Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 11

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Mi trovava io allora in Milano, e mi convenne udire la terribil sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesoro degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d'altro parere si trovavano le persone assennate, considerando che egli, dopo aver liberato lo Stato di Milano dalla dura spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera dei suoi stati, serrava in buona parte la porta dell'Italia ai Franzesi: con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel bollare di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco stette ad avvedersene; e tanto più perchè, era incerto se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio. Certamente tutti i principi d'Italia fecero plauso alla animosa risoluzione del duca Vittorio Amedeo, non già che piacesse loro il vedere quasi chiuso in avvenire il passo in Italia all'armi franzesi per tutti i loro bisogni (e dico quasi, perciocchè restarono ai Franzesi le Fenestrelle, che essi poi fortificarono), ma perchè si veniva a smorzare un incendio che li avea malamente scottati tutti per l'insoffribile ed ingiusta avidità e violenza de' Tedeschi in succiare il sangue degli infelici popoli. Continuava intanto con vigore l'assedio di Valenza, e già quella piazza si accostava all'agonia, quando il _conte di Mansfeld_ plenipotenziario dell'imperadore, e il _marchese di Leganes_ governator di Milano, per evitar mali maggiori, si diedero per vinti, ed accettarono l'esibita neutralità. In Vigevano nel dì 7 di ottobre fu stabilito l'accordo con obbligarsi Tedeschi e Franzesi di evacuare quanto prima l'Italia. Ma perciocchè ai Tedeschi troppo disgustoso riusciva il dire addio ad un paese, dove aveano trovato alle spese altrui tante dolcezze, e gridavano per le paghe ritardate, e inoltre per l'avanzata stagione non si voleano muovere: altro ripiego non si trovò che di promettere loro ben più di trecento mila doble, compartendo questo aggravio sopra i principi d'Italia, cioè settantacinque mila doble al gran duca di Toscana, al duca di Mantova quaranta mila, altrettante al duca di Modena, trentasei mila al duca di Parma, quaranta mila ai Genovesi; al Monferrato venticinque mila, ai Lucchesi trenta mila; a Massa quindici mila, al principe Doria sei mila, a Guastalla cinque mila, e il resto agli altri minori vassalli dell'imperio. Doveansi immediatamente pagare cento mila doble, e l'altre ducento mila e più, con respiro e in certe rate. Tutto fu puntualmente pagato e con piacere per questa volta, lusingandosi i principi e popoli di dover da lì innanzi respirare, e non soggiacere alle inudite estorsioni delle milizie imperiali. Lo stesso pontefice (tanto gli premeva l'uscita di Italia di quella nazione) non isdegnò di pagare quaranta mila scudi per accelerarne i passi. Di mala voglia, siccome dicemmo, abbandonarono i Tedeschi la Lombardia. Si dee ora aggiungere un'altra ragione, cioè, perchè tenendo l'occhio alla monarchia di Spagna, di cui si prevedeva vicina la vacanza per la poca sanità del _re Carlo II_, già aveano fatti i conti di piantare la picca nello Stato di Milano, e di assicurarsene per ogni occorrenza. Ma non andò loro propizia la fortuna, e bisognò tornarsene in Germania, carichi nondimeno di preda e di danari. Un impulso anche alla Francia di terminar questa guerra fu lo stesso motivo della sospirata succession del regno di Spagna. Furono poi smantellate le fortificazioni di Pinerolo e degli altri forti, restituito tutto al duca di Savoia, e tornò la quiete in Italia.

Era venuto per ambasciatore di Cesare a Roma _Giorgio Adamo conte di Martinitz_. Non si sa bene se per l'alterigia sua propria, o pure perchè la corte di Vienna facesse la disgustata col papa a cagione dei non continuati sussidi per la guerra contra del Turco, egli in questo anno cercò di far nascere del torbido in quella sacra corte. Contro il costume e rituale de' tempi andati pretese esso Martinitz di non voler cedere la mano al governatore di Roma nella processione del Corpo del Signore; laonde per ischivar gl'impegni, ordinò il pontefice che il governatore per quella volta si astenesse dall'intervenire alla funzione. Fecesi la processione, in cui lo stesso santo padre portava il Venerabile; e l'ambasciatore all'improvviso si spinse fra i cardinali diaconi, pretendendo di andar con loro del pari. Grande imbroglio e non lieve scandalo si suscitò per questo, e cagionò che la procession si fermasse, e durasse per quattro ore, con grave incomodo del papa, mentre facea gran caldo. A queste sconsigliate bizzarrie del cesareo ministro seppe per qualche tempo mettere freno la prudenza del romano pontefice; laonde non seguì per ora altro maggior inconveniente, se non che quel ministro continuò con molto orgoglio, sino a rendersi intollerabile al mansueto pontefice in grave pregiudizio del cesareo monarca. _Rinaldo d'Este_ già cardinale, poi divenuto duca di Modena, avea nel precedente anno conchiuso il suo matrimonio colla principessa _Carlotta Felicita di Brunsvich_, figlia di _Gian-Federigo_ duca cattolico di _Hannover_, e di _Benedetta Enrichetta di Baviera_, palatina del Reno. Nel dì 28 di novembre d'esso anno seguì lo sposalizio di questa principessa con pompa nel palazzo ducale di Hannover, secondo i riti della santa Chiesa romana: con che si vennero a riunire le due linee degli Estensi d'Italia e di Germania, procedenti dal comune stipite, cioè dal _marchese Azzo II_, e divise circa l'anno 1070 come il celebre Leibnizio allora dimostrò, ed anche io con documenti chiarissimi provai poscia nelle Antichità Estensi. Accompagnata questa principessa dalla duchessa sua madre, e da un gran treno di famiglia e di calessi, ricevette nel Tirolo per parte dell'imperadore distinti onori, e più magnifici ancora per lo Stato veneto dalla consueta splendidezza di quella repubblica. Fece dipoi il suo ingresso in Mantova, accolta con somma solennità e varietà di divertimenti dal duca _Ferdinando Carlo_. Condotta finalmente pel Panaro da gran copia di superbissimi bucentori sino a Bomporto, nel dì 7 di febbraio entrò in Modena con quella grandiosità di seguito, di apparati e di solazzi ch'io brevemente accennai nelle suddette Antichità Estensi. Un rigoroso editto fu pubblicato in quest'anno dal santo pontefice _Innocenzo XII_, con cui si proibiva a tutti i sudditi il giocare e far giocare ai lotti di Genova, Milano e Napoli, giacchè si toccavano con mano i gravi danni provenienti da queste invenzioni dell'umana malizia per succiare il sangue de' malaccorti mortali.

Anno di CRISTO MDCXCVII. Indiz. V.

INNOCENZO XII papa 7. LEOPOLDO imperadore 40.

Godevasi oramai la serenità della pace in Italia, per esserne partite le milizie alemanne, ed avere il duca di Savoia e il governator di Milano disarmato, con ritener solamente le truppe necessarie per le guarnigioni delle piazze. Avea anche la Francia puntualmente data esecuzione a quanto s'era stabilito col duca di Savoia, la cui primogenita condotta in Francia, e sposata col duca di Borgogna, seco per due ore stette in letto alla presenza di molti testimoni, ma con riserbare a tempo più proprio la consumazione del matrimonio. Era intanto il pontefice _Innocenzo XII_ intento a fabbriche ed imprese che tornassero a servigio di Dio e in benefizio de' sudditi suoi. A questo fine nel mese d'aprile niuno il potè trattenere che con lieve accompagnamento non passasse a Nettuno, bramoso pure di provvedere Roma e lo Stato ecclesiastico di un buon porto nel Mediterraneo, e di far divenire questo anche porto franco. Nettuno, o per dir meglio Anzio vicino a Nettuno, gli era stato rappresentato per più comodo a Roma, e di miglior aria che Cività Vecchia. Dappertutto ricevette superbi regali da' baroni romani, e più degli altri ne profittarono i poveri. Diede egli ordine che non già a Nettuno, ma al vicino Anzio si fabbricasse il porto, ed assegnò ad opera tale delle rilevanti somme, e massimamente per fabbricarvi un forte capace di ripulsare le insolenze de' corsari di Barberia. Ma mentre il santo padre era tutto occupato a promuovere i vantaggi de' suoi Stati, venne a gravemente turbarlo un passo ardito ed offensivo fatto dalla corte di Vienna e dal suo ministro. Cioè fu dal conte di Martinitz ambasciatore cesareo, nel dì 9 di giugno, pubblicato ed affisso al suo palazzo in Roma un editto, dato nel dì 29 d'aprile in Vienna dall'_imperador Leopoldo_, in cui supponendosi molti feudi imperiali in Italia usurpati, ed altri, dei quali da lungo tempo i possessori non aveano presa l'investitura, s'intimava a tutti l'esibire i documenti per legittimare i lor possessi, e di prenderne o rinnovarne l'infeudazione nel termine di tre mesi. Altamente ferito restò l'animo del buon pontefice e di tutta la sacra corte per questa novità, non solo perchè lesiva della sovranità pontificia, ma perchè assai si scorgeano le segrete intenzioni di Cesare di eccitar nuove turbolenze in Italia, ed anche nello Stato pontificio. Però il santo padre, oltre all'aver con altro editto, dato fuori dal _cardinale Altieri_ camerlengo nel dì 17 dello stesso giugno, dichiarato nullo l'editto cesareo ed intimate pene a chi vi si sottoponesse, nello stesso tempo fece passar le sue doglianze all'_Augusto Leopoldo_ per sì grave attentato. Le ragioni addotte dal nunzio _Santa croce_, la disapprovazione di quella novità mostrata dal re Cattolico e dal duca di Savoia, in tempo massimamente che si trattava la pace universale, cagion furono che Cesare desistesse per allora dal mosso impegno, e facesse delle rispettose scuse al sommo pontefice. Nondimeno anche nell'anno seguente durarono le scintille di questo incendio.

Un gran moto si diede in fatti il re di Francia _Luigi XIV_ nell'anno presente per condurre alla pace le potenze alleate contra di lui; e benchè sì potente monarca, e fin qui gran conquistatore, da accorto come era, fu egli stesso che corse dietro ai nemici con ingorde esibizioni di lasciar buona parte delle prede fatte. Troppo gli stava a cuore l'affare della già cadente monarchia di Spagna, ch'egli forte amoreggiava. Guadagnò segretamente prima degli altri _Guglielmo principe di Oranges_, con offerirsi pronto a riconoscerlo per re della Gran-Bretagna, e ad abbandonar la protezione del detronizzato _re Giacomo Stuardo_. Però si aprì il congresso in Olanda presso al castello di Riswich, e quivi i plenipotenziarii dei sovrani colla mediazione di _Carlo XI_, e poi di _Carlo XII_, regi di Svezia, diedero principio al duello delle lor pretensioni; e intanto il re di Francia continuava le sue conquiste in Catalogna e in America. Finalmente la concordia seguì, essendosi sottoscritta, nel dì 20 di settembre, la pace, prima coll'_Olanda_, poi con _Guglielmo III_ re della Gran-Bretagna, e con _Carlo II_ re delle Spagne. Restarono tuttavia renitenti i plenipotenziarii imperiali; ma dacchè videro restar solo in ballo l'augusto loro padrone, giudicarono meglio d'abbracciar anch'essi la desiderata quiete, e nel dì 30 di ottobre sottoscrissero i capitoli della pace. Ampia fu la restituzion di città, fortezze e paesi, che fece in tale occasione il re Cristianissimo alla _Spagna_, all'_imperadore_, al duca _Leopoldo di Lorena_, al _palatino del Reno_ e ad altri principi. Venne ivi eziandio ratificato in favore del duca di Savoia il trattato di Vigevano dell'anno precedente. Nominò poscia il re Luigi per compresi in questa pace i principi d'Italia, e spezialmente il romano pontefice, il cui ministro per l'opposizione dei protestanti non avea potuto intervenire a quella pace.

Pacificati in questa maniera fra loro i principi cristiani, restava tuttavia nel suo fervore la guerra dell'imperadore e de' Veneziani contra del Turco; e questa nel presente anno fu assistita dalla mano di Dio. Giacchè l'_elettor di Sassonia_ si trovava tutto applicato a conseguir la vacante corona di Polonia, al qual fine, abiurato il luteranismo, avea fatta professione della religion cattolica romana; e il _principe di Baden_, a cagione della poca sanità, si era ritirato ai suoi stati, e il _maresciallo Caprara_ Bolognese per l'avanzata suo età si scusava di non poter sostenere il comando delle armi in Ungheria; l'_Augusto Leopoldo_, come si può presumere, ispirato da Dio, scelse per supremo comandante di quella sua armata il principe _Eugenio Francesco di Savoia_, nato nell'anno 1665 a dì 18 di ottobre da _Eugenio Maurizio di Savoia_, conte di Soissons. Più di un saggio di sua prudenza e valore avea dato questo principe nell'ultima guerra d'Italia, comandando le armi cesaree; ma il suo nome non era forse conosciuto finora alla Porta Ottomana, ancorchè avesse già militato dianzi nella stessa Ungheria. Colà si portò egli, affrettato dal grandioso preparamento d'armi, di munizioni e di flotta nel Danubio, fatti dal sultano _Mustafà II_, che, gonfio di speranze per le favorevoli campagne dei due precedenti anni, volle anche nel presente condurre in persona il poderoso esercito suo, promettendosi nuovi allori, e ridendosi degli avvisi che si trattava la pace della Francia coi potentati della cristianità. Nel dì 27 di luglio arrivò al campo cesareo il principe Eugenio, e colle truppe venute dalla Transilvania trovò dipendente da' suoi cenni un esercito di circa quarantacinquemila Alemanni, gente veterana, che conosceva ben le ferite, ma non la paura. Inoltratosi poi il Gran signore col suo, si appigliò al consiglio del Tekely d'imprendere l'assedio di Peter-Waradino, e dopo avere occupato Titul, s'inviò a quella volta. Gli conveniva prima impadronirsi di Seghedino: e a questo fine formato un ponte sul Tibisco, lo passò. Avvertito dalle spie il principe Eugenio, marciò coi principi di _Commercy_ e di _Vaudemont_, e col conte _Guido di Staremberg_, e con tutte le sue forze, per impedir gli ulteriori progressi al nemico; e nel dì 11 di settembre pervenne a Zenta, terra sul Tibisco, trovandola incendiata dai Turchi. Si era trincierato alla testa del suo ponte l'esercito musulmano, quando il Gran signore, avvertito essere l'oste cristiana più forte di quel che gli era stato supposto, determinò di ripassare il Tibisco; e infatti nel dì e notte precedente lo ripassò egli con alcune migliaia di fanti e cavalli, lasciando di qua il rimanente dell'armata che dovea seguitarli.

Non restavano più che tre ore e mezza di giorno quando l'avveduto principe di Savoia, scoperta la situazion dei nemici, coraggiosamente spinse i suoi all'assalto de' trincieramenti; e superato il primo, poscia il secondo, entrò la sua gente con furia nel campo nemico. Allora immensa fu la strage degl'impauriti infedeli, che tentarono colla fuga pel ponte di sottrarsi alle sciable tedesche; ma imbarazzato il ponte dalla folla e da quei che cadevano, loro chiuse in breve il varco. Però incalzati da' vincitori, altro scampo non restò ad essi che di gittarsi nel fiume, nelle cui acque trovarono ciò che temeano d'incontrare in terra. Più relazioni portarono che dei Turchi tra uccisi ed annegati più di venti mila perderono ivi la vita. Altri scrissero fino a trenta mila, e fra questi il primo Visire, l'Agà dei giannizzeri, e dicisette bassà. Furono presi settantadue pezzi di cannone, sei mila carrette di munizioni da bocca e da guerra, ottantasei tra bandiere e cornette; e gran bottino fecero i soldati, dappoichè tornarono indietro dall'inseguire i fuggitivi nemici, giacchè solamente allora fu data dal saggio capitano ad essi licenza di raccogliere le spoglie. Il sultano colla testa bassa, e con alcune poche compagnie di cavalli, spronando forte se ne tornò a Belgrado assai disingannato della bravura e fortuna de' suoi. Una vittoria sì segnalata non s'era riportata fin qui sopra i Turchi, e il più mirabil fu, che non costò ai cristiani che mille morti ed altrettanti feriti. Voltò poscia il principe Eugenio le armi vittoriose addosso alla Bossina, e prese Dobay, Maglay ed altre castella. La mercantile città del Serraio, abbandonata da' Turchi, fu messa a sacco ed incendiata; ma non si potè prendere il castello. Anche il generale _conte Rabutin_ sottomise a forza d'armi Vilpanca e Ponzova, e un gran tratto di paese saccheggiato rallegrò di nuovo le cristiane milizie. Quanto salisse in alto per sì gloriosa campagna il nome del _principe Eugenio_ ognun sel può immaginare.

L'armi venete in Levante, assistite anche in quest'anno dalle galee del papa e di Malta, altro non fecero che tentar di combattere senza mai potere ridurre le turchesche ad accettar daddovero la disfida. In tre siti e in tre diversi tempi venne la veneta flotta contro l'ottomana, e furono anche principiate le offese, ma senza considerabil vantaggio delle parti; e si vide l'astuto _capitan bassà Mezzomorto_ sempre cedere il campo a' cristiani e ritirarsi. Giubilò in questo anno il vecchio papa _Innocenzo XII_, sì per la pace universale conchiusa in Riswich, come ancora per l'insigne vittoria riportata in Ungheria contra de' Turchi. Per terzo motivo di allegrezza si aggiunse l'avere _Federigo Augusto_ elettor di Sassonia professata pubblicamente la religion cattolica; il che servì a lui di scala per salire sul trono della Polonia. Solenne ringraziamento a Dio fu fatto in Roma per la vittoria suddetta, e diede questa motivo al pontefice di ammettere alla sua udienza il _conte di Martinitz_, che per le sue disobbliganti maniere e per le violenze passate n'era da gran tempo escluso. Attento il santo padre a tutto ciò che riguardava l'aumento della fede cattolica, assegnò nell'anno presente un fondo considerabile per le missioni della Etiopia, giacente nel cuor dell'Africa, giacchè gli erano state date speranze di rimettere di nuovo la concordia di quei cristiani scismatici colla Chiesa romana. Intenzione sommamente lodevole, per essere quei paesi di smisurata estensione, ben popolati e forniti da Dio di molti beni, e poco nella credenza lontani dal cattolicismo; ma intenzione fin qui priva di effetto, parte per l'odio conceputo da quei popoli contro gli Europei, e parte perchè le conquiste fatte da' Turchi rendono troppo difficile oggidì e pericoloso l'accesso a quelle contrade. Liberò anche il papa i suoi popoli da alcune imposte, spezialmente sopra il grano; acquistò con danaro la città d'Albano per la camera apostolica; e da' cardinali zelanti si lasciò indurre a comperare il teatro di Tordinona, per impedir le recite delle commedie. Pensando il _gran duca Cosimo III de Medici_ di provvedere al matrimonio finora sterile del gran principe _Ferdinando_ suo figlio, conchiuse in quest'anno il maritaggio di _Anna Maria Francesca_ figlia di _Giulio Francesco_ ultimo duca di _Sassen-Lavemburg_, che portava gran dote, col principe _Gian-Gastone_ suo secondogenito. Seguì tale sposalizio nel dì 2 di luglio, e questo principe passò ad abitare dipoi con poca felicità in Germania. Nè si dee tacere, che circa questi tempi _Pietro Alessiovitz_ czaro di Moscovia, ossia della Russia, principe di mirabil comprensione, e di straordinarie massime, prese a viaggiare incognito, ma cognito quando voleva, per imparar le arti europee, e spezialmente quelle della marinaresca. Comparve come uno dei suoi ambasciatori in Prussia, in Olanda, in Inghilterra e a Vienna. Sua mente era eziandio di visitare l'inclita città di Venezia; ma mentre vi si disponeva, gli convenne tornarsene in fretta alle sue contrade, chiamato dalle sedizioni contra di lui macchinate da que' popoli barbari, instabili, e non per anche ridotti alla civiltà ch'ora si mira in quelle parti.

Anno di CRISTO MDCXCVIII. Indizione VI.

INNOCENZO XII papa 8. LEOPOLDO imperadore 41.

Dopo la memorabil vittoria riportata dall'armi imperiali a Zenta colla fuga dello stesso Gran signore _Mustafà II_, ognun si aspettava maggiori progressi di Cesare in Ungheria; tanta era la costernazione de' Turchi e la lor debolezza. Tempo ancora più favorevole di questo non potea darsi, dacchè l'_Augusto Leopoldo_, sbrigato dalle guerre colla Francia, si trovava in istato di operar con braccio forte contro il comune nemico, e a ciò l'animavano i Veneziani, e lo zelantissimo pontefice prometteva gagliardi soccorsi in danaro. Ma in Vienna si macinavano altre idee, stante la vacillante sanità di _Carlo II_ re di Spagna, colla cui morte, appresa sempre per vicina, verrebbe a vacare quella gran monarchia per difetto di prole. A tal successione aspirava l'imperadore per l'_arciduca Carlo_ suo secondogenito, sì perchè retaggio dell'augusta casa d'Austria, e sì perchè la linea austriaca di Germania era chiamata a quei regni da' testamenti dei precedenti re dell'altra linea di Spagna. L'Inghilterra e l'Olanda, siccome interessate anche esse nella preveduta mutazion di cose, non cessavano d'ispirare a Cesare la necessità di prepararsi a questo grande avvenimento, acciocchè l'oramai troppo possente corona di Francia non ne profittasse. Quindi nacque nell'Augusto monarca il desiderio di pacificarsi colla Porta; e però la corte di Inghilterra, che s'era esibita di trattarne, spedì ordini premurosi al _milord Paget_ suo ambasciatore a Costantinopoli, di farne l'apertura col primo _visire Cussein_, da cui fu ben ricevuta sì fatta proposizione. Il piano di questa pace o tregua si riduceva ad un punto solo, cioè che tanto l'imperadore, Veneziani, Moscoviti e Polacchi, quanto i Turchi, restassero possessori di tutto quanto aveano conquistato negli anni addietro. Se ne mostrò pago il divano, e per conseguente furono eletti i plenipotenziarii di tutte le potenze, e scelto per luogo del congresso Carlowitz posto fra Salankement e Peter-Waradino, dove si cominciarono colla mediazione degl'Inglesi e Olandesi a spianare le difficoltà occorrenti che consistevano in determinare i confini, e in pretendere la demolizione d'alcuni forti e piazze. Si andò per tutto quest'anno combattendo fra i plenipotenziarii, nè si potè smaltire tutto sino al gennaio dell'anno seguente, che pose fine alle lor contese, e sigillò, siccome diremo, la tregua fra loro. Intanto sì i Veneziani che Cesare continuarono, più in apparenza che in sostanza, la guerra anche nell'anno presente. Per quanto potè si studiò il capitan generale _Delfino_ di tirare a battaglia il Mezzomorto bassà comandante della flotta turchesca, ma costui cauto andò sempre schivando il cimento, se non che nel dì 21 di settembre si attaccarono l'armate nemiche. E pure il Musulmano seppe a tempo battere la ritirata e sottrarsi al periglio. Altro dipoi non operarono i Veneziani, che bruciare il paese nemico per terra, ed esigere contribuzioni colle scorrerie di mare in varie contrade de' Turchi.