Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 1
Produced by Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE SINO ALL'ANNO 1750
_COMPILATI_
DA L. ANTONIO MURATORI
E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
_Quinta Edizione Veneta_
VOLUME SETTIMO
DALL'I. R. PRIVILEGIATO STAB. NAZIONALE DI GIUSEPPE ANTONELLI ED.
1846
ANNALI D'ITALIA
DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750
Anno di CRISTO MDCLXXV. Indiz. XIII.
CLEMENTE X papa 6. LEOPOLDO imperadore 18.
L'anno fu questo del giubileo romano, aperto con gran solennità da _papa Clemente X_, non avendo mancato il santo padre di contribuir molte limosine in alimento de' poveri pellegrini, di lavar loro i piedi e di regalarli. Più ancora avrebbe desiderato di fare, se la nemica podagra non l'avesse per lo più sequestrato in letto. Il concorso de' popoli non fu molto, perchè in troppi paesi bolliva la guerra, ed era in certa maniera cessata da gran tempo la novità di quella santa funzione. Gran tempo ancora continuò in Roma il dibattimento della controversia insorta fra il _cardinale Altieri_ e gli ambasciatori delle corone, per l'editto pubblicato intorno alla nuova imposta della dogana. Ma finalmente nel luglio dell'anno presente, coll'interposizione del _cardinale Colonna_, ebbe fine, con aver dichiarato esso Altieri, non essere mai stata sua intenzione di comprendere in quell'editto i ministri delle corone, e che il papa farebbe sapere ai lor padroni che non era mai stata diversa la mente sua, con altri ripieghi di rispetto verso gli ambasciatori suddetti. La politica del mondo coll'empiastro delle bugie suol bene spesso sanar le piaghe. Si potea sulle prime terminar questa battaglia colla confessione di ciò che, detto colle labbra, ma non col cuore, sì tardi venne alla luce. Un grave sconcerto accadde nell'anno presente in Toscana. A _Cosimo III gran duca_ avea la gran duchessa _Margherita Luigia d'Orleans_ partoriti due principi, cioè _Ferdinando_ primogenito e _Gian-Gastone_, ed una principessa, cioè _Anna Maria Luigia_, che fu col tempo elettrice palatina. Fra questi due nobilissimi consorti sorsero dissensioni ed amarezze tali, che passarono ad una irreconciliabil divisione. Comunemente si credette che la vedova gran duchessa madre del duca, cioè _Vittoria dalla Rovere_, non approvasse la libertà franzese della nuora, e movesse il figlio a far delle doglianze. Savio principe sempre fu il gran duca Cosimo. Disgustata ritirossi la giovine gran duchessa in una casa di campagna con animo risoluto di tornarsene in Francia; ma fu ivi fermata e custodita dalle guardie postevi da esso gran duca, il quale non lasciò d'interporre, quanti mai seppe, ambasciatori e cardinali per rimuoverla da questo disegno, e persuaderle la riunione; ma senza che riuscisse ad alcuno di far breccia nel suo cuore.
Andarono le ragioni dell'una e dell'altra parte a Parigi; e il re, a cui non piaceva di disgustare un sovrano di tanto riguardo, e nè pur voleva abbandonare una principessa sua cugina, spedì a Firenze il _vescovo di Marsiglia_, sperando che alla di lui eloquenza e destrezza, sostenuta dal carattere di suo inviato, potesse riuscire di riconciliar gli animi loro. Ma questo prelato perdè la carta del navigare in tutto il suo negozio, trovandosi più che mai ostinata nel suo proponimento la gran duchessa. Sì fatte durezze cagion furono che il marito anch'egli concepì una gran ripugnanza a riunirsi con chi ne mostrava tanta verso di lui; e però venne alla risoluzione di lasciarla andare con un convenevole, cioè ricco annuo assegnamento. Ma prima restò concertato col re Cristianissimo, di consenso di lei medesima, che essa in Francia si eleggerebbe un chiostro per passarvi il resto de' suoi giorni, senza poter comparire alla corte. Sul fine dunque di giugno, servita da tre galee, arrivò questa principessa a Marsiglia, portando in Francia una rara bellezza e insieme una egual saviezza; passò dipoi a chiudersi senza rigorosa clausura nel monistero di Montmartre, dove il re e tutta la famiglia reale furono a visitarla. Questo divorzio fece poi scatenare le lingue e penne maligne degl'interpreti delle azioni altrui, imputandone chi all'una e chi all'altra parte il reato, con vitupero di principi tanto sublimi. La verità si è, che tanto essi principi che i mediatori della pace usarono la prudenza di non rivelar questo arcano; e se lo penetrarono i Fiorentini pratici di quella corte, seppero anche tirarvi sopra la cortina sì in riguardo alla carità, che pel rispetto dovuto ai proprii sovrani. Certo è altresì che mai più non si trovò maniera di riunirli: disgrazia memorabile per l'insigne famiglia de Medici, che forse non sarebbe venuta meno ai nostri giorni, se quella sì giovine e feconda principessa avesse continuata la buona armonia col consorte, e prodotti altri figli atti a supplire la poca fortuna dei primi.
Sul fine del gennaio dell'anno presente terminò il suo vivere, dopo essere giunto a più di novant'anni, _Domenico Contarino_ doge di Venezia, a cui succedette nel dì 6 di febbraio _Niccolò Sagredo_ procurator di San Marco. Similmente ebbe Torino di che piangere per l'immatura morte di _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia, succeduta nel dì 12 di giugno e da lui abbracciata con sentimenti di vera pietà e di generosa costanza. Siccome egli avea sempre studiate le maniere di farsi amar dai suoi popoli, praticando con tutti una somma affabilità e cortesia, e una gran gentilezza verso le dame, onorandole del braccio, e mostrandosi liberale, splendido e generoso in ogni sua azione; così allorchè fu agli estremi della vita, volle che si aprissero le porte, acciocchè il suo popolo potesse anche veder lui morire, ed egli godere que' pochi momenti di vita della vista dei suoi cari sudditi. Oltre una lunga memoria delle sue molte virtù, ne lasciò egli non poche altre, per aver cotanto ingrandita ed abbellita la città di Torino, formata di Monmelliano una inespugnabil fortezza, fabbricati ponti, rotte e spianate montagne per far passar le carrozze, dove con difficoltà prima passavano gli uomini. A lui succedette in età pupillare il principe di Piemonte, cioè _Vittorio Amedeo_, unico suo figlio, che non aveva peranche compiuto l'anno nono di sua vita, sotto la tutela e reggenza di madama reale _Giovanna Maria Batista_ di Nemours, sua madre: principe nato per esaltare la sua real casa ai primi onori, siccome vedremo andando innanzi. Noi lasciammo la ribellata città di Messina in gravi angustie sì per la mancanza dei viveri, perchè molto vi volea a sostener tanto popolo, e sì perchè gli Spagnuoli maggiormente stringevano quella città, con aver presa la torre del Faro, il Piè di Grotta ed altri passi, dove attesero a ben fortificarsi. Ma eccoti arrivar colà, nel dì 5 di gennaio, spediti dalla corte di Francia, i _marchesi di Valavoir_ e di _Valbella_ con diecinove vascelli, che sbarcarono molte milizie e copiosa provvisione di vettovaglie, così che rimasero assai consolati quegli afflitti cittadini. Pure poco giovò questo soccorso, perchè gli Spagnuoli non solamente andavano di mano in mano accrescendo le lor forze per terra, ma eziandio con venti vascelli da guerra e diecisette galee tenevano bloccato il porto di Messina, e tentarono anche un dì di bruciare i legni franzesi: il che loro non venne fatto. Il non poter entrare viveri nè per terra nè per mare ridusse di nuovo in miseria quel popolo, ostinato nondimeno in rifiutare il perdono esibitogli, non perchè nol desiderasse, ma perchè temeva di avere a pagarlo troppo caro.
In rinforzo d'essa città giunse, nel dì 11 di febbraio, spedito da Tolone, il _duca di Vivona_, conducendo anch'egli nove vascelli da guerra, una fregata leggiera, tre brulotti e otto barche cariche di viveri. Stava ancorata la flotta spagnuola, ed appena scoprì i legni nemici, che salpò, e a vele gonfie andò a far loro il chi va là. Attaccossi una battaglia che durò più ore; e già rinculavano i Franzesi come inferiori di forze, quando il signor di Valbella, avvisato di quel combattimento, uscì del porto di Messina con sei vascelli da guerra, e diede alle spalle degli Spagnuoli. Ripigliato allora coraggio i Franzesi, ricominciarono una fiera danza con tal successo, che gli Spagnuoli con buon ordine si ritirarono fino a Napoli, lasciando nondimeno in poter de' nemici un vascello di quaranta cannoni. Per lo arrivo di questo aiuto gran festa si fece a Messina, tuttochè fosse un piccolo bicchier d'acqua a chi avea tanta sete. Intanto tre mila e cinquecento Tedeschi, ai quali aveano i Veneziani difficultato il passaggio per l'Adriatico, pervenuti a Pescara, di là passarono con secento altri fanti napoletani a rinforzare il campo che tenea bloccata Messina. Ma sul principio di giugno anche agli assediati arrivò un altro numeroso convoglio di più di cento vele, vegnente da Tolone, sotto il comando del signore d'Almeras e del cavaliere di Quene, che sbarcò sei mila fanti e mille cavalli con ogni sorta di munizioni. Avendo poi questa gente tentato di levar la Scaletta e un altro posto agli Spagnuoli, ed essendo anche passata ad assalir Melazzo, dove si trovava in persona il vicerè, altro non ne riportò che delle buone spelazzate. Pure s'impadronirono della città d'Augusta, e andarono poi pel resto dell'anno facendo altre picciole fazioni, che non importa riferire, se non che tornarono gli Spagnuoli ad impossessarsi della torre del Faro, e per una tempesta perderono sette de' loro vascelli. Intanto fra i Messinesi e Franzesi cominciò a scorgersi poca intelligenza: il che accrebbe agli Spagnuoli la speranza di vincere in breve quella pugna. Gran guerra fu in quest'anno in Germania e Fiandra fra i collegati dall'una parte e i Franzesi dall'altra. Non mancarono assedii, battaglie e barbarici saccheggi di paese. Il celebre maresciallo di Francia _Arrigo della Torre d'Auvergne, visconte di Turrena_, colpito da una palla di cannone, vi lasciò la vita nel dì 27 di luglio, essendo mancato in lui uno dei più insigni capitani del secolo presente. _Carlo IV duca_ di Lorena, ma duca solo di nome, perchè in mano de' Franzesi era il suo ducato, s'acquistò anch'egli gran nome colla presa di Treveri, facendo quivi prigione il maresciallo franzese _duca di Crequì_; ma poco sopravvisse egli a questa gloria, essendo mancato di vita nel dì 17 di settembre. Ne' suoi diritti e titoli succedette _Carlo V_ suo nipote, che col suo valore maggiormente illustrò la nobilissima sua casa.
Anno di CRISTO MDCLXXVI. Indiz. XIV.
INNOCENZO XI papa 1. LEOPOLDO imperadore 19.
Non potè più lungamente reggere al peso degli anni e agl'insulti della gotta _papa Clemente X_, ed infermatosi in età di più di ottantasei anni, passò a miglior vita nel dì 22 di luglio dell'anno presente. Di pochi furono le lagrime che accompagnarono il di lui funerale, non già perchè alcuna delle virtù principali che illustrano la vita e la memoria d'un romano pontefice, in lui si desiderasse, perchè fu papa di bella mente, di gran pietà, di giustizia e clemenza; ma perchè l'odio, che col suo governo universalmente si avea guadagnato il _cardinal Paluzzo Altieri_, ridondava sopra l'innocente papa, pieno sol di massime buone. Chi avea la fortuna di poter parlare a sua santità, se le cose erano fattibili, potea sperar buon rescritto; altrimenti ne riportava un bel no; ma il cardinale godeva il concetto di esser di coloro che alla prima udienza con una sparata di carezze e promesse incantano le persone, ma ritornando queste alla seconda udienza, truovano nate delle difficoltà; alla terza poi nè pur son conosciute per quelle che sono. Però dicevasi, e spezialmente lo dicevano i Franzesi disgustati di lui, ch'esso porporato avrebbe potuto tenere scuola aperta di artifizii e raggiri in Roma stessa, la qual pure vien creduta assai addottrinata in questo mestiere. Ma quel che più avea contro di lui aguzzata la satira, fu l'invidia, per aver egli saputo profittar della fortuna ed autorità sua, con accumular ricchezze, ed ingrandire la propria casa, tuttochè poi non si potessero imputare a lui di quelle scandalose licenze che si videro in qualche precedente nepotismo. Ora entrati i porporati nel sacro conclave, dappoichè ebbero per cinquantun giorni consumata la quintessenza dei lor politici maneggi per promuovere al trono pontifizio chi lor più piaceva, finalmente, mossi da lume superiore, concorsero tutti nel dì 21 di settembre all'elezione di chi sopra gli altri meritava, ma non avea mai desiderato di maneggiar le chiavi di Pietro. Questi fu il _cardinal Benedetto Odescalchi_ Comasco, nato nel 1611, che nel precedente conclave era anche stato vicino al triregno, perchè voluto da tutti i buoni, e fece poi in questa occasione quanta resistenza mai potè, non per affettata modestia, ma per umiltà, alla santa risoluzione de' sacri elettori. Prese egli il nome di _Innocenzo XI_ in memoria d'_Innocenzo X_ che l'avea promosso alla sacra porpora. Non si può dir quanto applauso conseguisse così fatta elezione, perchè l'Odescalchi portò seco al trono la santità, e ne possedè molto più da lì innanzi la sostanza che il titolo: personaggio di vita illibata ed austera, di somma gravità e zelo pel ben della Chiesa; prodigo, se si può dire, verso dei poveri, secondo il costume di sua casa, abbondante di ricco patrimonio, e limosiniere al maggior segno. Nè tardò il buon pontefice e buon servo di Dio a comprovar co' fatti l'espettazion comune delle sue singolari virtù. Sotto i precedenti pontificati aveva egli adocchiato tutti i disordini procedenti dal nepotismo, e con quanta facilità si divorassero le sostanze della camera apostolica, e come avesse tanta potenza il danaro. Volle provvedervi, e l'intenzione sua era di metter freno in avvenire a tali eccessi con una bolla che fosse sottoscritta dal sacro collegio, e giurata sotto pena di scomunica da chiunque s'avesse da promuovere al cardinalato e al pontificato. Ma viveano ed aveano gran polso alcuni de' nipoti degli antecedenti papi, che fecero testa, parendo loro di sottoscrivere una sentenza contra di loro stessi, qualora sottoscrivessero la condanna del nepotismo per l'avvenire.
Giacchè dunque non potè il santo pontefice ottener questo intento, coll'esempio suo almeno si studiò di abolire il pernicioso costume. Non avea il suo predecessore _Clemente X_ nipoti proprii, e andò a cercarne degli stranieri. _Innocenzo XI_, all'incontro, avea un nipote di fratello, cioè _don Livio Odescalchi_; ma nol volle a palazzo, nè ch'egli avesse parte alcuna nel governo, nè che ricevesse visite come nipote di papa. Ed affinchè non restasse a lui di che dolersi per tanta severità, gli rassegnò tutti i suoi beni patrimoniali, che co' proprii d'esso nipote davano una rendita annua di trenta mila scudi, dicendo che questo gli bastava per trattarsi da principe, senza participar delle rugiade del pontificato. Coerentemente a questo glorioso sistema elesse per segretario di Stato il _cardinale Alderano Cibò_, porporato di somma integrità, di prudenza singolare e di zelo non inferiore a chi l'elesse a tal carica. Lasciò ai Paluzzi Altieri e ad altri la pompa de' titoli del generalato e d'altre cariche militari, ma con levar loro gl'ingordi stipendii che per essi pagava la camera pontificia, con dire che la Chiesa non avea guerra, nè voglia di farla, ed essere perciò mal impiegate tante paghe. Riformò la tavola pontificia, e al servigio suo non ammise se non persone di gran probità e modestia, affinchè la famiglia sua servisse di una continua predica agli altri di quel che conveniva a fare. Allo ambasciatore di un monarca, che gli disse di avere il suo padrone ricevuta sotto la sua protezione la casa Odescalchi, rispose: Ch'egli non avea casa nè letto, e che teneva in prestito da Dio quella dignità per bene non già de' suoi parenti, ma solamente della Chiesa e de' suoi popoli. E perciocchè gravissimi abusi erano succeduti in addietro a cagion delle franchigie, pretese da' ministri de' principi in Roma per l'asilo che in esse trovavano tutti i malviventi, e per li contrabbandi che tuttodì si facevano, intimò loro di rimediarvi; altrimenti, giacchè Dio l'avea messo in quel governo con obbligo di vegliare alla quiete della città e al pubblico bene, vi avrebbe egli trovato il rimedio. Tosto ancora spedì a tutti i principi cristiani lettere esortatorie alla pace, esibendosi pronto ad andare in persona ad un congresso, se fosse necessario, purchè si tenesse in qualche città cattolica, a fin di procurare un tanto bene. Per lo contrario, esortò il re di Polonia _Giovanni Sobieschi_ a sostener la guerra contro de' Turchi, finchè avesse ricuperato dalle lor mani Caminietz, e gl'inviò nello stesso tempo un sussidio di cinquanta mila scudi. Con questi passi diede principio l'incomparabile Innocenzo XI alla carriera del suo pontificato, continuamente pensando alla riforma degli abusi, al sollievo de' suoi popoli e al bene della cristianità. Qui perdè la voce Pasquino; e se internamente si lagnavano i cattivi di sì rigoroso ad austero papa, ne esultavano ben pubblicamente tutti i buoni.
Gran teatro di guerra fu in questo anno la Sicilia. Dacchè si avvide la corte di Spagna che con tutti gli sforzi suoi apparenza non v'era di snidar da Messina i Franzesi, e di rimettere alla primiera ubbidienza quella città, fece ricorso alla collegata Olanda, per aver dei soccorsi e forze tali da abbattere la flotta franzese, che ne' mari di Sicilia mantenea la ribellion de' Messinesi. Fu dunque spedita una flotta olandese composta di ventiquattro vascelli da guerra sotto il comando del viceammiraglio _Ruyter_, il cui solo nome valeva un'armata per le tante segnalate sue azioni in combattimenti navali. Giunsero gli Olandesi sul fine del precedente anno a Melazzo, e, congiunti con nove galee ed altri legni spagnuoli, andavano rondando per qualche impresa; quando in quei mari capitò sciolta da Tolone e Marsiglia la flotta franzese comandata dai _signor di Quene_, in numero di venti navi da guerra e sei brulotti. Vennero alle mani presso di Stromboli, nel dì 7 di gennaio, le due nemiche armate; gran cannonamento, gran danno seguì da ambe le parti. Dopo molte ore di fiera battaglia cessarono le offese, con ritirarsi gli Olandesi a Melazzo, ed entrare i Franzesi nel porto di Messina, dove sbarcarono le munizioni da bocca e da guerra che seco aveano condotto. Seguì poscia una ben calda mischia nel dì 28 di marzo fra gli Spagnuoli e Franzesi uniti coi Messinesi; perchè avendo i primi occupato il monistero di San Basilio fuor di Messina, il _marchese di Vilavoir_ con sei mila armati andò ad assalirli. Non solamente perderono gli Spagnuoli quel posto, ma ancora più di ottocento dei lor soldati col conte di Buquoy, che li comandava. Già dicemmo che nell'agosto dell'anno precedente s'erano impadroniti i Franzesi della città di Augusta e delle sue fortezze. Al vicerè di Sicilia stava sul cuore la perdita di quella città, e però nell'aprile passò colà per tentare di riacquistarla, e pregò l'ammiraglio olandese Ruyter di secondar l'impresa per mare, siccome egli fece spiegando le vele a quella volta colla sua flotta. Colà comparve ancora il signor di Quene comandante della dotta franzese, e nel dì 22 di aprile si attaccò di nuovo fra loro un'aspra battaglia che durò più ore con gravissimo danno dell'una e dell'altra parte, e con restar conquassati i lor legni, ed esserne alcun d'essi affondato. Ognuno si attribuì la vittoria, secondo il solito dei combattimenti dubbiosi, e massimamente del mare, dove non è facile il conoscere l'altrui danno. Ma se non altro, un grave colpo toccò agli Olandesi, perchè il loro famoso Ruyter vi restò malamente ferito, e da lì a pochi giorni terminò la vita in Siracusa, dove s'era ritirata la sua flotta, che poi passò a racconciarsi a Palermo.
Ma qui non finì la voglia di combattere. Nel dì 21 di giugno pervennero a Messina venticinque galee, partite da Marsiglia con tre vascelli da guerra. Ingagliardito da questo soccorso il _duca di Vivona_, viceammiraglio franzese, determinò di fare una visita senza complimenti all'armata navale olandese e spagnuola che riposava nel porlo di Palermo. Ventotto vascelli, venticinque galee e nove brulotti componevano la di lui armata. Contavansi in quella degli Olandesi e Spagnuoli ventisette vascelli e diecinove galee con quattro brulotti. Nel dì 2 di giugno s'azzuffarono le nemiche flotte; le artiglierie, ma spezialmente i brulotti, portarono un grande squarcio nella flotta degli Spagnuoli, che vi perderono almen sette vascelli e due galee, colla morte di gran gente, per confession degli stessi Olandesi. Ma, secondo la relazion de' Franzesi, la perdita degli Olandesi e Spagnuoli fu di dodici de' lor migliori vascelli, di sei galee, di settecento pezzi di cannone e di cinque mila persone. In gran credito salirono per questi conflitti i Franzesi, avendo fatto conoscere che non erano invincibili gli Olandesi, tenuti in addietro per sì formidabili in mare. E certamente di simili danze non ne vollero più essi Olandesi nel Mediterraneo, e se ne ritornarono poscia a casa loro. Essendo dunque rimasti i Franzesi padroni del mare in queste parti, ed avendo ricevuto da Tolone nel settembre un rinforzo di tre mila uomini, e nell'ottobre altri mille e cinquecento fanti e cinquecento cavalli, fecero in appresso delle incursioni in Calabria; nella Sicilia s'impadronirono dell'importante piazza di Taormina colla spada alla mano; presero la Scaletta e la demolirono, e si impossessarono di alcuni piccoli luoghi di quell'isola. Ancorchè mi faccia restare perplesso l'asserzione del veneto elegante storico Giovanni Graziani, che riferisce al precedente anno la morte di _Niccolò Sagredo_ doge di Venezia; pure, seguitando io il Vianoli ed altre memorie, non crederei d'ingannarmi, con dirla accaduta verso la metà d'agosto nell'anno presente. Un avvenimento poi insolito, o almeno da gran tempo non veduto in quella sì ben regolata repubblica, diede molto da discorrere alla gente. Secondo i riti dell'ingegnoso ballottamento che si pratica per l'elezione dei dogi, era caduta la sorte in _Giovanni Sagredo_, personaggio certamente degno di quella dignità. Ma allorchè fu annunziato dal balcone il suo nome al folto popolo, raunato nella piazza, cominciarono pochi dell'infinita plebe a gridar con alte voci: _Nol volemo_; e crebbe appresso a dismisura questo tumulto. Allora i saggi nel gran consiglio giudicarono meglio non approvar la elezione del Sagredo, a cui per ricompensa conferirono poscia altri dei principali onori della patria, ed elessero doge Luigi Contarino. Seguitò ancora in questo anno l'ostinata guerra della Francia contra de' collegati, le cui principali imprese furono la presa di Filisburgo fatta dal _duca di Lorena_, e l'assedio di Mastrich formato da _Guglielmo principe di Oranges_, ma con poca riuscita, avendolo costretto i Franzesi a ritirarsi. Intanto era stata destinata Nimega per trattarvi di pace colla mediazione di _Carlo II re_ d'Inghilterra. Benchè si trattasse d'una città sottoposta agli eretici, pure tale era la premura del pontefice per questo gran bene, che s'indusse ad inviar colà _monsignor Bevilacqua_, per dar braccio e calore alla concordia, per cui nondimeno s'impiegarono invano parole e ripieghi nell'anno presente: sì alte erano le pretensioni d'ambe le parti.
Anno di CRISTO MDCLXXVII. Indiz. XV.
INNOCENZO XI papa 2. LEOPOLDO imperadore 20.