Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 19
Di questo felice passo proseguivano in Italia gli affari del _re Carlo III_, mentre in Ispagna andavano a precipizio. L'arrivo di poderosi rinforzi mandati dai Franzesi, e de' ricchi galeoni venuti dall'America, prestarono al re Filippo il comodo di unire una buona armata, e di spedirla contro l'emulo Carlo III. Era dall'altra parte uscito in campagna _milord Gallovai_ colle truppe anglolande e catalane; e quantunque caldamente fosse stato consigliato dal _conte di Peterboroug _e da altri ufficiali di tenersi unicamente sulla difesa, pure, sedotto dai contrarii impetuosi consigli del _generale Stenop_, ardentemente bramava di venir ad un fatto d'armi, lusingandosi che nulla potesse resistere al valore de' suoi. Si trovarono in vicinanza le due nemiche armate nel dì 22 d'aprile, non lungi dalla città d'Almanza nel regno di Valenza. Voleva il _duca di Bervich_, generale del re Filippo, differir le operazioni, finchè il _duca d'Orleans_, spedito da Parigi a Madrid con titolo di generalissimo, arrivasse al campo, per lasciare a lui l'onore della sperata vittoria; ma non gli diede il Gallovai tanto di tempo, perchè nel dì 25 d'esso aprile andò ad attaccare la zuffa. Non erano forse disuguali nel numero le schiere de' contendenti; pure l'armata de' collegati si trovava inferiore di cavalleria, e le truppe portoghesi non sapeano che brutto giuoco fossero le battaglie. Si combattè con gran vigore da ambe le parti, e gl'Inglesi fecero maraviglie, sostenendo per grande spazio di tempo il peso del conflitto; ma in fine sbaragliati cederono il campo ai vincitori Gallispani. Si calcolò che degli alleati restassero ben cinque mila estinti, oltre ad una copiosa quantità di feriti, e che i rimasti prigionieri ascendessero al numero di quattro mila. Gran sangue ancora costò ai Gallispani questa felice giornata, perchè v'ebbero da quattro mila tra morti e feriti. Ma in mano loro venne tutta l'artiglieria nemica e il minuto bagaglio con assai bandiere e stendardi. Lamentaronsi forte gl'Inglesi della vana spedizione fatta da' cesarei e Piemontesi in Provenza; perchè se le truppe inutilmente consumate in quella impresa fossero state spedite in Ispagna, come essi ne facevano istanza, si lusingavano di stabilir ivi senza dubbio il trono del re Carlo.
Gran tracollo diede questa sconfitta alla fortuna d'esso _re Carlo_. Imperocchè, giunto al campo il _duca d'Orleans_, non perdè tempo a ricuperare Valenza ed altri luoghi di quel regno, che provarono il gastigo della loro affezione al nome austriaco. Lasciato poi il corpo maggior dell'armata al _duca di Bervich_ e al general Asfeld, affinchè seguitassero le conquiste nel Valenziano e Murcia, egli con otto o dieci mila combattenti marciò alla volta dell'Aragona, e trovati que' popoli atterriti per la rotta d'Almanza, facilmente li ridusse all'ubbidienza del _re Filippo V_, da cui furono poi privati di tutti i privilegii, spogliati d'armi, e severamente puniti in altre guise. A tante contentezze della corte di Madrid si aggiunse, nel dì 25 d'agosto, l'aver la regina _Maria Gabriella di Savoia_ dato alla luce un figlio maschio, a cui fu posto il nome di Luigi, e dato il titolo di principe d'Asturias. Fu poi nell'autunno costretta dal duca d'Orleans l'importante città di Lerida con un vigoroso assedio a rendersi. Fermossi in quest'anno il _re Carlo III_ in Barcellona, per animare i suoi Catalani nelle disgrazie, mangiando intanto il pane del dolore; perciocchè, oltre al non venirgli alcun nuovo soccorso nè dalle potenze marittime, nè dall'Italia, da ogni parte fioccavano famiglie nobili di Valenza ed Aragona sue parziali, che a lui si rifugiavano, cercando di che vivere. In Fiandra e al Reno continuò anche nell'anno presente la guerra, ma senza che succedessero fatti od imprese, delle quali importi al lettore che io l'informi.
Anno di CRISTO MDCCVIII. Indizione I.
CLEMENTE XI papa 9. GIUSEPPE imperadore 4.
Attese in quest'anno il _conte Daun_ vicerè di Napoli a rimettere sotto il dominio del re _Carlo III_ le piazze spettanti alla Spagna nelle maremme di Siena. Spedito colà un corpo di truppe, il _generale Vetzel_ non ebbe a spendere gran tempo e fatica per ridurre alla resa Santo Stefano ed Orbitello, fortezza pel sito assai riguardevole. Da lì a non molto venne ai suoi voleri anche la città di Piombino col suo castello. Ma in Porto Ercole e Portolongone si trovarono difensori risoluti di custodire in quei porti la signoria di _Filippo V_. Convenne dunque trasportar colà da Napoli artiglierie e munizioni per adoperare la forza. Ma verso il principio di novembre il comandante di Porto Longone, sbarcata gente ad Orbitello, col nembo di molte bombe fece provare il suo sdegno a quella piazza. Era già stata destinata in moglie al _re Carlo III_ la principessa _Elisabetta Cristina di Brunsvich_ della linea di _Wolfembutel_, che a questo fine abbracciò la religione cattolica. Si mosse di Germania nella primavera del presente anno questa graziosissima principessa, dichiarata regina di Spagna, e calò in Italia. Suo condottiere era il _principe di Lorena_ vescovo di Osnabruch. Magnifico ricevimento le fece per li suoi Stati la veneta repubblica. Nel dì 26 di maggio furono ad inchinarla in Desenzano _Rinaldo d'Este_ duca di Modena, e il principe don Giovanni Gastone, spedito dal gran duca _Cosimo de Medici_ suo padre, e poscia in Brescia _Francesco Farnese_ duca di Parma. Passata essa regina a Milano, ed ivi accolta con gran pompa e solennità, fu poi a visitar le deliziose isole Borromee, e nel dì 7 di luglio s'inviò a San Pier d'Arena, dove imbarcata nella flotta inglese nel dì 15 sciolse le vele verso Barcellona. Dappoichè la memorabil vittoria degl'imperiali sotto Torino sconvolse tutte le misure de' Franzesi per conto dell'Italia, destramente sul principio del precedente anno aveano essi consigliato _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova di passare per sua maggior sicurezza a Venezia. Elesse più tosto la duchessa sua moglie di ritirarsi in Francia, che di seguitarlo, e portatasi a Parigi, quivi, nel dì 19 di dicembre del 1710, mancata di vita, liberò quella corte dall'obbligo di pagarle un'annua convenevol pensione. Portò seco il duca a Venezia un'incredibile afflizione, che crebbe poi a dismisura all'udire caduta in mano dell'imperadore la sua capitale, e al trovarsi spogliato di tutti i suoi Stati. Nè a mitigar questa piaga serviva punto la promessa del re Cristianissimo di pagargli ogni anno quattro cento mila franchi, e di rimetterlo in casa alla pace. Il laceravano continuamente i rimorsi delle sue sconsigliate risoluzioni, e la notizia di non esser compatito da alcuno; laonde cominciò a patire oppressioni di cuore, con pericolo di soffocarsi, allorchè si metteva a giacere. Ora in Venezia ed ora a Padova cercando rimedii ai mali non men del corpo che dell'animo, si ridusse in fine agli estremi. Stava la corte di Vienna con l'occhio aperto al di lui vacillante stato, e prima ch'egli prendesse congedo dal mondo fulminò contra di lui una fiera sentenza, dichiarando lui reo di fellonia, e decaduti i suoi Stati al fisco cesareo. L'ultimo dì della vita di questo infelice principe fu il dì 5 di luglio dell'anno presente in Padova; e corse tosto fama che il veleno gli avesse abbreviati i giorni, quasichè in tanti disordini della sua vita licenziosa in addietro e i succeduti crepacuori non avessero assai possanza per condurlo al sepolcro in età di cinquantasette anni. Non lasciò dopo di sè prole legittima; e quantunque _Vincenzo Gonzaga_ duca di Guastalla facesse più e più istanze e ricorsi per succedere nel ducato di Mantova, siccome chiamato nelle investiture, ed anche per patti confermati dal fu _Augusto Leopoldo_, nè allora nè di poi potè conseguire il suo intento. Solamente gli venne fatto di riportare il possesso e dominio del principato di Bozzolo, di Sabbioneta, Ostiano e Pomponesco. Avrebbe dovuto il popolo di Mantova compiagnere tanta mutazione di cose, e la perdita de' proprii principi, che seco portava la dolorosa pensione di divenir provincia, con altre assai gravi conseguenze, che non importa riferire. E tanto più perchè l'estinto duca trattava amorevolmente e con discreti tributi i sudditi suoi, e teneva in feste quella allor ben popolata città. Contuttociò la sfrenata libidine sua, per cui non era in sicuro l'onor delle donne, e massimamente delle nobili; e i tanti sgherri ch'egli manteneva per far delle vendette, spezialmente se gli saltavano in capo ghiribizzi di gelosie, tale impressione lasciarono, non dirò in tutti, ma nella miglior parte del popolo, che o non deplorarono, o giudicarono anche fortuna ciò che gli altri Stati han considerato, e tuttavia considerano, per una delle loro maggiori sventure. E quivi si provò che un solo principe cattivo fece perdere, per così dire, la memoria e il desiderio di tanti illustri e saggi suoi predecessori, che aveano in alto grado nobilitata, arricchita e renduta celebre dappertutto la città di Mantova. Cento si richieggono ad edificare, un solo basta a distruggere tutto.
Non poche differenze ancora insorsero fra la corte imperiale e _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia a cagione del Vigevanasco, già promesso a questo principe nei precedenti patti, ma senza che il consiglio aulico di Vienna sapesse mai condiscendere a questa cessione. Indarno si mossero Inglesi e Olandesi a sostenere le di lui ragioni, vieppiù perchè il duca si mostrava renitente ad uscire in campagna, se non era soddisfatto. Tante belle parole nondimeno e promesse furono spese in tale occasione, che il duca nel mese di luglio si mosse coll'armi sue e collegate. Il _conte di Daun_ fu richiamato da Napoli al comando delle truppe cesaree in Piemonte, e in suo luogo con titolo di vicerè passò il _cardinal Vincenzo Grimani_ Veneto a quel governo, e ne prese il possesso nel dì 4 di luglio. Parevano risoluti gli alleati di penetrare colle lor forze nel Delfinato, dove il _maresciallo di Villars_, benchè inferiore di gente, avea prese le possibili precauzioni per la difesa. Ma le mire del duca di Savoia erano di torre ai Franzesi quelle fortezze che aprivano loro il passaggio verso l'Italia. Perciò, dopo essersi avanzata l'armata collegata per quelle aspre montagne, cioè per la Morienna, per la Tarantasia, per la valle d'Aosta e pel Monsenisio, minacciando la Savoia, all'improvviso sul principio di agosto, voltato cammino e faccia, tagliò ai Franzesi l'ulterior comunicazione coi forti della Perosa, di Exiles e delle Fenestrelle. Fu nel medesimo tempo impreso l'assedio dei due primi, ed ambedue nei dì 11 e 12 d'agosto esposero bandiera bianca, restando prigioniere quelle guernigioni. Di là si passò a strignere le Fenestrelle, fortezza di maggior nerbo, ma che bersagliata fieramente dalle nemiche batterie, nel dì 21 del mese suddetto capitolò la resa, con restare ivi ancora prigioniere di guerra il presidio. Ciò fatto, si ritirò quell'armata a Pinerolo, e con tali imprese ebbe fine in esse parti la campagna, non essendosi fatto altro tentativo, sì perchè, cadendo di buona ora le nevi in quei monti, impediscono i passi alle operazioni militari, e sì perchè l'armi cesaree erano richiamate in Italia per un'altra scena, a cui s'era dato principio.
Ancorchè nelle presenti scabrose contingenze con somma prudenza e da padre comune si fosse governato il pontefice _Clemente XI_, senza prendere impegno alcuno fra le potenze guerreggianti; pure provò quanto sia difficile il soddisfare a tutti, e il conservare il credito e vantaggio della neutralità in mezzo a due contrarii fuochi. Dichiarossi infatti malsoddisfatta di lui la corte di Vienna, sì per l'affare di Figheruolo, come dicemmo all'anno 1704, e sì per le scomuniche fulminate dal santo padre nel dì primo di agosto del precedente anno contro i ministri cesarei a cagion delle contribuzioni esatte dal ducato di Parma e Piacenza, come ancora varii altri atti di questo pontefice, geloso mantenitore dell'immunità ecclesiastica. Ora da che l'_imperadore Giuseppe_ si vide forte in Italia per l'espulsione dell'armi delle due corone, non tardò a far provare i suoi risentimenti alla corte di Roma, ordinando che non passassero a Roma le rendite dei beni ecclesiastici del regno di Napoli, e risvegliando le pretensioni già mosse dall'Augusto suo padre, per li feudi e Stati imperiali dell'Italia. Uno di questi pretendeva il consiglio aulico che fosse la città di Comacchio, posta sull'Adriatico fra Ravenna e Ferrara, colle sue ricche valli pescareccie, siccome quella che la casa d'Este fin dall'anno 1354 riconosceva dal sacro romano imperio per investiture continuate fino al regnante duca di Modena _Rinaldo_ d'Este; e che quantunque non compresa nel ducato di Ferrara, pure fu occupata dal papa _Clemente VIII_ nel 1598, ed era tuttavia detenuta dalla camera apostolica, non ostante i reclami fatti più volte dai principi estensi. Similmente eccitò le pretensioni cesaree sopra Parma e Piacenza, ancorchè per due secoli la Sede apostolica ne fosse in possesso, e ne desse pubblicamente le investiture alla casa Farnese. Adunque verso la metà di maggio si fece massa di milizie imperiali sul Ferrarese, e senza far novità contro la città stessa di Ferrara, passò nel dì 24 di esso mese un corpo di Tedeschi ad impossessarsi della città di Comacchio. Venne anche ordine da Vienna e da Barcellona al senato di Milano d'intimare al duca di Parma di prendere fra quindici giorni la investitura di Parma e Piacenza come feudi imperiali e dipendenze dello Stato di Milano.
Da tali novità commosso il sommo pontefice, giudicò debito suo di mettersi in istato di ripulsar colla forza gli attentati degli Alemanni, e a sì fatta risoluzione lo animarono spezialmente i ministri di Francia e Spagna, impiegando larghe promesse di soccorsi, che poi non si videro mai comparire. Però avuto ricorso al tesoro di castello Sant'Angelo, e trovate altre maniere di accumular pecunia, si fece in Roma e per gli Stati della Chiesa un armamento di circa venti mila soldati, dei quali fu dato il comando a _Ferdinando Marsili_ Bolognese, generale dell'imperadore, e famoso ancora per la sua singolar letteratura. Passarono queste truppe a guernir i posti del Ferrarese, Bolognese e Romagna, e seguirono anche ostilità nelle ville confinanti a Comacchio. Il duca di Modena _Rinaldo_ per sua precauzione fece anch'egli di molta gente. Ora intenzione della corte cesarea non era già di far guerra al papa, ma solamente di tirarlo a qualche convenevole aggiustamento; pure, vedendo sì grande apparato d'armi, ordinò al _conte Wirico di Daun_, suo primario generale in Italia, di cercare colle brusche ciò che i suoi ministri in Roma non poteano ottener col maneggio. Calati dunque varii reggimenti verso il Ferrarese, il suddetto generale Daun, nel dì 27 d'ottobre, marciò contro Bondeno, e vi fece prigionieri più di mille soldati pontifizii, liberò dal blocco Comacchio, e s'impadronì di Cento. Appresso andò quasi tutto il resto dell'armata imperiale a prendere quartieri di verno sul Ferrarese e Bolognese, e formò una specie di blocco alla stessa città di Ferrara e a Forte Urbano. Inoltrossi ancora ad Imola e Faenza, da dove sloggiarono presto le milizie pontificie, che aveano dianzi determinato di far quivi piazza d'armi. Intanto anche le penne cominciarono la guerra, avendo la corte romana pubblicate le ragioni del suo dominio in Comacchio, alle quali contrappose tosto altre scritture il duca di Modena, che istruirono il pubblico del diritto imperiale ed estense sopra quella città. Oltre a questi sì strepitosi sconcerti, provò papa _Clemente XI_ nel presente anno molti affanni e cure a cagion de' riti cinesi, da che intese che _monsignore di Tournon_ da lui inviato per visitatore alla stessa Cina, ed ultimamente creato cardinale, avea incontrato delle gravissime traversie nell'esecuzione dell'apostolico suo ministero.
Nel maggio di quest'anno fece il re Cristianissimo _Luigi XIV_ la spedizione del giovine cattolico re della Gran Bretagna _Giacomo III_ verso la Scozia con poderosa flotta, per suscitare in quelle parti qualche incendio. Ma sì opportune e gagliarde furono le precauzioni prese dalla corte di Londra e dagli Olandesi, che lo sventurato principe fu astretto a ritornarsene a Dunquerque, contento di avere scampato il grave pericolo, a cui fu esposta insieme colla flotta la sua real persona. Con grandi forze entrarono dipoi i Franzesi in campagna nell'anno presente, giacchè i lor desiderii e trattati di pace coi ministri delle potenze collegate s'erano sciolti in fumo, ed improvvisamente si fecero padroni di Gante e di Bruges. Al comando di quell'armata passò lo stesso _duca di Borgogna_ colla direzione del valoroso _duca di Vandomo_; ed erasi già accampata l'oste loro presso Odenard, dove si trovò il comandante ben risoluto alla difesa. Allora fu che gli insigni due generali dell'esercito alleato, cioè il _principe Eugenio di Savoia, e milord duca di Marlboroug_, s'affrettarono di venire alle mani co' Franzesi. Nel dì 11 di luglio attaccarono essi la battaglia con tal maestria e vigore, che ne riportarono vittoria. La notte sopraggiunta favorì non poco la fuga o ritirata dei Franzesi. Contuttociò, se si ha da credere alla relazion de' vincitori, d'essi Franzesi restarono sul campo quattro mila estinti, laddove, secondo il conto dei vinti, nè pur giunsero a due mila. S'accordarono bensì le notizie in dire che rimasero prigionieri sette mila di essi, fra' quali cinquecento uffiziali. Si portò dipoi il principe Eugenio all'assedio dell'importante città di Lilla, fortificata al maggior segno dal famoso ingegnere Vauban. Costò gran sangue l'espugnazion di sì gran fortezza, difesa con sommo valore dal _maresciallo di Bouflers_; e secondo lo scandaglio degl'intendenti vi perirono degli offensori circa diciotto mila persone, senza parlar dei feriti. Nel dì 22 d'ottobre la città si rendè; nel dì 9 di dicembre la cittadella. In questo mentre, per fare una diversione, _Massimiliano duca di Baviera_ mise l'assedio a Brusselles; ma accorsi i due generali de' collegati, il fecero precipitosamente ritirar di là; dopo di che ricuperarono Gante e Bruges, coronando con sì gloriose imprese la presente campagna.
Nella Spagna non furono men considerabili gli avvenimenti di guerra. Arrivò a Barcellona spedito dall'Italia il saggio maresciallo _conte Guido di Staremberg_ al comando dell'armata del _re Carlo III_ in Catalogna; ma colà ben tardi andarono capitando i rinforzi di gente italiana e palatina inviati per mare. Di questa lentezza non lasciò di profittare il vigilante _duca d'Orleans_ generalissimo dell'armi delle due corone. Verso il dì 21 di giugno mise l'assedio a Tortosa, e la costrinse alla resa. Anche nel Valenziano i porti di Denia e d'Alicante ritornarono per forza all'ubbidienza del _re Filippo V_. Ma queste perdite furono compensate da altri acquisti. Imperciocchè, avendo la flotta inglese sbarcato nell'isola di Sardegna verso la metà d'agosto un grosso corpo di milizie austriache, trovò quei popoli portati dall'antica affezione verso la casa d'Austria, che non solo niuna resistenza fecero, ma con festa inalberarono tosto le bandiere del _re Carlo III_. Il vicerè spagnuolo non tardò a capitolar la resa di Cagliari, con ottener tutto quanto desiderò di onori militari. Amoreggiavano da gran tempo anche gl'Inglesi l'isola di Minorica, per brama di mettere il piede in Maone, porto dei più riguardevoli e sicuri del Mediterraneo, e di quivi fondare una buona scala al loro commercio. Nel dì 14 di settembre il generale inglese _Stenop_ sbarcò in quell'isola più di due mila combattenti, e gli abitanti corsero a soggettarsi. Nel dì 26 marciò contro il castello e porto di Maone, e fra due giorni se ne impossessò: perdita che sommamente increbbe al re Filippo per l'importanza di quel porto, caduto in mano di chi sel terrebbe caro. Come il Garzoni storico sì accurato metta nel libro XIII la presa di Minorica nell'anno 1707, se non anche nel precedente, non l'ho saputo intendere. Intanto nel dì primo d'agosto fece il suo solenne ingresso in Barcellona la novella sposa del re Carlo III con gran tripudio e festa dei Catalani.
Anno di CRISTO MDCCIX. Indizione II.
CLEMENTE XI papa 10. GIUSEPPE imperadore 5.
Il verno di quest'anno fu dei più rigorosi che si sieno mai provati in Italia, perchè gelò il Po con altri fiumi, e colle carra si passava francamente per l'alveo suo fortemente agghiacciato. Fin la lacuna di Venezia si congelò tutta, con grave incomodo di quella gran città, a cui su pel ghiaccio si dovea portar tutto ciò che con tanta facilità si portava in altri tempi per barca. Si seccarono perciò le viti, gli ulivi, le noci ed altri alberi, e nel Genovesato gli agrumi. Se ne stava, ciò non ostante, tutta l'armata cesarea dolcemente accampata sul Ferrarese, Bolognese e Romagna, godendo un buono, cioè un indiscreto quartiere d'inverno alle spese di quei poveri popoli, benedicendo essi Tedeschi il papa, che non era fin qui condisceso ad alcuno accomodamento coll'imperadore, e dava campo ad essi di deliziarsi in quelle ubertose campagne. Erasi portato a Roma il _marchese di Priè_ plenipotenziario cesareo a fine d'indurre il pontefice ad eleggere non la pericolosa via delle armi, ma la pacifica del gabinetto, per venire ad un accordo. Nè pure il re Cristianissimo trascurò allora di spedir colà il _maresciallo di Tessè_ per fomentare gli spiriti guerrieri nell'animo di sua santità, e frastornare ogni concordia con Cesare, spendendo largamente promesse e sicurezze di poderosi aiuti. Ma questi aiuti erano lontani, erano anche dubbiosi; e intanto il santo padre avea sulle spalle troppo pesante fardello dell'armamento proprio, che a lui, forse più di quel che avesse fatto ad altri, costava una gravissima spesa. Aveva egli anche fatto grosse rimesse agli Svizzeri e ad Avignone, per tirar da quelle parti un buon nerbo di gente. Il peggio era che le truppe cesaree, con ridersi delle truppe papaline, ogni dì più si stendevano per la Romagna, e minacciavano di voler passare, e non già per divozione, sino a Roma stessa. Dalla parte ancora del regno di Napoli si accostavano milizie ai confini dello Stato ecclesiastico. Trovavasi perciò in gravi angustie il buon pontefice; dall'una parte l'agitava la paura di maggiori violenze, e l'amore paterno dei minacciati e già aggravati suoi sudditi; e dall'altra il timore di mancare all'uffizio suo in cedere alcun dei diritti della santa Sede per gli affari di Parma e Piacenza e di Comacchio, giacchè anche per le due prime città era uscito manifesto di Cesare, che le pretendeva quai membri dello Stato di Milano. S'aggiugneva l'insistere il ministro cesareo che la santità sua riconoscesse per re di Spagna _Carlo III_; punto di gran dilicatezza, al cui suono strepitavano forte i ministri delle due corone Cristianissima e Cattolica. Ma finalmente la paura è una dura maestra, e il saggio si accomoda ai tempi. E però, dopo avere il santo padre con pubbliche preghiere implorato lume dai cielo, nel dì 15 di gennaio del presente anno stabilì l'accordo con Cesare, promettendo egli di disarmare, e il cesareo ministro di ritirar dagli Stati della Chiesa le truppe cesaree, e di obbligare il _duca di Modena_ a non inferire molestia alcuna alle terre della Chiesa. Fu convenuto che in amichevoli congressi, da tenersi in Roma fra i ministri pontificii e cesarei, si esaminerebbono le pendenze insorte per gli Stati di Parma, Piacenza e Comacchio, e similmente le ragioni del duca di Modena sopra Ferrara, per conchiudere ciò che esigesse la giustizia. Durante il dibattimento di queste cause fu accordato che l'imperadore restasse in possesso di Comacchio. Segretamente ancora fu convenuto che sua santità riconoscerebbe per re Carlo III. Fece quanta resistenza mai potè il pontefice; pure in fine s'indusse ad un sì abborrito passo.