Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 30

Chapter 303,681 wordsPublic domain

Non poterono nè pure in quest'anno i cardinali ritenere il sommo pontefice _Benedetto XIII_ ch'egli nella primavera non ritornasse a Benevento, per far ivi le funzioni della settimana santa e di Pasqua. L'amore d'esso santo padre verso quella città, anzi verso tutti i Beneventani, passava all'esorbitanza; e tanta copia di quella gente s'era introdotta in Roma, sempre intenta alla caccia di posti, di grazie e di benefizii, che lieve non era la mormorazione per questo. Restituissi dipoi nel dì 10 di giugno la santità sua a Roma ed attese per tutto il resto dell'anno alle solite funzioni ecclesiastiche e alle consuete opere di pietà, e a canonizzar santi. Da Bologna parimente ritornarono a Roma i cattolici re e regina d'Inghilterra in buon accordo, ed ivi fissarono di nuovo il loro soggiorno. In essa Roma, in Genova ed altre città, dove si trovavano ministri pubblici della corte di Francia, suntuose feste si videro solennizzate per la tanto desiderata e già compiuta nascita di un Delfino, accaduta nel dì 4 di settembre dell'anno presente: principe che oggidì fiorisce, e grande espettazione dà ai suoi popoli per la felicità del suo talento. Si fecero in tal congiuntura quasi dissi pazzie di tripudii ed allegrezze per tutto quel regno, e fino i più poveri paesi sfoggiarono in dimostrazioni di giubilo: tanto è l'amore inveterato di que' popoli verso i loro monarchi. Soprattutto in Roma il _cardinale di Polignac_ si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno per la magnificenza delle feste e delle invenzioni, colle quali celebrò la nascita di questo principino. Troppo era portato alla beneficenza e alle grazie il generoso e disinteressato animo del pontefice _Benedetto XIII_. Di questa sua nobile, ma talvolta non assai regolata inclinazione sapeva anche profittare qualche suo ministro, non senza lamenti degli zelanti che miravano esausto l'erario pontifizio, e accresciuti gli aggravii alla camera apostolica, in guisa tale che si rendevano oramai superiori le spese alle rendite annue della medesima. Non era questo un insolito malore. Anche sotto altri precedenti papi, o per necessità occorrenti, o per capricci e fabbriche dei regnanti, o per l'avidità dei non mai contenti nipoti, sovente sbilanciavano i conti in pregiudizio della medesima camera. Al disordine dei debiti fatti si rimediava col facile ripiego di crear nuovi luoghi di monti e vacabili: con che vennero crescendo i tanti milioni di debiti, dei quali anche oggidì si trova essa camera gravata. Ne' tempi del nepotismo niuno ardiva di aprir bocca; ma sotto sì umile pontefice animosamente i ministri camerali vollero nel mese di aprile rappresentar lo stato delle cose, affinchè dal di lui buon cuore non si aggiugnessero nuove piaghe alle precedenti. Gli fecero dunque conoscere che prima del suo pontificato l'entrata annua della camera, per appalti, dogane, dateria, cancelleria, brevi, spogli ed altre rendite, ascendeva a due milioni settecento sedici mila e secento cinquanta scudi, dico scudi 2.716,650. Le spese annue, computando i frutti de' monti, vacabili, presidii, galere, guardie, mantenimento del sacro palazzo, de' nunzii, provisionati, ec., solevano ascendere a due milioni, quattrocento trentanove mila e trecentotto scudi, dico scudi 2.439,308, laonde la camera restava annualmente in avanzo di scudi 277,342. Ma avendo esso pontefice abolito un aggravio sulla carne e il lotto di Genova, creati due mila luoghi di monti, accordate non poche esenzioni e diminuzioni negli appalti (fatti senza le solite solennità), assegnati o accresciuti salarii ai prefetti delle congregazioni, legati, tribunali, prelati, ed altre persone, con altre spese che io tralascio, veniva la camera a spendere più de' tempi addietro scudi trecento ottantatrè mila e secento ottantasei, dico scudi 383,686; e però restava in uno sbilancio di circa scudi centoventi mila per anno. Però si scorgeva la necessità di moderar le spese, e di ordinare un più fedele maneggio degli effetti camerali, tacitamente insinuando le trufferie di chi si abusava della facilità del papa; poichè, altrimenti facendo, conveniva imporre nuove gabelle; dal che era sì alieno il pietoso cuore del pontefice; o pur si vedrebbe incagliato il pagamento de' frutti dei monti: il che sarebbe una sorgente d'innumerabili lamenti e mormorazioni, screditerebbe di troppo la camera, e sommamente intorbiderebbe il politico commercio. Qual buon effetto producesse questa rimostranza, converrà chiederlo agl'intendenti romani: io non ne so dire di più.

Occorse in quest'anno, nel dì 12 di agosto, un terribil fenomeno nel Ferrarese di là da Po. Dopo le venti ore cominciò ad apparire sopra la terra di Trecenta ed altre ville contigue il cielo tutto ricoperto di folte nubi nere e verdi, con alquante striscie come di fuoco in mezzo ad esse. Dopo la caduta di una gragnuola, due contrarii venti impetuosissimi si levarono, che spinsero le nuvole a terra, e fecero come notte, uscendone fuoco che si attaccò a qualche casa e fenile, e cagionando un fumo denso e rossigno che riempiè di tenebre e di orrore tutto quel tratto di paese per dodici miglia sino a Castel Guglielmo. Il principal danno provenne dalla furia impetuosa del vento, che atterrò in Trecenta circa cento ventotto case colla morte di molte persone; portò via il tetto e le finestre della parrocchiale; troncò il campanile di un oratorio, e fece altri lagrimevoli danni. Per la campagna si videro portati via per aria i tetti di molti fenili, e fino uomini, carra e buoi, trovati per istrada o al pascolo, alzati da terra, e furiosamente trasportati ben lungi. Immensa fu la quantità degli alberi di ogni sorta che rimasero svelti dalle radici, o troncati all'altezza di un uomo, e spinti fuora del loro sito. Di questa funestissima e non mai più provata sciagura parteciparono le ville di Ceneselli, di Massa di sopra e di altri luoghi di que' contorni, i cui miseri abitanti si crederono giunti alla fine del mondo. Trovossi in questi tempi il gran duca di Toscana in gravi imbrogli a cagion del trattato di Siviglia; perchè pulsato dall'una parte dalla Spagna e dagli alleati di Hannover per ammettere le guarnigioni di don Carlo nelle sue piazze, e dall'altra battuto da contrarie massime e pretensioni della corte imperiale. Nel dì 19 di aprile dell'anno presente per impensato accidente mancò di vita _Antonio Ferdinando Gonzaga_, duca di Guastalla e principe di Bozzolo, senza prole, e a lui succedette _Giuseppe Maria_ suo fratello, benchè poco atto al governo.

Anno di CRISTO MDCCXXX. Indiz. VIII.

CLEMENTE XII papa 1. CARLO VI imperadore 20.

Per tutto quest'anno stette l'Italia in un molesto combattimento fra timori di guerra e speranze di pace. Non sapea digerire l'Augusto _Carlo VI_ che, dopo avere la Spagna e tutti gli altri alleati di Hannover nei solenni precedenti trattati riconosciuto per feudi imperiali la Toscana, Parma e Piacenza, e stabilita la qualità dei presidii, avessero poi nel trattato di Siviglia disposto altrimenti di quegli Stati senza il consenso della cesarea maestà sua. Non già che gli negasse o intendesse impedire la successione dello _infante don Carlo_ in quei ducati, ma perchè pretendeva di ammettervelo nella maniera prescritta concordemente dalla quadruplice alleanza. E perciocchè crescevano le disposizioni del re Cattolico _Filippo V_ e delle potenze marittime, per introdurre esso infante in Toscana, si cominciò a vedere un contrario apparato dalla parte dell'imperadore, per opporsi a tal disegno. In fatti ecco a poco a poco calare in Italia circa trenta mila Alemanni, che si stesero per tutto lo Stato di Milano e di Mantova con aggravio considerabile di que' paesi. Ne fu destinato generale il _conte di Mercy_. Alcune migliaia d'essi passarono ad accamparsi nel ducato di Massa e nella Lunigiana, per essere alla portata di saltare in Toscana, qualora si tentasse lo sbarco delle truppe spagnuole. Non lasciò indietro diligenza alcuna il gran duca _Gian Gastone_ per esimere i suoi Stati dall'ingresso dell'armi straniere; e perchè lo imperadore, con pretendere di non essere più tenuto ad osservare gl'infranti primieri trattati, fece vigorose istanze, affinchè esso gran duca prendesse da lui la investitura di Siena, bisognò accomodarsi, benchè con ripugnanza, a tal pretensione. A sommossa eziandio della corte di Vienna esso gran duca dichiarò al ministro di Spagna di non poter acconsentire all'ingresso delle truppe spagnuole ne' suoi Stati. Non sapevano intendere i politici come il solo imperadore prendesse a far fronte a tante corone collegale, massimamente trovandosi egli senza flotte per sostener Napoli e Sicilia. Ma ossia che la corte di Vienna si facesse forte sul genio del _cardinale di Fleury_, primo ministro di Francia, inclinato non poco alla pace; o pure che sperasse col maneggio dei ministri nelle corti, e colla forza dei suoi guerrieri apparati, di ridurre gli alleati a condizioni più convenevoli all'imperial sua dignità: certo è ch'esso Augusto animosamente procedè nel suo impegno; spinse non poche truppe nei regni ancora di Napoli e Sicilia; e fece quivi e nello Stato di Milano ogni possibil preparamento di fortificazioni e munizioni per difesa ed offesa, come se fosse la vigilia di una indispensabil guerra. Passò nondimeno tutto il presente anno senza che si sguainassero le spade, ma con batticuore d'ognuno per questa fluttuazione di cose.

Giunse intanto alla meta de' suoi giorni il buon pontefice _Benedetto XIII_. Il dì 21 di febbraio quello fu che il fece passare ad una vita migliore nell'anno ottantuno di sua età, dopo un pontificato di cinque anni, otto mesi e ventitrè giorni. Tali virtù erano concorse nella persona di questo capo visibile della Chiesa di Dio, che era riguardato qual santo, e tale si può piamente credere che egli comparisse agli occhi di Dio. Pari non ebbe la somma sua umiltà, più stimando egli di esser povero religioso, che tutta la gloria e maestà del romano pontificato. Nulla cercò egli per li suoi parenti, staccatissimo troppo dalla carne e dal sangue. Insieme col mirabil disinteresse suo accoppiava egli non lieve gradimento di donativi, ma unicamente per esercitare l'ineffabil sua carità verso de' poverelli. Per questi aveva una singolar tenerezza, e fu veduto anche abbracciarli considerando in essi quel Dio, di cui egli serbava in terra le veci. Le sue penitenze, i suoi digiuni, la sua anche eccessiva applicazione alle funzioni ecclesiastiche, il suo zelo per la religione, e tant'altre belle doti e virtù, gli fabbricarono una corona che non verrà mai meno. E perciocchè singolare fu sempre la sua pietà, la sua probità, la sua rettitudine, si videro anche relazioni di grazie concedute da Dio per intercession di questo santo pontefice tanto in vita che dopo la sua morte. Solamente in lui si desiderò quell'accortezza, che è necessaria al buon governo politico ed economico degli Stati, sì per sapere scegliere saggi ed incorrotti ministri, e sì per guardarsi dalle frodi ed insidie de' cattivi. Questo solo mancò alla compiuta gloria del suo pontificato, essendosi trovati i ministri della sua maggior confidenza che stranamente si abusarono dell'autorità loro compartita, e con ingannevoli insinuazioni corruppero non di rado le sante intenzioni di lui, attendendo non già all'onore dell'innocente santo padre, ma solamente alla propria utilità, e per vie anche sordidissime. Nè già è credibile che i buoni disapprovassero la beneficenza di questo pontefice verso le chiese del regno di Napoli, ch'egli, a norma del santo pontefice Innocenzo XII, esentò dagli spogli; e molto meno l'aver egli proibito il lotto di Genova, cioè una gran propina della borsa pontificia; nè l'aver vietato l'imporre pensioni alle chiese aventi cure d'anime, tuttochè poi cessassero con lui così lodevoli costituzioni; e nè pure altre simili sue beneficenze. Quello che non si potè sofferire, fu l'avere gli avvoltoi beneventani intaccata in varie biasimevoli maniere la camera apostolica, vendute le grazie e favori, contro il chiaro divieto delle sacre ordinanze, e defraudata in troppe occasioni la retta mente del buon pontefice; il quale, benchè talvolta avvertito dei loro eccessi, tentò bene di provvedervi, ma indarno, non essendo mancati mai artifizii a que' cattivi strumenti per far comparire calunnie le vere accuse.

Ora appena si seppe avere il buon pontefice spirata l'anima, che si sollevò poca plebe contra degli odiati Beneventani, incitata, come fu creduto, da mano più alta, allorchè vide due familiari del _cardinal Coscia_ condotti alle pubbliche carceri. Saputosi che lo stesso porporato, cioè chi maggiormente avea fatta vendemmia sotto il passato governo con assassinio della giustizia e delle leggi più sacrosante, s'era ritirato in un palagio, corse colà, e minacciollo d'incendio. Ebbe maniera il Coscia di salvarsi, e andò a ritirarsi in Caserta presso di quel principe. Furono trasportate in castello Sant'Angelo le di lui argenterie, suppellettili e scritture. Accordatogli poscia un salvocondotto, tornò egli a Roma; e, per timore del popolo, nascosamente entrò in conclave, dove non gli mancarono attestati dello sprezzo universale di lui. Non pochi furono i Beneventani che colla fuga si sottrassero all'ira del popolo e alle ricerche della giustizia. Si accinse dipoi il sacro collegio a provveder la Chiesa di Dio di un nuovo pastore. Per più di quattro mesi durò la dissensione e il combattimento fra que' porporati, e videsi con ammirazione di tutti che, oltre alla fazione imperiale e a quella dei Franzesi e Spagnuoli, saltò su ancora la non mai più intesa fazione de' Savoiardi, capo di cui era il _cardinale Alessandro Albani_. Sarebbe da desiderare che quivi non altro tenessero davanti agli occhi i sacri elettori, se non il maggior servigio di Dio e della Chiesa, e che restasse bandito dal conclave ogni riguardo od interesse particolare. Per cagion di questo nel maggior auge abbattuti si trovarono i cardinali _Imperiale, Ruffo, Corradini_ e _Davia_, che pur erano dignissimi del triregno. Si trovò sulle prime scavalcato per l'opposizione dei cesarei anche il _cardinale Lorenzo Corsini_, di ricca e riguardevol casa fiorentina; ma raggruppatosi in fine il negoziato per lui, fu nel dì 12 di luglio concordemente promosso al sommo pontificato. Pervenuto all'età di settantanove anni, non lasciava egli di esser robusto di mente e di corpo; porporato veterano nei pubblici affari, di vita esemplare, e ben fornito di massime principesche. Prese egli il nome di _Clemente XII_, in venerazion del gran _Clemente XI_ suo promotore. Nè tardò egli a far conoscere l'indignazione sua contra del _cardinale Coscia_, privandolo di voce attiva e passiva, e vietandogli l'intervenire alle congregazioni. Altri prelati e ministri del precedente pontificato furono o carcerati o chiamati ai conti, come prevaricatori e rei di avere tradito un pontefice di tanta integrità, e recato non lieve danno alla camera apostolica. Deputò egli per questo una congregazione dei più saggi e zelanti cardinali, con ampia autorità di procedere contra di sì fatti trasgressori, ad esempio ancora dei posteri. Vietò al suddetto cardinale di uscire dello Stato ecclesiastico, e gl'interdisse l'esercizio di tutte le funzioni arcivescovili in Benevento, con insinuargli eziandio di rinunziar quell'insigne mitra, di cui s'era egli mostrato sì poco degno. Per questa severità, e per tanto amore alla giustizia, gran credito sulle prime si acquistò il novello pontefice, se non che ebbe maniera il Coscia di ottenere la protezion della corte di Vienna, che col tempo impedì che egli non fosse punito a misura dei suoi demeriti.

Fra i più illustri principi che si abbia mai avuto la real casa di Savoia, veniva in questi tempi conceduto il primo luogo a Vittorio Amedeo re di Sardegna, siccome quegli che, portando unita insieme una mente maravigliosa con un raro valore e una corrispondente fortuna, avea cotanto dilatati i confini de' suoi Stati, e portata una corona e un regno nella sua nobilissima famiglia. S'era questo generoso principe, pieno sempre di grandi idee, ma regolate da una singolar prudenza, tutto dato alla pace, a far fiorire il commercio ed ogni arte nel suo dominio, a fortificar le sue piazze, ad accrescere le forze militari e gl'ingegneri, e massimamente a fabbricare con grandi spese la quasi inespugnabil fortezza della Brunetta, e ad abbellire ed accrescere di abitazioni Torino. Con un corpo di leggi avea prescritto un saggio regolamento alla buona amministrazione della giustizia ne' suoi tribunali e a molti punti riguardanti il bene de' sudditi suoi. Aveva anche ultimamente atteso a far fiorire le lettere col fondare una insigne università, a cui chiamò de' rinomati professori di tutte le scienze: nella qual congiuntura con istupore d'ognuno levò le scuole ai padri della compagnia di Gesù, e agli altri regolari ancora in tutti i suoi Stati di qua dal mare, per istabilire una connessione e corrispondenza di studii fra l'università di Torino e le scuole inferiori con un migliore insegnamento per tutti i suoi Stati d'Italia. Mentre egli era intento ad altre gloriose azioni, eccolo nel presente anno determinarne una che ben può dirsi la più eroica e mirabile che possa fare un regnante. Era questo sempre memorabil sovrano giunto all'età di sessantaquattro anni, e provava già più d'un incomodo alla sua sanità per le tante passate applicazioni della mente. Sul principio di settembre fatto chiamare _Carlo Emmanuele_ principe di Piemonte, unico suo figlio, a lui spiegò la risoluzione di rinunziargli la corona e il supremo governo de' suoi Stati; perchè intenzion sua era di riposare oramai, e di liberarsi da tutti gl'imbarazzi, per prepararsi posatamente alla grande opera dell'eternità. Restò sorpreso il giovane figlio a questa proposizione; e per quanto seppe, con gittarsi anche in ginocchioni, il pregò, quando pure volesse sgravarsi d'un peso, di cui era più la maestà sua che esso figlio capace, di dichiararlo solamente luogotenente generale, con ritenere la sovranità e il diritto di ripigliar le redini, quando trovasse ciò più utile al bisogno de' sudditi: _No_ (replicò il re), _verisimilmente io potrei talvolta disapprovare quel che faceste: però o tutto, o nulla. Io non vo' pensarvi in avvenire_.

Convenne cedere alla paterna determinazione e volontà. E però nel dì 3 del suddetto mese, convocati al palazzo di Rivoli i ministri e molta nobiltà, dopo aver detto ch'egli si sentiva indebolito dall'età e dalle cure difficili di tanti anni del suo governo, rinunziava il trono al principe suo figlio amantissimo, colla soddisfazione di rimettere la sua autorità in mano di chi era egualmente degno di essa, che atto ad esercitarla. Aver egli scelto Sciambery per luogo del suo riposo; e perciò ordinare a tutti, che da lì innanzi ubbidissero al figlio, come a lor legittimo sovrano. Di questa rinunzia seguirono gli atti autentici, e nel giorno appresso Vittorio Amedeo non più re, benchè ognuno continuasse anche da lì innanzi a dargli il titolo di re, andò a fissare il suo soggiorno nel castello di Sciambery, con quella stessa ilarità di animo con cui altri saliscono sul trono. Un gran dire fu per questa novità. Chi immaginò presa tal risoluzione da lui perchè avesse dianzi contratto degl'impegni con gli alleati di Hannover, e che, vedendo cresciute cotanto con pericolo suo l'armi di Cesare nello Stato di Milano, trovasse questa maniera di disimpegnar la sua fede. Sognarono altri ciò proceduto dall'aver egli sposata nel dì 12 del precedente agosto la vedova contessa di San Sebastiano della nobil casa di Cumiana, dama di cinquant'anni, per avere chi affettuosamente assistesse al governo della sua sanità, e non per altro motivo; ed affinchè un tal matrimonio non potesse per le precedenze alterar la buona armonia colla real principessa sua nuora, aver egli deposta la corona. Tutte immaginazioni arbitrarie ed insussistenti di gente sfaccendata: quasichè alle supposte difficoltà non avesse saputo un sovrano di tanta comprensione facilmente trovare ripiego, e ritenere tuttavia lo scettro in mano. La verità fu, che motivi più alti mossero quel magnanimo principe a spogliarsi della temporale caduca corona, per attendere con più agio all'acquisto di un'eterna, e tanto più perchè certi interni sintomi già facevano apprendere non molto lungo il resto del suo vivere. Passò dipoi a Torino colla corte il nuovo re _Carlo Emmanuele_, e ricevette il giuramento di fedeltà da chi dovea prestarlo. Convien confessarlo: incredibil fu il giubilo o palese o segreto di que' popoli per tal mutazione di cose, perchè il re Vittorio Amedeo pareva poco amato da molti, ed era temuto da tutti; laddove il figlio, principe di somma moderazione e di maniere affatto amabili, facea sperare un più dolce e non men giusto governo in avvenire.

A questa scena dell'Italia un'altra ancora se ne aggiunse che grande strepito fece sui principii, e maggiore andando innanzi. Più secoli erano che la repubblica di Genova signoreggiava la riguardevol isola e regno della Corsica. Si contavano varie sollevazioni o ribellioni di quei feroci e vendicativi popoli nei tempi addietro, quetate nondimeno o dalla prudenza o dalla forza de' medesimi Genovesi. Ma nella primavera dell'anno presente da piccoli principii nacque una sedizione in quelle contrade, pretendendo essi popoli d'essere maltrattati dai governatori della repubblica. Uniti i malcontenti coi capi dei banditi, andarono ad assediar la Bastia; ma sì buone parole o promesse furono adoperate, che si ritirarono, con restar nondimeno in armi circa venti mila persone, le quali maggiormente si accesero alla ribellione, perchè si avvidero di non corrispondere i fatti alle promesse. Non mancavano a quegli ammutinati motivi di giuste doglianze, che cadevano nondimeno la maggior parte contra de' governatori, intenti a far fruttare il loro ministero alle spese della giustizia e dei sudditi. Pretendevano lesi i lor privilegii, divenuto tirannico il governo genovese, e sfoderavano una lista di tanti aggravii finora sofferti, che intendevano di non più sofferire da indi avanti. Nel consiglio di Genova fu udito il parere di Girolamo Veneroso, il quale sostenne che a guarir quella piaga si avessero da adoperar lenitivi, e non ferro e fuoco; e però i saggi, sapendo quanto quel gentiluomo nel suo savio governo si fosse cattivato gli animi dei Corsi, giudicarono bene di appoggiare a lui questa cura. Ma frutto non se ne ricavò, perchè senza saputa sua attrappolato un capo dei sediziosi, fu privato di vita: il che maggiormente incitò in quei popoli le fiamme dell'ira. E tanto più perchè prevalse poi in Genova il partito de' giovani, ai quali parve che l'uso delle armi e del gastigo con più sicurezza ridurrebbe al dovere i sediziosi. Se n'ebbero ben a pentire. Circa cinque mila soldati furono dipoi spediti dai Genovesi in Corsica, creduti bastante rinforzo agli altri presidii per ismorzare quell'incendio. Nella primavera di quest'anno la piccola città di Norcia, patria di san Benedetto, situata nell'Umbria, per un terribil tremuoto restò quasi interamente smantellata e distrutta. A riserva di due conventi e del palazzo della città, le altre fabbriche andarono per terra, con restar seppellite sotto le rovine più centinaia di que' miseri abitanti. Si ridussero i rimasti in vita a vivere nella campagna, e gravissimo danno ne risentirono anche le terre e i villaggi circonvicini.

Anno di CRISTO MDCCXXXI. Indizione IX.

CLEMENTE XII papa 2. CARLO VI imperadore 21.