Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 27
Godevansi in questo tempo i frutti della pace in Italia, e spezialmente le città maggiori sfoggiavano in divertimenti e solazzi, se non che durava tuttavia l'apprensione della pestilenza, che andava serpeggiando per la Provenza e Linguadoca, scemandosi nondimeno di giorno in giorno il suo corso o per mancanza di essa, o per le buone guardie fatte dai circonvicini paesi. In Roma e in altre città dai ministri di Francia e Spagna grandi allegrezze si fecero per li matrimonii del re Cristianissimo coll'infanta di Spagna, e del principe di Asturias colla figlia del duca reggente. Fu fatto nel dì 9 di gennaio il cambio di queste principesse ai confini dei regni nell'isola dei Fagiani; e l'infanta, tuttochè non per anche moglie, cominciò a godere il titolo di regina di Francia. Fece poi essa il suo ingresso a Parigi nel dì primo di marzo con quella ammirabil magnificenza che massimamente nelle funzioni straordinarie suol praticare quella gran corte. Pensò in questi tempi il re di Sardegna _Vittorio Amedeo_ di accasare anch'egli l'unico suo figlio _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, e scelse per consorte di lui _Anna Cristina_ principessa palatina della linea de' principi di Sultzbac, figlia di Teodoro conte palatino del Reno, la quale portò seco in dote, oltre alla bellezza, ogni più amabile qualità. Seguì in Germania questo illustre sposalizio, e nel mese di marzo comparve essa principessa in Italia, con ricevere per gli Stati della repubblica di Venezia e di Milano ogni più magnifico trattamento. Giunta a Vercelli, ivi trovò il re e la regina di Sardegna, che l'accolsero con tenerezza. Suntuose allegrezze dipoi decorarono il suo arrivo a Torino. Vennero nel marzo suddetto a Firenze i principi di Baviera, cioè _Carlo Alberto_ principe elettorale, il duca _Ferdinando_ e il principe _Teodoro_ a visitar la gran principessa _Violante_ loro zia, governatrice di Siena; e di là passarono i due primi a Roma, a Napoli, a Venezia e ad altre città, con ricevere dappertutto singolari onori, ancorchè secondo l'etichetta viaggiassero incogniti. Diede fine al suo vivere nel dì 12 di agosto dell'anno presente _Giovanni Cornaro_ doge di Venezia, a cui nella stessa dignità succedette nel dì 28 di esso mese _Sebastiano Mocenigo_. Suntuoso armamento per terra e per mare fece in questi tempi la Porta Ottomana; e perchè insorsero non lievi sospetti nell'isola di Malta che quel turbine avesse da scaricarsi colà, il gran maestro non ommise diligenza alcuna per aver ben fortificata e provveduta di tutto il bisognevole quella città e fortezze. Chiamò colà ancora i cavalieri, ed implorò dal sommo pontefice un convenevol soccorso. Si videro poi rondare per il mare di Sicilia alquanti vascelli turcheschi, e questi anche tentarono di sbarcar gente nell'isola del Gozzo; ma ritrovata quivi buona guarnigione, il bassà comandante si ridusse a chiedere con minaccie al gran maestro la restituzione di tutti gli schiavi turchi. Ne ricevette per risposta, che questa si farebbe, qualora i corsari africani rendessero gli schiavi cristiani, ch'erano in tanto maggior numero. Se ne andarono que' Barbari, e cessò tutta l'apprensione. In fatti non pensava allora il gran signore a Malta, ma bensì alle terribili rivoluzioni della monarchia persiana, che in questi tempi maggiormente bolliva per la ribellione del Mireveis. Di esse voleva profittare la Porta, ed altrettanto meditava di fare il celebre imperadore della Russia _Pietro Alessiowitz_.
Niun principe cattolico v'era stato che non si fosse compiaciuto dell'esaltazione del cardinale Conti al trono pontifizio. Più degli altri se ne rallegrò il _re di Portogallo_, giacchè in addietro non solamente era egli stato nunzio apostolico a Lisbona, ma anche nel cardinalato protettore della sua corona in Roma. Poco nondimeno stette a nascere non piccolo dissapore fra la santa Sede e quel monarca. Avea il pontefice, in vigore dei suoi saggi riflessi, richiamato dalla corte di Portogallo _monsignor Bichi_ nunzio apostolico; ma intestossi quel regnante di non voler permettere che il Bichi se ne andasse, se prima non veniva decorato della sacra porpora, per non essere da meno dei tre maggiori potentati della cristianità, dalle corti de' quali ordinariamente non partono i nunzii senza essere alzati al grado cardinalizio. Parve al sommo pontefice sì fatta pretensione poco giusta, nè andò esente da sospetto di qualche reità lo stesso peraltro innocente nunzio Bichi, quasichè egli contro le costituzioni apostoliche volesse prevalersi della protezione di quel monarca per carpire a viva forza un premio che dovea aspettarsi dall'arbitrio e dalla prudenza del pontefice suo sovrano. Perciò s'imbrogliarono sempre più le faccende, e il papa, risoluto di conservare la sua dignità, stette saldo in richiamare il Bichi, avendo già inviato colà _monsignor Firrao_, il quale presentò il breve della sua nunziatura, senza prima avvertire se il predecessore lasciava a lui libero il campo. Costume fu del re di Portogallo, giacchè non poteva coll'angusta estensione del suo regno uguagliar le principali potenze della cristianità, di superarle colla magnificenza de' suoi ministri. Godeva specialmente Roma della profusione de' suoi tesori, sì perchè l'ambasciator portoghese sfoggiava nelle spese, e sì ancora perchè il re, invogliatosi di avere nel suo patriarca dell'Indie un ritratto del sommo pontefice, si procacciava con man liberale ogni dì nuovi privilegii dalla santa Sede. Ora si avvisò l'ambasciatore portoghese di far paura al papa, e ito all'udienza, da che vide di non far breccia nel cuore di sua santità colle pretese ragioni, diede fuoco all'ultima bomba con dire: _Che se gli era negato quella grazia o giustizia, avea ordine dal re di partirsi da Roma_. A questa sparata il saggio pontefice, senza alcun segno di commozione, altra risposta non diede, se non: _Andate dunque, e ubbidite al vostro padrone_. Non era fin qui intervenuta una pace ben chiara che sopisse tutte le controversie vertenti fra l'imperadore e l'Inghilterra dall'un canto, e il re Cattolico dall'altro. Cioè non avea peranche l'Augusto _Carlo VI_ autenticamente rinunziato alle sue pretensioni sopra il regno di Spagna, e nè pure il re _Filippo V_ alle sue sopra i regni di Napoli, Sicilia, Fiandra e Stato di Milano. Per concordare questi punti si era convenuto di tenere nel presente anno un congresso in Cambrai; ma non vi si sapea ridurre il re Cattolico, patendo talvolta i monarchi troppo ribrezzo a cedere fin le speranze, non che il possesso di ogni anche menomo Stato: sì forte è l'incanto del Dominamini nel loro cuore. Faceva in questo mentre gran premura Cesare per ottener dalla santa Sede l'investitura di Sicilia e di Napoli: al che non si era saputo indurre papa _Clemente XI_, nè fin qui il regnante _Innocenzo XIII_, per l'opposizione che vi facea la corte di Spagna. Prevalsero infine i pareri della sacra corte in favore d'esso Augusto, giacchè ai diritti di lui s'aggiungeva il rilevante requisito del possesso. Pertanto nel dì 9 di giugno dell'anno presente, secondo la norma delle antiche bolle, fu data all'imperadore l'investitura dei regni suddetti: risoluzione, che quanto piacque alla corte cesarea, altrettanto probabilmente dispiacque a quella di Spagna.
Anno di CRISTO MDCCXXIII. Indizione I.
INNOCENZO XIII papa 3. CARLO VI imperatore 13.
Era già pervenuto all'età di ottantun anni e due mesi _Cosimo III de Medici_ gran duca di Toscana, mercè della sua temperanza, perchè nella virilità divenuto troppo corpolento, abbracciata poi una vita frugale, potè condurre sì innanzi la carriera del suo vivere. Ma finalmente convien pagare il tributo, a cui son tenuti i mortali tutti. Nel dì 31 di ottobre dell'anno presente passò egli a miglior vita, con lasciare un gran desiderio di sè nei popoli suoi: principe magnifico, principe glorioso per l'insigne sua pietà, pel savio suo governo, con cui sempre fece goder la pace ai sudditi in tante pubbliche turbolenze, e procurò loro ogni vantaggio; siccome ancora per la protezion della giustizia e delle lettere, e per le altre più riguardevoli doti che si ricercano a costituire i saggi regnanti. Mirò egli cadente l'illustre sua casa per gli sterili matrimonii del fu suo fratello principe _Francesco Maria_, e del già defunto gran principe _Ferdinando_ suo primogenito, e del vivente _don Giovanni Gastone_ suo secondogenito. Vide ancora in sua vita esposti i suoi Stati all'arbitrio dei potentati cristiani, che ne disposero a lor talento, senza alcun riguardo alle alte ragioni di lui e della repubblica fiorentina, che inclinavano a chiamare a quella successione il _principe di Ottaiano_, discendente da un vecchio ramo della casa de Medici. Al duca Cosimo intanto succedette il suddetto _don Giovanni Gastone_, unico germoglio maschile della casa de Medici regnante, la cui sterile moglie _Anna Maria Francesca_, figlia di _Giulio Francesco_ duca di _Sassen Lawemburg_, viveva in Germania separata dal marito. Mancò parimente di vita in questo anno a dì 12 di marzo _Anna Cristina di Baviera_ principessa di Sultzbach, moglie di _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, dopo aver dato alla luce un principino, che venne poi rapito dalla morte nel dì 11 d'agosto del 1725. Gran duolo che fu per questo nella real corte di Torino, e sopra i medici si andò a scaricare il turbine, quasi che per aver fatto cavar sangue al piede della principessa, l'avessero incamminata all'altro mondo. Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma _monsignor Mezzabarba_, già spedito negli anni addietro alla Cina con titolo di vicario apostolico, per esaminare sul fatto i tanto contrastati riti che dai missionarii si permettevano a quei novelli cristiani. Portò seco alcuni ricchi regali, inviati da quell'imperadore al santo padre, ed insieme in una cassa il cadavero del _cardinal di Tournon_, già morto in Macao. Perchè restò accidentalmente bruciata una nave, su cui venivano assaissimi arredi e curiosità della Cina, Roma perdè il contento di vedere tante altre peregrine cose di quel rinomato imperio.
Godevansi per questi tempi in Italia le dolcezze della pace universale, segretamente nondimeno turbate dal tuttavia ondeggiante conflitto degl'interessi e delle pretensioni dei potentati. Ad altro non pensava la corte di Spagna che a spedire in Italia l'_infante don Carlo_, primogenito del secondo letto del re _Filippo V_, affinchè si trovasse pronto, in occasion di vacanza, a raccogliere la succession della Toscana e di Parma e Piacenza, che nei trattati precedenti gli era stata accordata. Ma perchè non compariva disposto il re Cattolico alle rinunzie che si esigevano dall'imperador _Carlo VI_, nè al progettato congresso di Cambrai, per ultimar le differenze, davano mai principio i plenipotenziarii di Spagna; pericolo vi fu che il suddetto Augusto spingesse in Italia un'armata per disturbare i disegni del gabinetto spagnuolo. Medesimamente in gran moto si trovava la corte di Toscana, siccome quella che non sapea digerire la destinazion di un erede di quegli Stati fatta dal volere ed interesse altrui, e molto meno il progetto di metter ivi presidii stranieri durante la vita dei legittimi sovrani. Non era inferiore l'alterazione della corte pontificia per l'affare dei ducati di Parma e Piacenza, che, in difetto dei maschi della casa Farnese, aveano da ricadere alla camera apostolica; e pure ne aveano disposto i potentati cristiani in favore dei figli della Cattolica regina di Spagna _Elisabetta Farnese_, con anche dichiararli feudi imperiali. Non mancò il pontefice _Innocenzo XIII_ di scrivere più brevi e doglianze alle corti interessate in questa faccenda. Fece anche fare al congresso di Cambrai per mezzo dell'abbate Rota, auditore di _monsignor Massei_ nunzio apostolico nella corte di Parigi, una solenne protesta contro la disegnata investitura di quegli Stati. Ma è un gran pezzo che la forza regola il mondo; ed è da temere che lo regolerà anche nell'avvenire. Attendeva in questi tempi il magnifico pontefice ad arricchir di nuove fabbriche il Quirinale per comodo della corte, mentre la fabbrica del corpo, infestata da varii incomodi di salute, andava ogni di più minacciando rovina. Dopo avere il gran mastro dei cavalieri di Malta fatto di grandi spese per ben guernire l'isola contro i tentativi dei Turchi, e ottenuta promessa di soccorsi dal papa e dai re di Spagna e Portogallo, finalmente si avvide che a tutto altro mirava il gran signore col suo potente armamento. La Persia lacerata da una terribil ribellione era l'oggetto non men della Porta Ottomana che di _Pietro_ insigne imperador della Russia, essendosi sì l'una che l'altro preparati per volgere in lor pro la strepitosa rivoluzion di quel regno, che in questi tempi era il più familiar trattenimento dei novellisti d'Italia. Nel dì 2 di dicembre dell'anno presente da morte improvvisa fu rapito _Filippo duca d'Orleans_ reggente, e poi ministro del regno di Francia: principe che in perspicacia di mente e prontezza d'ingegno non ebbe pari. Coll'aver conservato la vita del re _Luigi XV,_ e fattolo coronare, smontò ogni calunnia inventata contro la sua fedeltà ed onore. Colse il _duca di Borbone_ il buon momento, e portata al re la nuova della morte d'esso duca di Orleans, ottenne di essere preso per primo ministro.
Anno di CRISTO MDCCXXIV. Indizione II.
BENEDETTO XIII papa 1. CARLO VI imperadore 14.
Grande strepito per Italia fece nell'anno presente l'atto eroico del Cattolico re _Filippo V_. Questo monarca fin da' suoi primi anni imbevuto delle massime della più soda pietà, che egli poi sempre accompagnò colle opere, stanco e sazio delle caduche corone del mondo, prese la risoluzione di attendere unicamente al conseguimento di quella corona che non verrà mai meno nel regno beatissimo di Dio. Perciò, dopo avere scritta a _don Luigi_ principe di Asturias suo primogenito una sensata ed affettuosissima lettera, in cui espresse i principali doveri d'un saggio re cristiano, nel dì 16 di gennaio solennemente gli rinunziò il governo dei regni, dichiarandolo re. Riserbossi il solo palazzo e castello di Sant'Idelfonso col bosco di Bulsain, e una pensione annua di cento mila doble per sè e per la regina sua moglie _Elisabetta Farnese_. Di convenevoli appannaggi provvide gl'infanti figli, cioè _don Ferdinando, don Carlo e don Filippo_. Grande animo si esige per far somiglianti sacrifizii, maggiore per non se ne pentire. Con somma saviezza e plauso continuava il suo pontificato _Innocenzo XIII_, ed era ben degno di più lunga vita, quando venne Dio a chiamarlo ad una vita migliore. Infermatosi egli sul principio di marzo, terminò poi nella sera del dì 7 d'esso mese i suoi giorni con dispiacere universale, e massimamente del popolo romano. Benchè egli fosse modestissimo ed umilissimo, pure amava la magnificenza, e niun più di lui seppe conservare la dignità pontificia. Maestoso nel portamento, senza mai adirarsi o scomporsi, con poche parole, ma gravi, e sempre con prudenza, rispondeva e sbrigava gli affari. In lui si mirava un vero principe romano, ma di quei della stampa vecchia. Resta perciò tuttavia una vantaggiosa memoria del saggio suo governo; governo bensì breve, ma pieno di moderazione, e che potè in parte servir di esempio a' suoi successori.
Aprissi dipoi il sacro conclave, e non pochi furono i dibattimenti e gl'impegni per provvedere d'un nuovo pastore la greggia di Cristo. Videsi anche allora come i consigli umani cedono all'occulta provvidenza che governa il mondo e la Chiesa sua santa; perciocchè caddero tutti i pretendenti a quella suprema dignità, e andò a terminare inaspettatamente la concorde elezione in chi non pensava al triregno, nè punto lo desiderava, anzi fece quanta resistenza potè per non accettarlo, e sarebbe anche fuggito, se avesse potuto. Fu questi il cardinale _Vincenzo Maria Orsino_, di una delle più illustri famiglie romane, che quattro sommi pontefici avea dato nei secoli addietro alla Chiesa di Dio. Suo nipote era il duca di Gravina. Nato egli nel febbraio del 1649, conservava tuttavia gran vigore di mente e di corpo. Nell'ordine dei predicatori aveva egli fatto professione, ed anche attese a predicare la parola di Dio. In età di ventitrè anni era stato promosso alla sacra porpora da _Clemente X_. Fu prima vescovo di Siponto, poi di Cesena, e in questi tempi si trovava arcivescovo di Benevento. Ciò che mosse i sacri elettori ad esaltare quasi in un momento questo personaggio, fu il credito della sua sempre incolpata vita, della sua incomparabil pietà e zelo ecclesiastico, e del suo sapere: doti singolari, delle quali avea dato di grandi pruove in addietro nel suo pastoral governo. Convenne chiamare il generale dei domenicani, riconosciuto sempre da lui per superiore, acciocchè gli ordinasse in virtù di santa ubbidienza di accettare il papato. Prese egli il nome di _Benedetto XIII_ in venerazione di _Benedetto XI_, pontefice di santa vita e dello stesso ordine di San Domenico. La sua gratitudine verso tutti i cardinali concorsi all'elezione sua maggiormente attestò le qualità dell'ottimo suo cuore; spezialmente stese la beneficenza sua verso i due cardinali Albani.
Correano già molti anni che il fisco imperiale si manteneva in possesso della città di Comacchio e suo distretto. Agitata in Roma la controversia di chi ne fosse legittimo padrone, o la camera apostolica o il duca di Modena (la cui nobilissima casa estense da più secoli riconosceva quella città dalle investiture cesaree, e non già dalle pontificie), tuttavia restava pendente. Fece il saggio pontefice _Innocenzo XIII_ ogni sforzo per ricuperarne il possesso, ben consapevole di che conseguenza sia, in materia massimamente di Stati, questo vantaggio, ed avea già disposta la corte imperiale a sì fatta cessione. Ma non potè esso papa godere il frutto dei suoi maneggi, perchè rapito troppo presto dalla morte. Diede compimento a questo affare il suo successore _Benedetto XIII_ nel dì 25 di novembre dell'anno presente, con accordare a sua maestà cesarea le decime ecclesiastiche per tutti i suoi regni, con rilasciare tutte le rendite percette, e poscia premiare con un cappello cardinalizio il figlio del conte di Sinzendorf, primo ministro cesareo, che avea cooperato non poco all'accordo. Fu dunque conchiusa in Roma fra i _cardinali Paolucci_ e _Cinfuegos_ plenipotenziarii delle parti la restituzione del possesso di Comacchio alla santa Sede, con espressa dichiarazione nondimeno: _Possessionem Comacli a sacra Caesarea majestate eo dumtaxat pacto dimitti, ut in eamdem Sedes apostolica restituatur, ut prius, ita scilicet, ut neque eidem Sedi apostolicae per hanc restitutionem aliquid novi juris tributum, neque Imperio, vel domui Atestianae quidquam juris sublatum esse censeatur; sed sacrae Caesareae majestatis, et Imperii, domusque Atestinae jura omnia tam respectu possessorii, quam petitorii, salva remaneant, neminique ex hoc actu praejudicium ullum irrogatum intelligatur, usquedum cognitum fuerit, ad quem Comaclum pertineat_. Fu poi data esecuzione a questo trattato nel dì 20 di febbraio dell'anno seguente. Se ne rallegrò tutta Roma; non così la casa d'Este. Correndo il dì 25 di marzo di quest'anno arrivò al fine di sua vita in Torino madama reale _Maria Giovanna Batista_ figlia di _Carlo Amedeo_ duca di Nemours e d'Aumale, e madre del re di Sardegna _Vittorio Amedeo_, in età d'anni ottanta. Non volle ulteriormente differire quel real sovrano il nuovo accasamento del duca di Savoia _Carlo Emmanuele_ suo figlio, e gli scelse per moglie _Polissena Cristina_ figlia di _Ernesto Leopoldo_ langravio di Assia-Rheinfelds Rotemburgo; e venuto il luglio del presente anno, si mise essa in viaggio alla volta d'Italia. Portatosi il re Vittorio col figlio e con tutta la corte in Savoia, accolse, dopo la metà di agosto, la nuora in Tonon, e colla maggior solennità la introdusse a suo tempo in Torino.
Videsi intanto un'impensata vicenda delle cose del mondo nella corte di Spagna. Sorpreso dai vaiuoli il re _Luigi_, dopo aver goduto per poco più di sette mesi il regno, terminò in età di diecisette anni il corso della vita, e fu dalle lagrime d'ognuno onorato il suo funerale. Avrebbe, secondo le costituzioni, dovuto a lui succedere il principe _don Ferdinando_ suo fratello; ma trovandosi egli in età non peranche capace di governo, il real consiglio supplicò il re _Filippo V_ di ripigliar le redini, richiedendo ciò la pubblica necessità. Volle sua maestà ascoltare anche il parer dei teologi, e trovatolo non conforme al sentimento del consiglio, restò in grande perplessità. Contuttociò prevalsero le ragioni che il richiamarono al regno, e però nel dì 6 di settembre pubblicò un decreto, ossia una protesta di riassumere lo scettro, come re naturale e proprietario, finchè il principe di Asturias _don Ferdinando_ fosse atto al governo, riserbandosi nulladimeno la facoltà di continuare nel regno, se così portasse il pubblico bene; siccome dipoi avvenne, avendo egli governato, finchè visse, con somma saviezza ed attenzione i suoi regni. Giacchè il seguente anno era destinato al solenne giubileo di Roma, già intimato alla cristianità, il santo pontefice _Benedetto XIII_ ne fece con tutta divozion l'apertura verso il fine di dicembre, cioè nella vigilia del santo Natale. Pubblicò ancora la risoluzione sua di celebrare nella domenica in Albis del seguente anno un concilio provinciale nella basilica Lateranense, con invitarvi i vescovi compresi nella provincia romana, e tutti i suggetti a dirittura alla santa Sede.
Anno di CRISTO MDCCXXV. Indizione III.
BENEDETTO XIII papa 2. CARLO VI imperadore 15.
Con gran concorso di pellegrini divoti fu celebrato nel presente anno in Roma il solenne giubileo, e fra gli altri cospicui personaggi concorse a partecipar di queste indulgenze la vedova gran principessa di Toscana _Violante di Baviera_, la quale se ricevette le maggiori finezze dal sommo pontefice e da tutta quella nobiltà, lasciò anch'ella ivi un'illustre memoria della sua insigne pietà e liberalità. Grande occasione fu questo giubileo al santo padre _Benedetto XIII_ di esercitar pienamente le tante sue virtù, delle quali parleremo andando innanzi. E siccome egli era indefesso in tutto ciò spezialmente che riguarda la religione, così nel dì 15 di aprile diede principio nella basilica Lateranense al concilio provinciale, a cui intervenne gran copia di cardinali, vescovi ed altri prelati. Vi si fecero bellissimi regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, essendo state prima ben ventilate le materie in varie congregazioni dei più assennati teologi. Volle il sommo pontefice che i vescovi non sentissero il peso della lor dimora in Roma, con far somministrar loro le spese dalla camera apostolica. Nel dì 5 di giugno fu posto fine a quella sacra assemblea, ammirata e benedetta da tutto il popolo romano, che da tanti anni indietro non ne avea mai goduta la maestà. In questi medesimi giorni il Campidoglio romano rinovò un'illustre cerimonia non più veduta dopo il tempo di Francesco Petrarca. Cioè dal senatore e dai conservatori del popolo fu con gran solennità conferita la corona d'alloro al cavalier _Bernardino Perfetti_ Senese, poeta rinomato pel possesso delle scienze migliori, e massimamente per la sua impareggiabile facilità ad improvvisare in versi italiani, e versi pieni di sugo e non di sole frasche. Onorarono quella funzione parecchi porporati e la suddetta gran principessa di Toscana. Non trascurò intanto il buon pontefice alcun mezzo per frastornare i disegni dei potentati sopra Parma e Piacenza; ma con poca fortuna, essendo improvvisamente scoppiata una pace stabilita in Vienna fra l'imperadore e il re Cattolico, senza che vi s'interponessero coronati mediatori, e senza aver cura degl'interessi dei principi alleati. Come questa nascesse, gioverà saperlo.