Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 22

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In vigore dunque di tali atti il duca _Vittorio Amedeo_ nel dì 22 di settembre venne solennemente riconosciuto in Torino per re di Sicilia con varie feste ed allegrie di quella corte e città; e il principe di Piemonte _Carlo Emmanuele_ prese il titolo di duca di Savoia. Fu allora messo in disputa dai politici, se di gran vantaggio riuscirebbe alla real casa di Savoia un sì nobile acquisto. E non v'ha dubbio che di sommo onore a quel sovrano fu l'avere aggiunto ai suoi titoli il glorioso di re, non immaginario, come quello di Cipri, ma sostanziale col dominio d'una isola felicissima per varii conti, e la maggiore del Mediterraneo, per cui si apriva il campo ad un rilevante commercio marittimo. Contuttociò ad altri parve che se ne veniva un grande onore, non corrispondesse la potenza e l'autorità, per essere troppo staccato quel regno dagli Stati del Piemonte, per l'obbligo di tenervi continuamente gran guernigione sul timore dei vicini Tedeschi padroni del regno di Napoli; giacchè non era un mistero che l'Augusto _Carlo VI_ s'ebbe sommamente a male che fosse a lui tolta la Sicilia per darla ad altri. Io qui tralascio altre loro riflessioni, per dire che i principi ben provveduti di saviezza cesserebbero di essere tali, se, per apprensione delle possibili eventualità, rimanessero di accettar quei dominii che presenta loro la fortuna. Possono anche dopo un acquisto succedere più favorevoli emergenti; e quando anche avvenissero in contrario, ciò che fu fatto sulle prime con prudente riflesso, non può mai divenire taccia d'imprudenza. Ora il nuovo re di Sicilia pensò tosto a portarsi in persona a prendere il possesso di quel regno. Fatti suntuosi preparamenti, passò egli, sul fine di settembre, colla regina moglie, con tutta la sua corte e con molte truppe a Nizza, e quivi sulla squadra dell'ammiraglio inglese _Jennings_ imbarcatosi, nel dì 3 di ottobre indirizzò le vele alla volta di Palermo. Giunto a quel porto, nel dì 10 ricevette dal _marchese de los Balbases_ la consegna delle fortezze, e nel dì seguente fra i giulivi suoni delle campane e gli strepiti delle artiglierie, e fra gli archi trionfali si portò alla cattedrale, dove fu cantato solenne _Te Deum_. Grandi spese fece per tal viaggio il re _Vittorio Amedeo_, e tuttochè ricevesse un riguardevol dono gratuito dai Siciliani, pure l'utile non uguagliò il danno; e la sua camera e il Piemonte si risentirono per qualche tempo della felicità del loro sovrano. Seguì poi in Palermo nel dì 21 di dicembre la solenne inaugurazione del re e della regina. Tre giorni dopo si fece la lor coronazione dall'arcivescovo di Palermo, assistito da alcuni vescovi.

Alle paci fin qui accennate desiderava ognuno che si accomodasse anche l'imperador _Carlo VI_; ma s'era troppo inasprita la corte di Vienna al vedere come abbandonata sè stessa a' collegati, e camminar con vento sì prospero i negoziati della Francia e Spagna; tolta ad esso Augusto la Sicilia; e trovarsi egli forzato ad abbandonare la Catalogna, senza poter ottenere remissione alcuna per quegl'infelici popoli, che rimasero poi sacrificati all'ira del re Cattolico _Filippo V_. Perciò l'Augusto Carlo, senza considerare ad accordo alcuno colle due nemiche corone, restò solo in ballo, e si diede a studiar i mezzi per non lasciarsi soperchiare dalla potenza e fortuna dei Franzesi, sperando pure di ricavar qualche vantaggio per li Catalani suddetti. Giacchè s'era convenuto ch'egli ritirasse l'armi sue dalla Catalogna, la prima sua cura fu di mettere in salvo l'imperadrice sua consorte, lasciata in Barcellona per ostaggio della sua fede ai Catalani. L'ammiraglio inglese _Jennings_ colla sua squadra di navi andò per condurla in Italia. Giornata di troppo gravi cordogli e di aspri lamenti fu quella in cui l'augusta principessa prese congedo da quel povero popolo. Di grandi speranze, di belle promesse spese ella in tale occasione per calmare l'affanno e lo sdegno dei cittadini facendo specialmente valere il restar ivi il _maresciallo di Staremberg_ colle sue truppe, ch'erano ben poche, e doveano anche fra poco imbarcarsi per venire in Italia. Nel dì 20 di marzo sciolse le vele da Barcellona la flotta inglese, e nel dì 2 d'aprile sbarcò l'imperadrice a Genova, dove con superbi regali e sommo onore fu accolta da quella repubblica. Entrò poscia in Milano nel dì 10 d'esso mese, e quivi, dopo aver preso riposo fino al dì 8 del seguente maggio, ripigliò il viaggio alla volta di Mantova, dove si fermò per tre giorni, e comparve a complimentarla _Rinaldo d'Este_ duca di Modena. Inviossi dipoi verso Lamagna, ricevuta dai Veneziani, e dappertutto dove passò, con insigne magnificenza. Nel dì 22 di giugno il _maresciallo di Staremberg_ stabilì una capitolazione coi commissarii del re Cattolico, per evacuar la Catalogna; e poi ritirate le sue truppe da Barcellona cominciò ad imbarcarle sopra le navi inglesi. Gran copia di barche napoletane furono a quest'effetto spedite colà, e si videro poi giugnere esse milizie a Vado nella Riviera di Genova nel dì 8 e 16 del mese di luglio, da dove passarono a ristorarsi nello Stato di Milano. In essi legni venne ancora gran numero di Spagnuoli, anche delle più illustri case, che tutto abbandonarono, per non rimanere esposti a mali peggiori, cioè alla vendetta del fortunato re _Filippo V_. Non si può esprimere in che trasporti di rabbia e di querele prorompessero i Catalani, al trovarsi in tal maniera lasciati alla discrezione dello sdegnato monarca. Andò sì innanzi la lor collera, che presero la disperata risoluzion di difendersi a tutti i patti, benchè abbandonati da ognuno, contro la potenza del re Cattolico, e fecero per questo dei mirabili preparamenti. Molto più ne fece la corte di Madrid, la cui armata passò in quest'anno a bloccare la stessa città di Barcellona. A me non occorre dirne di più.

Fra le altre memorabili virtù dell'imperator _Carlo VI_ sempre si distinse quella della gratitudine. Avea egli pertanto portato seco dalla Spagna un generoso affetto verso chiunque s'era in quelle parti dichiarato del suo partito, e dimostrollo poi, finchè visse, verso chiunque si rifugiò sotto le sue ali in Italia o in Germania, con sostenere migliaia di Spagnuoli esuli, non ostante il gravissimo dispendio dell'imperiale e regia camera sua. Pieno di compassione verso gli abbandonati Catalani, bramava pure di sovvenir loro nella presente congiuntura, ed abbisognava eziandio di pecunia per sostenere sè stesso contro le superiori forze del re Cristianissimo, a cui altro nimico non era restato che il solo imperadore. O progettassero i suoi ministri, o ne movesse la repubblica di Genova le dimande, venne egli alla risoluzione di vendere ad essi Genovesi il marchesato del Finale, già feudo dei marchesi del Carretto, e poi passato in potere dei re di Spagna. Fu stabilito questo contratto nel dì 20 di agosto del presente anno, con pagare in varie rate essa repubblica a sua maestà cesarea un milione e ducento mila pezze, ciascuna di valore di cinque lire, o sia di cento soldi moneta di Genova; e con dichiarazione che continuasse quella terra colle sue dipendenze ad essere feudo imperiale. Non si tardò a darne il possesso ai medesimi Genovesi con fama che fossero accolti mal volentieri que' nuovi padroni dai Finalini, e che la real corte di Torino si mostrasse malcontenta di tal novità. Avrebbe essa ben esibito molto di più per ottenere uno Stato tale, non grande al certo, ma di rivelante comodo ai suoi interessi, massimamente dopo l'acquisto della Sicilia. Fu preteso che l'imperadore si fosse riservato il diritto di ricuperare quel marchesato, restituendo la somma del danaro ricevuto; ma di questo non v'ha parola nell'investitura conceduta ad essa repubblica. Gioioso in questi tempi il re Cristianissimo _Luigi XIV_ per essersi sbrigato da tanti suoi potenti nemici, rivolse tutti i suoi pensieri ad obbligar colla forza l'imperadore _Carlo VI_ ad abbracciar la pace, giacchè egli solo vi avea ripugnato fin qui. Unite dunque le sue forze, spinse il valoroso _maresciallo di Villars_ addosso alla rinomata fortezza di Landau nell'Alsazia. Dopo una vigorosa difesa fu costretta quella piazza, nel dì 22 d'agosto, a rendersi, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Verso la metà di settembre passò il medesimo maresciallo il Reno, ed imprese l'assedio di Friburgo. Il comandante di quella piazza nel dì primo di novembre si ritirò ne' castelli, lasciandola aperta ai Franzesi, che intimarono tosto ai cittadini la contribuzione d'un milione per esentarsi dal sacco. Nel dì 16 d'ottobre anche le fortezze si renderono ai Franzesi con tutte le condizioni più onorevoli. Dopo tali acquisti si posarono l'armi e cominciarono ad andare innanzi e indietro proposizioni di pace, a cui Cesare non negò l'orecchio, perchè oramai persuaso di non poter solo sostenere sì grande impegno.

Benchè gli affari correnti cospirassero a restituire la pubblica tranquillità all'Europa, e non solamente fossero cessate in Italia le turbolenze della guerra, ma si assodasse maggiormente la quiete per l'incamminamento di varii cesarei reggimenti verso la Germania; pure non mancavano affanni a queste contrade. Dall'Ungheria e Polonia era passata a Vienna la peste, con istrage non lieve delle persone, e cominciò sì fatto orrendo malore a stendere le ali per l'Austria, Baviera ed altre parti della Germania. Attentissima sempre la veneta repubblica alla sanità dell'Italia, e a tener lungi questo morbo desolatore, interruppe tosto ogni commercio col Settentrione, e seco s'unì per li suoi Stati il sommo pontefice. Ma non potè fare altrettanto lo stato di Milano ed altri principi: il che cagionò un grave disordine nel commercio per l'Italia. Volle Dio che prima di quel che si sperava cessasse dipoi questo flagello; laonde cessarono ancora le prese precauzioni. Ebbe in quest'anno materia di lutto la corte di Toscana per la morte del gran principe _Ferdinando de Medici_, figlio del gran duca _Cosimo III_, accaduta nel dì 30 del suddetto mese d'ottobre, senza lasciar frutti del suo matrimonio colla principessa _Violante Beatrice_ figlia di _Ferdinando_ elettor di Baviera. Di maravigliose prerogative d'ingegno era ornato questo principe. Non fosse egli mai andato molti anni addietro a gustare i divertimenti del carnevale a Venezia. Fu creduto ch'egli ivi si procacciasse un tarlo alla sua sanità, da cui finalmente fu condotto alla morte. Trovavasi sovente infestato il pontefice _Clemente XI_ dagl'insulti dell'asma, e da altri incomodi di sanità; pure, siccome principe di rara attività, continuamente accudiva ai negozii, e questi non erano pochi. Passavano calde liti fra quella sacra corte e il già duca di Savoia ora re di Sicilia, siccome ancora coi Genovesi e col regno di Napoli, e massimamente coi reggenti dell'appellata monarchia di Sicilia. Il santo padre, siccome zelantissimo della immunità ecclesiastica e dei diritti della santa sede, fulminava monitorii, interdetti e scomuniche: con che effetto, lo dirà a suo tempo la storia della Chiesa.

Ma le occupazioni dell'indefesso pontefice furono interrotte in questi tempi per un imbroglio succeduto in Francia. Forse non piacendo al _cardinale di Noaglies_ arcivescovo di Parigi che il _re Luigi XIV_ avesse preso per suo nuovo confessore un certo religioso, avvertì sua maestà che questi avea spacciato in un suo libro alcune proposizioni poco sane in difesa dei riti cinesi. Ne parlò il re al confessore, il quale rispose, maravigliarsi che il porporato accusasse altrui, quando egli aveva approvato il libro del padre Quesnel, intitolato _Il Nuovo Testamento_, ec., in cui si trovava gran copia di sentenze giansenistiche. Rapportò il re questa risposta al cardinale, ed egli disse che l'opera del Quesnel era stata corretta, confessando nondimeno che vi restavano tuttavia dieci o dodici proposizioni meritevoli di correzione, e che egli col celebre vescovo di Meaux Bossuet era dietro a prestarvi rimedio. Ciò inteso dal confessore, disse al re: _Come, dieci o dodici proposizioni di cattivo metallo? ve n'ha più di cento_. E preso l'impegno di mostrarlo, ricavò da quel libro cento ed una proposizioni. Furono poi queste spedite a Roma dal re; e dappoichè sua santità n'ebbe fatto fare un rigoroso esame, le condannò tutte nel dì 10 di settembre del presente anno colla famosa bolla _Unigenitus_, che poi riuscì seminario d'incredibili dissensioni, appellazioni ed altri sconcerti nel regno di Francia, intorno ai quali io rimetto il lettore ai tanti libri pubblicati su questo emergente. Continuò ancora in quest'anno il male pestilenziale delle bestie bovine, ed assalì varii altri paesi d'Italia. Penetrò nello Stato ecclesiastico e nella Calabria, ed entrò anche nel basso Modenese. Non arrivò questo flagello a cessare, se non nell'anno seguente. Dopo essere dimorato gran tempo in Italia il principe reale ed elettorale di Sassonia, finalmente verso la metà d'ottobre si partì da Venezia, dove avea ricevuti tutti gli onori e divertimenti possibili, inviandosi verso i suoi Stati.

Anno di CRISTO MDCCXIV. Indizione VII.

CLEMENTE XI papa 15. CARLO VI imperadore 4.

Con tutti i progressi delle sue armi nell'anno precedente non rallentò il re Cristianissimo _Luigi XIV_ le sue premure, per dar totalmente la pace alla Europa, col condurre in essa anche l'Augusto _Carlo VI_. Abbisognava eziandio l'imperatore di troncar questo litigio, perchè troppo pericoloso scorgeva il voler solo mantener la guerra con chi s'era potuto sostenere contro tante potenze unite, ed avea ormai ottenuto l'intento di stabilire il nipote in Ispagna. Comunicò il re Luigi le sue premure agli elettori di Magonza e Palatino; e questi mossero la corte di Vienna ad ascoltar le proposizioni della desiderata scambievole concordia. Fu eletto per luogo del trattato il palazzo di Rastat, spettante al principe di Baden, e nel dì 26 di novembre del precedente anno colà comparvero il _principe Eugenio_ per sua maestà cesarea, e il _maresciallo di Villars_ per sua maestà Cristianissima. Per due mesi frequenti furono le conferenze; e non trovandosi maniera di accordar le pretensioni, già parea che si avesse a sciogliere in nulla l'abboccamento, con essersi anche ritirato il principe Eugenio per preparar le armi; quando finalmente si raggruppò l'affare, e nel dì 6 di marzo si giunse a segnar gli articoli della pace, o sia i preliminari della concordia; perciocchè non si poterono smaltire tutte le differenze, e volle l'imperadore che anche l'imperio concorresse alla stabilità d'un atto di tanta importanza. Discese la corte di Francia dall'alto di molte sue pretensioni, perchè ben conosceva vacillanti gli affari in Londra, essendosi mostrati quei parlamenti mal soddisfatti della _regina Anna_ e de' suoi ministri, nè gl'Inglesi ed Olandesi avrebbero in fine sofferto che Cesare restasse vittima della potenza francese. I principali capitoli d'essa pace di Rastat consisterono nella restituzione di Friburg, del forte di Kel e di altri luoghi fatta dalla Francia, che ritenne Argentina, Landau ed altre piazze, indarno pretese da Cesare. Gli elettori di Baviera e di Colonia furono restituiti nel possesso dei loro Stati. I regni di Napoli colle piazze della Toscana e Sardegna, la Fiandra e lo Stato di Milano, a riserva del ceduto al duca di Savoia, restarono in poter dell'imperadore. Fu poi scelta la piccola città di Bada, o sia di Baden, posta negli Svizzeri in vicinanza di Zurigo, per quivi terminar le altre differenze. A poco si ridusse il risultato di quell'assemblea; ed avendo l'imperadore ricevuta la plenipotenza dalla dieta di Ratisbona, non lasciò di conchiudere ivi la pace nel dì 5 di settembre a nome dell'imperio, colla conferma di quanto era stato stabilito in Rastat.

Videsi in tale occasione ciò che tante volte si è provato e si proverà, che chi dei principi minori entra in aderenze coi maggiori nel bollor delle guerre, lusingato di accrescere la propria fortuna, si ha da consolare in fine, e contare per gran regalo, se ottiene la conservazione del proprio; perchè va a rischio anche della perdita di tutto, attendendo i monarchi al proprio vantaggio, e poca cura mettendosi degli aderenti. Perdè il _duca di Mantova_ tutti i suoi Stati. Al _duca di Guastalla_ dovea pervenire il ducato di Mantova: si trovarono più forti le ragioni di chi n'era entrato in possesso. Giuste pretensioni promosse ancora il _duca di Lorena_ sul Monferrato. Con un pezzo di carta, che prometteva l'equivalente, fu pagata la di lui parte. Il _duca della Mirandola_ vide venduto il suo Stato al duca di Modena, e sè stesso costretto a rifugiarsi in Ispagna a mendicar il pane da quella real corte. Fu intimato a _Giacomo III Stuardo_ re cattolico d'Inghilterra di uscire del regno di Francia; e ricoveratosi egli nella Lorena, nè pur ivi trovò sicuro asilo, con ridursi in fine a cercare il riposo fra le braccia del sommo pontefice nella sede primaria del cattolicismo. Si erano mostrati liberali i Gallispani verso di _Massimiliano duca ed elettore di Baviera_, ora investendolo dei Paesi Bassi da loro perduti, ora di Lucemburgo e di altri paesi, ed ora proponendo di farlo re di Sardegna. In ultimo dovette ringraziar Dio di aver potuto ricuperare gli aviti suoi Stati, ma desolati, e che per un pezzo ritennero la memoria degli sfortunati tentativi del loro sovrano.

A queste metamorfosi finalmente restò soggetta anche la Catalogna, da cui fu forzato l'Augusto _Carlo VI_ di ritirar le sue armi con suo ribrezzo e rammarico indicibile per la compassione a que' popoli, che con tanto vigore e fedeltà aveano sostenuto il partito suo. Già nell'anno addietro avea spedito il re _Filippo V_ l'esercito suo, comandato dal _duca di Popoli_, a bloccare la città di Barcellona, dove trovò que' cittadini molto afforzati di milizia, e risoluti di spendere piuttosto la vita colle armi in mano, che di tornare sotto l'offeso monarca, da cui temeano ogni più acerbo trattamento. Furono memorabili le imprese da lor fatte in propria difesa, e passò il verno senza veruna speranza che una sì feroce e disperata nazione si avesse da rimettere all'ubbidienza. Fama fu ch'essi Catalani progettassero fino di darsi più tosto alle potenze africane, che di tornare sotto il giogo castigliano. D'uopo anche fu che il re Cattolico _Filippo V _implorasse l'assistenza dell'avolo re Cristianissimo. Il _maresciallo di Bervich_, inviato da Parigi a Madrid per condolersi della morte di _Maria Lodovica_ di Savoia regina, accaduta nel febbraio di questo anno, ebbe ordine di offerirsi al servigio di sua maestà Cattolica, che volentieri l'accettò per comandante; e più volentieri ricevette l'esibizione d'un grosso rinforzo, anzi, per dir meglio, di un esercito di milizia franzese. Cominciò nel maggio il formale assedio di Barcellona, e proseguì con calore fino al luglio, in cui, arrivati i Franzesi, maggiormente crebbe il teatro di quella guerra. Alle terribili offese con incredibil coraggio corrisponsero i difensori. Gran sangue costò ogni menomo acquisto di quelle fortificazioni, nè mai quella cittadinanza trattò di rendersi, se non quando vide sboccati nella stessa città gli aggressori. Convenne dunque esporre bandiera bianca; e da che fu promessa l'esenzione dal sacco e la sicurezza della vita, fu consegnata la città ai voleri del re Cattolico. Qual fosse il trattamento fatto a quei cittadini e popoli, non occorre che io lo rammenti. L'isola di Maiorica non per questo volle sottomettersi, e necessaria fu la forza a soggiogarla. Restarono solamente in dominio degl'Inglesi Gibilterra e l'isola di Minorica, dove è Porto Maone, con averne il re Cattolico nel solenne trattato di pace fra la maestà sua e la _regina Anna_ d'Inghilterra, stipulato nel dì 13 di luglio dell'anno precedente, sottoscritta la cessione ad essi Inglesi.

Nel dì 28 d'aprile di quest'anno passò all'altra vita _don Vincenzo Gonzaga_ duca di Guastalla in età di ottant'anni, ed ebbe per successore il principe _Antonio Ferdinando_ suo primogenito. A gravi turbolenze rimase esposta _Anna Stuarda_ regina della Gran Bretagna dopo la conclusione della pace, dichiarandosi mal soddisfatti di lei e del suo ministero i parlamenti per li passati maneggi, e massimamente perchè si credette, o si seppe, ch'ella desiderava per suo successore nel trono il re _Giacomo III_ suo fratello. Cadde perciò in odio e disprezzo di quella nazione, e seguirono in Londra varii tumulti e mutazioni; ma venne la morte a liberarla dai guai presenti nel dì 12 d'agosto; e però pacificamente fu riconosciuto per re di quel potente regno _Giorgio Lodovico_ duca di Brunsvich ed elettore, della cui nobilissima origine e comune stipite colla casa d'Este ho io assai parlato nelle Antichità Estensi. Essendo rimasto vedovo _Filippo V_ re di Spagna, pensò egli di passare alle seconde nozze, e pose gli occhi sopra la principessa _Elisabetta Farnese_, nata nel dì 25 di ottobre del 1690 da _Odoardo principe_ ereditario di Parma. Oltre a molte rare prerogative d'animo e d'ingegno, e specialmente di pietà, portava questa principessa in dote delle forti pretensioni sopra il ducato di Parma e di Piacenza, ed anche sopra la Toscana, siccome discendente da _Margherita de Medici_ figlia di _Cosimo II_ gran duca. Stabilitosi dunque il reale accasamento, per opera spezialmente dell'_abbate Alberoni_, residente allora in Madrid pel duca zio di lei, seguì nel dì 16 di settembre in Parma il suntuoso sposalizio d'essa principessa, avendovi assistito il _cardinale Ulisse Gozzadini_ Bolognese, spedito a questo effetto dal papa _Clemente XI_ con titolo di legato a latere, e con accompagnamento magnifico di più centinaia di persone. _Francesco Farnese_ duca di Parma suo zio la sposò a nome di sua maestà Cattolica. Fu poi condotta la novella regina a Sestri di Levante; e quivi preso l'imbarco, senza poter sostenere gl'incomodi del mare sdegnato, fece dipoi la maggior parte del viaggio per terra, e passò in Ispagna a felicitare quella real prosapia. Giunse a Madrid solamente sul fine dell'anno, e nel viaggio diede gran motivo di parlare alla gente, per aver ella animosamente licenziata ed inviata in Francia la duchessa Orsini, che il re le avea mandato incontro con titolo di sua dama d'onore. Quali conseguenze portasse poi questo matrimonio, andando innanzi lo vedremo. Dopo avere _Vittorio Amedeo_ re di Sicilia lasciati in quell'isola molti bellissimi regolamenti pel governo del nuovo regno, ed accresciute le forze tanto di terra quanto di mare in esse contrade, e dopo avere restituita la quiete a quelle terre, dianzi infestate da gran copia di licenziosi banditi, tornossene colla real consorte in Piemonte nell'ottobre di quest'anno, e con gran solennità nel dì primo di novembre fece la sua entrata in Torino. Duravano intanto, anzi ogni giorno maggiormente si accendevano le controversie fra la santa Sede e quel real sovrano, sostenitore risoluto dell'appellata monarchia di Sicilia. Nel novembre di questo anno fece il santo padre pubblicar due formidabili bolle contro i pretesi diritti di quel tribunale. Cagion fu questa lite che non pochi Siciliani si ritirassero a Roma con aggravio non lieve della camera apostolica. Gravissime occupazioni ancora ebbe in questi tempi il sommo pontefice per li torbidi suscitati in Francia dalla bolla _Unigenitus_, dei quali a me non appartien di parlare.

Anno di CRISTO MDCCXV. Indiz. VIII.

CLEMENTE XI papa 16. CARLO VI imperadore 5.