Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 23
Appena aveva incominciato l'Italia a respirare da tanti disastri, dopo l'universal pace de' monarchi cristiani, sperando giorni ormai felici, quando la repubblica veneta mirò da lungi cominciato fin l'anno addietro un fiero temporale che la minacciava in Levante. Questo era un gran preparamento di gente e di navi che facea la Porta Ottomana, con ispargere varii pretesti di disgusto contra di essi Veneziani; giacchè di questa mercatanzia ne truova sempre nei suoi magazzini chi ha possanza e voglia di far guerra ad altrui. E tanta più ne trovò il sultano de' Turchi, perchè principe non v'ha che, dopo avere suo malgrado perduto qualche Stato, non si senta agitato da interne convulsioni, cioè da un continuo desio di ricuperarlo, se può. Aveano nelle precedenti guerre i Musulmani perduto il regno della Morea, e fattane cessione alla veneta repubblica. Perchè i giannizzeri tuttodì moveano sedizioni, fu creduto da quel divano che alle loro insolenze si metterebbe fine coll'impegnarli in qualche guerra; e che coloro prendessero di mira la suddetta Morea, si vociferava dappertutto. Questa voce nondimeno tal forza non ebbe da addormentare il cauto gran maestro di Malta. Diedesi egli perciò a ben premunire quella città ed isola fortissima, col chiamare colà tutti i cavalieri d'Italia e di altre nazioni, e con fare ogni necessaria provvisione di munizioni da bocca e da guerra, affinchè il Turco, che altre volte avea finta un'impresa, e ne avea poi fatta un'altra, sapesse che si vegliava in quella parte contro i suoi tentativi. Ora in quell'angustia di tempo non lasciarono i Veneziani di far tutto l'armamento possibile per accrescere le lor genti d'armi e le lor forze di mare, e per tutta la Germania si studiarono di ottener leve di gente, non perdonando a spesa e diligenza veruna. Anche il pontefice _Clemente XI_, commosso dal grave pericolo della cristianità, ricorse all'aiuto del cielo; prescrisse preghiere e orazioni per tutta l'Italia; somministrò sussidii di danaro ai Veneziani e Maltesi, ed approntò le sue galee, per accorrere dove fosse maggiore il bisogno. E perchè parimente veniva minacciata la Polonia, in soccorso di quella inviò dieci mila scudi d'oro. Una anche delle sue prime cure fu di ricorrere a tutti i monarchi cattolici, esortandoli colle più efficaci lettere di concorrere alla difesa de' fedeli contra del tiranno d'Oriente. Intanto si tirò il sipario, e scoprironsi rivolti i disegni del sultano Acmet contra dei Veneziani, con aver egli ingiustamente rotta la tregua stabilita a Carlovitz nel 1699, e per mare e per terra piombò una formidabile armata di Turchi sul Peloponneso, ossia sopra la Morea. Videsi allora una ben dolorosa scena, cioè che nello spazio di un mese la potenza ottomana s'impadronì di tutto quanto la veneta in più anni con tanto dispendio e fatiche avea in quelle contrade acquistato. Corinto, Napoli di Romania, Napoli di Malvasia, Corone, Modone e l'altre piazze di quel regno, tutte caddero in mano degl'infedeli. Fecero alcune buona difesa; ma sì fieri furono gli assalti turcheschi, che sopra gli ammontati cadaveri de' suoi giunsero que' Barbari a superar le fortezze. Altre poi fecero poca o niuna difesa, e i Greci stessi congiurati si gittarono in braccio de' Turchi. Provò allora la repubblica veneta quello ch'è accaduto a tanti altri, cioè che le braccia tradiscono talvolta gli ordini saggi del capo. Si avvide ella, ma tardi, che alcuni dei suoi ministri nella Morea non aveano impiegato il pubblico danaro, come doveano, nel tener completi i presidii e provvedute le piazze del bisognevole. Quel bel paese, quel felice e caldo clima, non si può dire quanto inclini ai piaceri e alla corruttela de' costumi. Senza freno viveano quivi molti degl'Italiani, e di loro si mostravano poco contenti alcuni di que' popoli. Tutto concorse a far perdere sì presto quel delizioso regno; la principal cagione però fu l'esorbitante forza de' Musulmani, a cui non s'era potuto provvedere di alcun valevole ostacolo fin qui. Non finì quest'anno, che, profittando i Turchi dell'amica fortuna, s'impadronirono di altri luoghi ed isole nell'Arcipelago. Parimente i corsari africani, prevalendosi dello scompiglio in cui si trovava l'Italia colle isole adiacenti, ne infestarono più che mai i lidi, e condussero in ischiavitù assaissimi cristiani.
In questi medesimi turbati tempi una altra guerra apertamente si faceva in Sicilia a cagion del tribunale della monarchia. Avendo il sommo pontefice fulminate le censure contro molti di quegli uffiziali e contro altri del regno siciliano, e messo l'interdetto a varii luoghi, il re _Vittorio Amedeo_, risoluto di sostenere gli antichi usi od abusi che s'erano per più secoli mantenuti dai re suoi antecessori, ordinò che non si rispettassero gli ordini di Roma. Chi negò di farlo trovò pronto il gastigo delle prigioni o dell'esilio. Più di quattrocento ecclesiastici, oltre ad altre persone, o volontariamente o per forza uscirono di quell'isola, rifugiandosi a Roma. Il pontefice in sussidio loro impiegò più di sessanta mila scudi; e tuttochè anche amendue i monarchi di Francia e Spagna con forti uffizii sostenessero le pretensioni del re Vittorio, pure l'intrepido papa nel gennaio e febbraio del presente anno pubblicò due altre costituzioni, colle quali abolì il tribunale suddetto della monarchia di Sicilia: passo che maggiormente accrebbe gli sconvolgimenti di quel regno, e cagionò non lieve affanno al novello re di quell'isola, che abbisognava di quiete per ben assodarsi in quel dominio. Intanto per male di vaiuolo in età di diecisette anni venne a morte in Torino _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia suo primogenito nel dì 22 di marzo del presente anno, della qual perdita fu per lungo tempo inconsolabile il re suo padre. Perchè gli strologhi gli aveano predetta la guarigion del figlio, che non si effettuò, ne cadde la colpa sopra i medici, che perciò perderono la grazia del sovrano. Ma Dio gli preservò il secondogenito, cioè _Carlo Emmanuele_, oggidì re di Sardegna, che gareggia nelle virtù coi più rinomati principi della reale sua casa. Non era meno affaccendata in questi tempi la sacra corte di Roma per le opposizioni insorte in Francia contro la costituzione _Unigenitus_, e per le controversie de' riti cinesi, proibiti a quei nuovi cristiani. Intorno a questi punti pubblicò l'indefesso pontefice altre costituzioni, dettate dal suo zelo per la purità della dottrina cattolica.
Si godeva intanto il re Cristianissimo _Luigi XIV_ il contento di avere assicurata sul capo del nipote _Filippo V_ la corona di Spagna, e di avere restituita al suo regno la desiderata pace, quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Era egli giunto all'età di settantasette anni; ne avea regnato settantatrè oltre il costume dei suoi antecessori. Il dì primo di settembre fu l'ultimo del suo vivere, ed egli con intrepidezza mirabile, con sentimenti di viva cristiana pietà e pentimento dei suoi falli lasciò ai suoi discendenti quelle massime più giuste di governo ch'egli talvolta in sua vita dimenticò. Nel bollore spezialmente dei suoi anni gli aveano presa la mano l'incontinenza, lo spirito conquistatorio, senza misurarlo talvolta colla giustizia, e l'ansietà di far tremare ciascuno coi fulmini della sua potenza. Ciò non ostante, pregi sì rilevanti si raunarono in questo monarca per la sua gran mente, per aver nel suo regno procurata la gloria delle lettere, l'accrescimento delle arti e l'utilità del traffico, per la magnificenza delle fabbriche, per aver dilatati ampiamente i confini del suo regno, e sopra tutto protetta la religione de' suoi maggiori, con espurgare dalla gramigna ugonottica i suoi Stati, senza far caso della perdita di tanti sudditi, di tante arti e di tanto oro, in tale occasione asportati, che, secondo l'estimazione comune, giustamente si meritò il titolo di Grande. A questo rinomatissimo monarca succedette il pronipote _Luigi XV_, oggidì glorioso re di Francia, ma in età troppo tenera, e però incapace di governo, e bisognoso di tutori. Ebbe maniera _Filippo duca d'Orleans_, nipote _ex fratre_ del re defunto, e primo principe del real sangue, di far annullare dal parlamento di Parigi il regio testamento, e di assumere egli la tutela del picciolo re. Trovò questo principe esausto il regio erario, incolte molte campagne, impoveriti i popoli per le tante guerre passate, ingrassati non pochi colla mala amministrazione delle regie finanze; e siccome pochi si potevano uguagliare a lui nell'elevatezza della mente, si applicò tosto a curare e saldare le piaghe del regno. Ma intorno a ciò a me non conviene di dirne di più. Fece nell'ottobre di quest'anno _Giacomo III Stuardo_ re cattolico della Gran Bretagna un tentativo per rimettersi sul trono della Scozia, con avere il pontefice somministrati quegli aiuti che potè per quell'impresa. Convien chinare gli occhi davanti agli occulti disegni di Dio. Cominciò egli con prosperità, ma terminò con infelicità un sì importante affare. Dopo essersi dichiarata in favor degl'inglesi la fortuna in una giornata campale se ne tornò lo sventurato principe in Francia a deplorar le sciagure di chi s'era dichiarato del suo partito.
Anno di CRISTO MDCCXVI. Indizione IX.
CLEMENTE XI papa 17. CARLO VI imperadore 6.
In gravissimi timori ed affanni si trovò immersa l'Italia nel presente anno, che la divina provvidenza fece poi risolvere nel progresso in feste ed allegrezze. Divenuta più che mai orgogliosa la Porta Ottomana per le conquiste con tanta facilità fatte nell'anno precedente, meditava già voli più elevati; e si seppe col tempo che avea formati disegni fin sopra la stessa Roma, essendosi esibito il perfido marchese di Langallerie, ribello del re di Francia, di dar mano all'iniqua impresa. Per farsi scala ai danni dell'Italia, determinò il gran signore _Acmet_ che l'armi sue passassero nell'isola di Corfù, posta in faccia alle estremità del regno di Napoli, e sito comodo per effettuar altre maggiori determinazioni. Quaranta mila tra fanti e cavalli turcheschi fecero sbarco in quella fortunata, ed allora troppo infelice isola, ed impresero tosto l'assedio della capitale, secondati da una sterminata flotta per mare. Aveano anche i Veneziani allestita una poderosa armata navale, ma scarseggiavano di gente, perchè le leve per loro fatte in varii luoghi d'Italia ed oltramonti tardavano a comparire. In questo mentre il pontefice _Clemente XI_, che aveva già commossi colle più calde preghiere i re di Spagna e Portogallo al soccorso dei Veneti, ebbe sicuri avvisi che il primo invierebbe sei vascelli e cinque galee alle sue spese contra del comune nemico; e il Portoghese fece sciogliere le vele a sei grossi vascelli, e ad altrettanti minori per unirsi alle vele pontificie. Accrebbe il pontefice la sua squadra navale di due galee e di quattro vascelli, coi quali congiunsero ancora i cavalieri di Malta le loro forze, e il gran duca _Cosimo III_ unì con esse quattro galee, due la repubblica di Genova. Impose il pontefice una contribuzione al clero d'Italia; e quanto danaro potè somministrar la camera pontificia e i più facoltosi cardinali, tutto andò in aiuto de' Veneziani e in soccorso dell'imperador _Carlo VI_. La speranza appunto maggiore del santo padre, dopo la protezione e l'aiuto di Dio, era risposta nelle forze del piissimo Augusto. Certo è che la maestà sua con compassione mirava il terribile spoglio fatto e vicino a farsi dai Turchi delle provincie venete; mirava anche minacciato il suo regno di Napoli dai loro ulteriori progressi; ma non sapea perciò risolversi a sfoderar la spada contra di loro, per sospetto che la corte di Spagna, prevalendosi della congiuntura, in veder impegnate l'armi imperiali in Ungheria, facesse qualche solenne beffa ai suoi Stati d'Italia. Per rimuovere questo ostacolo si affaccendò non poco il sommo pontefice, ed essendogli finalmente riuscito di ricavare del re Cattolico un'autentica promessa di non molestare alcun degli Stati posseduti dall'imperadore durante la guerra col Turco, sua santità si fece garante mallevadore alla corte di Vienna della sicurezza dei cesarei dominii in Italia.
Con questa fidanza l'Augusto _Carlo VI_, nel dì 25 di maggio stretta coi Veneziani una lega difensiva ed offensiva non tardò più a dichiarar la guerra al sultano. Un fiorito esercito di gente veterana teneva Cesare tuttavia in piedi, e questo a poco a poco andò sfilando in Ungheria sino ai confini del dominio turchesco. Il comando dell'armata fu dato al celebre _principe Eugenio di Savoia_, la cui mente, credito e perizia militare si contava per un altro esercito. Trovarono i cristiani un'oste più poderosa di Turchi preparata ai confini, sotto il comando del primo visire, e non solo ben animata alla resistenza, ma che s'inoltrò sino a Petervaradino, e baldanzosamente intimò quel presidio la resa. Furono in quei contorni a vista le due nemiche armate nel dì 5 d'agosto, festa della Beata Vergine ad Nives; e nel tempo stesso che in Roma si facea una solenne processione per implorare il braccio di Dio in favore delle armi cristiane, si venne ad una gran battaglia. Fama fu che l'esercito turchesco contasse centocinquanta mila combattenti, fra i quali quaranta mila giannizzeri e trenta mila spahì. Si azzuffarono dunque nel dì suddetto le due armate nemiche, e si videro i Turchi con ordinanza non più osservata in addietro e con immenso vigore essere i primi all'assalto. Sì fiero fu l'urto loro, che piegarono i reggimenti cesarei, e non mancò apparenza che l'esercito cristiano fosse vicino ad andare in rotta. Ma sostenuto quel primo feroce empito, il prode principe Eugenio fece con tal ordine avanzar le altre schiere, che i nemici, dopo aver fatta una lunga e sanguinosa resistenza, non potendo più reggere alla bravura degli Alemanni, diedero a gambe. Insigne e compiuta fu quella vittoria. Restarono i cristiani padroni del campo, di tutte le tende, di centottanta cannoni di bronzo, di circa altrettante insegne, della cassa militare e della segreteria del primo visire. Del ricco bottino non vi fu soldato alcuno che non partecipasse. Ascese a molte migliaia il numero dei musulmani estinti, poco fu quello dei prigioni. Dal padiglione d'esso visire, che per le ferite andò a morire il dì seguente a Carlowitz, il vittorioso principe Eugenio scrisse tosto e spedì la lietissima nuova all'augusto monarca, il quale poscia mandò a Roma in dono al sommo pontefice quattro delle più ricche bandiere prese ai nemici. Non istette gran tempo a gustarsi del frutto di questa vittoria.
S'erano già inoltrati di molto gli approcci de' Turchi sotto la città di Corfù, ed aveano essi senza risparmio di sangue superate le più delle fortificazioni esteriori. Entro stava alla difesa il _conte di Schulemburg_, primo generale dell'armi venete, che mirabili pruove diede del suo saper militare, a cui corrispondeva con egual valore la guarnigione cristiana con disputare a palmo a palmo ogni progresso dei nemici. Contuttociò assai si prevedeva che a lungo andare non si potea sostenere una piazza assalita con incredibile sprezzo della morte dagl'infedeli, e priva di speranza di soccorso. Perciocchè s'era ben volta a quelle parti l'armata navale combinata de' Veneziani e degli ausiliarii; ma, per la conoscenza delle forze superiori de' nemici, non sapevano i più dei generali indursi a battaglia, ed ognuno facea conto delle sue belle navi. La mano di Dio vi rimediò. Appena giunse agli assediatori di Corfù l'infausto avviso della grande sconfitta de' suoi in Ungheria, che entrato in essi un terror panico, come se avessero alle reni il sì lontano vittorioso esercito, subito presero la fuga. Lasciarono indietro artiglierie, cavalli, bagagli e munizioni; solo si pensò a salvare le vite. Gran dire fu, perchè la flotta cristiana in quel grave scompiglio degli atterriti musulmani non volasse ad assalirli, giacchè sicura ne parea la vittoria. La verità nondimeno si è, che si allestirono bensì i collegati per inseguire i fuggitivi, ma in tempo che, sorta una fiera burrasca, convenne pensar più a difendere sè stessi dall'ira del mare che ad offendere altrui. Per lo felice scioglimento di questo assedio non si può dire quanta allegrezza si diffondesse nel cuore di tutti gl'Italiani ben conoscenti che terribili conseguenze avrebbe portato seco la perdita di un'isola forte, sì contigua alle contrade d'Italia. Ricuperarono dipoi i Veneti Butintrò e Santa Maura.
Qui nulladimeno non terminò il comune giubilo dei fedeli. Erano passati cento sessanta anni che la città di Temiswar sofferiva il giogo turchesco, città attorniata da paludi, munita di buone fortificazioni, custodita da un numeroso presidio. A cagion di quelle appellate Palanche difficilissimo compariva l'accesso alla piazza. Pure nulla potè ritenere l'invitto _principe Eugenio_ dall'imprenderne l'assedio, a cui fu dato principio nel primo dì di settembre. Nel dì 23 si presentò un esercito turchesco per dar soccorso alla piazza; ma ritrovati ben trincierati gli assedianti, se ne tornò indietro, sminuito molto di numero. Bisognò impiegare il resto del mese per disporre tutto a superar la Palanca, cioè il sito paludoso, fortificato da grossissimi pali, per cui convien passare alla città. Se ne impadronirono i cristiani nel dì primo di ottobre non senza spargimento di molto sangue, e si diedero poi a bersagliare la città e il castello, cinto da doppia fossa piena di acqua. Nel dì 13 di esso mese, perduta ogni speranza di soccorso, non volle quel presidio differire la resa, ed ottenne libera l'uscita per sè e per tutti gli abitanti col loro avere: capitolazione che fu religiosamente osservata, con essersi provveduto a quel popolo un migliaio di carra per asportar le loro sostanze. Ne uscirono dodici mila armati, e trovaronsi in quella piazza cento trentasei pezzi di cannone e dieci mortari, con abbondante raccolta di munizioni da guerra. Per sì gloriosa campagna Roma e tutta l'Italia si videro tripudianti di gioia, e dappertutto si tessevano elogii all'invincibile principe di Savoia, al quale il pontefice nel dì 8 di novembre fece presentare in Giavarino la spada benedetta in riconoscenza ed onore del suo incomparabil valore. Coll'acquisto di Temiswar, a cui tenne dietro quello di Panscova, Vipalanca e Meadia, tutto quel riguardevol bannato venne in potere di Cesare. Fu in questo, anno che calò in Italia incognito _Carlo Alberto_ principe elettorale di Baviera, cioè il medesimo che da qui ad alcuni anni noi vederem poi conseguire la corona imperiale. Dopo avere nel mese di marzo ricevuto questo principe in Modena dal duca _Rinaldo di Este_ ogni dimostrazione di onore, passò a Bologna per visitare la gran duchessa _Violante_ sua zia, che s'era apposta portata colà. Andò egli poscia a Roma dove il santo padre colle maggiori finezze lo accolse.
Anno di CRISTO MDCCXVII. Indizione X.
CLEMENTE XI papa 18. CARLO VI imperadore 7.
Se nell'anno precedente s'era mostrata sì avversa la fortuna all'armi turchesche, sperò ben nell'anno presente il _sultano Acmet_ di riparare i danni sofferti; al qual fine impiegò tutto il verno e la primavera per adunare un potentissimo esercito, a cui da gran tempo non s'era veduto l'uguale. Dal suo canto anche l'_Augusto Carlo VI_ notabilmente rinforzò le sue armate in Ungheria, inferiori senza paragone nel numero, ma superiori in disciplina militare e in coraggio ai nemici. Minore non fu la vigilanza della _repubblica veneta_, per aumentar le sue forze di mare. Loro somministrò _papa Clemente XI_ la squadra delle sue galee con quelle di _Malta_ e del _gran duca_, ed ottenne di nuovo da _Giovanni re_ di Portogallo undici grossi e ben corredati vascelli. Anche il re Cattolico _Filippo V_ fece credere d'inviare in soccorso dei Veneziani sedici suoi vascelli, che poi si scoprirono destinati ad altra impresa. Tardi giunsero ad unirsi gli ausiliarii colla flotta veneta, la quale perciò sola fu obbligata a sostener tutto il peso della guerra, e ciò nonostante s'impadronì della Prevesa, di Vanizza e d'altri luoghi, già occupati dai Turchi. Nel maggio e poscia nel luglio vennero essi Veneti alle mani coi nemici, e si combattè con gran sangue e valore da ambe le parti, senza che la vittoria si dichiarasse per alcuna di esse. Tanto almeno si guadagnò, che l'orgoglio turchesco calò, e restò precluso ogni adito agl'infedeli, per far nuove conquiste contra dei Veneti. Non così avvenne alle felicissime armi cesaree in Ungheria, guidate dall'impareggiabil generale di questi tempi, cioè dal _principe Eugenio_ di Savoia. Meditava già il magnanimo eroe l'assedio di Belgrado, capitale della Servia; però nel dì 15 giugno sollecitata l'unione e marcia del prode cristiano esercito, per prevenire quello dei Turchi, felicemente passò il Danubio, e nel dì 19 arrivò ad accamparsi intorno a quella città, fortissima per la situazione e per le fortificazioni sue, e che sembrava inespugnabile per l'aggiunta di un presidio che più ragionevolmente si potea chiamare un esercito. Si formarono ponti sul Danubio e sul Savo; si fecero le linee di circonvallazione, e si cominciò a disputar coi nemici tanto nel gran fiume, dove essi abbondavano di galere e saiche, quanto per terra, facendo quei di dentro impetuose sortite. Solamente nel dì 23 luglio cominciarono le artiglierie e i mortari le terribili offese contro la città; e perciocchè le sue contrade sono strette, e le case mal fabbricate, il fuoco delle bombe cagionava frequenti gl'incendii.
Ma eccoti giungere lo sterminato esercito de' Musulmani, creduto ascendere a ducento mila combattenti, sul principio di agosto, e piantare il suo campo per gran tratto di paese, arrivando dal Danubio quasi fino al Savo, con occupare, in faccia dell'armata cristiana, tutto il piano e le colline. Era un bel vedere in lontananza disposte le innumerabili loro tende rosse e verdi con quantità immensa di gente, cavalli e carriaggi. In vece che di recar terrore ai cristiani, quello spettacolo accresceva loro la gioia per la speranza di divenir padroni di tutto. S'era ben trincierato l'esercito cesareo, e, a riserva delle scaramuccie giornaliere, niun movimento faceva quello de' Turchi. Indarno si sperò che per mancanza di foraggi si ritirasse quella gran moltitudine di cavalli; e intanto le dissenterie cominciarono a far guerra alle milizie cristiane, talmente che ogni dì le centinaia si portavano al sepolcro. Di ottanta mila guerrieri alemanni, che dianzi era l'armata, si vide essa ridotta a sessanta. Fu in questo tempo che non solo i saccenti in lontananza, ma non poca parte degli uffiziali dell'oste cesarea, non sapendo intendere i segreti pensieri del principe Eugenio, o ne condannarono in lor cuore la condotta, o ne predissero sinistre conseguenze. Miravano essi l'imperiale esercito in quella inazione, posto fra due fuochi, cioè fra un'armata nemica in campagna tanto superiore di forze dall'un lato, e dall'altro una piazza che teneva impegnato un gran corpo di truppe cristiane nell'assedio. Maniera di vincere Belgrado non appariva; intanto ogni di più veniva scemando l'esercito cesareo; grande il numero de' malati; troppo pericoloso il tentare una battaglia contro di oste sì poderosa e ben trincierata, e con avere alle spalle l'esorbitante guernigion di Belgrado, che potea mettere in forse ogni tentativo dall'altra parte. Non erano occulti al generoso principe questi divisamenti, e le doglianze sotto voce di chi invidiava la sua gloria, o odiava la sua autorità. Lasciava egli dire, e come gran capitano sapeva le ragioni di così operare. Spacciavano i Turchi per debolezza il sì lungo ozio dell'armata cesarea, e si seppe che già meditavano essi di venirla ad assalire nel suo accampamento, quando all'improvviso si trovò ella assalita e sorpresa fra i suoi forti trincieramenti.