Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 14
Era, non può negarsi, il _maresciallo di Catinat_, maestro veterano di guerra, non men provveduto di valore che di prudenza; ma dacchè si cominciò a scorgere che più anche di lui sapea questo mestiere il principe Eugenio, tuttochè non pervenuto ancora all'età di quarant'anni, giudicò il re Cristianissimo col suo consiglio che agli affari d'Italia, i quali prendeano brutta piega, occorreva un medico di maggior polso e fortuna. Fu perciò risoluto di spedir in Lombardia il maresciallo _duca di Villeroy_, con dargli il supremo comando dell'armata, senza pregiudizio degli onori dovuti al duca di Savoia generalissimo. Nuove truppe ancora, oltre le già inviate, si misero in cammino, affinchè la maggior copia dei combattenti, aggiunta alla consueta bravura franzese, con più felicità potesse promettersi le vittorie. Nel dì 22 d'agosto giunse il Villeroy al campo gallispano, menando seco il _marchese di Villars_, il _conte Albergotti_ Italiano, tenenti generali, ed altri uffiziali, accolto colla maggiore stima dal duca di Savoia e da tutta l'ufficialità. Le prime sue parole furono di chiedere, dov'era quella canaglia di Tedeschi, perchè bisognava cacciarli di Italia: parole che fecero strignere nelle spalle chiunque l'udì. Per li sopraggiunti rinforzi si tenne l'esercito suo superiore quasi del doppio a quel de' Tedeschi: laonde il principe Eugenio ebbe bisogno di tutto il suo ingegno per trovar maniera di resistere a sì grosso torrente; e siccome egli era mirabile in divisare e prendere i buoni postamenti, così andò ad impossessarsi della terra di Chiari nel Bresciano, non senza proteste e doglianze del comandante veneto; e quivi si trincierò, facendosi specialmente forte dietro alcune cassine e mulini. Ardeva di voglia il Villeroy di venire alle mani col nemico, perchè si teneva in pugno il trionfo; e però valicato l'Oglio a Rudiano, a bandiere spiegate andò in traccia dell'armata tedesca, con risoluzion di assalirla. Era il dì primo di settembre, in cui arrivato a Chiari ordinò la presa di quel luogo, sulla credenza che ivi fosse una semplice guernigione, e non già tutta l'oste nemica. Ma vi trovò più di quel che pensava, cioè cannoni e gente che non si sentiva voglia di cedere. Lasciarono i Tedeschi ben accostare gli assalitori, e poi cominciarono un orrido fuoco; e per quanti sforzi facessero i Franzesi, sacrificarono ben sul campo di battaglia le lor vite, ma o non poterono forzar quei ripari, o appena ne forzarono alcuno, che indi a poco fu ripigliato dai coraggiosi cesarei. Tanta resistenza fece in fine prendere al Villeroy il partito di battere la ritirata col miglior ordine possibile, riportando seco un buon documento di un più moderato concetto di sè medesimo, e il dispiacere di aver data occasion di dire ch'egli era venuto per la posta in Italia, per aver la gloria da farsi battere. Tre mila persone si credette che costasse a' Franzesi quella azione tra morti e feriti, e pochissimi dalla parte degl'imperiali.
_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia in quel combattimento si segnalò nello sprezzo di tutti i pericoli; e o fosse una cannonata, come a me raccontò persona bene informata, o pur colpo di fucile, corse rischio della vita sua. E fu in questa occasione ch'egli si affezionò agli strologhi perchè un d'essi avea dagli Svizzeri due mesi prima scritto ad un confidente di esso principe che nel dì primo di settembre sua altezza reale correrebbe un gran pericolo. Per quanto false da lì innanzi egli trovasse le sue predizioni, non perdè mai più la stima di quell'arte vana ed ingannatrice. Accostandosi il verno, richiamò esso sovrano le sue milizie in Piemonte; e il Villeroy veggendo ostinati a tener la campagna i Tedeschi, giudicò meglio di ritirarsi egli il primo, e di ripartire a' quartieri massimamente sul Cremonese la maggior parte delle soldatesche sue; con che ebbero agio i Cesarei d'impadronirsi di Borgoforte, di Guastalla, d'Ostiglia e di Ponte-Molino e d'altri luoghi. Aveano già saputo col mezzo delle minaccie i Gallispani mettere il piede sui principii di quest'anno entro la fortezza della Mirandola. Seppe così ben concertare anche il _principe Eugenio_ colla _principessa Brigida Pico_ le maniere di cacciarli, che quella città vi ricevette presidio cesareo. A cavallo del Po spezialmente se ne stavano le milizie imperiali, invigorite ultimamente da nuovi soccorsi calati dalla Germania; s'impossessarono ancora di Canneto e di Marcaria; e giacchè, a riserva del castello di Goito e di Viadana non restavano più Franzesi sul Mantovano, diede principio esso principe Eugenio ad un blocco lontano intorno alla stessa città di Mantova, fornita d'un vigoroso presidio di Franzesi. Essendo oramai i cesarei in possesso di tutto il Mantovano, non s'ha da chiedere se facessero buon trattamento a que' poveri popoli; e tanto più perchè il loro duca era stato dichiarato ribello del romano imperio.
E fin qui la sola Lombardia avea sostenuto il peso della guerra, quando nel dì 25 di settembre scoppiò un turbine anche nella città di Napoli. Non mancavano in quella gran metropoli dei divoti del nome austriaco sì nella nobiltà che nel popolo. Negli eserciti dell'imperadore _Leopoldo_ e del re _Carlo II_ molti di quei nobili, militando in addietro, aveano pel loro valore conseguito dei gradi ed onori distinti. Questa fazione, valutando non poco l'essersi finora negata dal sommo pontefice l'investitura di quel regno al prelodato _re Filippo_, teneva per lecito l'aderire all'augusta casa d'Austria, e macchinava sollevazioni, senza nulla atterrirsi per le frequenti prigionie che faceva il vicerè _duca di Medina Celi_ dei chiamati inconfidenti. Dimorava in questi tempi il _cardinal Grimani_ veneto in Roma, accurato ministro della corte cesarea, e andava scandagliando i cuori di quei Napoletani, nei quali prevaleva l'amore verso del sangue austriaco, e che già aveano attaccati cartelli per le piazze di Napoli colle parole usate giù dal giudaismo, e riferite nel Vangelo: _Non habemus regem, nisi Caesarem_. Quando a lui parve assai disposta la mina, per la sicurezza che avea di molti congiurati, e sperandone molti più allorchè le si appiccasse il fuoco, spedì travestito a Napoli di barone di Sassinet segretario dell'ambasciata cesarea. Costui nel giorno suddetto, presa in mano una bandiera imperiale, uscì in pubblico, ed unitasi a lui gran copia di quei lazzari, cominciò a gridare: _Viva l'imperadore_. Crebbero a migliaia i sollevati, e s'impadronirono della chiesa di San Lorenzo, della torre di Santa Chiara e di altri posti. Lor condottiere fu don Carlo di Sangro nobile napoletano e uffiziale nelle truppe cesaree. Era stato fatto credere al buon _imperadore Leopoldo_, tale essere l'amore degl'Italiani, e massimamente nel regno di Napoli e Stato di Milano, che bastava alzare un dito, perchè tutti i popoli si sollevassero in favor suo. Ma questi non erano più i tempi dei Ghibellini, quando agguerriti i popoli d'Italia, e agitati dall'interno fermento delle fazioni, troppo facilmente tumultuavano e spendevano la vita per soddisfare alle loro passioni. Si trovavano ora i popoli inviliti; talun d'essi oppresso dai principi allevati nella quiete, e alieni da azzardare quanto aveano in tentativi pericolosi.
Alzatosi dunque il romore, la maggior parte della nobiltà napoletana corse ad esibirsi in difesa del vicerè, e non tardò lo stesso eletto del popolo con ischiere numerose di quei popolari ad assicurarlo della sua e lor fedeltà. Il perchè uscite le guernigioni spagnuole in armi, ed unite con quattrocento di quei nobili e più migliaia del popolo, non durarono gran fatica a dissipare i sollevati, a riacquistare i luoghi occupati, e a far prigione il barone di Sassinet e don Carlo di Sangro con altri nobili che non ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ad alcuni segretamente nelle carceri tolta fu la vita; pubblicamente mozzo il capo al Sangro; rasato il palazzo di Telesa di casa Grimaldi; e il Sassinet venne poi da lì a qualche tempo condotto in Francia. Calmossi tosto quella mal ordita sollevazione; e per maggior sicurezza di quella città, vi furono per terra e per mare spediti dal re Cristianissimo abbondanti rinforzi di milizie e di munizioni; e il _duca d'Ascalona_ passò dal governo della Sicilia a quello di Napoli. Intanto non cessava la corte cesarea di perorar la sua causa in quelle delle amiche potenze, mettendo davanti agli occhi d'ognuna qual rovina si potea aspettare dall'oramai sterminata possanza della real casa di Borbone, per essersi ella piantata sul trono della Spagna. Di queste lezioni non aveano gran bisogno gl'Inglesi ed Olandesi per conoscere il gran pericolo a cui anch'essi rimanevano esposti; ed aggiuntovi il dispetto di essere stati beffati dal re Cristianissimo colle precedenti capitolazioni, non fu in fine difficile il trarli ad una lega difensiva ed offensiva contro la Francia. Fu questa sottoscritta all'Haia nel dì 7 di settembre dai ministri di _Cesare_, di _Guglielmo_ re della Gran Bretagna, e dall'_Olanda_; laonde ognuno si diede a preparar gli arnesi per uscir con vigore in campagna nell'anno appresso. Ma nè pur dormiva il re Cristianissimo, e di mirabili preparamenti fece anche egli per ricevere i già preveduti nemici. Nel settembre di quest'anno seguì in Torino lo sposalizio della principessa _Maria Luigia_, secondogenita del duca di Savoia, col re di Spagna _Filippo V_; ed ella appresso si mise in viaggio per andare ad imbarcarsi a Nizza e passare di là in Ispagna.
Anno di CRISTO MDCCII. Indizione X.
CLEMENTE XI papa 3. LEOPOLDO imperadore 45.
Mentre lo zelante pontefice _Clemente XI_ non rallentava le sue premure per introdurre pensieri di pace fra i principi guerreggianti, e prevenire con ciò l'incendio che andava a farsi maggiore in Europa, non godeva egli quiete in casa propria, perchè combattuto da' ministri d'esse potenze, pretendendolo cadaun di essi troppo parziale dell'altra parte. Spezialmente si scaldava su questo punto la corte cesarea. Non s'era già ella doluta perchè il santo padre avesse spedito il _cardinale Archinto_ arcivescovo di Milano con titolo di legato a latere a complimentare la novella regina di Spagna; ma fece ben di gravi doglianze, perchè in Roma venisse pubblicata sentenza contro il _marchese del Vasto_, principe aderente alla corona imperiale, per aver egli preteso che il _cardinale di Gianson_ avesse voluto farlo assassinate. Unironsi a questi in appresso altri più gravi lamenti per le dimostrazioni fatte dal papa al re _Filippo V_. Prevalse in Madrid e Parigi, benchè non senza contraddizione di molti, il sentimento di chi consigliava quel giovane monarca di venire alla testa dell'esercito gallispano in Italia, non tanto per dar calore alle azioni della campagna ventura e conciliarsi il credito del valore, quanto ancora per confermare in fede i popoli titubanti colla sua amabil presenza, e coll'aspetto della sua singolar pietà, saviezza e genio inclinato alla generosità e clemenza. Finchè fosse in ordine la possente sua armata in Lombardia, verso la quale erano in moto molte migliaia di combattenti spedite da Francia e Spagna, fu creduto bene ch'egli passasse a Napoli a farsi conoscere per quel principe che era, degno dell'ossequio ed amore di ognuno. Arrivò questo grazioso monarca per mare a quella metropoli nel dì 16 di aprile, cioè nel giorno solenne di Pasqua, accolto con sontuosissimi apparati e segni di gioia da quella copiosa nobiltà e popolo. Se egli si mostrò ben contento ed ammirato della bella situazione, grandezza e magnificenza di quella real città e de' suoi abitatori, non fu men contenta di lui quella cittadinanza, o, per meglio dire, il regno tutto, per le tante grazie che gli compartì il benefico suo cuore, di modo che in lontananza mal veduto da molti, si partì poi di colà amato ed adorato quasi da tutti. Gli spedì in tal congiuntura il papa Clemente il _cardinale Cario Barberini_, ornato del carattere di legato a latere, ad attestargli il suo paterno affetto, e a presentargli dei superbi regali, preziosi per la materia e più per la divozione. Questa spedizione, tuttochè approvata come indispensabile dai saggi, e che non perciò portava seco l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, pure cotanto spiacque al _conte di Lamberg_ ambasciatore di Cesare, che col marchese del Vasto si allontanò da Roma. Bolliva intanto nella sacra corte la gran controversia dei riti cinesi; e perchè sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si poteano ben chiarire i fatti, determinò il prudente pontefice d'inviar fino alla Cina un personaggio non parziale, e per la sua dottrina cospicuo, che sul fatto osservasse ciò che esigesse correzione, con facoltà di rimediare a tutto. A questo importante affare di religione fu prescelto monsignor _Tommaso di Tournon_ Piemontese, che con titolo di vicario apostolico, portando seco molti regali da presentare all'imperador cinese, imprese quello sterminato viaggio per mare, ed egregiamente poi soddisfece all'assunto suo. Fu ancora in quest'anno a dì 17 di febbraio terminata dal santo padre con una sentenza la lite lungamente stata fra la _duchessa di Orleans_ e l'_elettore palatino_, già da gran tempo compromessa nella santità sua.
Non fu bastante il rigore del verno nell'anno presente a frenar le operazioni militari del _principe Eugenio_. Fin qui _Rinaldo d'Este_ duca di Modena avea goduta la quiete nei suoi Stati, risoluto di non prendere impegno in mezzo alle terribili dissensioni altrui. Ma troppo facilmente vengono falliti i conti ai principi deboli, che in mezzo alla rivalità di potenti eserciti si lusingano di potere salvarsi colla neutralità. Aveva egli ben munito Brescello, fortezza di somma importanza, perchè situata sul Po, guernita di settanta pezzi di cannone di bronzo, di copiose munizioni da bocca e da guerra, e di un competente presidio. A nulla aveano servito fin qui le istanze del _cardinale d'Etrè_, nè dei generali cesarei per levargliela dalle mani; ma avvenne che il tenente general franzese _conte Albergotti_ lasciossi vedere in quei contorni, ed abboccatosi ancora col comandante della piazza, tentò, ma inutilmente, la di lui fede con grandiose esibizioni. Risaputosi ciò dai Tedeschi acquartierati nella vicina Guastalla, e nata in loro diffidenza, si servirono di questo pretesto per obbligare il duca a consegnar loro quella fortezza. In quelle vicinanze adunque fece il _principe Eugenio_ unire un corpo di circa dodici mila soldati, e nello stesso tempo spedì a Modena il conte Sormanni a chiedere in deposito la piazza suddetta. Nel dì 4 di gennaio seguì l'intimazione, fiancheggiata da minaccie, in caso di ripugnanza; laonde il duca non senza pubbliche proteste contro sì fatta violenza s'indusse a cederla. Crederono dipoi i Franzesi ciò seguito di concerto, o al men si prevalsero di questa apparente ragione per procedere ostilmente contro il medesimo duca. Ottenuto Brescello, si stesero sul Parmigiano l'armi cesaree, e nella stessa maniera pretesero di obbligare _Francesco Farnese_ duca di Parma ad ammettere guernigione imperiale nelle sue città. Ma quel principe con allegare che i suoi Stati erano feudi della Chiesa, e di non poterne disporre senza l'assenso del papa, di cui aveva inalberato lo stendardo, seppe e potè difendersi sotto quell'ombra; anzi, per assicurarsi meglio dalle violenze in avvenire, trasse poi le truppe pontifizie a guernir di presidio le suddette sue città. Ma questo non impedì che le soldatesche imperiali non occupassero da lì innanzi Borgo S. Donnino, Busseto, Corte Maggiore, Rocca Bianca ed altri luoghi di quel ducato.
Grande strepito fece in questi tempi un impensato gran tentativo ideato dall'indefesso _principe Eugenio_ per sorprendere la città di Cremona, tuttochè allora provveduta di parecchi reggimenti franzesi, e colla presenza del maresciallo _duca di Villeroy_, che aveva quivi stabilito il suo quartiere. Teneva esso principe intelligenza secreta in quella città col proposto di Santa Maria Nuova, spasimato fautore dell'augusta casa d'Austria, la cui chiesa ed abitazione confinava colle mura della città. Sotto la di lui casa passando un condotto che sboccava nella fossa, gli fece lo sconsigliato prete conoscere che si poteva di notte introdurre gente, ed avventurare un bel colpo. Non cadde in terra la proposizione, e il principe prese tutte le sue misure per accostarsi quetamente alla città nella notte antecedente al dì primo di febbraio con alquante migliaia de' suoi combattenti. Per la chiavica suddetta s'introdussero in Cremona alcune centinaia di granatieri e di bravi uffiziali con guastatori, che trovati i Franzesi immersi nel sonno, ebbero tempo di forzare ed aprire due porte, per le quali entrò il grosso degli altri Alemanni. Svegliata la guarnigion franzese, diede di piglio all'armi, e si attaccò una confusa crudel battaglia. Uscito di casa il _maresciallo di Villeroy_ per conoscere che romor fosse quello, andò a cader nelle mani de' Tedeschi, e fu poi mandato prigione fuori della città con altri uffiziali. Non posso io entrare nella descrizione di quel fiero attentato, e basterammi di dire che seguì un gran macello di gente dall'una e dall'altra parte perchè si menavano le mani con baionette e sciable. In fine soppraffatti i Tedeschi dai Franzesi, e massimamente dalla bravura degl'Irlandesi, furono obbligati a ritirarsi il meglio che poterono. Con loro salvatosi il prete, passò poi in Germania, dove trovò buon ricovero. A questa disavventura degli Austriaci sopra tutto influì il non aver potuto il giovine principe _Tommaso di Vaudemont_, come era il concerto, giugnere a tempo pel Parmigiano al Po, e valicarlo; e questo a cagion delle strade rotte e dei fossi che vi ebbero a passare, oltre all'aver anche trovato rotto il ponte dai Franzesi, pel quale pensava di transitare il fiume. Fu creduto che la parte cesarea vi perdesse più di settecento uccisi, e più di quattrocento rimasti prigioni, fra i quali il baron di Mercy; e che più di mille fra morti e feriti furono i Franzesi, oltre a rimasti cinquecento prigionieri, fra i quali il luogotenente generale _marchese di Crenant_ con altri non pochi uffiziali, e lo stesso _maresciallo di Villeroy_. Gloriosa si riputò l'impresa per gli assalitori, ma più gloriosa certamente riuscì per li difensori.
Andossi poi sempre più di giorno in giorno ingrossando l'esercito gallispano, sicchè si fece poi ascendere sino a circa cinquanta mila armati, laddove l'oste nemica appena arrivava alla metà, non essendo mai calate di Germania le desiderate reclute, perchè si attendeva alla guerra mossa in altre parti. Al comando dell'armi gallispane fu spedito da Parigi il _duca di Vandomo Luigi Giuseppe_, principe dei più esperti nel magistero militare, in cui gran nome s'era già procacciato. Arrivò egli in Italia dopo la metà di febbraio, e da che vide l'esercito suo rinforzato dalle tante milizie venete di Francia, uscì in campagna nel mese di maggio, con intenzione spezialmente di liberare la città di Mantova, oramai ridotta a molti bisogni e strettezze pel lungo blocco de' Tedeschi. Ritirò il _principe Eugenio_ da varii siti le genti sue, e poi con alto e lungo trincieramento si fortificò dalla banda del serraglio in faccia a quella città. Entrò il Vandomo in Mantova con quanta gente volle, e ricuperò colla forza Castiglion delle Stiviere; e già s'aspettava ognuno ch'egli con tanta superiorità di forze non volesse sofferire in sì gran vicinanza a Mantova i nemici. Ma passò il giugno senza azione alcuna di riflesso, perchè a superare il postamento degli Alemanni si potea rischiar molto. Il vero motivo nondimeno di quella inazione fu l'avere il re Cattolico scritto da Napoli al Vandomo, che portasse bensì a Mantova il soccorso, ma che non tentasse altra maggiore impresa sino all'arrivo suo. Cioè riserbava questo monarca a sè tutte le palme e gli allori che si aveano da raccogliere dalla presente campagna. Nel dì 2 di giugno imbarcatosi il re _Filippo V_, fece la sua partenza da Napoli, e nel passar da Livorno fu visitato e superbamente regalato dal gran duca _Cosimo III de Medici_, dal gran principe _Ferdinando_ e dalla gran principessa _Violante_ di _Baviera_ sua zia. Andò a sbarcare al Finale, e venuto ad Acqui nel Monferrato, ebbe la visita di _Vittorio Amedeo_ suocero suo, e nel dì 18 con gran pompa fece la sua entrata in Milano. In questo mentre il principe Eugenio attese a fortificar Borgoforte, e a formare di qua e di là dal Po un ben munito accampamento. E da che intese che il re Cattolico marciava pel territorio di Parma alla volta del Reggiano col maggior nerbo della sua armata, inviò il generale marchese _Annibale Visconti_ con tre reggimenti di corazze a postarsi a Santa Vittoria, sito vantaggioso, perchè circondato da canali e dal fiume Crostolo. Se ne stavano questi Alemanni con gran pace in quel luogo, con poca guardia, senza spie, coi cavalli dissellati al pascolo, credendo che i Franzesi tuttavia si deliziassero nel Parmigiano: quand'ecco nel dopo pranzo del dì 26 di luglio si videro comparire addosso il _conte Francesco Albergotti_ tenente generale dei Franzesi, o pure lo stesso _duca di Vandomo_ con quattro mila cavalli e due mila fanti. La confusione loro fu eccessiva; fecero essi quella difesa che poterono in tale improvvisa e cattiva disposizione; ma in fine convenne loro voltar le spalle, e lasciare alla balìa dei vincitori il bagaglio, quattordici stendardi, due paia di timbali e cento cavalli. Trecento furono i morti, altrettanti i prigioni, e il re Filippo sopraggiunto ebbe il piacere di mirare il fine di quella mischia.