Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 21
Prese dopo la morte dell'augusto figlio l'imperadrice _Leonora Maddalena_ le redini del governo, e con replicate lettere si diede a tempestare il re _Carlo III_, acciocchè, lasciata la troppo pericolosa, anzi disperata, impresa della Spagna, venisse alla difesa e al godimento de' suoi Stati. Trovossi allora il buon principe in un ben affannoso labirinto; perchè dall'una parte il bisogno dei proprii Stati e la premura di salire sul trono imperiale non gli permettevano di fermarsi in Ispagna, e dall'altra non sapeva indursi ad abbandonare i miseri Barcellonesi e Catalani alla discrezione dell'irato _Filippo V_. Avea anche sulle spalle un'esorbitante copia di nobiltà spagnuola e di famiglie rifugiate sotto l'ombra sua per isfuggire i castighi della pretesa ribellione; e tutti dimandavano pane. Fu preso il ripiego di lasciar la regina sua sposa in Barcellona per pegno del suo amore, e per sicurezza degli sforzi ch'era per fare nella lor difesa. Scelta pertanto una parte dei rifugiati Spagnuoli che seco venissero, nel settembre s'imbarcò, e felicemente sbarcò alle spiagge di Genova, e senza perdere tempo s'inviò alla volta di Milano. Alla Cava nel dì 13 d'ottobre fu complimentato da _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, e un miglio lungi da Pavia da _Rinaldo_ duca di Modena. Arrivata che fu la maestà sua a Milano, poco stette a ricevere la lieta nuova che nel dì 12 del predetto mese, di comune consenso degli elettori, era stato proclamato imperador de' Romani. Le universali allegrezze dei popoli d'Italia solennizzarono sì applaudita elezione; il pontefice destinò il _cardinale Imperiale_ con titolo di legato a latere a riconoscere in lui non meno la dignità imperiale che il titolo di re Cattolico. Comparvero ancora a questo fine a Milano pompose ambasciate delle repubbliche di Venezia, Genova e Lucca. Saputosi poi in Madrid come si fossero contenuti in tal occasione i principi d'Italia, il re Filippo ordinò che i loro pubblici rappresentanti sloggiassero da' suoi regni. Fermossi in Milano l'augusto sovrano sino al dì 30 di novembre, in cui si mosse alla volta dell'Alemagna. Nel dì 12 fu di nuovo ad inchinarlo il _duca di Modena_ in San Marino di Bozzolo. Mantova qualche giorno godè della graziosa presenza di questo monarca; e ai confini dello Stato veneto gli fecero un soprammodo magnifico accoglimento gli ambasciatori di quell'inclita repubblica; dopo di che inviatosi egli a dirittura per la via di Trento e del Tirolo, nel dì 20 giunse ad Inspruch, dove prese riposo. Fattosi intanto in Francoforte il suntuoso preparamento per la sua coronazione, questa dipoi si effettuò nel dì 22 di dicembre con solennissima festa. Portò egli al trono imperiale un complesso di sode e rare virtù, quale non sì facilmente si trova in altri regnanti, e cominciò da lì innanzi ad essere chiamato _Carlo VI_ Augusto.
Nulla di notabile operarono in questo anno gli alleati in Piemonte, e da alcuni ne fu attribuita la cagione al trovarsi tuttavia mal soddisfatto _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia della corte di Vienna, che con varie scuse gli negava il possesso tante volte promesso del Vigevanasco. Contuttociò quel sovrano col _maresciallo Daun_ sul principio di luglio con potente esercito si mosse e valicò i monti, e passate le valli di Morienna e Tarantasia, calò nella Savoia, impadronendosi della città di Annicy, Chiambery, ed altre di quella contrada. S'aspettava il _duca di Bervich_ che questo torrente s'incamminasse verso il Lionese; e però, dopo aver muniti i passi, fermò il suo campo sotto il forte di Barreaux. Intenzione del conte di Daun era di assalire i Franzesi in quel sito; ma insorta dissensione di pareri, finì tutta la campagna in sole minaccie contra dei Franzesi. E perchè l'armata non avrebbe potuto sussistere pel verno nella Savoia, divisa allora dall'Italia per cagion delle nevi, abbandonati di nuovo que' paesi, se ne tornarono tutti a cercare stanza migliore in Lombardia. Qualora i Tedeschi avessero tenuto più contento il sovrano di Savoia, forse in altra guisa sarebbero camminate le faccende in quelle parti. Erano di molto prosperate in Ispagna l'armi del re _Filippo V_ col riacquisto della Castiglia e dell'Aragona, e coll'avere ristretti gli alleati nell'angusto paese della Catalogna. Ebbe egli ancora il contento nel gennaio di quest'anno di veder superata Girona dal _duca di Noaglies_, che con venti mila Franzesi ne avea formato l'assedio. Ma niun'altra impresa degna di osservazione si fece in quelle parti, se non che il _duca di Vandomo_ nel mese di dicembre spedì il conte di Muret con grosso corpo di gente sotto Cardona. S'impossessò questo generale del Borgo, e ritiratasi la guernigion nel castello, cominciarono le artiglierie a tormentarlo. Vi fu spedito dallo Staremberg un buon soccorso di gente, che rovesciò le trincee dei nemici, ed entrati colà cinquecento uomini, fecero prendere al Muret la risoluzione di ritirarsi. Nè pure in Fiandra alcuno strepitoso fatto avvenne, altro non essendo riuscito ai collegati che di sottomettere la forte città di Bauchain, giacchè il _maresciallo di Villars_ non lasciava ai nemici adito per azzuffarsi seco: cotanto sapea egli l'arte dei buoni accampamenti, per non venire a battaglia se non quando vi trovava i suoi conti.
Parea dunque che si cominciasse a raffreddare il bollore di questa guerra, nè se ne intendeva allora il perchè; ma a poco a poco si venne poi svelando il mistero. Convien confessarlo: sanno egregiamente i Franzesi combattere con armi di ferro, ma egualmente ancora valersi di armi d'oro per espugnare chi alla lor potenza resiste. Già dicemmo accaduta in Londra non lieve mutazione nel ministero, ed essere toccata la superiorità al partito dei Toris. La _regina Anna_, che fin qui tanto ardore avea mostrato contro la real casa di Borbone, cominciò, per quanto fu creduto, a sentire rialzarsi in suo cuore la non mai estinta affezione al proprio sangue stuardo, siccome figlia del fu cattolico re _Giacomo II_. Mossa da compassione verso l'abbattuto vivente suo fratello _Giacomo III_, re solamente di nome della Gran Bretagna, concepì dei segreti desiderii ch'egli divenisse tale di fatto, e fosse anteposto all'elettoral casa di Brunswich, a cui già per gli atti pubblici del parlamento era stato assicurata la successione del regno, qualora mancasse la regina medesima. All'avveduta corte del re Cristianissimo trasparì qualche barlume del presente sistema di quella di Londra; e il _maresciallo di Tallard_, detenuto prigioniere nella città di Notingam, fu creduto che suggerisse buoni lumi per giugnere a guadagnare il cuore d'essa regina. Segretamente dunque il re _Luigi XIV_ ebbe maniera di far introdurre per mezzo del _milord Halei_, che poi divenne _conte d'Oxford_, e di qualche altra persona favorita dalla regina, parole di pace fiancheggiate da rilevanti vantaggi in favore della nazione inglese. Se riusciva al gabinetto franzese di staccare quella potenza dalla grande alleanza, ben si conosceva terminata la memorabil tragedia della guerra presente. Gustò la regina il dolce di quelle proposizioni, e cominciarono ad andare innanzi e indietro segrete lettere e risposte per ismaltire le difficoltà, e stabilire i principali articoli dell'accomodamento. Di queste mene si avvidero bensì gli Olandesi e la corte di Vienna, e si studiarono di fermarle; ma senza profitto alcuno. Troppa impressione aveano fatto nella regina Anna le offerte della Francia, cioè la cessione di Gibilterra e di Porto Maone all'Inghilterra (punto di gran rilievo pel commercio di quella nazione), l'Assiento, cioè la vendita de' Mori per servigio dell'America Spagnuola, che si accorderebbe per molti anni agl'Inglesi; la demolizione di Dunquerque: una buona barriera di piazze per sicurezza degli Olandesi; all'imperador _Carlo VI_ la Fiandra, lo Stato di Milano, Napoli e Sardegna. Già divenuto come impossibile il cavar dalle mani del re _Filippo V_ la Spagna, restava questa monarchia divisa dalla franzese: a che dunque consumar più tanto oro e sangue, se nulla di più si potea ottener colla guerra di quel che ora si veniva a conseguir colla pace? Passò per questo in Inghilterra nel gennaio seguente il _principe Eugenio_, nè altro gli venne fatto che d'indurre la regina a procedere senza fretta e con gran cautela in sì importante affare. Intanto gli Olandesi si videro astretti a consentire ad un luogo per dar principio ai congressi, e fu scelta per questo la città d'Utrecht, dove nel gennaio seguente avessero da concorrere i plenipotenziarii delle parti interessate. E tali furono i primi gagliardi passi per restituire la tranquillità all'afflitta Europa.
Anno di CRISTO MDCCXII. Indizione V.
CLEMENTE XI papa 13. CARLO VI imperadore 2.
Fin dall'anno precedente era penetrata dall'Ungheria in Italia la mortalità de' buoi, flagello di cui non v'ha persona che non intenda le funestissime conseguenze in danno del genere umano. Ma nel presente così ampiamente si dilatò pel Veronese, Bresciano, Mantovano e Stato di Milano, che fece un orrido scempio di sì utile, anzi necessario, genere di animali. Anche il regno di Napoli e lo Stato della Chiesa soffrì immensi danni per questa micidiale epidemia. Correndo il mese di settembre, fu detto che in esso regno fossero periti settanta mila capi di buoi e vacche, e nel solo Cremonese più di quattordici mila; e il male progrediva a gran passi nelle vicinanze. Nel presente anno venne a visitar l'Italia _Federigo Augusto_, principe reale di Polonia ed elettorale di Sassonia, e ricevette in Modena ogni maggior dimostrazione di stima dal _duca Rinaldo_. Di là passò a Bologna, dove, abiurato il luteranismo, abbracciò la religione cattolica, che servì poscia a lui di gradino per salire, dopo la morte del padre, sul trono della Polonia, in cui ora gloriosamente siede. Restava nelle Maremme della Toscana Porto Ercole tuttavia ubbidiente al re _Filippo V_. Passò nella primavera un grosso corpo di cesarei a mettere colà il campo; e dappoichè fu giunta l'occorrente artiglieria da Napoli, si cominciò a bersagliare i forti della Stella e di San Filippo. Ridotti quei presidii a rendersi a descrizione, anche il porto cadde in loro mano. Nel Piemonte gran freddo si trovò nel duca di Savoia per le azioni militari, essendo più che mai malcontento quel sovrano della corte cesarea, che, non ostante l'interposizion premurosa delle potenze marittime, sempre andò fuggendo l'adempimento delle promesse fatte di cedergli il Vigevanasco, o di dargli il compenso in altre terre. Oltre a ciò, nacquero in lui politici riguardi, da che vide sul tappeto trattati di pace; e non gli era ignoto che in tutte le maniere la corte d'Inghilterra la voleva. Anzi si crede che in questi tempi il _conte di Oxford_, tutto intento a sbrancare alcuno de' principi dalla grande alleanza, coll'inviare a Torino il _conte di Peterboroug_, s'industriasse di tirar esso duca ad una pace particolare colla vistosa esibizione (per quanto fu creduto) del regno di Sicilia e restituzione di tutti i suoi Stati. Non dispiacque a quel sovrano un sì bel regalo, che seco anche portava il titolo di re; ma conoscendone egli la poca sussistenza, quando non vi concorresse il consenso di Cesare, il quale non solo da questo si sarebbe mostrato, ma ancora dalla pace si mostrava troppo alieno, ravvisò tosto la necessità di star forte nella lega, finchè si maturassero meglio le cose. Però non volle punto staccarsi da' collegati, e solamente ricusò di uscire in campagna colle sue truppe. Vi uscì co' suoi Tedeschi il _maresciallo di Daun_, perchè il _duca di Bervich_ era calato da Monginevra nella valle di Oulx; ma altro non fece che difendere i posti in quella contrada.
Intanto sul fine di gennaio nella città olandese di Utrecht s'era aperto il congresso, a cui intervennero i plenipotenzarii di Francia, Inghilterra, Olanda e Savoia. Vi comparvero ancora, ma come forzati, quei dell'imperadore, siccome consapevoli che la corte di Londra venduta a Versaglies, dopo avere assicurati i proprii vantaggi, più avrebbe promossi quei della real casa di Borbone che dell'austriaca. Sulle prime se smisurate apparvero le dimande e pretensioni della Francia, più alte ancora e vaste si scoprirono quelle degli alleati. Gli stessi parlamenti d'Inghilterra andavano poco d'accordo colle segrete voglie della regina, perchè non miravano assicurata la pubblica tranquillità con tutte le belle esibizioni fatte in loro pro dal re Cristianissimo. Allora il conte d'Oxford mise in campo due ripieghi; l'uno che dal re _Luigi XIV_ fosse fatto uscire di Francia il pretendente, cioè il re _Giacomo III_ Stuardo; e l'altro, che si provvedesse in maniera tale, che non mai in avvenire si potessero unir insieme le due monarchie di Francia e Spagna. A questo oggetto fu proposto che il re _Filippo V_ rinunziasse ogni sua ragione sopra la Francia in favore de' principi chiamati dopo di lui, e che, mancando la di lui linea, succedesse ne' regni di Spagna la casa di Savoia, siccome chiamata ne' testamenti de' precedenti monarchi. Difficile troppo si trovò quest'ultimo punto, perchè chiaramente dichiarò il gabinetto di Francia che simili rinunzie non potevano mai togliere il diritto naturale di successione ai principi e figli chiamati, e che sarebbono nulle ed invalide: del che si hanno ben da ricordare i lettori, per quello che poi avvenne, e potrebbe molto più un giorno avvenire. Contuttociò, per soddisfare al tempo presente, si vollero sì fatte rinunzie dal re _Filippo V_ e da' principi di Francia per le loro pretensioni sopra la Spagna, e con inorpellamenti si studiarono le unite corti di Francia e d'Inghilterra di quetare i rumori de' parlamenti, e le loro forti istanze perchè in un solo capo non si avessero mai ad unire le due corone. In ricompensa di questo grande, ma apparente, sacrifizio, al re Cristianissimo riuscì d'indurre la _regina Anna_ ad un armistizio delle sue milizie ne' Paesi Bassi, che per un pezzo si tenne segreto. Troppo abbisognava di questo presentaneo rimedio agl'interni mali del suo regno quel per altro potentissimo e sempre intrepido monarca.
Per confessione degli stessi storici franzesi, non ne potea più la Francia: sì lunga, sì pesante e dispendiosa era stata fin qui una sì universal guerra, sostenuta quasi tutta colle proprie forze. Esausto si trovava l'erario, divenuti impotenti i popoli a pagare gl'insoffribili aggravii. Tanta gente era perita in assedii, battaglie e malattie delle passate campagne, che restavano senza coltivatori le terre, e mancava la maniera di reclutar le armate. All'incontro in Fiandra non s'era fin qui veduto un sì fiorito e poderoso esercito delle nemiche potenze; piazze più non restavano che impedissero l'ingresso delle lor armi nel cuor della Francia: di maniera che quel nobilissimo regno si mirava alla vigilia d'incredibili calamità. A questa infelice situazione dei pubblici affari si aggiunsero altre lagrimevoli disavventure della real prosapia, che avrebbero potuto abbattere qualsisia animo, ma non già quello di _Luigi XIV_, principe sempre invitto. Nei primi mesi del presente anno infermatasi di vaiuolo o di rosolia _Maria Adelaide_ principessa di Savoia Delfina di Francia, passò a miglior vita nel dì 12 di febbraio. Per l'assistenza prestata alla dilettissima sua consorte anche il _Delfino Luigi_, principe di mirabil espettazione, contrasse la stessa infermità, e nel dì 18 dello stesso mese si sbrigò da questa vita. Due principi avea prodotto il loro matrimonio; il primo di essi, già _duca di Bretagna_, e poco fa dichiarato Delfino aggravato dal medesimo vaiuolo, si vide soccombere alla malignità del male nel dì 8 di maggio. L'altro principe, cioè _Luigi duca di Angiò_, soggiacque anch'egli alla medesima influenza, accompagnata da violenta febbre; pure Dio il donò ai desiderii e alle orazioni de' suoi popoli, ed oggidì pieno di gloria siede coronato sul trono de' suoi maggiori. Trovavasi _Carlo duca di Berry_, terzo nipote del re Luigi, sul fiore de' suoi anni; fu anch'egli rapito dalla morte nel suddetto maggio, senza lasciar discendenza, benchè accasato con una delle figlie del _duca d'Orleans_. Tanta folla di sventure domestiche, le quali fecero straparlare i maligni, quasichè la mano degli uomini avesse cooperato a sì grave eccidio, si rovesciò sopra quel gran re, che non avea conosciuto per tanti anni addietro se non la felicità, e gustato il piacere di conquistar provincie e di far tremare chiunque si opponeva ai suoi voleri. Sotto la mano di Dio convien poi che si accorgano di stare anche i più potenti monarchi della terra. Ma quello stesso Dio che avea ridotta in sì compassionevole stato la Francia, non ne volle permettere il già vicino suo precipizio. Per essersi vinto il cuore della regina inglese, da ciò venne la salute di tanti popoli, e si disposero le cose a dovere per la pace universale.
Venne il mese di giugno. Essendo stato già richiamato in Inghilterra il celebre capitano _duca di Marlboroug_ (tanto poterono le batterie del _conte d'Oxford_), fu sostituito al comando dell'armi inglesi in Fiandra il _duca d'Ormond_, ma con ordini segreti di nulla operar contro i Franzesi, anzi d'intendersela con loro. Ben se ne avvedevano i collegati: ciò non ostante, il _principe Eugenio_ nel mese suddetto animosamente mise l'assedio a Quesnoi, piazza forte, e nel dì 4 di luglio obbligò alla resa quella guernigione, consistente fra sani e malati quasi in tremila persone. Ottenne intanto la regina Anna di ricevere dai Franzesi in ostaggio Dunquerque, e di mettervi suo presidio, per demolirne poi le fortificazioni. Avuto questo pegno in mano, allora ordinò al duca d'Ormond di pubblicar l'armistizio delle truppe inglesi colla Francia: il che fu eseguito con rabbia inestimabile e querele senza fine de' collegati; e tanto più perchè l'Ormond andò a mettersi in possesso di Gante e di Bruges. Restava tuttavia al _principe Eugenio_ un possente esercito, capace di far qualche bella impresa, e già la meditava egli, nulla atterrito dall'abbandonamento degl'Inglesi. Mise pertanto l'assedio a Landrecy; ma il valente _maresciallo di Villars_, le cui forze erano cresciute collo scemar delle altre, improvvisamente, nel dì 25 di luglio, si spinse addosso al _conte d'Arbemale_, che staccato dal principe Eugenio con un picciolo esercito custodiva le linee di Dexain. Alla piena di tante armi non potè resistere quel generale, andò in rotta tutta la sua gente; più furono gli estinti nel fiume Schelda, per essersi rotto il ponte, che i trucidati dal ferro. Dopo questa vittoria parve un fulmine il Villars; ricuperò Saint Amand, Mortagna, Marchiones ed altri luoghi, dove trovò ricchissimi magazzini d'artiglieria, munizioni da guerra e viveri. Ritiratosi dall'assedio di Landrecy il principe Eugenio, col cui valore solamente in quest'anno la fortuna non andò d'accordo, il Villars passò all'assedio della vigorosa città di Douai e del forte della Scarpa. Nel termine di venticinque giorni s'impadronì dell'una e dell'altro; e contuttochè, per le pioggie dirotte che sopravvennero, finite si credessero le sue imprese; pure al dispetto della stagione egli continuò le conquiste col ridurre all'ubbidienza del re Cristianissimo Quesnoi e Bouchain. Dopo di che carico di palme se ne tornò a Parigi. Per tali fatti quanto si rialzò il credito dell'armi franzesi, altrettanto si infievolì quello de' collegati.
Stesesi anche nella Spagna l'armistizio degl'Inglesi, e però il _maresciallo di Staremberg_ rimasto snervato di forze, non potè tentare impresa alcuna di considerazione; e tantomeno dappoichè un grosso corpo di gente, finita la campagna in Piemonte, s'inviò a quella volta pel Rossiglione, dal _maresciallo di Bervich_, che non fu pigro a soccorrere Girona, assediata già dai cesarei, introducendovi soccorsi di gente e di munizioni. Si trovò lo Staremberg con sì poche forze, perchè abbandonato dagl'Inglesi e Portoghesi, che non potè impedire gli avanzamenti de' Franzesi sino ai contorni di Barcellona: il che l'obbligò sempre a ritirarsi ne' luoghi forti, per aspettare miglior costellazione alle cose sue. Intanto gravissimi erano i dibattimenti nelle conferenze d'Utrecht per le tante pretensioni dei principi interessati in questa gran guerra. Tutti chiedevano o restituzioni o aumento di Stati. Per brighe succedute fra i lacchè dei plenipotenzarii di Francia e di Olanda insorsero gravi puntigli che accrebbero le dissensioni e gli sdegni, ed interruppero i congressi. Pure col vento in poppa continuava la navigazion dei Franzesi, perchè tutto per loro era il _conte d'Oxford_ con gli altri ministri da lui dipendenti. Ma ricalcitravano gli Olandesi, e più senza paragone la corte di Vienna a quanto veniva proposto per giugnere alla pace. Tuttavia i primi, allo scorgere l'Inghilterra assai disposta a stabilire una pace particolare colla Francia, cominciarono a parlar più dolce, con ridursi in fine, siccome vedremo, ad entrar nelle misure prese dalla corte di Londra.
Anno di CRISTO MDCCXIII. Indizione VI.
CLEMENTE XI papa 14. CARLO VI imperadore 3.
Anno felice fu il presente per la pace che cominciò a spiegare le ali per molte parti dell'Europa; e se tutta non la pacificò di presente, dispose almen le cose a veder, dopo qualche tempo, restituita dappertutto la pubblica tranquillità. Dopo il dibattimento di tante contrarie pretensioni ed opposizioni, finalmente venne fatto alla corte di Francia di stabilir la pace coll'Inghilterra, Olanda, re di Prussia e duca di Savoia. Nel dì 14 di marzo aveano già i plenipotenziarii inglesi indotte le potenze collegate a convenire nell'armistizio d'Italia, e nell'evacuazione della Catalogna dell'armi alleate. Fu anche, nel dì 26 d'esso mese, accordato dal re _Filippo V_ agl'Inglesi il desiderato privilegio dell'Assiento, e fatta solenne rinunzia dei diritti spettanti ad esso monarca sulla Francia, colla ratificazione di tutti gli Stati de' suoi regni. Dopo questi preliminari nel dì 11 di aprile in Utrecht furono sottoscritti i capitoli della pace fra le corone di Francia e d'Inghilterra; fu riconosciuta la _regina Anna_ per dominante della Gran Bretagna; convalidata la succession della linea protestante in quel regno; accordata la demolizion delle fortificazioni di Dunquerque, ceduta agl'Inglesi l'isola di Terra Nuova nella novella Francia, con altri luoghi dell'Acadia nell'America Settentrionale. Altre capitolazioni furono fatte col re di Portogallo, col re di Prussia, e colle Provincie Unite dell'Olanda; ed altre in fine con _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia. Contenevasi in questa, che la Francia restituiva ad esso sovrano tutta la Savoia, le valli di Pragelas, e i forti di Exiles e delle Fenestrelle con altre valli, e castello Delfino, e il contado di Nizza, con altri regolamenti per li confini alle sommità delle Alpi. E perciocchè alla corte d'Inghilterra premeva forte che qualche maggiore ricompensa si desse a questo principe, che avea messo a repentaglio tutti i suoi Stati per sostenere la causa comune; tanto si adoperò, che il re Cattolico _Filippo_ s'indusse a cedergli il regno di Sicilia, e di tal cessione si fece garante anche il re Cristianissimo. Fu anche stipulato, che venendo a mancare la linea del re Filippo, la real casa di Savoia succederebbe nei regni di Spagna; e furono approvati gli acquisti fatti da esso duca nel Monferrato e Stato di Milano. Nel dì poscia 10 di giugno solennemente approvò esso re Cattolico in Madrid la cessione del suddetto regno di Sicilia in favore delle linea della casa di Savoia, conservando solamente il diritto della riversione di quel regno alla corona di Spagna, in caso che mancassero tutte le linee suddette. Finalmente, nel dì 13 di agosto, in Utrecht fu sottoscritta la pace fra sua maestà Cattolica e il prefato duca di Savoia, con ratificar la cessione della Sicilia, e la successione della casa di Savoia nei regni di Spagna, caso mai che mancasse la discendenza del re Filippo V.