Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 32

Chapter 323,338 wordsPublic domain

Levò finalmente l'ancore quella poderosa flotta, comandata dal capitano generale _conte di Montemar_, e guidata da prosperi venti, improvvisamente nel dì 28 di giugno andò ad ammainar le vele davanti ad Orano nelle coste dell'Africa, piazza lontana cento cinquanta miglia da Algeri, trecento da Ceuta. Fin dall'anno 1509 dal celebre _cardinale Ximenes_ tolta fu essa ai Mori, e sottoposta da lì innanzi alla corona di Spagna, finchè nell'anno 1708, trovandosi involto in tante guerre il re Cattolico, dopo un assedio di sei mesi gli Algerini ne ritornarono padroni. Ora, sbarcali che furono felicemente gli Spagnuoli, nel dì 30, mentre attendevano ad alzare un fortino sulla marina, eccoti piombare addosso al loro campo più di venti mila Mori, Arabi e Turchi, ed attaccare una fiera zuffa. Si distinse allora il consueto valore delle milizie spagnuole; furono con molta strage rispinti quegli infedeli, e tagliata loro la comunicazione colla fortezza. Nel dì seguente, mentre in ordine di battaglia si mette in marcia l'esercito cristiano per disporre l'assedio di quella piazza, con ammirazion di ognuno la truovano abbandonata; nè essa sola, ma ancora il creduto inespugnabile castello di Santa Croce, con quattro altri forti all'intorno. Poco fu il bottino per li soldati, perchè il meglio di quegli abitanti avea fatto l'ale. In poter nondimeno dei cristiani vennero cento trentotto cannoni, ottantatrè dei quali erano di bronzo, oltre a molte munizioni da bocca e da guerra. Per questa gloriosa e felice impresa dell'armi spagnuole tanto in Roma che in altre parti d'Italia si fecero molte allegrezze e rendimenti di grazie a Dio. Ma che? non tardarono molto gli Algerini a tentare il riacquisto di quella piazza, e con grossissimo esercito vennero ad assediare nello stesso tempo Orano e il forte di Santa Croce. Governatore di Orano era stato lasciato il _marchese di Santa Croce Marzenado_, cavaliere di raro valore, maestro nell'arte della guerra, come anche apparisce dai suoi libri dati alla luce. Sostenne egli vigorosamente i posti contro gli sforzi de' nemici, e con suo grave pericolo e somma bravura dei suoi portò soccorso di viveri e di munizioni al forte suddetto, che si trovava in rischio di rendersi per la penuria. Ma continuando i Musulmani il lor giuoco, appena fu sbarcato nel dì 26 di novembre un riguardevole convoglio di venticinque navi da trasporto con buona scorta partito da Barcellona, che nel dì seguente il marchese con otto mila combattenti andò ad assalire i nemici, benchè forti di circa quaranta mila persone. Durò il sanguinoso combattimento per sei ore; resistenza straordinaria fecero i Barbari; ma in fine, cedendo alla bravura degli Spagnuoli, si diedero alla fuga, lasciando il campo e le artiglierie in man dei cristiani. Insigne e completa fu la vittoria, se non che restò funestata dalla morte del valoroso marchese di Santa Croce, compianta poscia da ognuno. Per quanto corse la voce, non si trovò il suo corpo, e un pezzo durò la speranza ch'ei fosse vivo e prigione; ma in fine certissima comparve la perdita di lui.

Questo fu l'unico avvenimento dell'anno presente che fece strepito in Italia. Poichè per conto di Roma, quivi si continuò a formare il processo del _cardinale Coscia_, ma con gran segreto, quando nei tempi addietro s'erano sparpagliati dappertutto i suoi reati. Temendo il Coscia, che passati i termini delle citazioni in contumacia si scaricasse sopra di lui il terribil decreto della perdita della porpora, giudicò meglio di tornarsene a Roma per far le sue difese: al qual fine si condusse da Napoli due avvocati, provveduti di ogni requisito per istare a fronte de' più forbiti Romani. Prese l'alloggio nel convento di Santa Prassede, e gli fu intimato sotto rigorose pene di non uscirne, se non per rispondere alle interrogazioni della congregazione, le quali durarono per tutto quest'anno senza mai devenire a decisione alcuna. Mancò nell'anno presente chi nella vigilia di San Pietro pagasse alla camera apostolica il censo per li ducati di Parma e Piacenza; perlochè il fiscale della santa Sede fece pubblica protesta in difesa de' diritti pontifizii. Avea il buon pontefice _Benedetto XIII_, siccome dicemmo, vietato il lotto di Genova, perchè sorgente d'infiniti disordini, coll'aver fino imposta la scomunica ai ricevitori e giocatori. Col gastigo pubblicamente dato a chi avea trasgredito il bando, niun più osava di gittare con tanta facilità e sciocchezza il suo danaro, e di esporsi anche al pericolo di pagar le pene. Non senza maraviglia delle persone si vide in questi tempi risorto in Roma esso lotto, e cassata la salutevole di lui costituzione; e tanto più se ne stupì la gente, perchè, tolta la scomunica contra chi giocasse al lotto di Roma, questa si lasciò sussistere contro chi dello Stato ecclesiastico giocasse fuori d'esso Stato al medesimo giuoco. Dovettero aver delle buone ragioni di far questa mutazione, benchè tanto pregiudiziale al pubblico. Di tal provento si sa che il pontefice si servì per far limosine e belle fabbriche in ornamento di Roma. Pubblicò egli in quest'anno una lodevol costituzione, che toglieva varii abusi del conclave, ne moderava le spese eccessive, e conteneva altri utili regolamenti. Dopo penosa malattia di molti giorni passò all'altra vita, nel dì 21 di maggio di questo anno, _Sebastiano_ (appellato da alcuni Alvise) _Mocenigo_ doge di Venezia, a cui, nel dì primo di giugno, fu sostituito in quella dignità _Carlo Ruzzini_, personaggio che nei magistrati e nelle molte ambascerie avea trattato in addietro i più importanti affari della repubblica.

Andarono intanto crescendo varii insulti del già re di Sardegna _Vittorio Amedeo_, che gli annunziavano imminente il fine de' suoi giorni. Mostrò questo principe qualche desiderio di vedere il re suo figlio, il quale non avea men premura pel medesimo oggetto. Ma nel tempo che si stava ponderando se questo abboccamento convenisse, giunse avviso essere il re _Vittorio_ peggiorato cotanto che già si trovava agli estremi. Per questo riflesso, e per altri motivi addotti dalla regina, che in tale stato il suo incontro, lungi dal produrre alcun buon effetto, avrebbe potuto affrettar la morte all'infermo padre, e nuocere anche alla sanità del figlio, di già alterata per così disgustose circostanze, altro non si fece. Il dì 31 di ottobre fu poi quello che sbrigò da questo mondo esso principe Vittorio Amedeo, pervenuto già all'età di sessantasei anni e mezzo; ed egli ne prese il congedo con sentimenti di vera pietà ed eroica costanza. Celebre sempre durerà nelle storie e nella memoria dei posteri il nome di questo insigne sovrano, per la somma acutezza e vivacità della mente, pel suo valore, fortezza e saggia condotta in mezzo alle turbolenze dell'Europa, e ai pericolosi impegni ai quali egli s'espose, per l'accrescimento di una corona, e di non pochi altri Stati alla sua real famiglia e per tante altre gloriose azioni, tali certo, che andò innanzi ai suoi più rinomati antecessori, ed incredibile fu la stima che di lui ebbero tutti i potentati di Europa. Nel fervore della sua gioventù l'incontinenza gli avea tolta la mano; ma da che si fuggì da lui chi l'avea fatto prevaricare, colla pubblica emendazione purgò gli scandali passati, e si vedea mischiato col popolo accostarsi alla sacra mensa. Non mancò mai di custodire la principesca gravità; e pure niun più di lui si dispensò dalle formalità, con aver egli saputo essere re e insieme popolare: tanta era la sua disinvoltura. Parvero, è vero, disastrosi gli ultimi periodi di suo vivere; ma egli se ne servì per meglio prepararsi a comparire davanti a Dio, e a saldare quaggiù i conti colla divina giustizia, con portar seco la contentezza di aver lasciato un figlio capace di ben regnare al pari di lui, un re pieno di moderazione, di saviezza, di coraggio, e di tante altre belle doti ornato, che il rendono amabile a tutti i sudditi suoi. Solenni esequie furono poi fatte al defunto principe, la cui moglie si ritirò in un convento di religiose a Carignano.

Poco felicemente passavano in questi tempi gli affari de' Genovesi per l'ostinata ribellione de' Corsi, nulla avendo finora giovato a mettere in dovere quella feroce gente le migliaia di Tedeschi sotto il comando del generale _Wachtendonck_. Per le morti e diserzioni si erano queste sminuite di molto; e però la repubblica, senza atterrirsi per le esorbitanti spese, nuove preghiere e nuovi tesori impiegò per ottenere dall'imperador _Carlo VI_ altre forze valevoli a finir quella pugna. Un altro dunque più poderoso corpo di truppe alemanne, alla cui testa era il _principe Luigi di Wirtemberg_, trasportato fu in Corsica, ma con ordini nondimeno segreti del saggio Augusto di vincere non già col ferro, ma bensì colla dolcezza e colla clemenza quella brava nazione, giacchè alla corte cesarea doveano sembrare degni di compassione e non affatto ingiusti i risentimenti e le querele che aveano poste le armi in mano ad essi popoli. Propose infatti quel principe un'amnistia e perdono generale ai Corsi, ed insieme un accomodamento, con impegnare per mallevadore garante della concordia lo stesso Cesare. Allora fu che i due principali capi dei ribelli, cioè Luigi Giafferi e Andrea Ciaccaldi, ed altri lor generali entrarono in negoziato col principe e coi ministri della repubblica, e conseguentemente restò conchiusa la pace, coll'avere i Corsi conseguito onorevoli condizioni e vantaggi. Se ne tornarono poscia a poco a poco in Lombardia l'armi cesaree, ed ognun contava per terminate quelle tragiche scene; quando iti i capi di essi Corsi per umiliarsi al governo di Genova, furono all'improvviso cacciati nelle carceri, per disegno formato in Genova (non già dai vecchi e saggi senatori) di dare in essi un esemplar castigo a terrore dei posteri. Per questa mancanza di fede non si può dire quanto restassero amareggiati i Corsi, e quante doglianze ne facesse in Genova e alla corte cesarea il principe di Wirtemberg. Vennero perciò pressanti ordini di sua maestà cesarea ai Genovesi di rimettere in libertà quegli uomini; e tuttochè i ministri della repubblica adducessero ragioni e pruove, che essi, per aver contravvenuto ai recenti patti, non meritavano la protezione di sua maestà cesarea, pure stette saldo l'imperadore in lor favore, di maniera che in fine, dopo molti mesi di prigionia, ricuperarono la libertà. Cagion fu questo inaspettato colpo che continuarono come prima, anzi più di prima, i Corsi a non si fidare dei Genovesi; e ben ebbe a pentirsene la repubblica, perchè vedremo risorgere la ribellione, che costò dipoi tanti altri tesori a quella ricca città, e fece spargere tanto sangue di nuovo ad ambe le parti. Erasi dilatata la pestilenza de' buoi nell'Alemagna e negli Svizzeri. Passò nell'anno precedente anche negli Stati della repubblica di Venezia, e si andava arrampicando eziandio nel Ferrarese e nella Romagna. La divina clemenza le tagliò il corso, e cessò sì deplorabil flagello. Fiera pensione è quella a cui si trova soggetto il delizioso regno di Napoli per cagione dei frequenti tremuoti. Anche nel dì 29 di novembre dell'anno presente, spaventoso fu quello che si provò nella stessa capitale, dove rimasero fracellate sotto le rovine delle case alcune centinaia di persone. Poche fabbriche si contarono che non ricevessero danno, e si fece questo ascendere a qualche milione di ducati. Peggio avvenne alle provincie di Terra di Lavoro, e dell'una e dell'altra Calabria. Ariano, Avellino, Apici, Mirabello e più di trenta villaggi furono per la maggior parte rovesciati a terra. Videsi una lunga lista di altri luoghi sommamente partecipi di sì grande sciagura, e de' periti in tale occasione. Da perniciosi raffreddori fu parimente infestata l'Italia, che portarono al sepolcro gran copia di persone, anche di alta sfera. Si stese questo malore contagioso per la Francia, Alemagna ed Inghilterra.

Anno di CRISTO MDCCXXXIII. Indiz. XI.

CLEMENTE XII papa 4. CARLO VI imperadore 23.

Trovossi nell'anno presente agitata da parecchi imbrogli la sacra corte di Roma. Parve più volte come ridotta a fine la concordia col re di Portogallo, ma saltavano sempre in campo nuove pretensioni di quel monarca; e trovandosi egli inflessibile ne' suoi voleri, bisognava continuar la battaglia, e il negoziato con lui e col re Cattolico mediatore. Nè pure fin qui s'era trovato ripiego alle dissensioni colla corte di Torino; e però sopra quelle pendenze si vide in questi tempi una guerra di scritture, prodotte dall'una parte e dall'altra. Ma ciò che più afflisse l'animo del pontefice _Clemente XII_ era la prepotenza de' Franzesi, i quali nell'anno addietro cominciarono, e continuarono anche per qualche mese del presente, a bloccare con molti corpi di milizie il contado d'Avignone: novità che cagionava grave penuria ed altri danni a quegli abitanti. Il pretesto o motivo di tal violenza era, perchè in quel contado si rifugiavano alcuni contrabbandieri, e vi si era vietata l'introduzione di non so quali manifatture franzesi, ed ivi si fabbricavano tele dipinte e drapperie vietate in Francia: il che non si volea sofferire; se con giustizia, altri lo deciderà. La forza e il bisogno indusse _monsignor Buondelmonti_ vicedelegato ad un aggiustamento; e perchè questo non fu approvato da Roma, continuarono le calamità in quelle contrade. Altro spinoso affare spuntò in questi tempi, cioè la pretensione dell'_infante don Carlo_ duca di Parma sopra il ducato di Castro e Ronciglione, tolti, siccome già vedemmo, da _papa Innocenzo X_ alla casa Farnese. Per avere esso infante fatto pubblicare non solo in Parma, ma anche in Castro un decreto che proibiva agli abitanti d'esso Castro e Ronciglione di riconoscere altro padrone che lui, non fu lieve l'agitazione della corte pontificia, siccome quella che non poteva ricorrere in questo bisogno alla Spagna e Francia troppo interessate in favor dell'infante. Duravano inoltre tuttavia in Parigi le novità fatte da quegli avvocati e dal parlamento in pregiudizio dell'autorità del romano pontefice. Finalmente dopo tanti dibattimenti si venne in quest'anno, a dì 9 di maggio, alla decision della causa del _cardinale Niccolò Coscia_. A cagion delle sue ruberie, frodi, estorsioni, falsità di rescritti ed altri abusi del suo ministero, e della fiducia in lui posta dall'ottimo papa _Benedetto XIII_, restò egli condannato nella relegazione pel corso di dieci anni in castello Sant'Angelo, privato di tutti i benefizii e pensioni; incorso nella scomunica maggiore, da cui non potesse essere assoluto se non dal papa, eccetto che _in articulo mortis_. Fu obbligato in oltre al pagamento di cento mila ducati di regno, e alla restituzione di altre somme da lui indebitamente percette, e tolta al medesimo la voce attiva e passiva nell'elezione d'un nuovo pontefice. Si vide egli dunque rinchiuso nel suddetto castello; e, dopo aver promesso di pagare in certo tempo trenta mila scudi, fece venir lettere di suo fratello, al quale egli avea acquistato varie terre, e il titolo di duca in regno di Napoli, asserenti la gran povertà ed impotenza della sua casa a pagare un soldo. Altro che questo non ci volea per dar meglio a conoscere che eccellenti personaggi fossero i fratelli Coscia, ai quali nondimeno la corte cesarea giunse ad accordar la sua protezione con gravi doglianze della pontificia. Trattossi in Roma nell'anno presente degli omicidi volontarii, se in avvenire avessero a godere l'asilo nelle chiese.

Stava pure a cuore all'imperadore _Carlo VI_, sì per l'onore de' suoi ministri, che per la quiete d'Italia, che la pace data dal principe _Luigi di Wirtemberg_ alla Corsica prendesse buone radici; e perciò nel dì 16 di marzo con solenne decreto confermò la capitolazione accordata a que' popoli dalla repubblica di Genova. Ma non passò il settembre che si trovarono in quell'isola non pochi disapprovatori delle condizioni della concordia; e sparsesi voce da altri che non era mai da fidarsi de' Genovesi, da che dopo l'amnistia e i giuramenti aveano messo in carcere i lor capi, a rimettere i quali in libertà non v'era voluto meno dell'onnipotenza e costanza dello imperadore; oltre all'aver dovuto altri de' principali uscir dell'isola, come esiliati dalla lor patria. Perciò in alcune parti della Corsica, dove più che in altre durava questo cattivo fermento, risorsero nuovi malcontenti, e si diede all'armi, con crescere di poi maggiormente la sollevazione, siccome andremo vedendo. E tanto più si animò quella gente a tumultuare, senza rispettare l'interposta autorità di Cesare per lo recente aggiustamento, perchè improvvisamente si trovò involto nell'anno presente lo stesso augusto monarca in una deplorabil guerra, che niuno si aspettava in mezzo alla pace poco fa stabilita. Misera è ben la condizion de' mortali, sottoposta all'ambizione, ai capricci, e a tante altre passioni dei regnanti, i quali niun ribrezzo pruovano a rendere infelici i proprii ed altrui paesi, col muovere sì facilmente guerra, cioè un flagello, di cui chi per sua disavventura è partecipe, sa quanto ne sia enorme il peso, quanto lagrimevoli gli effetti. Mancò di vita nel primo dì di febbraio di questo anno _Federigo Augusto_ re di Polonia ed elettor di Sassonia, con lasciare fra le altre sue gloriose azioni spezialmente memorabile il suo nome per aver abbracciata la religione cattolica, e trasmessala nel suo generoso figlio _Federigo Augusto_ che succedette a lui nell'elettorato. Essendosi trattato dell'elezione di un nuovo re di Polonia, al Cristianissimo _Luigi XV_ parve questo tempo propizio per rimettere su quel trono il suocero suo, cioè il principe _Stanislao Leszczinskci_, negli anni addietro di fatti, ed ora di solo nome re di Polonia. Passò incognito con una squadra di legni franzesi esso principe in quelle contrade, e la sua presenza assaissimo giovò per disporre que' magnati all'elezione di lui. Fu dunque di nuovo, nel dì 12 di settembre, proclamato re col voto concorde di quasi tutti quei palatini, restando nulladimeno in piedi una fazione contraria, che altri disegni covava in petto.

All'Augusto _Carlo VI_ non potea piacere che la corona di quel regno passasse in capo ad un principe attaccato per tanti legami alla Francia. Altre mire avea parimente Anna imperatrice della Gran Russia; e però si accordarono di promuovere a quel regno il giovine _Federigo Augusto_ elettore di Sassonia, figlio del re defunto. Altro non fece l'imperador de' Romani, che d'inviare ai confini della Polonia, senza nondimeno entrarvi, nè commettere violenza alcuna, un'armata sotto colore di proteggere la libertà de' Polacchi nell'elezione del loro capo. S'era ciò praticato altre volte in simile congiuntura. Ma i Russiani di fatto con forze gagliarde s'introdussero in quel regno: il che animò spezialmente i palatini di Lituania a dichiarare re di Polonia nel dì 5 di ottobre il suddetto elettor di Sassonia, le cui armi da lì a non molto accorsero anch'esse per sostener quello scettro in mano del loro sovrano. Ed ecco darsi principio in quei vasti paesi ad una terribil guerra civile, che si tirò dietro nell'anno seguente il memorabile assedio di Danzica, dove si era rifugiato il re _Stanislao_, con essersi egli in fine sottratto felicemente dalle mani de' suoi avversarii, e con aver lasciato libero il campo e il trono all'emulo suo, appellato da lì innanzi _Augusto III_ re di Polonia, anche oggidì gloriosamente regnante. A me non occorre di dire di più intorno a quelle strepitose scene, perchè a sè mi chiama l'Italia. Non si sarebbono mai figurato gl'Italiani che del sì lontano fuoco della Polonia avessero anch'essi a divenir partecipi; e pure non fu così. Appena vide la corte di Francia contrariati i disegni suoi in favore del re Stanislao dalle potenze cesarea e russiana, che ne meditò risentimenti e vendette. Troppo lontana dai tiri dei suoi cannoni si trovava la Russia; più vicini e confinanti erano gli Stati dell'Augusto _Carlo VI_, e però fu presa la risoluzione di muover guerra a lui, tutto che giusto non sembrasse a molti saggi il titolo di questa rottura, perchè niun atto di violenza aveano esercitato l'armi di Cesare nelle dissensioni de' Polacchi. A maggiormente incoraggire i Franzesi, per muover guerra nella congiuntura presente, servì non poco il sapere che troppo difficilmente sarebbono entrati in ballo gl'Inglesi ed Olandesi a favore dell'imperadore, siccome popoli tuttavia segretamente irritati pel tentativo fatto dalla corte di Vienna negli anni addietro di formare e fomentare la compagnia di Ostenda in grave lor pregiudizio. Ora, non sì tosto fu subodorato lo sdegno dalla Francia contro della maestà cesarea che corsero a soffiar nell'incendio, o pure furono chiamati ad accrescerlo, il re Cattolico _Filippo V_ e il re di Sardegna _Carlo Emmanuele_. Per quante rinunzie avesse fatto il primo in favore dell'augusta casa d'Austria dei regni e Stati di Italia, non si dovea quella corte credere obbligata a mantenerle. Saltarono anche fuori titoli e pretesti di disgusto contra Cesare per certe soddisfazioni negate all'_infante don Carlo_ duca di Parma. Quanto poscia al re di Sardegna, chiamavasi egli indebitamente gravato dalla corte cesarea, per non aver mai potuto ottenere Vigevano, città che pure, secondo i patti, gli dovea esser ceduta.