Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 20
A questo accomodamento non mancò la lode ed approvazione della gente più savia, considerato il pericolo di mali incomparabilmente maggiori, se la santità sua non si arrendeva. Ma non l'intesero così le corti di Francia e Spagna, pretendenti che il pontefice dovesse sacrificar tutto, e soffrire l'eccidio dei suoi Stati, più tosto che condiscendere al regio titolo di Carlo III. Però, quantunque Roma facesse conoscere che in alcuni tempi erano stati riconosciuti per re due contendenti, e lo stesso re Cristianissimo avea nello stesso tempo riconosciuto per re della Gran Bretagna _Giacomo II_ e _Guglielmo III_; pure a nulla giovò. Vennero ordini che il _maresciallo di Tessè_, l'ambasciatore cattolico _duca d'Uceda_ e il _marchese di Monteleone_ plenipotenziario del _re Filippo V_ si partissero da Roma, con premettere una protesta di nullità dell'atto suddetto. Fu ancora licenziato da Madrid il _nunzio Zondedari_, vietato agli ecclesiastici il commercio con Roma, e fermato il corso di tutte le rendite provenienti dalla Spagna alla dateria apostolica: violento consiglio, di cui durò poscia l'esecuzione per molti anni appresso. Dirò qui in un fiato che si diede poi principio nell'anno seguente in Roma ai congressi promessi per le controversie di sopra accennate di Parma, Piacenza, Comacchio e Ferrara, intervenendovi il _marchese di Priè_ con gli avvocati di Cesare e del duca di Modena; ma dopo una ben lunga discussione delle vicendevoli ragioni, non si venne a decisione alcuna, e restarono le pretensioni nel primiero vigore, senza che alcuna delle parti cedesse. Si conchiuse bensì, che chi non ha altre armi che ragioni e carte per torre di mano ai potenti qualche Stato occupato, altro non è per guadagnare che fumo. Era venuto sul fine del precedente anno a Venezia _Federigo IV_ re di Danimarca, principe provveduto di spiriti guerrieri, per godere di quel delizioso carnevale, e, benchè incognito, ricevette distinti onori e suntuosi divertimenti da quella sempre magnifica repubblica. Passò dipoi a Firenze, dove dal gran duca _Cosimo de' Medici_ fu accolto con cortesissime dimostrazioni di stima, che a taluno parvero eccessi. Si fermò in quella corte non poco tempo con aggravio d'esso sovrano, o, per dir meglio, dei sudditi suoi, che furono poi obbligati ad una contribuzione per le tante spese fatte in quella congiuntura. Credevasi ch'esso re passerebbe a Roma per godere delle rarità di quella impareggiabil dominante. Forse non si accordò il ceremoniale; e venuta anche nuova che si trattava alla gagliarda di pace fra le potenze guerreggianti, verso il fine d'aprile si mosse di Toscana per ritornare ne' suoi Stati, e giunto nel dì 25 d'esso mese a Modena, trovò qui un accoglimento, qual si conveniva alla sua dignità e merito. Nel dì 6 del seguente maggio cessò di vivere _Luigi Mocenigo_ doge di Venezia, e fu poi esaltato a quel trono _Giovanni Cornaro_. Già era perduta la speranza che _Ferdinando de' Medici_, principe ereditario di Toscana dopo tanti anni di sterile matrimonio arricchisse di prole la sua casa; il perchè il gran duca suo padre maneggiò e conchiuse l'accasamento del _cardinale Francesco Maria_ suo proprio fratello con _Leonora Gonzaga_ figlia di _Vincenzo_ duca di Guastalla. Pertanto, avendo questo principe rinunziata la sacra porpora, nel principio di luglio sposò la suddetta principessa, che nel dì 14 d'esso mese arrivò a Firenze: rimedio procurato ben tardi alla cadente insigne casa de' Medici, essendo già questo principe pervenuto all'età di cinquant'anni, e debilitato da qualche incomodo della sua sanità.
Avea nel precedente anno il re Cristianissimo _Luigi XIV_ per mezzo de' suoi emissarii sparsa cotanto per l'Olanda la sua sincera disposizione alla pace, che si cominciò a dar orecchio a sì lusinghevol proposta, e se ne trattò seriamente fra i ministri delle potenze collegate. Maggiormente si scaldò questa pratica nel verno e nella primavera dell'anno presente, nè v'era persona che non credesse risoluta la Francia di volere ad ogni costo la pace. Non si può dire in quanta miseria si fosse ridotto quel florido regno per sì lunga guerra, per sì numerosi eserciti mantenuti in tante parti. Restavano incolte molte campagne per le tante leve di gente; insoffribili gli aggravii; le milizie per gl'infelici avvenimenti degli anni addietro scorate; superiori di forze i nemici, e già vicini ad aprirsi il varco nella Francia stessa. A questi mali si aggiunse una terribil carestia, per cui fu obbligato il re con immense spese a procurar grani forestieri, e a sminuir le gravezze: con che sempre più rimase esausto l'erario suo. Perciò pubblicamente il re Cristianissimo fece istanza per la pace; se ne trattò all'Haia; e quanto più miravano i plenipotenziarii de' collegati che i ministri franzesi cedevano alle restituzioni richieste, tanto più si aumentavano le lor dimande e pretensioni. Ciò che fece tenere per immancabile la pace, fu l'avere il re spedito all'Haia lo stesso suo segretario di Stato _marchese di Torsy_, il quale benchè si contorcesse, pure veniva accordando ogni punto proposto da' collegati. Si giunse al dì 28 di maggio, in cui furono stesi i preliminari, co' quali essi intendevano di dar la pace alla Francia. Doveva il _re Filippo_ cedere al re _Carlo III_ la monarchia, di Spagna; e ricusando, avea da impegnarsi il _re Luigi XIV_ avolo suo di unirsi con gli alleati per iscacciarlo di Spagna. Una gran restituzione di piazze in Fiandra e al Reno e di tutta l'Alsazia era prescritta, con altre condizioni di gran vantaggio per chiunque avea pretensioni contro la Francia. Sicchè quei gran politici, a riserva del principe Eugenio, si tenevano oramai in mano la pace, e pace tanto vantaggiosa; ma poco tardarono ad accorgersi che questo era stato un tiro di mirabil finezza della corte di Francia. Se riusciva il tentativo della pace, di cui veramente abbisognava la corte e nazion franzese, gran bene era questo; se no, serviva l'aver trattato per guadagnar tempo e premunirsi, e molto più per muovere i popoli a sostenere il peso della guerra e delle contribuzioni, e a somministrare aiuti, da che si facea conoscere nello stesso tempo la gran premura del re per la pace, e la soverchia ingordigia de' suoi nemici.
Infatti dal re furono rigettati e poi pubblicati quegli stessi preliminari che commossero a vergogna e sdegno la nazione tutta, amantissima del re e del proprio decoro; e cagion furono che i grandi e mercatanti a gara portassero argenti e danari all'erario reale: con che si provvide all'urgente bisogno. Rimasti all'incontro gli alleati colle mani piene di mosche, maggiormente s'irritarono contro la Francia; e giacchè questa unicamente pensava alla difesa, e il _maresciallo di Villars_ s'era postato in sì buona forma, che non si potea forzare a battaglia, i due prodi generali _principe Eugenio e duca di Marlboroug_ spinsero l'esercito all'assedio di Tournai. Dopo ventun giorni di trincea aperta, nel dì 29 di luglio quella guernigione cedette la città, ritirandosi nella cittadella, che dopo una terribil difesa si rendè in fine anch'essa nel dì 3 di settembre. Trovaronsi poscia a fronte le due nemiche armate. Quantunque il Villars si fosse ben trincierato, ardevano di voglia i generali de' collegati di far battaglia campale; ma prima di venire al gran cimento, scrivono alcuni che il _principe Eugenio_ si abboccò sul campo col _maresciallo di Bouflers_, per veder pure se i Franzesi inclinavano ad accettare i già proposti preliminari. Trovò che questi maggiormente restrignevano le condizioni, detestando spezialmente quella di dovere il re Cristianissimo unirsi coi nemici contra del nipote _Filippo V_. Però nel dì 11 di settembre, da che ebbero i collegati disposte le cose per l'assedio di Mons, diedero all'armi contro l'esercito Franzese nel luogo di Malpacquet, contuttochè il Villars avesse le sue forze ben assicurate da due boschi e da molte trincee. Fu questa una delle più ostinate e sanguinose battaglie che occorressero nella presente guerra, e durò più di sei ore. Restò veramente il campo con alquanti cannoni in potere de' collegati, essendosi ritirati per quanto poterono ordinatamente i Franzesi, ma non lasciò di essere dubbiosa la lor vittoria. Se i vincitori guadagnarono bandiere e stendardi, altrettanto fecero anche i Franzesi. Per la mortalità pretesero i Franzesi che la loro ascendesse a soli otto mila tra morti e feriti; laddove, secondo la relazion contraria, si vollero estinti de' Franzesi sette mila con cinquecento uffiziali e dieci mila feriti, fra' quali lo stesso maresciallo di Villars gravemente colpito da palla di fucile nel ginocchio. All'incontro fu confessato che almeno sei mila fossero gli uccisi dell'esercito alleato, e quattordici mila i feriti. Di gente rimasta prigioniera altro non fu detto se non che la sterminata copia de' Franzesi lasciati feriti sul campo fu permesso che fosse ritirata al campo loro, e contata per prigioniera di guerra. Intervenne a quel terribil conflitto _Giacomo III Stuardo_ re Cattolico d'Inghilterra, che diede gran pruove di intrepidezza, e ne riportò anche alcune lievi ferite. Ciò che servì a maggiormente contestare per vincitori i collegati, fu l'aver eglino immediatamente stretta di assedio la fortissima città di Mons, con obbligare quel presidio nel dì 20 di ottobre ad uscirne con tutti gli onori militari.
Poche imprese si fecero nel presente anno in Italia. Era disgustato _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia della corte di Vienna, perchè gli contrastava il Vigevanasco e alcuni feudi confinanti col Genovesato, benchè a lui accordati ne' patti. Fecero gagliarde istanze gl'Inglesi ed Olandesi presso l'_imperador Giuseppe_ in suo favore, e le fecero indarno. Perciò non volle il duca uscire in campagna. Vi uscì il _maresciallo di Daun_ co' suoi tedeschi, e passato il Mon-Cenis, penetrò fino in Savoia, e s'impossessò di Annicy. Ma avendo il _duca di Bervich_ ben muniti i passaggi, ed accostandosi le nevi, il conte di Daun giudicò meglio di tornarsene a cercar buoni quartieri in Italia. Lentamente ancora procederono al Reno gli affari della guerra. In Ispagna riuscì al maresciallo conte _di Staremberg_ di sottomettere la città di Belaguer, ma senza far altro progresso. Perchè regnava la discordia fra i comandanti franzesi e spagnuoli, il re _Filippo V_ si portò in persona all'armata; e dopo aver composte le differenze, tentò di venire a battaglia col nemico esercito; ma lo Staremberg, uno de' più cauti generali del suo tempo, non sentendosi voglia di azzardare tutto in una giornata, non volle dar questo piacere alla maestà sua. Nei confini del Portogallo ebbero maggior fortuna gli Spagnuoli, perchè il _marchese di Bay_ diede una rotta ai Portoghesi, con prendere varii loro cannoni ed insegne, ed impadronirsi di alcune castella.
Anno di CRISTO MDCCX. Indizione III.
CLEMENTE XI papa 11. GIUSEPPE imperadore 6.
Ebbe in quest'anno il pontefice _Clemente XI_ varii insulti alla sua sanità, che fecero dubitar non poco di qualche pericolo di sua vita; ma appena egli si rimise in migliore stato, che, siccome principe di grande attività, tornò ad ingolfarsi nell'uno e nell'altro governo, ben per lui scabroso ne' correnti tempi, sì per cagion de' riti cinesi, e della persecuzione mossa contro il _cardinale di Tournon_, detenuto come prigione in Macao, come ancora per la nimicizia dichiarata dal re Cattolico _Filippo V_ alla corte di Roma a cagion della ricognizione del _re Carlo III_. Contuttociò qualche calma si godeva non meno in Roma che nel resto d'Italia, a riserva delle contribuzioni intimate da' Tedeschi, e di chi sofferì i loro quartieri. Fu anche travagliato da varii malori di sanità con tutta la sua famiglia_ Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, che gl'impedirono l'uscire in campagna, oltre all'averne egli poca voglia per le già dette controversie colla corte di Vienna, ostinata in non voler dare esecuzione al pattuito. Pertanto più tosto apparenza di guerra, che guerra guerreggiata fu nel Piemonte. S'incamminò bensì il maresciallo _conte di Daun_ a mezzo luglio verso la valle di Barcellonetta col forte dell'armata collegata, mostrando di aver delle mire contra di Ambrun e Guilestre; ma avendo trovato ai confini il _duca di Bervich_ assistito da un potente esercito, e apprendendo l'avvicinamento delle nevi a quelle montagne, si ritirò presto alle pianure del Piemonte: il che diede un gran comodo ai Franzesi di spignere buona parte delle lor soldatesche ai danni del _re Carlo III_ in Catalogna, e di riportar due vittorie, siccome diremo. Era già stato con sentenza del consiglio aulico in Vienna dichiarato ribello e decaduto da' suoi Stati _Francesco Pico_ duca della Mirandola; ed avendo l'_imperador Giuseppe_ somma necessità di danaro per l'urgente bisogno delle sue armate, mise in vendita il ducato della Mirandola e marchesato della Concordia, dappoichè non potè esso duca pagar la tassa a lui prescritta per ricuperar quello Stato. Molti furono i concorrenti a questo incanto o mercato. _Rinaldo d'Este_ duca di Modena, per timore che gli venisse ai fianchi con quell'acquisto qualche troppo potente persona, si affacciò anch'egli, e fu preferito agli altri. Più di ducento mila doble costò a lui quel paese, di cui poscia, col consenso degli elettori, fu investito nell'anno seguente da sua maestà cesarea. Ma nel dì 28 di settembre grande afflizione provò esso duca di Modena per la morte della duchessa _Carlotta Felicita di Brunsvich_ sua consorte, e sorella della regnante _imperadrice Amalia_.
Avea nel precedente anno il re Cristianissimo _Luigi XIV_, per far credere alle potenze collegate di voler egli abbandonare gl'interessi del re _Filippo V_ suo nipote, richiamate di Spagna le sue milizie. Non atterrito per questo quel generoso monarca, tali misure d'economia e tali ripieghi prese, che formò un poderoso esercito di nazionali e Valloni, alla testa di cui sul principio di maggio uscì egli stesso in campagna, ardendo di voglia di far giornata coll'oste dell'emulo re _Carlo III_. S'era postato nelle vicinanze di Belaguer l'avveduto maresciallo di _Staremberg_, finchè gli arrivassero i soccorsi aspettati dall'Italia. Arrivati questi, anche il re Carlo passò all'armata, e marciò contra gli Spagnuoli. Presso ad Almenaro, nel dì 27 di luglio, seguì un caldo fatto d'armi, in cui fu astretto il re Filippo a battere la ritirata con perdita di varii stendardi e bandiere e di molto bagaglio. Peggio gli sarebbe avvenuto, se la notte sopraggiunta non metteva freno ai vincitori. Dopo l'acquisto di Bolbastro, Huesca ed altri luoghi dell'Aragona, s'inviò il re Carlo col suo esercito alla volta di Saragozza capitale di quel regno. Nel dì 20 di agosto si trovarono di nuovo a fronte le nemiche armate in vicinanza di quella città, e si venne alla seconda battaglia, in cui rimasero totalmente disfatti gli Spagnuoli con perdere quasi tutta l'artiglieria, quindici stendardi e più di cinquanta bandiere. La fama portò che due mila fra gli estinti e feriti fossero quei della parte austriaca vincitrice, e cinque mila i morti e tre mila i rimasti prigioni dall'altra parte. Se non furono tanti, certo è almeno che si trovò sommamente estenuata l'armata del re Filippo, e che dopo sì felice avvenimento il re Carlo trionfante entrò in Saragozza fra gl'incessanti plausi di quel popolo. Se egli avesse dipoi seguitato il saggio parere dello Staremberg, il quale insisteva che si avesse ad inseguire il fuggitivo re Filippo ritirato a Vagliadolid, forse gran piega prendevano le sue speranze alla corona di Spagna. Ma prevalse il sentimento dell'umore gagliardo dell'Inglese _Stenop_, che si avesse a marciare a Madrid. Occupata la reggia, più facilmente cadrebbe il resto.
In quella real città si lasciò vedere il re Carlo, ma ricevuto senza gran segnale di amore in quel popolo, e non venne dal cuore quel poco giubilo che se ne mostrò. Diede egli con ciò assai tempo al re Filippo di rinforzarsi di gente, e di provveder la sua armata di un generale di primo grido, cioè del _duca di Vandomo_, che comparve dopo la metà di settembre a Vagliadolid col _duca di Noaglies_. Intanto nello sterile territorio di Madrid mancarono le provvisioni per l'armata del re Carlo, e nella città alzarono forte la testa i partigiani del re Filippo. Vennero spediti potenti rinforzi di gente al nipote dal re Cristianissimo, e all'incontro mai non vennero i Portoghesi ad unirsi col re Carlo, il quale perciò, all'accostarsi del verno, determinò di ritirarsi verso la Catalogna. Con sì mal ordine seguì la ritirata, che il re Filippo, già rientrato in Madrid, si mosse per assalire gl'Inglesi, che marciavano molto separati dagli Alemanni, e li raggiunse al grosso borgo di Briguela o sia Brihuega. Dato l'assalto a quelle miserabili mura, e mancate le munizioni agl'Inglesi, furono essi costretti a rendersi prigionieri in numero di più di tre mila collo stesso orgoglioso Stenop. Al romore del pericolo degl'Inglesi con isforzate marcie era accorso il maresciallo di Staremberg, e benchè non consapevole della lor disavventura, pure coraggiosamente arrivato a Villa Viziosa nel dì 20 di dicembre volle attaccar battaglia coll'esercito gallispano. Il valore dell'una e dell'altra parte fu incredibile, e la notte sola diede fine al macello, con restare gli Austriaci padroni del campo e di molte insegne, ma colla perdita di circa tre mila morti nel conflitto. Maggior fu creduto il numero degli uccisi dall'altra parte. Nulladimeno diversamente contarono i Gallispani questa sanguinosa battaglia, con attribuirsene la vittoria, e fu cantato perciò il _Te Deum_ a Parigi. Ed è la verità che anche gli Spagnuoli presero molte bandiere, e fecero bottino di molto bagaglio; e che lo Staremberg, trovando sì infievolito il suo picciol corpo di gente, e mancante affatto di vettovaglia, fu obbligato a ritirarsi frettolosamente verso l'Aragona, e a lasciar indietro tutto il cannone: il che servì non poco a giustificare la relazione contraria. E perciocchè un'armata di venti mila Franzesi venuta dal Rossiglione avea impreso l'assedio di Girona in Catalogna, lo Staremberg abbandonò Saragozza e quanto aveva acquistato nell'Aragonese, e si ritirò a Barcellona a scrivere compassionevoli lettere a tutti i collegati per ottenere soccorsi. Ed ecco quante varie scene e vicende vide in quest'anno la Spagna fra le sanguinose dispute dei due competitori monarchi.
Aspirava pure il re Cristianissimo alla pace, e non lasciò di stuzzicar di nuovo gli Olandesi per mezzo del Pettecun, residente del duca di Holstein all'Haia, adoperato anche nell'anno precedente per mezzano in così scabroso affare, affinchè dessero orecchio alle proposizioni, per mettere una volta fine al sangue di tanta gente, e alla desolazione de' regni. Tuttochè sentissero tuttavia gli alleati il bruciore di essere stati burlati nell'anno addietro dal gabinetto di Francia, pure s'indussero ad entrar di nuovo in un congresso, con destinare a tal fine la città di Gertrudemberga. Gran contrasto fu ivi; saldo il re Cristianissimo in non voler prendere le armi contro il re nipote; discordi gli alleati nelle lor pretensioni, perchè gli Anglolandi consentivano a rilasciare al re _Filippo V_ una porzione della monarchia spagnuola; laddove il _conte di Zizendorf_ plenipotenziario cesareo negava qualsivoglia smembramento della medesima. Per più mesi durò la battaglia di quelle teste politiche, e in fine tutto andò in fascio, senza potersi in guisa alcuna ottenere nè dagli uni nè dagli altri il loro intento. Giovò nondimeno alla Francia quest'altro tentativo per seminar gelosie e discordie fra le potenze nemiche: del che seppe ben ella profittare nel tempo avvenire. Imputò intanto ciascuna delle parti all'altra la colpa di lasciar continuare la guerra; e questa in fatti anche nel presente anno fu ben calda in Fiandra, dove alla primavera fu posto l'assedio dal _duca di Marlboroug_ alla città di Douai. La difesa di quella piazza fatta dal tenente generale _conte Albergotti_ fiorentino, accrebbe al sommo la gloria del suo nome. Indarno tentò il _maresciallo di Villars_ di soccorrerla, e però colla più onorevol capitolazione nel dì 26 di giugno quella città col forte della Scarpa fu ceduta all'armi dei collegati. Passarono poi questi col campo sotto Bettunes, piazza assai provveduta di fortificazioni regolari, con trovarvisi alla difesa il celebre luogotenente generale _Vauban_, che la sostenne sino al dì 29 di agosto, in cui ne seguì la resa. Quindi si presentò l'oste nemica sotto San Venanzio ed Aire. La prima di queste piazze fece resistenza solamente dodici giorni; ma l'altra per cinquantotto dì faticò gli assedianti con grave lor perdita, e in fine il dì 9 di novembre si lasciò vincere. Nè si dee tacere che in quest'anno succederono notabili mutazioni di ministri nella corte d'Inghilterra, e gran bollore di animi si trovò in Londra fra i due contrarii partiti dei Toris e de' Vigt. In favore de' primi pubblicamente predicò un dottore Sacheverel, che maggiormente accese il fuoco, gran partigiano dell'appellata Chiesa anglicana. Queste novità molto poscia influirono a condurre la _regina Anna_ nei voleri della Francia, siccome vedremo. Essendo mancato di vita sul fine di settembre il _cardinale Vincenzo Grimani_ Veneto, vicerè di Napoli, si trovò nelle cedole dell'_Interim_ nominato a quella illustre carica il _conte Carlo Borromeo_ Milanese, che verso la metà del seguente mese comparve in quella metropoli, e fu appresso confermato dal re _Carlo III_ nel possesso di sì nobile impiego.
Anno di CRISTO MDCCXI. Indizione IV.
CLEMENTE XI papa 12. CARLO VI imperadore 1.
Fece la morte in quest'anno moltiplicar le gramaglie nell'Europa, perchè nel dì 3 di febbraio rapì dal mondo _Francesco Maria de Medici_, fratello del gran _duca Cosimo_, e principe da noi veduto cardinale nei precedenti anni, che non lasciò alcun frutto del suo matrimonio colla principessa _Leonora Gonzaga di Guastalla_. Poscia nel dì 14 d'aprile mancò di vita pel vaiuolo _Luigi Delfino_ di Francia, unico figlio del re _Luigi XIV_, principe degno di più lunga vita: con che il _duca di Borgogna_ suo primogenito assunse il titolo di Delfino. Ma ciò che più mise in agitazione i pensieri di tutti i politici interessati e non interessati nel teatro delle correnti guerre, fu l'immatura morte di _Giuseppe imperadore_, accaduta nel dì 17 del mese suddetto d'aprile. Questo monarca, che in vivacità di spirito, in affabilità e in altre belle doti superò moltissimi dei suoi gloriosi antenati, non avea ben saputo reggere il suo fuoco, portato ai piaceri; e contuttochè l'impareggiabile augusta sua consorte _Amalia Guglielmina di Brunsvich_ si studiasse, per quanto potè, di tenerlo in freno, non reggeva questo freno all'empito delle sue voglie. Mancò veramente anch'egli di vaiuolo, ma fu creduto che gli strapazzi della sua sanità aiutassero di molto quel male a levarlo di vita. Niun discendente maschio lasciò egli dopo di sè, ma solamente due arciduchesse, cioè _Maria Gioseffa_ e _Maria Amalia_, che poi passarono a fecondar le elettorali case di Baviera e Sassonia. Questo inaspettato colpo delle umane vicende non si può dire quanto sconcertasse le misure delle potenze collegate contro la real casa di Borbone; perchè si pensò ben tosto, e si fecero tutti gli opportuni negoziati per far cadere la corona imperiale in testa del re _Carlo III_ suo fratello; ma tosto ancora si conobbe che questo passo verrebbe ad assodar quella di Spagna sul capo del re _Filippo V_. Nè pure agli stessi collegati, non che alla Francia, compliva il vedere uniti in una sola persona l'imperio e i regni di Spagna e della casa di Austria. Però si cominciarono nuove tele, persistendo nondimeno tutti nella determinazione di continuar più vigorosamente che mai le ostilità contra dei Franzesi.