Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 28
S'era fin qui nel congresso di Cambrai fatto un gran cambio di parole e ragioni fra i ministri delle corone per giugnere ad una vera pace universale. Ma una remora troppo possente era sempre l'affare di Minorica e Gibilterra; pretendendone gli Spagnuoli la restituzione, benchè ne avessero fatta in Utrecht la cessione, e negandola gl'Inglesi; di modo che apparenza non v'era di sciogliere questo nodo, per cui tutti gli altri restavano sospesi. Avvenne che il baron di Ripperda Giovanni Guglielmo, uomo ardito olandese, che, come i razzi, fece dipoi una luminosa ma assai breve comparsa nel teatro del mondo, segretamente mosse parola in Vienna di una pace privata fra l'_imperador Carlo VI_ e il re Cattolico _Filippo V_; e questa non cadde in terra. Premeva a sua maestà cesarea di mettere fine ad ogni pretension della Spagna sopra gli Stati di Napoli, Sicilia, Milano e Fiandra. Più era vogliosa la corte di Spagna di risparmiare una chiara rinunzia a Gibilterra e Minorica, e di assicurare all'_infante don Carlo_ la succession della Toscana e di Parma e Piacenza: al che spezialmente porgeva continui impulsi la regina _Elisabetta Farnese_, intenta al bene degli infanti suoi figli; e tanto più per udirsi infestata da molti incomodi la sanità del gran duca _Giovanni Gastone de Medici_. Posta tale vicendevole disposizione d'animi, non riuscì difficile lo strignere l'accordo. Fu esso stipulato in Vienna nel dì 30 di aprile, e l'impensata sua pubblicazione sorprese ognuno: tanta era stata la segretezza del trattato. La sostanza principale di quegli articoli consisteva nella rinunzia fatta da Cesare a tutti i suoi diritti sulla corona di Spagna, con ritenerne il solo titolo, sua vita durante; e a stabilire che essa corona non si avesse mai ad unire con quella di Francia. All'incontro anche il re Cattolico _Filippo V_ rinunziava in favore dell'augusta casa d'Austria tutte le sue ragioni sopra Napoli, Sicilia, Stato di Milano e Fiandra, siccome anche annullava il patto della reversione pel regno di Sicilia. Un altro importantissimo punto ancora si vide assodato. Nel dì 6 di dicembre dell'anno precedente avea l'imperadore _Carlo VI_ formata e pubblicata una prammatica sanzione, per cui, in difetto di maschi, era chiamata all'intera successione di tutti i suoi regni e Stati l'_arciduchessa Maria Teresa_ sua primogenita con vincolo di fideicommisso e maggiorasco: decreto che venne poi accettato e confermato da tutti i tribunali dei suoi dominii. Ora anche il re Cattolico accettò la stessa prammatica sanzione, obbligandosi di esserne garante e difensore. Finalmente fra le parti fu accordato, che venendo a mancare la linea mascolina del gran duca di Toscana, e del duca di Parma e di Piacenza, si devolverebbono i loro Stati colla qualità di feudi imperiali all'infante _don Carlo_ primogenito della regina di Spagna _Elisabetta Farnese_, restando il porto di Livorno libero sempre, come si trovava in questi tempi. Seguì parimente una lega e un trattato di commercio fra i suddetti sovrani. Nel dì 7 di giugno di quest'anno con altri atti fu confermata la suddetta concordia, accolta precedentemente con isdegno da chi ne era rimasto escluso; e massimamente perchè Cesare si obbligò di non opporsi, in caso che la Spagna tentasse di ricuperar colla forza Minorica e Gibilterra. Quei nobili Spagnuoli che aveano seguitato l'Augusto Carlo in Germania, e in vigore di questa pace se ne tornarono in Ispagna a godere i lor beni liberati dalle unghie del fisco, trovarono pregiudiziale la mutazion del clima; perchè infermatisi, in men di un anno cessarono di vivere.
Nella primavera dell'anno presente diede la corte di Francia non poco da discorrere ai politici. Un'infermità sopraggiunta al giovane re _Luigi XV_ in grande apprensione ed affanno avea tenuto tutti i sudditi suoi, amantissimi sopra gli altri popoli de' loro monarchi. Perfettamente si riebbe la maestà sua; ma questo pericolo fece conoscere al suo ministero la necessità di non differir maggiormente di procurare al re una consorte che conservasse e propagasse la sua discendenza. Dimorava in Parigi l'_infanta di Spagna_, a lui destinata in moglie, che già per tale speranza godeva il titolo di _regina_; ma questa principessa avea solamente nel dì 31 di marzo compiuto l'anno settimo dell'età sua, e troppo perciò conveniva aspettare, acciocchè fosse atta alle funzioni del matrimonio. Fu dunque presa la risoluzione di rimandarla con tutto decoro in Ispagna; nè si tardò ad eseguirla. Per atto sì inaspettato restarono talmente amareggiati il re e la regina di Spagna, che richiamarono tosto da Parigi i lor ministri, e rimandarono anch'essi in Francia _madama di Beaujolais_, figlia del fu duca d'Orleans reggente, la quale avea da accoppiarsi in matrimonio coll'_infante don Carlo_; e questa poi s'unì nel viaggio colla sorella, vedova del defunto re di Spagna _Luigi_, la qual parimente se ne tornava a Parigi. Contribuì non poco questa rottura ad accelerar la pace suddetta fra l'imperadore e il re Cattolico. Fu allora che la gente curiosa prese ad indovinare qual principessa avrebbe la fortuna di salire sul trono di Francia; ma niuno vi colpì. Con istupore d'ognuno s'intese dipoi che il re, o, per dir meglio, il duca di Borbone primo ministro avea prescelta la _principessa Maria_ figlia di _Stanislao re di Polonia_, ma di solo nome. Videsi questa principessa, nel mese di settembre, condotta con gran pompa da Argentina al talamo reale. Attendendo in questi tempi il pontefice _Benedetto XIII_ non meno al pastoral governo che all'economia de' suoi Stati, pubblicò nel dì 15 d'ottobre una utilissima bolla intorno all'annona di Roma e all'agricoltura di que' paesi. Non così fu applaudita nel giugno di questo anno la promozione alla sacra porpora da lui fatta di monsignor _Niccolò Coscia_, prevedendo già i più saggi che questo personaggio, favorito non poco dall'ottimo pontefice, si sarebbe col tempo abusato della confidenza e bontà del santo padre, il quale non mai dicendo _basta_ alla gratitudine sua, volle premiare l'antica servitù di questo soggetto, e col tempo gli procacciò anche il ricco arcivescovato di Benevento. S'egli fosse meritevole di tanti favori, ce ne avvedremo andando innanzi.
Anno di CRISTO MDCCXXVI. Indizione IV.
BENEDETTO XIII papa 3. CARLO VI imperadore 16.
Da che fu alzato alla dignità pontifizia il cardinale Orsino, uno spettacolo insolito, che tirava a sè gli occhi d'ognuno, era la sua maniera di vivere. Non solamente il pontefice nulla avea sminuito dell'umiltà, virtù la più favorita di _Benedetto XIII_, ma parea che l'avesse accresciuta. Non sapeva egli accomodarsi a quella pompa e magnificenza che vien creduta un ingrediente necessario per maggiormente imprimere ne' popoli il rispetto dovuto a chi è insieme sommo pontefice e principe grande. Sui principii bramò egli d'uscir di palazzo senza guardie, e come povero religioso in una chiusa carrozza, per andare alle frequenti sue visite delle chiese e degli spedali, oppure al passeggio. Gli convenne accomodarsi al ripiego de' più saggi, cioè di portarsi alle sue divozioni accompagnato da un semplice cappellano con poche guardie, recitando egli nel viaggio la corona ed altre orazioni. Cassò nondimeno, come creduta da lui superflua, la compagnia delle lancie spezzate. Chi entrava nella camera sua penava a trovarvi un romano pontefice, perchè non v'erano addobbi o tappezzerie, ma solamente sedie di paglia ed immagini di carta con un Crocefisso. Andava talvolta a pranzo nel refettorio de' padri domenicani della Minerva, come un di essi, altra distinzion non ammettendo di cibo o di sedia, se non che stava solo ad una delle tavole. Al generale d'essi religiosi, ch'egli riguardava sempre come suo superiore, non isdegnava di baciar la mano. Non volle più che gli ecclesiastici, venendo alla sua udienza, gli s'inginocchiassero davanti. Intervenne talvolta al coro coi canonici in San Pietro, o pure nel coro dei religiosi; senz'altra distinzione che di sedere nel primo luogo sotto piccolo baldacchino.
Lungo sarebbe il registrare i tanti atti dell'umiltà sì radicata in lui, che sembravano forse eccessi agli occhi di chi era avvezzo a mirar la maestà e splendidezza de' suoi antecessori, ma non già agli occhi di Dio. Eminente ancora si facea conoscere in questo pontefice il suo staccamento dai legami del sangue e dell'interesse. Amava molto il duca di Gravina suo nipote, e qualche poco anche il di lui fratello Mondillo; ma troppo abborriva il nepotismo. Niun d'essi volle egli al palazzo, molto meno gli mise a parte alcuna del governo; tuttochè, per giudizio de' saggi, meglio fosse stato per la santità sua il valersi del primo, cioè d'un degno e virtuoso signore, che di altre persone alzate agli onori, le quali, unicamente curando i proprii vantaggi, trascurarono affatto l'onore e la gloria del loro benefattore. Solamente promosse all'arcivescovato di Capoa il nipote minore; e questo non per suo genio, ma per le tante batterie di chi favoriva la casa Orsina, e stette più forte contro tante altre usate per impetrargli il cardinalato. Amantissimo della povertà il santo padre, non per altro cercava il danaro che per diffonderlo sopra i poveri, o per esercitar la sua liberalità e gratitudine. Al cattolico re d'Inghilterra _Giacomo III Stuardo_ accrebbe l'appannaggio, e donò tutti i magnifici mobili del pontefice suo predecessore, ascendente al valore di trenta mila scudi. Per far limosine avrebbe venduto, se avesse potuto, fino i palagi; e intanto egli dedito alle penitenze e ai digiuni, non volendo che una povera mensa, convertiva in sovvenimento degl'infermi e bisognosi i regali e le rendite particolari che a lui provenivano. Faceva egli nel medesimo tempo l'uffizio di vescovo e parroco, conferendo la cresima e gli ordini al clero, benedicendo chiese ed altari, assistendo ai divini uffizii e al confessionale, visitando non solamente i cardinali infermi, ma talvolta ancora povera gente, e comunicando di sua mano la famiglia del palazzo. Queste erano le delizie dell'indefesso e piissimo successore di san Pietro, non lasciando egli perciò di accudire al buon governo politico de' suoi Stati, e alla difesa ed aumento della religione.
Abitava da gran tempo in Roma il suddetto _re Giacomo_, favorito dai pontefici ed onorato da ognuno per l'alta qualità del suo grado. L'aveva Iddio arricchito di due figliuoli, principi di grande espettazione. Ma erano sopravvenute in addietro dissensioni fra lui e la regina sua consorte _Clementina Sobieschi_, a cagione delle quali questa piissima principessa s'era ritirata nel monistero di Santa Cecilia, pretendendo che il marito avesse da licenziar dalla sua corte alcune persone per giusti sospetti da essa non approvate. Si erano interposti i più attivi e manierosi porporati, e principi e principesse, per la riunione d'essi, ma con sempre inutili sforzi. Lo stesso pontefice _Benedetto XIII_ non avea mancato d'impiegare i suoi più caldi uffizii a questo fine; negava anche l'udienza al re, persuaso che la ragione fosse dal canto della regina. Ora quando la gente credea rinata fra loro la pace, giacchè era seguito un abboccamento di questi reali consorti, all'improvviso si vide partir da Roma nel mese di ottobre il re coi figli, e passar ad abitare in Bologna, dove prese un palazzo a pigione. Però la compassion di ognuno si rivolse verso l'afflitta regina sua moglie, e il papa cominciò a negare al re la rata della pensione a lui accordata. Motivi all'incontro di somma allegrezza ebbe in questi tempi la real corte di Torino, per aver la duchessa moglie di _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, e nuora del re _Vittorio Amedeo_, dato alla luce nel dì 26 di giugno un principe, che oggidì col nome di _Vittorio Amedeo Maria_, primogenito del re suo padre, gareggia mercè delle sue nobili qualità coi più illustri suoi antenati. All'incontro fu in quest'anno la nobilissima città di Palermo, capitale della Sicilia, un teatro di calamità. Nel principio della notte nel dì primo di settembre si udì quivi nell'aria un mormorio terribile e continuo, che durato per un quarto d'ora, cagionò uno spavento universale, atteso che il cielo era sereno, senza vento e senza apparenza alcuna di tempo cattivo. Furono anche vedute in aria due travi di fuoco, che andarono poi a sommergersi in mare. Erano le quattro ore della notte, quando un orribil tremuoto per lo spazio di due _Pater noster_ a salti fece traballare tutta la città. Fu scritto, che la quarta parte d'essa fu rovesciata a terra. File intere di case e botteghe si videro ridotte ad un mucchio di sassi; assaissime altre rimasero sommamente danneggiate e minaccianti rovina. Spezialmente ne patì il palazzo reale, di cui molte parti caddero, talmente che restò per un tempo inabitabile. La cattedrale ed alcun'altra chiesa gran danno ne soffrirono; e dalle rovine di quella città furono tratte ben tre mila persone o morte o ferite. Corse per l'Italia la relazione di sì funesto spettacolo che metteva orrore in chiunque la leggeva; ma persone saggie di Palermo a me confessarono, aver la fama accresciuto di troppo le terribili conseguenze di quel tremuoto, ed essere stato minore di quel che si diceva, l'eccidio. Intento sempre lo augusto monarca _Carlo VI_ al bene e vantaggio dei suoi sudditi d'Italia, procurò in quest'anno, coll'interposizione della Porta Ottomana la pace e libertà del commercio fra i suoi Stati, e il bey o dey di Tunisi, e la reggenza di quella città. Gli articoli ne furono conchiusi nel dì 23 di settembre. Altrettanto ancora ottenne egli dalla reggenza di Tripoli, in modo che le navi di sua bandiera doveano in avvenire andar sicure dagl'insulti di quei corsari. Con qual fedeltà poi essi Barbari, troppo avvezzi al mestiere infame della pirateria, eseguissero somiglianti trattati, lo sanno i poveri cristiani. Sempre sarà (non si può tacere) vergogna dei potentati della cristianità sì cattolici che protestanti, il vedere che in vece di unir le lor forze per ischiantar, come potrebbono, quei nidi di scellerati corsari, vanno di tanto in tanto a mendicar da essi con preghiere e regali, per non dire con tributi, la loro amistà, che poscia alle pruove si trova sovente inclinare alla perfidia. Tante vite di uomini, tanti milioni s'impiegano dai cristiani per far guerra fra loro: perchè non volgere quell'armi contro i nemici del nome cristiano, turbatori continui della quiete e del commercio del Mediterraneo? Di più non ne dico, perchè so che parlo al vento.
Anno di CRISTO MDCCXXVII. Indizione V.
BENEDETTO XIII papa 4. CARLO VI imperadore 17.
Giunse al fine di sua vita il dì 26 di febbraio dell'anno presente _Francesco Farnese_ duca di Parma e Piacenza, nato nel dì 19 di maggio del 1678; principe che avea acquistato il credito di rara virtù e di molta prudenza nel governo dei suoi popoli. Ancorchè, per esser difettoso di lingua, ammettesse pochi all'udienza sua, pure, non meno per sè che per via d'onorati ministri, accudì sempre all'amministrazion della giustizia, e mantenne la quiete nei suoi Stati, avendogli servito non poco a conservarlo immune dai guai fra i pubblici torbidi la parzialità e riguardo che aveano per lui le corti d'Europa, a cagione della generosa regina di Spagna _Elisabetta_ sua nipote _ex fratr_e, e figlia della duchessa _Dorotea_ sua propria moglie. A lui succedette nel ducato il principe _Antonio_ suo fratello, nato nel dì 29 di novembre del 1679. A questo principe (giacchè il fratello duca avea perduta la speranza di ricavar successione dal matrimonio suo) più volte s'era progettato di dar moglie, affinchè egli tentasse di tenere in piedi la vacillante sua nobil casa; ma sempre in fumo si sciolse ogni suo trattato, per non accordarsi i fratelli nell'appannaggio che egli pretendeva necessario al suo decoro nella mutazion dello stato. Così i poco avveduti principi d'Italia, per volere ristretta nella sola linea regnante la propagazion del loro sangue, e col non procurare che una linea cadetta possa ammogliandosi supplire i difetti eventuali della propria, han lasciato venir meno la nobilissima lor prosapia con danno gravissimo anche de' popoli loro sudditi. Erano assai cresciuti gli anni addosso al duca Antonio, aveva egli anche ereditata la grassezza del padre; pure tutti i suoi ministri, e del pari la corte di Roma, l'affrettarono tosto a scegliersi una consorte abile a rendere frutti. Fu dunque da lui prescelta la principessa _Enrichetta d'Este_ figlia terzogenita di _Rinaldo_ duca di Modena, avendo anche questo principe sacrificato ogni riguardo verso le figlie maggiori per la premura di veder conservata la riguardevol casa Farnese. Dugento mila scudi romani furono accordati in dote a questa principessa, e sul fine di luglio si pubblicò esso matrimonio, con ottenere la necessaria dispensa da Roma per la troppa stretta parentela. Ognun si credeva che grande interesse avesse il duca Antonio di unirsi senza perdere tempo colla disegnata sposa; pure con ammirazione e dolor di tutti si vide differita questa funzione sino al febbraio del seguente anno.
Al _marchese di Ormea_, ministro di rara abilità di _Vittorio Amedeo_ re di Sardegna, riuscì in quest'anno di superar tutte le difficoltà che fin qui aveano impedito l'accordo delle differenze vertenti fra la sua corte e quella di Roma. Il buon pontefice _Benedetto XIII_, nel cui cuore non allignavano se non pensieri e desideri di pace, non solamente condiscese a riconoscere per re di Sardegna esso sovrano, ma eziandio gli accordò non poche grazie e diritti, contrastati in addietro dai suoi due predecessori. Era poi gran tempo che questo papa ardeva di voglia di portarsi a Benevento, parte per consacrar ivi una chiesa fabbricata in onore di San Filippo Neri, alla cui intercessione si protestava egli debitor della vita, allorchè restò seppellito sotto le rovine del tremuoto di quella città; e parte per consolare colla sua presenza il popolo beneventano, per cui egli conservò sempre un amore che andava anche agli eccessi; e tanto più perchè riteneva tuttavia quell'arcivescovato. Per quanto si affaticassero i porporati per attraversare questo suo dispendioso disegno, non vi fu ragione che potesse distornarlo dalla presa risoluzione. Dopo aver dunque fatto un decreto, che, in caso di sua morte, il sacro collegio tenesse il conclave in Roma, nel marzo di quest'anno si mise in viaggio a quella volta con picciolo accompagnamento di gente, ma con gran copia di sacri ornamenti e regali per le chiese di Benevento, e gran somma di danaro per riversarlo in seno dei poveri. Due corsari, informati del suo viaggio, sbarcarono a Santa Felicita; ma il colpo andò fallito, e si sfogò poscia il lor furore sopra que' poveri abitanti. Giunse a Benevento il santo padre nel dì primo di aprile. Gran concorso di popolo fu a vederlo ed ossequiarlo; e siccome egli di nulla più si compiaceva, che delle funzioni episcopali, così impiegò ivi il suo tempo in consecrar chiese ed altari, in predicare, in amministrare sacramenti, in servire i poveri alla mensa, e in altri piissimi impieghi del genio suo religioso. Nel dì 12 di maggio fece poi partenza di colà, e pervenuto a San Germano nel dì 18, quivi con gran solennità consecrò la chiesa maggiore. Fu in Monte Casino, dove, come se fosse stato semplice religioso, gareggiò coll'esemplarità e pietà di que' monaci, assistendo anch'egli al coro della mezza notte. Gran consolazione si provò in Roma all'arrivo della santità sua in quella capitale, succeduto nel dì 28 del mese suddetto.
Miravansi intanto gli affari dei potentati cristiani in un segreto ondeggiamento. Disgustata era la corte di Spagna con quella di Francia per la principessa rimandata a Madrid. Più grave ancora si conosceva la discordia sua con quella d'Inghilterra a cagione di Minorica e Gibilterra. Un altro affare sturbò la buona armonia fra Cesare e gli Anglolandi; imperciocchè l'interesse, cioè il primo mobile del gabinetto dei regnanti, avea servito ai consiglieri cesarei per indurre l'Augusto Carlo VI ad istituire, o pure ad approvare una grandiosa compagnia di commercio in Ostenda: il qual progetto se fosse andato innanzi, minacciava un colpo mortale al commercio dell'Inghilterra ed Olanda. Pretendeano quelle potenze un sì fatto istituto contrario ai patti delle precedenti leghe, tacciando anche d'ingratitudine sua maestà cesarea, che aiutata da tanti sforzi di gente e danaro da esse marittime potenze per ricuperar la Fiandra, si volesse poi valere della medesima conquista in sommo loro danno e svantaggio. Ma i ministri di Vienna, siccome partecipi delle rugiade provenienti da Ostenda, teneano saldo il buon imperadore nel sostegno di quella compagnia. Se n'ebbe ben egli col tempo a pentire. Per opporsi dunque al proseguimento di quella compagnia, si formò in Annover nel 1725 una lega fra la Francia, Inghilterra e Prussia, a cui poscia si accostarono anche gli Olandesi. S'era all'incontro l'Augusto Carlo maggiormente stretto col re di Spagna. Aveano in questi tempi gl'inglesi con una squadra dei lor vascelli sequestrata in Porto Bello la flotta che dovea portare i tesori in Ispagna. Da tale ostilità commossi gli Spagnuoli, oltre all'essersi impadroniti del ricchissimo vascello inglese chiamato principe Federigo, andarono a mettere, nel febbraio di quest'anno, l'assedio a Gibilterra. Gran vigore mostrarono gli offensori, ma molto più i difensori; laonde perchè non v'era apparenza di sottomettere quella piazza, e perchè intanto furono sottoscritti in Parigi alcuni preliminari di aggiustamento fra i potentati cristiani, al che spezialmente si erano affaticati i ministri del papa, e più degli altri _monsignor Grimaldi_ nunzio pontifizio in Vienna, quell'assedio, dopo alcuni mesi inutilmente spesi, terminò in nulla. Venne intanto nel dì 22 di giugno a mancar di vita, colpito da improvviso accidente verso Osnabruk nel passare ad Hannover, _Giorgio I_ re della Gran Bretagna, e a lui succedette in quel regno, concordemente ricevuto da quei parlamenti, _Giorgio II_ principe di Galles, suo primogenito.