Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 12
Intanto nei gabinetti segretamente si lavorava per prevenire un nuovo sconvolgimento di cose, qualora mancasse di vita _Carlo II_ re di Spagna. Massimamente ne trattò con gli Inglesi ed Olandesi il ministro di Francia; e all'Haia, nel dì 11 d'ottobre fu sottoscritto un trattato di partaggio della monarchia di Spagna, rapportato dal Lunig, dal Du-Mont e da altri; per cui, venendo il caso suddetto, al _principe elettorale_ figlio di _Massimiliano elettor di Baviera_ e dell'_arciduchessa Antonia_, cioè di una figlia dell'_imperator Leopoldo_, e di _Margherita Teresa_ sorella del regnante suddetto re Carlo, fu assegnata la successione dei regni di Spagna, siccome più prossimo dei discendenti dal _re Filippo IV_, eccettuati alcuni pezzi di essa monarchia. A _Luigi Delfino_ primogenito del re Cristianissimo per le ragioni della regina sua madre e dell'avola, amendue spagnuole, furono riservati i regni di Napoli e Sicilia, colle fortezze poste nella maremma di Siena, il marchesato del Finale, e la provincia di Guipuscoa colle piazze di San Sebastiano e Fonterabia. Similmente all'_arciduca Carlo_ secondogenito dell'imperadore, in compenso delle pretensioni delle auguste due linee, avea da toccare il ducato di Milano. In caso poi che mancasse prima del tempo il principe elettoral di Baviera, fu dichiarato a parte, che l'elettore suo padre succederebbe nella suddetta monarchia, colle riserve sopra espresse. Il gran concetto in cui è il gabinetto di Francia di superar tutti gli altri in accortezza, fece credere alla gente sensata, che il _re Luigi XIV_ contuttociò tendesse ad assorbire l'intera monarchia di Spagna per uno dei suoi nipoti, e che non ad altro fine acconsentisse a quello spartimento, che per tirar dalla sua con questo spauracchio i ministri della corte di Spagna, conosciuti troppo abborrenti da ogni divisione dei lor dominii. E certamente ben seppero i Franzesi far giocare questa carta in Ispagna, dove in questo mentre il lor ambasciatore non lasciava indietro diligenza e dolcezza alcuna, per guadagnarsi il cuore di chiunque era più potente presso al re Carlo e alla regina sua moglie. All'incontro il _conte di Harrach_, ambasciatore cesareo alla corte di Madrid, non sapea trovar la carta del navigare, e commise vari passi falsi ed errori, de' quali è da vedere il primo tomo della storia di Europa del marchese Francesco Ottieri: libro saggiamente composto, e pure sì indegnamente trattato, per aver solamente detto quell'autore, che nell'elezione di _Augusto re di Polonia_, l'abate di _Polignac_, poscia cardinale, non aprì ben gli occhi in tal occasione. Era stato richiamato in Ispagna il _marchese di Leganes_, e destinato al governo di Milano _Carlo principe di Vandemont_ della casa di Lorena, il cui figlio militava nelle truppe dell'imperadore. Giunse questo principe a Milano colla principessa sua moglie nel dì 24 di maggio, e cominciò un trattamento superiore a quello de' suoi predecessori. Fra le altre sue pompe uscendo egli per la città, era tirato il suo cocchio da otto maestosi cavalli. Si applicò egli tosto a liberar lo stato dagli assassini, che in gran copia infestavano le strade e gli abitanti.
Nel giugno dell'anno presente fu presa da gran costernazione la città di Napoli per l'orribile strepito che faceva il monte Vesuvio. Vomitò esso da lì a poco sì sterminata quantità di cenere, che scurò l'aria, e coprì i tetti e le piazze di quella città all'altezza di un piede. Quindi sfogò la sua collera con una gran pioggia di sassi, e con cinque fiumane di fuoco, composte dì materie bituminose a guisa di ferro fuso. Da questi torrenti, che scesero alla Torre del Greco in mare, non solo restò ridotto come un deserto quel luogo, ma i contorni ancora colle deliziose vigne e palazzi andarono tutti in rovina. Più di seimila persone, avendo prima presa la fuga, si rifugiarono in Napoli, e furono ben accolte e alimentate dalla singolar pietà del _cardinal Cantelmo_ arcivescovo. Un altro non men grave flagello toccò nel dì 20 di giugno alla cittadella di Torino. Svegliatosi per aria un gran temporale sul far del giorno, da un fulmine figlio della terra o delle nuvole, venne attaccato il fuoco al magazzino della polve, coperto in maniera da potere resistere alle bombe: disavventura, a cui sono soggetti i ricettacoli di molta polve da fuoco. Sì orribile fu lo scoppio, che rovesciò tutte le fabbriche di essa cittadella colla morte di dodici ufiziali e di quattrocento soldati, oltre ai feriti. Si scossero tutte le case della città; ogni finestra e gran copia di mobili andò in pezzi, s'aprirono le porte delle chiese, e si credettero gli abitanti di essere al fine dei lor giorni. Il danno recato dalla violenza di questo accidente si fece ascendere a tre milioni di lire; e maggiore incomparabilmente sarebbe stato, se il fuoco del magazzino non avesse volto verso la campagna lo scagliamento delle pietre. Per segnali dell'ira di Dio e per preludi di maggiori sciagure furono presi questi sì funesti avvenimenti. E certamente era ben seguita la pace, ma già si scorgea non doversene sperare se non breve la durata, stando ognuno in apprensione di maggiori sconvolgimenti in Europa, a cagion della monarchia di Spagna vicina a restar vedova. E già la Francia e il duca di Savoia _Vittorio Amedeo_ faceano grandi armamenti, per essere pronti alle rivoluzioni, che non poteano mancare, mancando di vita il _re Carlo II_. Nel dì 2 di luglio di questo anno a _Rinaldo d'Este_ duca di Modena nacque il suo primogenito _Francesco Maria_, oggidì duca, con somma consolazione dei popoli suoi. Era vacato in Roma per la morte del _cardinal Paluzzo Altieri_ il riguardevol posto di camerlengo della santa romana Chiesa, posto in addietro venale e di gran lucro. Con sua bolla pubblicata nel dì 24 d'agosto il pontefice _Innocenzo XII_ soppresse e vietò per l'avvenire la venalità di questa carica, con applicar buona parte de' frutti d'essa all'ospizio dei poveri, o alla stessa camera apostolica.
Anno di CRISTO MDCXCIX. Indiz. VII.
INNOCENZO XII papa 9. LEOPOLDO imperadore 42.
Nel dì 26 di gennaio dell'anno presente fu finalmente stabilita in Carlowitz una tregua di venticinque anni fra l'_Imperadore Leopoldo_ e il sultano de' Turchi _Mustafà II_, siccome ancora la pace fra i Polacchi e lo stesso Gran-signore. Perchè insorsero controversie fra i ministri della Porta, e _Carlo Ruzini_ plenipotenziario della repubblica di Venezia, mentre questi differiva l'acconsentire ad alcuni punti, i plenipotenziarii cesareo e polacco, e i mediatori inglese ed olandese, stipularono essi la concordia fra essa repubblica e il sultano nella forma che si potè ottenere, con gloria nondimeno e vantaggio del nome veneto. Il maneggio di questa concordia, per quel che riguarda i Veneziani, vien descritto nella Storia Veneta del senatore Pietro Garzoni, e in quella del pubblico lettore di Padova Giovanni Graziani, e presso il Du-Mont se ne legge la dichiarazione o strumento, senza che fosse specificato a quanto tempo si dovesse stendere la tregua con essi: il che solamente dopo alquanti mesi restò conchiuso, dopo essere stato il senato in un gran batticuore a cagion di tanta dilazione. Per questo accordo restarono i Veneziani in possesso e dominio del regno della Morea, colle isole d'Egina e di Santa Maura, di Castelnuovo e Risano, e delle fortezze di Knin, Sing, Citelut, e Gabella nella Dalmazia, con altre particolarità ch'io tralascio. Fu poi ratificata questa tregua dal senato di Venezia nel dì 7 di febbraio, siccome ancora furono destinati da tutte le potenze i commessarii per regolare e determinare i confini coll'imperio ottomano: cosa che portò seco gran tempo, somme applicazioni e dispute, prima che se ne vedesse il fine. Di grandi allegrezze si fecero in Venezia per sì glorioso fine di sì lunga guerra, e del pari in Vienna, essendo restato Cesare padrone dell'Ungheria e Transilvania a riserva di Temiswar; siccome ancora in Polonia, per essere tornato quel regno in possesso dell'importante fortezza di Gaminietz. Avea preventivamente anche il czaro _Pietro Alessiovitz_ conchiusa coi Turchi una tregua di due anni, che poi con altro atto, nel 1702, fu prorogata a trent'anni.
Non solamente era riuscito a _Massimiliano elettor di Baviera_ e governator della Fiandra, di far concorrere il re Cristianissimo _Luigi XIV_ e le potenze marittime nell'esaltazione del figlio suo _Ferdinando_ alla corona di Spagna; ma eziandio con gravissime spese e regali avea in guisa guadagnati i ministri della corte di Madrid, che lo stesso _re Carlo II_ giunse a dichiararlo erede dei suoi regni nel suo testamento: la qual nuova portata a Vienna avea servito a conchiudere con precipizio la suddetta pace o tregua di Carlowitz. Dovea anche esso principe elettorale fra pochi mesi passare a Madrid, per essere allevato in quella corte all'uso spagnuolo in espettazione di tanta fortuna. Ma chi non sa a quali vicende e peripezie sieno sottoposti i gran disegni e le imprese dei mortali? Dacchè si seppe la destinazion di questo principe fanciullo al trono di Spagna, non passarono tre mesi, che eccoti venir la morte a rapirlo nel dì 5 di febbraio dall'anno presente: colpo che trafisse d'inestimabil dolore il cuore dell'elettor suo padre; e tanto più, perchè non mancò gente maligna, che seminò sospetti di veleno, cioè quella calunnia che si è da noi trovata sì facile, allorchè i principi soggiacciono ad una morte immatura. Restarono perciò sconcertate tutte le misure prese dal re Cattolico dall'una parte, e dalla Francia, Inghilterra ed Olanda dall'altra, di modo che si videro necessitate queste tre potenze a ricorrere ad altro ripiego, e si cominciò di nuovo nelle corti a trattar della maniera di conservare la tranquillità nell'inevitabil deliquio della monarchia spagnuola. Ma intorno a ciò quei potentati non arrivarono ad accordarsi insieme, se non nell'anno susseguente, siccome vedremo. Da gran tempo pensava l'_augusto Leopoldo_ di provvedere di una degna consorte _Giuseppe re dei Romani_ suo primogenito. Fu in qualche predicamento _Leonora Luigia Gonzaga_ principessa di Guastalla; ma le determinazioni della corte cesarea terminarono nella principessa _Amalia Guglielmina di Brunsvich_, figlia del fu duca di Hannover _Gian-Federigo_, e sorella di _Carlotta Felicita_ duchessa di Modena. Abitava questa principessa nei tempi presenti in essa corte di Modena colla duchessa sua madre _Benedetta Enrichetta_ di Baviera, nata palatina del Reno. Qui appunto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno seguì lo sposalizio di questa principessa con indicibil pompa e solennità. Videsi allora piena di nobiltà straniera, di ambasciatori e d'inviati la città e corte di Modena, e fra gli altri vi comparve in persona con insigne corteggio il cardinale _Francesco Maria de Medici_, e poscia il cardinale _Jacopo Boncompagno_, arcivescovo di Bologna, con titolo di legato apostolico, e con suntuosissima corte, a complimentare la novella regina. Le splendide feste in tal occasione fatte dal duca _Rinaldo_, e il viaggio della stessa regina alla volta della Germania, coi grandiosi trattamenti che ella ricevette da _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova, e dalla splendidissima _repubblica di Venezia_, perchè io gli ho abbastanza accennati nelle Antichità Estensi, mi dispenso ora dal rammemorarli.
Non fu minor la consolazione e gioia della corte di Torino in questi tempi per la nascita del primogenito principe di Piemonte, succeduta sul principio di maggio, che con grandi allegrezze venne dipoi solennizzata. Gli fu posto il nome del padre, cioè di _Vittorio Amedeo_. Era nell'età sua giovanile principe di grande aspettazione; ma nel dì 22 di marzo del 1715, fu poi rapito dalla morte con immenso cordoglio del padre e di tutti i sudditi suoi. Di grandi faccende avea avuto la sacra corte di Roma negli anni addietro per le forti premure del _re Luigi XIV_, acciocchè fosse esaminato il libro delle Massime dei Santi, già pubblicato dal celebre _monsignor di Fenelon_ arcivescovo di Cambrai. Molte congregazioni di cardinali e teologi furono tenute per questo affare in Roma, e un esatto esame ne fu fatto. Finalmente nel dì 12 di marzo pubblicò il santo padre una bolla, in cui furono condennate ventitrè proposizioni di esso libro, riguardanti la vita interiore. Gran lode riportò quel dottissimo prelato, per avere con tutta umiltà e sommessione accettato il giudizio della santa Sede, e ritrattate sul pulpito le stesse sue sentenze. Dopo questo dibattimento poco stette a venire in campo un'altra controversia di maggiore e più strepitosa conseguenza, cioè quella dei riti cinesi praticati dai neofiti cristiani nel vasto imperio della Cina, e pretesi idolatrici da una parte di quei missionarii. Acri e lunghe dispute furono per questo, ma non giunse papa _Innocenzo XII_ a deciderlo, e ne restò la cura al suo successore, siccome diremo. Avea risoluto la vedova regina di Polonia Maria Casimira de la Grange, già moglie del re _Giovanni Sobieschi_, e figlia del _cardinale di Arquien_, ad imitazione di _Cristina_ già regina di Svezia, di venire a terminare il resto de' suoi giorni nell'alma città di Roma. Arrivò essa colà nel dì 24 di marzo, e prese il suo alloggio nel palazzo del principe _don Livio Odescalchi_ duca di Sirmio Bracciano. Distinti onori furono a lei compartiti dal pontefice e da tutta quella sacra corte. In questi tempi esso santo padre, sempre ansioso di nuove belle imprese in profitto de' popoli suoi, concepì il grandioso disegno di seccar le Paludi Pontine; e fece anche i preparamenti per eseguirlo. Ma a lui tanto di vita non rimase da poter compiere sì gloriosa risoluzione. Si applicò eziandio alla correzione di quegli ecclesiastici che in Roma non viveano colla dovuta regolarità di costumi, e ne fece far esatte ricerche, e volle lista di chiunque era creduto bisognoso d'emenda. Questo solo bastò, perchè la maggior parte di queste persone prendesse miglior sesto, senza aspettar da più efficaci persuasioni la riforma del vivere. Finalmente rinnovò ed ampliò una rigorosa bolla contro il ricevere pagamenti e regali per le giustizie e grazie della sedia apostolica, sotto pena delle più gravi censure e di altri gastighi. Continuavano intanto le amarezze di sua santità contra del _conte di Martinitz_, perchè questi, oltre alla pretension de' feudi, teneva imprigionato nel suo palazzo un uomo, sospettato reo di aver voluto assassinare la balia di una sua figlia: esempio di prepotenza da non tollerarsi da chi era padrone in Roma. S'era interposto, per troncar queste pendenze, Rinaldo duca di Modena con sì buona maniera, che il Martinitz avea inviato il prigione a Modena. Ma questo ripiego non soddisfece al papa, perchè non veniva soddisfatto al suo diritto sopra la giustizia; e però si negava l'udienza a quel ministro. Fu egli poi richiamato a Vienna, e nel gennaio seguente giunse a Roma il _conte di Mansfeld_ nuovo ambasciatore cesareo, e il suo antecessore se ne andò senza aver potuto ottenere udienza. Similmente in questi tempi il pontefice raccoglieva gente armata, inviandola ai confini del Ferrarese. Altrettanto faceva il duca di _Medina Celi_ vicerè nel regno di Napoli, conoscendo d'essere l'Europa alla vigilia di qualche strepitoso sconcerto per chi dovea succedere nella monarchia di Spagna.
Anno di CRISTO MDCC. Indizione VIII.
CLEMENTE XI papa 1. LEOPOLDO imperadore 43.
Voleva _Rinaldo d'Este_ duca di Modena con solennità magnifica celebrare il battesimo del principe _Francesco Maria_ suo primogenito, nato nel precedente anno, ed ottenne che l'_imperador Leopoldo_ il tenesse al sacro fonte, e che fosse destinato a sostener le veci di sua maestà cesarea _Francesco Farnese_ duca di Parma, il quale a questo fine si portò a Modena colla duchessa _Dorotea_ sua consorte nel dì 16 di febbraio. Con più di cento carrozze a sei cavalli, e fra alcune migliaia di soldati schierati per le strade, e al rimbombo di tutte l'artiglierie della città e cittadella, furono accolti questi principi, e trovarono nella città la notte cangiata in giorno; sì grande era l'illuminazione dappertutto. Seguì nel dì 18 la funzion del battesimo con somma magnificenza, e nei giorni seguenti si variarono le feste e le allegrie, che rimasero poi coronate nel dì 22 da un suntuosissimo carosello, che riempiè di maraviglia e diletto tutti gli spettatori e la gran nobiltà forestiera concorsavi. Al qual fine s'era formato nel piazzale del palazzo ducale un vasto ed altissimo anfiteatro di legno, capace di molte migliaia di persone. Di simili grandiosi spettacoli niuno ne ha più veduto l'Italia. Di più non ne dico, per averne detto quel che occorre nelle Antichità Estensi. Diede fine nel dì 5 di luglio al suo vivere _Silvestro Valiero_ doge di Venezia, a cui in quella dignità fu sostituito il senatore _Luigi Mocenigo_. Era già pervenuto all'età di ottantacinque o pure ottantasei anni _papa Innocenzo XI_I, e spezialmente nell'anno antecedente per varii incomodi di sanità avea fatto dubitar di sua vita. Tuttavia si riebbe alquanto dalla debolezza sofferta, ma non potè contener le lagrime per non aver potuto avere il contento d'aprir egli in persona nella vigilia del santo Natale il giubbileo di quest'anno, che fu poi celebrato con gran concorso e divozione dai pellegrini e popoli accorsi dalle varie parti della cristianità a conseguir le indulgenze di Roma. Tuttochè poca bonaccia godesse il santo padre da lì innanzi, pure continuò indefesso le applicazioni al governo, e tenne varii concistori, e provò anche consolazione in vedere _Cosimo III de Medici_, gran duca di Toscana che con esemplar divozione incognito sotto nome di conte di Pitigliano si portò nel mese di maggio a visitar le basiliche romane. Ricevette il papa questo piissimo principe con paterna tenerezza, il creò canonico di San Pietro, gli compartì ogni possibil onore, e fra gli altri regali gli concedette l'antica sedia di santo Stefano I papa e martire, che passò ad arricchire la cattedrale di Pisa. Non s'ingannarono i politici che s'immaginarono unito alla divozione del gran duca qualche interesse riguardante il sistema d'Italia, minacciato da disastri per la sempre titubante vita del re cattolico _Carlo II_. Infatti fu progettata una lega fra il papa, i Veneziani, il duca di Savoia, il gran duca di Mantova e il duca di Parma, per conservar la quiete dell'Italia. Al duca di Modena non ne venne fatta parola sulla considerazione d'esser egli cognato del re de' Romani. Ma non andò innanzi un tale trattato, o per le consuete difficoltà di accordar questi leuti, o perchè si volea prima scorgere in che disposizione fossero le corone, o fosse perchè venne intanto a mancare di vita il sommo pontefice.
Con più calore intanto si maneggiavano questi affari dai ministri di Francia, Inghilterra ed Olanda, per trovare un valevole antidoto ai mali che soprastavano all'Europa. Tante furono le arti e tanti i mezzi adoperati dal gabinetto di Francia, che gli riuscì di guadagnare _Guglielmo_ re d'Inghilterra, con introdurre lui e le Provincie Unite ad un altro partaggio della monarchia spagnuola. Fu questo sottoscritto in Londra nel dì 15, e all'Haia nel dì 25 di marzo, e stabilito che a _Luigi_ Delfino di Francia si darebbono i regni di Napoli e Sicilia coi porti spettanti alla Spagna nel littorale della Toscana, il marchesato del Finale, la provincia di Guipuscoa coi luoghi di qua dai Pirenei, e in oltre i ducati di Lorena e Bar; in compenso dei quali si darebbe al duca di Lorena il ducato di Milano. In tutti poi gli altri regni di Spagna colle Indie e colla Fiandra avea da succedere l'_arciduca Carlo_ secondogenito dell'imperador _Leopoldo_. Si provvedeva ancora a varii casi possibili ch'io lascio andare. Fece il tempo conoscere quanto fina fosse la politica del re cristianissimo _Luigi XIV_; perciocchè se a tal divisione acconsentivano Cesare e il re Cattolico, già si facea un accrescimento notabile alla potenza franzese; e quand'anche dissentissero da questo accordo Cesare e il re Cattolico, la forza de' contraenti ne assicurava l'acquisto al Delfino. Ma il bello fu che in questo mentre la corte di Francia era dietro a procacciarsi l'intera monarchia di Spagna, e si studiava di non cederne un palmo ad altri, poco scrupolo mettendosi se con ciò restava beffato chi si credeva assicurato dalla convenzione suddetta. Conosceva essa, per le relazioni del _marchese di Harcourt ambasciatore_ a Madrid, non potersi dare al ministero e ai popoli di Spagna un colpo più sensitivo della division della monarchia; e volendo gli Spagnuoli evitarla, altro ripiego non restava loro che di gittarsi in braccio ai Franzesi, con prendere dalla real casa di Francia un re successore. Risaputosi infatti a Madrid il pattuito spartimento, fecero i ministri di Spagna le più alte doglianze di un sì violento procedere a tutte le corti, e massimamente con tali invettive in Inghilterra, che il re Guglielmo venne ad aperta rottura. Acremente ancora se ne dolsero a Parigi, ma quella corte con piacevoli maniere mostrò fatti quei passi per le gagliarde ragioni che competevano al Delfino sopra tutto il dominio spagnuolo.