Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
scene di leggierezza o crudeltà, il popolo l'abbandonò, e il vicerè
ebbe modo nel dì 16 di luglio con quattro archibugiate di farlo levar dal mondo. Sicchè soli sei giorni durò il regno di Mas-Aniello, e quattro il suo vaneggiamento, ristringendosi in questo poco di tempo tutte le peripezie fin qui raccontate, oltre a tante altre che mi è convenuto lasciare indietro.
Credevansi gli Spagnuoli per la morte di costui omai liberi da ogni impaccio; ma s'ingannarono a partito. Nel dì seguente, giorno 17 d'esso luglio, pentito il popolo, corse a raccogliere il corpo di Mas-Aniello, che era stato strascinato per la città, l'unirono alla testa che gli era stata tagliata, e sopra un cataletto lo portarono alla chiesa del Carmine, prorompendo in alte acclamazioni di liberator della patria, di padre della povertà. Ne fecero fino un santo, come divenuto martire in benefizio del pubblico. A udire que' pazzi, la testa s'era unita col busto, avea lor parlato e data la benedizione; correndo perciò la stolta gente a baciarlo e a toccarlo colle corone. Vollero ancora, che gli si facesse un superbo funerale con isterminata e suntuosa processione, coronata dai sospiri e dal pianto di ciascuno, e a gara tutti si procacciavano il suo ritratto; se con piacere degli Spagnuoli, non occorre che io lo dica. Poco in fatti durò la quiete. Scorgendo il popolo che non gli si mantenevano le capitolazioni giurate, e che si trovavano appesi alla forca di tanto in tanto alcuni del loro seguito, di nuovo si sollevò, e ito al palazzo per chiedere udienza al vicerè, attaccò un'aspra zuffa colle guardie che durò ben tre giorni. Quanti Spagnuoli furono colti, rimasero vittima del furor popolare; il vicerè fu costretto a ritirarsi in Castel Nuovo, all'espugnazion del quale si accinsero i sediziosi, siccome ancora di castello Sant'Ermo, dando principio sotto d'esso ad una mina. Perchè mancava loro un capo, fecero forza a don Francesco Toralto principe di Massa della casa di Aragona, acciocchè assumesse il grado di lor capitan generale. Accettò egli, confortato anche dal vicerè, con animo di servir meglio al re che alla plebe in sì scabrosa occasione: siccome egli fece coll'andare destramente distornando la loro furia da maggiori risoluzioni, con promuovere una suspension d'armi, tanto che le fortezze, già ridotte in angustia, si potessero vettovagliare. Oltre a ciò, per addormentare e deludere il più che mai tumultuante popolo, il vicerè nel dì 7 di settembre confermò di nuovo le grazie e capitolazioni ad esso accordate. Grande fu l'allegrezza d'ognuno, ma che restò in breve amareggiata per la nuova sparsasi che _don Giovanni d'Austria_, figlio bastardo del re Cattolico, giunto in Sardegna con poderosa flotta, si preparava per dirizzar le prore alla volta di Napoli. Comparve egli in fatti alla vista di quella città nel dì primo di ottobre, e chiesero i popolari udienza per parlargli, ma non l'ottennero. Per consiglio del vicerè, fu fatto loro intendere che don Giovanni non metterebbe il piede a terra, s'essi prima non deponessero e rinunziassero l'armi, rimettendosi alla clemenza del figlio del re: proposizione che parve troppo dura e pericolosa a chi conosceva di che buono stomaco fossero gli Spagnuoli. Per maneggio del Toralto fu conchiuso che rilascerebbono solamente l'armi, e sarebbono lor confermate le grazie e i capitoli precedenti. E però nel dì 4 del suddetto ottobre fu data esecuzione al trattato, nè si videro che bandiere bianche per la città e segni d'allegrezza.
Ma altro non meditando gli Spagnuoli che gastigo e vendetta, determinarono di sterminar colla forza nel dì seguente quella pertinace canaglia. Per quanto il cardinal Trivulzio e i più saggi consiglieri dissuadessero sì fiera esecuzione, prevalse l'opinione del vicerè e d'altri pochi. E però avendo don Giovanni trattenuto presso di sè il general Toralto, con cui probabilmente era fatto il concerto, nel dì 6 d'ottobre uscirono tutti i combattenti dalle navi, e quanti ancora poterono uscir dei castelli, e in ordine di battaglia andarono ad assalire i posti dei popolari, che non si aspettavano una tal visita. Nello stesso tempo da tutte le navi e dai castelli si diede principio a fulminar la città con cannonate, a gittar bombe e fuochi artifiziali. Parve allora Napoli la casa del diavolo: tanto era il rumor delle artiglierie, il martellar delle campane, gli urli e le grida delle donne e de' fanciulli. Corse il popolo a barricar le strade, ad afferrare i posti, e le donne dalle finestre gittavano sassi, tegole ed acqua bollente. Seguitò l'orrido conflitto per più ore; ed accorgendosi in fine gli Spagnuoli del poco profitto che faceano i lor cannoni e mortai, e che andava crescendo la forza e furia del popolo, cessarono dalle ostilità, e con esporre bandiera bianca invitarono il popolo a qualche concordia. Ma questo non rispose, se non coll'inalberare bandiera nera, risoluto di azzardar tutto, piuttosto che fidarsi della corrotta fede e dei violati giuramenti degli Spagnuoli. Si combattè anche ne' giorni seguenti; e il vicerè fece ricorso al cardinal Filamarino, che s'interponesse; ma questo arcivescovo, certamente fedele al re, siccome quegli che non lasciava di amare anche il povero suo popolo, disapprovando il tradimento fattogli dopo tanti giuramenti, mostrò delle difficoltà a mischiarsi di nuovo in questi imbrogli. Non gliela perdonarono mai più i vendicativi Spagnuoli. Giacchè niun effetto ebbero i tentativi fatti per altri mediatori di venire alla concordia, continuarono le ostilità. Crebbero intanto i sospetti del popolo contro il lor generale Toralto, imputandolo di segrete intelligenze col vicerè, e di aver impedito l'acquisto di Sant'Ermo. Veri o falsi che fossero questi reati, è certo che nel dì 22 d'ottobre posto prigione e processato, ebbe troncato il capo, e il corpo suo per un piede fu appiccato alla forca. In luogo di lui fu eletto per capo del popolo Gennaro Annese, uomo di bassa condizione.
Conoscendo nulladimeno i più saggi del popolo che a lungo andare non potrebbero tener forte contro la potenza e rabbia degl'implacabili Spagnuoli, e tanto più perchè la nobiltà del regno, per la morte data a don Peppo Caraffa, sembrava dichiarata contro la plebe; si avvisarono di fare ricorso alla corona di Francia, ben consapevoli del pronto volere de' Franzesi in tutto ciò che tendeva alla depression della monarchia di Spagna. Il _marchese di Fontanay_ ambasciator di Francia, e i cardinali franzesi esistenti in Roma non lasciarono cadere in terra le preghiere ed esibizioni dei Napoletani; ne scrissero alla corte, ne riportarono magnifiche promesse di soccorsi. Trovavasi allora in Roma _Arrigo di Lorena duca di Guisa_, nelle cui vene circolava il sangue degli antichi re angioini. Fu egli creduto a proposito, siccome signore di gran vaglia, per sostenere questa impresa; ed egli l'accettò, col mostrarsi in apparenza unicamente mosso dall'amor della gloria in liberare il popolo di Napoli dalla oppressione e tirannia degli Spagnuoli, e di ridurre Napoli a forma di repubblica; ma con desiderio segreto, e non senza speranza, che assistendogli la fortuna, potesse la corona di Napoli cader sul suo capo. Nel dì 13 di novembre si mosse egli da Roma con poche feluche, ed ebbe la sorte di felicemente sbarcare a Napoli, dove da quel popolo fu accolto con incredibil allegrezza; e dopo aver fatte alcune prodezze, ottenne il comando dell'armi, continuando nondimeno Gennaro Annese nella superiorità del governo civile. Ma non andò molto che cominciarono gare e gelosie fra questi due capipopolo; pure il Guisa seppe far tanto, che si fece proclamar duca ossia doge della repubblica di Napoli. Più curiosa cosa fu il veder comparire alla vista di quella gran città il duca di Richelieu con potente flotta franzese, ma senza mai accordarsi col duca di Guisa e col popolo. Chi disse perchè il Guisa, che avea molto alzata la cresta e tendeva alla corona, non volle che i Franzesi gli sturbassero quella caccia, sperando di compierla senza di loro; chi, perchè il popolo napoletano, se ammetteva i Franzesi, temeva di mutar solamente il giogo, laddove intenzione sua era di scuoterlo affatto; e chi, che il duca di Guisa odiava il _cardinal Mazzarino_, ovvero che il cardinale mirava lui di mal occhio, e che, per conseguente, i Franzesi non vollero porgergli aiuto, e se ne tornarono colla flotta a Portolongone. Non mi stenderò io più oltre in questo racconto. Esistono in franzese e in italiano le memorie del medesimo duca di Guisa, tramandate col mezzo della stampa ai posteri, dove egli dipinse quegli affari secondo che a lui parve il meglio.
E pur qui non finirono le novità di Italia nell'anno presente. Perchè in Piemonte scarseggiavano di forze i Franzesi nulla poterono operare, anzi lasciarono che il governator di Milano s'impadronisse di Nizza della Paglia, senza neppur tentarne il soccorso. Ma intanto il gabinetto di Francia lavorava per muovere contro lo Stato di Milano dei nuovi nemici, e gli venne fatto di tirar nel suo partito _Francesco I d'Este_ duca di Modena. Non avea questo principe ommessa diligenza veruna per attestare il suo ossequio alla corona di Spagna; le aveva anche offerto il suo servigio. Trovò sempre dal ministero milanese attraversato, anzi contrariato ogni suo maneggio; e spezialmente ebbe a dolersi perchè gli Spagnuoli gli negavano il possesso di Correggio, che pur gli era stato venduto dall'imperadore. Si prevalse il Mazzarino di questi dissapori per condurre sul principio di settembre esso duca in lega colla Francia, la quale, facendo la liberale colla roba altrui, facilmente accordava che tutte le conquiste da farsi nello Stato di Milano sarebbono in pro di chi le facesse, con obbligo nondimeno di prendere il possesso di ogni acquisto a nome del re, il qual poscia a suo tempo ne darebbe fedelmente il possesso ai conquistatori. Quattro mila fanti e mille e cinquecento cavalli franzesi vennero da Piombino sul Reggiano, ai quali il duca Francesco unì un pari numero di combattenti. Riuscì al duca con questa gente sul fine del suddetto mese di valicare il Po, e di spargere il terrore fra gli Spagnuoli, che tutti si ritirarono alla difesa di Cremona. Colà comparve l'esercito gallo-estense, e si fecero alcune fazioni, e il tutto finì in far solamente paura agli Spagnuoli. Non andando d'accordo col duca gli uffiziali franzesi; non venendo mai il _principe Tommaso_, benchè chiamato a questa impresa, e crescendo ogni dì più le pioggie e i fanghi dell'ottobre, bisognò battere la ritirata. Si ridusse quell'esercito ai quartieri di verno nella ricca e nobil terra di Casal Maggiore del Cremonese, dove patì de' gran disagi per mancanza di foraggi e d'altre provvisioni. Nell'isola di Candia poco profittarono in quest'anno le armi venete, anzi riuscì a' Turchi di accostarsi alla città di Candia stessa, e di fortificarsi in quei contorni. Celebre nondimeno riuscì la nave capitana di Tommaso Morosino, che contro cinquantadue galee nemiche valorosamente si difese. Vi lasciò gloriosamente la vita il prode generale, ma vi perirono de' Turchi più di mille e cinquecento persone. Maggior felicità provarono i Veneziani nella Dalmazia, dove ricuperarono Novigrado, difesero bravamente Sebenico, e ridussero alla loro ubbidienza Nadino, Scardona, Zemonico ed altri luoghi.
Anno di CRISTO MDCXLVIII. Indizione. I.
INNOCENZO X papa 5. FERDINANDO III imperad. 11.
Sul fine dall'anno precedente il _duca di Guisa_, non contento di far guerra in Napoli agli Spagnuoli, pensò a conquistar anche varie città del regno, e mosse in quante parti potè banditi e mal affetti al nome spagnuolo, dispensando a larga mano patenti ed uffizii. Sopra tutto a lui premeva la città d'Aversa, troppo importante pel trasporto dei viveri. Era questa per ordine del vicerè divenuta piazza d'armi dei baroni napoletani commossi alla difesa della corona, sotto il comando di don Vicenzo Tuttavilla. Ma fra questi nobili non mancavano di quelli che mal sofferivano la dominazione spagnuola. Con più di dieci mila armati andò a quella volta il Guisa, e in diversi incontri ne riportò delle spelazzate. Tuttavia avendo le sue genti occupata Nola ed Avellino, ed essendosi ribellate le provincie di Salerno e Basilicata, restò Aversa in grave pericolo, perchè priva di soccorso. Tanto innanzi crebbero quivi le angustie, che que' nobili di colà si ritirarono a Capoa, lasciando la città nella vigilia dell'Epifania in potere del Guisa, la cui gente tenne lor dietro, e mise il campo anche alla stessa Capoa. L'acquisto di Aversa portò grande onore al Guisa, e somma allegrezza ai popolari; ed egli poi fece ogni sforzo per trarre nel suo partito i nobili, ma senza poterli rimuovere dalla fedeltà verso il re di Spagna. Era intanto il vicerè _duca di Arcos_ odiato a morte dal popolo, e neppure ben veduto dalla nobiltà di Napoli. Ora facendo i più saggi ministri amatori della patria delle segrete consulte per trovare riparo alle presenti piaghe, e tenendo anche intelligenza con Gennaro Annese capo del popolo, che era col cuore alienato affatto dal duca di Guisa: fu in fine creduto il mezzo più proprio di giugnere alla sospirata pace, quello di rimuovere dal governo esso duca di Arcos, e di sostituire in esso pro interim _don Giovanni d'Austria_, che tuttavia colla flotta spagnuola si tratteneva in quei mari. Il non aver egli reato alcuno presso il popolo, l'essere figlio del re, e giovane assai amabile, e il potersi sperare che quanto egli promettesse, riporterebbe l'approvazione della corte, animò ciascuno a desiderare questa mutazione. Contuttochè il _cardinal Filamarino_ arcivescovo fosse mirato con occhio bieco dagli Spagnuoli, perchè in questi viluppi faceva la figura di neutrale e manteneva buona corrispondenza col duca di Guisa e col popolo, pure fu interrogato del suo parere. E siccome di cuore desiderava questo porporato il bene della patria e insieme l'onor della corona di Spagna, concorse anch'egli a consigliare la deposizione del vicerè, come il migliore spediente agli affari, che per altro minacciavano precipizio: e tanto più perchè riuscì al duca di Guisa di occupare il borgo di Chiaia, che tagliava la comunicazion degli Spagnuoli per terra col resto del regno. Talmente dunque si adoperarono col duca d'Arcos i suoi confidenti, che l'indussero ad imbarcarsi, e ad abbandonar Napoli nel dì 26 di febbraio. Servì la sua partenza a maggiormente unire il baronaggio al partito e servigio reale.
Nè mancò don Giovanni d'Austria, assistito da saggi consiglieri, di promuovere a tutto potere la concordia coi popolari, esibendo general perdono e aumento di grazie. Ma cotanto era cresciuto lo sconcerto delle cose, che troppo difficile alle pruove si trovò il rimedio. Imperciocchè la malattia di Napoli s'era dilatata dappertutto il regno; e il duca di Guisa, siccome ben provveduto di spie, venendo a scoprire i segreti maneggi, sturbava tutto, ed avrebbe anche volentieri messe le mani addosso a Gennaro Annese, se non l'avesse ritenuto il sapere ch'egli teneva filo colla corte di Francia, e che da essa veniva stimato non poco. Con tutte non di meno le sue lusinghe e raggiri non potè mai esso duca ottenere il suo primario oggetto, che era quello di farsi proclamare re. Dissi sconvolto anche il regno, e volli dire che non v'era provincia o città dove non regnasse la discordia, e succedessero frequenti tumulti ed uccisioni, sostenendo gli uni la libertà, e gli altri la regale autorità. Trovaronsi allora nobili che sposarono il partito de' popolari; e il Guisa faceva trapelare in ogni parte i suoi emissarii. In Taranto, in Ariano, in Chieti, nell'Aquila e in altre principali città penetrò quel pernicioso influsso. E basti questo poco, giacchè io non posso tener dietro a tutte le fila di questa imbrogliatissima matassa, e al lettore riuscirà più caro d'intendere come la provvidenza degli uomini favorita da Dio la sbrogliasse: il che accadde nel presente anno. Non avea già dimenticato il duca di Guisa di essere franzese. In mezzo ai grandi affari marziali trovava egli il comodo di divertirsi, e di spendere più ore con principesse e dame; e parea che più dell'altre gli piacessero le più belle. Molto di questo si parlava, anzi si sparlava per Napoli; e ai saggi del suo seguito, e più ai mariti delle persone da lui amate, al maggiore segno dispiaceva questo suo rituale. Sapeva in oltre Gennaro Annese (personaggio di tanto polso fra' popolari) qual segreta rabbia contra di lui covasse in suo petto il duca; nè sapea digerire che dopo tante intenzioni date da lui di formare il senato della nuova repubblica, non ne venisse mai quel dì. Si aggiunse, che portato a notizia del medesimo duca che Antonio Basso e un suo fratello, amendue di corte del cardinale arcivescovo, il mettevano in canzone quasi egli fosse venuto a Napoli per darsi spasso, per utilizzar la sua persona e per deludere il povero popolo, li fece prendere, e, al dispetto di tutte le preghiere del cardinale, del suddetto Annese e degli altri maggiori del popolo, li fece decapitare. Per questa indiscretezza e crudeltà, e per altri suoi passi violenti, si alterarono forte i maggiori del popolo; e però nel dì 10 di marzo esso Annese, Vincenzo d'Andreis provveditore generale, ed Antonio Mazzela eletto del popolo, che erano ruote principali della repubblica popolare, spalleggiati da quattro mila persone, marciarono verso il duca con animo di portare in trionfo la sua testa. Avvisatone il Guisa, salì tosto a cavallo, e colla sua guardia di moschettieri sì intrepidamente andò loro incontro, che appena sparato alcune archibugiate dai suoi all'aria, i capi presero la fuga. Essendo rimasto confuso quel popolaccio, appena udì le maestose e insieme tenere parole dell'eloquente duca, che tutti si diedero a gridare: _Viva il duca di Guisa_. Tante cabale poscia ordì il Guisa per far credere il Mazzela eletto del popolo venduto agli Spagnuoli e ai nobili, che gli riuscì di fargli mozzare il capo. L'Annese allora e gli altri suoi seguaci trattarono segretamente col vicerè novello per liberar la patria dal Guisa, e restituirle la quiete.
Era venuto a quel governo, con assenso e volere del giovinetto _don Giovanni d'Austria_, poco prima, _don Ignigo Velez di Guevara conte d'Agnate_. Con lui concertò lo stesso Annese le maniere di dar la caccia al duca di Guisa, e di liberar la città da tanti travagli. Correvano i primi giorni di aprile, quando il vicerè spedì tre galee ad occupar Nisita fuori di Napoli, immaginando che per l'importanza del posto vi accorrerebbe tosto il duca, siccome in fatti avvenne, avendo egli condotto seco circa otto mila persone. In questo mentre, cioè nella notte precedente al dì sei del suddetto aprile, usciti dai castelli don Giovanni ed esso vicerè, e quanti mai nobili erano con loro, facendo marciare in ordinanza quasi tutte le truppe spagnuole, andarono senza resistenza a prendere le porte e i posti principali della città, e spezialmente fu loro consegnato dall'Annese il torrione del Carmine, cioè la principal fortezza del popolo. In una parola pacificamente s'impadronirono di tutta la città. Qualche difesa fu fatta al palazzo dove abitava il duca, ma poco durò. Non si trovò persona che facesse la carità di bruciar la segreteria di lui, dove si trovarono tutte le corrispondenze ch'egli avea tenuto con tanti regnicoli: il che fu poi la rovina di assaissime persone. Avvisatone il Guisa, fece quanto potè per rientrare in città, ma non gli venne fatto. Però col seguito di pochi suoi fedeli si mise in viaggio alla volta di Roma. O per accidente o per tradimento, nel passar fuori d'Aversa andando a Capua, fu scoperto, perseguitato e preso. Condotto in prigione a Gaeta, venne poi trasportato in Ispagna, dove chiuso in una fortezza, ebbe quanto tempo volle per digerire le memorie ch'egli ci lasciò; e in fine, nell'anno 1652, per intercessione del _principe di Condè_, oppure del _duca d'Orleans_, fu rimesso in libertà. Tenne per fermo la gente savia che se il Guisa colle parole avesse accompagnati i fatti, con istabilire la repubblica di Napoli, dove avessero avuta parte anche le altre provincie e città del regno, ed anche la nobiltà, quivi sarebbe venuto meno il dominio spagnuolo. Ma perchè egli mirava più alto, e pensava a sè stesso, non giovò al popolo e rovinò sè medesimo. Similmente se i Franzesi fossero accorsi con poderose forze, finchè il Guisa si trovava in vigore, non poteano reggere a una sì gran tempesta gli Spagnuoli per mancanza di gente e di viveri. Arrivò solamente sul principio d'agosto con una flotta numerosa di legni in quei mari il principe Tommaso di Savoia, e misesi anche ad assediar Salerno. Trovò troppo mutati gli affari, e fu forzato a ritornarsene con poco onore. Si andò poi riducendo, benchè non senza fatica, alla primiera ubbidienza il resto dello sconvolto regno di Napoli; ma si diede principio ad un'altra non lieve tragedia in quelle parti. L'usar clemenza e il perdonare per lo più non furono virtù favorite nella nazione spagnuola. Però il _conte d'Agnate_ vicerè, che avea ritrovato nella segreteria del duca di Guisa un arsenale di carte convincenti di fellonia e di male intelligenze chiunque non amava il governo spagnuolo, e voleva in oltre dare al popolo un esemplare gastigo della passata ribellione, stancò da lì innanzi i tribunali coll'immensa copia dei processi; infierì colle scuri e colle forche contra di chi non s'era avvisato di fuggire; e coi bandi e confischi si vendicò di chi avea saputo sottrarsi alle sue griffe. In una parola, si credè risuscitato in lui il crudele duca d'Alva flagello della Fiandra. Stesesi ancora il suo rigore contro la nobiltà, che pur tanto avea fatto in servigio della corona di Spagna. E Gennaro Annese, non ostante il merito che s'era acquistato colla corona suddetta, lasciò in fine il capo sopra di un palco. Con più moderazione e prudenza attese in questi tempi il _cardinal Trivulzio_ a rimettere la serenità in Palermo e nel regno di Sicilia, in guisa che potè poi rinunziarlo tutto pacificato a _don Giovanni d'Austria_, che a lui succedette in quel governo.
Fece orrore in quest'anno la congiura ordinata da alcuni tristi, cioè da don Giovanni Gandolfo religioso dell'ordine di san Bernardo, da Bernardo Sillano senator di Torino, e da Giovanni Antonio Gioia, contro l'innocente vita del giovinetto duca di Savoia _Carlo Emmanuele_, e di _madama reale Cristina_ sua madre. Cercandosi chi avesse composto uno scandaloso almanacco che prediceva tragiche avventure, gastighi di ministri e morti di gran personaggi, se ne scoprì autore il suddetto religioso. Preso costui sul fine dell'anno precedente, venne poi rivelando i complici, e il nero disegno da lor fatto di estinguere il sovrano e la madre o con veleni o con fattucchierie. Erano costoro del partito dei principi Maurizio e Tommaso zii del duca. Il Sillano improvvisamente morì in prigione; ebbero il Gandolfo e il Gioia dalla giustizia il meritato fine. Fu in tal congiuntura che madama reale si vendicò del principe Tommaso. Mentre egli era impegnato nella spedizione per Napoli, ella col figlio, verso il dì 20 di giugno, fingendo una caccia, si appressò ad Ivrea, e ricevutavi dentro colle sue guardie dall'incauto governatore, con galanteria se ne impossessò, mandando a spasso la guernigion d'esso principe Tommaso. Le turbolenze del regno di Napoli dovettero cagionar dei mali umori nella vicina pontificia città di Fermo. Quivi la nobiltà per cagion dell'estrazione dei grani superflui, comandata da Roma, se la prese contro l'innocente governatore, cioè contra _monsignor Uberto Maria Visconte_; ed attizzata la plebe, ne avvenne che al povero prelato tolta fu la vita in quella sedizione. Accorse colà il _cardinal Montalto_, che colla sua saviezza impedì il progresso nel pernicioso tumulto, finchè da lì a poco sopraggiunse _monsignor Imperiale_ con due mila soldati, che trovò fuggito il popolo. A molti di coloro costò la vita, o un rigoroso bando la lor crudeltà e ribellione. Rimasto vedovo _Francesco I duca_ di Modena, con dispensa pontificia nel dì 12 di febbraio celebrò le sue nozze colla _principessa Vittoria Farnese_, sorella del fu _duca di Parma Odoardo_, e poi si preparò a fare una nuova campagna co' Franzesi nello Stato di Milano. Giunse colà per governatore sul principio di marzo il _marchese di Caracena_, cavaliere di sperimentato valore e di grande attività, che trovati i Franzesi annidati a Casal Maggiore e contorni, tosto cercò gli spedienti per cacciarli di colà. Passò egli a Cremona con quante forze potè raunare, e andò, nel dì 25 di maggio, ad impossessarsi di un'isola sul Po in faccia ad esso Casal Maggiore, e bravamente ancora ne difese il possesso contro i Franzesi. Sollecitava intanto il duca di Modena i soccorsi a lui promessi da Parigi, e facea tutti i preparamenti per uscire in campagna colle sue genti; e perchè Casal Maggiore scarseggiava di viveri, trovò maniera di farvi giugnere quattrocento sacchi di farina. Ricevuto poi ch'egli ebbe le truppe franzesi sbarcate a Lerice, ed unite colle sue, passò il Po, e andò col _maresciallo di Plessis Pralin_ a congiugnersi col _conte di Novaglies_, postato in Casal Maggiore, formando un'armata di quattordici mila tra fanti e cavalli. S'erano gli Spagnuoli premuniti con un terribil trincierone lungo alquante miglia, per tener lontano da Cremona il nemico. Fu risoluto di levar tale ostacolo, e nel dì 30 di giugno s'andò all'assalto. Non lasciarono gli Spagnuoli di fare una gran difesa, ma in fine si videro costretti alla fuga, con istrage di molti di loro e perdita delle artiglierie. Qui tosto cominciò la discordia. Voleva il duca correre subito all'assedio di Cremona. Era egli general dei Francesi, non per comandar loro nelle cose d'onore, ma per ubbidire in quelle di guerra. Il maresciallo di Plessis pretendeva che si progredisse per entrar nel cuor di Milano; ma perchè tentato più di una volta il passaggio dell'Adda non riuscì, condiscese in fine di strignere Cremona. Pontava il duca Francesco che si prendesse prima la città debole di mura; presa questa, facile sarebbe l'espugnazione del castello; e tale era ancora il sentimento dei più saggi. Ma il maresciallo si ostinò, e la volle vinta, che gli sforzi solamente si facessero contra il castello, restando intanto al Caracena libero il passo per Po a mandar gente e viveri nella città, che poi somministrava quanto occorreva al castello medesimo. Fu creduto che al maresciallo di Plessis non piacesse quell'acquisto, perchè destinato in pro del solo duca, e non della Francia; ed altri vollero ch'egli cercasse un cattivo esito a quell'impresa, per iscreditare il _cardinal Mazzarino_, contra di cui tante tempeste nello stesso presente anno si svegliarono dai fazionarii in Francia.
Ma lasciando stare gli astrusi gabinetti del cuore umano, quel che è certo, con vigore fu impreso quell'assedio, e colà comparve ancora dal Piemonte con giro fatto fino sul Reggiano il _marchese, Guido Villa_, seco menando tre mila cavalli e due mila fanti, tutta gente scelta. Non mi fermerò io a descrivere gli approcci, le mine, e gli assalti, le sortite, e le altre fazioni militari ivi accadute con singola bravura d'ambe le parti, e la mirabil assistenza data dal marchese di Caracena ai difensori, che costò la morte di molta gente e di non pochi distinti uffiziali. Merita spezialmente memoria il suddetto marchese Villa nobile ferrarese, che mentre col duca di Modena e col maresciallo franzese va speculando un posto de' nemici, colpito da una palla di cannone nel dì 24 d'agosto lasciò ivi la vita: generale di chiarissimo nome, e fedelissimo alla real casa di Savoia, alla quale mancò un personaggio che in tanti fatti di guerra si era segnalato, e godeva anche il titolo di tenente generale della Francia, benchè non fosse ben veduto in tale occasione dal superbo maresciallo di Plessis. Giunsero sino alla fossa del castello gli assedianti, ma con tutti i loro sforzi non poterono mai superarla. Sopraggiunsero intanto le pioggie, le strade rotte e le difficoltà di ricevere i foraggi e le vettovaglie; laonde fu astretto l'esercito collegato a levar l'assedio, e a ritirarsi parte a Casal Maggiore e nelle vicinanze, e parte negli Stati del duca di Modena. Acquistarono nell'anno presente l'armi venete l'importante fortezza di Clissa, e si diedero a munirla con maggiori fortificazioni. Ma nel dì 7 di marzo una orribil tempesta conquassò tutta la loro armata navale. Tre galee, fra le quali la capitana e due vascelli, soccombendo al furore dei venti, s'affondarono, e fu compianta la morte di assaissimi nobili, e massimamente quella del capitan generale _Giambatista Grimani_, a cui fu sostituito _Luigi Mocenigo_. Impresero in quest'anno i Turchi daddovero l'assedio della città di Candia, riuscito dei più memorabili che ci abbia conservata la storia antica e moderna, dove fece maraviglie di provvidenza e valore la repubblica veneta. Nè si dee tacere che nell'anno presente, a dì 24 di ottobre, fu conchiusa in Munster la pace tra _Ferdinando III imperadore, Lodovico XIV re_ di Francia, gli _Svezzesi_ e i _principi dell'imperio_: pace sommamente pregiudiciale alla religion cattolica, e favorevole ai protestanti. Ed ecco i maligni frutti di tante guerre suscitate e fomentate, per abbattere la casa d'Austria, dalle gran teste politiche de' cardinali _Richelieu e Mazzarino_, cadaun de' quali niuno scrupolo si mettea, purchè soddisfacesse all'ambizione, se nello stesso tempo veniva a deprimersi il cattolicismo e ad aumentarsi il regno della eresia. Contra di questa pace protestò _monsignor Fabio Chigi_, nunzio allora apostolico, che fu poi papa, e volle che si cassasse il suo nome inserito in essa. Protestò ancora _papa Innocenzo X_, ma con armi di carta, che non sogliono far paura ai potenti.
Anno di CRISTO MDCXLIX. Indizione II.
INNOCENZO X papa 6. FERDINANDO III imperadore 12.
Avea fin qui la corte di Francia colle sue armate e co' suoi raggiri tenuta in continui imbrogli l'Europa tutta, e se ne giva superba per aver in più guise indebolita la potenza delle due linee austriache. Di un po' d'umiliazione abbisognava ella, ed appunto cominciò a provarla, perchè l'odio e l'invidia di molti contra del _cardinal Mazzarino_ proruppe in sedizioni, e finalmente si convertì in una guerra civile. A me non appartiene di dirne di più. Il non potere per questo i Franzesi accudire alle cose d'Italia, e l'essersi per le diserzioni e per le malattie ridotta a poco la loro armata in Lombardia, cagioni furono che il vigilante _marchese di Caracena_ giudicò venuto il tempo di mettere in dovere _Francesco I duca_ di Modena, che tanto aveva osato contro la corona di Spagna. Pertanto, senza voler aspettar la primavera, sul principio di febbraio mossosi da Cremona con sei mila fanti e tre mila cavalli, ricuperò Casal Maggiore, e, passato il Po, fece un'invasione nello Stato d'esso duca. Giacchè la fortezza di Brescello ben munita non mostrò paura alcuna di lui, s'impadronì di Castelnuovo, Gualtieri e Boretto. Maneggiavasi intanto _Ranuccio II duca di Parma_ per quetar questi rumori, considerandoli per troppo pregiudiciali anche al dominio suo, e riuscì in fine ai suoi ministri di conchiudere la pace fra il Caracena e il duca di Modena. Fu questa sottoscritta nel dì 27 del suddetto mese di febbraio, per cui esso duca rinunziò alla lega co' Franzesi, e promise che il _cardinale Rinaldo d'Este_ suo fratello dimetterebbe la protezion della Francia, con fargli sperare gli Spagnuoli una più rilevante ricompensa (fiori che non produssero mai frutti), e con rimettere il duca in grazia e sotto la protezione del re Cattolico. Tornò ancora in Correggio il presidio spagnuolo: condizione che sopra tutto scottò all'Estense. Licenziò esso duca, venuta che fu buona stagione, le truppe franzesi, che s'andarono ad unir coll'altre del Piemonte. Niuna maggior prodezza fece dipoi nell'anno presente il Caracena. Perchè è ben vero ch'egli sorprese nel mese di settembre la terra di Ceva nel Piemonte, e si mise anche all'assedio del castello; ma ritrovato assai duro quell'osso, grande difficoltà de' foraggi fra quelle montagne, e mossa d'armi in soccorso di quella rocca, desistè dall'impresa.
Calò nel giugno di quest'anno in Italia _Maria Anna_ figlia dell'Augusto _Ferdinando III_ e dell'_imperadrice Maria_ sorella del re Cattolico _Filippo IV_, destinata in moglie al medesimo re suo zio. Con pomposa solennità fece ella la sua entrata in Milano, e andò poi ad imbarcarsi al Finale, per passare in Ispagna. In tale occasione il general Pimento, ch'era venuto a riceverla colla flotta spagnuola, spedì gente ad impadronirsi d'Oneglia, marchesato del duca di Savoia nel litorale della Liguria. Ma poco tardò il governator di Villafranca a ripigliarla. Seguirono ancora nell'anno presente le nozze di _Carlo II duca_ di Mantova con _Isabella Chiara_ arciduchessa d'Inspruch, sorella dell'_arciduca Ferdinando_. Questo illustre matrimonio non bastò a guarire quel principe dalla sua dissolutezza di vivere. Non si sapeva intendere perchè il pontefice _Innocenzo X_, in tanto bisogno della repubblica veneta per la guerra lagrimevole a lei mossa dai Turchi in Candia, non le prestasse aiuti nell'anno presente, come avea fatto in addietro, e neppure in soccorso di essa inviasse le sue galee. Venne poi a scoprirsi l'arcano. Stava tuttavia sullo stomaco della corte di Roma indigesto il ducato di Castro e Ronciglione, pel cui acquisto s'erano sì inutilmente profusi tanti milioni nella guerra di _papa Urbano VIII_. Fra il duca di Parma _Ranuccio_ e i montisti insorgevano sovente delle controversie, perchè non correano i frutti pattuiti; e la protezion del papa non mancava a questi creditori. Furono spediti dalla camera pontificia commessarii colà, per costringere il duca ai dovuti pagamenti; ma vi trovarono i di lui soldati che non intendeano questa canzone, e si opposero; laonde furono costretti a ritornarsene quali erano venuti. Se ne adirò forte il papa, e fu creduto che il _cardinal Panciroli_ segretario di Stato, e _donna Olimpia_ cognata del papa, siccome nemici del duca, attizzassero maggiormente il fuoco. Facevansi perciò dei preparamenti per passare a maggior rottura; ma interposti gli uffizii del gran duca _Ferdinando II_ e del _cardinale Albornoz_, si sarebbe verisimilmente trovato temperamento, se un atto bestiale de' ministri del duca, oppure di un solo di essi, non avesse condotto al precipizio le cose.
Era stato eletto dal papa e consecrato vescovo di Castro _Cristoforo Giarda_. Contuttochè fosse detto all'orecchio a questo prelato che Ranuccio nol volea nei suoi Stati, pure, affidato dalla sua dignità, e, come si può credere, spinto anche da Roma, colà s'inviò. Per istrada da alquanti sicarii fu a lui tolta la vita, e la colpa di questo orrido e sacrilego misfatto fondatamente si rovesciò sopra il duca di Parma. Non istette più allora a segno il papa, e spedì tosto il conte Davide Vidman e Girolamo Gabrielli con alcune migliaia di armati a cignere Castro di assedio. A questo avviso anche il duca di Parma si diede a far leva di gente; e figurandosi di poter distogliere da quella impresa il papa, principe che non amava molto di spendere, appena ebbe formato un picciolo corpo d'armata, che l'inviò alla volta dello Stato pontificio, con ordine di pagar tutto, e di non inferir molestia a chicchessia. Alla testa di questi bravi combattenti marciava il marchese Gaufrido di nazion franzese, uomo di bassissima condizione, che preso al servigio in qualità di maestro della lingua franzese dal fu _duca Odoardo_, talmente s'era avanzato nella grazia di lui e del figlio Ranuccio, che facea la figura di primo ministro in quella corte. Costui dovea saper tutti i mestieri, e volle darsi a conoscere anche per valoroso condottier d'armi. La disgrazia portò che giunto sul Bolognese a San Pietro in Casale, ivi trovò il marchese Luigi Mattei spedito con gente dal pontefice, ed assistito da molta nobiltà bolognese e ferrarese, che colla strage di non pochi il mise in rotta, e fecelo tornare pien di vergogna a Parma. Della lontananza di lui e della sua sfortuna si prevalse intanto chi l'odiava per iscreditarlo presso il duca Ranuccio, esagerando spezialmente che da lui solo era proceduto l'ammazzamento del vescovo. Fu dunque il Gaufrido immantinente cacciato in prigione e processato, e si trovarono tali i suoi reati (se veri o falsi, nol so) che perdè la vita e quanti beni aveva accumulato, cioè, per quanto fu creduto, di un valsente di quattrocento mila scudi, rimasero applicati al fisco. Sperò ancora Ranuccio di potere, col gastigo di costui, placare il papa. Ma questi, dappoichè Castro, vinto dalla fame, fu costretto e rendersi, ordinò che si demolisse del pari la fortezza, e quante chiese, conventi e case ivi si contavano, che tutte furono uguagliate al suolo, con essersi ivi alzata una sola colonna, dove era scritto: QUI FU CASTRO. La sedia episcopale venne trasferita ad Acquapendente. Perchè il duca di Parma mancava di forze per reggere a quel contrasto, anzi si facea correre voce che l'armi pontificie intendeano di passare sul Parmigiano, si appigliò al consiglio de' saggi, e si accordò colla camera apostolica, cedendole Castro e Ronciglione, con riserbarsi la facoltà di ricuperar quello Stato, pagando i debiti, de' quali intanto essa camera si caricò.
Famoso fu quest'anno per avere l'iniquo Cromuele e i fanatici parlamentarii condotto _Carlo I Stuardo re_ d'Inghilterra a lasciare il capo sopra un pubblico palco in Londra: iniquità detestata dall'Europa tutta. In Venezia, all'incontro, si fece gran festa per una vittoria riportata da Jacopo da Riva contro l'armata navale de' Turchi. Ancorchè questa si trovasse numerosa di settantadue galee, dieci maone ed undici vascelli, e si fosse ricoverata nel porto di Focchie, il da Riva nel dì 6 di maggio animosamente colle navi venete, fra le quali erano alquanti vascelli olandesi, andò ad assalirla. Attaccarono i Veneti il fuoco ai legni nemici, tredici dei quali rimasero incendiati; e se il vento non si voltava, anche il resto andava a perire. In mano de' Veneziani vennero una nave turchesca, una galeazza e una galea sottile. Più di quattro mila Turchi fra soldati e marinari fu creduto che perdessero ivi la vita. Il Valiero nondimeno lascia intendere che tal vittoria troppo fu amplificata, e riuscì più di nome che di fatti. Tali prodezze bensì fecero in quest'anno i difensori della città di Candia, che i Turchi slargarono quell'assedio, ritirandosi ai primi alloggiamenti; ma non cessarono per questo i combattimenti in quelle parti. Nel dicembre un'utile costituzione fu pubblicata da _papa Innocenzo X_, in cui comandò che si desse nota fedele di tutti i monisteri e conventi dell'Italia, delle loro rendite e del numero dei religiosi ivi abitanti, proibendo intanto il vestire nuovi religiosi. Questo era un preliminare della santa intenzione del pontefice di abolir tutti i conventi, dove pel poco numero dei convittori non si potea conservar la regolar disciplina.
Anno di CRISTO MDCL. Indizione III.
INNOCENZO X papa 7. FERDINANDO III imperadore 13.
Nel dì 24 del precedente dicembre avea _papa Innocenzo_ aperta la porta santa e dato principio al giubileo romano, che si vide poi celebrato con copioso concorso di gente. Se grande fu la divozion de' popoli, maggiore ancor fu la pietà e carità del vecchio pontefice, il quale con profusion di limosine accolse i poveri pellegrini, assistè alle loro mense, lavò loro i piedi, eccitando coll'esempio suo a fare altrettanto la nobiltà romana. Varii principi della cristianità si portarono a partecipar di quelle indulgenze. Trovavasi in questi tempi lacerata la Francia dalle fazioni, sedizioni e guerre civili, senza rispetto alcuno al medesimo giovinetto _re Luigi XIV_; nè restava luogo a quella corte di sostenere gli affari suoi in Italia. Ciò considerato dal consiglio di Spagna, e dai ministri del re Cattolico in Milano e Napoli, fu presa la risoluzione di snidar da Piombino e Portolongone i Franzesi. Erano divenute quelle due fortezze un ricettacolo di corsari, che infestavano tutto il Mediterraneo. Cominciò dunque a farsi in Sicilia, Napoli e Milano gran preparamento di navi e di combattenti. Per questo minaccioso apparato restavano in apprensione il _gran duca Ferdinando_ e i _Genovesi_; ma cessò ogni lor sospetto, allorchè videro messi alla vela tanti legni approdare ai lidi di Piombino. Sopra quella flotta venivano spezialmente _don Giovanni d'Austria_, come generalissimo di mare, il _conte d'Ognate_ vicerè di Napoli, e il _principe Ludovisio_, a cui aveano già i Francesi tolta quella città e principato. Fu dato principio all'assedio di Piombino, e le artiglierie cominciarono a bersagliar quella mura; ma sostenendo con vigore i lor posti, e facendo di tanto in tanto sortite i Franzesi, lentamente procedevano le offese. La state bollente e l'aria malsana di quel basso paese cominciarono a far guerra agli assedianti, con vedersi languire quegli ancora che dianzi andavano con tanto coraggio incontro alle palle e spade nemiche. Sicchè i comandanti, dappoichè furono rinfrescati di gente, che di mano in mano veniva al lor campo, giudicarono meglio di tentar tutto, e di passare alle scalate e agli assalti, che di veder perire l'armata di sole malattie. Ributtati più volte con istrage dei più arditi, pure sì ostinatamente continuarono questo giuoco, che vittoriosi entrarono nella città. Ritiraronsi allora nel castello i Franzesi; ma perduta la speranza di soccorso, da lì a non molto con patti onorevoli ne aprirono le porte agli Spagnuoli.
Passò dipoi l'esercito sotto Portolongone, e colà giunse altresì colla sua squadra e con gran copia di munizioni ed attrezzi il _duca di Tursi_. Trovarono quella fortezza più dura e più difficile di quel che si credevano, giacchè il signor di Novigliacco suo governatore non avea lasciata indietro diligenza alcuna per ben munirla di fortificazioni esteriori, e per provvederla di tutto il bisognevole. Tre mesi durò quell'assedio, e tante azioni di bravura fecero non men gli aggressori che i difensori, ch'esso divenne dei più celebri e memorabili di questi tempi. Gran gente vi perì dalla parte degli Spagnuoli, e spezialmente quivi lasciarono le lor ossa i Napoletani, siccome spinti più degli altri ne' maggiori pericoli. Fu infin creduto dalla troppo maliziosa gente che il conte d'Ognate apposta intavolasse quell'impresa, per condurre al macello il fiore dei cavalieri e soldati di Napoli, per vendicare, dopo tante altre pruove di crudeltà, anche con questa invenzione la ribellione passata, ed impedirne altre in avvenire. Ma di questo barbaro persecutore de' poveri Napoletani tante doglianze in fine andarono alla corte di Madrid, che fu egli richiamato dal governo di Napoli, e fu veduto partirne colle lagrime agli occhi. Terminò in fine l'assedio di Portolongone, che sarebbe stato più lungamente sostenuto dal valoroso Novigliaccio, se la sedizione e disubbidienza dei soldati non l'avesse forzato a far tregua, e poscia a capitolar la resa, dopo avere ottenuti tutti gli onori militari. Con qualche felicità anche nell'anno presente proseguirono i Veneziani l'aspra lor guerra contra dei Turchi, mostrandosi quegl'infedeli sempre più accaniti dietro alla conquista dell'isola di Candia. Perchè si avvidero che gran sangue e poco frutto costava loro il voler espugnar colla forza la città capitale, ricorsero ad un altro ripiego; e fu quello di fabbricare, oltre ad altri fortini precedentemente fatti, in vicinanza di essa città una fortezza regolare, a cui posero il nome di Candia Nuova: consiglio che riuscì sommamente pregiudiziale ai Veneti nei tempi avvenire. Posto di molta importanza presso la Canea era il forte di San Todero, ossia Teodoro. Sbarcati colà i coraggiosi Veneziani, sì fattamente col furore delle artiglieria sbigottirono quel presidio, che espose bandiera bianca, e diede la piazza. Immensi tesori intanto consumava la repubblica in questa guerra per tanti legni che manteneva, e per la esorbitante copia di gente che continuamente conveniva inviare in Candia, dove le battaglie e le malattie mietevano a gara le vite degli uomini. Nel dicembre di quest'anno seguì in Torino lo sposalizio della principessa _Adelaide di Savoia_, sorella del regnante duca _Carlo Emmanuele II_, col _principe Ferdinando_ primogenito di _Massimiliano elettor_ di Baviera: funzione che fu solennizzata con varietà di suntuose feste e di pubblici divertimenti. Non tardò molto questa principessa ad assumere il titolo di elettrice per la morte del suddetto elettore suocero suo. Non andò poi essa principessa se non nel 1652 in Baviera.
Anno di CRISTO MDCLI. Indizione IV.
INNOCENZO X papa 8. FERDINANDO III imperad. 14.
Era tuttavia vivente l'imperadrice vedova _Leonora Gonzaga_, già sorella di _Francesco Ferdinando_ e _Vincenzo_ duchi di Mantova. Essendochè il regnante Augusto _Ferdinando III_ avea risoluto di passare alle terze nozze, cotanto ella si adoperò, che portò al trono imperiale un'altra _Leonora Gonzaga_, cioè la sorella del regnante duca di Mantova _Carlo II_. Nel marzo del presente anno s'incamminò essa alla volta di Vienna, accompagnata dalla _duchessa Maria_ sua madre, dal _fratello duca_ e dalla cognata _Isabella Chiara_, d'Austria. Divenne poi questa principessa generosa protettrice degl'Italiani in quella corte. Gran pregio fu della casa Gonzaga l'avere in questi tempi due imperadrici e una regina di Polonia viventi, se non che l'ultimo parentado le costò ben caro, per aver dovuto impiegar buona parte di quanto le restava in Francia di Stati, per costituire una pinguissima dote ad essa regina di Polonia. Qualche tentativo fece in quest'anno il _marchese di Caracena_ governator di Milano. Dopo aver presa Castigliola nel territorio d'Asti, e demolite le sue fortificazioni, lasciandosi indietro l'altre piazze, con somma sollecitudine s'inoltrò fino a Moncalieri, tre miglia lungi da Torino. Per questa novità gravi sospetti insorsero in mente del _principe Tommaso_ e de' Franzesi, padroni della cittadella di Torino, che passasse qualche intelligenza fra gli Spagnuoli e madama reale, per mettere l'assedio alla medesima cittadella. Ma ad altro non tendevano le mire del Caracena che a tirar la duchessa a qualche accomodamento: dal che si mostrò ella troppo aliena. Essendo intanto pervenuto qualche soccorso di gente ai Franzesi, smontato esso marchese da' suoi alti pensieri, tornò a cercar la quiete nello Stato di Milano. Prosperamente camminarono in questo anno gli affari della veneta repubblica nella guerra di Candia. Nel dì 22 di giugno uscì pomposamente in mare l'armata turchesca, composta di settantatrè galee sottili, di sei maone, di cinquantatrè grosse navi e di altri legni minori. Fra le isole di Santorini e Scio s'incontrò colla veneta armata, la quale, quantunque inferiore di numero di legni, pur superiore di coraggio, si accinse alla battaglia, e da lì a poco l'attaccò. Ma era tardi, e sopraggiunta la notte, divise il conflitto. Nel giorno seguente si trovarono di nuovo a fronte le due nemiche armate, e si ripigliò il terribile combattimento. La vittoria si dichiarò in fine per li Veneziani, essendo stati costretti i Turchi a ritirarsi. Presero i vincitori cinque grossi vascelli barbareschi, tre altri turcheschi, con una maona e colla nave capitana del rinegato bassà della Morea. Cinquecento furono i prigioni; degli estinti dal ferro e dal mare non si potè sapere il numero. Fu anche dipoi da essi Veneti messa a sacco l'isola di Leria, e incendiate molte navi turchesche da carico. Non cessava intanto lo ambasciadore di Francia in Costantinopoli di far proposizioni di pace, ma sempre indarno, pretendendo pertinacemente la Porta che la comperassero i Veneti colla cessione di Candia. Accrebbe in quest'anno il _pontefice Innocenzo X_ un insigne ornamento alla mirabil città di Roma, coll'avere disotterrato ed inalzato in piazza Navona un nobilissimo obelisco, ossia guglia, già trasportata dall'Egitto a Roma da _Antonino Caracalla_ Augusto. Sopra una gran base, che ha figura di uno scoglio, ornato di belle statue, da cui scaturiscono quattro copiose fontane, fu riposto quel prezioso monumento della più rimota antichità, ed altri ornamenti si videro aggiunti alla medesima piazza.
Anno di CRISTO MDCLII. Indizione V.
INNOCENZO X papa 9. FERDINANDO III imperad. 15.
Fu in quest'anno che _papa Innocenzo X_, considerando i molti e gravi disordini provenienti alla regolar disciplina da tanti conventini di frati, venne finalmente alla risoluzion di schiantarli. Non solamente nelle castella, ma anche nelle picciole ville d'Italia aveano essi frati a poco a poco piantato il nido, e quivi si godevano un bell'ozio, sovente anche scandaloso, intenti, se poteano, a procurarsi dalla divota gente de' buoni lasciti, per poter menare una vita più deliziosa. Dimorandovi pochi religiosi, niuna osservanza restava fra essi delle sante regole del loro istituto. Alla riforma dunque di tali abusi mise man forte lo zelante pontefice, e nel dì 15 d'ottobre suppresse e ridusse a stato secolare tutti que' conventi, dove pel poco numero de' religiosi non si potesse osservare la disciplina regolare. Moltissimi di fatto ne furono suppressi; ma ritrovaronsi anche maniere e mezzi per farne sussistere assaissimi altri contro la mente del papa, che a maraviglia intendeva di quanta corruttela degli ordini religiosi fossero luoghi tali, dove ordinariamente si perde tutto lo spirito religioso. In questi tempi ancora si vide cangiato l'animo di esso pontefice verso de' Barberini, fin qui esuli da Roma, e privi della di lui grazia. Si trovarono insussistenti e calunniose tutte le accuse intentate contro di loro; giuste e lodevoli tutte le loro azioni sotto il precedente pontificato. Gran teste erano i due fratelli cardinali _Francesco_ ed _Antonio_. Il primo, siccome savio ed esente da ogni reato, seppe conciliarsi la buona grazia de' principi, e massimamente del gran duca di Toscana, e col favore del suo partito nel sacro collegio superò dopo qualche tempo la tempesta, e tornossene a Roma. Rimasto in Francia Antonio, profittò delle sue disgrazie, con aver ottenuto da quella corte per mezzo dell'amicissimo _Mazzarino_ pingui abbazie e vescovati, e il grado di limosiniere di quella corona. Riconciliaronsi in questo anno essi barberini colla repubblica veneta, con rilasciarle tutte le rendite sequestrate de' lor benefizii, e donarle per soprappiù dodici mila ducati d'oro da impiegare nella guerra col Turco. In ricompensa vennero aggregati alla nobiltà veneta, e si portarono apposta a Venezia _Carlo_ e _Maffeo_ figli di don _Taddeo_ prefetto di Roma, già mancato di vita in Francia, per ringraziare il senato di questo onore. Ora veggendo _donna Olimpia_ cognata del papa, e gli altri di casa Panfilia declinare all'occaso il decrepito papa, si avvisarono di troncar la nemicizia coi Barberini, e di assodar meglio le cose loro, con farsi amica una casa sì potente per le ricchezze, per le protezioni e pel gran seguito nel sacro collegio. Però, cancellati gli odii, tornò anche il cardinale Antonio a Roma, ben accolto dal papa; si stabilirono le nozze di _don Maffeo_ con _donna Olimpia_ Giustiniani pronipote d'esso pontefice; e a _Carlo Barberino_ per la restituzion del cappello fu conferita la sacra porpora: il che succedette nell'anno seguente. Sicchè essendo già defunto nel 1646 il _cardinal Antonio Barberino_ seniore, piissimo cappuccino, e fratello de' suddetti due porporati, tornò quella casa ad aver tre cardinali suoi nello stesso tempo viventi, e servirono ad essa le traversie passate di gloria e di maggior grandezza.
Seguitava intanto ad essere agitata fra balzi ora favorevoli ora contrarii la fortuna del _cardinal Mazzarino_ in Francia, tuttochè si mirasse egli protetto dal giovinetto _re Luigi XIV_, che già avea assunto le redini del governo, e molto più dalla regina madre. Durando quelle guerre civili, restavano in gran depressione gli affari dei Franzesi nel Piemonte. Bella congiuntura che era questa al _marchese di Caracena_ governator di Milano per ricavarne profitto. Sicuro egli che per le turbolenze suddette non potevano eglino sperar soccorso, si avvisò di fare un bel colpo, cioè di cacciare il presidio loro da Casale. Era il principio di maggio, e per coprire il suo disegno, all'improvviso comparve con tutto l'esercito suo sopra la città ben fortificata di Trino, ed affrettossi a tirar la linea di circonvallazione, a formare approcci e mine, a postar artiglierie, cominciando a bersagliar quella piazza. Si unirono Franzesi e Savoiardi sotto il comando del giovine marchese Villa e del conte di Verrua, per dare soccorso; ma ritrovato il Caracena uscito dalle linee in ordinanza di battaglia per ben riceverli, troppo periglioso parve loro il tentativo, e se ne tornarono indietro. Sicchè Trino dopo alquanti giorni capitolò la resa, con avere il Caracena accordato quante onorevoli condizioni potè mai chiedere il presidio. Dopo l'acquisto di sì importante fortezza s'inoltrò l'esercito spagnuolo sotto Crescentino, alla cui difesa trovò ottocento fanti e settanta cavalli, che pareano risoluti di non volerne dimettere il possesso a chi che fosse. Si diede principio alle offese, e contuttochè anche il cannone di Verrua giacente sull'opposta riva del Po incomodasse non poco gli assedianti, proseguirono vigorosamente, ciò non ostante, i lavori. Essendo riuscita poco felicemente una sortita della guernigione, venne essa infine obbligata a rendere la suddetta terra di Crescentino. Fu dipoi preso anche il castello di Masino, e dato il sacco al paese posto fra la Dora e il Po. Mandò poscia il Caracena le genti sue a ristorarsi nel Monferrato, distribuendole in Occimiano, Rossignana, San Giorgio ed altri luoghi, facendo intanto gli opportuni preparamenti pel sospirato assedio di Casale.
Ossia che esso Caracena avesse trattato molto prima con _Carlo II duca di Mantova_, come fu creduto, o che aspettasse a farlo dopo l'acquisto di Crescentino; certo è che gli venne fatto d'indurre quel principe a mettersi sotto la protezion della corona di Spagna, e a dar colore a quella impresa, come progettata in benefizio di lui, e non già per vantaggio alcuno degli Spagnuoli, a fin di quetar le gelosie che ne potessero insorgere presso i principi d'Italia. Perciò il duca, secondo l'uso o l'abuso già da gran tempo introdotto di giustificare o inorpellare il movimento dell'armi, pubblicò un manifesto, con cui si studiò di mostrar la necessità sua di aderire agli Spagnuoli, per giusto timore di perdere tutto, se operava in contrario. Mandò poscia dal Mantovano mille e cinquecento fanti e trecento cavalli, comandati dal marchese Camillo Gonzaga, ad unirsi all'armata spagnuola. A questa unione, siccome aperta dichiarazione del duca contro i Franzesi, tenne tosto dietro una somma diffidenza fra essi e i cittadini di Casale, con riguardar cadauna parte l'altra come nemica, non ostante il dover gli uni e gli altri convivere insieme. Durò questo imbroglio finchè comparvero ordini del duca a quel senato e preghiere ai Franzesi di consegnar la città e le fortezze al legittimo lor padrone. Perciocchè sì destramente allora seppero i cittadini concertar le loro faccende, che obbligarono i Franzesi a ritirarsi nel castello e nella cittadella. Ciò fatto, si videro spalancate le porte della città, e vi entrò don Camillo Gonzaga col marchese di Caracena, il quale non perdè tempo a formare gli approcci al castello. Questo solamente resistè per tre giorni, ancorchè fosse ben munito, e il signor d'Espredele ne capitolò la resa con patti onorevoli di guerra, e insieme con istupore di tutti. Ma da lì a pochi dì cessò la maraviglia, perchè esso governatore, incamminato verso il Piemonte, fallò la strada, e andò a finire il suo viaggio a Mantova, dove fu cortesemente accolto dal duca. Fece dipoi il signor di Sant'Angello, governatore della cittadella di Casale, impiccare la di lui statua, se con danno o risentimento dell'originale, nol dice la storia. Incredibil fu la sollecitudine del Caracena in assalire la restante cittadella. Nel termine di quindici giorni fu formata una terribil circonvallazione con fortini ben guerniti d'artiglierie, e talmente condotti i lavori, che furono prese due mezze lune e la strada coperta, e si giunse a pie' dei baloardi, sotto i quali si diede principio a mine e fornelli. Avvegnachè gli assediati, chiamati alla resa, si chiarissero del pericolo che lor sovrastava, protestarono di volersi difendere sino all'ultimo sangue. Ma infine alloggiatisi gli Spagnuoli sulla breccia, venne il tempo di rendersi con tutti gli onori militari nel dì 22 di ottobre, giacchè non sapea quel presidio essere in cammino un poderoso soccorso di Franzesi e Piemontesi, che aveano già passato il Po a Verrua, e che ricuperarono dipoi Crescentino e Masino. Da don Camillo Gonzaga furono introdotti nella cittadella mille soldati mantovani e cinquecento monferrini: la qual nuova sparsa per l'Italia fece rimbombar dappertutto gli encomii e i plausi alla generosità spagnuola, la quale con tante spese avesse guadagnata quella sì importante piazza non per sè, ma pel duca di Mantova, e pareva a tutti un miracolo così gran disinteresse. I soli Milanesi ne mormoravano, perchè avendo essi non solo con pubbliche, ma con private contribuzioni ancora, cooperato a quell'acquisto, aveano seminato e mietuto unicamente per comodo altrui. Essendo poi venuto a Casale il duca di Mantova, ritirati i suoi dalla cittadella, v'introdusse ottocento Alemanni della armata spagnuola, pagati da lì innanzi dalla camera di Milano: con che parve che si scoprisse l'arcano delle segrete capitolazioni seguite fra esso duca e il Caracena. La verità nondimeno si è, che il duca vi mise il governatore, e parve far da padrone anche della cittadella. Per questo negoziato e cangiamento del duca si alterò forte contra di lui la corte di Parigi; ma il _cardinal Mazzarino_ non lasciò di calmare, per quanto potè, lo sdegno del re Cristianissimo.
Nulla di rilievo accadde in questo anno nella guerra più che mai viva dei Turchi contro la veneta repubblica. Al servigio di essi Veneziani spedì _Ranuccio duca di Parma_ due mila combattenti ben armati, e insieme il principe _Orazio Farnese_ suo fratello, a cui fu conferito il grado di generale della cavalleria veneta. Calarono in Italia nella primavera gli arciduchi del Tirolo _Ferdinando_ e _Francesco Sigismondo_ per visitare _Isabella Chiara_ duchessa di Mantova loro sorella. Di molte feste furono in tal congiuntura fatte in quella città, e v'intervenne anche _Francesco I duca_ di Modena. Invitati quei principi da esso duca, vennero poi nel dì 10 di aprile insieme col _duca Carlo II_ e colla duchessa di Mantova a Modena. E perciocchè uno dei pregi dell'Estense era la magnificenza, trattenne egli per più dì quell'illustre brigata con suntuosi divertimenti di commedie, caccie, conviti e danze. Superbo spezialmente riuscì un torneamento a cavallo fatto nella piazza del castello, per le ricche comparse, per la rarità delle macchine, voli e battaglie: spettacolo descritto e pubblicato dalla famosa penna del conte Girolamo Graziani segretario del duca. Restò nulla di meno funestata sì allegra giornata da un sinistro accidente, cioè dalla morte di Giovanni Maria Molza cavalier modenese, il quale correndo colla lancia incontro al conte Raimondo Montecuccoli, miseramente ferito alla gola perdè tosto la vita. Sì afflitto rimase per questa disavventura il Montecuccoli, perchè suo grande amico era il Molza, che non tardò a tornarsene in Germania, dove poi divenuto generalissimo dell'imperadore, diede tanti saggi di valore e prudenza, che il suo nome passerà chiarissimo anche ai secoli avvenire.
Anno di CRISTO MDCLIII. Indizione VI.
INNOCENZO X papa 10. FERDINANDO III imperad. 16.
Nella storia ecclesiastica celebre riuscì l'anno presente per la solenne condanna fatta, nel dì 31 di maggio, da _papa Innocenzo X_ delle cinque proposizioni di _Cornelio Giansenio_ vescovo d'Ipri, accettata festosamente dai vescovi di Francia. Sì giusta fu la sentenza pontificia, sì chiara intorno a questi punti è la dottrina della Chiesa cattolica, che non osarono già i seguaci e fautori del Giansenio di mettersi a cozzare coll'autorità della Sede apostolica intorno a tal decreto; ma cangiarono batteria, pretendendo che le condannate proposizioni non esistessero nelle opere del suddetto Giansenio, morto in comunione della Chiesa. E qui ebbe principio una sedizione d'ingegni, che tante scene ha poi dato alla Chiesa di Dio, e che ora palese, ora occulta si mantien viva e pertinace tuttavia in chi, gloriandosi di essere fedel discepolo di Sant'Agostino, si abusa del suo nome per sostener dogmi riprovati dalla Chiesa di Dio. La prosperità, dell'armi spagnuole in Italia cagion fu che i Franzesi, per timore che il duca di Savoia _Carlo Emmanuele_ non si gittasse anch'egli loro in braccio, addolcirono quella corte, con cederle il possesso della fortezza di Verrua; ed altri aggiungono anche della cittadella d'Asti, occupata fin qui dalle lor armi. Alcune picciole fazioni militari si fecero dipoi tra i Franzesi ingrossati e l'esercito spagnuolo: saccheggiarono i Piemontesi sul principio di quest'anno il borgo di Sesia e poscia Serravalle; ma infine si ritirarono tutti ai lor quartieri, risparmiando il sangue a miglior uso.
Senza azione alcuna degna di osservazione passò ancora la presente campagna in Levante e in Dalmazia, quantunque la guerra turchesca durasse coi Veneziani, i quali con tutto il loro sforzo mai non mandavano tal nerbo di gente in soccorso di Candia che i lor generali potessero tentar grandi imprese. Trovavasi anche sola in questo cimento la repubblica, giacchè l'imperadore e la Polonia si studiavano di star in pace col nemico comune. Miracolo perciò era che non andassero sempre più peggiorando gl'interessi de' Veneti, troppo picciolo riuscendo al bisogno loro il soccorso delle galee del papa e di Malta. In questi tempi il duca di Mantova _Carlo II_ sostenuto dalla protezione della _imperadrice Leonora_ sua sorella, e già tutto dichiarato del partito degli Spagnuoli, ottenne di essere creato vicario imperiale in Italia: novità che servì a far crescere i disgusti fra lui e la real casa di Savoia, a cui già dai precedenti Augusti era stata conferita cotal dignità. Nè si dee tacere che per le gravissime turbolenze intestine della Francia era decaduto da qualche tempo in Italia il credito e il potere dei Franzesi. Cominciarono in quest'anno a cambiar faccia gli affari, coll'essere gloriosamente ritornato dopo l'esilio, dopo tanti oltraggi, il _cardinal Mazzarino_ a Parigi, dove ripigliò la primiera autorità presso il _re Luigi XIV_ e si diede a rimettere in buon sesto lo sfasciato regno, e a tessere delle tele anche in Italia per reprimere gli Spagnuoli. Arrivò egli in quest'anno a stabilire il matrimonio di madamigella _Anna Maria Martonozzi_ sua nipote con _Armanno principe di Contì_, fratello del Condè, cioè del gran promotore di quelle guerre civili. Col mischiare il suo col sangue reale di Francia si aprì egli la strada ad un'altra alleanza colla nobilissima casa d'Este, siccome diremo. Maritò ancora in varii tempi altre sue nipoti di casa Mancini con _Lodovico duca di Vandomo_, col _principe Eugenio di Savoia_ conte di Soissons, col _contestabile Colonna_ e col _duca di Buglione_. Ecco ciò che sa fare il senno colla fortuna congiunto.
Anno di CRISTO MDCLIV. Indizione VII.
INNOCENZO X papa 11. FERDINANDO III imperadore 17.
Pace non si godeva in Lombardia, e pur guerra non ci fu nell'anno presente; e ciò perchè tutti stavano attenti ad un gagliardo armamento marittimo che si faceva in Provenza, nè si sapea qual mira avesse questo minaccioso temporale. Venne finalmente a scoprirsi che _Arrigo di Lorena duca di Guisa_, che già dicemmo preso e poi liberato dalle carceri di Spagna meditava di tentar di nuovo la fortuna con passare nel regno di Napoli. Dopo la ribellione de' precedenti anni, molti di que' nobili aveano più tosto eletto di abbandonar la patria, che di restare esposti alla dubbiosa fede e nota crudeltà del _conte di Ognate_ vicerè, ed erano stati per questo banditi da lui. Altri ancora nel seno dello stesso regno dimoranti si rodevano di rabbia per l'aspro governo degli Spagnuoli. Però volavano da più parti lettere ed inviti al suddetto duca di Guisa, signore che per le sue obbliganti maniere avea lasciato buon nome e non pochi amici in Napoli, affinchè si presentasse con un'armata in quel regno, promettendo a lui mari e monti di assistenze e di ribellioni. In chi già s'era veduto come re in quel bel paese, nè avea mai saputo deporre il desio e forse nè pur la speranza di conquistarlo, fecero facilmente breccia i conforti e le promesse di tanti regnicoli, e il creduto universale odio di que' popoli contro gli Spagnuoli. Comunicò il Guisa il suo pensiero alla corte di Francia, che occupata da maggiori impegni non volle accudire a sì perigliosa impresa. Ottenne nondimeno favori per poter armare, ed anche intenzione di poderosi aiuti, qualora gli venisse fatto di sbarcare nel regno di Napoli, e di far conoscere un bell'aspetto di maggiori progressi. Raunato quanto danaro potè ricavar da' suoi proprii beni e dalle borse de' suoi amici, si applicò a far massa di gente e ad allestir gran copia di legni. Mal servito fu egli da chi avea tale incumbenza, perchè gran tempo si consumò in apparato, e le navi si trovarono dipoi mal corredate, nè a sufficienza fornite di marinaresca, di attrezzi e di munizioni. Arrivò l'autunno, tempo poco propizio ai naviganti; pure il duca salpò e fece vela verso il Levante. Ma eccoli le tempeste mover guerra a lui, prima ch'egli la facesse agli altri. Alcuni de' suoi legni, perchè deboli a quel conflitto, si perderono, o rimasero ben conquassati. Contuttociò a' lidi di Napoli giunse finalmente la flotta guisana, dove non si contavano più di quattro mila uomini da sbarco: armata in vero troppo lieve per conquistare un regno. Si aspettava il duca di vedere al suo arrivo fioccare a migliaia i regnicoli sotto le sue bandiere: che tali erano state le lusinghevoli promesse de' malcontenti. Poco tardò a conoscersi beffato, non trovando se non de' nemici in quelle parti.
Aveano gli Spagnuoli preveduto che il preparamento di quella flotta in Provenza avea per mira il regno di Napoli, nè mancò loro tempo per premunirsi. Il vicerè, più accorto del duca, assai conoscendo qual danno potesse provenire da tanti banditi, se giugnessero ad unirsi coi Franzesi, si applicò al saggio consiglio di richiamarli per tempo, concedendo grazia e restituzion di beni a tutti, purchè fedelmente in questa congiuntura prestassero servigio alla corona. Concorsero tutti al perdono, anteponendo il sicuro presente bene all'incerto del patrocinio franzese; e però in vantaggio di lor soli si convertì la spedizione del Guisa. Ciò non ostante, esso duca, avendo giudicato utile ai suoi disegni l'acquisto di Castellamare, colà sbarcò le milizie sue; e giacchè quel presidio alla dolce chiamata negò di rendere la città, le artiglierie cominciarono a parlargli di altro tuono. Formata la breccia, si venne ad un generale assalto, per cui in meno di sei ore con poca perdita di gente il duca divenne padrone della città e del castello. Ciò fatto, spedì egli il marchese Plessis Belieure ad impossessarsi della Sarna, e ad occupare i mulini e ponti della Persica e di Scaffati: il che avrebbe sommamente incomodata la città di Napoli. Fu creduto che se il Guisa fosse marciato a dirittura ai borghi di Napoli, avrebbe fatto progressi superiori alla comune espettazione: tanta era la costernazion degli Spagnuoli, la lor diffidenza de' Napoletani, e poche le presenti lor forze. Ma perchè gli mancarono presto i viveri, e i soldati si abbandonarono alla licenza per procacciarsene, il che fece fuggire i paesani; e perchè sopraggiunse Carlo della Gatta con grossi rinforzi, perderono in breve i Franzesi i posti occupati; ed in Castellamare, dopo aver consumato quasi tutto il biscotto, si trovarono in tali angustie, che il duca si vide forzato a rimbarcar la sua gente, e rivolgere di nuovo le prore verso Ponente. Gran fatica durò per la contrarietà del mare all'imbarco, e nel viaggio patì gravissimi disastri, ma in fine si ridusse in Provenza, con aver perduto da secento de' suoi soldati, e lasciate in preda alle onde alcune sue navi. Allora, benchè troppo tardi, imparò qual pericolo sia il solcare in certi tempi il mare, e il fidarsi di popoli tumultuanti e promettitori di gran cose in lontananza, ma poi al bisogno atterriti e mancanti di parola. Se buona piega prendevano gli affari del Guisa, pensava la Francia di spedirgli per terra un corpo di cavalleria; e perciò il Caracena nello Stato di Milano facea buone guardie a fine d'impedirne il passaggio. Andarono a monte questi pensieri per la ritirata del Guisa, restando sommamente ringalluzziti gli Spagnuoli al vedersi con tanta felicità liberi da quella temuta invasione, e confuso l'ardire dei nemici Franzesi.
Poco prosperamente camminarono in quest'anno gli sforzi della veneta repubblica nella guerra col Turco. Venuta la primavera, voglioso Lorenzo Delfino, generale della Dalmazia, di far qualche gloriosa impresa, con sei mila combattenti si portò ad assediare la forte piazza di Chnin, e cominciò a batterla. Non passò gran tempo che sopraggiunsero al soccorso cinque mila Musulmani, che obbligarono i cristiani alla ritirata. Fu questa fatta con sì mal ordine, che rimase divisa la fanteria dalla cavalleria, e perciò restarono amendue sbaragliate con perdita di circa tre mila persone, di molte insegne e cannoni: disgrazia amaramente sentita dal senato non men per lo danno sofferto, che per lo scoraggimento delle rimanenti milizie. Seguì ancora nel dì 11 di giugno ne' mari di Levante una fiera battaglia fra l'armata navale turchesca e la veneta assai inferiore di forze. Con tutta la disparità fecero maraviglie di valore i Veneziani, ed anche incendiarono alcune navi nemiche; ma più n'ebbero incendiate delle proprie, ed alcune altre rimasero prese. Grave nulladimeno essendo stato il danno degli infedeli, ciascuna delle parti, secondo il solito in simili casi, decantò la vittoria. Nè si dee tacere una curiosa avventura di questi tempi. Ad alcuni religiosi minori osservanti, il numero dei quali supera di gran lunga qualsivoglia altro ordine religioso, cadde in pensiero di sacrificar le loro vite o sull'armata navale, o in Candia, per difesa della religion cristiana. Proposto nella congregazion di Roma il loro zelo e disegno, fu approvato con alcune modificazioni, e restò disegnata più d'una città dove s'avea da unire quest'armata fratesca. Ma si frappose il duca di Terranuova ambasciatore di Spagna in Roma, facendo riflettere che portando i Francescani l'armi contra del Turco, avrebbono perduti i luoghi santi di Gerusalemme; e tanti altri dello stesso ordine, esistenti nelle missioni del Levante, sarebbono rimasti esposti alla crudeltà de' Turchi. Per tali opposizioni abortì il sopraddetto disegno. Molti maneggi avea fatto _Francesco I duca_ di Modena per passare alle terze nozze, siccome principe robusto e di delicata coscienza; ma svaniti questi, infine s'appigliò a prendere _donna Lucrezia Barberini_, nipote de' cardinali _Francesco_ ed _Antonio_, e pronipote del già _papa Urbano VIII_, con dote di mezzo milione d'oro. Tale era il credito e la potenza di quei porporati nella corte di Roma e di Francia, che intervenendovi anche gli uffizii di _papa Innocenzo X_, divenuto tutto Barberino, e del _cardinal Mazzarino_, sempre intento a procurar parziali alla corona di Francia, che il duca di Modena riguardò tal matrimonio come utile ai presenti suoi interessi. Fu poi sposata questa principessa nel seguente anno in Loreto, e fece la sua entrata nel dì 23 d'aprile in Modena. Il magnifico viaggio della medesima si truova descritto da Leone Allacci celebre letterato. Più giorni furono impiegati in sontuose feste e pubblici solazzi, e spezialmente eccitò il plauso e l'ammirazione de' folti spettatori, sì del paese che forestieri, un ingegnoso torneo, accompagnato da gran copia di strane macchine, da ogni sorta di strumenti musicali, e dallo sfarzo degli abiti, che fu in tal congiuntura eseguito dalla nobiltà modenese, esercitata allora in somiglianti spettacoli.
Anno di CRISTO MDCLV. Indizione VIII.
ALESSANDRO VII papa 1. FERDINANDO III imperad. 18.
Si vide il principio di quest'anno funestato dalla morte di _papa Innocenzo X_ più che ottuagenario, succeduta nel dì 7 di gennaio, dopo dieci anni, tre mesi e ventitrè giorni di pontificato. Principe fu di rara prudenza nel governo, savio, circospetto nel parlare, tardo a risolvere, per accettar meglio le risoluzioni, e perciò difficile nelle grazie. Prelato Datario s'era acquistato il titolo di _monsignor, non si può_. Per altro si diede sempre a conoscere amantissimo della giustizia, e alle occorrenze la esercitò, ed anche andando per Roma riceveva i memoriali de' poveri, per tenere in freno i ministri. Inclinava forte all'economia e al risparmio talmente che di lui si lagnarono forte i Veneziani, perchè non imitando egli tanti altri zelanti papi, pochissimi aiuti contribuì alla difesa dei cristianesimo nella guerra col Turco. Scusavasi esso pontefice coll'aver trovata troppo esausta la camera apostolica, e col costante desiderio di non aggravare i popoli (dal che ben si guardò), anzi di sgravarli: al qual fine avea adunata gran somma di danaro, che servì poi a tutt'altro. A riserva dell'affare di Castro, abborrì di entrare in alcun altro impegno, tenendosi amico di tutti, creduto sul principio sommamente parziale degli Spagnuoli, e sul fine tutto Franzese. Nella carestia del popolo romano provvide al suo bisogno, e lasciò insigni memorie di fabbriche nelle basiliche Lateranense e Vaticana, nel Campidoglio e in altri luoghi. Quel solo che ecclissò alquanto la gloria d'Innocenzo X fu l'aver avuto per cognata, cioè per moglie del defunto suo fratello Panfilio Panfilii, _donna Olimpia Maidalchina_, donna di gran senno bensì, e di non minore onestà ornata, ma insieme soggetta alta vertigini dell'ambizione e dell'interesse. Ancorchè non avesse ella che un figlio, cioè _don Camillo Panfilio_, atto a propagar la sua casa; pure per dominare sotto la di lui ombra a palazzo, gli fece conferir la porpora, e il titolo allora usato di cardinal padrone. Innamoratosi questi poi della principessa di Rossano, deposta la porpora, passò alle nozze; per la qual risoluzione, non approvata dalla madre, e nè pure dal papa, restò poi escluso dalla corte ed anche da Roma. Trovandosi allora il vecchio pontefice bisognoso di chi l'aiutasse a portare la pesante soma del governo, donna Olimpia ebbe campo, siccome donna virile, d'ingerirsi in tutti gli affari, di maniera che a lei faceano capo anche gli ambasciatori, e per mezzo di lei si ottenevano le grazie; per le quali vie giunse ella ad accumular tesori. Ora, al vedere nel sacro palazzo un tal dispotismo, vie più improprio, perchè di donna, tanti in fine furono gli schiamazzi, che avvedutosi il buon pontefice che ne pativa la riputazione sua, rimosse non solo dai pubblici affari, ma anche dal palazzo l'ambiziosa cognata. Effetto fu della sua saviezza una tal risoluzione, ma effetto similmente della sua debolezza l'avere di poi rimessa alquanto nella sua confidenza essa donna Olimpia, la cui fortuna si sostenne da lì innanzi finchè visse il papa, e provò poi anche dei balzi sotto il di lui successore.
Aprissi dopo l'esequie del defunto pontefice il sacro conclave, e si consumarono quasi tre mesi in discordie e dibattimenti, finchè nel dì 7 d'aprile cadde l'elezione nella persona del _cardinale Fabio Chigi_, Sanese di patria, il quale assunse il nome di _Alessandro VII_. Concorrevano in lui tali doti di pietà, di letteratura, di saviezza, che quantunque in età di cinquantasei anni, e creato cardinale solamente nel 1652, pure si trovò anteposto a tutti gli altri più vecchi porporati. Gran plauso riportò da tutti questa elezione. Sfavillava spezialmente in lui un vero zelo per la difesa della cristianità, e fu dei più caldi nel conclave a mettere fra gli obblighi del futuro pontefice, che si somministrassero gagliardi aiuti alla repubblica di Venezia, per sostenersi nella guerra a lei mossa dal comune nemico. Avea egli anche assai conosciuti e molto detestati i disordini del nepotismo, e però per quasi tutto il primo anno del suo governo stette fermo in non volere in Roma il fratello _Mario_ e i nipoti, con istupore di Roma, non avvezza a somiglianti miracoli. In Lombardia vide l'anno presente divampar di nuovo la guerra, suscitata dalla baldanzosa politica del _marchese di Caracena_ governatore dello Stato di Milano. Dappoichè era a lui riuscito di snidar da Casale i Francesi, d'impadronirsi di Trino, e di far altre imprese con felicità, e spezialmente di ridurre alla divozione di Spagna _Carlo II duca_ di Mantova, si avvisò di far lo stesso anche con _Francesco I duca_ di Modena, e di adoperarvi l'esorcismo della forza. Sul principio dunque di marzo si mosse da Cremona coll'esercito suo, seco menando un gran treno di grossa artiglieria e di attrezzi militari, e una smisurata folla di guastatori, accostandosi al Po, per entrare negli Stati del duca. Nello stesso tempo spedì a Modena il conte Girolamo Stampa ad esporre i motivi della corte di Spagna di essere poco soddisfatta degli andamenti di esso duca, il quale fortificava Brescello e la cittadella di Modena; facea massa di gente; non avea indotto il _cardinale Rinaldo_ suo fratello a dimettere, secondo i patti, la protezion della Francia; ed avea stabilito un matrimonio, ed era dietro ad un altro che non piacevano al re Cattolico. Il perchè chiedeva sicurezze della di lui fede o colla consegna di qualche piazza, o che si mandassero per ostaggi in Ispagna i figli del duca. Rispose il duca, che l'aver egli solamente due mila fanti e cinquecento cavalli, e il fortificar le sue piazze conveniva a lui per propria difesa; aver egli richiamato da Roma il fratello cardinale, e fattogli accettare il vescovato di Reggio; con altre ragioni che egli a suo tempo dedusse in un manifesto pubblicato colle stampe. Quanto poi alle bravate, se ne sbrigò con dire che si sarebbe difeso dall'ingiusta violenza altrui. Perciò non perdè tempo a spedire rinforzi a Reggio e Brescello, e il tenente generale conte Baiardi con ottocento cavalli a guardar le rive del Po.
Ma il Caracena su quel di Parma valicò il suddetto fiume: il che saputo, volò il Baiardi a Correggio, ed obbligò quel presidio spagnuolo a cedergli la piazza. Credendo il duca che il nemico esercito avesse da far pruove del suo valore contro la fortezza di Brescello, si portò colla sua nobiltà e con un corpo di fanteria a Reggio. Ma eccoli comparire il Caracena sotto quella stessa città, e bloccarla, quivi trovando chi tosto uscì a scaramucciar colle sue genti. Ora il duca, per meglio accudire a' suoi bisogni, animosamente colle sue guardie uscì nella notte del di 18 di marzo fuor di Reggio, lasciando ivi alla difesa il marchese Tobia Pallavicino; e postosi al largo, si applicò a mettere in armi tutte le sue cernide, e fatti venir di qua dall'Apennino i valorosi suoi Garfagnini, si preparò per soccorrere la minacciata città di Reggio. Interpostosi il duca di Parma per un aggiustamento, trovò così alte le pretensioni del superbo Caracena, che l'Estense con disdegno le rigettò, e andò a terra ogni trattato. Non erano le forze degli Spagnuoli, quali sul principio la fama decantò; laonde il Caracena, scorgendo aumentarsi ogni dì più quelle del duca, e la guarnigion di Reggio far delle frequenti sortite con danno de' suoi, nella notte del dì 22 di marzo con precipitosa ritirata levò il campo, e se ne tornò colla testa bassa a ripassare il Po, dopo aver fatto divenire nemico aperto un principe dianzi solamente amico sospetto. E di questa violenza riportò bene il Caracena l'universale biasimo, siccome il duca Francesco gran lode per la sua intrepidezza. Fu di poi esso Caracena richiamato e spedito in Fiandra a riparar la riputazione perduta. Ai primi rumori dell'armi suddette avea l'Estense spedito a Torino e a Parigi per ottener soccorsi. Di tal congiuntura si prevalse il _cardinal Mazzarino_ per conchiudere il matrimonio di _donna Laura Martinozzi_, sua nipote, e sorella del principe di Contì, col _principe Alfonso_ primogenito d'esso duca Francesco I: alleanza a cui fin qui avea trovato il duca delle difficoltà. Promise il cardinale una gagliarda assistenza dell'armi franzesi all'Estense, e seguì a Compiegne lo sposalizio con gran solennità della corte reale nel dì 27 di maggio. Giunse questa principessa a Modena nel dì 16 di luglio, e riuscì poi donna superiore al suo sesso. Alle allegrezze della casa d'Este s'aggiunse ancora il giubilo della nascita d'un principino figlio del duca Francesco, a cui fu posto il nome di _Rinaldo_; ed a lui, benchè terzogenito, Dio riserbò la conservazione e la propagazione del nobilissimo sangue estense.
Attenne il _cardinal Mazzarino_ la sua promessa, ed ecco giugnere nel mese di giugno in Piemonte un'armata, che unita colle milizie del duca di Savoia si fece ascendere a diciotto mila fanti e sette mila cavalli. La politica e la fama accrescono sempre il nerbo degli eserciti. Ne prese il comando il _principe Tommaso_ di Savoia, come generale dell'armi di Francia. Nel dì 8 del mese suddetto, avendo egli felicemente passato il Ticino, colle scorrerie portò la costernazione sino a Milano, da dove i benestanti cominciarono a salvarsi col loro meglio in altri paesi. Si mosse intanto anche il duca di Modena con più di quattro mila fanti e mille cavalli per unirsi ai Franzesi; e perciocchè le maggiori istanze del principe Tommaso erano che egli menasse al campo munizioni da guerra, inviò colle genti sue una processione di novecento carra tirate da due o tre paia di buoi, con diciotto pezzi d'artiglieria, e con quanto occorreva per imprese militari. Giunto egli al campo, si trattò di assalir qualche piazza, e il duca voleva che si cominciasse da Lodi, di facile conquista; ma chi più potea determinò l'assedio di Pavia, a cui fu dato principio nel dì 24 di luglio. Non mi tratterrò io in descriverne le particolarità, dopo averne abbastanza parlato nelle Antichità Estensi. Basterà al lettore il sapere che bella difesa fecero gli Spagnuoli e Pavesi, e che il duca di Modena colpito alla sfuggita da una palla di falconetto nelle spalle, con ampia ferita gli portò via la carne e gli scheggiò l'osso, fu in pericolo della vita; e che quell'assedio infelicemente progredì, avendo di tanto in tanto lasciato entrar dei soccorsi nella città il principe Tommaso. Era egli figlio del _duca Carlo Emmanuele_ seniore, cioè del maggior politico de' suoi tempi, e seppe ben profittare della di lui scuola. Per attestato d'Alberto Lazzari, quand'egli fu del partito spagnuolo, seppe ben servire i Franzesi; e quando comandò l'armi franzesi, non dimenticò di prestar servigio agli Spagnuoli. In una parola, all'avviso che fossero sbarcate al Finale alcune migliaia di combattenti spediti da Spagna, l'esercito franzese, già molto infievolito per le diserzioni e malattie, trovandosi anche infermi il duca e il principe, quasi preso da timor panico, disordinatamente ed in fretta si ritirò nel dì 15 di settembre da quell'assedio, lasciando indietro alquanti pezzi di cannone, seicento sacchi di farina, non poche bagaglie e molti attrezzi da guerra. Il _principe Tommaso_, condotto colla febbre in corpo a Torino, finì di vivere nel dì 22 di gennaio dell'anno seguente 1656. Fu portato il ferito _duca di Modena_ ad Asti, dove dopo tre mesi riavuta la sanità, passò a Torino, e di là poi prese le poste alla volta di Parigi. Colà giunto nel dì 27 di dicembre, incredibili carezze ricevette dal re Cristianissimo e dal cardinal Mazzarino, ben persuasi che egli dicea daddovero nel servigio della corona di Francia.
Fu in quest'anno che _Carlo Emmanuele II_ duca di Savoia fu inquietato dalla ribellion dei Barbetti, eretici valdesi, abitanti nelle valli di Luzerna, San Martino, Angrogna e Perusa. Le insolenze di costoro contra dei cattolici e la lor disubbidienza agli editti del sovrano arrivarono finalmente ad un'aperta sedizione; laonde quella corte fu obbligata a spedir colà il marchese di Pianezza con fanteria e cavalleria, e poscia il marchese Galeazzo Villa, per mettere in dovere gli ammutinati. Costoro si ritirarono all'alto delle montagne in siti fortissimi, e però seguirono stragi, incendii e saccheggi. Tante doglianze poi fecero costoro negli Svizzeri, in Olanda, Inghilterra e fra gli ugonotti di Francia, che in lor favore si mosse o con uffizii o con gente tutta la razza de' protestanti, di maniera che, temendo la Francia che s'accendesse per questo una gran guerra, giudicò meglio d'interporsi, e di condurre le controversie ad un accomodamento con riputazione di quella di Torino. Mancò di vita nel marzo di quest'anno _Francesco Molino_ doge di Venezia, ed ebbe per successore nel dì 25 d'esso mese _Carlo Contarino_. Non poche prodezze fecero l'armi venete nella guerra co' Turchi. _Francesco Morosino_, capitan generale dell'armata navale, espugnata l'isola d'Egina, ne condusse via circa quattrocento schiavi. Nel dì 23 di marzo si portò ad espugnare la città di Volo sulle coste della Macedonia, e se ne impadronì colla forza, asportandone venti cannoni di bronzo e sette di ferro, con prodigiosa quantità di biscotti, e lasciando in preda alle fiamme la misera città. Ma di gran lunga maggiore fu la gloria riportata da lui nell'atroce battaglia di mare che seguì ai Dardanelli, nel dì 21 di giugno, fra la veneta armata e quella de' Turchi. Ne riportarono i cristiani una insigne vittoria. Undici tra vascelli e galee turchesche rimasero incendiate; altrettante o si affondarono o perirono al lido colla morte di circa sette mila infedeli; tre lor legni con più di secento persone rimasero in poter de' Veneziani. Nel dì seguente trovate alla spiaggia altre navi turchesche spogliate di genti e cannoni, furono incendiate. Per quasi due mesi tenne dipoi il Morosino l'assedio a Napoli di Romania, ma non potè ridurlo alla sua ubbidienza. Gli riuscì bensì di prendere Megara, che fu saccheggiata e data in preda al fuoco. Gran bottino fecero ivi i soldati, e ne furono asportati tredici grossi cannoni e gran copia di grano. Secondo il Guichenon, nell'ottobre di quest'anno giunse a Torino l'incomparabil donna _Cristina Alessandra_ regina di Svezia, che avea dato un calcio al regno, ed abbracciata la religione cattolica. Ricevette ella di grandi onori dalla corte di Savoia; ed imbarcatasi per Po, venne a Ferrara e Bologna; e proseguendo il viaggio per tutto lo Stato ecclesiastico, accompagnata sempre dal famoso letterato Luca Olstenio canonico di San Pietro, mandatole incontro dal papa, pervenne nel dì 19 di dicembre a Roma. Solenne fu il suo ingresso in quella gran città, indicibile il plauso e l'allegrezza della sacra corte: il papa e i cardinali non lasciarono indietro dimostrazione alcuna di stima verso questa nuova eroina.
Anno di CRISTO MDCLVI. Indizione IX.
ALESSANDRO VII papa 2. FERDINANDO III imperad. 19.
Erasi portato _Carlo II duca_ di Mantova nel verno di quest'anno a Parigi per rimettersi, se potea, in grazia di quella corte, perchè, al mirare ingagliarditi i Franzesi in Lombardia, gli tremava il cuore. Se ne tornò egli in Italia poco, secondo le apparenze, aggustato, perciocchè continuò a seguitare il partito spagnuolo. Alla corte d'esso re Cristianissimo s'era, come dicemmo, trasferito anche _Francesco I duca_ di Modena, e dopo aver concertato quanto occorreva per la campagna dell'anno presente, carico di doni, e col titolo di generalissimo delle armate di Francia in Italia, sen venne pel Genovesato, e giunse a Modena nel dì 20 di febbraio. A militare con lui e sotto di lui venne anche il duca di Mercurio. Sul principio di giugno ito esso duca di Modena a prendere il comando dell'armata Franzese, con cui si unì anche il giovane marchese Villa colle truppe del duca di Savoia, dopo aver minacciato varie altre piazze dello Stato di Milano, all'improvviso andò a mettere l'assedio alla fortezza di Valenza presso il Po. La piazza era forte, valorosi i difensori; azioni ben calde si fecero sotto di essa, nelle quali ebbe il duca Francesco il dispiacere di perdere due dei suoi primi e migliori uffiziali, cioè il conte Gian-Maria Broglia e il marchese Tobia Pallavicino. Ma più sensibile disavventura provò egli appresso, perchè avendo molto prima gli Spagnuoli ricuperato il castello di Arena, e saputo che da Modena veniva al campo franzese un corpo di quattro mila tra fanti e cavalli, comandati dal duca di Birone e dal conte Giam-Batista Baiardo tenente generale d'esso duca; il _cardinal Teodoro Trivulzio_, a cui pro interim dopo la partenza del marchese di Caracena stava appoggiato il governo di Milano, segretamente fece sfilare alla volta di quel castello molte brigate di soldati. Poste queste genti in aguato a Fontana-santa verso i confini del piacentino, allorchè colà giunse senza alcuna ordinanza la soldatesca gallo-estense, l'assalirono, la sbaragliarono, fecero mille e ducento prigioni, fra i quali lo stesso conte Baiardo, a cui nulla giovò il far quanta difesa potè, perchè il duca di Birone coi suoi secento cavalli se ne andò, lasciando lui alla discrezion de' nemici. Questa non lieve percossa punto non isgomentò il duca di Modena, che più vigorosamente che mai continuò gli approcci sotto Valenza. Ma perciocchè pel mantenimento dell'armata abbisognava troppo di un convoglio di viveri, e gli Spagnuoli con tutte le lor forze erano passati alla Gerola: il duca all'improvviso, lasciata nelle linee l'occorrente milizia, marciò col resto dell'esercito contra d'essi Spagnuoli, risoluto di dar loro battaglia. Non vollero eglino questo giuoco, ed onoratamente lasciarono passare il convoglio, che fu la vita del campo franzese sotto Valenza. Giunto poscia al governo di Milano il _conte di Fuensaldagna_, fece ogni possibile sforzo per ispignere soccorsi in quella piazza, e gli venne fatto una volta d'introdurvi alquanti soldati. Gli altri tentativi riuscirono per lui dannosi; sicchè in fine fu obbligato quel presidio, nel dì 7 di settembre, a capitolar la resa. Corse un gran pericolo nell'anno presente il duca di Modena a cagion dei potenti maneggi degli Spagnuoli alla corte dell'imperadore _Ferdinando III_, avendo eglino indotto quell'Augusto a spedir proclami contra dello stesso duca, quasichè il far guerra agli Spagnuoli fosse causa concernente il romano imperio. Raunati poi dodici mila Tedeschi, gli spedì esso Augusto in Italia, e già si aspettava la gente di veder piombare questo fulmine sugli Stati del duca Francesco, rimasti affatto sprovveduti di difesa. Ma giunta quella gente nel Tirolo, insorsero dissensioni fra gli uffiziali, e buona parte si sbandò, in maniera che appena quattro mila ne pervennero a Milano, senza essere a tempo di soccorrere Valenza. Fu creduto che il senno e l'oro del duca di Modena dissipasse quel minaccioso temporale. Posta poi ai quartieri d'inverno l'armata, sul fine dell'anno passò di nuovo l'Estense a Parigi, ed arrivò colà nel dì 6 di gennaio.
Videsi meglio in quest'anno qual mutazione d'umori possa far la mutazion degli onori. S'era ognuno promesso grandi esempii di virtù nel _pontefice Alessandro VII_. Siccome dicemmo, niuno più di lui avea declamato contro gli abusi del nepotismo, allorchè era cardinale; questo tenore ancora seguitò ad essere per alquanti mesi. Non volle in Roma il fratello e i nipoti; niun privato interesse compariva in lui; sprezzava le cose caduche di questa vita; davanti agli occhi teneva le memorie della sua morte, e le vite e le azioni dei più insigni romani pontefici. Ma da sì belle massime si allontanò egli alquanto dipoi, perchè, non potendo più reggere alla tentazione, chiamò alla corte _don Mario Chigi_ suo fratello e i lui figli, e in mano loro mise i pubblici affari. Si figurò egli di aver posta una gran briglia ai parenti, coll'aver confermata ed armata di maggiori pene una bolla di papa _Gregorio XIII_ che vieta il promettere e il prendere regali per qualsivoglia giustizia e grazia nella corte romana; quasichè chi ha le briglie in mano non possa facilmente defraudare la santa intenzione dei legislatori; e le coscienze poco scrupolose non sappiano trovar ragioni per credere non fatte per loro le stesse leggi della natura e di Dio. Questo inaspettato risarcimento di nepotismo fece cangiar linguaggio a' fabbricatori di prognostici intorno a questo pontificato. Fra gli altri allettato il celebre _P. Sforza_ Pallavicino, che fu poi cardinale, dal bell'aspetto di quei primi mesi, s'era già messo a scrivere la Vita dello stesso pontefice. Ma da che vide la metamorfosi suddetta, gli cadde la penna di mano, e lasciò questa cura a chi fosse di stomaco diverso dal suo. Ma spezialmente ebbero a dolersi di questo papa i Veneziani, come abbiamo dalle Storie del senatore Andrea Valiero e del signor Graziani; perchè avendo egli cardinale nel conclave scritto di sua mano il decreto obbligante il futuro pontefice a somministrar a sue spese un corpo di galee e tre mila fanti in difesa di Candia, divenuto poi papa, trovò mille difficoltà, e nè pur si indusse a darne un migliaio, con ristringere nell'ultimo tutta la sua liberalità a spedire in aiuto de' Veneziani quattro sole galee. Poca durata fece nel trono ducale di Venezia _Carlo Contarino_ essendo egli stato chiamato all'altra vita nell'anno presente. Ebbe per successore _Francesco Cornaro_, il cui ducato non si stese che a soli venti giorni. In luogo suo fu poi eletto doge _Bertuccio Valiero_.
Era solita l'armata navale veneta ogni anno di postarsi alle bocche de' Dardanelli, per impedirne l'uscita alla turchesca. Avvenne che nel dì 26 di giugno comparve colà Sinan bassà con gran flotta, risoluto di passare senza chieder licenza a' Veneziani. Però si venne a un terribile conflitto. Era composta l'armata veneta, sotto il comando di _Lorenzo Marcello_ capitan generale, di venticinque vascelli, altrettante galee e sette galeazze, oltre a sette galee de' bravi Maltesi. Per due ore di ostinato combattimento fu incerta la vittoria, finchè sopraffatti i Turchi dal valor dei cristiani, rincularono, cercando colla fuga di sottrarsi al cimento. Inseguiti si precipitavano in mare per salvarsi a nuoto. Molte lor navi rimasero divorate dal fuoco, altre si ruppero a terra. Tredici galee inoltre, sei vascelli e cinque galeazze vennero in poter de' Veneziani, colla morte, per quanto fu creduto, di dieci mila di quegl'infedeli, colla liberazione (se pur tanto si può dire) di cinque mila schiavi cristiani, e coll'acquisto di gran copia d'artiglierie e di attrezzi militari, ricavati dalle abbandonate navi alle quali fu dipoi appiccato il fuoco. Fu questa la più insigne vittoria riportata da' Veneti nella presente guerra; se non che restò essa funestata dalla morte dello stesso capitan generale Marcello. Dopo un sì fortunato successo, espugnarono i cristiani l'isola e rocca di Tenedo, dove lasciarono buon presidio. Altrettanto fecero all'isola e città di Lenno. Provò in quest'anno l'Italia il flagello della peste, che portata dalla Sardegna a Napoli, quivi cominciò ad incrudelire, e passò anche a Roma, dove diede campo al pontefice di usar ogni possibil precauzione e di soccorrere l'afflitto popolo con abbondanti limosine. Sì terribil fu questo malore, che desolò alcune città. Nella sola metropoli di Napoli corse voce che perissero più di ducento ottantacinque mila persone. In Roma, per le tante diligenze di quei magistrati ve ne mancarono solamente ventidue mila, e nello Stato ecclesiastico circa cento sessanta mila. Passò in quest'anno per Genova e Milano _don Giovanni_ d'Austria, figlio illegittimo del re Cattolico, inviato in Francia al comando di quelle armi.
Anno di CRISTO MDCLVII. Indizione X.
ALESSANDRO VII papa 3. FERDINANDO III imperad. 20.
Fu questo l'ultimo anno della vita di _Ferdinando III imperadore_, rapito dalla morte nel dì 2 d'aprile in età di quarantanove anni. Non vi fu bisogno di bugie per tessere uno splendido elogio a questo monarca: tale e tanta fu sempre in lui la pietà e il timore di Dio, l'integrità de' costumi, le prudenza e rettitudine del suo governo. Lasciò vedova la imperadrice _Leonora Gonzaga_, terza fra le sue mogli. Di varii figliuoli lo arricchirono i suoi matrimoni, ma non lasciò dopo di sè vivente se non _Leopoldo_, nato nel dì 9 di giugno dell'anno 1640, già coronato re d'Ungheria e di Boemia, che succedette negli Stati ereditarii del padre, e giunse nell'anno seguente a conseguir lo scettro del romano imperio. Apertamente si dichiarò sul principio di questo anno _Carlo II Gonzaga_ duca di Mantova del partito spagnuolo, invanito forse del pomposo titolo di generale dell'armi dell'imperadore in Italia, a lui procurato da' ministri del re Cattolico, i quali speravano con questo chiodo di ribattere l'altro di _Francesco I d'Este duca_ di Modena. Si studiò il Mantovano coll'usuale sparata di un manifesto di giustificar questa sua risoluzione, e di far comparire la necessità di cacciar dall'Italia i Franzesi. Ma si trovò egli in breve ben deluso, perchè mancò di vita l'imperador Ferdinando, e pochissima gente gli potè venir di Germania; e s'egli avea fatto i conti d'ingoiar gli Stati dell'Estense, gliene passò presto la voglia. Erasi portato, siccome dicemmo, il duca di Modena alla corte di Parigi, per concertar le operazioni della futura campagna; e siccome nelle sue vene scorreva il sangue della real casa di Savoia, per essere figlio dell'_infanta Isabella_, ed era perciò premuroso de' vantaggi del duca _Carlo Emmanuele II_ suo cugino; così col suo credito fiancheggiò in maniera le istanze di lui, per riavere dalle mani de' Franzesi la cittadella di Torino, che ne riportò l'ordine dell'evacuazione dal re Cristianissimo. Con questo arrivò, nel dì 7 di febbraio, a Torino, e nel dì 10 seguì la consegna d'essa cittadella con immensa consolazione di quella corte e popolo. Calarono in questi tempi dalla Germania tre mila fanti e mille e cinquecento cavalli al servigio del duca di Mantova, con cui unitosi il _conte Fuensaldagna_ governator di Milano, nella primavera con quante forze potè andò a prender varii posti intorno a Valenza, ardendo di voglia di ricuperar quella fortezza. Furono in breve sturbati i suoi disegni, perchè il duca di Modena, dopo avere ricevuti dalla Francia nuovi rinforzi di gente, guidati dal _principe di Contì_, uscì in campagna, ed entrato nel Monferrato, ordinò al giovine marchese Villa di assalire il castello di Monteglio, che si rendè con buoni patti. Quindi passò il duca con esso principe all'assedio del forte passo e castello di Non, ossia Annone, dove trovò una guarnigione di settecento uomini, che, dopo essersi bravamente difesa, nel dì 8 di giugno restò prigioniera di guerra. Quel comandante barone di San Maurizio Borgognone servì col cambio a fare restituir la libertà al conte Baiardo uffiziale primario del duca. Dacchè fu preso Montecastello, e portato soccorso di viveri a Valenza, che per iscarseggiarne si trovava in pericolo, s'inoltrò l'armata franzese sul Tortonese, per ricevere un rinforzo di due mila fanti e di mille e ducento cavalli, provenienti da Modena, e condotti dal _principe Alfonso_ primogenito del duca, e dal _principe Borso_ suo zio.
Fu poscia progettato ed impreso lo assedio d'Alessandria, città popolata e forte; e dato principio nel dì 17 di luglio alla circonvallazione e agli approcci. Dentro v'era un gagliardo presidio di fanteria, a cui si aggiunsero ancora cinquecento cavalli; e gli stessi cittadini animosamente accorsero alla difesa per l'odio che portavano al nome franzese. Viene diffusamente descritto questo assedio dal conte Gualdo Priorato nella vita dell'_Augusto Leopoldo_. Altro non ne dirò io, se non che nel dì 6 d'agosto avendo tentato gli Spagnuoli con tutto il nerbo del vicino esercito loro d'introdurre soccorso in quella città, seguì un'azione di gran valore da ambe le parti, e di molto sangue, spezialmente degli Spagnuoli, che furono vigorosamente respinti, essendosi in sì pericoloso frangente segnalati per la loro intrepidezza fra le moschettate il _duca Francesco I_ di Modena, e i suoi due figli _Alfonso_ ed _Almerigo_, con venire attribuito sopra tutto il buon esito di quella giornata al _principe Borso d'Este_, veterano nel mestier della guerra, che da lì a pochi mesi giunse al fine del suo vivere. Gravemente ferito restò in tal congiuntura il marchese Villa. Ma perchè la sola mente del saggio duca non potè condurre quell'assedio; oltre di che per le morti ed anche per le diserzioni era scemato forte l'esercito, e l'oste nemica difficultava molto il trasporto delle vettovaglie e de' foraggi; gli convenne in fine desistere da quell'impresa, e levare il campo nel dì 19 d'agosto. Restò forte di cavalleria, ma smilzo affatto di fanteria l'esercito franzese, laddove lo spagnuolo abbondava di fanti, e si trovava povero di cavalli. Perciò niun'altra impresa tentarono essi Franzesi, e andarono a reficiarsi alle spese de' loro nemici nella Lomellina e sul Novarese. Ma nel mese di dicembre, quando meno ognuno se l'aspettava, essendo già tornato in Francia il principe di Contì, ecco che il duca Francesco mette in marcia tutto l'esercito per venire sul Piacentino. Fu perseguitato nel viaggio da dirotte pioggie, trovò nel cammino orridi fanghi, ed i fiumi rigogliosi di acque. Niuno ostacolo potè fermare i suoi passi, di modo che sul fine dell'anno giunse egli con tutte le schiere sul suo Stato di Reggio. Non sapevano intendere i curiosi il vero motivo di questo suo difficile viaggio in istagione tanto disadatta, ma sul principio dell'anno seguente si svelò questo arcano.
Continuando l'ostinata guerra dei Turchi contra de' Veneti, si udì che in Costantinopoli si faceva un armamento maggiore del solito: il che nondimeno nulla sgomentò la costanza della repubblica. Incontratosi il capitan generale Mocenigo in quattordici navi grosse barbaresche, incamminate per unirsi all'armata turchesca, nel dì 2 di maggio le assalì. Dopo duro contrasto con que' Barbari, più usati degli altri alle battaglie, ne ridusse quattro in suo potere; tre altre andarono a rompere a terra, che furono poi incendiate; le restanti si salvarono colla fuga. Considerabile riuscì poscia lo acquisto fatto da essi Veneti a forza di armi del porto e della fortezza di Suazich, dove buona preda si fece di saiche turchesche, d'un vascello barbaresco e di molta roba, e ne furono menati via venticinque grossi cannoni, tolti una volta a' medesimi Veneti, come appariva dalle arme. In una dubbiosa zuffa co' Turchi perdè ancora in quest'anno la vita il _general Mocenigo_, e perì d'un incendio la sua nave capitana. Fu poi ricuperata da' Musulmani l'isola di Tenedo; l'altra di Lenito corse la medesima sfortuna, tornando per forza alla lor ubbidienza. Niun altro fatto rilevante seguì in quelle parti. In sì grave e pericoloso impegno abbisognava assaissimo la veneta repubblica de' soccorsi del pontefice, mostratosi fin qui alquanto sordo alle loro preghiere. Di tal congiuntura si prevalse _papa Alessandro VII_, aiutato ancora dai caldi uffizii del re Cristianissimo, per indurre il senato veneto a rimettere in Venezia e nelle altre città i religiosi della compagnia di Gesù. Favorevole fu il decreto; laonde dopo cinquant'anni di esiglio ritornarono essi padri colà a coltivar la vigna del Signore. Applicò il pontefice in sussidio dell'armi venete i beni dei conventini aboliti in quello stato, e i conventi degli ordini religiosi de' crociferi e di Santo Spirito, da lui suppressi, con altre grazie. Era passata nel precedente anno da Napoli e da Roma la peste a Genova. Quivi nel presente fece ella una orrida strage per la strettezza delle case e strade di quella popolata città; entro la quale, senza parlare del territorio, si fece conto nel mese di settembre che fossero perite settanta mila persone.
Anno di CRISTO MDCLVIII. Indizione XI.
ALESSANDRO VII papa 4. LEOPOLDO imperadore 1.
Nella dieta dell'imperio a molte dispute fu sottoposta l'elezion del nuovo imperadore, non tanto pei maneggi dei Franzesi, affinchè si staccasse dalla casa d'Austria la corona imperiale, quanto ancora per la speranza nata negli elettori di potere in tal congiuntura condurre alla pace la Francia e la Spagna. Ma svanito il pio disegno, restò finalmente eletto imperadore _Leopoldo Ignazio_, re d'Ungheria e Boemia, figlio del defunto Augusto, nel dì 18 di luglio dell'anno presente, con plauso universale per le sue belle doti. Era egli in età di diciotto anni. Giunse, siccome dicemmo, sul fine dell'anno precedente l'esercito franzese, condotto da _Francesco I_ duca di Modena, sul Reggiano. Consisteva in sette mila fanti e cinque mila ed ottocento cavalli. Sul principio di questo anno passò quell'armata il Po, non essendo giunti a tempo gli Spagnuoli per impedirle il passaggio, e andò a prendere i quartieri d'inverno nelle ubertose ville del Mantovano, e massimamente in Viadana e ne' luoghi circonvicini. Rigorosi ordini pubblicò il duca, perchè a niuno si facesse violenza, e si vivesse con quiete come in paese non nemico, esigendo nondimeno gli occorenti viveri e foraggi per l'armata. Fu da molti creduto che _Carlo II_ duca di Mantova tra per la morte dell'imperadore _Ferdinando III_, per cui restarono sconcertate le sue misure, e per vedere esposto il Monferrato alla vendetta de' Franzesi, avesse già segretamente concertata la maniera di uscir di impegno con gli Spagnuoli, stante la necessità di sottrarsi a maggiori pericoli. Ma con sì fatta opinione non s'accorda il saper noi ch'esso duca accettò in questi tempi presidio spagnuolo nel borgo di San Giorgio di Mantova, e cercò aiuti da ogni parte. Contuttociò, o sia che al Gonzaga non piacesse di veder posto il teatro della guerra nelle viscere de' suoi Stati, o che concorressero altri politici riflessi; certo è ch'egli si vide finalmente ridotto ad accettare la neutralità, per cui si obbligò di non offendere da lì innanzi gli Stati del duca di Modena, e di non far guerra ai Franzesi; e vicendevolmente dagli altri fu promesso a lui lo stesso: con che, se non divenne amico della Francia, almen cessò di esserle nemico. Fortuna fu del Gonzaga d'incontrarsi in un generoso principe, qual fu Francesco I di Este, perchè altrimenti correa pericolo di perdere Mantova. E ciò perchè Angelo Tarachia primo ministro suo, traditore, per quanto scrive più d'uno storico, esibì al duca di Modena d'introdurre in Mantova i Franzesi; ma il magnanimo Estense volle veder quel principe corretto, ma non rovinato. Intanto la corte di Savoia, che non si credea tenuta a questo accordo, ben informata che l'importante fortezza di Trino si trovava con poco presidio spagnuolo e mal guardata, nella notte precedente al dì 20 di luglio segretamente spedì colà il giovane marchese Villa con tre mila e cinquecento tra fanti e cavalli, che sorprese le principali fortificazioni nella piazza, ed obbligò il comandante spagnuolo a capitolarne la resa. Il duca di Mantova, che ne riteneva la giurisdizione, fece perciò delle gravi doglianze che a nulla servirono; ed ebbe appresso la mortificazion di ricevere una lettera dal collegio elettorale nel dì 4 di giugno, vietante a lui l'intitolarsi generale dell'imperadore e vicario dell'imperio.
In esecuzione del concordato premeva al duca di Modena di liberare il Mantovano dal peso delle truppe franzesi; e però da che ebbe rinforzato l'esercito con forze nuove, parte raccolte in Modena, e parte venute di Francia, sul fine di giugno pel Cremonese, dando il sacco fino alle porte di quella città, andò cercando la maniera di passare il grosso fiume dell'Adda. Eran le rive opposte ben guernite di combattenti, colà spediti dal conte di Fuensaldagna; e troppo ardita impresa si scorgeva il tentarne il passaggio. Fortunatamente riuscì ad alcuni pochi Franzesi di valicar quel fiume a Cassano, e di fortificarsi nell'altra riva, di modo che trasse colà tutta l'armata, e, gittato un ponte, passò. Da incredibil confusione e spavento per questa impensata felicità dei nemici restò preso l'esercito spagnuolo, e il Fuensaldagna, insospettito di qualche intelligenza in Milano, colà con tutte le sue forze frettolosamente si ritirò. Allora il duca di Modena animosamente diede la marcia all'esercito suo, e per mezzo del Milanese, e fin passando presso le porte di Milano, andò al Ticino, e dopo averlo valicato, senza perdere tempo, cinse d'assedio la fortezza di Mortara: azioni tutte che fecero salir alto il suo nome, e il concetto del suo valore e senno. Resistè quella piazza sino al dì 25 d'agosto, in cui fu obbligata a rendersi: con che la fertile pianura della Lomellina restò esposta ai comandi de' Franzesi. Ma che? nell'auge di tanta gloria eccoti cadere infermo _Francesco I d'Este_ duca di Modena, oppresso dai patimenti e dalle fatiche passate, o pure avvelenato dalla cattiva aria di Mortara. Fu portato a Sant'Ià, dove fu a visitarlo _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia, e nel dì 14 d'ottobre di questo anno fra le braccia _del principe Almerigo_ suo figlio, e dei suoi cortigiani che si disfacevano in lagrime, con quel medesimo coraggio che egli avea sempre mostrato nelle azioni guerriere, rendè l'anima al suo creatore in età di quarantotto anni, un mese e nove giorni. Comune opinione fu, che s'egli non fosse stato rapito da morte cotanto immatura, l'Italia avrebbe avuto in lui un generale d'armate da paragonarsi coi primi. Nè io mi fermerò a descrivere il corteggio delle tante virtù che si adunavano in questo principe, la principal delle quali fu la pietà, perchè ne ho detto quanto occorre nelle Antichità Estensi, e può leggersi il giusto suo elogio nelle Storie del conte Gualdo Priorato, di Francesco Vigliotto, nell'Idea del principe del padre Gamberti della compagnia di Gesù, e presso altri scrittori. Solamente dirò, aver egli comperata ben caro la gloria umana, perchè di tanto suo servigio prestato alla corte di Francia, nè egli nè la sua casa riportarono veruna ricompensa, o almen non tale che pareggiasse la gran copia di spese e debiti fatti in occasione di queste guerre, a saldare i quali fu poi necessaria l'alienazion di assaissimi allodiali. Lasciò il duca Francesco dopo di sè tre figli: _Alfonso, Almerigo_ e _Rinaldo_, e nel dominio degli Stati a lui succedette il primogenito, che si nominò _Alfonso IV_.
Altra azione meritevole di memoria non passò dopo la presa di Mortara; se non che i Franzesi entrarono in Vigevano, e ne distrussero le fortificazioni; il conte di Fuensaldagna mandò improvvisamente un corpo di gente a dar la scalata a Valenza, ma con trovar vigilanti i Franzesi, e tornarsene indietro senza voglia di ridere. Nel novembre di quest'anno l'essere venuto a Lione il _re Luigi XIV_ col _cardinal Mazzarino_ diede un buon pascolo alla curiosità dei politici per indovinarne il motivo. Si portò colà la maestà sua a visitare _Cristina duchessa_ di Savoia, madre del duca Carlo Emmanuele II, zia d'esso re, e principessa di mirabil senno e vivacità di spirito, menando seco le due sue figlie, cioè la _principessa Luigia_ vedova del _principe Maurizio_ di Savoia, e la _principessa Margherita_ nubile. Mentre madama reale era in trattato di accasar quest'ultima figlia con _Ranuccio II Farnese duca_ di Parma, non lasciava ella di trattar colla corte di Francia, per farla regina: e tale era la beltà di questa principessa che potea fare un dolce incanto agli occhi del re. Si trovavano veramente le mire di questo giovine monarca rivolte all'infante di Spagna _Maria Teresa_: pure perchè tuttavia s'interponevano gravi ostacoli a quel maritaggio e alla pace col re Cattolico, seguì accordo con madama Reale, che se per tutto il mese di maggio prossimo venturo il re non chiudeva il suo maritaggio coll'infanta suddetta, egli sposerebbe la principessa Margherita di Savoia. Si servì l'accorto Mazzarino di queste apparenze per tirar gli Spagnuoli nel suo disegno. In fatti si ultimò poi la pace colla Spagna, e le speranze della principessa di Savoia andarono a terminare nell'accasamento col duca di Parma. Non sarà discaro ai lettori di apprendere una particolarità spettante al cardinale suddetto, la quale truovo io nella sua vita manoscritta, stesa in sestine da Giuseppe Sellori Romano, stato suo familiare di gran confidenza. Cioè nel suo appartamento del Louvre fece egli in quest'anno per tre mesi fare un maraviglioso apparato di tappezzerie, vasi d'oro e d'argento, lampane, pitture, ed altri mobili di rara ricchezza, con ingegnoso compartimento, fatto dal signor di Colbert. V'era una gran credenza, sulla quale stavano i premii per un lotto, cioè vasi d'oro e d'argento d'ogni sorta, orologi, guantiere gioiellate, scrigni, corone, anelli, croci, scatole e simili preziosi lavori ad ornamento spezialmente del sesso femminile. A più di cento mila scudi romani ascendeva il valore di questi premi. Alla funzione, nel dì 4 di aprile, intervenne il re, la regina madre, con tutti i principi, principesse e gran signori e dame di corte. Furono da madamigella Ortensia Mancini tirati a sorte i bollettini del lotto, due pel re ed altrettanti per la regina, ed uno per gli altri; e così fu distribuito tutto quel valsente, con ammirar tutti la rara munificenza di questo porporato italiano.
Diede fine ai suoi giorni nel presente anno il doge di Venezia _Bertuccio Valiero_, e fu alzato a quel trono _Giovanni Pesaro_. Offeriva il gran signore la pace alla Veneta repubblica, purchè gli fosse ceduta l'isola di Candia: condizion troppo dura, ma che nondimeno fu proposta nel senato, il quale si sentiva stanco ed esausto per sì lunga e dispendiosa guerra. Pure prevalse il parere de' più coraggiosi di non cedere all'imperioso tiranno. Da sì generosa risoluzione commosso il pontefice e i più ricchi de' cardinali, e spezialmente _Francesco Barberino_ e _Flavio Chigi_, ed alcuni baroni romani, fecero a gara per prestare soccorso ai Veneti. Perciò, oltre alle dodici galee del papa, di Malta e di Toscana, furono spediti ad unirsi alla loro armata altri dieci vascelli provveduti da essi porporati e baroni alle spese loro. Il _cardinal Mazzarino_ ancor egli mandò un regalo di cento mila scudi alla repubblica, coprendo probabilmente col suo nome ciò che veniva dal re. Ma azione alcuna di rilievo non accadde in quelle parti, avendo patito naufragio la flotta de' Veneziani colla perdita di alcune galee; videsi anche riuscir vano il disegno di sorprendere la Canea, e l'armata turchesca colla fuga deludere i cristiani, che si erano preparati per venire alle mani. Quel solo che animava le speranze de' Veneziani era il trovarsi disposta la corte di Francia, siccome disgustata del Turco, a spedire un gran rinforzo di gente in Candia, purchè seguisse la pace colla Spagna. Di ciò parleremo andando innanzi.
Anno di CRISTO MDCLIX. Indizione XII.
ALESSANDRO VII papa 5. LEOPOLDO imperadore 2.
Gran pruova diede in questi tempi della sua saviezza il _cardinal Mazzarino_. Non avea pari la beltà e vivacità di spirito di madamigella _Maria Mancini_ nipote sua, e se n'era tanto invaghito il giovinetto _re Luigi XIV_, che molti pensarono (non so se con vero o falso fondamento) ch'egli sarebbe giunto a sposarla, se il cardinale, non dirò vi avesse tenuta mano, ma solamente l'avesse permesso. Ruppe egli il corso di queste fiamme e pensieri, con allontanare improvvisamente dalla corte la nipote, che poi dopo la morte di lui divenne contestabilessa Colonna; e per la sua bizzarria, per le dissensioni col marito e coi suoi viaggi, diede tanto da dire agli spettatori e dilettanti delle varie scene del mondo. Poteva inoltre collocare un'altra sua nipote Mancini con _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia, se fosse condisceso alla restituzion di Pinerolo, e a privar della regal protezione la città di Ginevra. Ma egli sempre antepose il servigio del re a' suoi privati interessi. Per opera sua, immediatamente dopo la morte di _Francesco I duca_ di Modena, fu conferito il grado di generalissimo dell'armi di Francia in Italia ad _Alfonso IV duca_ suo figlio e successore, il quale tosto fece i dovuti preparamenti per uscire in campagna nell'anno presente. Si servì il Mazzarino d'esso duca per far proporre alla repubblica Veneta una lega fra il re Cristianissimo, essi Veneziani e i duchi di Savoia e di Modena, con disegno di conquistar lo Stato di Milano, e di partire la preda fra loro, esibendosi la corte di Francia d'indurre il gran signor de' Turchi alla pace, e promettendo forze grandi per la sognata impresa. I Veneziani, che si trovavano in sì grave impegno per la guerra di Candia, e che saggiamente sanno in ogni tempo scandagliar le cose, si sbrigarono in poche parole da questa tentazione, con rispondere di non voler punto impacciarsi nella roba altrui. E perciocchè già cominciava ad apparire buon incamminamento alla pace fra la Francia e la Spagna, il Mazzarino segretamente consigliò il nuovo duca di Modena a prestar orecchio ad un accomodamento, già proposto dal governo di Milano al duca Francesco suo padre, perchè in tal guisa migliori condizioni avrebbe ottenuto, che aspettando la pace generale, in cui i principali contraenti pensano molto ai proprii vantaggi, poco a quei dei minori confederati. Interpostosi dunque il duca di Guastalla in questo maneggio, nel dì 11 di marzo dell'anno presente seguì accordo fra esso duca Alfonso IV e il _conte di Fuensaldagna_, per cui l'Estense rinunziò alla lega colla Francia, mettendosi in buona e libera neutralità. Fu promessa l'investitura cesarea del principato di Correggio al duca, e che ne sarebbe levato il presidio spagnuolo; siccome ancora che gli sarebbe dato nel regno di Napoli uno Stato di rendita annua di trentaduemila ducati di quella moneta, in soddisfazione dei crediti della casa di Este assicurati in quel regno. Con tali vantaggi, senza il braccio della Francia, si rimise il duca di Modena in grazia del re Cattolico, e fu assicurato della protezion di quella corona.
Passato dipoi a Madrid il suddetto Fuensaldagna, cavaliere di massime onorate, tanto cooperò, che finalmente, dopo una tregua, nel dì 7 di novembre fu conchiusa la famosa pace de' Pirenei fra le corone di Francia e di Spagna, e sigillata dalle nozze del _re Luigi XIV_ coll'infanta di Spagna _Maria Teresa_, per giugnere alle quali il cardinal Mazzarino tanto avea vessata la Spagna, quasi prevedendo che un tal maritaggio avrebbe anche un dì portati in Ispagna i gigli d'oro. Altro non dirò io di questo avvenimento, che, dando fine alle arrabbiate guerre durate per tanti anni fra quelle due potenze, riempiè d'allegrezza tutte le provincie cattoliche, se non che fu ivi confermato l'accordo seguito fra il duca di Modena e il governator di Milano, ed assicurati sulla dogana di Foggia in regno di Napoli i crediti della casa d'Este colla corona di Spagna, crediti nondimeno poco fortunati, perchè mai non s'è trovata la via di soddisfarli. S'impegnarono ancora le due corone d'interporre i loro uffizii per ottenere soddisfazione dalla camera apostolica alle giuste pretensioni della casa d'Este, e a quelle del duca di Parma pel ducato di Castro. Valenza e Mortara furono restituite agli Spagnuoli; Vercelli col Cenghio nelle Langhe al duca di Savoia: il che seguì dopo la pubblicazion solenne della pace suddetta, differita sino al seguente anno. Le controversie pendenti fra i duchi di Savoia e di Mantova per le doti della fu _principessa Margherita_ di Savoia furono rimesse in arbitri; e curiosa cosa riuscì dipoi l'essersi cotanto ostinato esso duca di Mantova in certe sue pretensioni, che andò per terra ogni accordo, e la corte di Savoia, col nulla pagare allora, mai più non pagò. Ebbe a dolersi _papa Alessandro VII_ di questa pace, perchè in essa non s'era voluto che alcuno dei suoi ministri mettesse mano, e non si fece onore alcuno alla santità sua, ed in oltre vi si parlò delle pretensioni dei duchi di Modena e di Parma. Altri dipoi se n'ebbero anche più a dolere, perchè volesse Dio che le paci e i giuramenti dei potenti non fossero talvolta trappole per ricavare un presente guadagno, e rompere poi tutto, quando viene il tempo di guadagnare anche più. Sul fine di questo anno passò a miglior vita _Giovanni Pesaro_ doge di Venezia, ed ebbe per successore _Domenico Contarino_. Si ridussero a poco le ostilità nella guerra di Levante, dove indarno furono aspettate le galee del papa e di Malta, perchè il priore Bichi general delle prime, arrivato a Napoli, per aver mirato da lungi alcune navi barbaresche, da uomo saggio non volle continuar il viaggio, e, voltate le prore, si restituì poscia a Civitavecchia; e i Maltesi, dopo averlo lungamente aspettato a Messina, anch'essi se ne ritornarono al loro porto. Sorprese il capitan generale _Francesco Morosino_ la fortezza di Tamon nel golfo di Cassandra, che restò saccheggiata e demolita, con asportarne trenta pezzi di cannone e quattro petriere. Altrettanto avvenne a quella di Chisme nella Natolia dirimpetto a Scio, dove si fece buon bottino, ed acquistossi buon treno d'artiglierie. Ai poveri Greci abitanti nella venerata isola di Patmos fu dato barbaramente il sacco dai Veneti. Da Castel Ruzo, fortezza considerabile, presa e demolita, furono condotti via trentasei pezzi d'artiglieria, e cento quarantasei prigioni. Così terminò quella campagna. Nel dì 6 di novembre un fiero tremuoto conquassò in Calabria Catanzaro, Soriano, Mileto, Squillaci ed altri luoghi, con gran rovina di case e morte d'uomini.
Anno di CRISTO MDCLX. Indizione XIII.
ALESSANDRO VII papa 6. LEOPOLDO imperadore 3.
Pubblicatasi finalmente nell'anno presente la pace stabilita fra le corone di Francia e Spagna, si vide rifiorir la quiete per tutti i regni cattolici. Incredibili feste e magnificenze spezialmente si fecero in Francia per l'abboccamento del re Cattolico _Filippo IV_ e del Cristianissimo _re Luigi XIV_ suo nipote ai confini de' regni nell'isola de' Fagiani, dove il primo colla regina consorte condusse la infanta Maria Teresa sua figlia, destinata moglie d'esso re di Francia, ma con patto ch'ella per sè e per li discendenti rinunziasse ad ogni pretensione e diritto sopra i regni di Spagna: del che poi si risero i Franzesi. Nel dì 6 di giugno colà comparve anche la _regina madre_ del re Luigi, sorella di esso re Cattolico, col _cardinal Mazzarino_, principal autore della pace e di quell'illustre maritaggio. Non s'era forse mai veduta suntuosità simile come fu quella del congresso e delle nozze di que' potenti monarchi; e certamente Parigi, dove nel dì 26 d'agosto fecero la entrata i regii sposi, non avea giammai mirata pompa eguale, coronata dal concorso d'innumerabil nobiltà straniera. Siccome racconta nelle sue Storie il Gazotti, fu chiamato apposta da Modena a Parigi Gasparo Vigarani, maraviglioso inventor di macchine e di teatri, di cui il duca di Modena _Francesco I_ s'era sempre servito per gli suntuosi divertimenti dati alla sua città. Egli fu che in Parigi sfogò l'ingegno suo nelle varie decorazioni di quelle splendidissime feste. Procurò in questi tempi il cardinal Mazzarino di unire con nuovi nodi alla real casa di Francia quella di Toscana, con aver destramente procurato che il _gran duca Ferdinando II_ accudisse al matrimonio della principessa _Margherita Luigia di Borbon_, figlia del _duca d'Orleans_ zio del regnante re Luigi, col _principe Cosimo_ suo primogenito. Nell'ottobre il _Gondi vescovo_ di Besiers fece solennemente la dimanda di questa principessa al re, e fu riserbata all'anno seguente l'esecuzione di così nobil maritaggio. Colle nozze del re erano già spirate affatto le speranze della principessa _Margherita di Savoia_ pel trono di Francia; e però si effettuarono le promesse fatte dalla corte di Torino a _Ranuccio Farnese II duca_ di Parma e Piacenza. Portossi questo principe a Torino con accompagnamento magnifico di nobiltà, e nel dì 29 d'aprile seguì il di lui sposalizio, che fu poi condecorato da nobilissimi spettacoli e divertimenti di quella corte, anche per altri motivi tutta in gioia, per avere ricuperata dalle mani degli Spagnuoli la città di Vercelli. Si videro in quest'anno comparire a Livorno (cosa non mai più veduta) gli ambasciatori del gran duca, ossia czar di Moscovia _Alessio Michelovich_, principe di smisurata ambizione e di ugual crudeltà. Furono ben accolti dal gran duca di Toscana _Ferdinando II_.
Succedette in questi tempi un fatto, nell'alma città di Roma, che gran commozione produsse in quella metropoli. Per dissapori precedenti, e per la recente pace de' Pirenei, si trovava alterato forte l'animo di _papa Alessandro VII_ e dei Chigi contro il _cardinal Mazzarino_ e contro la Francia. Però, senza far conto delle pretensioni de' duchi di Modena e Parma contro la camera apostolica, mosse dai ministri de' due re, all'improvviso fece esso papa dichiarare il ducato di Castro incamerato ed incorporato fra i beni della Chiesa romana, e per conseguente sottoposto alle bolle vietanti l'alienazion degli Stati d'essa Chiesa. Ora accadde, che volendo i birri, nel dì 20 di giugno, prendere per debito di dieci scudi un velettaio, abitante nelle rimesse delle carrozze di _Rinaldo cardinal d'Este_, protettore allora della Francia, fu loro impedita la cattura da' servitori del cardinale. Con maggior copia di sbirraglia tornò colà verso la sera il bargello, ma gli convenne fuggire. Allora fu che don Mario Chigi fratello del papa, ed arbitro della corte pontificia, ordinò ai Corsi e ad altre milizie di Roma di spalleggiare il bargello, affinchè venissero carcerati gli autori di quella violenza; giacchè non sapeano più i pontefici digerire gli abusi delle franchigie, come perturbatrici della giustizia e della quiete pubblica. Penetratosi questo disegno, si mise in armi tutta la numerosa famiglia del porporato estense; gli ambasciatori tutti de' principi, e fin quello di Spagna, e molti baroni romani, parziali della Francia, in aiuto di lui spedirono e offerirono gente, e tutti i Franzesi trassero al di lui palazzo. Non istimò bene don Mario di far altro maggior tentativo; ma perchè si mirava un gran bollore d'animi, si barricarono le strade, e si posero corpi di guardia nei posti occorrenti. Interpostosi l'ambasciator di Venezia, trovò troppe durezze ne' dominanti Chigi, e intanto da Napoli, dalla Toscana e da Modena andarono sopravvenendo uffiziali e soldati per assistere al cardinal d'Este; laonde si stava con batticuore in Roma per sospetto che scoppiasse qualche gran baruffa, a cui tenesse dietro il saccheggio della città. Non era il buon pontefice informato se non di quello che il fratello e i nipoti gli voleano far sapere. Ma illuminato in fine dal _cardinale Pio_ del vero sistema di questo imbroglio, ordinò al manieroso cardinale _Francesco Barberino_ che vi rimediasse. Onorevole accordo fu fatto, e tornò poi tutta Roma alla quiete primiera, se non che restarono certe amarezze e fermenti fra le corti di Roma e di Francia, che col tempo proruppero in maggiori sconcerti.
Si speravano in quest'anno progressi e felicità dell'armi cristiane in Levante, giacchè il _cardinale Mazzarino_ aveva indotto il re Cristianissimo a spedire in aiuto de' Veneziani un corpo di quattro mila fanti. Pensava questo porporato di piantar in Francia un ramo della nobilissima casa d'Este, con dare in moglie al _principe Almerigo Estense_, fratello del _duca Alfonso IV_, Ortensia Mancini sua nipote, e crearlo erede de' suoi beni e del suo cognome: fortuna che poi toccò a _Carlo Armando duca_ della Migliarè. Ma affinchè questo giovine principe, che già avea sotto il _duca Francesco I_ suo padre fatto il noviziato della guerra, maggiormente si perfezionasse in quest'arte, il destinò per generale delle milizie franzesi inviate in soccorso di Candia, dandogli per luogotenente il signore di Bas. Andò il principe Almerigo, sbarcò le sue genti alla Suda, con prendere alcuni fortini, ed, unito co' Veneziani, s'accostò alla Canea per farne l'assedio. Nacquero tosto dissensioni fra il suddetto Bas e il Gremonville sergente generale franzese de' Veneziani. Da Candia Nuova accorsero alla difesa della Canea i Turchi: il che fece cangiar sentimento all'esercito di lasciar quella città e di portarsi sotto Candia Nuova rimasta sguernita. Erano giunti colà, ed aveano già preso un borgo con alcuni pezzi d'artiglieria, quando i soldati si diedero disordinatamente a rubare. Ma ecco sortire da Candia Nuova una trentina di cavalli turchi con urli, che misero un panico timore nell'armata gallo-veneta, che niuno pensò più se non a menare le gambe. Uscito allora tutto il presidio turchesco, gl'incalzò, e non finì la faccenda che tra morti e feriti restarono sul campo da mille e cinquecento persone, e il resto con gran fatica si ritirò alla città di Candia. Con questo infelice fine terminò la campagna dell'anno presente, ma non terminarono le disgrazie, perchè il principe_ Almerigo d'Este_ caduto infermo a cagion dell'aria cattiva, senza poter intervenire al fatto di Candia Nuova, per consiglio de' medici fu portato all'aria salutevole dell'isola di Paros, dove nondimeno venne la morte a trovarlo nel dì 14 o 16 di novembre, perdendosi in lui un principe che dava una grande espettazione di valore e di senno. Gli fece di poi il senato veneto ergere un monumento di marmo colla sua statua al naturale entro la chiesa de' padri francescani, appellati i Frari, in Venezia. Ma se piansero i cristiani, neppure risero i Turchi, perchè nel dì 24 di luglio un incendio sì spaventoso consumò la città di Costantinopoli, che uno storico, aprendo ben la bocca, arrivò a scrivere, che vi perirono settanta mila case, e venti o trenta mila persone. Certo è che straordinario e indicibile fu il danno, essendo rimaste involte in quella rovina anche le più superbe moschee. Ma osservossi dipoi come la tirannide sappia convertire in utile proprio la calamità de' popoli, perchè uscì tosto editto che chi non potesse riparar lo stabile incendiato, ne restasse privo, e quello decadesse nelle mani del gran signore. Nel giugno di quest'anno desiderosa la vedova _imperadrice Leonora_ di veder _Maria duchessa_ di Mantova sua madre, venne a Judemburg città della Stiria. Colà si portò anche la duchessa con _Carlo duca_ di Mantova suo figlio, il quale passò poi ad inchinare l'_Augusto Leopoldo_, mentre egli, mosso da Vienna, viaggiava per la Stiria e Carintia, con arrivar fino a Trieste. Ma, ritornata essa duchessa Maria a Mantova, finì quivi dopo poco tempo i suoi giorni: principessa dotata di gran prudenza e pietà, e di tante altre belle prerogative, che meritò luogo fra le più illustri principesse d'Italia.
Anno di CRISTO MDCLXI. Indizione XIV.
ALESSANDRO VII papa 7. LEOPOLDO imperadore 4.
Fu questo l'ultimo anno della vita del _cardinal Giulio Mazzarino_. Perchè in questo personaggio si ammirò un prodigio della fortuna e dell'ingegno, con gloria dell'Italia, e spezialmente di Roma, che produsse e diede alla Francia una testa di tanto vigore; non si può di meno di non toccar qui la sua morte, ben corrispondente alla gloriosa sua vita. Oppresso egli dalle fatiche dei viaggi e dai tanti raggiri della sua mente, cominciò a sentire che veniva meno il corpo per malattia, a cui i medici, dopo averla forse accresciuta coi tanti rimedii, altro ripiego non seppero più proporre, se non il miserabile di fargli mutar aria. Portato al castello di Vincennes, peggiorò; laonde animosamente si preparò a ricevere la sempre disgustosa visita della morte. Testamento da re fu il suo per li magnifici legati fatti, prima al re Cristianissimo e alla regina, poscia ai monarchi cattolici, al papa, ai principi del sangue, e ad altri gran signori e a tutti i suoi parenti, e per la fondazione di alcuni luoghi pii. Conto si fece che l'eredità sua ascendesse a quaranta milioni di franchi (altri è giunto a dire di scudi) distribuita con ammirabil generosità e giudizio. Cadde la morte sua nel dì 9 di marzo in età di cinquantanove anni. Niun più di lui fu in odio alla nazion franzese, e niun più di lui la beneficò, lasciando il regno in pace, depressa la razza degli ugonotti, purgati i mali umori dei grandi, e accresciuti i confini della monarchia. Camminò sempre colle massime del _cardinale di Richelieu_, se non sante e giuste, certamente utili al regno; ma con genio affatto diverso, perchè il Richelieu, uomo collerico, violento ed implacabile, non meditava che vendette e guai a chi cadeva dalla sua grazia; laddove il Mazzarino con somma placidezza trattava i grandi affari, dolce con tutti, e fin verso i nemici, ch'egli si studiava di guadagnare col perdono e colla liberalità, fondato in quella massima: _Che il mondo bisogna comperarlo_. Per cagione di questa sua mansuetudine e generosità, arrivò a morire in grazia del re, e compianto anche da lui: locchè non era avvenuto al Richelieu. Lasciò di bei ricordi al re Cristianissimo pel buon governo, e quello spezialmente di non tenere in avvenire favoriti, ma di partir gli uffizii in politico, militare ed economico: regolamento che il _re Lodovico XIV_ molto bene eseguì, con prender egli in mano le redini del regno; e n'era ben capace per l'elevatezza della sua mente. Nel dì 19 d'aprile seguì con gran solennità nel palazzo reale di Parigi lo sposalizio di madamigella _Margherita Luigia_, figlia del defunto _duca d'Orleans_, col principe di Toscana _Cosimo de Medici_. Il duca di Guisa procuratore del principe la sposò. Condotta questa principessa in Toscana, si trovò onorata da magnifiche feste ed allegrezze di tutti que' popoli. A godere di questi spettacoli fu anche invitato _Alfonso IV_ duca di Modena, e vi andò con ricco corteggio. Nel giorno primo di novembre per la nascita di un Delfino tutto il regno di Francia diede in trasporti di giubilo; nè minor fu la consolazione degli Spagnuoli, per aver la loro regina dato alla luce, nel dì 6 d'esso mese, un principe, che fu poi _Carlo II_ re di Spagna.
Ora prosperosi ed ora infelici riuscirono in quest'anno i successi dell'armi venete nella guerra col Turco. Non si sa il perchè _papa Alessandro VII_, a cui pure stava molto a cuore il pubblico bene della cristianità, non somministrasse in questi tempi all'aiuto loro le sue galee. Gli avea lasciato il _cardinal Mazzarino_ ducento mila scudi da impiegare nella guerra contro il nemico comune. Non meno l'_imperadore Leopoldo_ che i _Veneziani_ aspiravano a questo boccone; ma, per attestato dello storico Valiero, passato questo danaro a Roma, svanì facilmente anche con poco vantaggio di Cesare. Accorsero bensì ad unirsi coi Veneti sette galee degli zelanti Maltesi. Se ne tornò intanto a Venezia il valoroso capitan generale _Francesco Morosino_, con cedere il comando a _Giorgio Morosino_, il quale, desideroso di qualche fatto glorioso, andò in traccia dell'armata turchesca uscita dei Dardanelli. Trovata parte d'essa nelle vicinanze dell'isola di Milo, diede nel dì 25 d'agosto la caccia a que' legni. Sette galee turchesche, prese dallo spavento, andarono ad urtare in terra, lasciandole infrante con salvarsi la gente. Due altre galee vennero in potere de' Veneti, ed altrettante de' Maltesi. Il resto di que' legni andò disperso, ed alcuni si ruppero ai lidi. Circa mille Turchi dei rifugiati in terra dai Veneti furono condotti schiavi. Con egual felicità anche Antonio Priuli espugnò alquante navi turchesche da carico, con impadronirsi d'alcune e bruciarne delle altre. Questi felici avvenimenti furono contrappesati da alquante perdite di navi venete, che rimasero in altri luoghi preda dei corsari barbareschi: dopo di che tutti si ridussero ai quartieri d'inverno. Trattavasi intanto dal pontefice una lega fra i principi cristiani contra del Turco; ma con ritrovare il re Cattolico impegnato contra dei Portoghesi; il re Cristianissimo inceppato dall'antica amicizia coi Turchi, e l'imperadore più disposto a conservare con qualche danno la tregua colla Porta, che ad entrare nel periglioso giuoco della guerra. Lo stesso papa, benchè bramasse la gloria di stabilir essa lega almeno con Cesare e con i Veneziani, pure si raccapricciava, allorchè udiva il suono delle spese occorrenti. La conclusione fu che i Veneti restarono soli in ballo con loro incredibile dispendio, stante il dover essi sostenere una sì lunga guerra contro una sì smisurata potenza, e in paese lontano mille e ducento miglia, e coll'abborrimento ancora della gente a passar il mare, perchè piena di apprensione di non tornarsene poi mai più indietro.
Anno di CRISTO MDCLXII. Indizione XV.
ALESSANDRO VII papa 8. LEOPOLDO imperadore 5.
Trovavasi in questi tempi il re di Francia _Lodovico XIV_ nel bollore della sua gioventù, senza impegno di guerra, ma con gran desiderio di farla, siccome avido di gloria, e più di dilatare i confini del suo regno: sete inestinguibile di quasi tutti i principi della terra. Sopra ogni cosa gli stava a cuore il conciliar dappertutto un gran rispetto alla sua corona e potenza; e con tutto che incominciasse nel presente anno a dar congedo alla continenza, conservata non ostante la sua avvenenza e robustezza con ammirazion d'ognuno, per quanto fu creduto, fin qui, coll'invischiarsi negli amori della Valiera: pur questi nulla scemavano la sua applicazione al governo, a mettere in buono stato le finanze, e a preparar forze per rendersi formidabile ad ognuno. Perchè il barone di Batteville, ambasciatore di Spagna in Londra, volle in un accompagnamento precedere colla sua carrozza a quella del conte d'Estrades ambasciador di Francia, ne nacque perciò gran baruffa, con riportarne i Franzesi bastonate e ferite; prese tal fuoco il re Luigi a questo avviso, portatogli nel dì 16 di ottobre dell'anno precedente, che cacciò tosto da Parigi e dal regno il conte di Fuensaldagna ambasciatore di Spagna, il quale da lì a poco terminò i suoi giorni. Se il re Cattolico non calmava quello sdegno con dar delle pretese soddisfazioni, già tutto si disponeva per una nuova guerra. Nell'anno presente un'altra novità occorse. Si doveva essere messo in testa quel monarca di rendersi formidabile anche alla corte di Roma, giacchè per motivi precedenti si dichiarava mal soddisfatto della altura de' Chigi, e gli parea di trovar sempre delle durezze in qualunque cosa ch'egli chiedesse al sommo pontefice. Mandò pertanto a Roma con titolo di ambasciatore di ubbidienza il _duca di Crequì_ suo primo gentiluomo di camera, personaggio d'umor fiero ed alto, poco amico dei preti, avvezzo alle bruscherie della guerra, e non già alle manierose qualità che richiede un'ambasceria. Seco erano molti uffiziali riformati e genti di armi. Gli accorti Romani s'immaginarono tosto che spedizion sì fatta tendesse a suscitar de' garbugli in Roma. Giudicò bene _don Mario Chigi_ fratello del papa di accrescere cento cinquanta Corsi ai soliti della guardia per maggior sicurezza della pubblica quiete. Chi è vago di liti, dura poca fatica a trovarne. Varie insolenze e violenze andarono facendo quei della famiglia dell'ambasciadore: e tutto si tollerò. Ma un giorno tre soldati della pattuglia che allora si facea per Roma, entrati per bere in una taverna, vi trovarono un mastro di scherma franzese ed altri suoi compagni. Con varie villanie furono i Corsi disarmati e cacciati. Dal _cardinale Imperiali_ governatore di Roma questo schermitore processato, ebbe il bando della vita. Venne il dì 20 di agosto, in cui due Franzesi, avvenutisi in tre soldati corsi, attaccarono rissa; essendo incalzati, vennero in favor de' Franzesi i famigli di stalla del duca di Crequì, che diedero una mortal ferita ad un altro Corso che non era della rissa. Per questo accidente infuriati i Corsi ch'erano di guardia alla Trinità, senza che gli uffiziali potessero ritenerli, toccarono il tamburo, e coll'armi andarono al palazzo Farnese, abitato allora dall'ambasciator di Francia, sparando archibugiate contro chiunque era creduto franzese. Vi restò morto un lacchè di un gentiluomo franzese e il garzone di un libraio. Per questo rumore affacciatosi il duca di Crequì ad un balcone, volendo sgridare i Corsi, n'ebbe per risposta qualche archibugiata, che il fece ritirare ben tosto: il che nondimeno vien riputato falso nelle relazioni di Roma. Lo stesso avvenne ad alcuni suoi gentiluomini, usciti per frenare quell'empito, essendo rimasto ferito anche il capitan delle guardie dell'ambasciatore. Dacchè videro i Corsi chiuse le porte del palazzo, si ritirarono; ma passò questo inconveniente a maggiori eccessi; perciocchè, incontratisi essi Corsi nella carrozza dell'ambasciatrice di Francia (era di notte), spararono ancora più archibugiate, con uccidere un paggio, ed anche un povero facchino accorso a raccomandargli, come potea, l'anima. Ferirono anche un gentiluomo nella seconda carrozza. Fuggì l'ambasciatrice piena di spavento nel palazzo del cardinal d'Este. Perchè niuna pronta giustizia fu fatta dell'insolenza dei Corsi, anzi si lasciarono fuggire i delinquenti, e don Mario fece entrare in Roma molte compagnie di persone armate, con formare due corpi di guardia in qualche lontananza dal palazzo Farnese, il duca di Crequì nel dì 31 d'agosto si ritirò da Roma in Toscana coi cardinali dipendenti dalla Francia, e non cessò di accendere sempre più il già acceso re Cristianissimo con relazioni alterate contro la corte di Roma, siccome diremo all'anno seguente.
Terminò nel presente la carriera del suo vivere _Alfonso IV d'Este_ duca di Modena in età di soli ventotto anni, principe mansuetissimo e giusto, e però amatissimo da' popoli suoi. La podagra fu quella che il tolse dal mondo nel dì 16 di luglio. Restò di lui un solo principe, cioè _Francesco II_ nato nel dì 6 di marzo l'anno 1660, e una principessa, cioè Maria Beatrice, che fu poi regina d'Inghilterra, amendue sotto la cura e tutela della _duchessa Laura_ lor madre, donna virile, in cui grande era il senno, maggiore la pietà. Maraviglioso poi fu il governo di questa principessa, e lungamente ne durò una dolce memoria. Le imprese fatte in quest'anno dall'armi venete si ridussero a varie prede fatte di legni turcheschi. Venne a sapere il loro capitan generale che a Scio era pervenuta la carovana navale dei Turchi che da Costantinopoli passava in Egitto, portando preziose merci e gran regali destinati per la Mecca. Spiegò le vele a quella volta. Dieci di quelle navi da carico a questa vista diedero a terra, ed, essendo fuggiti i soldati e marinari, rimasero in poter de' Veneziani. Essendosi ritirati i vascelli di quella carovana nel porto di Coo, correndo il dì 29 di settembre, i Veneziani con isforzo di battaglia cotanto si adoperarono, che riuscì loro di prenderne tre. L'avidità maggiore della milizia era contra del più grosso di que' vascelli, sapendo che veniva in esso un agà eunuco del serraglio con carico (secondo l'opinione di molti) di mezzo milione d'oro. Ma questo miseramente restò incendiato, e l'agà, nuotando per salvarsi, rimase prigione. Di ventotto saiche nemiche dieciotto furono prese, e dieci consumate dal fuoco. Si diede fine nel presente anno alle controversie insorte fra la repubblica veneta e la corte di Savoia, per cagione del titolo di re di Cipro e per altre simili differenze. Dall'anno 1630 in qua avevano i Veneziani tenuto presidio in Mantova, per sicurezza di quella città contro i tentativi dei Franzesi e Spagnuoli. Essendo già passato ogni pericolo, ed avendo fatta istanza l'_imperador Leopoldo_, protettor della casa Gonzaga, che si ritirasse quella gente, vi acconsentì senza difficoltà il senato veneto. Perciò il _duca Carlo II_ spedì tosto a Venezia il marchese Odoardo Valenti Gonzaga a render le dovute grazie alla repubblica dell'assistenza fin qui prestata a' suoi Stati.
Anno di CRISTO MDCLXIII. Indizione I.
ALESSANDRO VII papa 9. LEOPOLDO imperadore 6.
Troviamo descritta nelle Storie di Andrea Valiero senator veneto, del conte Gualdo Priorato, del Gazzoti e di altri autori la rottura della corte di Francia con quella di Roma per l'accidente dei Corsi. Spezialmente è da vedere sopra ciò un libro intitolato: _Racconto dell'accidente occorso in Roma_, ec., e stampato alla macchia in Montechiaro. A misura delle parzialità, secondo il solito, diversamente si vide dipinto quel fatto. Puossi nondimeno accertare che niuna parte ebbero i Chigi in tale emergente, e molto meno il povero papa, che solamente la mattina seguente ne fu informato. Un mero furioso ammutinamento de' Corsi ingiuriati, e con ferite maltrattati dai Franzesi, cagionò tutto il disordine. Ora aveva già nel precedente anno il _re Luigi XIV_ fatto seguire al tuono delle sue minaccie il fulmine, con inviare sotto guardia di cinquanta moschettieri il nunzio pontifizio _Piccolomini_ fuori del regno, fattolo accompagnare sino ai confini della Savoia, senza permettergli di parlare se non ai suoi domestici. Si credette _papa Alessandro VII_ di dare una soddisfazione ai Franzesi con levare al _cardinale Imperiali_ il grado di governator di Roma, giacchè la corte di Francia imputava spezialmente a lui e a _don Mario Chigi_ la passata violenza, quasichè fatta d'ordine o consenso loro, quando manifesto era che dalla sola bestialità de' Corsi era avvenuto tutto lo sconcerto. Ma perchè data fu ad esso cardinale la legazione della Marca, più onorevole e fruttuosa del precedente suo posto, il duca di Crequì prese questo per maggiore affronto, pretendendo che, invece di essere gastigato il porporato suddetto, fosse anzi premiato. Eransi interposti il _duca Ferdinando II_, i _Veneziani_ ed altri principi, per trattare di aggiustamento, quando si ingropparono nel negoziato le pretensioni del duca di Modena per le valli di Comacchio, e del duca di Parma per Castro contro la camera apostolica, sostenute dalla Francia, che rendevano sempre più difficoltosa la concordia. Laonde non si volle più fermare in Italia il duca di Crequì, e dalla Toscana passò a Tolone, lasciando più che mai imbrogliate le carte. Intanto il re Cristianissimo, per maggiormente battere la corte di Roma, fatta nascere sedizione nella città d'Avignone, mandò per sì procurato pretesto le sue milizie ad impossessarsene, siccome di tutto il contado Venosino, spettante alla Chiesa romana, sfoderando appresso delle rancide o, per dir meglio, delle aeree ragioni sopra quegli Stati. Fece anche decretare sul fine di luglio dal senato di Aix, che si riunivano quegli Stati alla Provenza, come illegittimamente alienati una volta, quando erano trecento anni che la Chiesa romana li possedeva. Nè ciò bastandogli, cominciò a far sfilare in Provenza alquanti reggimenti di fanteria e cavalleria, e farli anche dopo non molto calare in Italia ad alloggiare nei ducati di Modena e Parma, col pretesto di difesa d'essi principi, ma con intenzione di atterrir la corte di Roma e di condurla ai suoi voleri; giacchè non par credibile che un re, il quale, al pari dei suoi gloriosi antenati, si gloriava di essere il figlio primogenito della Chiesa, covasse disegno di muovere veramente guerra ad un pontefice, in cui non cadeva reità per gli altrui falli, ed offeriva anche convenevoli soddisfazioni, senza però credersi obbligato ad accordare le esorbitanti pretensioni della corte di Francia.
Tuttavia le correnti diavolerie suscitarono degli altri mali umori in Francia, che fecero poi maggiore strepito negli anni susseguenti. Imperciocchè in questi tempi comparvero alla luce alcune tesi della Sorbona, per le quali si pretendeva che il papa senza il concilio non fosse infallibile nei decreti del dogma; ch'egli fosse sottoposto al concilio universale, che non si stendesse punto la di lui autorità sopra il temporale dei principi; nè potesse egli deporre i re, nè assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà: il che fece temere che si pensasse a qualche scandaloso scisma nella Chiesa di Dio. In sì scabrose contingenze non mancarono (nè mancano mai) animosi consiglieri che persuasero a _papa Alessandro VII_ di fare il bravo e di sostenere il decoro e la libertà del suo principato coll'armi; e però determinò egli di ammassar ventimila fanti e duemila cavalli, con ordinar leve di soldati anche negli Svizzeri e in Germania: al qual fine approntò la somma di un milione e mezzo, prendendone una parte a frutto, che probabilmente sta tuttavia a carico della camera apostolica, ed esigendo dal monachismo d'Italia, ma non dello Stato veneto, trecento mila scudi, oltre a quei di altre somme, che per altre cagioni dianzi erano state sopra i loro fondi imposte. Quindi si diede a muovere i principi della cristianità in difesa della Chiesa contro le violenze che usava, e più minacciava d'usare il re di Francia. Andarono Brevi, parlarono i suoi ministri; ma dappertutto si trovarono orecchie sorde; e fin lo stesso re di Spagna, preoccupato dalla Francia, non diede se non amorevoli consigli di aggiustare il meglio che si poteva questo imbroglio, non sofferendo gli affari suoi per la guerra del Portogallo, di sposare le altrui querele. Nè lasciava infatti il pontefice di battere di buon cuore le vie dell'accordo, avendo a questo fine inviato in Francia monsignor _Cesare Rasponi_, uomo assai destro e saggio per trattar di concordia. Non fu questi ammesso nel regno, e solamente a Ponte Buonvicino sui confini della Savoia seguì l'abboccamento suo col _duca di Crequì_, e quivi colla mediazione dei ministri di Spagna e di Venezia si spianarono i principali punti dell'accomodamento. Tutto nondimeno andò in fascio, perchè insistendo il plenipotenziario franzese, che precedesse la disincamerazione di Castro, intorno a che non aveva facoltà il Rasponi, nè potè ottenerla da Roma, convenne sciogliere l'assemblea, e lasciasse gli affari inviluppati come prima.
L'aprile dell'anno presente restò funestato dalla morte di _Margherita di Savoia_, la quale, non avendo mai potuto conseguir la corona di Francia, nè pur potè lungamente godere del suo matrimonio con _Ranuccio II duca_ di Parma. Morì essa di parto. Però non tardò questo principe ad intavolare un altro accasamento con la principessa _Isabella di Este_, figlia del fu _Francesco I duca_ di Modena, a cui, siccome diremo, si diede compimento nell'anno seguente. Similmente nel dì 6 di maggio dell'anno presente _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia con pompa insigne introdusse nella città di Torino la nuova sua consorte, cioè _Francesca di Borbone_ di Valois, figlia del fu _duca d'Orleans Gastone_, cioè di un fratello del _re Lodovico XIII_ e sorella della gran duchessa di Toscana Margherita Luigia. Ma le tante allegrezze fatte da quella corte per queste nozze non uguagliarono il dispiacere che vi si provò per la morte di Cristina di Francia, sorella del suddetto re Lodovico XIII, e madre del regnante duca di Savoia: principessa che con incomparabil prudenza, costanza, pietà ed amor della giustizia avea per tanti anni governati quegli Stati in mezzo ad infinite burrasche che servirono a far maggiormente conoscere la grandezza del suo animo ed il complesso delle molte sue virtù. Mancò essa di vita nel dì 27 di dicembre, lasciando un'immortal memoria di sè in quella corte e nelle storie. Niuno avvenimento somministra la guerra di Candia all'anno presente, essendo rivolti gli occhi d'ognuno all'altra guerra che in questi tempi mosse il sultano de' Turchi all'_imperadore Leopoldo_. Se ne stava questo buon monarca mirando con tutta pace la guerra da tanto tempo mossa e continuata da quel tiranno alla repubblica veneta, e parea che nol toccassero punto i di lui progressi nell'altra che facea contro la Transilvania, senza pensare che l'ingrandimento maggiore della smisurata potenza turchesca, già padrona di gran parte della Ungheria, dovea tenere in continuo timore ed allarme i suoi Stati e quei della Germania. Però immerso Leopoldo nello amor della pace, e troppo fidante delle belle parole della Porta Ottomana, si trovava mal provveduto di forze; quando all'improvviso gli mossero guerra i Turchi con tal terrore, che fin si paventò di vederli sotto Vienna, città, la quale con varie fortificazioni e colla spianata dei borghi si preparò alla difesa. Presero i Turchi la forte piazza di Neuheusel, occuparono Nitria, s'impadronirono di Novegradi e Levenz, siccome nella Transilvania conquistarono Claudepoli. Allora svegliato l'imperadore, con lettere ricorse a tutti i principi della cristianità, andò in persona alla dieta di Ratisbona per implorar soccorsi; e trattò di tirare in lega il papa e i Veneziani. Ma gl'imbrogli della corte di Roma colla Francia frastornarono ogni altro affare. Raunò Cesare quante forze potè in quella improvvisata, e buone speranze di aiuti riportò dai principi dell'imperio.
Anno di CRISTO MDCLXIV. Indizione II.
ALESSANDRO VII papa 10. LEOPOLDO imperadore 7.
Credevano gli antichi Romani che il loro dio Termino non sapesse mai rinculare, cioè che, fatto l'acquisto di qualche paese, questo non potesse più uscir delle loro mani: immaginazione derisa da sant'Agostino, che fa vedere più d'una volta obbligata Roma a restituire il tolto. Io non so se ne' moderni Romani fosse passata una somigliante fantasia: solamente so, che avendo il papa incamerato Castro e Ronciglione, volle più tosto rompere ogni trattato d'accomodamento colla Francia, che indursi a disincamerarli, con far valere le bolle pontifizie che lo vietavano. Ma nelle umane cose la necessità dura maestra si fa conoscere superiore alle leggi. Erano già pervenuti nel Parmigiano e Modenese sei mila fanti e quasi due mila cavalli spediti dal re Cristianissimo; cresceva il tuono delle minaccie de' Franzesi contro gli Stati della Chiesa, nè si trovava pur uno che alzasse un dito in difesa del pontefice. Conoscevasi da' saggi in Roma che esso papa avea già consumato gran danaro in mettere insieme otto mila fanti e due mila cavalli, e in procurar leve d'altra gente fuori d'Italia, nè restava nerbo di cassa e di milizie per sostenere e continuare il preso impegno contro di un re potentissimo. Però in fine si trovò che quella autorità che avea un papa di fare un decreto in materia di beni temporali, non mancava ai suoi successori per annullarlo. Con tal fondamento, e per l'urgenza premurosa di guarir la presente piaga, ancorchè la guarigione dovesse costar del dolore, _papa Alessandro VII_ disincamerò Castro, ed aprì di nuovo la strada a ripigliare il negoziato di concordia col re _Luigi XIV_. Unironsi dunque in Pisa _monsignore Rasponi_, plenipotenziario del pontefice, e _monsignor Luigi di Bourlemont_, auditore di Rota, plenipotenziario del re Cristianissimo; e perciocchè esso re di Francia avea chiaramente protestato, che se per tutto il dì 15 di febbraio presente non fosse compiuto l'accordo, egli intendeva di restare in piena libertà di cercar quelle soddisfazioni che fossero competenti alla sua corona, nella guisa che gli fosse sembrata più valevole e propria: perciò nel dì 12 del suddetto mese furono da que' ministri sottoscritti i capitoli della concordia fra sua santità ed esso monarca. Poco profittò la casa Farnese in tal congiuntura; perchè fu ben rimessa a lei la facoltà di riacquistar Castro nel termine di otto anni, ma con restar vivi i debiti suoi ascendenti a più d'un milione e secento mila scudi; e con tutte le apparenze che il _duca Ranuccio II_ mai non ricupererebbe quello Stato, siccome in fatti avvenne. Meno ne profittò la casa d'Este, perchè con trecento quarantacinque mila scudi si pretese di quetar le sue sì fondate pretensioni, ascendenti a più milioni. La principal cura de' Franzesi fu di spremere dalla corte di Roma tutte anche le più esorbitanti soddisfazioni in ristoro dell'affronto che pretendeano fatto al decoro della corona. Vollero dunque che il _cardinal Chigi_ andasse con titolo di legato a Parigi a scusare l'occorso accidente. Che altrettanto facesse il cardinale Imperiali, già cacciato da Genova per le istanze del re. Che _don Mario Chigi _ uscisse di Roma con protesta di non aver avuta parte in quell'attentato, nè vi potesse tornare se non dappoichè il cardinal Chigi avesse portato le discolpe della sua casa alla corte di Francia. Finalmente vollero che si dichiarasse la nazion corsa da lì innanzi incapace di servire a' papi, e che si alzasse in Roma una piramide con iscrizione contenente questo decreto contra de' Corsi. Con sì fatta disgustosa concordia, contra di cui fece dipoi il papa una segreta protesta, ebbero fine i garbugli suddetti. Richiamò il re Cristianissimo in Francia le sue fanterie, e lasciò che la cavalleria passasse dipoi al servigio dell'imperadore. Ma niun saggio vi fu che non disapprovasse un sì rigoroso e prepotente procedere della Francia contra del vicario di Cristo, e tanto più per accidente avvenuto senza menoma colpa del medesimo papa e de' suoi parenti.
Venivano intanto da Vienna calde e frequenti istanze al pontefice per soccorsi, stante la guerra suscitata dal gran signore in Ungheria. Trovò il papa un pronto spediente di aiutar l'imperadore, e di sgravare nel medesimo tempo sè stesso da un grave fardello. Cioè gli esibì gli otto mila fanti e due mila cavalli già da lui assoldati. Ma perchè voleva concedere i soli uomini senza spendere un soldo da lì innanzi, la corte di Vienna non vi si sapeva accomodare, e massimamente essendo quella gente collettizia ed inesperta nel mestiere dell'armi. Mentre su questo si va disputando, il papa, che non potea più sopportar quel peso, impazientatosi, licenziò, nel dì 3 d'aprile, quasi tutta quella gente, e lasciò malcontenti i ministri di Cesare, che avrebbero almen presa la cavalleria; e nè pure procurò almeno di somministrar quelle milizie ai Veneziani. Diede impulso questa risoluzione a non poche declamazioni in Roma stessa contra del pontefice, che si leggono nelle storie d'allora, quasi che egli si mostrasse così ritenuto ne' bisogni urgenti della cristianità, quando poi compariva sì prodigo in arricchir la propria casa, e profondeva danari in fabbriche non necessarie. Giunsero fino a dire, essersi egli prevaluto in suo uso dei duecento mila scudi lasciati dal _cardinal Mazzarino_ da impiegarsi contra del Turco, e di parte ancora delle decime imposte agli ecclesiastici, e destinate alla guerra stessa: il che nondimeno si sa da storie migliori essere stato una calunnia. Lagnavansi ancora ch'egli non trovasse danaro per aiuto di Cesare, quando si erano ben approntati ducento mila scudi, acciocchè con gran fasto e vanità il nipote cardinale comparisse alla corte di Parigi. S'impadronirono in quest'anno l'armi dell'imperadore della città di Cinque Chiese; e il valoroso Nicolò conte di Zrin fece altre prodezze. Ma, impreso l'assedio di Canissa, convenne poi abbandonarlo. Sei mila Franzesi furono spediti dal re Cristianissimo in aiuto di Cesare, che sotto il comando del signor di Colignì diedero anch'essi de' begli attestati del loro valore. Parimente Nitria fu ricuperata e Levenz, sotto la quale ultima il maresciallo di Souches diede una rotta ai Turchi. Ma famosa sopra tutto riuscì e ragguardevole la vittoria riportata dal generale supremo Montecuccoli Modenese nel dì 4 d'agosto al fiume Rab della tanto superiore armata ottomana. Circa sedici mila Musulmani rimasero estinti sul campo e nel fiume, se pur dicono il vero le relazioni d'allora. Non cessava intanto Cesare di manipolar la pace co' Turchi, e questa fu conchiusa nel dì 10 d'agosto, più tosto con biasimo che lode sua, perchè fatta dopo i felici avvenimenti delle sue armi, e per aver lasciata in mano de' nemici la considerabil fortezza di Neuheusel, e deluse le speranze de' Veneti, che per quell'impegno di guerra si figuravano omai facile il ricuperare in Candia i luoghi perduti. Non erano per anche asciugate le lagrime nella corte di Torino per la morte della impareggiabil _madama reale Cristina_, che nuovo motivo di pianto sopravvenne per la morte ancora della duchessa _Francesca di Borbon_, moglie del regnante _duca Carlo Emmanuele II_, principessa di vita esemplarissima, rapita da questa vita dopo soli pochi mesi del suo maritaggio. Ad amendue furono fatti insigni funerali. Passò dipoi quel real sovrano alle seconde nozze colla principessa di Nemours _Maria Giovanna Batista_ della casa di Savoia. Similmente nel febbraio, festeggiato da grande splendidezza, si vide in Modena e poscia in Parma il matrimonio della principessa _Isabella d'Este_, figlia del fu _duca Francesco I_ con _Ranuccio II duca_ di Parma. Incamminatosi da Roma il _cardinal Flavio Chigi_ nel dì 5 di maggio con suntuosissimo corteggio verso la Francia, fece la sua solenne entrata in Parigi nel dì 28 di luglio, e nel dì 9 di ottobre tornò a rendere conto al papa suo zio, dimorante allora in Castel Gandolfo, della sua felice legazione. Trasferitosi anche il _cardinal Lorenzo Imperiali_ alla corte di Parigi, ne partì poi molto contento. Compiuti questi uffizii, anche il _duca di Crequì_ comparve di nuovo col titolo d'ambasciatore in Roma, accolto colle maggiori dimostrazioni di stima e d'affetto, restando solamente in dubbio se queste venissero dal cuore. Ricevette in quest'anno il senato veneto due ambasciatori del _czar di Moscovia Alessio_, che andavano girando per conoscere le forze de' principi dell'Europa, cominciando oramai quella corte a scuotere alquanto della sua antica barbarie.
Anno di CRISTO MDCLXV. Indizione III.
ALESSANDRO VII papa 11. LEOPOLDO imperadore 8.
Fra gli altri motivi che avea avuto _Leopoldo Augusto_ di affrettar la pace col sultano dei Turchi, uno dei primarii era quello di accudire al suo matrimonio già conchiuso coll'infanta _Margherita di Austria_, figlia di _Filippo IV_ re delle Spagne; perchè non avendo quel monarca se non un figlio di complessione assai debole, poteano tali nozze aprire a lui colle ragioni dell'infanta, aggiunte ad altre precedenti, l'adito alla corona di Spagna. Era tuttavia il re Cattolico in guerra coi Portoghesi, e il _marchese di Caracena_ suo generale nel giugno appunto di quest'anno riportò una mala sconfitta a Villa Viziosa, con perdita di circa quattro mila soldati. Si trovò in quel conflitto il _principe Alessandro Farnese_, fratello di _Ranuccio II duca_ di Parma, e general di cavalleria nell'esercito d'esso re Cattolico, che gran saggio diede del suo valore. Ma un'altra guerra peggiore insorse contra di esso _re Filippo IV_, cioè una malattia, che nel dì 7 di settembre il portò all'altra vita in età di sessanta anni: principe poco fortunato nella quasi continua lotta colla potenza franzese, e colla ribellione de' sudditi suoi, sempre nondimeno intrepido a tutti i colpi della sinistra fortuna. Avea mente per fare un ottimo governo, e lo fece assai tristo, perchè volontieri si riposava sull'abilità dei suoi ministri e dei favoriti, che, abusandosi dell'autorità, e attendendo ad arricchir sè stessi, condussero l'ampia monarchia spagnuola ad una gran depressione. Per altro la bontà, forse anche eccessiva, la religione, la giustizia e la clemenza furono suoi pregi singolari. Lasciò suo erede e successore Carlo II suo unico figlio, fanciullo di quattro anni, sotto la tutela e reggenza della regina sua madre, cioè dell'_arciduchessa Marianna_, figlia di _Ferdinando III imperadore_, e sorella del regnante Leopoldo Augusto; con sostituire a lui, se mancasse senza successione, lo stesso Leopoldo Cesare e i suoi discendenti, e dopo loro il duca di Savoia, con escluderne le regine di Francia in vigor delle rinunzie da lor fatte ai regni della corona cattolica. _Carlo II Gonzaga duca_ di Mauiova terminò anch'egli in quest'anno a dì 15 di settembre il corso di sua vita in età assai immatura, e ne fu attribuita la cagione all'intemperanza sua, non occulta, ma pubblica, per li suoi illeciti amori, che furono anche tramandati alla posterità colle stampe in un libro intitolato: _Amore di Carlo Gonzaga duca di Mantova e della contessa Margherita della Rovere_. A riserva di questa sua passione, che lo screditò, fu principe amatissimo dai sudditi suoi: tanta era la sua benignità, sì dolce il suo governo. Solea dire: Che amava meglio di essere principe povero, ed avere popolo ricco, che di avere popolo povero, ed essere principe ricco. Restò di lui un figlio in età di tredici anni, non atto al governo, cioè _Ferdinando Carlo_, che gli succedette nel ducato, sotto la reggenza della duchessa _Isabella Chiara_ sua madre. Ma era entrata la lussuria in quella nobil casa. Gli esempii cattivi del padre, colla giunta degli altri della stessa sua madre, che non avea portate seco a Mantova le virtù luminose dell'augusta casa d'Austria, servirono di una pessima scuola e di una infelice educazione a questo giovinetto principe: laonde se ne raccolsero poi degli amari frutti. Non badò in quest'anno il gran signor de' Turchi alla guerra di Candia, e neppure i Veneziani fecero ivi impresa alcuna di conto: che tale non è probabilmente da dire l'aver eglino prese in varie volte due galee, una grossa nave e tredici altri legni da carico. Furono liti fra il papa ed essi Veneti a cagion dei mercatanti dello Stato ecclesiastico, che, navigando per l'Adriatico, ricusavano di pagar dazio ad essi Veneti. Seguirono di qua e di là rappresaglie, ma in fine toccò ai più deboli, cioè ai pontifizii, di cedere. Nè il pontefice, nè i Maltesi, siccome disgustati anche per altri motivi, mandarono in quest'anno le loro galee in Levante. Nel dì 14 di maggio con somma allegrezza della corte di Torino e de' suoi popoli, nacque al duca _Carlo Emmanuele II_ un figlio, a cui fu posto il nome di _Vittorio Amedeo_, che riuscì poi il più glorioso principe della real casa di Savoia.
Anno di CRISTO MDCLXVI. Indizione IV.
ALESSANDRO VII papa 12. LEOPOLDO imperadore 9.
L'universal pace che si godè nel presente anno in Italia avea sparsa la quiete e l'allegria dappertutto, quando parve che fossero per turbarla alcune controversie insorte fra i duchi di Modena e di Mantova pel possesso di varie isole nel Po verso Brescello e Boretto in faccia di Viadana, dove il corrente d'esso fiume serve di divisione e confine dei vicendevoli Stati. Sostenendo le due duchesche vedove reggenti le pretensioni e ragioni dei piccioli duchi lor figli, misero mano all'armi, e si fece gran preparamento di genti e d'artiglierie all'una e all'altra riva del fiume. Stavano in espettazione i curiosi di veder qualche gran fatto di queste novelle amazzoni, quando _don Luigi Ponze di Leon_, governator di Milano, a cui non piaceva sì fatta tresca, per sospetto che la duchessa di Modena, ricorrendo alla Francia sua protettrice, svegliasse nuove guerre in Lombardia, spedì a Modena il _conte Vitaliano Borromeo_, a Mantova il _marchese Lonati_ che intavolarono un armistizio, e rimisero la pendenza al tribunale cesareo. Spedito poi in Italia per questo affare il _conte Amedeo di Vindisgratz_, davanti al quale seguì poi una lunga discussion delle controversie, solamente nel dì 6 di aprile formò, stante la minorità dei duchi, un aggiustamento provvisionale che passò in una stabile legge, osservata sino al dì di oggi da amendue le parti. Dimorava nell'agosto di questo medesimo anno _Isabella d'Este_, duchessa di Parma, in Colorno, dove partorì un figlio con somma consolazione di quella corte; ma nel dì 21 d'esso mese si convertì l'allegrezza in altrettanta mestizia per la morte di quel principino con estremo dolore ancora del _principe cardinal d'Este_ suo zio, e della duchessa di Modena, che vi si trovarono presenti. Nel dì 25 d'aprile, giorno solenne di Pasqua di Risurrezione, fu sposata in Madrid dal duca di Medina las Torres a nome dell'_imperadore Leopoldo_ l'_infanta Margherita_, sorella del picciolo _Carlo II re_ di Spagna. Da lì a qualche mese accompagnata dal _cardinal Girolamo Colonna_, e da un superbo corteggio di nobiltà, andò ad imbarcarsi nella real flotta delle galee di Spagna, Napoli, Sicilia, Sardegna, Gran duca e Malta. Nel dì 20 di agosto sbarcò al Finale, accolta ivi dal governator di Milano. Per tutto il viaggio sino a Milano ricevè tutti i possibili onori, e finalmente nel dì 25 di settembre fece il suo pubblico ingresso in essa città di Milano con incredibil pompa e concorso d'innumerabil foresteria. Inviossi dipoi da Milano verso la Germania nel dì 10 di ottobre, ed entrata nello Stato veneto, fu ricevuta con insigne magnificenza dall'ambasciatore e dai ministri di quella repubblica; dopo di che continuò il suo viaggio alla volta del Tirolo, giungendo poscia a Vienna nel dì 5 di dicembre. Si distinse il presente anno colla inondazione dei fiumi, e spezialmente negli Stati della repubblica veneta dove fra gli altri il fiume Oglio devastò una intera villa colla morte di ducento cinquanta persone. Perì sulle coste di Sicilia e Calabria gran copia di navi mercantili, e in Palermo la inondazione arrivò sino al secondo piano delle case con gravissimo danno di quel popolo. Nè si dee tacere una curiosa cosa di Francia, avvenuta sul fine di quest'anno, cioè che quel parlamento proibì l'uso delle parrucche; e ciò, perchè s'era fatto il conto che in comperar capelli, spezialmente fuori del regno, si spendeva ogni anno più di due milioni di scudi. Se questo divieto avesse sussistenza, e come stia oggidì la fortuna delle parrucche, non vi ha bisogno ch'io lo ricordi. Durò la guerra di Candia, ma senza fatti meritevoli che se ne faccia menzione.
Anno di CRISTO MDCLXVII. Indizione V.
CLEMENTE IX papa 1. LEOPOLDO imperadore 10.
Fin qui avea condotto il suo pontificato _papa Alessandro VII_ con somma prudenza e grande amore della giustizia, e con far godere un placido governo ai suoi popoli, avendoli aiutati e difesi nei tempi di peste e di carestia, ed eletto più tosto di comperar caro la pace col re di Francia, dopo essere incorso nella di lui nemicizia senza alcuna sua colpa, che di lasciar esposti a guai e molestie i sudditi suoi. Di suntuose fabbriche ancora aveva ornata Roma, e spezialmente dell'insigne portico e colonnato della piazza di San Pietro; avea arricchita la biblioteca vaticana coi manoscritti dei già duchi di Urbino, e provveduto il porto di Civitavecchia di un bell'arsenale. Meditò anche seriamente di formare in Roma un insigne collegio di uomini dottissimi in ogni sorta di erudizione ecclesiastica, tirando colà da tutte le provincie del mondo cattolico i più chiari ingegni, per valersi del loro consiglio nelle materie spettanti alla religione, ed opporre le lor penne a quelle dei protestanti, conoscendo che la scolastica, di cui unicamente si pregiano i più de' teologi, non è bastevole nelle battaglie con essi. Intenzione sua era di alimentar e provvedere di largo stipendio sì fatti insigni letterati, con applicare al mantenimento d'esso collegio le rendite di que' monisteri e conventi, nei quali si è perduta l'antica regolar disciplina, e servono oggidì non di ornamento, ma di peso alla repubblica. Finalmente, a misura del merito, del sapere e dei buoni costumi, intendeva di promuovere uomini tali ai magistrati ed anche ai primarii della Chiesa romana. Più bella, più utile, più gloriosa istituzione di questa non potea cadere in mente ad un romano pontefice; e l'avrebbe egli eseguita se le applicazioni sue non fossero state turbate dalla tempesta contra di lui commossa dal re Cristianissimo e da altre disavventure. Tornò, è vero, la serenità, ma in tempo che la sua sanità cominciò a combattere con acerbi e lunghi mali che in fine il trassero al sepolcro, lasciando la cura e gloria di sì memorabil impresa a chi dei suoi successori porterà sul trono di san Pietro un animo grande, e una piena conoscenza di ciò che è veramente di decoro e vantaggio alla Chiesa di Dio. Mancò di vita questo pontefice con esemplar divozione nel dì 22 di maggio, lasciando ben arricchiti i suoi parenti, e poco desiderio di sè nel popolo romano, il quale caricò in tal congiuntura di villanie _don Mario_ e i _nipoti Chigi_, perchè sotto il loro governo s'erano aggiunte alle vecchie undici nuove gabelle. Corse voce ch'egli lasciasse in mano del celebre _padre Sforza Pallavicino_ gesuita, da lui promosso alla sacra porpora, una scrittura di sua mano, da consegnarsi al suo successore, in cui esortava i successori a non permettere mai la restituzione di Castro e Ronciglione al duca di Parma, tuttochè promessa nella concordia Pisana al re di Francia. Del che poi si videro gli effetti, perchè, depositati in Roma gli ottocento quindici mila scudi dal _duca Ranuccio II_, non si trovò chi li volesse ricevere; e però gli convenne fare una protesta in preservazione delle sue ragioni e dell'accordato colla Francia, la quale niun pensiero si mise dipoi per fargli mantener la parola.
Dappoichè furono chiusi in conclave i porporati elettori nel dì 2 di giugno, vennero nel dì 20 d'esso mese ad unirsi i lor voti nella persona del _cardinale Giulio Rospigliosi_ da Pistoia, di età di anni sessantotto, il qual prese il nome di _Clemente IX_, e diede principio al suo governo con un'azione che sommamente rallegrò il popolo romano. Cioè levò un dazio da lungo tempo imposto sopra il grano, e sembrato sempre insoffribile alla bassa gente, avendolo con danaro riscattato da chi ne godea le rendite, per aver somministrate grosse somme d'oro alla camera pontifizia, o per veri bisogni o per capricci dei precedenti nipoti dei pontefici. Accompagnò l'ottimo pontefice questo pubblico benefizio con un atto di eroica moderazione, perchè nell'editto non volle che comparisse il suo nome, ma bensì quello del predecessore _Alessandro VII_, per aver egli principalmente raunato il danaro occorrente ad oggetto di estinguere quel dazio. Un vero zelo nudriva questo papa per sostenere la cristianità contro gli sforzi della potenza ottomana; nè perdè egli tempo a sollecitar tutte le potenze cattoliche in soccorso dei Veneziani, troppo infievoliti per la sì lunga e dispendiosa guerra di Candia. Ma per mala ventura in questo medesimo anno più che mai si venne a scorgere che lo spirito conquistatorio avea da essere in avvenire il primo mobile della mente di _Luigi XIV re_ di Francia. Mosse egli delle pretensioni sopra il Brabante ed altri paesi della corona di Spagna, e nello stesso tempo con ismisurate forze si diede ad impadronirsene. Uscirono dall'una e dall'altra parte manifesti e ragioni, esibendo invano l'indebolita corte di Spagna nella minorità del re di rimettere in arbitri quella pendenza, e indarno allegando le rinunzie fatte dalle ultime due regine di Francia, e confermate dal medesimo re Luigi e dalla regina sua madre. Papa Clemente IX spedì tosto ad esso re Cristianissimo _Jacopo Rospigliosi_, figlio di Camillo suo fratello, ed internunzio allora in Brusselles, per placarlo e per fermarlo. Trovò questi un benigno accoglimento, nè gli mancarono sparate di belle parole, ma senza poter punto interrompere il favorevol progresso dell'armi franzesi.
Intanto i Veneziani, dopo aver ricevuto sussidii di denaro o di gente o di navi dal pontefice, dalla Spagna, dai duchi di Savoia e di Toscana, da Malta e dal _cardinal Francesco Barberino_: spedirono in Levante _Francesco Morosino_, eletto capitan generale, con tre mila soldati e molti attrezzi da guerra. Straordinario armamento avea fatto il primo visire, per passare all'assedio della città di Candia; e colà in fatti comparve costui con potente esercito nel dì 22 di maggio, e dopo aver fatto distruggere Candia Nuova, affinchè i suoi soldati deponessero la speranza di ricovrarsi colà, distribuì intorno alla città i quartieri, cominciò gli approcci, e con varie batterie di cannoni si diede furiosamente a bersagliare la terra. Per una gagliarda difesa non aveano i Veneziani tralasciata diligenza veruna; numeroso era il presidio e ben animato a dare il sangue per sostener l'onore della fede cristiana; e le donne stesse non la cedevano in coraggio e fatica ai più valorosi combattenti. Perchè poco si avanzavano i Turchi ne' lavori, per lo più sturbati dai cristiani, si applicarono con immensa quantità di guastatori a far mine e fornelli, e farli giocare, con isboccar anche nella fossa da tre parti. Memorabil fu la copia degli estinti in tanti assalti, contandosi che dalla parte de' Veneziani vi perissero da sei mila soldati, compresi ottocento uffiziali; e da quella de' Turchi incredibile quantità di gente vi lasciò la vita. Intanto fu sostenuto da essi vigorosamente quell'assedio fino al dicembre, in quanto che di mano in mano veniva sempre di nuove genti rinfrescato l'esercito loro. Lo stesso gran signore s'era portato in Morea per dar più calore all'impresa. Nel mercoledì santo, a dì 6 d'aprile dell'anno presente, un fierissimo tremuoto recò immensi danni alle città della Dalmazia e dell'Albania. Andò quasi tutta per terra la città di Ragusi, non essendosi salvati che quattrocento abitanti e sessanta monache. Tre giorni prima s'era ritirato il mare per tre miglia da quel porto. Budua restò totalmente distrutta; Castelnuovo e Dulcigno in gran parte atterrati; e la città di Cataro talmente fu inghiottita dalle acque del mare, che le navi passeggiavano liberamente sopra di essa. Sebenico e Traù furono anch'esse danneggiate assaissimo. Nella stessa Venezia si sentì la scossa di quel tremuoto, e in molti luoghi d'Italia, ma con far solamente paura.
Anno di CRISTO MDCLXVIII. Indizione VI.
CLEMENTE IX papa 2. LEOPOLDO imperadore 11.
Oltre all'avere il _re Luigi XIV_ nel precedente anno ridotte alla sua ubbidienza varie città e piazze della Fiandra, giacchè un bel giuoco a lui faceva la minorità del re di Spagna _Carlo II_, e la poca provvidenza dei suoi ministri: nel presente, mentre mostrava di dar orecchio ai trattati di pace, avendo anche accettato per mediatore _papa Clemente IX_, all'improvviso, durante anche il verno, cioè nel dì 2 di febbraio, s'inviò alla volta della Franca Contea. Non si aspettavano gli Spagnuoli insulto alcuno in quella parte, perchè non pretesa ne' manifesti del re di Francia. In diecisette giorni Besanzone, Dola e tutte le altre piazze forti di quella provincia vennero in potere del re. Aprirono allora gli occhi i potentati vicini; e conoscendo che se non si metteva argini a sì gran torrente d'armi, e ad un re di sì buon appetito, che non direbbe mai basta, ognuno se ne avrebbe a pentire: Leopoldo Augusto, i principi dell'imperio, gl'Inglesi, Olandesi e Svezzesi, o trattarono o conchiusero leghe. La corte allora di Francia, a cui non compliva di tirarsi addosso l'invidia e nemicizia di tante potenze, accortamente, prima che seguissero maggiori impegni, volle farsi onore col buon pontefice Clemente (il qual certo avea accordato molte riguardevoli grazie alla Francia) mostrando che in riguardo suo condiscendeva di buon cuore alla pace. Questa infatti fu conchiusa in Acquisgrana nel dì 2 di maggio, restando in potere del re Cristianissimo il meglio delle piazze conquistate in Fiandra. Fu restituita agli Spagnuoli la Franca Contea tal quale era; ma non quale era stata. Perciocchè, prevedendo il re Luigi che dovea restituirla, smantellò tutte le mura e fortificazioni delle fortezze, ne asportò le artiglierie, le munizioni ed armi, e fin le campane. Secondo il calcolo degli Spagnuoli, ascese questo danno ad otto milioni di lire di Francia, e altri ne dovettero poi essi impiegare in rimettere bronzi, armi, magazzini e fortificazioni, per tornar poscia in breve a tributar tutto ad un re confinante, troppo ambizioso e manesco. Riuscì in questo anno all'ottimo papa Clemente di ottenere dal re Cristianissimo che si abbattesse in Roma la piramide ivi alzata per colpa di pochi in obbrobrio di tutta la nazione corsa, con far anche il papa levar via una croce posta davanti la chiesa di Sant'Antonio con iscrizione poco favorevole alla memoria del re di Francia _Arrigo IV_. Calde ancora erano le istanze dello zelante papa allo stesso monarca per soccorsi in aiuto di Candia, a cui minacciavano l'ultimo eccidio l'armi turchesche. Contribuì il re danaro, affinchè i Veneziani assoldassero gente in Francia, e somministrò navi per condurla nell'Arcipelago. Concorsero volontarii a questa impresa molti della primaria nobiltà franzese, e cento cinquanta uffiziali riformati. Il _duca della_ Fogliada unì ducento gentiluomini, il _conte d'Arcourt_ della casa di Lorena, ottocento buoni soldati, e circa due altri mila si misero sotto le lor bandiere, e andarono ad imbarcarsi col conte di San Polo.
Fin qui il _marchese Francesco Villa_ Ferrarese, generale del duca di Savoia, avea con sommo valore, con titolo di generale de' Veneziani, militato in Candia, e per molte sue segnalate azioni s'era acquistato gran gloria. Ossia che il duca per suoi proprii bisogni o disegni il richiamasse a Torino, o ch'egli per gare accadute coi generali veneti si trovasse mal soddisfatto, se ne tornò in Italia. In luogo suo fecero i Veneziani venir di Francia il _Mombrun marchese di Santo Andrea_, di setta ugonotto, capitano di grande sperienza nell'armi, benchè in età di ottant'anni. I principi d'Italia, chi più, chi meno, contribuirono soccorsi alla repubblica veneta in sì urgente bisogno; ma specialmente si sbracciò per sovvenirli il pontefice, che, oltre all'avere, per mezzo delle sue lettere e de' suoi ministri, commosse tutte le corti cattoliche all'aiuto di Candia, prese al suo soldo tre mila fanti agguerriti tedeschi, a lui mandati dall'imperadore sino alla Pontieba, e ordinò alle sue galee che colle maltesi passassero in Levante. Venuta la primavera, tornò con più gagliardia il visire a promuovere le offese contro Candia. Risoluta era la Porta Ottomana di voler quella città ad ogni costo. La grandezza del suo imperio e la vicinanza degli Stati nulla di gente e di altre provvisioni lasciava mancare al suo campo. Contavansi fra loro schiere intere di rinegati cristiani; e i mercatanti inglesi ed olandesi vendevano loro quanti cannoni, bombe ed altri militari attrezzi e munizioni occorrevano. Laddove la repubblica veneta, consumata oramai dalle immense somme, e in tanta lontananza, troppo inegualmente potea soddisfare al bisogno. Si sa che i Turchi non risparmiano le vite degli uomini, allorchè preme al loro sovrano l'acquisto di qualche piazza. Però un infernal carosello si fece per tutto quest'anno ancora intorno a Candia. Incredibili furono gli sforzi di que' Barbari, non minore la bravura dei difensori. Da gran tempo un simile ostinato e sanguinoso assedio non s'era veduto. Insolita cosa parve in que' mari una battaglia di mare eseguita dal capitan generale _Francesco Morosino_ in tempo di notte, vegnente il dì 9 di marzo, contro i legni turcheschi Conquistò egli cinque galee colla capitana di Durach Bey, corsaro famoso, che ivi perdè la vita; i prigioni ascesero a quattrocento dieci; gli schiavi cristiani liberati a mille e cento. Nel campo degl'infedeli s'era già introdotta la peste, e almeno ducento persone ogni dì perivano; pure, sopravvenendo sempre continui rinforzi, non iscemava punto la lor potenza; le batterie de' cannoni, de' mortari e bombe continuamente risonavano, e le mine e i fornelli sovente scoppiavano con larghe breccie ne' baloardi, che venivano tosto riparate dall'inesplicabil coraggio degli assediati, che non cessavano di far sortite, inchiodar cannoni e spianar trincee.
Di niuno aiuto servirono in questo anno le galee ausiliarie del papa, di Malta e di Napoli; perchè troppo tardi giunte, e piene di puntigli, ben presto se ne tornarono ai loro porti. Ma sul principio di novembre sbarcarono in Candia i venturieri franzesi, e inoltre il cavalier della Torre con settantatrè altri cavalieri di Malta e quattrocento soldati scelti spediti dal _gran mastro_. Memorabile riuscì fra l'altre azioni una sortita fatta nel dì 16 di dicembre da trecento animosi gentiluomini franzesi, con molti altri venturieri savoiardi ed italiani, che andarono a testa bassa ad assalire i Musulmani nei loro ridotti. Grande strage ne fecero, ma di essi non ne tornò indietro se non la metà. Dopo di che i Franzesi scemati forte di numero, e rimbarcati, sul principio del seguente gennaio spiegarono le vele verso Provenza. Così terminò la diabolica campagna dell'anno presente in quelle parti, con essersi calcolato che dalla parte de' cristiani venissero meno quasi dieci mila e quattrocento persone, oltre ad alcune centinaia d'uffiziali anche principali; e da quella de' Turchi circa trentasette mila, fra' quali alcuni bassà, bey e beglierbey. Per la morte della duchessa _Isabella d'Este_ rimasto vedovo _Ranuccio II_ duca di Parma, in quest'anno con dispensa pontifizia passò alle terze nozze colla principessa _Maria d'Este_, sorella della defunta duchessa, e figlia anch'essa del già _Francesco I duca_ di Modena. Con suntuose feste venne celebrato questo maritaggio in Modena nel dì 16 di marzo, e da esso provennero poi due principi, cioè _Francesco_ ed _Antonio_, che furono poi l'un dietro l'altro duchi di Parma. Fece in quest'anno _papa Clemente IX_ conoscere sempre più la grandezza dell'animo suo, perchè nello stesso di 5 d'agosto, avendogli la morte rapito _Tommaso Rospigliosi_ suo nipote, giovane di grande espettazione, mentre si faceva il suo funerale, egli pacatamente intervenne al sacro concistoro, e vi creò due cardinali. A questo giovinetto eresse dipoi il senato romano una statua nel Campidoglio: tanto era il pubblico amore verso il pontefice zio. Finì i suoi giorni in Milano _don Luigi Ponze di Leon_ governatore di quello Stato nel dì 29 di marzo, e _pro interim_ fu appoggiato quel governo al _marchese de Los Balbases Paolo Spinola_, finchè venne, a dì 8 di settembre, ad assumere il comando il _marchese di Mortara_, il quale dopo tre mesi parimente compiè la carriera del suo vivere.
Anno di CRISTO MDCLXIX. Indizione VII .
CLEMENTE IX papa 3. LEOPOLDO imperadore 12.
Ebbe la cristianità nell'anno presente di che affliggersi, perchè dopo tanti dispendii d'oro e di vite, e dopo tante fatiche, fu costretta l'infelice città di Candia di piegar il collo sotto il giogo turchesco. Avea raddoppiati i suoi uffizii il buon _papa Clemente IX_ alle corti dei principi cattolici, per ottener soccorso in sì urgente occasione alla repubblica veneta. Accudì il generoso animo di _Luigi XIV re_ Cristianissimo in questo anno ancora a sostener l'onore del nome cristiano contro degl'infedeli, ed allestì un corpo di otto mila combattenti e una poderosa flotta, dandone la condotta al _duca di Beaufort_ grande ammiraglio e al _duca di Novaglies_. Ed affinchè alle violenze, che contra il diritto delle genti suol praticare la Porta, non rimanesse esposto il suo ambasciatore in Costantinopoli, spedì tre vascelli a levarlo di là; benchè poi si lasciasse quel ministro avviluppar dalle lusinghe de' Turchi, e si fermasse: il che attribuirono altri a maneggio suo, per non perdere quel lucroso impiego. Varii principi di Germania, mossi a pietà della veneta repubblica, oppressa da que' cani, varii soccorsi di gente e di danaro le spedirono. Non fecero di meno i principi d'Italia, e fra gli altri _Laura duchessa_ reggente di Modena inviò in loro aiuto un reggimento di mille fanti, comandato da' suoi uffiziali, e in oltre, un regalo di cinquanta mila libbre di polvere da fuoco. Gente, danaro e galee preparò esso pontefice, e dichiarato _Alessandro Pico duca_ della Mirandola mastro di campo generale delle sue armi in Candia, quanto mai potè operò per sottrarre quella città dall'imminente rischio di cadere nelle unghie turchesche. Fu creduto che i Veneziani, siccome quelli che tenevano sempre un ministro senza carattere presso il primo visire Acmet per trattare di pace, avrebbono potuto ottenerla con buone condizioni, cedendo la città di Candia, e ritenendo la metà dell'isola; ma dall'aspetto di tanti soccorsi isperanziti non seppero essi indursi a conchiuderla. Per tutto il verno e per la primavera continuarono i Turchi con incessante furore a sempre più avanzare i loro lavori sotto Candia, contrastando però loro i valorosi cristiani ogni palmo di terreno con vicendevole spargimento di sangue. Tante e tali furono le memorabili azioni di guerra, e sopra tutto di questo arrabbiato assedio, che han servito d'argomento a più libri di storie.
Nel dì 16 di giugno pervenne a Candia la flotta franzese composta di tredici galee, quattordici vascelli, quattro navi incendiarie e cinquanta legni minori. Trovarono i Franzesi in un miserabile stato quella città, prese dai Turchi tutte le fortificazioni esteriori, formate breccie, e il tutto in manifesto pericolo di peggio. Per la discordia facilmente vanno a monte le più belle imprese. I bellicosi comandanti ed uffiziali franzesi (ancorchè fossero di contrario sentimento i generali veneti _Morosino Mombrun_, o sia il signore di Santo Andrea) non vollero perdere tempo a fare una vigorosa sortita. Eseguirono essi questo disegno, uscendo dalla piazza nella notte precedente al dì 25 del suddetto mese di giugno, e, al primo spuntar dell'alba, con incredibile ardore si spinsero contra le nimiche trincee, superandone l'una e poi l'altra. Tal terrore entrò ne' Musulmani, che, rovesciati di qua e di là, non tennero il piè fermo; e già arrivato il grosso dei Franzesi alle batterie nemiche, apparenza v'era d'una illustre vittoria; quando, accesosi improvvisamente il fuoco in due barili di polve, levò di vita trenta d'essi. Bastò questo perchè tutti gli altri, credendo minati quei siti, presi da panico terrore, dissero: _Volta_; e per quanto si sforzassero gli uffiziali per ritenerli, tutto fu indarno. Allora i Turchi, ripigliato coraggio, scagliatisi loro addosso, gl'inseguirono sino alle porte della città. Che mille cinquecento Turchi perissero in quel conflitto, fu scritto da chi non avrebbe saputo come provarlo. Certo è bensì che lasciarono ivi la vita lo stesso ammiraglio _duca di Beaufort_, sessanta bravi gentiluomini franzesi, cinquantaquattro uffiziali riformati ed alcune centinaia di soldati. Pertanto restò si malcontento di questa impresa il _duca di Novaglies_, che per quante preghiere adoperassero il capitan generale _Francesco Morosino_ ed altri, non si potè ottenere ch'egli mutasse la risoluzion presa di rimbarcare il resto di sua gente, e di far vela verso Francia nel dì 20 d'agosto. Con esso lui fuggì anche non poca gente del veneto presidio in gravo discapito della piazza. Trovò il Novaglies in viaggio il _signor di Bellafonte_, che di Francia conducea altri mille e cinquecento fanti, nè questo giovò per fermare i suoi passi. Fu poi disapprovata in Francia la sua ritirata, e speditogli ordine di non capitare alla corte. Le ciarle, che corsero allora, portavano ch'egli si lamentasse non poco del general Morosino, per aver questi ricusato di secondare la felice sortita dei Franzesi, credendosi, che se avesse anche egli loro dato braccio, in quel solo giorno sarebbe restata Candia libera dall'assedio turchesco. Immaginò la gente che il Morosino se ne astenesse o perchè avea trattato segreto di pace co' Turchi, o per gelosia che, succedendo la vittoria, se ne attribuisse la gloria ai soli Franzesi: pensiero che non potea cadere in personaggio sì savio ed amante della patria. Probabilmente se ne andò il Novaglies, perchè riconobbe l'impossibilità di tenere in piedi un edifizio sì vicino alla rovina.
Erano già pervenute, nel dì 3 di luglio, a Candia le galee ausiliarie del papa e di altri principi in numero di ventisette, sotto il comando del balì _Vincenzo Rospigliosi_, nipote dello stesso pontefice. Colà giunse ancora nel dì 22 di giugno il _duca della Mirandola_ colle milizie di terra dei pontefice e del duca di Modena, le quali ultime erano ridotte a soli settecento uomini per li disagi del lungo viaggio. Ma infieriti sempre più i Musulmani, moltiplicarono le offese e gli assalti; di modo che si poteva oramai paventare che colla forza sboccasse il turbine loro nella misera città. Fu perciò stabilito di cercar la pace per salvare nel naufragio quel che si potesse. Veggendo il Rospigliosi disperato il caso, nel dì 29 d'agosto giudicò meglio d'imbarcar la sua gente, e poi fece vela verso il Mediterraneo. Dopo di che nel seguente giorno, esposta bandiera bianca, si cominciò a trattar della resa e della pace coi deputati del primo visire. Nel dì 6 di settembre restò conchiuso l'accordo, per cui fu ceduta ai Turchi la città di Candia, divenuta un cimiterio di tanti mortali, e un orrido spettacolo di desolazione; e restarono in poter de' Veneziani nell'isola di Candia le sole fortezze di Suda, Carabuso e Spinalunga co' lor territorii, e Clissa con altre terre acquistate in Dalmazia ed Albania; e che fosse lecito ai Veneziani il portar via le milizie e i cittadini che non volessero restare in Candia, con tutti i lor bagagli, viveri ed armi. Conto si fece che nel solo presente anno il numero de' morti e de' divenuti invalidi dalla parte dei Veneziani ascendesse a quasi undici mila persone. Perirono poi per burrasca di mare molti di quei legni che menavano via il presidio e gli abitanti di quella infelice città. E tale esito ebbe il memorando assedio di Candia, con grave danno sì della repubblica veneta, ma con immortal gloria altresì della medesima, per aver sì lungamente disputato alla smisurata potenza de' Turchi l'acquisto di quella piazza. Portatone il doloroso avviso a Venezia, persona assennata, che si trovò allora in quella metropoli, mi assicurò che le parve di veder il dì del finale giudizio: tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell'uno e dell'altro sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando spropositi contro la provvidenza, maledizioni contra de' Turchi, e villanie senza fine contra del _general Morosino_, chiamandolo ad alte voci traditore, e spezialmente imputando a lui la perdita della città, per non aver voluto sostener il felice ardire della sortita franzese. Guai se questo generale fosse allora capitato a Venezia; non sarebbe stata in sicuro la sua vita: cotanto era infuriato quel popolo. Al dolore s'aggiugneva la paura, che i Turchi, soliti a non mantener la fede, vedendo esausta e abbandonata la repubblica, non si prevalessero di sì buon vento per maggiormente soperchiarla. Volle Dio che a questa pace si acquetasse il loro orgoglio.
Pervenuta anche a Roma l'infausta nuova, riempiè d'affanni e lamenti tutta quella corte e città, ma sopra gli altri se ne afflisse papa _Clemente IX_, che con tanta premura s'era fin qui adoperato per esentar Candia dall'ultimo eccidio. Credenza comune fu che questo inaspettato colpo influisse non poco a privare il mondo cristiano d'un sì degno pontefice. Imperciocchè da lì a tre giorni egli cadde infermo, e dopo alquanti altri di combattimento col male, finalmente nel dì 9 di decembre passò a miglior vita, lasciando in benedizione la sua memoria, perchè principe pieno di vero zelo per la difesa del cristianesimo, principe dotato d'una soda umiltà e di una rara moderazione, e provveduto delle più belle massime del politico governo, di modo che, se Dio non l'avesse chiamato sì presto a godere il premio delle sue virtù, gran bene ne potea sperare lo Stato ecclesiastico. Pensava egli continuamente alle maniere di sollevar i suoi popoli dalle tante gabelle imposte da' suoi predecessori: al qual fine istituì una congregazione. Cura ebbe eziandio, perchè si rimettesse il lanifizio in Roma e il commercio per li suoi Stati. Non si applicò già egli ad arricchire i proprii nipoti, avendo lasciata la sua casa con facoltà poco superiori allo stato in cui era prima del suo pontificato. Affinchè la giustizia procedesse con ordine, e si tenessero in freno i ministri e parenti, due dì d'ogni settimana con somma pazienza dava udienza a chiunque del popolo la voleva; e perchè un giorno, dopo avere speso più ore in sì tedioso mestiere, ritirandosi alle sue stanze, udì che un povero uomo si lamentava per non essere stato ascoltato, tornò indietro, e amorevolmente udito il suo ricorso, rimandollo via tutto contento. Parimente volle che nel muro delle camere dove si tengono le congregazioni, fosse fatta una fenestrella, da cui senza essere veduto potesse il pontefice ascoltare quanto ivi si trattava. Sprezzator della gloria umana ornò di belle statue ponte Sant'Angelo, e nè pure una menoma memoria vi fece mettere del suo nome. L'iscrizione ch'egli ordinò, da porsi in rozzo marmo al suo sepolcro, altro non conteneva che il solo suo nome e la dignità. Sigillò in fine queste sue virtù colla maggiore delle altre, cioè colla carità, con visitar sovente negli spedali, accompagnato da pochi suoi famigliari, e ministrando loro conforti e cibi. Solito anche fu a pascere ogni dì in palazzo dodici poveri pellegrini. Tale era questo buon pontefice, che Dio mostrò per poco tempo alla sua Chiesa, e poi sel ritolse con incredibil dispiacere di Roma tutta, che in lui perdeva un amatissimo padre, dopo aver ammirata la saviezza del suo governo, la modestia de' suoi nipoti, e certe virtù che non erano punto in uso nei tempi addietro. Andò poi molto in lungo la creazione del suo successore, siccome vedremo all'anno seguente. Fu in questi tempi che _Ferdinando II gran duca_ di Toscana inviò il _principe Cosimo_ suo primogenito a viaggiare per varie corti d'Europa. Arrivò egli sul principio d'agosto a Parigi, dove, siccome marito d'una principessa di Francia, cugina del re medesimo, ricevette distinti onori da quel gran monarca, e dopo essersi fermato quivi per un mese, passò poi in altre contrade.
Anno di CRISTO MDCLXX. Indizione VIII.
CLEMENTE X papa 1. LEOPOLDO imperadore 13.
Tanti raggiri, discrepanze e battaglie più dell'usato accaddero nel conclave, in cui s'erano, dopo la morte di papa _Clemente IX_, chiusi i sacri elettori, che durò la loro o volontaria o forzata prigionia quattro mesi e quattro giorni. Finalmente con lode del sacro collegio andarono a cadere, nel dì 29 d'aprile dell'anno presente, i lor voti nella persona di _Emilio Altieri_ Romano, a cui il pontefice suddetto pochi dì prima di morire avea conferita la sacra porpora, mirando in lui con una quasi prescienza chi dovea essere suo successore nella cattedra di San Pietro. Tale in fatti era l'integrità de' suoi costumi, l'affabilità, la perizia delle cose del mondo, e la generosità dell'animo, che il popolo romano preventivamente lo andava acclamando papa, nè v'era chi nol confessasse ben degno di sì alta dignità. La sola età potea fargli contrasto, perchè vicino agli ottanta anni; la robustezza nondimeno della sua complessione tuttochè non disgiunta da qualche flussione che gl'indeboliva le gambe, faceva assai sperare che reggerebbe buon tratto di tempo al peso del pontificato. Dopo essersi dunque lungamente dibattuti i cervelli politici de' capi delle fazioni, massimamente de' Franzesi e Spagnuoli, affettanti ciascuno di promuovere uno dei lor parziali, ma senza poter ottenere il pallio, si unirono all'esaltazione del cardinale Altieri, il quale, allegando la poca sanità e la gravissima età sua, e gridando: _Guardate bene ch'io non son abile_, con lagrime e scongiuri resistè non poco alle loro intenzioni. Ma finalmente arrendendosi accettò piangendo un peso, sì avidamente ricercato e con tanta allegrezza ricevuto da altri. In venerazione del pontefice suo benefattore prese il nome di _Clemente X_, e verso la di lui memoria esercitò dipoi in altre guise la sua gratitudine. Della propria casa non aveva egli parenti, e volendo pur continuare l'antica e nobile famiglia Altieri romana ne' tempi avvenire, pensò a ricrearla nella parimente antica e nobile dei Paluzzi Romani. Una sua nipote Laura Caterina era stata maritata al _marchese Gasparo Paluzzi_ degli Albertoni, nipote del _cardinal Paluzzo Paluzzi_. Adottò pertanto tutta quella famiglia, dandole il cognome degli Altieri e il nome di nipoti, e cedendo loro tutti i beni patrimoniali della sua casa. Conferì allo stesso cardinal Paluzzi, appellato da lì innanzi il _cardinale Altieri_, le primarie dignità; e siccome questi abbondava di vivacità d'ingegno e di abilità in maneggiare i pubblici affari, così abbracciò volentieri l'assunto di sollevare il vecchio pontefice nelle fatiche del governo. Conferì ancora al suddetto _Gasparo Paluzzi_, marito della nipote, inserito nella casa Altieri, il grado di generale dell'armi della Chiesa, e di castellano di Sant'Angelo. Maritò _Lodovica_ sua pronipote in _Domenico Orsino duca_ di Gravina, e _Tarquinia_ altra sua pronipote in _Egidio Colonna_ principe di Carbognano. Roma, da gran tempo avvezza ai nepotismi, nulla si stupiva di questi salti di grandezza, anzi ne tripudiava per lo sforzo dei nipoti pontifizii, e massimamente perchè Romani. Si ammutirono solamente i plausi de' saggi, al veder tanti nuovi padroni (e spezialmente il cardinale), i quali ben si previde che sotto l'ombra del decrepito pontefice dominerebbono, con timore di soggiacere di nuovo ai passati disordini, e di provare un governo diverso dal pietoso e saggio di _Clemente IX_.
Giunto all'età di sessanta anni _Ferdinando Il duca_ di Toscana compiè il corso della vita e del principato nel dì 23 di maggio dell'anno presente, dopo aver governato per lungo tempo i suoi popoli con impareggiabil prudenza e con affetto da padre, ricompensato anche dall'amore dei sudditi stessi, che di molte lagrime onorarono il suo funerale. Secondo il glorioso costume della casa de Medici, gran protettore fu delle lettere, e amatore de' letterati, siccome pienamente dimostrò il dottor Giuseppe Bianchini da Prato nel suo Trattato dei gran duchi di Toscana. Celebre sopra tutto riuscì, e memorabile sarà presso i posteri l'Accademia del Cimento, istituita nell'anno 1657 dal nobilissimo genio del _cardinale Leopoldo de Medici_, e dalla liberalità di esso gran duca Ferdinando promossa e favorita, dove insigni filosofi faticando, diedero poi alla luce i tanto applauditi Saggi di naturali esperienze. Lasciò questo principe due figli, a lui procreati da _Vittoria della Rovere_ gran duchessa, donna di gran talento, cioè _Cosimo III_ gran principe, tornato poco fa dai suoi viaggi per le corti d'Europa, che a lui succedette nel dominio, e _Francesco Maria_, decorato poi della sacra porpora cardinalizia. Nell'aprile di quest'anno giunse a Milano per governatore _don Gasparo Tellez Giron duca d'Ossuna e di Uceda_, a cui per lo sposalizio di una figlia del marchese di Caracena pervenne una ricchissima eredità. Era in questi tempi duca di Guastalla _Ferrante Gonzaga_; non avea che un figlio maschio, cioè il _principe Cesare_ in età di sei in sette anni, che gli fu rapito dalla morte. Restandovi una sola sua figlia, cioè la principessa _Anna Isabella_, con poca o niuna speranza di altra prole, pensò allora la vedova _imperadrice Leonora Gonzaga_ di procurare l'accasamento di questa principessa col duca di Mantova _Ferdinando Carlo_ Gonzaga, figlio del _duca Carlo II_, fratello di sua maestà, per desiderio di unire al ducato di Mantova quello di Guastalla. Fece perciò dei gran maneggi per effettuar questo maritaggio; tuttochè nel regno di Napoli esistesse una linea di principi Gonzaghi di Guastalla, chiaramente chiamati alla successione in quel ducato. Fu in quest'anno intentata nel senato veneto fiera accusa contro il capitan generale _Francesco Morosino_, quasichè egli avesse mancato al suo dovere nella resa di Candia; ma con pieni voti restò egli poscia assoluto.
Anno di CRISTO MDCLXXI. Indizione IX.
CLEMENTE X papa 2. LEOPOLDO imperadore 14.
Con sante intenzioni era entrato il _pontefice Clemente X_ nel governo pastorale e politico, e, seguendo le massime lodatissime del suo predecessore _Clemente IX_, confermò la congregazione da lui istituita per trovar le maniere di sgravar i popoli dalle tante gravezze loro imposte dai suoi antecessori, nulla più desiderando che il loro sollievo. Ma, ritrovata la camera apostolica sì carica di debiti per li capricci di alcuni precedenti nepotismi, quasi gli caddero le braccia. Contuttociò, perchè era cessata la guerra col Turco, abolì le decime degli ecclesiastici, ed estinse la metà della tassa imposta alle milizie dello Stato, dolendosi di non poter per ora di più fare in benefizio dei suoi sudditi. Riformò poscia la compagnia delle Corazze posta in piè da _papa Innocenzo X_. Alleggerì il numero de' soldati, la spesa de' quali ascendeva a cento mila scudi annui. Moderò o levò molte spese esorbitanti o superflue del palazzo, come ancora in Roma e per lo Stato, usate da' suoi predecessori. Quel ch'è più, ordinò che tutte le componende ed altri emolumenti spettanti alla borsa privata del papa si depositassero al sacro monte di Pietà, con animo di valersene in pubblico bene, risoluto di non imitare chi innanzi a lui avea atteso più ad arricchire i proprii parenti, che a procurar con vero zelo la pubblica felicità. Il _marchese di Lucerna_, ambasciatore allora di Savoia nella corte di Roma, in una sua relazion manuscritta asserisce d'aver più volte inteso dalla bocca stessa del pontefice l'avversione sua ad ingrandir con soverchie ricchezze i nipoti, detestando egli l'opulenza e i tesori di quattro case pontifizie formate a' suoi giorni, e dicendo di avere abbastanza provveduti i suoi parenti coi suoi beni proprii loro rinunziati, e colle cariche anche prodigamente loro assegnate, bastando tali rendite al decoroso loro mantenimento. Ma non cessavano i parenti suoi di lagnarsi liberamente di questa, come essi dicevano, stitichezza del papa, e gli mettevano intorno tentatori potenti per ismuoverlo da sì glorioso proponimento: laonde stava curiosamente aspettando la gente l'esito della battaglia, e se le batterie della tenerezza del sangue fossero da tanto che conducessero il papa a mostrarsi uomo.
Si mutò in fatti a poco a poco registro, non forse perchè il buon pontefice recedesse dalle onorate sue massime, ma perchè la sua decrepitezza e poca sanità il costrignevano bene spesso al letto, convenendogli perciò di lasciar molta parte delle redini in mano del _cardinale Altieri_, di modo che non passò gran tempo che il popolo dicea essere _Clemente X_ papa di nome, e il cardinale papa di fatti. E giacchè abbiam fatta menzione dell'ambasciator di Savoia, conviene aggiugnere che, nella congiuntura della sua ambasceria, fra lui e il marchese Francesco Riccardi ambasciator di Toscana, nacque controversia di uguaglianza o di precedenza; e n'era per seguire scandalo, giacchè l'una e l'altra parte aveano fatto armamento di gente. Ma seppe il cardinale Altieri colla sua destrezza calmar quella tempesta senza pregiudizio dei contendenti, che deposero l'armi, ma non già gli odii. Un principio di sollevazione fu nell'aprile in Messina, dove, provandosi carestia, ne attribuiva il basso popolo la colpa al mal governo degli Spagnuoli, o all'avidità dei nobili, per vendere più caro i loro grani. Un certo Giuseppe Martinez, preso un pugnale in mano, andò gridando per le strade: _Ammazza, ammazza_. Unitisi con lui molti della feccia della plebe, corsero ad incendiar le case di alcuni del governo, e seguirono uccisioni e saccheggi. Inoltre segretamente spedirono costoro a Parigi, per impegnar quella corte in loro aiuto; ma ritrovarono il _re Lodovico XIV_ con altri pensieri in testa, cioè tutto rivolto a preparamenti per muovere guerra agli Olandesi. Mancata questa speranza, venne meno anche la sedizione, che costò la vita ad alcuni capi di quegli ammutinati. Nè si vuol tralasciare un editto pubblicato nel dì 20 di maggio dal _pontefice Clemente X_, per cui decretò che nulla pregiudicasse alla nobiltà di tutto il suo Stato l'esercizio della mercatura, purchè i nobili non vendessero alla minuta le merci. Utilissimo e lodevole decreto per animar la gente al commercio e alle arti, che sono il sugo vitale per arricchire e rendere felici gli Stati; laddove la guerra, di cui tanti si pregiano, non serve che ad impoverirli. Attendevano i più antichi Romani all'agricoltura, e non lasciavano per questo d'essere segnalati guerrieri, allorchè il bisogno lo richiedeva.
Anno di CRISTO MDCLXXII. Indizione X.
CLEMENTE X papa 3. LEOPOLDO imperadore 15.
Pieno d'umiltà il buon pontefice _Clemente IX_ avea ordinato un ignobil sepolcro al corpo suo. _Clemente X_ esercitò la sua gratitudine verso del defunto benefattore con ergergli ancora una suntuosa memoria nell'anno presente. Inoltre pose la prima pietra per un insigne ristoramento ed ornamento alla basilica Liberiana, ossia a Santa Maria Maggiore, che fu condotto alla sua perfezione nel seguente anno. In auge grande di felicità si trovavano gli Olandesi in questi tempi. Affidati nella lor lega coll'Inghilterra e colla Svezia, si vantavano di aver fatto paura al re di Francia _Luigi XIV_ nella precedente guerra da lui mossa alla Spagna; ed avendo alterato il commercio coi Franzesi, parlavano alto alle occasioni. Il re Cristianissimo, che non solo avidamente aspettava, ma cercava col moccolino le occasioni di farsi rispettare, di accrescere la sua gloria e di far nuove conquiste, non lasciò cader questa per terra. Tante segrete ruote seppe maneggiare lo industrioso e liberal suo gabinetto, che gli riuscì di staccar la Svezia e l'Inghilterra dalla lega colle Provincie Unite, e di stabilir anche una forte alleanza con _Carlo II_ re britannico contra delle medesime. Dormivano i lor sonni gli Olandesi, quando sul principio d'aprile il re di Francia e d'Inghilterra dichiararono la guerra all'Olanda; e il primo passò con potente esercito a' suoi danni. Presero i Franzesi in sei giorni le prime quattro piazze di frontiera. Fu poi considerato come azione veramente mirabile l'avere la cavalleria franzese valicato il vasto fiume del Reno in faccia ai nemici, che fecero ben qualche resistenza, ma in fine, atterriti da tanto ardire, si diedero alla fuga. In cinque settimane ridusse il vittorioso re più di quaranta piazze alla sua ubbidienza; commosse ancora l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster contro gli stessi Olandesi, la fortuna de' quali parea omai ridotta agli estremi, se la città d'Amsterdam, col rompere le dighe ed allagar le campagne, non fermava il rapido corso del valore e della fortuna franzese. Di altro non si parlava allora per tutta Italia che di sì strepitosi avvenimenti; e se ne parlava con piacere, per la speranza che di tali acquisti avesse a profittar la religion cattolica, e fu infatti inviato un vescovo cattolico alla già presa città d'Utrect. Ma si trovò vicina anche l'Italia a veder crescere un acceso fuoco di guerra fra _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia e la _repubblica di Genova_.
Passano per eredità gli odii di quei confinanti fra loro. Ma si aggiunse a muovere il duca una cospirazione di Raffaello dalla Torre bandito da Genova, che fecegli sperar facile l'acquisto di Savona. Scopertasi a tempo da' Genovesi questa mena, vi provvidero. Ma giacchè s'era dato principio alle ostilità col pretesto di controversie di confini, si continuò poscia il ballo; furono presi luoghi dall'una parte e dall'altra, e succederono delle azioni calde con far di molti prigioni, e sì gli uni che gli altri vantavano superiorità di forza e di bravura. Ma il re Cristianissimo, sia perchè fosse implorata la sua mediazione, o perchè a lui non piacessero questi romori, spedì il signor di Gaumont per interporsi con amichevoli persuasioni a far posare l'armi, e a rimettere in arbitri le lor differenze, ordinando anche di valersi del tuono di minaccie contro chi si trovasse renitente. Tregua pertanto fu fatta, e destinata la città di Casale per luogo delle conferenze. Riuscì alla voce del Gallo ciò che non aveano potuto ottenere co' loro uffizii il papa ed altri principi d'Italia. Il bello poi fu, che dopo avere il ministro franzese stabilito il luogo del congresso, venne un imperioso ordine del re, che le pretensioni delle parti si dovessero dedurre alla sua corte, con aspettarne la decisione del savio giudizio di sua maestà. Rincrebbe più d'un poco questo alto parlare al duca di Savoia, nulla dipendente dall'autorità del re, e molto più a' Genovesi, che erano da gran tempo sotto la protezione del re di Spagna. Tuttavia sì formidabile era il monarca franzese, che convenne piegare il capo. Spediti poscia a Parigi dall'una e dall'altra parte ministri ben informati delle scambievoli ragioni, nell'anno appresso la tregua si convertì in pace, e le restanti controversie de' confini furono rimesse ai giudici italiani da eleggersi di soddisfazion delle parti. Terribili memorie lasciò in quest'anno un tremuoto, a cui simile non s'era forse mai provato nella Romagna e Marca. In Rimini spezialmente fu il maggior flagello, perchè per la maggior parte in quella città chiese, palazzi e case andarono per terra. Ed essendo succeduta la maggiore scossa, mentre in dì di festa le genti si trovavano alle chiese, vi perderono la vita più di cento persone, e senza paragone molti più vi restarono feriti. Pretesero i sacri oratori zelanti questo essere stato un visibil gastigo di Dio, perchè non era portato il dovuto rispetto alla casa del Signore. Sommamente ancora patirono le città di Ancona, Fano, Pesaro e Sinigaglia, col rovesciamento di assai chiese e case, e colla morte di molti abitanti, essendo ridotti que' popoli a dormire a cielo scoperto. In quest'anno la contestabilessa Colonna e la duchessa Mazzarina si fuggirono da Roma per andarsene in Francia.
Anno di CRISTO MDCLXXIII. Indizione XI.
CLEMENTE X papa 4. LEOPOLDO imperadore 16.
Aveano i perfidi Musulmani con varii pretesti mossa la guerra contro la Polonia, regno di gran potenza, ma regno più debole di tanti altri minori, e sempre mal preparato per la difesa, per cagion della forma del governo, sì disadatta all'union degli animi, e a procurare il pubblico bene. Coll'improvvisa irruzione di un potentissimo esercito si impadronirono i Turchi dell'importante piazza di Caminietz, e di quaranta quattro altri luoghi fra città e castella. Per sottrarsi a perdite maggiori, fece il _re Michele_ una vergognosa pace, con cedere que' luoghi, cioè tutta la Podolia, al gran signore, e con obbligarsi inoltre di pagare venti mila scudi annualmente alla Porta. Non sofferì la generosa nazion polacca un sì obbrobrioso accordo, e dichiarata la guerra al Turco, si diede a sollecitar l'aiuto de' principi cristiani contro il comune nemico. Con essi Polacchi entrò in lega il gran duca di Moscovia; e questi inviò a Roma Paolo Manesio cavaliere scozzese, capitan delle sue guardie, per implorar gli aiuti del pontefice. Trovò ottimo trattamento, carezze e regali in quella corte, ma niuna voglia di collegarsi con quel barbaro principe; e se ne partì mal soddisfatto, perchè il papa nelle risposte non volle accordare al Moscovita il titolo di _czar_, ossia di _Cesare_, che Giovanni Basilide dopo l'ampie sue conquiste avea cominciato ad usare, riputandolo la corte romana lo stesso che quel d'imperadore. Nè altro parimente che belle parole potè ottenere dal senato veneto quell'ambasciatore, cioè quella stessa moneta che i Polacchi e Moscoviti aveano adoperato allorchè i Veneziani si trovarono in tante angustie per la guerra di Candia. A _Giovanni Sobieschi_ generale della Polonia toccò di rintuzzare col suo valore l'ardire turchesco; e questi poi seppe farsi eleggere re di quel regno dopo la morte del re Michele, succeduta nell'anno presente.
Più che mai continuò ancora lo sforzo dell'armi franzesi contro le Provincie Unite, e dopo un famoso assedio di sole tre o quattro settimane ebbe il _re Lodovico XIV_, nel dì 5 di luglio, il contento e la gloria di entrar vittorioso nella fortezza creduta inespugnabile di Maestricht. Tanti progressi del monarca franzese, il quale intanto non lasciava di dar buona pastura di accomodamento, essendo anche stata scelta la città di Colonia per luogo de' congressi, cagion furono in fine che _l'imperadore Leopoldo_, _Carlo II re_ delle Spagne e _Carlo IV duca_ di Lorena, ne' mesi di luglio e d'agosto, strinsero lega con gli Olandesi. All'incontro il re chiamato Cristianissimo, per dare apprensione da un'altra parte a Cesare, conchiuse, nel dì 5 di giugno, col gran signore Maometto IV un'alleanza più stretta che le precedenti. Stava forte a cuore ad esso monarca il tener ben affetta a' suoi interessi la corona della gran Bretagna; e giacchè il _re Carlo II_ non avea successione, e si trattava di far passare alle seconde nozze _Jacopo Stuardo_ duca d'Yorch, fratello del medesimo re, che già s'era dichiarato cattolico, si prese il pensiero esso re Cristianissimo di trovargli moglie. A sì sublime grado fu scelta _Maria Beatrice d'Este_, sorella del giovinetto duca di Modena _Francesco II_, principessa, nel cui animo e cuore aveano posto seggio le più eminenti virtù. Ma perchè più alto tendevano i pensieri di questa principessa, risoluta di consecrarsi a Dio in un monistero, s'incontravano troppe difficoltà ad ottenere il suo assenso. Nè si sarebbono superate, se il sommo pontefice, considerando che in tai nozze concorreva il bene della cristianità, non avesse interposte le sue paterne esortazioni. Però nel dì 30 di settembre, in Modena dal conte di Peterburug a nome del duca di Yorch fu sposata essa principessa. Dopo di che, accompagnata dalla duchessa _Laura_ sua madre e dal _principe Rinaldo_ suo zio, si mise in viaggio alla volta di Parigi, dove pervenuta, ricevè onori immensi da quella corte. Quivi si fermò ella, finchè pacificato l'eretico parlamento inglese, che non di buon occhio mirava una principessa tale, perchè cattolica, e destinata al trono della Gran Bretagna, permise la sua entrata nel regno nel principio di dicembre, onorata da frequenti salve d'artiglieria, ma lacerata da non poche mormorazioni di chi troppo odio professava alla religion cattolica. Trovò in fatti questa principessa il parlamento affaccendato per islontanare dal regno ogni ombra di esercizio pubblico della medesima religione. _Papa Clemente X_ in questi tempi, con cadere infermo, fece sperare o temer mutazioni in quella corte. Parea che la sua grande età nol lascerebbe risorgere; ma si riebbe, ed uscì in pubblico. Alzavano intanto i nipoti Altieri da' fondamenti un superbo palazzo in Roma, pel quale fu creduto dalla gente maligna che s'impiegasse parte del danaro che sua santità avea fatto depositare nel monte della Pietà, quando è certo ch'egli inviò di grosse somme per difesa della Polonia contro de' Turchi.
Anno di CRISTO MDCLXXIV. Indiz. XII.
CLEMENTE X papa 5. LEOPOLDO imperadore 17.
Cominciarono in quest'anno a cangiar faccia gli affari dell'Olanda, perchè tanto s'industriarono i ministri di Spagna e gli amici degli Olandesi in Londra, che il _re Carlo II_ lasciò andare la finora inutile alleanza colla Francia, e stabilì pace con essi Olandesi. Altrettanto poi fecero l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster. Sbrigata l'Olanda da questi nemici, e rinforzata dall'armi dei collegati, cioè dell'_imperadore_ e della _Spagna_, fece prendere altre risoluzioni al monarca franzese. Cioè abbandonò egli, alla riserva di Mastrich e di Grave, tutte le altre piazze occupate agli Olandesi, ma coll'avvertenza di torchiar prima le borse degli abitanti, di minare e far saltare le fortificazioni, e di asportarne tutte le artiglierie e munizioni. In bene e in male si parlò forte dappertutto di questo abbandonamento e di tante asprezze. Alla testa delle sue armate passò il re medesimo di nuovo nel mese di aprile verso la Franca Contea, e dopo alcuni vigorosi assedii s'impadronì di Gray, di Besanzone, di Dola, e d'ogni altro luogo forte di quella contrada, con piantarvi i gigli, che quivi fecero buone radici. Inferì danni ben gravi al palatino del Reno, perchè, lasciato il suo partito, aveva abbracciato quello dei collegati. Riuscì intanto agli Olandesi di guadagnar l'elettore di Brandeburgo, che con grandi forze venne in loro aiuto. Contra di tanti nemici era la sola Francia, ma senza sgomentarsi. Seguirono poi battaglie con varia fortuna dell'armi. Dall'un canto il _maresciallo di Turrena_ e il _principe di Condè_ fecero di grandi prodezze. Minori dall'altra parte non furono quelle di _Guglielmo principe d'Oranges_, del vecchio generalissimo _conte Raimondo Montecuccoli_ Modenese, e del _general Caprara_ Bolognese. Gran teatro di miserie per tanti paesi fu l'anno presente; e tutto per l'ambizione d'un solo monarca, le cui trionfali imprese venivano da' suoi popoli e parziali esaltate alle stelle, ma con diverso giudizio riguardate da altri, e detestate poi sommamente dai suoi avversarii.
Scoppiò nell'anno presente la ribellion di Messina. Potea dirsi ben felice quella città per la copiosa popolazione e per l'abbondanza del commercio mercè del suo porto, il più sicuro di tutto il Mediterraneo; più felice ancora, perchè fra le città sottoposte alla monarchia di Spagna, niuna godea tanti privilegii ed esenzioni, come Messina, perchè avea ben governatore spagnuolo, ma ritenea forma di repubblica col suo senato, composto di nobili senatori e di alcuni ancora del popolo. Fu creduto che desse impulso alla sollevazione l'avere i regii ministri imposti nuovi tributi; perciocchè uso fu degli Spagnuoli, allorchè li pungeva la necessità delle guerre, di provvedere al bisogno presente, senza mettersi pensiero dell'avvenire col vendere i fondi del demanio e delle rendite regali nei regni di Napoli e Sicilia. Tornando poi nuove angustie per nuove guerre, altro ripiego non restava che d'inventar altre gabelle ed aggravii: del che si risentivano forte i popoli. Ma, per sentimento di altri, ebbe origine quell'incendio dall'avere i ministri spagnuoli introdotte e fomentate due fazioni nella città di Messina, o tentato di escludere dal governo i senatori. Nacquero perciò lamenti, satire e commozioni; e perchè furono castigati alcuni dei più insolenti, crebbe maggiormente l'alterazione del popolo, che spedì a Madrid le sue suppliche, affinchè il re provvedesse alla mala condotta de' suoi ministri, ma con riportarne solamente minaccie di gastighi e rigori. Perchè un dì del mese di agosto furono dal governator chiamati a palazzo tutti i senatori, sorse e prese fuoco una voce che si volesse levar loro la vita; e brutto indizio certamente fu l'essere state chiuse le porte del palazzo, appena vi furono essi entrati. Allora il popolo tutto corse all'armi, e trasse furiosamente al palazzo. Avvertito di questa sollevazione il governatore _don Diego Soria_, fece aprir le porte, e lasciò tosto uscire i senatori illesi; ma questo non bastò a calmare l'ammutinata gente, che fieramente cominciò a cercare gli Spagnuoli, e gli obbligò a ritirarsi nelle quattro fortezze della città; ma senza insultare il governatore, che non volle abbandonare il palazzo, gridando essi intanto: _Viva il re di Spagna_. Informati pertanto di sì gran torbido il _marchese di Baiona_ vicerè di Sicilia, e il _marchese d'Astorga_ vicerè di Napoli, non perderono tempo a spedir gente e navi alla volta di Messina, e far piazza d'armi a Melazzo, dando assai a conoscere che voleano colla forza soffocare quel fuoco.
Allora fu che i Messinesi ruppero ogni misura, s'impossessarono di varii posti e del palazzo, e cominciarono le ostilità spezialmente contro la fortezza di San Salvatore, posta alla bocca del porto. Cacciarono anche di città chiunque era tenuto per ben affetto agli Spagnuoli. Intanto al vicerè Baiona giunsero cinque galee di Malta, altrettante di Genova; e vennero da Napoli e dalle città di Sicilia rinforzi di gente, coi quali cominciò egli a strignere la città coll'occupazione di vari siti. Ma usciti i Messinesi, con tal fierezza trattavano gii Spagnuoli, che questi ad ogni lor comparsa battevano la ritirata. La proposizion fatta d'un perdon generale ebbe poca fortuna, perchè venendo accompagnata dall'armi, non istimò il popolo di potersene fidare, e massimamente sapendo di che tempra fosse il genio spagnuolo. Aveano già i Messinesi, assai conoscenti che le lor forze non avrebbono potuto reggere, spedito a Roma Antonio Caffaro a trattare col _duca di Etrè _ ambasciatore di Francia, con offerir la loro città al re Cristianissimo, ottenuta la quale, si facea credere assai facile la conquista di tutta l'isola. Volarono corrieri al _re Luigi_, che corse tosto al buon mercato, ed ordinò che il commendator di Valbella con sei vascelli da guerra portasse viveri e munizioni a Messina; che questo presentemente era il suo maggior bisogno. Arrivato che fu colà il Valbella, fu proclamato il re di Francia per suo padrone dal popolo, cantato il _Te Deum_, inalberati dappertutto gli stendardi coi gigli, ed affrettata l'espugnazione di San Salvatore, che in fine fu costretto alla resa. Nuovo vicerè in questo mentre giunse in Sicilia il _marchese di Villafranca_, e colà arrivarono ancora molte milizie spedite da Milano e dalla Catalogna, colle quali si cominciò a maggiormente angustiar Messina, impedendo l'introduzione dei viveri; di maniera che non finì l'anno presente che si trovò ridotto quel popolo in pessimo stato, e gli Spagnuoli si teneano come in pugno di vederlo venir fra poco colla corda al collo a chiedere misericordia.
Nè mancarono a Roma i suoi sconcerti nell'anno presente. Intento il _cardinale Altieri_ a rendere maggiormente fruttifera la dogana di Roma, trovò il gran segreto di mettere una nuova imposta di un tre per cento sopra qualsivoglia roba mercantile che s'introducesse nella città, obbligando a questo pagamento qualsivoglia persona, senza dichiarar punto di eccettuarne i cardinali e gli ambasciatori: dal che sarebbe provenuto un gran vantaggio alla camera, e, per quanto fu creduto, anche al cardinale stesso, dicendosi che i gabellieri gli aveano promesso venti mila doble, se levava le esenzioni ad essi ambasciatori. Furono anche in procinto di mettere la pena di scomunica contro i contravventori, se saggi teologi non l'avessero impedito. Pretendeva infatti il cardinale che quei pubblici rappresentanti si abusassero dell'esenzion fin qui loro accordata; e non avea il torto, perchè ordinario costume degli uomini è il far fruttare, per quanto si può, la propria bottega. Per questo editto, pubblicato nel dì 18 di giugno, e poi con dichiarazione più precisa nel dì 11 di settembre, dove tutti si vedeano sottoposti alla confiscazion delle robe, a pene pecuniarie ed anche corporali si alterarono forte non pochi porporati, ma specialmente protestarono offeso il lor carattere, e i pretesi lor diritti gli ambasciatori delle corone; perlochè unironsi insieme quei di Cesare, di Francia, di Spagna e di Venezia, chiedendone soddisfazione. Rispondeva l'Altieri che il papa era padrone in casa sua, e co' suoi domestici si burlava di loro, perchè le potenze si trovavano allora in troppi impegni di guerra. Mandarono tutti e quattro gli ambasciatori i lor gentiluomini a chiedere udienza al papa; e il maestro di camera rispose che sua santità per quattro giorni avvenire si trovava impedito, benchè poi lo stesso pontefice confessasse di non averlo saputo, e ne sgridasse, quando lo seppe, il mastro di camera. Inviarono i lor segretarii per avere udienza dal cardinale Altieri, ed egli fece serrar loro in faccia le porte del suo appartamento, tirar le catene a quelle del palazzo papale e rinforzar le guardie; locchè pretesero gli ambasciatori un maggiore strapazzo alla lor dignità. Intanto fu scritto ai nunzii, affinchè rappresentassero alle corti gli eccessi degli ambasciatori, pretendendo questi, all'incontro, che fossero calunnie, e di provarlo coi mandati da loro spediti, dei quali mai non poterono ottener nota. Continuò tutto il resto dell'anno con varie scene, raggiri ed artifizii, che si leggono nelle relazioni manuscritte di quei tempi. Il papa rimise l'affare in arbitri, ad una congregazione; e finì l'anno senza che gli ambasciatori spuntassero cosa alcuna. Il duca di Etrè quasi solo tenne saldo, perchè dal suo sovrano ricevè ordine di sostener con vigore tutto quanto o di ragione o di fatto aveano praticato i precedenti ministri.
FINE DEL VOLUME VI.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.