lobcovitz_ comandante avea ritirati i presidii dai castelli di Matagriffone, Castellazzo e Taormina, per difendere il solo castello di Gonzaga e la cittadella. Ma poco stette a rendersi esso castello di Gonzaga con quattrocento uomini, che rimasero prigionieri; però tutto lo sforzo degli Spagnuoli si rivolse contro la sola cittadella, difesa con indicibil valore do quella guernigione. Trapani e Siracusa furono nello stesso tempo assediate. Altro più non restava nel regno di Napoli che la città di Capoa, ricusante di sottomettersi all'armi di Spagna. Entro v'era il general _conte Traun_, che si sostenne sempre con gran vigore, e sovente si lasciava vedere ai nemici con delle sortite. Una d'esse fece ben dello strepito, perchè essendosi per le pioggie ingrossato il fiume Volturno, e rimasti tagliati fuori circa mille Spagnuoli, perchè senza comunicazione col loro campo; il Traun uscito con quasi tutta la guernigione, e con dei piccioli cannoni coperti sopra delle carra, parte ne stese morti sul suolo, altri ne fece prigionieri. Ma in fine niuna speranza rimanendo di soccorso, e volendo esso generale salvare il presidio, capitolò la resa di quella città e castello nel dì 22 d'ottobre, se in termine di sei giorni non gli veniva aiuto, o non fosse seguito qualche armistizio, con altre condizioni. Però, venuto il termine, furono scortati questi Alemanni sino a Manfredonia e Bari, per essere trasportati a Trieste. Ed ecco tutto il regno di Napoli all'ubbidienza del _re Carlo_, a cui nel presente anno si videro di tanto in tanto arrivar nuovi rinforzi di gente, munizioni e danaro. Fra tanti soldati fatti prigionieri nei regni di Napoli e Sicilia, la maggior parte degli Italiani, ed anche molti Tedeschi si arrolarono nell'esercito spagnuolo. Ma perciocchè essi Alemanni, tosto che se la vedevano bella, disertavano, fu preso il partito d'inviarne una parte degli arrolati e il resto dei prigioni in Ispagna. Di là poi furono trasportati in Africa nella piazza d'Orano, dove trovarono un gran fosso da passare, se più veniva lor voglia di disertare.
Maggiormente si riaccese in questo anno la ribellion de' Corsi, dove quella brava gente, già impadronitasi di Corte, sul fine di febbraio diede una rotta al presidio genovese uscito della Bastia, e nel dì 29 di marzo sconfisse un altro corpo d'essi Genovesi. Continuarono poi nel resto dell'anno le sollevazioni e le azioni militari con varia fortuna in quell'isola. Roma vide in questi tempi per la protezion di Vienna, e per lo sborso di trenta mila scudi, alquanto migliorata la condizione del _cardinal Coscia_, che restò liberato dalle censure già promulgate contra di lui, ma non già dalla prigionia di castello Sant'Angelo. Un insigne regalo fece il pontefice _Clemente XII_ al Campidoglio, con ordinare il trasporto colà della bella raccolta di statue antiche fatta dal cardinale _Alessandro Albani_, ed acquistata dalla santità sua col prezzo di sessantasei mila scudi. Ma nel dì 6 maggio si trovò tutta in conquasso essa città di Roma, per essersi verso il mezzo dì attaccato il fuoco ad un castello di legnami sulle sponde del Tevere, dirimpetto al quartiere di Ripetta e alla piazza dell'Oca. Spirava un gagliardo vento, che di mano in mano andò portando le fiamme agli altri castelli circonvicini, e ad alcuni pochi magazzini di legna, e alle case di quasi tutta quell'isola; di maniera che circa quattro mila persone rimasero senza abitazione, e vi perderono i loro mobili. Per troncare il corso a sì spaventoso incendio, fu di mestieri trasportar colà alcuni cannoni da castello Sant'Angelo, che, atterrando varie case, non permisero al fuoco di maggiormente inoltrare i suoi passi. Guai se penetrava agli altri magazzini di fieno e di legna. Incredibile fu il danno, non minore lo spavento. Fece il benefico papa distribuir tosto due mila scudi a quella povera gente. Nell'anno presente, siccome vedemmo, provò l'augusta casa d'Austria in Italia tante percosse, e nè pure in Germania potè esentarsi da altre disavventure per la troppa superiorità dell'armi franzesi. In questo bisogno di Cesare l'ormai vecchio principe _Eugenio di Savoia_ ripigliò l'usbergo, e passò con quelle forze che potè raunare a sostener le linee di Erlingen. Quand'ecco due possenti eserciti franzesi, l'uno condotto dai marescialli e duchi di _Bervich_ e _Noaglies_, e l'altro dal marchese d'_Asfeld_, che quasi il presero in mezzo. Gran lode riportò il principe per la stessa sua ritirata, fatta da maestro di guerra, perchè seppe mettere in salvo le artiglierie e bagagli, e mostrando di voler cimentarsi, saggiamente si ridusse in salvo senza alcun cimento con tutti i suoi. Fu poi assediata l'importante fortezza di Filisburgo dai Franzesi, e con sì fatti trincieramenti circonvallata, che, ritornato il principe con oste poderosa per darle soccorso, altro non potè fare che essere come spettatore della resa d'essa nei dì 21 di luglio. Gran gente costò ai Franzesi lo acquisto di quella piazza, e fra gli altri molti uffiziali vi lasciò la vita il suddetto _duca di Bervich_ della real casa Stuarda, uno dei più grandi e rinomati condottieri d'armate de' giorni suoi. Una palla di cannone privò la Francia di sì accreditato generale. Niun'altra considerabile impresa seguì poscia nell'anno presente in quelle parti, nulla avendo voluto azzardare il principe Eugenio, a cagion degli infausti successi dell'armi cesaree in Italia. E tal fine con tante vicende ebbe l'anno presente, in cui con occhio tranquillo stettero Inglesi ed Olandesi mirando i deliquii dell'augusta casa d'Austria, quasichè nulla importasse loro il sempre maggiore ingrandimento della real casa di Borbone. Col tempo se n'ebbero a pentire.
Anno di CRISTO MDCCXXXV. Indiz. XIII.
CLEMENTE XII papa 6. CARLO VI imperadore 25.
Gran cordoglio provò in quest'anno _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, per avergli la morte rapita, nel dì 15 di gennaio, la real sua consorte, cioè _Polissena Cristina d'Hassia Rhinfels Rotemburgo_, principessa amabilissima e dotata di rare virtù, giunta all'anno ventesimo nono della sua età, con lasciar dopo di sè due principini e due principesse. Ebbe bisogno il re di tutta la sua virtù per consolarsi nella perdita di una consorte di merito tanto singolare. Parimente fu colpito dalla morte in Venezia il dì 5 di gennaio _Carlo Ruzzini_ in età d'anni ottantuno in circa; e a lui fu sostituito nella ducal dignità _Luigi Pisani_. A simile funesto colpo soggiacque nel dì 18 del suddetto gennaio in Roma anche la principessa _Maria Clementina_ figlia di _Giacomo Sobieschi_, principe reale di Polonia, e moglie di _Giacomo III Stuardo_ re cattolico della Gran Bretagna, da lui sposata nel settembre nel 1719 in Montefiascone. Tali furono le eroiche virtù, e massimamente l'inarrivabil pietà di questa principessa, che vivente fu da ognuno riguardata qual santa, e meritò poi che le sue insigni azioni fossero tramandate ai posteri come un esemplare delle principesse eroine. Arricchì di due figli il real consorte, cioè di _Carlo Odoardo_ principe di Galles, nato nel dì 31 di dicembre del 1720, e di _Arrigo Benedetto_ duca di Yorch, nato nel dì 6 di marzo del 1725. Suntuosissimo funerale, qual si conveniva ad una regina, le fu fatto per ordine del sommo pontefice _Clemente XII_ nella chiesa de' Santi Apostoli. Portato il cadavero suo nella basilica Vaticana, disegnò esso santo padre di ergerle un mausoleo non inferiore a quello della _regina di Svezia Cristina_. Attendeva in questi tempi il magnanimo pontefice ad accrescere gli ornamenti di Roma colla gran facciata della basilica lateranense, e con abbellire in forma sommamente maestosa la fontana di Trevi. Nello stesso tempo erano occupate le rendite sue in provvedere di un insigne lazzaretto la città d'Ancona. Eresse parimente un magnifico seminario nella diocesi di Bisignano, affinchè servisse all'educazione de' giovani greci. Buone somme ancora di danaro spedì al _cardinale Alberoni_ legato di Ravenna, affinchè divertisse i due fiumi Ronco e Montone, che minacciavano, per l'altezza dei loro letti, l'eccidio a quell'antichissima città.
Meraviglie di valore e di prudenza avea fatte fin qui il _principe di Lobcovitz_ in sostenere l'assediata cittadella di Messina, e più ne avrebbe fatto, se non gli fossero venuti meno i viveri e le munizioni. Costretto dunque non dalla forza delle armi, ma dalla propria penuria, finalmente nel dì 22 di febbraio espose bandiera bianca, ottenne onorevoli condizioni, e lasciò poi solamente nel fine di marzo in potere degli Spagnuoli quell'importante fortezza. Maggior fu la resistenza che fece pel suo vantaggioso sito, e per la valorosa condotta del generale marchese Roma, la città di Siracusa; ma bersagliata per mare e per terra da bombe ed artiglierie, nel dì 16 di giugno anch'essa, con patti simili a quei di Messina, si diede per vinta. Vi restava l'unica fortezza di Trapani, tuttavia difesa dagli Alemanni. Non passò il dì 21 dello stesso giugno che anch'essa piegò il collo alle armi vincitrici di Spagna; di maniera che tutta l'isola e regno della Sicilia restò pacificamente soggetta al giovane re _don Carlo_. S'era già fin dal mese di febbraio messo in viaggio per terra questo grazioso regnante alla volta dello Stretto, per passare colà, e prendere in Palermo, secondo l'antico rituale, la corona delle Due Sicilie. Arrivato a Messina, vi fece il suo pubblico ingresso nel dì 9 di marzo, accolto con somma allegrezza da quel popolo. Dopo molti giorni di riposo, imbarcato pervenne felicemente, nel dì 18 di maggio, a Palermo. Destinato il dì 3 di luglio, giorno di domenica, per l'incoronazione di sua maestà, con indicibil magnificenza fu eseguita quella funzione. Dopo di che, scortato da numerosa flotta, egli se ne tornò per mare alla sua residenza di Napoli, dove felicemente arrivò nel dì 12 del suddetto luglio. Per tre giorni furono fatte insigni feste in quella gran città con bellissime macchine e ricchissime illuminazioni, facendo a gara ognun per comprovare il suo giubilo al reale sovrano. Avea molto prima d'ora conosciuto il capitan generale _duca di Montemar_, che non occorrevano più tante truppe nel regno di Napoli, e perciò nel febbraio di quest'anno si mosse con alquante migliaia d'esse, e valicato il Tevere, passò in Toscana. Sua intenzione era di levare ai tedeschi le fortezze poste nel litorale di essa Toscana. Nuovi rinforzi gli arrivarono di Spagna; laonde nell'aprile diede principio alle ostilità contra di Orbitello, e nel dì 16 a tempestare coll'artiglierie il forte di San Filippo. Perchè cadde una bomba nel magazzino della polve di questo forte, il presidio ne capitolò la resa e restò prigioniere, dopo aver sostenuto per ventinove giorni le offese dei nemici. Altrettanto fece dipoi Porto Ercole. Perchè premure maggiori chiamavano esso duca di Montemar in Lombardia, sollecitamente per la via di Fiorenzuola istradò egli le sue milizie alla volta di Bologna, avendo lasciato solamente un corpo di gente al blocco di Orbitello, piazza, che si arrendè poscia sul principio del mese di luglio.
Correva il fine di maggio, quando passò pel Modenese quest'armata spagnuola, che si faceva ascendere a venti mila persone di varie nazioni, e s'inviò verso il Mantovano di qua da Po, per cominciar la campagna unitamente co' Franzesi e Savoiardi. Era già pervenuto a Milano nel dì 22 di marzo _Adriano Maurizio di Naoglies_, maresciallo di Francia, in cui gareggiava la felicità della mente colla bontà del cuore, la generosità colla splendidezza, per comandare all'esercito franzese. Si tennero varii consigli di guerra fra i generali alleati, e venuto che fu a Cremona nel dì 10 di maggio _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, generalissimo dell'esercito, furono regolate le operazioni che doveano fare nell'anno presente. Passato dipoi il re a Guastalla, si diede ognuno a fare gli occorrenti preparamenti d'artiglierie, barche, viveri e munizioni. Ritornato parimente era da Vienna il maresciallo _conte di Koningsegg_ al comando dell'oste cesarea, e già arrivati a Mantova alcuni nuovi reggimenti tedeschi e molte reclute. Contuttociò non si contavano nell'esercito suo se non ventiquattro mila soldati: laddove quel de' collegati era ascendente a quasi due terzi di più. Diviso questo in tre corpi che poteano chiamarsi tre poderosi eserciti, marciò sul fine di maggio verso il Mantovano. Dappoichè il Noaglies prese Gonzaga, facendo prigione quel presidio, tutte le forze degli alleati marciarono per passare il Po e il fiume Oglio. Furono i lor movimenti prevenuti dal Koningsegg, che ritirò da San Benedetto, da Revere e dagli altri luoghi i presidii, e lasciò agio agli Spagnuoli di passare nel dì 15 giugno oltre Po ad Ostiglia, che nello stesso tempo con Governolo restò abbandonata dai Tedeschi. Avendo i Franzesi valicato il Po a Sacchetta, e il re di Sardegna l'Oglio a Canneto, il Koningsegg, che non voleva essere tolto in mezzo da queste tre armate, con lodatissima provvidenza andò rinculando, e dopo aver lasciati in Mantova sei mila bravi combattenti, e mandati innanzi i bagagli, i malati, e molti cannoni ed attrezzi, s'inviò verso il Veronese. A misura che i nemici s'inoltravano, anch'egli proseguiva le sue marcie, finchè, gittato un ponte sull'Adige a Bussolengo, benchè alquanto infestato dagli Spagnuoli nella retroguardia, condusse a salvamento tutta la sua gente sul Trentino, e parte ne fece sfilare verso il Tirolo.
Altro dunque più non restava in Lombardia ai Tedeschi, se non Mantova e la Mirandola; e mentre tutti si aspettavano di veder l'assedio dell'uno e dell'altra, Mantova restò solamente bloccata in gran lontananza, e il _duca di Montemar_ verso la metà di luglio si accinse all'espugnazione della Mirandola. Dentro vi era un valoroso comandante, cioè il barone Stenz, che quantunque si trovasse con soli novecento soldati in una città e fortezza che ne esigeva tre mila, pure si preparò ad una gagliarda difesa. Non prima del dì 27 di luglio fu aperta la trinciera sotto questa piazza; e proseguirono poi le offese col passo delle tartarughe, a cagion di alcuni fortini alzati all'intorno, che impedivano gli approcci de' nemici. Bombe ed artiglierie fecero per tutto il seguente agosto grande strepito e danno, senza però che si sgomentassero punto i difensori; e tuttochè fosse formata la breccia, e col mezzo di una mina e di un assalto preso anche uno di quei fortini, pure sarebbe costato molto più tempo e sangue agli Spagnuoli quell'assedio, se il valoroso comandante della città non avesse provata la fatalità delle piazze tedesche, ordinariamente mal provvedute del bisognevole per sostenersi lungo tempo contro ai nemici. Si era egli ridotto con sole trentasei palle da cannone, e con tre o quattro barili di polveraccia; già erano consumate le vettovaglie. Però, dopo aver per più d'un mese fatta una gloriosa resistenza, nel dì 31 d'agosto, con esporre bandiera bianca, si mostrò disposto a rendersi. Restò prigioniera di guerra la guarnigione di secento uomini. Sbrigato da questa faccenda il duca di Montemar, tutto si diede a sollecitar l'assedio di Mantova, il cui blocco veramente venne più ristretto. Si stesero i Franzesi dietro la riva del lago di Garda per impedire che da quella parte non isboccassero i Tedeschi; giacchè l'armata loro si andava ogni dì più ingrossando nel Trentino e Tirolo. Ma ancorchè il Montemar facesse venir dalla Toscana gran copia di artiglierie, di barche sulle carra, e di assaissime munizioni ed attrezzi, per imprendere una volta l'assedio suddetto di Mantova (perciocchè, secondo la comune opinione, si credea che quella città conquistata dovesse restare assegnata agli Spagnuoli), pure non si vedeva risoluzione alcuna in questo affare dalla parte dei Franzesi, che aveano in piedi certi segreti negoziati; nè da quella del re di Sardegna, a cui non potea piacere che gli Spagnuoli dilatassero tanto l'ali in Lombardia. Tenuto fu un congresso fra il generalissimo di Savoia, duca di Noaglies, ed esso Montemar nel dì 22 di settembre, in cui fece il generale spagnuolo delle doglianze per tanto ritardo, e si seppe ch'egli in quella congiuntura si lagnò col Noaglies, per aver egli lasciato fuggire da Goito il maresciallo di Koningsegg senza inseguirlo, come potea; al che rispose il maresciallo franzese: _Signor conte, signor conte: Goito non è Bitonto; e il Koningsegg non è il principe di Belmonte_. In somma tutto dì si parlava di assediar Mantova, e Mantova non si vide mai assediata, benchè molto ristretta dagli Spagnuoli, facendo solamente de' gran movimenti i collegati verso il lago di Garda e verso l'Adige per impedire il passo all'armata cesarea, che cresciuta di forze minacciava di calare di bel nuovo in Italia.