Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 34

Chapter 343,467 wordsPublic domain

Grande infatti fu lo scompiglio dei Franzesi, troppo sparpagliati dietro alla grande stesa degli argini del Po; laonde, corsa la voce del passaggio suddetto, ciascun corpo d'essi colla maggior fretta possibile prese la strada del Parmigiano, lasciando indietro non pochi viveri, munizioni e parte ancora del bagaglio. Passò questo terrore al Finale, a San Felice e alla Mirandola, dove erano entrati essi Franzesi, dappoichè l'aveano abbandonata gli Spagnuoli; e tutte quelle schiere, unitesi poi con quelle di Guastalla, marciarono alla Sacca, luogo del Parmigiano sul Po. Formato quivi un ponte per mantener la comunicazione coll'Oltrepò, con alte fosse e trincee si afforzarono; e da Parma sino a quel luogo dietro al fiume appellato Parma tirarono una linea, guernendola di gran gente e cannoni, ed aspettando di vedere che risoluzion prendessero gli Austriaci. Con buona disciplina, dopo avere ripigliato il possesso della Mirandola, sen vennero questi sul territorio di Reggio; impadronironsi anche di Guastalla e Novellara, e andarono ad alzar le tende nelle ville del Parmigiano. Era ito frattanto il _general Mercy_ a Padova, per isperanza di riportare da quegli esculapii la guarigion della sua vista; e senza di lui nulla si potea intraprendere di grande. Parve agli altri comandanti cesarei viltà il lasciare tanto in ozio il fiorito loro esercito, e però si avvisarono di cacciare i Franzesi dalla terra di Colorno. Sul principio di giugno con un grosso distaccamento si portarono colà; disperata difesa fece quel presidio; sicchè tutti coloro o perderono la vita o restarono prigionieri. Ma senza paragone vi spesero gl'imperiali più sangue, essendovi rimasto ucciso il suddetto troppo ardito generale di Ligneville con altri uffiziali e molta lor gente. Videsi poi saccheggiata quella povera terra, senza perdonare nè ai luoghi sacri, nè alle delizie del palazzo e giardino de' duchi di Parma, le quali furono ivi per la maggior parte disperse od atterrate. Non riportò lode il principe _Luigi di Wirtemberg_, comandante allora _pro interim_ dell'armata cesarea, perchè non s'inoltrasse con tutte le forze affine di stringere i Franzesi a Sacca. A lui bastò di mettere in Colorno due reggimenti. Ma nel dì 5 di giugno essendosi mosso il valoroso re di Sardegna con assai brigate sue e dei franzesi a quella volta, seguì una calda zuffa con vicendevole mortalità di gente; pure si trovarono obbligati i Tedeschi di abbandonare quel sito, oramai, ma troppo tardi, pentiti di avere comperato sì caro un acquisto che niun frutto e solamente molto danno loro produsse.

Da che fu ritornato da Padova il _maresciallo di Mercy_, non v'era chi non credesse imminente qualche gran fatto d'armi; ma con istupore d'ognuno egli si ritirò a San Martino del marchese estense a digerire la bile; e ciò perchè odiato dalla maggior parte degli uffiziali, come macellaio delle truppe, non avea trovato in essi l'ubbidienza dovuta. Se andassero bene con questi contrattempi gli affari dell'imperadore, sel può immaginare ciascuno. Placato in fine dopo molti giorni esso maresciallo, se ne tornò al campo, ed allora determinò di venire a giornata coi nemici. Sarebbe stato da desiderare ch'egli in sì pericoloso cimento fosse stato meglio servito dai suoi occhi, e che le misure da lui prese fossero state quali convengono ai più accorti generali di armate. Parve a non pochi mal conceputo disegno l'aver egli (giacchè troppo difficile era l'assalire il campo contrario nelle linee ben fortificate del fiume Parma) preso un giro al mezzogiorno della città di Parma, con intenzione di azzuffarsi all'occidente, dove di fortificazioni erano privi i Franzesi; ma senza far caso di lasciare esposto un fianco del suo esercito alle artiglierie della città, e del potere la guernigione di essa città tagliargli la ritirata, in caso di disgrazie. Ma egli era portato da una ferma credenza di sconfiggere i nemici; e il vero è che pensava di trovare i Franzesi nell'accampamento loro dietro alla Parma, e non già nel sito dove succedette dipoi il terribil conflitto. All'armata gallo-sarda non si trovava più il _maresciallo di Villars_, perchè la sua soverchia età gli avea siffattamente infiacchita la memoria, che ora dato un ordine, da lì a poco dimentico del primo, ne spediva un altro in contrario. Laonde, richiamato alla corte, s'inviò nel dì 27 di maggio alla volta di Torino, dove, sorpreso da malattia, diede fine ai suoi giorni, ma non già alla gloria di essere stato uno dei più sperti e rinomati condottieri d'armata dei giorni suoi. Anche il generalissimo _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna avea dato una scorsa a Torino, per visitar la regina caduta inferma. Ora, essendo restato al comando dell'esercito gallo-sardo i due marescialli di _Coigny_ e di _Broglio_, o sia che le spie portassero avviso dei movimenti degl'imperiali, o pure fosse accidente, mossero eglino il campo, per venire anch'essi al mezzo giorno, verisimilmente per coprire la città di Parma da ogni attentato.

All'improvviso dunque nella mattina del dì 29 di giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, si scontrarono le due nemiche armate sulla strada maestra, o vogliam dire via Claudia, stendendosi i Franzesi dalla città fino per un miglio al luogo detto la Crocetta, ben difesi dagli alti fossi della medesima strada. Ancorchè si trovasse il Mercy inferiore di gente, per aver lasciato molti staccamenti indietro alla custodia dei passi, e tutta la fanteria non fosse peranche giunta, pure attaccò furiosamente la battaglia con istrage non lieve de' nemici. Costò anche gran sangue l'espugnazione d'una cassina; ma il peggio fu ch'egli stesso, col troppo esporsi alle palle degli avversarii, ne restò sì malamente colto, che sul campo spirò l'ultimo fiato. Non si sa se il funerale fosse poi accompagnato dalle lagrime di alcuno. Arrivata la fanteria tutta, crebbe maggiormente il fuoco, le morti e le ferite da ambe le parti, senza nondimeno che l'una passasse nei confini dell'altra. A cagione di tanti fossi ed alberi poco o nulla potè operare la copiosa cavalleria tedesca; e i soli fucili e i piccioli cannoni da campagna, ma non mai le sciabole e baionette, fecero l'orribil giuoco. Da molti fu creduto che il principe _Luigi di Wirtemberg_, rimasto comandante in capo dopo la morte del Mercy, non sapesse qual regolamento avesse preso il defunto generale, e però pensasse più alla difesa che all'offesa. Ed altri immaginarono che se fosse sopravvissuto il Mercy, egli avrebbe riportata vittoria, o sacrificata la maggior parte delle sue truppe. La conclusione fu, che questo sanguinoso combattimento durò fino alla notte, la quale pose fine al vicendevol macello; ed amendue l'armate rimasero nei loro campi a considerare e compiangere le loro perdite per tanti uffiziali e soldati o uccisi o feriti, senza sapere qual destino fosse toccato alla parte contraria. Non aspetti alcuno da me d'intendere a quante migliaia ascendesse il danno dell'una o dell'altra armata, insegnando la sperienza che ognuno si studia d'ingrandire il numero dei nemici e di sminuire il numero dei proprii. Calcolarono alcuni che almen dieci mila persone tra gli uni e gli altri restassero freddi sul campo. Quel ch'è certo, ciascuna delle parti nella notte, al trovare tanta copia di morti e feriti, si credette vinta; e si sa che i comandanti franzesi, tenuto consiglio, meditavano già di ritirarsi ai confini della Sacca e a decampare dai contorni di Parma; quando verso la mezza notte giunse la grata nuova che i Tedeschi, levato il campo, erano in viaggio per tornarsene verso il Reggiano. Snervati cotanto di gente si trovarono essi cesarei, e privi di vettovaglie e foraggi, e in vicinanza d'essa città nemica, che loro fu necessario di retrocedere. Era ferito anche lo stesso principe di Wirtemberg.

Videsi in questi tempi Parma tutta piena di Gallo-Sardi feriti, e una processione continua per due giorni sulla via Claudia di feriti tedeschi, non curati da alcuno, de' quali parte ancora nel viaggio andava mancando di vita: spettacolo compassionevole ed orrido a chi contemplava in essi l'umana miseria e i frutti amari dell'ambizion de' regnanti. Sul fine della battaglia per le poste, e con grave pericolo di cadere in mano dei cesarei, il re di Sardegna pervenne al campo. Fu creduto migliore consiglio il non inseguire i fuggitivi nemici, e nel dì seguente s'inviò buona parte dell'esercito gallo-sardo verso Guastalla per isloggiarne i Tedeschi. V'era dentro un presidio di mille e duecento persone, e per disattenzione dei comandanti cesarei niuno avviso fu loro inviato della succeduta catastrofe; laonde, trovandosi quella gente sprovveduta d'artiglierie, di munizioni e di viveri, fu obbligata di rendersi prigioniera. Giunse intanto l'esercito tedesco a passare il fiume Secchia, dopo aver lasciate funeste memorie di ruberie per dovunque passò; e a fin di mantenere la comunicazione colla Mirandola e col Mantovano, si diede tosto ad afforzarsi sugli argini dello stesso fiume; siccome parimente fecero i Franzesi nella parte di là, con aver posto il re di Sardegna il quartier generale a San Benedetto. Avea nella precedente primavera il _maresciallo di Villars_ pensato a stendere la sua giurisdizione anche negli Stati di Modena, sì per assicurarsi di questa città e della sua cittadella, come anche per istendere le contribuzioni in questo paese: mestiere favorito dai monarchi della terra, e praticato tanto più indiscretamente da essi, quanto più son potenti e ricchi, senza distinguere paesi neutrali ed innocenti dai nemici. Nel dì 15 d'aprile comparve a Modena il marchese di Pezè, uffiziale franzese di gran credito ed eloquenza, che fece la dimanda d'essa cittadella in deposito a nome del re Cattolico. Per quante esibizioni facesse il _duca Rinaldo_ di sicurezze ch'egli guarderebbe quella fortezza senza darla ai nemici degli alleati, saldo stette il Pezè in esigere, e non men di lui il duca in negare sì fatta cessione. Andossene perciò senza aver nulla guadagnato quell'uffiziale, e il duca, a cagion di questo, guernì di qualche migliaio di sue milizie la cittadella predetta. Ma da che dopo la battaglia di Parma si trovarono sì infievoliti i cesarei, spedì il duca al campo gallo-sardo l'abbate Domenico Giacobazzi, oggidì consigliere di Stato e segretario ducale, ben persuaso di non poter più resistere alla tempesta, e desideroso di salvare quel più che potea nell'imminente naufragio. Disposte poscia il meglio che fu possibile le cose, nel dì 14 di luglio si ritirò il duca con tutta la sua famiglia a Bologna. Il principe ereditario _Francesco_ suo figlio e la principessa consorte s'erano molto prima portati a Genova, e di là poi col tempo passarono amendue a Parigi.

Entrarono nel dì 13 i Franzesi in Reggio, e nel dì 20 del mese suddetto comparve alle porte di Modena il _marchese di Maillebois_, tenente generale di sua maestà Cristianissima, con buon distaccamento d'armati che accordò alla città e sue dipendenze un'onesta capitolazione, restando intatta la giurisdizione, dominio e rendite del duca, con altri patti in favore del popolo: patti di carta, che non durarono poi se non pochi giorni. Che intollerabili aggravii, che esorbitanti contribuzioni imponessero poscia i Franzesi agli Stati suddetti, non occorre ch'io lo ricordi, dopo averne assai parlato nelle Antichità Estensi. Divennero in oltre essi Stati il teatro della guerra, tenendo i Cesarei la Mirandola e tutto il basso Modenese, e i Franzesi Modena, Reggio, Correggio e Carpi. Il fiume Secchia era quello che dividea le armate, le quali andarono godendo un dolce ozio sino alla metà di settembre, ma senza lasciarne godere un briciolo ai poveri abitanti. Al comando dell'armi imperiali era intanto stato inviato da Vienna il maresciallo _conte Giuseppe di Koningsegg_, signore di gran senno, che tosto determinò di svegliare gli addormentati nemici. Trovavasi in questo tempo attendato a Quistello il maresciallo franzese _conte di Broglio_ con parte dell'esercito, guardando i passi della Secchia. Con isforzate marcie e con gran silenzio sull'alba del dì 15 di esso settembre ecco comparire il nerbo maggiori degli Alemanni, valicar la poca acqua del fiume, sorprendere i picchetti avanzati, e poi dare improvvisamente addosso al campo franzese. Non ebbero tempo colti nel sonno i soldati di prendere l'armi, non che di ordinar le schiere. Solamente si pensò alle gambe. Fuggì in camicia il maresciallo di Broglio; e il signore di Caraman suo nipote, colonnello e brigadiere d'essa armata, essendosi opposto per facilitare al zio la ritirata, restò con altri uffiziali prigioniero. Andò a sacco tutto il campo, tende, bagagli, armi, munizioni, e le argenterie de' maggiori uffiziali. Era molto splendida e copiosa quella del conte di Broglio, la cui segreteria restò anch'essa in mano dei vincitori. Per questa disavventura fu da lì innanzi esso maresciallo, benchè personaggio di gran merito e mente, guardato di mal occhio alla corte di Francia, e col tempo si vide cadere. Rimasero per tale irruzione tagliati fuori molti corpi di Franzesi, che si renderono prigioni, altri ne furono presi a letto nel campo, tal che fu creduto, che tra morti e prigioni, vi perdessero i Franzesi da tre e forse più mila persone. Maggiore senza paragone sarebbe stata la perdita loro, se non si fossero sbandati i Tedeschi dietro al ricco spoglio del campo, e non avessero trovato, allorchè presero ad inseguire i nemici, varie fosse e canali, custoditi da qualche truppa franzese, che ritardarono di troppo i lor passi. Ebbe tempo il re di Sardegna di ritirarsi colla sua gente da San Benedetto, conducendo seco cannoni e bagaglio, pizzicato nondimeno per viaggio. Solamente due battaglioni restati in quel monistero con altri Franzesi capitati colà, dopo avere ottenuti patti onesti, si renderono agl'imperiali.

Ridotto in fine con gran fretta tutto l'esercito gallo-sardo a Guastalla fuori di quella città, e fra i due argini del Po e del Crostolo vecchio, si diede con gran fretta a formare alti e forti trincieramenti; nel qual tempo furono anche abbandonati Carpi e Correggio dai presidii franzesi, che si ritirarono al grosso della lor armata. A quella volta del pari trasse tutto il cesareo esercito, e poco si stette a vedere un altro spaventevole fatto d'armi. Molto fu poi disputato se a questo nuovo conflitto si venisse per accidente o pure per risoluta volontà del _maresciallo di Koningsegg_. Giudicarono alcuni che, per una scaramuccia insorta fra grosse partite, a poco a poco andasse crescendo l'impegno, tanto che in fine tutte le due armate entrarono in ballo. Pretesero altri che il Koningsegg, troppa fede prestando al principe di Virtemberg, asserente, come cosa certa, che la cavalleria gallo-sarda era passata oltre Po a cercar foraggi, determinasse di tentar la fortuna. Persona di credito mi assicurò, non altra intenzione avere avuto il generale cesareo, che di riconoscere il campo nemico; ma che, inoltratisi due o tre suoi reggimenti, vennero alle mani con un corpo di Franzesi: laonde la battaglia divenne a poco a poco universale. Usciti perciò dei loro trincieramenti i Franzesi in ordinanza di battaglia, nella mattina del dì 19 di settembre si azzuffarono i due possenti eserciti; e sulle prime due bei reggimenti di corazze cesaree, caduti in un'imboscata, rimasero quasi disfatti. Al primo avviso il re sardo, che si trovava di là dal Po, corse a rinforzar l'armata colla sua cavalleria, e sempre colla spada alla mano in compagnia dei due marescialli di Coigny e di Broglio, attese a dar gli ordini opportuni, trovandosi coraggiosamente in mezzo ai maggiori pericoli. Giocarono in questo conflitto terribilmente le artiglierie d'ambe le parti, facendo squarci grandi nelle schiere opposte; le sciabole e baionette non istettero punto in ozio; e però sanguinosa oltremodo riuscì la pugna. Parve che il principe _Luigi di Wirtemberg_ andasse cercando la morte: tanto arditamente si spinse egli addosso ai nemici; e infatti restò ucciso sul campo. Ora piegarono i Franzesi ed ora i Tedeschi; ma in fine, chiarito il Koningsegg che non si potea rompere l'oste contraria, prese il partito di far sonare a raccolta, e di ritirarsi colla migliore ordinanza che fu possibile. Si disse che i Franzesi l'inseguissero per un tratto di strada, ma non è certo. A quanto montasse la perdita dell'una e dell'altra parte, resta tuttavia da sapersi. Indubitata cosa è che vi perì gran gente con molti insigni uffiziali di prima riga e subalterni, e maggior fu la copia de' feriti, la quale ascese a migliaia. Si attribuirono i Gallo-Sardi la vittoria, e non senza ragione, perchè restarono padroni del campo, di quattro stendardi e di qualche pezzo di cannone e i Savoiardi riportarono in trionfo un paio di timballi. Ebbe l'avvertenza il maresciallo cesareo, nello stesso bollore del poco prospero conflitto, di spedir ordine perchè si formasse o si armasse gagliardamente il ponte di comunicazione col Mantovano sul Po, e fu ben servito. Nè si dee tacere che il _marchese di Maillebois_, durante la battaglia suddetta, con tre mila cavalli di là dal Po corse per sorprendere Borgoforte, ed impedire la comunicazione del ponte; ma non fu a tempo, anzi ben ricevuto, non pensò che a tornarsene indietro.

Venne nei seguenti giorni a notizia dei Franzesi altro non trovarsi nella Mirandola che lo scarso presidio di trecento Alemanni con poca artiglieria. Parve questo il tempo d'impadronirsene. Scelto per tale impresa il suddetto tenente generale _Maillebois_, uomo di grande ardire ed attività, comparve sotto quella piazza con sei mila combattenti, con otto grossi pezzi d'artiglieria cavati da Modena, e con altri cannoni; e senza riguardi e cerimonie alzò tosto una batteria sul cammino coperto. Essendo poi corsa voce che dieci mila Tedeschi venivano a fargli una visita, con tutti i suoi arnesi fu presto a ritirarsi. Ma, scopertasi falsa questa voce, egli, più che mai voglioso e isperanzito di quell'acquisto, tornò sotto alla piazza, e con tutto vigore rinovò le offese. Fatta la breccia, si preparava già a scendere nella fossa, quando venne a sapere che il Koningsegg segretamente avea fatto sfilare alquante migliaia de' suoi a quella volta, e formato un ponte sul Po a questo effetto; però da saggio comandante nel dì 12 di ottobre sloggiò, e tal fu la fretta, che lasciò indietro tutta l'artiglieria. Niun'altra considerabile impresa fu fatta nel resto dell'anno, se non che ostinatosi il conte di Koningsegg di stare colla sua gente in campagna tra il Po e l'Oglio, gran tormento diede all'oste gallo-sarda obbligata a gravi patimenti, alloggiando e dormendo i poveri soldati non più sulla terra, ma sui fanghi e nell'acqua. Non soffrì il re di Sardegna che più durasse tanto affanno delle milizie, e decampato che ebbe, le ridusse ai quartieri di verno, ma sì mal concie, che, entrata fra loro un'epidemia, nei seguenti mesi sbrigò dai guai del mondo una parte di essi, e non solo essi, ma chiunque dei medici, chirurghi e cappellani che assisterono ad essi: come pur troppo si provò nella città di Modena. La ritirata loro aprì il campo ai Cesarei per passar l'Oglio, ed impadronirsi di Bozzolo, Viadana, Casal Maggiore ed altri luoghi. E al principe di Sassonia _Hildburgausen_ riuscì con finti cannoni di legno di far paura al comandante di Sabbioneta, che non ebbe difficoltà di renderla a patti onorevoli. Con tali imprese terminò nell'anno presente la campagna in Lombardia.

Ci chiama ora un'altra memorabile scena, parimente spettante a quest'anno e all'Italia. Siccome accennammo, era già stata presa nel gabinetto di Spagna la risoluzion di valersi del tempo propizio in cui si trovavano impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, per la conquista dei regni di Napoli e Sicilia. Ognun vedea che le mire degli Spagnuoli con tanti legni in mare, con tanta cavalleria e fanteria già pervenuta in Toscana, e che andava ogni dì più crescendo, tendevano a passar colà. Maggiormente ancora se ne avvide il _conte don Giulio Visconti_, vicerè allora di Napoli, il quale bensì per tempo si accinse a far la possibile difesa, con fortificare spezialmente Gaeta e Capoa, e provvederle di gente e di tutto il bisognevole; ma, per trovarsi con forze troppo smilze a sì pericoloso cimento, con replicate lettere facea istanza di soccorsi alla corte di Vienna. Ne ricevè molte speranze; a riserva nondimeno di alquante reclute e di altre poche milizie che dal litorale austriaco e dalla Sicilia per mare andarono capitando colà, si sciolsero tutte in fumo le altre promesse. Il quartier generale dell'esercito spagnuolo, sotto la direzione del _conte di Montemar_, nel gennaio di quest'anno era in Siena. A quella volta si mosse da Parma anche il real _infante don Carlo_; ed essendo nel dì 5 di febbraio passato in vicinanza di Modena, salutato con salva reale dalla cittadella, arrivò poi nel dì 10 felicemente a Firenze. Portò egli seco gli arredi più preziosi dei palazzi Farnesi di Parma e Piacenza, ben prevedendo che gli si preparava un più magnifico alloggio in altre parti. Anche il _duca di Liria_, raccolte le truppe spagnuole ch'erano sparse negli Stati del duca di Modena, e abbandonata la Mirandola, andò ad unirsi all'esercito sul sanese. Da che sul fine di febbraio si fu messo alla testa di sì bella e poderosa armata esso reale infante, tutti si mossero alla volta di Roma, e nel dì 15 passarono sopra un preparato ponte il Tevere. Nello stesso tempo per mare capitò a Cività vecchia la numerosa flotta di Spagna, ed otto navi di essa, veleggiando oltre, nel dì 20 s'impossessarono delle isole di Procida ed Ischia. Furono sparsi per Napoli e pel regno manifesti che promettevano per parte dell'infante diminuzion di aggravii, e privilegii e perdono a chi in addietro avea tenuto il partito imperiale contro la corona di Spagna.