Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 3
Tante imprese, tanti acquisti fatti dal _re Luigi XIV_ nelle passate campagne; lo aver egli data la pace a tanti suoi nemici con tanto suo vantaggio; ridotta la sua potenza e il suo gabinetto formidabile ad ognuno; e portata oramai la Francia ad un'altezza tale, che parea già tendere alla monarchia universale: stupore cagionavano ed encomii riscuotevano da tutti gli amatori di quella gran monarchia. Nè più tardarono i suoi popoli ad accordare il glorioso titolo di _Grande_ ad un re che per tante ragioni ben sel meritava. Ma non mancavano persone che avrebbono desiderato in quel monarca più giustizia e moderazione, senza di che non potea mai tenersi per assai limpido e giusto il titolo suddetto. Bolliva in questi tempi una gran lite tra esso re e la corte di Roma, per aver egli con suo editto stesa la regalia (cioè il preteso diritto di disporre delle rendite e de' benefizii delle chiese vacanti) sopra tutte le chiese di nuova conquista, e sopra altre del regno che non erano mai state sottoposte a questo peso dalla corona di Francia. Pretendeva all'incontro il sommo pontefice _Innocenzo XI_ che questa fosse un'usurpazione manifesta; e tanto più perchè la stessa regalia, tal quale è di presente, s'è andata fondando a forza di abusi, e contro le determinazioni degli antichi canoni. Ma il re Luigi, che stimava aver più forza i suoi cannoni che i sacri canoni, tenne saldo; ed inviò a Roma nell'anno presente il focoso _cardinal Etrè_, non già per soddisfare il papa, ma per condurlo ad acquetarsi al regio volere. Sostennero anche i vescovi di Francia le pretensioni del re, e scrissero al pontefice con pregarlo di rilasciar su questo punto il rigore de' canoni, giacchè si trattava d'un re che più degli altri promoveva i vantaggi della Chiesa cattolica, spezialmente coll'abbassamento dell'eresia. E ciò scrissero in tempo appunto ch'essi faceano di molte premure a quel potentissimo re per liberar la Francia dal peso degli ugonotti, siccome egli fece dipoi. Queste amarezze fra la corte di Roma ed il re Cristianissimo partorirono, siccome diremo, degli altri sconcerti che diedero di moleste agitazioni allo zelantissimo pontefice di questi tempi. Nè si vuole ommettere, che, quando si credeano per la pace di Nimega poste a dormire le spade, i fucili e le artiglierie, si risvegliò dalla Francia un'altra specie di guerra; perchè si sviscerarono gli archivii del parlamento di Metz e de' vescovi di quella città, e di Tull e Verdun, e della camera di Brisach, e si fecero muovere infinite pretensioni di feudi e luoghi, o infeudati o alienati o usurpati anticamente; pretensioni, dico, per la maggior parte rancide e distrutte dalla prescrizione, ma che in mano di sì potente re divennero armi di mirabil forza. Se ne dolevano a più non posso gli Spagnuoli, alcuni elettori ed altri confinanti, fra' quali anche il re di Svezia pel ducato di Due Ponti; ma conveniva ad ognuno chinare il capo. Per questa via si mise in possesso il re di varie piazze e paesi nella diocesi de' suddetti vescovati e nella bassa Alsazia; e ne patirono forte gli elettori Palatino e di Treveri, allegando essi indarno le paci precedenti. Giunse in quest'anno esso re Cristianissimo fino a proporre per re dei Romani il _Delfino_ suo figlio, che ne' tempi presenti sposò la principessa _Maria Anna Cristina_, sorella del giovine elettor di Baviera.
Accadde nella corte di Savoia, parte nell'anno presente e parte nel susseguente, un imbroglio ch'io racconterò tutto in un fiato: imbroglio, dico, di cui non ben si conobbero le circostanze, tale nondimeno che fece grande strepito nelle corti. Avea fin qui tenuto il governo di quel ducato madama reale _Maria Giovanna Batista_ di Nemours, vedova duchessa di Savoia, e fattasi conoscere per una delle più saggie principesse del secolo suo: tanta era stata la sua prudenza e giustizia, e tale la sua costanza in non lasciarsi mai smuovere dall'arti franzesi e spagnuole, per entrare in impegni di guerra. Essendo già il _duca Vittorio Amedeo_ suo figlio pervenuto alla età di quindici anni, pensò ella a provvederlo di moglie. E siccome parte per politica e parte per genio, perchè nata in Francia, si mostrava assai divota di quella corona, così lasciò regolarsi dalle insinuazioni della corte di Parigi, per istabilire il maritaggio del figlio coll'_infanta di Portogallo_, la quale si credea che, per mancanza di maschi, avesse da ereditar quel regno. Per quante pratiche avesse dianzi fatte il re Cristianissimo a fine di ottenerla in moglie al Delfino suo figlio, non potè conseguire l'intento, avendo avuto più forza i maneggi degli Spagnuoli, ai quali non potea piacere di vedere un giorno unito il regno di Portogallo col troppo potente di Francia. Studiossi dunque la corte di Francia di strignere il trattato di matrimonio fra essa infanta e il giovinetto duca di Savoia, co' fini politici (secondochè fu creduto) di avere in questo principe, se diveniva re di Portogallo, chi fosse ben affetto alla corona di Francia, e di promuoverlo anche al regno di Spagna, qualora il _re Carlo II_ mancasse senza prole: nel qual caso avrebbe egli facilmente compensata l'assistenza de' Franzesi, con cedere loro la Navarra, oppure il ducato di Savoia e del Piemonte. E già erano concluse in Portogallo queste nozze, quando all'improvviso andò tutto in fascio con istupor della gente il concertato maritaggio. De' motivi che tagliarono l'ordita tela parlarono molto gli speculatori de' gabinetti principeschi. Altro non so dir io, se non che i grandi della Savoia e del Piemonte aspramente si dolevano di questo trattato, perchè fatto e sottoscritto senza menoma lor participazione e consenso; e molto più perchè lo consideravano di sommo detrimento a quegli Stati, tanto in riguardo al pubblico che al privato interesse. Però animosamente si presentarono alla duchessa, rappresentandole la dubbiosa eventualità della succession del Portogallo perchè poteano nascere maschi a quel re, ed erano assai forti le pretensioni del re di Spagna su quel regno. Aggiugnevano, che dovendosi mantenere il duca lungi da' suoi Stati, per le grosse somme che annualmente converrebbe somministrargli, tutti diventerebbero poveri. Peggio dipoi avverrebbe per quegli Stati, qualora passasse nel duca la corona di Portogallo, perchè diverrebbero provincie; del che peggio non può avvenire a chi per sua fortuna ha il principe proprio; e che allora la Savoia e il Piemonte, oltre alla disgrazia di rimanere spolpati per le rendite ducali che passerebbono a Lisbona, facilmente ancora andrebbero in preda alla insaziabilità de' Franzesi.
Nulla si profittò con queste querele. Madama reale ne fece consapevoli i Franzesi, e questi si rinforzarono di gente a Pinerolo. Disperati que' nobili aspettarono un dì che la duchessa fosse uscita di città, e, presentatisi al _duca Vittorio Amedeo_, gl'intonarono le medesime riflessioni, con aggiugnere che si trattava della sua rovina, avendo la madre fatto tutto quel monopolio solamente per soddisfare alla propria ambizione, e poter continuare nella di lui lontananza il suo imperio; e doversi temere che i Franzesi il volessero lungi da' suoi Stati per ingoiarli, o riceverli senza fatica da una principessa che chiudeva in seno un cuor tutto franzese. Restò attonito il giovinetto principe, e dimandò tosto che rimedio vi fosse. Non altro, risposero essi, che di mettere in una fortezza la duchessa, la quale cotanto in pregiudizio del figlio si abusava della sua autorità. E senza dargli tempo di maggiormente riflettere, gli cavarono dalle mani un ordine da lui sottoscritto, benchè colle lagrime agli occhi, per l'arresto della madre. Ritiratosi poi il duca, e ripensando a questo caso, non sapea trovar posa, quando ecco arriva la duchessa al palazzo, e il truova tutto pensoso e malinconico; e chiestone il perchè, il vede prorompere in un dirotto pianto. Tanto colle carezze e coi baci si adoperò la valente duchessa, che gli trasse di bocca il segreto e il pentimento. Però, dopo averlo ben imbevuto del retto suo operare, ordinò che si rinforzassero le guardie del palazzo, mandò a prendere alcune poche compagnie di soldati da Pinerolo, e successivamente fece prendere i principali della congiura, facendo spargere voce ch'eglino avessero tramato di dare in man degli Spagnuoli la persona del duca. Andò poscia in fumo tutto il trattato delle nozze suddette, e fu creduto, che per questa ripugnanza de' popoli si sciogliesse il contratto. Venuto colla flotta portoghese il duca di Cadaval a Nizza nel giugno dell'anno seguente, per condurre in Portogallo il duca Vittorio Amedeo, il trovò per disgrazia infermo, e durò la sua creduta finta indisposizione sino all'ottobre, in cui la flotta portoghese se ne tornò a Lisbona, ed allora il duca di Savoia ricuperò tosto la sua sanità. Ma, a riserva de' ministri, non arrivò alcuno a sapere il netto di quelle risoluzioni. E perciocchè niun processo fu fatto di que' nobili, nè si videro essi punto gastigati, inchinarono molti a credere che tutta quell'orditura fosse un colpo di destrezza di madama reale per rompere il matrimonio promosso con troppa forza da' Franzesi, ma troppo mal veduto dagli Spagnuoli e da' Piemontesi, e ch'ella con questo ripiego si facesse merito colla corte di Spagna, senza perdere per questo la buona armonia con quella di Francia, giacchè in tal congiuntura avea data a conoscere la sua confidenza con essi Franzesi. Nè ci volea meno d'una principessa di gran senno come era questa, per saper navigare fra Scilla e Cariddi. Merita bene che si faccia qui menzione che nel dì 17 d'ottobre di quest'anno venne a morte il _conte Raimondo Montecuccoli_ cavalier modenese, che per tanti anni stato generale dello imperadore, immortalò il suo nome con tante sue segnalate imprese, ed anche colle sue _memorie_, le quali poi date alle stampe, son riguardate come un capo di opera nel genere suo per istruzione di chi si applica al mestier della guerra.
Anno di CRISTO MDCLXXXI. Indizione IV.
INNOCENZO XI papa 6. LEOPOLDO imperadore 24.
La pace della Francia coi potentati cristiani non valea meno della guerra al re Luigi XIV ne' tempi presenti. Il terrore dell'armi sue, che dopo le passate sperienze faceano tremare tutti i confinanti, prestava tal forza ad ogni sua pretensione, che niuno osava di contraddire, se non con parole e proteste inutili, mentre esso re Cristianissimo operando di fatto, e con isfoderar sole decrepite pergamene, e con interpretare in suo favore le paci antecedenti, si andava a mettere in possesso dei paesi ch'egli pretendeva a sè dovuti. Però in quest'anno ancora diede varie pelate agli Spagnuoli nella Fiandra e nel Lucemburghese. Arrivò fino a pretendere di sua ragione Lucemburgo stesso. Indarno strepitavano i ministri di Spagna e dell'imperadore. La luna seguita a far suo viaggio, senza mettersi pena dell'abbaiar de' cani. Nella stessa guisa trattava egli _Innocenzo XI_, pontefice costante in sostenere i canoni e i diritti della Chiesa, che non volea cedere per le controversie della regalia. Vero è che il _cardinale di Etrè_ rilevava nella corte romana i meriti singolari del re Luigi, che in questi tempi promoveva a tutto potere nei suoi regni la religione cattolica colla depressione della mala razza degli ugonotti, ai figliuoli dei quali, giunti che fossero all'età di sette anni, fu permesso di abbracciar la fede della Chiesa romana. Ma, oltre al sapersi che anche per motivi politici il re era dietro a sterminar quegli eretici, non conveniva già ch'egli si facesse pagare per questo atto pio con altri atti pregiudiciali alle chiese. Quel nondimeno che maggiormente sorprese ognuno in questi tempi, fu il segreto felicissimo maneggio della corte di Francia per impadronirsi di Strasburgo, ossia di, Argentina, capitale dell'Alsazia, una delle più belle, delle più forti, delle più ricche città di Europa, e repubblica allora di protestanti. Ciò che non possono parole, persuasive e ragioni, lo sa fare infine l'oro ben adoperato dal gabinetto franzese. Con questo si espugnarono prima gli animi dei principali di quella città, e poscia coll'apparenza della forza; giacchè all'improvviso essendosi portate sotto la medesima piazza numerose schiere e squadroni di Franzesi, giunse il re Cristianissimo ad impossessarsi nel fine di settembre di quell'importante città, e di rimettervi l'esercizio della religione cattolica, senza pregiudizio dei privilegii della protestante. Riuscì ben disgustoso a Cesare e ai principi della Germania questo colpo, ma ne esultò in Roma ed altrove qualsivoglia vero amatore del cattolicismo; e gran plauso ne riportò l'industria del re, che senza adoperar la violenza unì un sì nobile acquisto al suo dominio.
Nel medesimo tempo un altro colpo di non minore riguardo venne fatto in Italia da quel monarca, la cui indefessa vigilanza, aiutata da un insigne primo ministro, cioè dal _marchese di Louvois_, si stendeva dappertutto. Era gran tempo che esso re amoreggiava la città e fortezza di Casale di Monferrato, posseduta, come vedemmo, in altri tempi dall'armi franzesi. Accadde che _Ferdinando Carlo duca_ di Mantova cominciò a risentir delle amarezze contro gli Spagnuoli, che gli contrastavano il dominio di Guastalla, con sostener le ragioni di _don Vincenzo Gonzaga_, a cui esso duca ingiustamente aveva usurpato quel ducato. Non era egli men disgustato della corte di Vienna, perchè _Carlo duca di Lorena_, al vedere il Mantovano mancante di prole, non solamente per le ragioni della regina _Leonora di Austria_ sua moglie cominciò a muovere delle pretensioni sul Monferrato, ma anche, vivente esso duca Ferdinando, cercava di entrarne in possesso. Pertanto cadde in pensiero al suddetto duca di Mantova di armarsi colla protezion della Francia contra degli Austriaci. Ercole Mattioli Bolognese, suo confidente, quegli fu che in Venezia mosse parola coll'_abbate di Strada_, ambasciatore del re Cristianissimo, d'introdurre in Casale presidio franzese, e l'ambasciatore non tardò ad informare ed invogliar la corte di questo boccone. Succederono dipoi varie commedie in esso affare. Imperciocchè, avendo spedito il duca a Parigi esso Mattioli, non con altro fine, siccome egli protestava, che per far paura agli Austrici, costui, valendosi d'un mandato che non si stendeva a Casale, stabilì con quella corte le condizioni della consegna della cittadella d'essa città. Penetrarono gli Spagnuoli questo segreto, e colle buone e colle brusche indussero il duca a riprovar l'operato del suo ministro. E infatti, o perchè dal Mattioli fosse veramente stato tradito, o perchè si fosse pentito del patto imprudente fatto, sopra di lui voltò tutta la colpa; e fu anche preteso ch'esso Mattioli, in passando per Milano, con rilevar quel fatto al governatore, avesse toccato un regalo di cinquecento scudi d'oro. Il bello fu che contuttociò fu egli con titolo d'inviato spedito a Torino, ma lasciatosi attrappolar dai Franzesi, che il chiamarono a Pinerolo, quivi terminò i suoi giorni in una prigione.
Seguitò nulladimeno il re Cristianissimo a pretendere che si eseguisse il concordato suddetto, ed inviò a Mantova il signor di Gaumont per incalzare il duca, il quale all'incontro spedì l'abbate di Santa Barbara a Parigi per placare sua maestà, facendole conoscere di non essere tenuto ad un contratto troppo irregolarmente stipulato da un infedel ministro. Finalmente nell'anno presente d'ordine del re venne a Mantova l'abbate Morello, e contuttochè i ministri dell'imperadore e di Spagna non omettessero diligenza alcuna per iscavalcarlo, pur seppe trovar maniera di vincere il punto. Fama corse ch'egli guadagnasse con regali i consiglieri del duca, e molto più coll'esibizione di cinquecento mila lire di Francia il duca medesimo, il quale, scialacquando le sue rendite in mille sfoghi d'intemperanza di lusso, di sgherri, di musici, musichesse e buffoni, non ostante che vendesse tuttodì titoli di marchese e conte, privilegii ed esenzioni a chiunque ne volea, si trovava per lo più in necessità di danaro. Fatto segretamente il contratto in Mantova, o pure in Parigi, dal marchese Guerrieri ministro del duca, se ne vide tosto l'effetto. Erano calati nella state in gran copia i Francesi a Pinerolo. Fu chiesto il passo al duca di Savoia _Vittorio Amedeo_, uscito già di minorità; ed ottenutolo, il _marchese di Bouflers_ si mosse colla vanguardia di circa quattro mila cavalli, e gli tenne dietro il _signor di Catinat_ con otto mila fanti. Nel dì 30 di settembre il Bouflers arrivò a Casale, e fece la chiamata alla cittadella, che non si fece pregare a rendersi con uscirne la guernigione italiana di secento uomini. Sopraggiunse poi la fanteria franzese, che entrò nella città, ma non tardò poscia a ritornarsene in Piemonte, restando governatore della cittadella il Catinat, e il governo civile in mano del duca di Mantova. Ancorchè ad alcuni principi d'Italia non dispiacesse il mirare in man dei Franzesi l'importante piazza di Casale, perchè questa serviva di briglia agli Spagnuoli, soliti in addietro a voler dar la legge ad ognuno; pure sommamente detestarono questa viltà del duca di Mantova per altri motivi la corte di Savoia e la veneta repubblica; e molto più ancora l'imperadore e il re Cattolico. Ora il duca Ferdinando Carlo facea mille proteste, che contro sua volontà era seguito il fatto; che i suoi ministri l'aveano tradito; fece anche mettere prigione il marchese Guerrieri, benchè poi questa prigionia poco durasse. In oltre detto fu ch'egli in Venezia giurasse sull'ostia sacra di non aver per Casale tirato un soldo dalla Francia: proteste nondimeno che ebbero la disgrazia di non trovar fede presso i più, e meno presso i saggi Veneziani, i quali da lì innanzi il disprezzarono, gli tolsero il commercio coi lor nobili, e alla di lui gente negarono ogni rispetto ed esenzione; ancorchè egli non lasciasse per questo di portarsi a Venezia nei tempi di carnevale a procacciarsi la gloria di superar tutti nella ricerca de' piaceri.
Anno di CRISTO MDCLXXXII. Indiz. V.
INNOCENZO XI papa 7. LEOPOLDO imperadore 25.
Benchè fosse pace per tutta l'Europa, pure la corte di Francia non lasciava godere pace ad alcuno, continuamente attendendo a rendersi formidabile a tutti. Il maresciallo _duca di Crequì_, d'ordine del re Cristianissimo, formò una specie di blocco intorno alla importante città di Lucemburgo, di modo che impedendo l'entrata dei viveri in essa, timore insorse che pensasse ad impadronirsene: il che recò somma gelosia non solo agli Spagnuoli padroni di essa, ma anche all'Inghilterra ed Olanda, le quali interposero i loro uffizii per far desistere la Francia da quella novità, siccome in fatti avvenne. Era parimente inquieta la corte di Vienna, perchè dopo essersi studiata di quetare i torbidi dell'Ungheria, commossi dal Techelì e da altri malcontenti e ribelli, quando men sel pensava, vide coloro più che mai contumaci muovere aperta guerra alla casa d'Austria coll'impossessarsi di varie città in essa Ungheria. Gravi sospetti (per non dire di più) correano che l'oro della Francia fomentasse quella cancrena. Anzi essendosi udito che il gran signore de' Turchi facesse un incredibil armamento con disegno di venir egli in persona contra di Cesare nel prossimo venturo anno, non pochi si figurarono che a tal guerra fosse commossa la Porta dai medesimi Franzesi; tuttochè la stessa corte di Francia quella fosse che scoprisse ai ministri di Cesare e degli altri principi cristiani il disegno di quegl'infedeli: il che non si accordava col suddetto supposto. Era intanto arrivata al colmo l'insolenza de' corsari algerini; dolevasi ogni nazion cristiana della lor pirateria; e nel precedente anno aveano avuto l'ardire di dichiarar la guerra alla Francia. A questo affronto, proveniente da quella canaglia, si mosse lo sdegno del _re Luigi_; e però contra di loro inviò in quest'anno una flotta di dodici vascelli da guerra, quindici galee e cinque galeotte, sotto il comando del signor di Quene. Arrivò questi davanti ad Algeri nel dì 23 di luglio, e salutò quella città nel seguente mese con alquante centinaia di bombe, che non poco danno cagionarono in quel popolo, non avendo esso con tutta la furia e copia delle sue artiglierie potuto impedir que' disgustosi saluti. Ma perchè il mare ingrossò, non potè quel generale far di più, e riserbò all'anno seguente il resto del gastigo.
Perchè poi continuava lo zelante _papa Innocenzo XI_ a non voler accordare al re Cristianissimo l'estensione della regalia, questi, già avvezzo a risolutamente volere tutto quanto era di sua volontà ed interesse, fece raunar nell'anno presente l'assemblea di quei vescovi, che più degli altri erano disposti a secondare i suoi voleri, e colla loro autorità regolò essa regalia per l'avvenire, senza far più caso delle vive preghiere e forti doglianze del pontefice. Nè qui si fermò lo spirito di dispetto e di vendetta che avea preso luogo nel cuore di quel monarca; imperciocchè fece accettare e pubblicar da esso clero nel dì 23 di marzo quattro proposizioni che crudelmente ferivano i diritti e privilegii della santa Sede, molto prima disseminate dai Sorbonisti sotto lo specioso titolo di libertà della Chiesa gallicana. Cioè, che il romano pontefice non ha autorità diretta o indiretta sopra il temporale de' principi, nè può deporre essi sovrani, nè assolvere dal giuramento di fedeltà i loro sudditi. Che i concilii generali sono superiori ad esso pontefice. Che l'autorità dei decreti della Sede apostolica spettanti alla disciplina riceve la sua forza dal consenso delle altre chiese. E che nelle quistioni di fede non sono infallibili le sentenze della santa Sede, e solamente tali divengono quando vi concorre l'approvazion della Chiesa. Se così ardite proposizioni dispiacessero al sommo pontefice e a tutta la corte di Roma, non occorre che io lo dica. Fu incitato più volte il santo padre ne' tempi susseguenti a condannarle; ma egli non vi si lasciò mai indurre, affinchè non credesse la nazion francese, che egli più avesse ascoltata la passione che la giustizia in sì fatta condanna. Però nè lasciò la cura ai suoi successori. Furono solamente da varii dotti scrittori confutate quelle opinioni, e questa battaglia si è rinnovata anche negli ultimi nostri tempi. Fu in pericolo l'Italia nell'anno presente del flagello della peste, che dopo essere stata a Vienna, in Boemia ed in altri luoghi della Germania, era giunta fino a Gorizia e ad altri confini dello Stato veneto. Tale nondimeno fu la solita vigilanza di quella provvida repubblica, che non potè fare ulteriore progresso questo fiero malore. Maggiore apprensione intanto si ebbe per li gran preparamenti d'armi e di gente che facea la Porta ottomana per terra e per mare. L'_imperadore Leopoldo_, perchè più minacciato degli altri, si diede anch'egli a far gente ed altre provvisioni, ma colla lentezza tedesca; fece anche aggiugnere delle fortificazioni alla sua capitale, giacchè essa non andava esente dal timore per la vicinanza di tante piazze, occupate in addietro nell'Ungheria dalla potenza de' Musulmani. Cominciò in oltre esso Augusto a trattar varie leghe col principi più potenti, le quali furono poi conchiuse solamente nell'anno seguente, ma che nulla frastornarono il terribile tentativo dei Turchi, di cui parleremo fra poco.
Anno di CRISTO MDCLXXXIII. Indiz. VI.
INNOCENZO XI papa 8. LEOPOLDO imperadore 26.