Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 2
Non rallentava i suoi pensieri lo zelante _pontefice Innocenzo XI_ per mettere in istato l'alma città di Roma da poter servire d'esempio alle altre nella riforma de' costumi. Sopra tutto mirava egli di mal occhio il soverchio lusso, padre o fomentatore di molti vizii e divorator delle famiglie. Dopo aver preceduto colla moderazione introdotta nel proprio palazzo, dove era cessata la pompa e introdotta la modestia, nè si ammetteva se non chi portava la raccomandazione della probità di costumi, cassò anche una parte della guardia de' cavalli leggeri, perchè accresciuta senza necessità e mantenuta con troppa spesa. Poscia in concistoro fece un sensato discorso, riprendendo i cardinali, che parendo dimentichi di essere persone ecclesiastiche, e personaggi posti sul candelliere per dar luce agli altri, usavano sì superbe carrozze e livree cotanto sfoggiate, raccomandando loro di regolarsi più modestamente in avvenire. Non mancavano a lui persone che di mano in mano il ragguagliavano di chi spezialmente della nobiltà menava vita dissoluta. A questi tali era immediatamente intimato lo sfratto, acciocchè il loro libertinaggio non animasse altri all'imitazione, o non servisse agli scorretti di scusa. Furono in oltre vietati tutti i giuochi illeciti, e le bische o case dove si tenevano assemblee scandalose di giuochi da invito. E perciocchè pel suddetto lusso i baroni romani, non volendo gli uni essere da meno degli altri, quanta facilità mostravano a far dei debiti, altrettanta difficoltà provavano a pagarli, con grandi sciami dei mercatanti e creditori; ne ordinò il santo padre al _cardinale Cibò_ una esatta ricerca, e di fargli pagare con danari della camera, la qual poscia avea delle buone maniere per esigere quei crediti. E perchè si trovò non essere sufficiente un tal rimedio, continuando quei nobili a far delle spese eccessive e debiti, che in progresso di tempo condurrebbono alla rovina le lor case; con pubblico editto proibì ai bottegai, merciai, fornaci ed altri negozianti di vendere ad essi robe senza il danaro contante sotto pena di perdere i lor crediti. Erano poi in addietro giunte all'episcopato persone non assai degne di così illustre e gelosa dignità. Per ovviare a sì fatto abuso deputò il sommo pontefice quattro dei più zelanti cardinali e quattro prelati, per esaminar la vita, i costumi e il sapere di chi aspirasse al pastorale impiego in avvenire.
Quel nondimeno che teneva in non poca agitazione l'animo del saggio pontefice, era la prepotenza de' ministri ed ambasciatori delle corone, che in Roma da gran tempo tagliavano le gambe alla giustizia, ed erano giunti sì oltre, che non solamente nei lor palazzi prestavano un asilo più sicuro che quel dei luoghi sacri a gran copia di sgherri, dì scellerati e malviventi; ma pretendeano eziandio che si stendessero i lor privilegii ed esenzioni anche a qualsivoglia lor dipendente e patentato, e a tutte le case adiacenti e vicine ai lor palazzi. Fece di gran doglianze Innocenzo XI per questo alle varie corti, ma senza frutto; nè volendo sofferire che coll'arrogarsi tanta autorità gli stranieri ministri si scemasse ed avvilisse la propria, cominciò con petto forte ad opporsi a sì fatto abuso. Fu il primo passo quello di vietar con rigoroso editto che niuno potesse alzar sopra le sue case o botteghe le armi di qualsivoglia monarca e principe secolare ed ecclesiastico, protestando di voler egli essere il padrone e l'amministratore della giustizia in Roma, come erano gli altri principi in casa loro. A quella augusta città giunto il _marchese del Carpio_ ambasciatore del re Cattolico, quivi si diede a far leva di soldati pel bisogno della Sicilia, col pretesto che altrettanto avessero fatto i Franzesi. Ma perchè la gente ricusava di prendere partito, per la fama che non correano le paghe, e perchè si dicea maltrattato chi si arrolava; si sparse voce, per essere mancate varie persone, senza sapersi dove fossero andate, che gli Spagnuoli le avessero rapite, e poi segretamente inviate in Sicilia. Vera o falsa che fosse tal voce, la plebe romana tal odio concepì contro la nazione spagnuola, che ne facea scherni dappertutto, e ne seguirono non poche baruffe con delle morti e ferite: perlochè non osavano più gli Spagnuoli di uscir dei lor quartieri, o ne uscivano con pericolo. Ancorchè il papa si studiasse col gastigo dei più colpevoli di far conoscere la rettitudine sua e il suo rispetto alla corona cattolica, non rifiniva l'ambasciatore di far ogni dì più gravi doglianze, e di chiedere maggiori soddisfazioni. Nè gli bastò di desistere dal portarsi all'udienza del papa, ma fece anche negare dal vicerè di Napoli l'udienza al nunzio apostolico. Cagion fu questo affronto che dopo essersi accorto il ministro quanta poca forza avessero le braverie contra di un pontefice, a cui la giustizia dava coraggio, allorchè in fine per suoi affari fu costretto a chiedere l'udienza dal pontefice, se la vedesse negata. Necessario dunque fu che il re Cattolico con sua lettera pregasse il santo padre di ammetterlo; e così terminò quella pendenza, con restarne maravigliato più d'uno, avvezzo al mirare quanta altura mostrassero i ministri di Spagna in Roma, e con qual riguardo procedesse verso di loro la corte pontificia. Nè si dee tacere che questo santo pontefice non sapea sofferire che nella sacra corte si vendessero gli uffizii, benchè non ecclesiastici, perchè o ne risultava danno alla camera, obbligata a pagare i frutti ai compratori, o poco onore ai papi, che per vendere ad altri quei medesimi uffizii promovevano compratori talvolta non degni a cariche più cospicue. Abolì egli dunque in quest'anno il collegio di ventiquattro segretarii apostolici, con restituir loro il già pagato danaro. Meditava anche di far cose più grandi, e a questo fine andò poi raunando grosse somme. Ma sopravvenute col tempo le guerre col Turco, che l'impoverirono, lasciò la cura di sì bella impresa ad un altro Innocenzo, che era stato suo mastro di camera, e consapevole delle sue nobili e sante idee.
Nella Sicilia in quest'anno durarono le ostilità, ma senza fatti che meritino di passare a notizia dei posteri. Quantunque gli Spagnuoli soli, rimasti alla difesa di quell'isola, si trovassero assai stanchi, poca nondimeno era anche la forza dei Franzesi, ai quali scarsamente vennero soccorsi da Tolone e Marsiglia. Ben si scorgeva non essere intenzione de' Franzesi di voler fermare il piede in quell'isola, loro unicamente premendo le terre annesse e confinanti col regno. Terminò intanto i suoi giorni il _marchese di castel Rodrigo_ vicerè di Sicilia, e in luogo di lui prese _pro interim_ quel governo il _cardinale Portocarrero_. Varie prodezze all'incontro furono fatte in Fiandra e in Germania, dove sommamente prosperarono l'armi del re Cristianissimo. Riportarono i Franzesi una vittoria a Montcassel contro il principe d'Oranges nel dì 11 di aprile. S'impadronirono di Valenciennes, di Cambrai, di Sant'Omer, di Friburgo e di altri luoghi. Solo contra di tanti collegati il _re Luigi XIV_ facea tremar tutti, e sempre più andava stendendo i suoi confini. Seguitavano intanto i ministri e i mediatori in Nimega a trattar di pace; ma perchè, secondo il costume, ognun la volea a suo modo, niun l'otteneva. Possenti erano gli uffizii di _papa Innocenzo XI_ per dar fine a tante turbolenze, e sopra gli altri efficacemente vi si adoperava _Carlo II_ re d'Inghilterra, il quale, chiarito oramai che le parole erano bombe vote, si diede a fare un grande armamento che recasse più vigore alla sua mediazione, minacciando chi ripugnava ad accettar le oneste condizioni d'un accordo. Ma passò anche l'anno presente senza che i popoli giugnessero a provar questo bene. Erasi nell'anno addietro, portata _Laura duchessa_ vedova di Modena ad abitare in Roma, perchè avendo il giovane _Francesco II_ duca suo figlio prese le redini del governo, sembrava a lei di non trovar più in Modena le convenienze sue. Con tante preghiere nondimeno la bersagliò il figlio duca, che nell'anno presente ella se ne tornò a convivere con lui.
Anno di CRISTO MDCLXXVIII. Indiz. I.
INNOCENZO XI papa 3. LEOPOLDO imperadore 21.
Continuava il suo soggiorno in Roma la cattolica _regina di Svezia Cristina_, con far divenire il suo palazzo un'accademia di tutti i letterati. Ma non poteva ella più reggere al magnifico trattamento suo fin qui mantenuto, perchè le guerre passate fra i re di Svezia e Danimarca e l'elettore di Brandeburgo aveano portato non lieve eccidio alle rendite ch'ella s'era riserbate nella Pomerania. Ebbe ella ricorso al sommo pontefice, implorando il suo aiuto; nè indarno l'implorò, perchè il santo padre le fece assegnare una pensione annua di dodici mila scudi, da pagarsi alla medesima dalla camera apostolica. L'anno fu questo in cui ebbe fine la ribellion di Messina, e l'ebbe assai lagrimevole. Trattavasi, come già dicemmo, della pace in Nimega. S'avvide il re Cristianissimo che gli era forza di abbandonar la Sicilia: tante premure ne faceano gli Olandesi, non che gli Spagnuoli. Però volendo risparmiare le tante spese che gli costava il mantenimento di Messina, città che già s'avea da abbandonare, non volle aspettare il tempo della pace, ed improvvisamente spedì ordine al _maresciallo della Fogliada_, il quale era stato spedito colà con richiamarne il _duca di Vivona_, che immediatamente con tutti i suoi se ne tornasse in Francia. Dopo avere il maresciallo imbarcata quasi tutta la sua gente col pretesto di voler fare un'impresa, portò questa dolorosa nuova al senato, e rimise ai Messinesi le guardie di tutte le fortezze. Indarno fu pregato di sospendere per un po' di tempo la sua partenza. Rispose essere così pressanti gli ordini suoi, che gli conveniva far vela in quel giorno, offerendo nondimeno di ricevere nelle navi chiunque dei Messinesi volesse far partenza con lui. Uscito ch'egli fu di quel luogo, furono molti di parere che bisognava trucidar quanti Franzesi ivi erano, e voltare il cannone contro le lor navi, e mandarle a fondo. Ma a sì bestial consiglio prevalse quello dei timidi e saggi. Però ad altro non pensarono i nobili e popolari, ch'erano stati più caldi nella ribellione, che di sottrarsi all'ira e vendetta degli Spagnuoli, da loro riguardati come gente implacabile. Che terribile scena, che compassionevole spettacolo fu mai quello! che urli, che singhiozzi, che lagrime! Ben sette mila persone andarono per imbarcarsi con somma fretta, perchè non più di quattro ore fu loro dato di tempo. Chi lasciava moglie e figliuoli indietro, chi seco menava la famiglia tutta, portando quel poco di meglio che poteva, ed altri nulla prendendo: tanta era la loro ansietà d'imbarcarsi. Infatti due mila, gridando invano misericordia, ne restarono in terra, perchè il maresciallo, per timore di troppo carico fece sciogliere le vele, e se ne andò.
Ciò fatto, quella città che prima avea da sessanta mila abitanti, a ragion dei già morti nella difesa, o allora fuggitivi verso la Francia, o precedentemente ricoveratisi altrove, ridotta a sole undici mila persone, trovando sprovvedute di ogni munizion le fortezze, e sè stessa impotente a poter resistere, spedì deputati al governator di Reggio, pregandolo di venire a prenderne il possesso. V'andò egli, nè molto stettero a giugnere colà da Melazzo i duchi di Bornonville e di Conzano colle regie milizie, ai quali furono consegnate le fortezze. Sopraggiunse dipoi anche il nuovo vicerè _don Vincenzo Gonzaga_, che rallegrò l'infelice popolo con pubblicare un perdon generale finchè venissero gli ordini della corte di Madrid. Vennero questi, e pieni di fierezza. Cioè furono confiscati i beni di chiunque era fuggito; privata d'ogni privilegio la città, distrutte case, piantate memorie infami della ribellione; bandito chiunque avea cariche dai Franzesi, con altri rigori che io tralascio: tali certamente che quella illustre città per gran tempo rimase uno scheletro, nè mai più ha potuto rimettere le penne, perchè circa trenta mila Messinesi passati ad abitare in Palermo, e quivi abituati, non vollero più mutar soggiorno. E tuttochè la benignità del regnante ora _Carlo re_ di Sicilia, compassionando lo stato di sì bella città, abbia slargata la mano in beneficarla, difficil cosa è che mai torni al suo antico splendore, e massimamente dacchè è rimasta affatto spopolata di nuovo per l'ultima peste. Ora non si può dire in quante ingiurie e villanie prorompessero i Messinesi contro la nazion franzese e contra del _re Luigi XIV_, chiamandolo dappertutto ad alte voci un principe senza fede, un traditore, un mostro d'inganni, e che niun più in avvenire avea da fidarsi di promesse franzesi, per aver egli lasciato quel popolo in preda all'indiscrezione e vendetta degli Spagnuoli, senza procurar loro, o almen permettere, che gli stessi Messinesi si procacciassero prima qualche indulgenza e miglior condizione dal re Cattolico. Nè ammettevano per legittima scusa il dirsi da' Franzesi, avere i Messinesi fatto credere in Francia che dava loro l'animo di far ribellare Palermo e tutto il regno; perchè somiglianti promesse sapea ben valutare per quel che pesavano l'accorto gabinetto di Francia; nè già esso si mosse per questo ad abbracciar la difesa di Messina, ma sì bene per valersi di quel troppo credulo popolo a battere gli Spagnuoli, finchè così portasse il proprio interesse.
Qual poi fosse il fine dei poveri Messinesi condotti in Francia, eccolo. Furono dispersi per varie città, e mantenuti per un anno e mezzo alle spese del re; poscia obbligati sotto pena della vita ad uscire di quel regno con tanto danaro da far viaggio fino ai confini. Laonde si ridussero anche persone nobili a mendicare il vitto; altri divennero banditi, cioè assassini di strada; e circa mille e cinquecento dei più disperati passarono in Turchia, e rinegarono la fede: Più di cinquecento altri con passaporti degli ambasciatori spagnuoli se ne ritornarono alla patria, credendosi ben in sella; ma, a riserva di quattro, gli altri dal vicerè _marchese de las Navas_ furono condannati alla forca od al remo. Se poi fosse più lodevole ed utile sì gran rigore, oppure qualche misura di clemenza verso un popolo che s'era punito da sè stesso, lo deciderà chi ha più senno di me. Erano tuttavia in piedi i trattati di pace nel congresso di Nimega, quando il _re Luigi XIV_, per migliorar le sue condizioni, andò nel furore del verno a impadronirsi di Gante e d'Ipri. Poi si diede a maneggiar con tante arti gli spiriti olandesi, adescandoli specialmente colla restituzione dell'importante piazza di Mastrich, e con altri vantaggi che li ridusse a far seco una pace particolare, la quale fu stipulata nel dì 10 di agosto. Curiosa cosa fu il vedere che _Guglielmo principe d'Oranges_ fingendo di nulla saper di quella pace, o sapendolo, per altri suoi motivi andò all'improvviso ad assalire l'armata franzese comandata dal _duca di Lucemburgo_, che allora assediava la città di Mons. Restò indecisa la vittoria; ma gran sangue costò all'una parte e all'altra il combattimento. Allora fu che gli Spagnuoli furono forzati a dar mano alla pace, riuscita ben diversa dalle precedenti lor lusinghiere speranze; perciocchè in mano del re Cristianissimo restarono la Franca Contea, Valenciennes, Bouchain, Condè, Ipri, Santo Omer, Cambrai ed altri luoghi. Le altre terre conquistate tornarono alla Spagna. Fu sottoscritta questa pace nel dì 17 di settembre in Nimega; e se riuscisse disgustosa agli Spagnuoli, non occorre a me di dirlo. Non si pose per questo fine alla guerra dell'imperadore e di altri collegati contro la Francia; ma dappoichè era riuscito ai Franzesi di staccar dalla lega Olandesi e Spagnuoli, eglino maggiormente alzarono la testa, e non poco si pensò ad ottenere una sospension d'armi, tanto che si trovasse maniera di condurre anche questi altri ad una intera pace.
Anno di CRISTO MDCLXXIX. Indizione II.
INNOCENZO XI papa 4. LEOPOLDO imperadore 22.
Trionfò maggiormente in quest'anno _Luigi XIV re_ Cristianissimo con dar la pace al resto de' principi già confederati contra di lui, e con darla da vincitore, cioè colle condizioni che a lui piacquero, e che gli altri furono necessitati ad accettare; giacchè scorgevano mancar loro la forze per continuar la guerra soli contra di un re a cui tutta la dianzi gran lega non avea potuto resistere. Però l'_imperadore Leopoldo_ nel dì 5 di febbraio per mezzo de' suoi plenipotenziarii in Nimega stabilì pace con esso re di Francia, cedendo a lui Friburgo, e ritenendo in suo potere Filisburgo. Sì dura legge fu ivi prescritta a _Carlo duca_ di Lorena, tuttochè marito della fu regina di Polonia, sorella d'esso Augusto, ch'egli amò meglio di nulla ottenere per essa pace, che di far qualche guadagno con approvarla. Di grandi proteste furono anche fatte contra d'essa pace da altri sovrani, delle quali si può credere che ridesse il re di Francia. Seguirono poscia altre pacificazioni fra esso re Cristianissimo e il _vescovo di Munster_; fra la corona di Svezia ed esso re di Francia dall'una parte, e il re di Danimarca e l'elettore di Brandeburgo dall'altra, avendo la potenza della corte gallica talmente sostenuto gl'interessi dello Svezzese suo alleato, che gli fece restituire quanti Stati gli erano stati occupati da' suoi avversarii. In somma non d'altro si trattò in questi tempi che di posar l'armi, e di far fiorire dappertutto dopo tanti flagelli d'una pertinace guerra, la sospirata pace. Ma una sorda guerra intanto si esercitava in Inghilterra contra de' cattolici per una pretesa cospirazione che da quegli eretici e religionarii si attribuiva a chi seguitava la credenza della Chiesa romana: tutte cabale per impedire la succession di quel regno a _Jacopo Stuardo_ cattolico duca di Yorch, dacchè il _re Carlo II_ suo fratello mancava di legittima prole. Fu perciò consigliato esso duca di Yorch di ritirarsi fuori del regno colla duchessa sua consorte _Maria Beatrice d'Este_, finchè si calmasse la mossa persecuzione contra di loro. Vennero essi all'Haya, e poscia a Brusselles, dove anche si portò la duchessa vedova di Modena, _Laura_, per visitar la figlia, ed assisterla nel conflitto di quelle tribolazioni. Fermossi dipoi essa duchessa di Modena in Brusselles fino all'anno 1684, per essere più alla portata dei bisogni della suddetta sua figlia.
Godeva intanto anche l'Italia un'invidiabil quiete, ed attendeva il sommo pontefice _Innocenzo XI_ alla riforma del clero e de' costumi, mantenendosi in buona armonia con tutti i potentati. Non mancavano zelanti che lo spronavano a farsi rendere conto dal _cardinale Altieri_ del maneggio suo nel precedente pontificato, per cui si vociferava che avesse patito non lieve discapito anche la camera apostolica. Non vi si potè egli indurre, siccome quegli che non amava, qualora si scoprissero delle magagne in quel porporato, che queste ridondassero in discredito del sacro collegio. E però al tribunale di Dio rimise questo rendimento di conti. Nella corte di Mantova ne' tempi presenti avea la dissolutezza preso un gran piede. Molto prima d'ora al piissimo _imperadore Leopoldo_ erano state portate doglianze della poco lodevol condotta della duchessa vedova _Isabella Chiara di Austria_ sua cugina, e madre del giovine duca di Mantova _Ferdinando Carlo Gonzaga_. Per prestarvi rimedio, aveva egli sotto pretesto d'altri affari spedito a Mantova il conte di Vindisgratz con ordine di prendere segrete informazioni. Saggiamente eseguì il conte le sue commissioni, ed avea già concertato di condurre il giovinetto duca e la duchessa a Casale per visitar quella piazza, e di rompere in tal congiuntura senza rumore le tresche passate. Ma, scopertosi il segreto disegno, all'improvviso la duchessa andò a ritirarsi nel monistero di Sant'Orsola, e il conte Bulgarini prese l'abito di San Domenico; e questo bastò per quetar le premure della corte cesarea. Già dicemmo presa in moglie dal suddetto duca Ferdinando Carlo _Isabella Gonzaga_ principessa di Guastalla. Se ne svaghì egli ben tosto, e diedesi in preda ad altri amori, non solo illeciti, ma sconvenevoli anche di troppo alla sua dignità: al qual fine si portava egli di tanto in tanto a Venezia, lasciando ivi la briglia sul collo alle sensuali sue cupidità, che si veggono anche descritte in libri stampati. Avvenne che _Ferrante Gonzaga_ duca di Guastalla suocero suo cessò di vivere, lasciando solamente dopo di sè due figlie. Per essere marito della primogenita, il duca di Mantova volò a prendere il possesso di quegli Stati, reclamando indarno _don Vincenzo Gonzaga_ cugino del defunto duca, ch'era vicerè in questi tempi di Sicilia, ed ordinariamente abitava nel regno di Napoli, dove la sua linea godeva i nobili feudi di Melfi e d'Ariano, credendosi egli chiaramente chiamato dalle investiture cesaree al ducato di Guastalla coll'esclusion delle femmine. Dispiacque non poco questa occupazione ai duchi di Modena e di Parma, e fecero de' forti maneggi a Milano e a Madrid, per sostener le ragioni di don Vincenzo; nè gli Spagnuoli trascurarono questo emergente sulla speranza d'ingoiar essi Guastalla, e contentar poscia esso don Vincenzo con altri Stati nel regno suddetto. Spedirono per questo a Mantova un ministro; ma vi trovarono orecchie sorde. Cominciarono dunque a rallentar la mano pel pagamento del presidio di Casale di Monferrato; del che si dolse il duca alle corti di Vienna e di Madrid. Quindi fu creduto che fin d'allora cominciasse il duca un monopolio per vendere Casale al re di Francia: risoluzione eseguita nei seguenti anni, siccome vedremo.
Anno di CRISTO MDCLXXX. Indizione III.
INNOCENZO XI papa 5. LEOPOLDO imperadore 23.