Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 33

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Varii dunque segreti maneggi si andarono facendo, e seguì un trattato fra la Francia e la Spagna, i cui articoli non si sono mai ben saputi; e un altro ne conchiuse il re di Sardegna col re Cristianissimo, anch'esso finora occulto. Il bello fu che la corte di Vienna placidamente intanto dormiva, nè s'immaginava che il religioso ed amico _cardinale di Fleury_, primo ministro di Francia, potesse trovare in suo cuore giusti motivi per rompere i legami della pace. S'ingrossavano non solamente al Reno, ma anche in Provenza e Delfinato le milizie franzesi: nulla importava; si credeano tutti movimenti da burla, per tenere unicamente in esercizio le truppe. Molto meno diffidava la corte cesarea del re di Sardegna, stante l'amichevol corrispondenza che passava fra loro, e l'avere anche poco fa esso re chiesta ed ottenuta dall'imperadore l'investitura dei suoi Stati in Italia. Vero è che si osservava il re sardo accrescere le sue truppe, e far altri preparamenti di guerra; ma tutto veniva supposto tendere alla difesa propria e dello Stato di Milano, caso mai che i Franzesi pensassero a qualche tentativo contro l'Italia. Tanto maggiormente si confermarono in questa credenza i ministri cesarei, perchè il re di Sardegna, trovandosi sprovveduto di grano per li presenti bisogni suoi e degli aspettati Franzesi, ne ottenne alquante migliaia di sacchi, e varii arnesi da guerra dal conte Daun governatore di Milano, persuaso che fosse in servigio dell'imperadore ciò che poco dopo venne a scoprirsi contra di lui. In questo letargo non era già il _conte generale Filippi_, ambasciatore dell'augusto monarca a Torino, che osservava i misteriosi movimenti de' ministri di Francia e Spagna in quella corte, e la vicinanza all'Italia delle truppe franzesi, e andava scrivendo a Vienna che questo temporale avea da scoppiare in danno dello Stato di Milano. Anche il _conte Orazio Guicciardi_, inviato cesareo in Genova, con lettere sopra lettere informava la sua corte del poderoso armamento che per mare e per terra faceva nello stesso tempo il re Cattolico, tenendo per fermo destinate quell'armi a' danni dell'Italia. Tali avvisi in Vienna passavano per ridicoli spauracchi di chi non sapea ben pesare le circostanze dei correnti affari. Restò in fine deluso anche il suddetto generale Filippi; perciocchè un dì ito a trovare il _marchese d'Ormea_, insigne ed accortissimo ministro del re di Sardegna, a nome della sua corte gli dimandò conto della lega fatta dal suo real sovrano coi _re di Francia_ e _di Spagna_, perchè di questa si aveano buoni avvisi in Vienna. Rispose il marchese, se avea difficoltà di mettere in carta sì fatta dimanda. No, rispose l'altro; e la scrisse. Sotto quelle parole aggiunse l'Ormea di proprio pugno: _Questa lega non è vera_; e si sottoscrisse. Interrogato da lì a qualche tempo come avesse osato di scrivere così, rispose: Perchè niuna lega avea contratto il suo re colla _Spagna_, e tale era la verità. Spedito a Vienna questo biglietto, maggiormente impressionò quei ministri, che nulla v'era da temere in Italia; e però nè quella corte nè il governator di Milano presero le precauzioni opportune.

Ora mentre se ne stavano i disattenti Tedeschi in così bella estasi, verso la metà di ottobre, ecco per cinque diversi cammini calare in Italia una forte armata di Franzesi sotto il comando del vecchio _maresciallo di Villars_. Poco si fermò questa in Torino ed altri luoghi del Piemonte, ed unita colle schiere del re di Sardegna, dichiarato generalissimo, a gran passi e a dirittura marciò verso lo Stato di Milano, dove entrò nel dì 26 del mese suddetto. Si credeva l'imperadore di aver un buon corpo di truppe in quel paese; i ruoli e le paghe ne facevano ampia fede, ma per disgrazia non corrispondevano i fatti. Al perchè sorpreso da questo inaspettato nembo il _conte Daun_ governatore di Milano, frettolosamente provvide di vettovaglia e di altre cose bisognevoli per una gagliarda difesa il castello di essa metropoli, ma con mancargli quello che più importava. Solamente poco più di mille e quattrocento armati vi furono introdotti: presidio quasi nè pur bastante a guernire in un giorno tutti i siti e le fortificazioni di quella vasta piazza. Dopo aver egli spedito ottocento fanti di rinforzo a Novara, immaginandosi che i nemici farebbono alto prima sotto quella città, si ritirò poscia a Mantova col suo meglio, ed appresso prese le poste per Vienna, non so se per discolpare sè stesso, ma certamente per rappresentare all'augusto padrone lo stato delle cose della Lombardia, stato troppo titubante per le forze tanto superiori dell'esercito gallo-sardo. Divisosi questo in più corpi, per far più imprese nello stesso tempo, nel dì 27 d'ottobre vide venirsi incontro le chiavi della città di Vigevano, e nel dì 31 Pavia aprì anche essa le porte ai Franzesi, con essersi prima ritirato lo smilzo presidio dei Tedeschi. Inviossi di poi il re di Sardegna col marchese d'Ormea e col corpo maggiore delle truppe collegate alla volta di Milano, i cui deputati, appena ebbe egli passato sopra un ponte il Ticino, comparvero a presentargli le chiavi, con pregare la maestà sua di confermare i lor privilegii, e di preservare gli abitanti da ogni violenza. Furono ricevuti con tutto amore, rimandati con sicurezze di buon trattamento. Nella notte del dì 3 di novembre precedente alla festa solenne di san Carlo, con quiete e buona disciplina entrarono i Gallo-Sardi in Milano, e giuntovi nella mattina seguente anche il generalissimo re di Sardegna _Carlo Emmanuele_, seco avendo tutta l'uffizialità ed altro grosso numero di truppe, fu accolto colle maggiori dimostrazioni di onore da quella nobiltà e popolo. Fermatosi alquanto nel palazzo ducale, passò dipoi alla metropolitana, dove fu cantato solenne _Te Deum_. Celebrossi la festa del santo colla medesima tranquillità che nei tempi di pace. Non tardò il re a far provare la sua beneficenza a que' cittadini, con levare in tutta o in parte la diaria, cioè il pagamento di tre mila lire di quella moneta per giorno, e una gabella sopra il sale. Deputato intanto all'assedio del castello di Milano il tenente generale di _Coigny_, diede tosto principio ad alzar terra, siccome all'incontro si dispose a far buona difesa il castellano, cioè il marchese maresciallo _Annibale Visconti_.

Nel mentre che varie brigate marciarono per bloccare Novara e Tortona, la città di Lodi, nel dì 7 di novembre, fu occupata dai Franzesi, e colà portossi anche il re colle forze maggiori dell'armata. Dopo aver gittato un ponte sull'Adda passò di là, e parte marciò di qua alla volta di Pizzighettone; nel qual giorno arrivò anche il _maresciallo di Villars_ con quindici altri mila combattenti e un grosso treno di artiglieria. Incredibili spese avea fatto in addietro l'imperadore _Carlo VI_ per formare di esso Pizzighettone una piazza fortissima, e davano ad intendere gl'ingegneri ch'essa era inespugnabile. Dalla parte di qua dell'Adda, cioè al mezzo giorno aveano piantato essi ingegneri un forte guernito di molte militari fortificazioni; ma senza ben avvertire che, preso questo, serviva esso mirabilmente per offendere la piazza posta nell'altra riva. Fu dunque risoluto dal Villars di fare il maggiore sforzo contra del medesimo forte, sotto cui in fatti nella notte nel dì 17 di novembre, venendo il dì 18, fu aperta la trincea, e lo stesso si fece nel medesimo tempo dall'altra parte sotto la piazza per tener divertiti gli assediati. In queste angustie e disavventure il principal pensiero dei comandanti cesarei era quello di provvedere e sostenere Mantova, come chiave dell'Italia. Salva questa, speravano alla primavera forze tali da reprimere il corso de' vittoriosi Gallo-Sardi. Però non sentirono ribrezzo alcuno a ritirar da Cremona il presidio, lasciandola esposta ai nemici, che poi se ne impadronirono nel dì 16 del mese suddetto. Solamente centocinquanta uomini restarono alla guardia del castello, senza obbligo al sicuro di difenderlo per lungo tempo, siccome avvenne. Con tal vigore proseguirono i Franzesi le offese contro il forte di qua dall'Adda, animati sempre dal re di Sardegna, il quale tre volte ogni dì visitava gli attacchi e le batterie, che, dopo aver essi a costo di molto sangue preso il cammin coperto, e formata la breccia, videro gli assediati nel dì 28 di novembre esporre bandiera bianca. Si stentò ad accordar le capitolazioni, e due volte fu spedito al _principe di Darmstat_ governatore di Mantova per questo; e perchè premeva forte agli Alemanni di salvare il presidio di Pizzighettone, giacchè, ostinandosi nella difesa, sarebbe rimasto prigioniere di guerra, consentirono alla resa non solamente del forte, ma anche della piazza, con aver ottenuto le più onorevoli condizioni per la truppa. Sicchè nel dì 8 di dicembre venne con gran facilità in poter de' Franzesi Pizzighettone, fortezza, che se fosse stata fornita di maggior nerbo di difensori, avrebbe potuto durar gran tempo contro gli sforzi nemici. Cento cannoni di bronzo si trovarono in quelle due fortezze. Attesero dipoi i Franzesi ad occupar i forti di Trezzo e Lecco, che non fecero difesa. La fece bensì il forte di Fuentes; ma non v'essendo più che sessanta soldati di guernigione, e giocando forte le artiglierie nemiche, furono anche essi costretti a rendersi prigionieri.

Sbrigati da quelle parti il re di Sardegna e il maresciallo di Villars, accudirono all'assedio del fortissimo castello di Milano. Alla metà di dicembre cento cannoni e quaranta mortari cominciarono un'infernale sinfonia, e senza risparmio di sangue si avanzarono le linee verso le mura. Maravigliosa fu la difesa che ne fece il _maresciallo Visconti_, considerata la picciolezza del presidio. Fu detto che quattordici mila cannonate e tre mila bombe s'impiegassero dai Franzesi in quella impresa, e che più di mille e secento de' lor soldati vi perissero, oltre ai feriti. Ma in fine convenne cedere, per motivo spezialmente di salvare ciò che restò illeso di quella guernigione; e nel dì 30 di dicembre vennero sottoscritte le capitolazioni, in vigor delle quali nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente con tutti gli onori della milizia gli Alemanni lasciarono libero quel castello agli assedianti, e se ne andarono a rinforzar Mantova. Convien confessarla; parve collegato il cielo coll'armi gallo-sarde, perchè da gran tempo non s'era provato un verno sì dolce ed asciutto: il che troppo favorevole riuscì alle imprese loro. Se altrimenti fosse succeduto, avrebbono i fanghi e le rotte strade probabilmente o troppo difficultato o forse anche sturbato affatto l'assedio di Pizzighettone e del castello di Milano. Ebbe anche a dire il Villars, che qualora avesse potuto indovinare una stagion sì piacevole, avrebbe cominciato le ostilità dall'assedio di Mantova. Non passò l'anno presente che anche il castello di Cremona venne all'ubbidienza de' collegati. Mentre questa danza si faceva in Lombardia, ecco discendere un altro temporale dalle parti di Spagna. Erasi collegato il re Cattolico Filippo V colla Francia, e le condizioni de' lor negoziati si raccolsero solamente dagli effetti che poi si videro. Potente flotta per mare avea preparato quel monarca, in cui s'imbarcò gran copia di reggimenti, e nel dì 30 di novembre avendo spiegate le vele, benchè patisse burrasca nel golfo di Lione, pure arrivò a quello della Spezia sul Genovesato, e quivi sbarcata la gente, s'inviò la maggior parte di essa alla volta della Toscana. Più di quattro mila cavalli, spediti per la Linguadoca, da Antibo furono trasportati anche essi per mare alla riviera di Levante dei Genovesi.

Scorgeva ognuno minacciato da questo turbine il regno di Napoli. Inviato il _duca di Castro Pignano_ con un corpo di truppe al forte dell'Aulla, presidiato dai Tedeschi, nella Lunigiana, per aprirsi la comunicazione fra la Toscana e il Parmigiano, se ne impadronì egli nel dì 24 di dicembre, con far prigionieri cento e trenta uomini di quel presidio. Vennero in questi giorni a visitare il real infante _don Carlo il maresciallo di Villars_, il _conte di Montemar_, capitan generale dell'armata spagnuola, e il _duca di Liria_, per concertare le imprese dell'anno seguente. Calarono anche in Lombardia alcuni reggimenti spagnuoli, che presero riposo sul Parmigiano. Fu in questi tempi che esso infante duca di Parma venne dichiarato generalissimo dell'armata spagnuola in Italia; e perciocchè egli era già pervenuto all'età di diciotto anni senza poter ottenere dalla corte di Vienna di essere dispensato dai tutori (questo fu ancora uno de' capi delle doglianze del re Cattolico), di sua autorità, e seguitando l'esempio di altri duchi di Parma suoi antecessori, dichiarò sè stesso maggiore, e prese il governo degli Stati, con ringraziare il gran duca di Toscana _Gian Gastone_, la _duchessa Darotea_ avola sua, della cura che come contutori aveano finora preso di lui. Nè in Italia solamente si provò il peso della guerra nel presente anno. Massa grande di combattenti avea fatto la Francia in Alsazia, e spedito colà per generale il _principe di Contì_. Verso la metà di settembre egli passò il Reno, e mise l'assedio al forte di Kehl, che sul fine di esso mese fu obbligato alla resa. Siccome a questi improvvisi assalti non era punto preparata la corte di Vienna, così la fortuna accompagnò dappertutto l'armi franzesi. Godeva intanto Roma una deliziosa pace; e il pontefice _Clemente XII_, che, al pari de' suoi antecessori, ambiva lasciar qualche insigne memoria di sè stesso nella mirabil città di Roma, prese in quest'anno la risoluzione grandiosa di fabbricar la facciata della basilica Lateranense. Però sul principio di dicembre con molta solennità fu posta la prima pietra de' fondamenti di sì magnifico edifizio. Trovossi sottoposta in quest'anno ad un lagrimevol accidente la città d'Ancona. Svegliatosi un tempestoso vento nella notte del lunedì 15 di settembre venendo il martedì, fece inorridir tutti quegli abitanti, che si figuravano tremuoto in terra e mare. Più legni, che erano in porto, si ruppero colla morte di molte persone; furono portate via le tegole delle case e i camini da fuoco, rovinate varie case, e conventi; sommamente restò danneggiata la gran fabbrica del nuovo lazzaretto, rovesciata dalla parte del molo, e nella campagna sradicati alberi, e portati via i fenili. Tutto era pianti ed urli allora in quella povera città, e scorse questo impetuoso turbine sino a Macerata e Loreto.

Anno di CRISTO MDCCXXXIV. Indiz. XII.

CLEMENTE XII papa 5. CARLO VI imperadore 24.

Fu quest'anno un di quelli che in grande abbondanza provvide le pubbliche gazzette e storie di novità e fatti strepitosi riguardanti massimamente l'Italia. Da me non ne aspetti il lettore che un compendioso racconto. Erano in armi contro dell'Augusto _Carlo VI_ Franzesi, Spagnuoli e il re di Sardegna. Fece la Spagna conoscere al mondo quanta fosse la sua potenza, da che la Francia le avea dato un re, e re che vegliava ai proprii interessi. Imperciocchè insigne fu l'armamento per mare, continui i trasporti di gente, di attrezzi militari e di danaro per terra e per mare, a fine d'imprendere la conquista dei regni di Napoli e di Sicilia. Maggiori si videro gli sforzi della Francia per continuare la guerra del Reno e in Lombardia: e il bello fu che non solamente nelle corti, ma anche nei pubblici manifesti, facea quel gabinetto rimbombar dappertutto la scrupolosa intenzione sua in questi sì gagliardi movimenti d'armi, che era non già (guardi Dio) di acquistare un palmo di terreno, ma bensì di farsi render ragione da Cesare, per aver egli spalleggiato l'_elettor di Sassonia_ al conseguimento della corona di Polonia e cooperato alla depressione del _re Stanislao_. Se mai per sorte con sì belle sparate si figurasse il gabinetto franzese di gittar polvere negli occhi agl'Inglesi ed Olandesi, affinchè non istendessero il braccio alla difesa dell'augusta casa di Austria, non erano sì poco accorte quelle potenze, che non sapessero il vero significato di sì magnifiche e disinteressate proteste. Pure non entrarono esse potenze in verun impegno per sostener Cesare contro tanti nemici, benchè pregate e sollecitate dalla corte di Vienna: ed unica cagione ne fu lo sdegno, non peranche cessato, per avere l'augusto monarca, dopo tanti benefizii a lui compartiti, voluto piantare in detrimento loro la compagnia d'Ostenda, tuttochè questa fosse poi abolita. Si avvide allora il buon imperadore quanto l'avessero in addietro tradito i suoi troppo ingordi consiglieri e ministri; e convenne a lui di far penitenza de' mali consigli altrui, con portar quasi solo tutto il peso di questa nuova guerra. Perchè, è ben vero che gli riuscì d'indurre i circoli dell'imperio a dichiarare la guerra; ma non è ignoto qual capitale si possa fare di que' soccorsi troppo stentati e non mai concordi. Oltre di che gli elettori di Baviera, Colonia e palatino non consentirono a tal dichiarazione, e se ne stettero neutrali; anzi il primo fece un considerabile armamento con voce di mirare alla propria difesa, ma armamento tale, che tenne sempre in diffidenza e suggezione la corte cesarea, e la obbligò a guardare con assai gente i suoi confini, perchè persuasa che il solo oro della Francia manteneva in piedi la armata bavarese, ascendente a venticinque e forse più mila persone. Ora in questo verno attese vigorosamente Cesare a batter la cassa per resistere ai suoi nemici non meno in Lombardia che al Reno, dove smisurate forze si andavano raunando da' Franzesi.

In questo mentre le due restanti piazze dello Stato di Milano, cioè Novara e Tortona, venivano o bloccate o bersagliate dall'armi dei collegati. Ma nel dì 9 di gennaio fu portata a Milano la nuova che Novara, comprendendo seco la fortezza d'Arona, avea capitolala la resa con andarsene liberi que' presidii alla volta di Mantova. Allora fu che si determinò di convertire in assedio il blocco di Tortona e del suo castello, che era in credito di fortezza capace di stancare un esercito. Nel dì 12 del suddetto gennaio al dispetto della fredda stagione fu aperta la trinciera sotto quella città, da cui essendosi nel dì 26 ritirato il governatore conte Palfi, lasciò campo ai Franzesi di impossessarsene nel dì 28. Non corrispose all'aspettazion della gente il presidio di quel castello, ancorchè fosse composto di due mila Alemanni; perciocchè appena cominciarono il terribile lor giuoco sessantadue pezzi di cannone e quattordici mortari da bombe, che quel comandante dimandò di capitolare, e ne uscì nel dì 9 di febbraio con tutti gli onori militari. Ad altro, siccome dissi, non pensavano in questi tempi gli uffiziali cesarei nel brutto frangente di sì impensata guerra, che di salvar la gente, per poter salvare Mantova. Tutto intanto andò lo Stato di Milano: dopo di che presero riposo le affaticate e molto sminuite truppe degli alleati. Arrivò il febbraio, e nè pure si era veduto calare in Italia corpo alcuno di Tedeschi; solamente s'intendeva che nel Tirolo, e a Trento e Roveredo, andava ogni dì crescendo il numero dei combattenti austriaci, e che per capitan generale della loro armata veniva il maresciallo _conte di Mercy_. Con sei mila persone arrivò finalmente questo generale sul fine di quel mese a Mantova per conoscere sul fatto lo stato delle cose, e poi se ne tornò a Roveredo per affrettare il passaggio dell'altre incamminate milizie. Ma con esso veterano e valoroso comandante parve, che si accompagnasse anche la mala fortuna, e seco passasse in Italia. Fu egli sorpreso da una grave flussione agli occhi, ed altri dissero da un colpo di apoplessia, per cui di tanto in tanto restava come cieco. Progettossi in Vienna di richiamarlo; ma perchè sempre se ne sperò miglioramento, continuò egli nel comando.

Trovandosi troppo vicino a questo incendio _Rinaldo d'Este_ duca di Modena, cominciò anch'egli a provarne le perniciose conseguenze. Sul principio dell'anno presente ecco stendersi le truppe spagnuole per li suoi Stati, e prendere quartiere nelle città di Carpi e Correggio, nelle terre di San Felice e Finale, e in altri luoghi. Perchè s'erano precedentemente ritirati dalla Mirandola gli Alemanni, esso duca di Modena avea tosto bensì guernita quella sua città col proprio presidio; ma non tardò il duca di _Liria_ generale spagnolo nel dì 15 di gennaio a comparire colà colle sue milizie, con chiedere di entrarvi; al che non fu fatta resistenza, giacchè promise di lasciar intatta la sovranità e il governo del duca di Modena, principe risoluto di mantenere la neutralità in mezzo a queste gare. Si andava intanto ogni dì più ingrossando sul Mantovano l'armata cesarea, talmente, che secondo le spampanate dei gazzettieri, si decantava ascendesse a sessanta e più mila persone, bella gente tutta e vogliosa di menar le mani. Per impedir loro l'inoltrarsi verso lo Stato di Milano, il generalissimo re di Sardegna _Carlo Emmanuele_ spedì il nerbo delle sue truppe a postarsi alle rive del fiume Oglio, e la maggior parte de' Franzesi venne a custodire le rive del Po nel Mantovano di qua, stendendosi da Guastalla fino a San Benedetto, a Revere, ed anche ad una parte del Ferrarese; all'incontro nelle rive di là del Po si fortificarono i Tedeschi a Governolo, Ostiglia, e nei restanti luoghi dell'Oglio. Si stettero guatando con occhio bieco per alquante settimane le due nemiche armate, studiando tutto il dì il generale conte di Mercy la maniera di passare il Po; e dopo molte finte gli venne fatto di passarlo, dove e quando men se l'aspettavano i Franzesi. Nella notte seguente al primo dì di maggio, seco menando barche sopra della carra, spinse egli sopra alcune d'esse il general di battaglia _conte di Ligneville_ Lorenese pel Po con una man d'armati alla riva opposta in faccia alla chiesa di San Giacomo, un miglio in circa distante da San Benedetto. Arrampicaronsi sugli argini quegli armati, e vi presero posto; nel qual mentre le sentinelle franzesi sparando sparsero l'avviso di questa sorpresa. Ma il Mercy, con incredibile diligenza fatto formare il ponte, non perdè tempo a spingere nuove truppe di qua, in maniera che quando sopraggiunsero le brigate franzesi, vedendo esse già passata tutta l'oste cesarea, ad altro non pensarono che a mettersi in salvo.