Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 24

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Il dì 16 di agosto fu destinato dal principe Eugenio, e secondato da' favori del cielo, per fiaccare le corna all'orgoglio ottomano. Nel cristiano esercito militavano il principe elettoral di Baviera _Carlo Alberto_, già ritornato dall'Italia, il principe _Ferdinando_ suo fratello, il principe _Emmanuello di Portogallo_, il _conte di Charolois_, il _principe di Dombes_ Franzesi, ed altri principi di Sassonia, di Anhalt, di Holstein e di Wirtemberg. La mattina per tempo furono in ordinanza tutte le schiere, e si mossero alla volta del campo infedele. L'essere insorta una folta nebbia, per cui non veduti pervennero i cristiani fin presso alle nemiche trincee, fu non ingiustamente attribuito alla protezion del cielo. Attaccossi il terribil conflitto; per cagion dell'oscurità nè gli uni nè gli altri intendevano bene ciò che fosse vantaggioso o dannoso; quando tornò il sereno, e s'avvidero i cesarei che i Turchi usciti da' trincieramenti aveano tagliata la comunicazione fra le due ale della loro armata; allora con grande empito si scagliarono i valorosi cristiani contro di loro; rovesciarono fanti e cavalli; s'impadronirono delle loro batterie. Ve ne restava una di diciotto pezzi sostenuta da venti mila giannizzeri e da dieci mila spahì. Tutto cedette alla bravura de' cesarei; i Turchi non pensarono da lì innanzi che a menar le gambe. Usciti del campo si tornarono a raggruppare; ma, vedendo disperato il caso, ripigliarono la fuga. Aveva ordinato il saggio cesareo generale sotto rigorose pene che niuno attendesse a bottinare, promettendo la conservazion di tutto ai soldati, da che fosse terminata con sicurezza l'impresa. Mantenne la parola; e per schivare il disordine, ordinò che si facesse partitamente il sacco. Vi si trovò il ben di Dio. Spese incredibili avea fatto il sultano per provveder quella grande armata. A Cesare restarono cento e trenta cannoni, trenta mortari, tre mila bombe, con altra gran copia di attrezzi, di munizioni, di stendardi. Non si seppe, o non curò alcuno di sapere, quanta fosse la perdita de' nemici. Probabilmente fu molta. Chi scrisse uccisi più di venticinque mila Turchi e fatta gran copia di prigioni, prestò troppa fede alla fama, solita ad ingrandire le cose. Solamente sappiamo essere restati sul campo circa due mila cesarei, e che ascese a più di tre mila il numero de' feriti. Con questa insigne vittoria spirò entro la città di Belgrado ogni speranza di soccorso; e però nel dì seguente 17 di agosto la guernigion turchesca e gli abitanti dimandarono capitolazione. Niuna difficoltà si trovò ad accordar loro quanto richiesero di onore e di comodo; e conseguentemente nel dì 22 ne uscirono venticinque e più mila armati, o capaci di portar le armi, colle lor famiglie e sostanze. Trovaronsi nella città e castello cento settantacinque cannoni di bronzo, venticinque di ferro, cinquanta mortari; sopra le fregate e saiche cento e due cannoni di bronzo, e ottantaquattro di ferro, oltre ad altri restati nell'isola, senza parlare di altre munizioni da guerra. Non tardarono i Turchi ad abbandonare Semendria, Ram, Sabatz ed Orsova, lasciando ancora in que' luoghi non poca artiglieria. Non mancarono censori, perchè non mancavano invidiosi ed emuli, al glorioso principe Eugenio, a cagion della battaglia suddetta, quasichè egli avesse esposto ad evidente pericolo di perdersi tutto il nerbo delle forze cesaree. Avrebbero detto lo stesso di Alessandro Magno, che con meno di gente fece tante prodezze. Nè pure il principe di Savoia avea bisogno d'imparar da costoro il mestier della guerra.

Tanta felicità dell'armi cesaree in Ungheria incredibil consolazione recò a chiunque ha interesse nella depressione del comune nemico. Ma questa venne stranamente turbata da un emergente, per cui gran romore fu per tutta l'Europa. All'abbate _Giulio Alberoni_ piacentino era tenuta la regina Cattolica _Elisabetta Farnese_ per la sua assunzione a quel talamo e trono: sì destramente e fortunatamente seppe maneggiarsi alla corte di Madrid. Compensava questo personaggio la bassezza de' suoi natali coll'elevazion della mente, piena di grandi idee, intraprendente, costante nell'esecuzion de' suoi disegni. L'energia del suo spirito, e più la parzialità della regina lo aveano perciò portato alla confidenza e al principal maneggio del real gabinetto. A colmarlo d'onore gli mancava la sola porpora cardinalizia, e per ottenerla indusse il re Cattolico a rimettere in pristino tutti i diritti della pontificia dateria, e il commercio fra la santa Sede e la Spagna, interrotto da molti anni. Fece inoltre sperare al pontefice _Clemente XI_ un magnifico stuolo di navi spagnuole in soccorso de' Veneti contra del Turco. In ricompensa di queste belle azioni il santo padre promosse alla sacra porpora l'Alberoni, benchè nel sacro concistoro declamasse forte contra di lui il cardinale _Francesco del Giudice_, troppo disgustato, perchè cacciato per opera di lui dalle Spagne. Sul principio di quest'anno vennero avvisi che il re Cattolico _Filippo V_ facea grande armamento, con accrescere le sue forze di terra e di mare. A qual fine non si sapea. Si fece credere a Roma essere le mire di quel monarca contra de' Mori, per ricuperare Orano, e far altri progressi in Africa: con che quella corte ottenne le decime del clero per tutti i suoi regni. Insospettito nulladimeno il papa di questa novità, ne fece doglianze; ma assicurato da _Francesco Farnese_ duca di Parma, e da' cardinali _Acquaviva_ ed _Alberoni_, che niuna novità si farebbe contra di Cesare, si quetò. Ma che? quando pure s'aspettava di giorno in giorno dal pontefice, che comparisse la flotta spagnuola nei mari d'Italia per passare in Levante, essa nell'agosto voltò le prore alla Sardegna, e si appigliò all'assedio di Cagliari, capitale di quella isola. Trovaronsi quivi deboli i presidii cesarei, perchè, affidati i ministri alla parola del papa, niun timore concepivano per quella parte; però, fattasi poca difesa da quella città, tutto il resto dell'isola si vide inalberar le insegne del re Filippo.

Qui fu che si scatenarono le lingue di tutti gli zelanti del bene della cristianità, gridando essere questo un enorme attentato della corte cattolica contro le promesse fatte al romano pontefice, che s'era renduto mallevadore di ogni sicurezza per gli Stati austriaci. E perciocchè esso re Cattolico prese motivo di rompere la guerra dall'essere stato nei precedenti mesi in Milano fatto prigione monsignor _Giuseppe Molines_, dichiarato supremo inquisitor di Spagna, che alla buona, e senza aver cercato alcun passaporto da Roma, era passato colà, creduto da' ministri cesarei per cervello imbrogliatore; gridavano i politici essere questo un mendicato pretesto, perchè tanto prima avea con sì grande armamento la corte di Madrid fatto conoscere il suo disegno di prevalersi contro l'augusto monarca della opportunità, mentre l'armi di lui si trovarono impegnate contra del Turco, nè potere il privato interesse del Molines giustificare la pubblica rottura, e che si avea a fare ricorso al papa, per rimediare a quella privata controversia. I più finalmente prorompevano in indignazioni contra di un re Cattolico, quasichè egli, dimentico della sua innata pietà, sembrasse essere divenuto collegato col Turco e fosse dietro a frastornare la prosperità dell'armi cristiane contra del comune nemico. Andavano poi a finir tutte le esclamazioni addosso al _cardinale Alberoni_, primo ministro, siccome creduto autore di questo tradimento fatto alla cristianità e al sommo pontefice. Ma intanto la Sardegna andò, e la corte di Spagna più che mai s'invogliò di maggiori progressi. Nel marzo dell'anno presente arrivò a Modena, sotto nome di cavalier di San Giorgio, il cattolico re inglese _Giacomo III_ Stuardo, essendogli convenuto ritirarsi fuori del regno di Francia. Dopo avere ricevuto le maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dal _duca Rinaldo d'Este_ suo zio materno, passò a ricoverarsi negli Stati della santa Sede, e per albergo suo gli fu assegnata dal sommo pontefice la città d'Urbino.

Anno di CRISTO MDCCXVIII. Indizione XI.

CLEMENTE XI papa 19. CARLO VI imperadore 8.

Per le inaspettate novità fatte dal re Cattolico coll'acquisto del regno di Sardegna, s'era vivamente alterata la corte di Vienna contra del sommo pontefice, dalla cui parola confortato avea l'Augusto _Carlo VI_ impugnate l'armi a difesa della cristianità. Anzi traspirava nei ministri cesarei qualche sospetto, che lo stesso pontefice camminasse d'accordo con gli Spagnuoli, sì per le decime loro concedute, come anche per essere nell'anno 1716 venuto improvvisamente da Madrid a Roma _monsignore Aldrovandi_ Bolognese, nunzio apostolico, quasichè fosse stato spedito per concertare quanto dipoi era avvenuto in pregiudizio dell'imperadore. Aggiugnevano, non essere probabile che esso nunzio ignorasse i disegni di quella corte: e perchè non avvisarne il gabinetto pontifizio? All'onoratezza del santo padre fu ben sensibile ed insieme ingiurioso un sì fatto sospetto. Ora non tardarono a comparire i segni dello sdegno di Cesare contro la sacra corte di Roma. Al _nunzio apostolico_ di Vienna fu vietato l'accesso alla corte, e il trattar di negozii con quei ministri. A _monsignor Vicentini_, altro nunzio in Napoli, dal vicerè fu intimato l'uscire di quella metropoli e del regno nel termine di ventiquattro ore; si precluse affatto ogni esercizio di quella nunziatura; e quel che maggiormente allarmò e riempiè di lamenti Roma, fu, che vennero sequestrate le rendite di tutti i benefizii che varii cardinali e molti prelati non nazionali, ed abitanti in Roma, godevano nel regno di Napoli. Nè in questa sola tempesta si trovava il buon pontefice _Clemente XI_. Anche in Francia nei tempi presenti una brutta piega aveano preso gli affari della costituzione _Unigenitus_. Fioccavano da ogni parte le appellazioni ai futuro concilio, e tutto era permesso a chi non voleva sottomettersi ai decreti della santa Sede. Oltre a ciò, perchè nel precedente anno _milord Peterborough_ coll'andare girando per gli Stati della Chiesa, avea fatto sorgere sospetti di macchinar qualche violenza contra del cattolico re britannico _Giacomo III Stuardo_, soggiornante in Urbino, e fu perciò dal _cardinale Origo_ legato di Bologna mandato prigione in forte Urbano, benchè fosse fra poco liberato, pure la nazione inglese suscitò per tale affronto di gravi querele contra del santo padre. Minacciavano essi, se non si dava loro un'adeguata soddisfazione, e di bombardare Cività Vecchia, e d'inferire altri danni al litorale ecclesiastico e alla stessa Roma. Anche dalla parte della Spagna si mosse un'altra burrasca. Avea l'adirato Augusto fatta istanza al pontefice che si richiamasse di Spagna il _cardinale Alberoni_ a render conto dei pretesi perniciosi consigli dati al re Cattolico _Filippo V_, e dell'inganno fatto alla santa Sede nell'anno addietro. Tali forze non aveva il pontefice per tirar di colà l'Alberoni; e se le avea, non gli parve spediente di adoperarle nelle presenti congiunture. Fece nondimeno comparire il suo sdegno contra di lui. Conosceva esso porporato di avere il vento in poppa, e volea prevalersene. Già avea conseguito il vescovato di Malega. Poco era questo al suo merito; si fece nominare dal re Cattolico al ricco arcivescovato di Siviglia; ma il santo padre stette saldo in negargliene le bolle. Se ne offese quel monarca; vietò anch'egli ogni commercio colla sua corte al _nunzio apostolico Aldrovandi_, il quale senza licenza del papa si ritirò in Italia alla patria sua. Richiamò per mezzo del _cardinale Acquaviva_ tutti gli Spagnuoli dimoranti in Roma; proibì ai suoi sudditi il cercare alcun benefizio o pensione dalla Sede apostolica con esorbitante danno della dateria. Non ci volea meno di _Clemente XI_, cioè di un piloto di grande animo, e di non minor saviezza, per navigare in mezzo a tanti scogli e a sì contrarii venti. Ma egli confidato in Dio non punto si atterriva, e seguitava con vigore continuo ad applicarsi agli affari con isperar giorni migliori.

Fin l'anno addietro tal costernazione era entrata nel turchesco divano per la perdita di Belgrado, e per l'apprensione delle vittoriose armi cesaree, che cominciò il _sultano Acmet_ a muovere parola di pace con sua maestà cesarea. Il ministro del re _britannico Giorgio_ alla Porta fu incaricato di trattarne. Vi prestò orecchio l'_imperador Carlo_; ma suo malgrado, perchè gli stava sul cuore la rottura della guerra dalla parte degli Spagnuoli, nè si potea credere che alla loro avidità e fortuna fosse sufficiente preda la Sardegna. Si osservò nondimeno sul fine dell'anno presente scemato di molto l'ardore dei Turchi per la progettata pace, o vogliam dire tregua; e non per altro se non per gli avvisi colà giunti di avere il re Cattolico dato all'armi contro dell'augusto monarca. Contuttociò da che seppe il sultano il magnifico preparamento di forze guerriere fatto in quest'anno ancora non meno da Cesare che dalla Veneta repubblica, per continuare più che mai la guerra, ripigliarono con calore i negoziati della pace colla mediazione dei ministri d'Inghilterra e d'Olanda. Per luogo del congresso fu scelto Passarovitz nella Servia, dove si raunarono i plenipotenziarii dell'imperadore, della suddetta repubblica e della Porta. Al compimento di questo negoziato non si potè giungere se non nel dì 27 di giugno, nel qual giorno furono sottoscritti gli articoli della concordia di Cesare e dei Veneziani colla Porta Ottomana, consistenti in una tregua di ventiquattro anni. Restò l'imperadore in possesso di tutte le conquiste fin qui da lui fatte, cioè della Servia con Belgrado, di Temisvar, di una particella della Valacchia, con altri vantaggi, che a me non occorre di rammentare. Ai Veneziani restarono Butintrò, la Prevesa, Vonizza, Imoschi, le isole di Cerigo, con altri vantaggi, ma non compensanti in menoma parte la perdita del bel regno della Morea. Fino ai nostri giorni dura l'indignazione dei cristiani zelanti contra di chi obbligò l'Augusto _Carlo VI _e la _repubblica veneta_ alla pace o tregua suddetta. Da gran tempo non s'era veduta più bella apparenza di dare una forte scossa all'imperio ottomano. Avea Cesare in piedi una fioritissima armata con un generale incomparabile, colle milizie tutte incoraggite per le precedenti vittorie; laddove i Turchi erano spaventati, avviliti e sull'orlo di maggior precipizio.

Fama corse che il _principe Eugenio_ avesse meditato, non già d'inviarsi alla volta di Costantinopoli, ma d'inoltrarsi per quella strada, e poi rivolgersi verso Tessalonica, o sia Salonichi, per darsi mano coi Veneziani, e tagliar fuori un buon pezzo del paese turchesco. Se ciò è vero, e se questo fosse riuscito, si può disputarne; ma bensì è fuor di dubbio che dalla mossa dell'armi spagnuole provenne la necessità di pacificarsi colla Porta, mentre era minacciato d'invasione tutto il dominio austriaco in Italia. Perchè fu differita per molte settimane la pubblicazion della pace suddetta, il generale de' Veneziani _Schulemburg_ si portò all'assedio di Dolcigno, nido infame di corsari. Nel dì 24 di luglio convenne desistere dalle ostilità, perchè giunse l'avviso della pace. Ma nel volersi ritirare, i Veneti furono inseguiti dai Dulcignotti, e bisognò menar ben le mani. Crebbe in questi tempi la mormorazione contra del _cardinal Alberoni_, perchè furono pubblicate alcune lettere, che si dissero intercette, scritte al principe Ragozzi, ribello e nemico di Cesare, affinchè fosse mezzano a stabilire una lega fra il re Cattolico e il sultano Acmet, di modo che dalla parte ancora de' Turchi si facesse guerra all'imperador de' Romani. Chiunque riputava esso porporato di forte stomaco, e portato ad ogni maggior risoluzione che potesse influire all'ingrandimento della corona di Spagna, non ebbe difficoltà a tener per certo quel progetto di alleanza. Ma ad altri parve esso troppo inverisimile, perchè contrario al pregio della pietà che risplendeva nel cattolico monarca _Filippo V_, e all'uso lodevole dei gloriosi suoi antecessori, i quali mai non hanno voluto tregua, non che lega, con un nemico del nome cristiano.

Intanto proseguiva la corte di Spagna il suo grandioso armamento, e in Sardegna si facea massa delle genti, artiglierie, munizioni e navi. Verso qual parte avesse a piombare la preparata tempesta, niun lo poteva prevedere di certo. Chi credea per li porti della Toscana posseduti da Cesare, chi per Napoli, e chi per lo Stato di Milano. Spezialmente si dubitò dell'ultimo, perchè il _re Vittorio Amedeo_ avea fatto venir di Sicilia un grosso convoglio di munizioni e truppe; campeggiava anche con molta gente ai confini del Milanese; e non era occulto che passava fra lui e il re Cattolico non lieve intrinsichezza; s'era anche combinato fra loro un trattato di lega. Ma niun si trovò più deluso dello stesso re di Sicilia, perchè all'improvviso s'intese che l'armata navale spagnuola, alzate le ancore, dalla Sardegna era passata alla Sicilia stessa per insignorirsene. Risvegliossi allora un gran bisbiglio, gridando i poco parziali della Spagna, vedersi oramai quanto possa in cuore di alcuni potenti del secolo la smoderata voglia del conquistare. Non essere gran tempo che con solenne pace e solenni giuramenti avea la corte di Spagna ceduta la Sicilia al re Vittorio; nulla avere mancato questo real sovrano ai patti; e pure senza scrupolo alcuno, e dopo le maggiori dimostrazioni di amicizia, essere procedute l'armi spagnuole a spogliarlo di quel regno. Se così si opera (andavano essi dicendo), dove è più la pubblica fede, e chi ha più da credere ai regnanti? Fece anche questa novità sempre più sparlare del porporato primo ministro di Spagna, a cui si attribuivano tutti gl'impegni di quella corte. Tuttavia non mancò essa corte di pubblicare un manifesto, con cui studiò di dare qualche colore alla presa risoluzione sua, ma intorno a cui non appartiene a me di proferir giudizio. Ora nel dì ultimo di giugno pervenuta l'armata spagnuola in faccia di Palermo, giacchè non v'era luogo alla difesa di quella fedelissima città, i magistrati ne portarono le chiavi al generale spagnuolo, e con incessanti acclamazioni di gioia fu quivi proclamato il re _Filippo V_. Erasi quivi ritirato il conte _Annibale Maffei_ Mirandolese, vicerè di quel regno, con lasciar presidio nel castello, che fra pochi dì venne in poter degli Spagnuoli. Rinforzò esso conte colle milizie ricavate da Palermo, Cattania ed Agosta i presidii di Siracusa, Messina, Trapani e Melazzo, e fece ricoverare in Malta le galee del suo padrone. Essendo ritornata in Sardegna la flotta spagnuola per imbarcare il resto delle milizie, con esse sbarcò dipoi in Sicilia il _marchese di Leede_ Fiammingo, generale di terra del re Cattolico, che poi fece maraviglie di condotta e valore in quell'impresa. Intanto Cattania col castello fu presa, e bloccata la città di Messina, dove, dopo essere entrate l'armi spagnuole, cominciarono le ostilità contra di quei castelli. Fu anche messo il blocco a Melazzo e a Trapani. In somma pareano disposte tutte le cose, per vedere in breve tornata tutta la Sicilia sotto la signoria del re Cattolico; e sarebbe succeduto, se non fossero entrati in iscena altri potenti a rompere le misure della Spagna.

Non dormiva l'imperador _Carlo VI_, e molto meno i suoi ministri di Napoli e Milano, i quali dacchè cominciò a scoprirsi il mal animo degli Spagnuoli, non aveano cessato di far gente e di preparar munizioni per ben accogliere chi si fosse presentato nemico. S'erano anche mosse le potenze marittime come garanti della cessione della Sicilia, ed obbligate a sostener anche l'imperadore negli acquisti suoi. A nome del re britannico _Giorgio I_ fece lo Stenop suo ministro a Madrid varie doglianze e proteste, con rappresentare sopra tutto l'obbligo e la determinazione dell'Inghilterra di difendere i suoi collegati; al qual fine si preparava una poderosa squadra di vascelli. Più alto, all'incontro, parlò il _cardinale Alberoni_, e diede assai a conoscere che poca impressione in lui faceano somiglianti bravate. Servirono poscia le altrui minaccie a far maggiormente affrettare la spedizione contro la Sicilia, colla speranza di vederla conquistata tutta prima che comparissero in quelle parti le vele inglesi. Intanto il re _Vittorio Amedeo_ si rivolse tutto all'imperadore e alle suddette potenze marittime. Trattossi in Londra della maniera di mettere fine a queste turbolenze; e perciocchè si conobbe non aver forza esso re Vittorio per la difesa della Sicilia, nè l'imperadore si sentiva voglia, per far piacere a lui, di sposar questo impegno; e massimamente perchè egli s'era avuto a male che quell'isola, tanto necessaria alla conservazion del regno di Napoli, fosse a lui tolta, e data a chi non vi avea sopra ragione alcuna, nel dì 2 d'agosto fu formato in Londra il piano d'una pace da proporsi al re Cattolico, la quale se non fosse accettata, tutte quelle potenze s'impegnavano di adoperare l'esorcismo della forza per farla accettare. In questa risoluzione concorse ancora il Cristianissimo _re Luigi XV_, o, per dir meglio, _Filippo duca d'Orleans_ reggente di Francia; giacchè la corte di Madrid avea già cominciato a sfoderar pretensioni contro la tutela del piccolo re, e a dichiarare inefficaci e nulle le rinunzie fatte dal re Filippo ai proprii diritti sulla corona di Francia: cose tutte che alterarono forte esso duca reggente, e gli altri principi del sangue reale. Portavano le risoluzioni della proposta concordia, fra l'altre cose, che la Sicilia si avesse da cedere a sua maestà cesarea, e che, in ricompensa di tal cessione, si dovesse cedere il regno di Sardegna al re Vittorio Amedeo: cambio sommamente svantaggioso, a cui quel real sovrano per un pezzo non seppe accomodarsi, ma che in fine, consigliato dalla prudenza, la quale si ha da conformare alle condizioni dei tempi, per non potere di meno, egli approvò. Trattossi quivi parimente della eventual successione dei ducati di Parma e Piacenza, in mancanza di eredi legittimi, per un figlio della regina di Spagna _Elisabetta Farnese_.