Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 29
Stava attento ad ogni spirar d'aura in quelle parti il Cattolico re _Giacomo III Stuardo_; e verisimilmente isperanzito che avesse in Inghilterra per la morte di quel regnante da succedere qualche cangiamento in suo favore, all'improvviso si partì da Bologna, e passò in Lorena, con ridursi poscia ad Avignone. Scandagliati ch'egli ebbe gli affari dell'Inghilterra, trovò preclusa ogni speranza ai proprii, e però quivi fermò i suoi passi. Aveva egli lasciati in Bologna i due principi suoi figli; e giacchè in fine s'era ridotto ad allontanare dal suo servigio il Lord Eys, e sua moglie, la regina _Clementina Sobieschi_, consigliata dal papa e dai più saggi porporati, alla metà del mese di luglio sen venne a quella città, dove abbracciò i figli con tal tenerezza, che trasse le lagrime dagli occhi di tutti gli astanti. Fermossi ella di poi in essa città, attendendo continuamente alle sue divozioni, giacchè per le visite e per li divertimenti non era fatto il suo cuore. Passava questa santa principessa le giornate intere in orazioni davanti il santissimo Sacramento. Nel novembre di questo anno venne in Italia il _principe Clemente_ elettor di Colonia, fratello dell'_elettor di Baviera_ e della gran principessa di Toscana _Violante_, con animo di farsi consecrare arcivescovo dal pontefice _Benedetto XIII_. Per cagion dell'etichetta romana non trovava la di lui dignità i suoi conti nel portarsi fino a Roma. Lo umilissimo santo padre, tuttochè dissuaso dai sostenitori del decoro pontifizio, pure non ebbe difficoltà di passar egli a Viterbo per ivi consecrare quel principe. Riuscì maestosa la funzione, e corsero suntuosi regali dall'una e dall'altra parte; ma senza paragone superiori furono quei dell'elettore, perchè consistenti in sei candellieri d'oro arricchiti di pietre preziose; in una croce d'oro; in una corona di grosse perle orientali, i cui _pater noster_ erano di smeraldi incastrati in oro; in una croce di diamanti di gran valore, e in una cambiale di ventiquattro mila scudi per le spese del viaggio del santo padre. Altri presenti toccarono alla famiglia pontifizia. Passò dipoi esso elettore colla principessa Violante a Napoli, per vedere le rarità di quella metropoli, e di là venne dipoi ad ammirar le impareggiabili di Roma. Due padri carmelitani scalzi avea lo stesso pontefice, oppure il suo predecessore, inviati negli anni addietro alla Cina con ricchi donativi e lettere all'imperadore di quel vasto imperio. Riportarono essi nel presente anno due risposte di quel regnante al papa, accompagnate da una bella lista di donativi, consistenti nelle cose più rare e stimate di quei paesi.
Con sommo dispiacere intanto udiva il buon pontefice le risoluzioni prese dall'imperadore di concedere Parma e Piacenza all'_imperador don Carlo_, come feudi imperiali, in grave pregiudizio de' diritti della santa Sede, che per più di due secoli avea goduto pubblicamente il sovrano dominio e possesso di quegli Stati. Intimò pertanto al nuovo duca _Antonio Farnese_ di prenderne, secondo il solito, l'investitura dalla Chiesa romana. Ma ritrovossi questo principe in un duro imbroglio, perchè nello stesso tempo anche da Vienna gli veniva ordinato di prestare omaggio per esso ducato a Cesare, da cui si pretendea di dargli l'investitura. Fu poi cagione questo vicendevole strettoio che il duca non la prese da alcuno. Fece perciò varie proteste la corte di Roma; e all'incontro più forte che mai seguitò l'imperadore a sostener quegli Stati, come membri del ducato di Milano. E perciocchè nell'anno 1720 avea _papa Clemente XI_ fatto esporre al pubblico due libri contenenti le ragioni della Chiesa romana sopra Parma e Piacenza, in quest'anno parimente comparve alla luce un grosso volume, che comprendea le opposte ragioni dell'imperio sopra quelle città, dove, oltre al vedersi rivangati i principii del dominio pontifizio nelle medesime, si venne anche a scoprire che i duchi _Ottavio_ ed _Alessandro Farnesi_ aveano riconosciuto sopra Piacenza i diritti dell'imperio e del re di Spagna, padrone allora di Milano. Non bastò al saggio imperadore _Carlo VI_ di aver procacciala a' suoi sudditi di Napoli, Sicilia e Trieste una spezie di amicizia o tregua coi corsari di Tripoli e Tunisi. Rinforzò egli i suoi maneggi per istabilire un simile accordo col dey e reggenza di Algeri, cioè coi più poderosi e dannosi corsari del Mediterraneo, valendosi dell'interposizione della porta ottomana amica. Si fecero coloro tirar ben bene gli orecchi prima di cedere, perchè pretendeano che l'imperadore facesse anche egli desistere dall'andare in corso i Maltesi. Se ne scusò Cesare, con dire di non aver padronanza sopra quell'isola, e molto meno sopra de' cavalieri gerosolimitani. Finalmente nel dì 8 di marzo dell'anno presente si stipulò in Costantinopoli l'accordo suddetto, per cui spezialmente gran feste ne fece la città di Napoli, benchè prevedessero i saggi che poco capitale potea farsi di una pace con gente perfida e troppo ghiotta di quello infame mestiere. Cominciarono in fatto a verificarsi nell'anno seguente queste predizioni.
Ma nel dì 7 di novembre si cangiò in pianto tutta l'allegrezza de' Napoletani. Perciocchè, dopo avere il Vesuvio gittato per due giorni delle continue fiumane di bitume infocato, verso la sera del dì suddetto con orribili tenebre si oscurò il cielo, e dopo un terribile strepito di tuoni e fulmini, cadde per lo spazio di quattro ore una sì straordinaria pioggia, che recò gravissimi danni e sconcerti a quella città e al suo territorio. Quasi non vi fu casa che non restasse inondata da sì esorbitante copia d'acqua, con lasciar tutte le cantine e luoghi sotterranei ripieni d'acqua e di fango; e non se ne andò esente chiesa alcuna. Dalla montagna scendevano furiosi i torrenti, che atterrarono gran numero di case e botteghe, seco menando gli alberi divelti dal suolo, e i mobili della povera gente. Gli acquedotti e canali tutti rimasero rimpiuti di terra. Immenso ancora fu il danno che ne patì la città d'Aversa colle terre di Giuliano, Piamura, Paretta ed altre. Se abbondano di delizie quelle contrade, a dure pensioni ancora son elleno soggette. Gloriosa memoria lasciò in quest'anno lo zelantissimo pontefice _Benedetto XIII_ con una sua bolla del dì 12 d'agosto, in cui severamente proibì per tutti i suoi Stati il già introdotto ed affittato lotto di Genova, Napoli e Milano, gran voragine delle sostanze de' mortali poco saggi e troppo corrivi; e ciò per avere la Santità sua conosciuti gli enormi disordini che ne provenivano per le tante superstizioni, frodi, rubamenti, vendite dell'onestà, e impoverimento delle famiglie. E perchè, ciò non ostante, alcuni, poco curanti delle pene spirituali e temporali, osarono poscia di continuar questo giuoco, contra di essi procedè la giustizia, condannandoli al remo; nè poterono ottenere remissione dal papa, risoluto di voler liberare i suoi popoli da sanguisuga cotanto maligna. La borsa pontificia ne patì, ma crebbe la gloria di questo santo pontefice.
Anno di CRISTO MDCCXXVIII. Indiz. VI.
BENEDETTO XIII papa 5. CARLO VI imperadore 18.
Finalmente nel dì 5 di febbraio dell'anno presente con molta solennità in Modena seguì lo sposalizio della principessa _Enrichetta d'Este_ con _Antonio Farnese_ duca di Parma, di cui fu mandatario il principe ereditario di Modena _Francesco_ fratello d'essa. Dopo molti nobili divertimenti s'inviò la novella duchessa nel dì 7 alla volta di Parma, dove trovò preparate suntuose feste pel suo ricevimento. Chiarito ormai il re Cattolico _Giacomo III_ della tranquillità che si godeva in Inghilterra, e non esservi apparenza che alcun vento propizio si svegliasse in suo favore, sul principio del gennaio di quest'anno si restituì a Bologna. Videsi allora la sospirata riunione di lui colla regina _Clementina_ sua consorte, la cui incomparabil pietà e divozione non meno stupore, che tenerezza cagionava in tutto quel popolo. E ben ebbe la città di Bologna motivi di grande allegrezza in questi tempi, per avere il sommo pontefice _Benedetto XIII_ nel dì 30 di aprile pubblicato per uno dei cardinali riserbati in petto monsignor _Prospero Lambertini_ arcivescovo di Teodosia, vescovo d'Ancona, segretario della congregazion del concilio, e promotor della fede, di nobile ed antica famiglia bolognese, prelato d'insigne sapere, spezialmente ne' sacri canoni e nell'erudizione ecclesiastica. Nel qual tempo ancora fu promosso alla sacra porpora il padre _Vincenzo Lodovico_ Gotti parimente Bolognese, eletto già patriarca di Gerusalemme, e teologo rinomato per varii suoi libri dati alla luce. Noi vedremo, andando innanzi, portato il primo di essi dal raro suo merito alla cattedra di san Pietro.
Durava tuttavia la spinosa pendenza, fra la corte pontifizia e quella di Lisbona, per la pretensione mossa da quel re di voler promosso alla dignità cardinalizia, il nunzio apostolico _Bichi_, prima che egli si partisse da Lisbona, e nei presenti tempi maggiormente si vide incalzato il santo padre dai ministri portoghesi su questo punto. A tante pressure di quel re, stranamente forte in ogni suo impegno, avrebbe facilmente condisceso il buon pontefice, siccome quegli che cercava la pace con tutti. Ma costituita sopra questo affare una congregazion di cardinali, alla testa de' quali era il cardinal Coradini, uomo di gran petto, fu risoluto di non compiacere quel monarca, perchè niuno metteva in disputa che il principe possa, quando e come vuole, richiamare i suoi ministri dalle corti altrui; nè si dovea permettere un esempio di tanta prepotenza in pregiudizio dell'avvenire. A tal determinazione il mansueto pontefice si accomodò, ed attese più che mai a dar nuovi santi alla Chiesa di Dio, e ad esercitarsi nelle consuete sue azioni pastorali. Ma se n'ebbe forte a dolere il popolo romano, perchè tanto il _cardinal Pereira_ che l'ambasciatore di quel re, e i prelati portoghesi, anzi qualsivoglia persona di quella nazione, ebbero ordine di levarsi da Roma, e da tutto lo Stato ecclesiastico, e di tornarsene in Portogallo. Il che fu eseguito, seccandosi con ciò una ricca fontana di oro che scorrea per tutta Roma. Parve poco questo allo sdegnato re. Comandò che uscisse dai suoi Stati _monsignor Firrao_, da lui non mai riconosciuto per nunzio, nè volle lasciar partire _monsignor Bichi_, tuttochè chiamato coll'intimazion delle censure in caso di disubbidienza, e desideroso di obbedire. Oltre a ciò, nel mese di luglio vietò a chicchessia dei suoi sudditi il mettere piede nello Stato ecclesiastico, il cercar dignità o benefizii dalla santa Sede, il mandare o portar danaro a Roma: con che restò affatto chiusa la nunziatura e dateria per li suoi Stati. Finalmente cacciò dal suo regno ogni Italiano suddito del papa, con proibizione che alcun di essi non entrasse nei suoi territorii. Altro ripiego non ebbe la corte romana, per tentare un rimedio a questa turbolenza, che di raccomandarsi all'interposizione del piissimo re Cattolico _Filippo V_, stante la buona armonia di quella corte colla portoghese, a cagion del doppio matrimonio stabilito fra loro.
In mezzo nondimeno a sì fatti imbrogli Dio fece godere un'indicibil consolazione per altra parte al santo pontefice. Siccome uomo di pace, non avea ommesso uffizio o diligenza alcuna in addietro per vincere l'animo del _cardinale di Noaglies_ arcivescovo di Parigi, fin qui pertinace in non volere accettare la bolla _Unigenitus_. Finalmente cotanto poterono in cuore di quel porporato le amorose esortazioni del buon pontefice, e il concetto della di lui sanità, e l'aver questo dichiarato che la dottrina di essa bolla non contrariava a quella di santo Agostino, che il cardinale s'indusse ad abbracciarla. Per l'allegrezza di questa nuova, e di una lettera tutta sommessa di quel porporato, non potè il santo padre contenere le lagrime, e non finì l'anno ch'egli annunziò nel sacro consistoro questo trionfo della Chiesa, per cui il Noaglies fu ristabilito in tutti i suoi diritti e preminenze. Due nobili bolle e molte provvisioni pubblicò nell'anno presente l'indefesso pontefice pel buon regolamento della giustizia, affin di troncare il troppo pernicioso allungamento delle liti, e levare molti altri abusi del foro, degli avvocati, procuratori, notai ed archivii: regolamenti, i quali sarebbe da desiderare che si estendessero ad ogni altro paese, e, quel che importa, che si osservassero; perciocchè ordinariamente non mancano buone leggi, ma ne manca l'osservanza, e chi abbia zelo per questo. Da molti anni si trovavano in grande scompiglio i tribunali ecclesiastici della Sicilia a cagion di quella appellata monarchia, abolita da papa _Clemente XI_. Facea continue istanze l'imperador Carlo VI che si mettesse fine a questo litigio; e il santo padre, amantissimo della concordia con ognuno, vi condiscese con pubblicare nel dì 30 d'agosto una bolla e concordia, che risecò gli abusi introdotti in quel regno, e prescrisse la maniera di trattar quivi e definir le cause ecclesiastiche in avvenire.
Comparvero in questi tempi i potentati Cristiani dell'Europa tutti vogliosi di stabilire una pace universale. La sola Spagna quella era che teneva questo gran bene pendente per le sue pretensioni contro gl'Inglesi, e per alcune difficoltà nell'effettuare quanto era stato accordato all'_infante don Carlo_, spettante alla successione in Italia della Toscana e di Parma e Piacenza. Non la sapeva intendere il gran duca _Giovanni Gastone_, che vivente lui si avesse a mettere presidio straniero nei suoi dominii, e ricalcitrava forte. Ma da che furono accordati i preliminari della pace, l'Augusto _Carlo VI_ nel dì 13 d'aprile rilasciò ordini vigorosi, comandando a' popoli della Toscana di ricevere e riconoscere il suddetto _don Carlo_ per principe ereditario, e di prestargli quella sommessione ed ubbidienza che occorreva, senza pregiudizio del vivente gran duca, affinchè, estinguendosi la linea mascolina dei gran duchi, fosse sicuro il real principe di prenderne il pieno desiderato possesso, cessando intanto la disposizione fatta di quegli Stati dal gran duca _Cosimo III_ in favore della vedova _elettrice palatina_ sua figlia. In vigore dunque di tali premure si aprì dipoi un congresso dei plenipotenziarii di tutte le potenze in Soissons, per ismaltire ogni altro punto concernente la progettata pace, avendo il _cardinale di Fleury_, primo ministro del re di Francia, desiderato quel luogo vicino a Parigi per teatro di sì importante affare, a fine di potervi intervenire anch'egli in persona, e recare più possente influsso alla concordia. Il bello fu che quei ministri più si lasciavano vedere alle conferenze in Parigi che in Soissons, per minore incomodo del cardinale, direttor di ogni risoluzione. Fu in questi tempi dall'imperadore dichiarata Messina porto franco con sommo giubilo di quegli abitanti. E nel dì 26 d'agosto diede fine al suo vivere _Anna Maria_ regina di Sardegna, figlia di _Filippo_ duca _d'Orleans_, cioè del fratello di _Lodovico XIV_ re di Francia, e moglie del re _Vittorio Amedeo_, in età di cinquantanove anni. Aveva ella vedute due sue figlie regine di Francia e di Spagna.
Anno di CRISTO MDCCXXIX. Indiz. VII.
BENEDETTO XIII papa 6. CARLO VI imperadore 19.
L'attenzione di tutta l'Italia, anzi di tutta l'Europa, fu in quest'anno rivolta al congresso di Soissons, che dovea decidere della pubblica tranquillità, e stabilir la successione dell'_infante don Carlo_ nella Toscana e in Parma e Piacenza. Ma si venne scoprendo che Soissons era una fantasma di congresso, e che il vero laboratorio, dove si lambiccavano le risoluzioni politiche per la pace, stava nel gabinetto di Francia, e molto più in quello del re Cattolico. Videsi quest'ultimo monarca con tutta la sua corte incamminato a Badajos, dove ai confini del Portogallo si fece cambio delle principesse di Asturias e del Brasile: nella quale occasione indicibil fu la pompa e la suntuosità delle feste. Ciò fatto, la corte cattolica, tirandosi dietro gli ambasciatori ed inviati dei principi, passò a Siviglia, a Cadice e ad altri luoghi, trattenendosi in quelle parti per tutto l'anno presente con gravi doglianze della città di Madrid. E intanto, mentre ognun si aspettava il lieto avviso della pace, altro non si mirava che preparativi di guerra: sì grandioso era l'armamento di vascelli spagnuoli e l'accrescimento delle truppe in quel regno, talmente che da un dì all'altro sembrava imminente un nuovo assedio di Gibilterra. Non faceva di meno dal canto suo _Giorgio II_ re della Gran Bretagna, coll'adunare una potente e dispendiosa flotta, non senza richiami di quella fazione del parlamento che non intendeva le segrete ruote del ministero, nè qual forza abbia per ottener buona pace l'essere in istato di far gagliarda guerra. Quasi per tutto il presente anno s'andarono masticando nei gabinetti le vicendevoli pretensioni, nè anno mai fu, in cui tante faccende avessero i corrieri, come nel presente. Andò poscia a terminar questo conflitto di teste politiche principalmente in gloria e vantaggio della corona di Spagna, che per lungo tempo diede non solo la corda alle altre potenze, ma anche in fine la legge alle medesime con ritardare più e più mesi la distribuzion della flotta delle Indie, felicemente giunta in Ispagna, in cui tanto interesse aveano i mercatanti d'Italia e di altre nazioni. Finalmente nel dì 9 di novembre venne sottoscritto in Siviglia un trattato di pace e lega difensiva fra i re di Francia, Spagna ed Inghilterra, in cui susseguentemente, nel dì 21 d'esso mese, concorsero anche le Provincie Unite. Allorchè saltò fuori questa concordia, inarcarono le ciglia gli sfaccendati politici al vedere che non si parlava dell'imperadore; e che la Spagna, dianzi collegata con esso, s'era gettata nel partito delle lega di Hannover. Tanto rumore s'era fatto dagl'Inglesi affinchè il re Cattolico chiaramente cedesse le sue ragioni e diritti sopra Minorica e Gibilterra; pure nulla si potè ottenere di questo: il che nondimeno non ritenne il re d'Inghilterra dall'abbracciar quell'accordo, giacchè, in vigor della pace d'Utrecht, tali acquisti erano autorizzati in favor degl'Inglesi, e il re Cattolico accettava in esso accordo le precedenti paci. Tralasciando io gli altri punti, solamente dirò, essersi ivi stabilito, che per assicurare la successione dell'infante don Carlo in Toscana, Parma e Piacenza, si avessero da introdurre non più Svizzeri, ma sei mila soldati spagnuoli in Livorno, Porto Ferraio, Parma e Piacenza, con patto che tali truppe giurassero fedeltà ai regnanti gran duca, e duca di Parma e Piacenza, e con obbligarsi la Francia e l'Inghilterra di dar tutta la mano per l'effettuazione di questo articolo, tacitamente facendo conoscere di voler ciò eseguire anche contro la volontà di Cesare. Ed ecco il motivo per cui la corte cesarea ricusò d'entrare nel trattato suddetto di Siviglia, giacchè nelle precedenti capitolazioni era stabilito che le guarnigioni suddette fossero di Svizzeri, e non di altra nazione parziale. Probabilmente ancora provò il conte di Koningsegg, plenipotenziario cesareo in Ispagna, della ripugnanza a concorrere in quell'accordo, perchè non vide riconosciuti quegli Stati per feudi imperiali, come portavano i patti. Certamente non si legge in esso trattato parola che indichi soggezione all'imperial dominio. Nè si dee tacere che appunto per questo la corte di Roma tentò di prevalersi di tal congiuntura per far valere le sue ragioni sopra Parma e Piacenza, senza nondimeno essersi finora osservato ch'ella abbia guadagnato terreno. Ora il ministero di Vienna restò non poco amareggiato, perchè il re Cattolico avesse dimenticato così presto l'obbligata sua fede nel trattato di Vienna del 1725, con alterare in condizioni così importanti il tenore di essa, e declamava contra questa sì facile infrazione dei pubblici trattati e giuramenti. Per conseguente ricusò quella corte di aderire al trattato di Siviglia; ma non lasciarono per questo i collegati contrarii di Hannover di far tutte le disposizioni per condurre in Italia don Carlo, ad onta ancora dell'imperadore; maneggiandosi intanto perchè il gran duca _Gian Gastone_ ed _Antonio Farnese_ duca di Parma, accettassero di buona voglia le guarnigioni spagnuole.