Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 15
Non avendo più alcun ritegno i Franzesi, dieci mila d'essi nel dì 29 di luglio si presentarono sotto la città di Reggio, e non trovarono gran difficoltà ad impadronirsene; avvenimento che fece intendere a _Rinaldo d'Este_ duca di Modena qual animo covassero contra di lui i re di Francia e di Spagna. Però nel giorno seguente con tutta la sua corte s'inviò alla volta di Bologna, lasciando il popolo di Modena in somma costernazione. Giunse nel primo dì d'agosto sotto questa città il conte Albergotti con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, che dimandò la cittadella a nome del re Cattolico. La consulta lasciata dal duca, con facoltà di operare ciò che credesse più a proposito in sì scabrose congiunture, con assai onorevole capitolazione si sottomise alla forza dell'armi. Lo stesso avvenne a Carpi, Correggio e al rimanente degli Stati del duca, eccettuata la Garfagnana di là dall'Apennino che ricusò di ubbidire. L'aspetto di questi progressi dell'esercito franzese quel fu che in fine obbligò il principe Eugenio a ritirar le sue truppe dal Serraglio di Mantova, e a lasciar libera quella città, per accudire al di qua dal Po, dove alla testa sul Correggiesco s'era accampato il re Cattolico colla sua grande armata, che venne in questi tempi accresciuta da buona parte delle truppe, colle quali il vecchio _principe di Vaudemont_ dianzi campeggiava in difesa di Mantova. Essendosi presa la risoluzione dai Gallispani di marciare alla volta di Borgoforte, per qui venire a giornata campale, si mosse la loro armata nella notte precedente al dì 15 di agosto alla sordina, e s'inviò alla volta di Luzzara, dove si trovò un comandante tedesco che, all'intimazion della resa, non rispose se non col fuoco de' fucili. Camminavano i Franzesi spensieratamente coll'immaginazione in capo di trovare il principe Eugenio sepolto ne' trincieramenti di Borgoforte; quando all'improvviso si accorsero che il coraggioso principe, marciando per gli argini del Po, veniva a trovarli, e diede infatti principio ad un fiero combattimento, sulle cui prime mosse perdè la vita il generale cesareo _principe di Commercy_. Era già suonata la ventun'ora, quando si diede fiato alle trombe, e si accese il terribil conflitto. Durò questo fino alla notte con gran bravura, con molta mortalità dell'una e dell'altra parte, e restò indecisa la vittoria, benchè ognun dal suo canto facesse dipoi intonare solenni _Te Deum_, ed amplificasse la perdita de' nemici, e sminuisse la propria: il che fa ritener me dal riferire il numero dei morti e feriti. Quel ch'è certo, a niun d'essi restò per allora il campo della battaglia, e non lieve preda fecero i cesarei. Per altro in quella notte stettero quiete in vicinanza le due armate, e credevasi che, fatto il giorno, si azzufferebbono di nuovo, e che, o gli uni o gli altri volessero veder la decisione delle loro contese. Attese il duca di Vandomo, essendo alquanto rinculato, ad assicurare il suo campo dall'invasion del nemico con buoni argini e trincieramenti, e con formare un ponte sul Po per mantener la comunicazione col Cremonese. Gli era restata alle spalle Guastalla, e ne fece l'assedio; e forzato, dopo nove giorni di trincea aperta, il _general Solari_ a renderla nel dì 9 di settembre, mise in possesso di quella città _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova. Cinse ancora di stretto blocco la fortezza di Brescello del duca di Modena. In questi tempi furono veduti novecento cavalli usseri e tedeschi, condotti dall'Eberzeni, Paolo Diak e marchese Davia bolognese, passare pel Reggiano fin sul Pavese, esigendo contribuzioni dappertutto. Entrarono poi fin dentro Milano, e vi gridarono: _Viva l'imperadore_; e salvi poi pel Mantovano si ridussero al loro campo.
Stettero dipoi nei divisati postamenti l'una in faccia all'altra l'armate nemiche, facendosi solamente guerra colle cannonate e con qualche scaramuccia, finchè venne il verno, con grande onore del principe Eugenio, il quale con tanta inferiorità di forze seppe sì lungamente tenere a bada nemici cotanto poderosi. L'ultimo trofeo che riportò in questa campagna il giovine re _Filippo V_, fu, siccome dicemmo, la presa di Guastalla. Dopo di che pensò a ritornarsene in Ispagna, chiamato colà dai bisogni ed istanze de' suoi regni. Fermossi in Milano alcune settimane, da dove, nel dì 6 di novembre, si mosse alla volta di Genova, ricevuto ivi con incredibile splendidezza da quella nobiltà e popolo; e di là fece poi vela verso la Catalogna. Accostandosi il verno, ricuperò l'armata delle due corone Borgoforte, e prese i quartieri in Mantova, e la maggior parte in Modena, Reggio, Carpi, Bomporto ed altri luoghi dello Stato di Modena. Il principe Eugenio, dopo avere distribuiti i suoi nelle terre e ville del basso Modenese contigue alla Mirandola, e nel Mantovano di qua dal Po, con ritenere un ponte sul Po ad Ostiglia, s'inviò alla corte di Vienna, per rappresentar lo stato delle cose e il bisogno di gagliardi soccorsi. Dopo lo spaventoso tremuoto dell'anno 1688 si erano riparate le rovine della città di Benevento; ma nell'aprile ancora di quest'anno si rinnovò nella stessa un quasi pari disastro. Sollevatosi quivi un temporale sì fiero, che sembrava voler diroccare la terra da' fondamenti, cagion fu che gli abitanti scappassero fuori dell'abitato. Succedette poscia un terribile scotimento, che rovesciò buona parte della città bassa, e il palazzo dell'arcivescovo e la cattedrale. Ducento cinquanta persone rimasero sfracellate sotto le rovine. Anche le città d'Ariano, Grotta, Mirabella, Apice ed altre di que' contorni ebbero di che piagnere, perchè quasi interamente distrutte. Altre non men funeste scene di guerra si videro nell'anno presente in Germania, Fiandra ed altri paesi bagnati dal Reno, giacchè l'imperadore e le potenze marittime aprirono anch'esse il teatro della guerra in quelle parti contro la Francia. Di grandi preparamenti avea fatto l'Inghilterra per questo, quando venne a mancar di vita nel dì 19 di marzo il loro re _Guglielmo_ principe di Oranges, e fu dipoi alzata al trono la _principessa Anna_, figlia del già defunto cattolico re della Gran Bretagna _Giacomo II_, e moglie di _Giorgio principe di Danimarca_, la quale con più ardore ancora del suddetto re Guglielmo incitò quella nazione ai danni della real casa di Borbone, ed inviò per generale dell'armi britanniche nei Paesi Bassi milord _Giovanni Curchil conte di Marlboroug_, col cui valore si mosse poi sempre collegata la fortuna.
All'incontro la Francia trasse nel suo partito gli _elettori di Baviera e Colonia fratelli_. Varii assedii furono fatti al basso Reno; risonò spezialmente la fama per quello di Landau nell'Alsazia, eseguito con gran sangue dall'armata cesarea comandata dallo stesso _re de' Romani Giuseppe_. In esso tempo il Bavaro collegatosi co' Franzesi mosse anch'egli le armi sue, con sorprendere la città d'Ulma, Meninga ed altre di quei contorni, e con accendere un gran fuoco nelle viscere della Germania, dove i circoli di Franconia, Svevia e Reno accrebbero il numero dei collegati contro della Francia. Ma ciò che diede più da discorrere ai novellisti in quest'anno, fu il terrore e danno immenso recato alle Coste della Spagna dalla formidabile armata navale degl'Inglesi ed Olandesi, guidata dall'ammiraglio _Rooc_ inglese, dall'_Alemond_ olandese e da _Giacomo duca d'Ormond_ generale di terra. Verso il fine d'agosto approdò questa a Cadice (antica Gades dei Romani), emporio celebre e doviziosissimo della monarchia spagnuola sull'Oceano. Superati alcuni di quei forti, v'entrarono gli Anglolandi, e diedero un fiero sacco alla terra, asportandone qualche milione di preda, ma con aspre doglianze di tutti i mercatanti stranieri, e con accrescere negli Spagnuoli l'odio immenso verso le loro nazioni. Capitarono in questo dall'America i galeoni di Spagna carichi d'oro, d'argento e di varie merci, e scortati da quindici vascelli e da alcune fregate franzesi. All'udire le disavventure di Cadice, si rifugiarono questi ricchi legni nel porto di Vigo in Galizia. Colà accorsa anche la flotta anglolanda, ruppe la catena del porto. Alquanti di que' vascelli e galeoni rimasero incendiati; lo sterminato valsente parte fu rifugiato in terra, parte venne in poter de' nemici; sette vascelli e quattro galeoni salvati dalle fiamme mutarono padroni. Gran flagello, gran perdita fu quella.
Anno di CRISTO MDCCIII. Indizione XI.
CLEMENTE XI papa 4. LEOPOLDO imperadore 46.
Ebbe principio quest'anno con una inondazione del Tevere in Roma stessa, a cui tenne dietro un fiero tremuoto, che alla metà di gennaio con varie scosse per tre giorni si fece sentire in quell'augusta città, riempendola di tal terrore, che tutto il popolo corse ad accomodar le sue partite con Dio; molti si ridussero ad abitar sotto le tende; e il pontefice _Clemente XI_ prescrisse varie divozioni per implorar la divina misericordia. Per questo scotimento della terra la picciola città di Norcia colle terre contigue si convertì in un mucchio di pietre; e quella di Spoleti con varie terre del suo ducato patì gravissimi danni. Grandi rovine si provarono in Rieti, in Chieti, Monte Leone, ed altre terre e borghi dell'Abbruzzo. La città dell'Aquila vide a terra gran parte delle sue fabbriche colla morte di molti. Cività Ducale restò subissata con gli abitanti. Fu creduto che nei suddetti luoghi perissero circa trenta mila persone; nè si può esprimere lo scompiglio e spavento che fu in Roma e per tante altre città in tal congiuntura, perchè sino all'aprile, maggio e giugno altre scosse di terra si fecero sentire; ed ognun sempre stava in allarmi, temendo di peggio. Non mancavano intanto altre fastidiose cure al santo padre in mezzo alle pretensioni delle potenze guerreggianti; nè si esigeva meno che la sua singolar destrezza per navigare in mezzo agli scogli, e sostenere la determinata sua neutralità. Contuttociò il partito austriaco lo spacciava per aderente al Gallispano, e spezialmente fece di gran querele, perchè avendo l'Augusto _Leopoldo_ padre e _Giuseppe_ re de' Romani figliuolo, nel dì 12 di settembre dell'anno presente, ceduto all'_arciduca Carlo_ ogni lor diritto sopra la monarchia della Spagna, con che egli assunse insieme col titolo di re di Spagna il nome di _Carlo III_, dal pontefice fu proibito che il ritratto di questo nuovo re pubblicamente si esponesse nella chiesa nazional de' Tedeschi in Roma.
Erano restate in una gran decadenza le armi cesaree in Lombardia, perchè alle diserzioni e malattie, pensioni ordinarie dell'armate, non si suppliva dalla corte di Vienna con reclute e nuovi soccorsi, trovandosi Cesare troppo angustiato per li continui progressi di _Massimiliano elettor di Baviera_, le cui forze alimentate finora dall'oro franzese, e poscia accresciute da un esercito d'essa nazione, condotto dal _maresciallo di Villars_, faceano già tremar l'Austria e Vienna stessa. Contuttociò il _conte Guido di Staremberg_, generale di molto senno nel mestier della guerra, lasciato a questo comando dal principe Eugenio, tanto seppe fortificarsi alle rive del Po e della Secchia, che potè sempre rendere vani i tentativi della superiorità dell'esercito franzese. Intanto la fortezza di Brescello sul Po, che per undici mesi avea sostenuto il blocco formato dalle truppe spagnuole, si vide forzata a capitolar la resa. Cercò quel comandante imperiale che questa piazza fosse restituita al duca di Modena, ma non fu esaudito. Vi trovarono i Franzesi un gran treno di artiglieria, di bombe, granate, polve da fuoco, e di altri militari attrezzi; la guernigione restò prigioniera di guerra. Tanto poi si adoperò _Francesco Farnese_ duca di Parma, benchè nipote del duca di Modena Rinaldo d'Este, che nell'anno seguente impetrò dalla Francia e Spagna che si demolissero tutte le fortificazioni di quella piazza, con dolore inestimabile di esso duca di Modena, il quale dimorante in Bologna si trovava perseguitato dalle disgrazie, e conculcato fin dai proprii parenti. Seppe il valoroso conte di Staremberg difendere Ostiglia dagli attentati de' Franzesi; e nel dì 12 di giugno essendo giunto il general franzese _Albergotti_ a Quarantola sul Mirandolese, ebbe una mala rotta da' Tedeschi, e gli convenne abbandonare il finale di Modena. Ciò non ostante, crebbero vieppiù da lì innanzi le angustie dell'esercito alemanno in Italia, perchè l'elettor bavaro cresciuto cotanto di forze entrò nel Tirolo, e giunse ad impossessarsi della capitale d'Inspruch. L'avrebbe bene accomodato il possesso e dominio di quella provincia confinante ai suoi Stati; ma si aggiugnevano due altre mire, l'una di togliere ai Tedeschi quella strada per cui solevano spignere in Italia i soccorsi di milizie, e l'altra di aprirsi un libero commercio coll'esercito franzese, esistente in Italia, affin di riceverne più facilmente gli occorrenti sussidii.
Mossesi infatti il duca di Vandomo nel mese d'agosto dalla Lombardia con parte del suo esercito alla volta del Trentino, sperando di toccar la mano ai Bavaresi, che avevano da venirgli incontro. Marciarono i Franzesi per Monte Baldo e per le rive del lago di Garda, e cominciarono ad aggrapparsi per quelle montagne, con impadronirsi delle castella di Torbole, Nago, Bretonico e d'altre, che non fecero difesa, a riserva del castello d'Arco, il quale per cinque giorni sostenne l'empito de' cannoni nemici, con fatiche incredibili fin colà strascinati. Giunse poi sul fine d'agosto dopo mille stenti l'esercito franzese alla vista di Trento, ma coll'Adige frapposto, e con gli abitanti nell'opposta riva preparati a contrastare gli ulteriori avanzamenti dei nemici. Nè le minaccie del Vandomo, nè molte bombe avventate contro la città atterrirono punto i Trentini, e massimamente dacchè in aiuto loro accorse con alcuni reggimenti cesarei il generale _conte Solari_. All'aspetto di questi movimenti, comune credenza era in Italia che in breve si avessero a vedere in precipizio gli affari dell'imperadore, fatta che fosse l'unione del Bavaro col duca di Vandomo. Stettero poco a disingannarsi al comparire all'improvviso mutata tutta la scena. I Tirolesi d'antico odio pregni contra de' Bavaresi, e massimamente i bravi lor cacciatori, sì fattamente cominciarono a ristrignere e tempestar coi loro fucili le truppe nemiche, prendendo spezialmente di mira gli uffiziali, che altro scampo non ebbe l'elettore, se non quello di ritirarsi alle sue contrade. Medesimamente non senza maraviglia dei politici fu osservato ritornarsene il duca di Vandomo in Italia, dopo aver sacrificato inutilmente di gran gente e munizioni in quella infelice spedizione. Ora ecco il motivo di sua ritirata.
Non avea mai potuto _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, siccome principe di mirabile accortezza, e attentissimo non meno al presente che ai futuri tempi, mirar senza ribrezzo la tanto accresciuta grandezza della real casa di Francia, e parevagli fabbricato il mortorio alla sua sovranità, dacchè il ducato di Milano era caduto in mano d'un monarca sì congiunto di sangue colla potenza franzese. Portò la congiuntura dei tempi ch'egli si avesse a collegar colle due corone, tuttochè scorgesse così fatta lega troppo contraria ai proprii interessi; ma stava egli sempre sospirando il tempo di poter rompere questa catena; e parve ora venuto, dacchè era vicino a spirare il tempo del contratto impegno della sua lega coi re di Francia e di Spagna. Non lasciava la corte cesarea di far buona cera a questo principe, benchè in apparenza nemico, nè sul principio della rottura scacciò da Vienna il di lui ministro, come avea praticato con quello del duca di Mantova. Spedì eziandio nel luglio dell'anno presente a Torino (per quanto pretesero i Franzesi) il _conte di Aversbergh_ travestito per intavolare con lui qualche trattato, ma senza sapersi se ne seguisse conclusione alcuna finora. Quel che è certo, non avea voluto il duca permettere che le sue truppe passassero verso il Trentino. Ora i forti sospetti conceputi nella creduta vacillante fede del duca _Vittorio Amedeo_ diedero impulso al re Cristianissimo di richiamare in Lombardia il duca di Vandomo. Tornato questo generale colle sue genti a San Benedetto di Mantova di qua dal Po, già da lui scelto per suo quartier generale, nel dì 28 oppure 29 di settembre, messo in armi tutto l'esercito suo, fece disarmar le truppe di Savoia che si trovavano in quel campo ed altri luoghi, ritenendo prigioni tutti gli uffiziali e soldati. Non erano più di tre mila; altri nondimeno li fecero ascendere a quattro o a cinquemila. Per questa impensata novità e violenza alterato al maggior segno il duca, principe di grande animo, ne fece alte doglianze per tutte le corti; mise le guardie in Torino agli ambasciatori di Francia e Spagna; occupò gran copia d'armi spedite dalla Francia in Italia, ed imprigionò quanti Franzesi potè cogliere nei suoi Stati. Quindi si diede precipitosamente a premunirsi e a mettere in armi tutti i suoi sudditi, per resistere al temporale che andava a scaricarsi sopra i suoi Stati; giacchè non tardò il duca di Vandomo a mettere in viaggio buona parte dell'esercito suo contro il Piemonte. Saltò fuori in tal guisa un nuovo nemico delle due corone, e un nuovo teatro di guerra in Italia.
Nel dì 5 di dicembre pubblicamente dichiarò il re di Francia _Luigi XIV_ la guerra contra di esso duca di Savoia, i il quale nel dì 25 di ottobre, come scrisse taluno, o piuttosto nel dì 8 di novembre, come ha lo strumento rapportato dal Lunig, avea già stretta lega coll'_imperadore Leopoldo_. In esso strumento si vede promesso al duca _Vittorio Amedeo_ tutto il Monferrato, spettante al duca di Mantova con Casale, e inoltre Alessandria, Valenza, la Valsesia e la Lomellina, con obbligo di demolir le fortificazioni di Mortara. Promettevano inoltre le potenze marittime un sussidio mensile di ottanta mila ducati di banco ad esso principe, durante la guerra. Fu poi aggiunto un altro alquanto imbrogliato articolo della cessione ancora del Vigevanasco, per cui col tempo seguirono molte dispute colla corte di Vienna. Per essersi trovato il duca colto all'improvviso dallo sdegno franzese, e specialmente sprovveduto di cavalleria, gli convenne ricorrere al generale _conte di Staremberg_, il quale, desideroso di assistere il nuovo alleato, mise improvvisamente in viaggio, nel dì 20 di ottobre, mille cinquecento cavalli sotto il comando del generale _marchese Annibale Visconti_. Benchè sollecita fosse la lor marcia, più solleciti furono gli avvisi al duca di Vandomo del lor disegno; laonde ben guernito di milizia il passo della Stradella, Serravalle ed altri siti, allorchè colà giunsero gli affaticati Alemanni, trovarono un terribil fuoco, e andarono presto in rotta. Molti furono gli uccisi, molti i prigioni, ed a quei che colla fuga si sottrassero al cimento, convenne dipoi passare fino a San Pier di Arena presso Genova, e valicare aspre montagne per giugnere in Piemonte. Questo picciolo rinforzo, e l'essere stati i Franzesi, a cagion del suddetto passaggio, impegnati in varii movimenti, servì di non lieve respiro al duca di Savoia; ma non già a preservarlo dagl'insulti a lui minacciati dal potente nemico. Il perchè determinò in fine il saggio conte Guido di Staremberg un'arditissima impresa, che, per essere felicemente riuscita, riportò poscia il plauso d'ognuno. Quando si pensava la gente che l'esercito suo, postato sul Modenese e Mantovano di qua da Po, si fosse ben adagiato nei quartieri d'inverno e pensasse al riposo, all'improvvisa con circa dieci mila fanti e quattro mila cavalli, seco menando sedici cannoni, nel giorno santo del Natale passò esso Staremberg la Secchia, e pel Carpigiano s'indirizzò alla strada maestra chiamata Claudia, prendendo pel Reggiano e Parmigiano con marcie sforzate il cammino alla volta del Piemonte, senza far caso dei rigori della stagione, delle strade rotte e di tanti fiumi gravidi di acqua che conveniva passare. Era già tornato il _duca di Vandomo_ al campo di San Benedetto di Mantova. Al primo avviso di questo impensato movimento dei nemici, raunate le sue truppe, si diede ad inseguirli con forze, chi disse minori, e chi maggiori, ma senza poter mai raggiugnerli, oppure senza mai volerli raggiugnere, per poca voglia di azzardare una battaglia. Si contarono bensì alcune scaramucce ed incontri, nei quali lasciarono la vita i due valorosi generali _Lictenstein_ Tedesco e _Solari_ Italiano; ma questi non poterono impedire al prode comandante di felicemente superar tutti i disagi, e di pervenire ad unirsi col duca di Savoia nel dì 13 del seguente gennaio, con infinita consolazione di lui e de' sudditi suoi.
Presero in questi tempi, cioè nel dì 8 di dicembre, i Franzesi dimoranti in Modena il pretesto di confiscare al duca _Rinaldo d'Este_ tutte le sue rendite e mobili, perchè il suo ministro in Vienna, trovandosi nell'anticamera della regina de' Romani, in passando l'_arciduca Carlo_, dichiarato re di Spagna, l'inchinò. A chi vuol far del male, ogni cosa gli fa giuoco. Entrato nel novembre il _maresciallo di Tessè_ nella Savoia, s'impadronì di Sciambery sua capitale, e poscia strinse con un blocco la fortezza di Monmegliano. Riuscì in quest'anno alle _potenze marittime_ e all'_imperatore Leopoldo_ di ritirar seco in lega un'altra potenza, cioè _Pietro II_ re di Portogallo. Gli articoli di questa alleanza furono sottoscritti nel dì 16 di maggio, e fatte di grandi promesse a quel monarca, fondate nondimeno sugli incerti avvenimenti delle guerre. Di qui sorsero speranze ne' collegati di potere un dì detronizzare il re di Spagna _Filippo V_, al qual fine creduto fu non solamente utile, ma necessario, che lo stesso _arciduca Carlo_, proclamato re di Spagna col nome di _Carlo III_, passasse in persona colà per dar polso ai Portoghesi, e per animare l'occulto partito austriaco che si conservava tuttavia nei regni di Spagna. Pertanto questo savio, affabile e piissimo principe, preso congedo dagli augusti lagrimanti suoi genitori e dal fratello Giuseppe re de' Romani, si mise nel settembre in viaggio alla volta dell'Olanda, con ricevere immensi onori per dovunque passò. Pertanto ecco oramai gran parte dell'Europa in guerra per disputare della monarchia di Spagna; nel qual tempo anche il Settentrione ardeva tutto di guerra per la lega del Sassone re di Polonia collo czar della Russia contro il re di Svezia, che diede lor delle aspre lezioni. Presero in quest'anno i Franzesi Brisac, ricuperarono Landau, diedero una rotta ai Tedeschi sotto esso Landau; e all'incontro gli Anglolandi s'impadronirono di Bona, Huz e Limburgo.
Anno di CRISTO MDCCIV. Indizione XII.
CLEMENTE XI papa 5. LEOPOLDO imperadore 47.