Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
lidi. Restò l'esercito cesareo sotto Algeri senza vettovaglie, senza
paglia pei cavalli, senza fuoco, perchè combattuto da una dirotta pioggia e dal furiosissimo vento. Forza dunque fu di levare il campo, e d'imbarcare, come si potè, la gente nelle galee e navi che non erano perite; e perchè luogo non restava a' bei cavalli di Spagna, parte de' quali avea servito di cibo alle affamate soldatesche, se ne fece un macello. Molti poi di questi legni, tuttavia perseguitati dalla tempesta, colle genti che vi erano sopra, rimasero preda dell'onde. Gli altri sbandati, chi alla Spezia, chi a Livorno e chi alle spiagge di Spagna approdarono. Ridottosi l'imperadore a Bugia, porto dell'Africa mal sicuro, colle galee di Spagna ed altre navi, fu, per la continuata fierezza del mare, costretto a fermarsi ivi per venticinque giorni, dove anche si fracassarono alcune sue galee; e finchè venuta un po' di bonaccia, s'imbarcò; ma rispinto di nuovo colà, finalmente nel dì 28 di novembre fece vela verso la Spagna, e a dì 3 di dicembre prese porto a Cartagena, portando seco una memoria indelebile di sì grave sciagura che fece tanto strepito per tutta l'Europa, e insieme la gloria di aver mostrato un costante ed eroico animo in tutta quella lagrimevole occasione: gastigo della sua testardaggine o troppa fiducia della sua fortuna.
Anno di CRISTO MDXLII. Indizione XV.
PAOLO III papa 9. CARLO V imperadore 24.
Pe' buoni uffizii di _papa Paolo_ si era nell'anno addietro astenuto _Francesco re_ di Francia dal muover guerra a _Carlo imperadore_, essendoglisi fatto conoscere il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso, se in tempo che Cesare facea l'impresa di Algeri in benefizio della cristianità di tutto il Mediterraneo, e per conseguente anche della Francia, egli avesse impugnate l'armi contra di lui. Ma dacchè vide sì infelicemente terminata quella spedizione, e che in tanto sconcerto delle forze di Cesare si poteano sperar maggiori progressi, raunato un potentissimo esercito, in quattro diversi siti sul principio della primavera portò la guerra addosso agli Stati di esso Augusto, pretendendo guasta la tregua fra loro per la morte del Rincone e del Fregoso. Inviò dunque _Arrigo il delfino_ figlio suo primogenito con poderoso esercito all'assedio di Perpignano, capitale del Rossiglione, frontiera della Spagna. A _Carlo duca d'Orleans_ suo secondogenito diede l'incumbenza d'assalire con altro vigoroso corpo d'armati il ducato di Lucemburgo. Il _duca di Cleves_ col signor di Longavilla con altre milizie ebbe ordine di passare ostilmente contro il Brabante, e _Antonio di Borbone duca_ di Vandomo contro la Piccardia. Disposto un sì grave apparato, nel dì 10 di luglio dichiarò pubblicamente la guerra allo imperadore, persuadendosi che, colto da tante parti, in alcuna almeno di esse avesse a soccombere. Non era approvata dai suoi generali più prudenti questa divisione di forze, sostenendo essi che più buona ventura si potea promettere da un gagliardissimo unito esercito, che da tanti ritagli; ma niuno osò di contraddire alla risoluzion già presa da un re che credea saperne più di loro. Altro a me intorno a quelle guerre non resta da dire, se non che bravamente si difese lo imperadore in tutti que' siti, e che incendii e guasti furon ben fatti, ma senza alcun rilevante guadagno dal canto dei Franzesi, e con avere esso re Francesco gittati più milioni per nulla ottenere.
Neppure dimenticò in questi tempi esso re Cristianissimo gli affari di Piemonte, dove i suoi capitani teneano ed aveano ben fortificate le città di Torino, di Pinerolo ed altri luoghi. Impadronissi il signor di Bellay di Cherasco, e di là passò sotto la città d'Alba; ma non vi si fermò gran tempo, per avervi trovato chi sapea difenderla. Arrivato intanto di Francia il signor di Annebò con sette mila fanti tra italiani e franzesi veterani, l'armata loro, forse ascendente a diciotto mila combattenti, imprese l'assedio di Cuneo, castello forte a piè de' colli di Tenda, dove si uniscono due fiumi discendenti dall'Alpi. Si era conservata questa terra sotto l'ubbidienza di _Carlo duca di Savoia_, senza voler ammettere guarnigione imperiale, siccome aveano fatto Asti, Vercelli, Ivrea, Fossano, Chieri, Cherasco ed altre terre, dove _Alfonso marchese del Vasto_ governatore di Milano teneva presidio cesareo. Il popolo di Cuneo fu in tal congiuntura forzato a chiedere soccorso al marchese, che vi mandò sessanta cavalli con due compagnie di fanti. Questo picciolo aiuto, unito al valore de' terrazzani, che fecero una gagliarda difesa, obbligò dopo qualche tempo gli assedianti franzesi a ritirarsi di là: avvenimento non diverso da altri del secolo prossimo passato, e che abbiam veduto rinnovato nel 1744, in cui l'armi franzesi e spagnuole, dopo lungo assedio di quella forte terra o città, han dovuto battere la ritirata con gloria di _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna e duca di Savoia. Per mancanza poi di paghe si sbandò la gente condotta dall'Annebò. Di costoro, che voleano passare sul Piacentino, il marchese del Vasto ne uccise circa settecento a Monteruzzo, e gli altri si dispersero per le langhe, onde ancora furono cacciati. Riuscì al soprallodato marchese di prendere in quest'anno Villanuova d'Asti, Carmagnola, Carignano e qualche altro picciolo luogo; colle quali imprese terminò la campagna in Piemonte, stando il duca di Savoia a compiagnere la funesta scena che faceano le due nemiche armate sulle terre del suo dominio.
Lasciossi tanto accecare in questi tempi dalla malnata passione sua il _re di Francia Francesco I_, che giunse a commettere un'azione che sarà di perpetua infamia, non dirò già alla nazion franzese, che niun assenso prestò alle sconsigliate risoluzioni del re, anzi le detestò, come apparisce dalle storie; ma bensì allo stesso re Francesco, che, dimentico d'essere cristiano, nonchè Cristianissimo, per soddisfare al fiero appetito della vendetta insieme e dell'ambizione, spedì a Costantinopoli Antonio Polino e il signor di Ramon a trattar lega col gran signore Solimano a' danni dell'_imperador Carlo V_ e del _re d'Ungheria Ferdinando_ suo fratello. Restò conchiuso fra loro che il Barbarossa con potente armata navale verrebbe nel Mediterraneo ad unirsi co' Franzesi, e che Solimano in persona con ducento mila combattenti continuerebbe l'acquisto del regno di Ungheria. Ma perchè era di molto avanzata la stagione, si differì all'anno seguente l'effettuazione di sì obbrobrioso trattato. Non erano ascose a _papa Paolo III_ queste mene del re franzese, e ne provava gran pena pel nero turbine che soprastava a tanti innocenti cristiani, esposti alla desolazion del paese o alla schiavitù, e ad abiurar la religione, e per l'evidente pericolo che crescesse la potenza turchesca, a cui anche potea venir fatto di occupar qualche sito importante nelle viscere della cristianità d'Occidente. Scrisse più lettere, spedì legati, inculcando sempre più ragioni e preghiere per condurre i due emuli monarchi alla pace: tutto nondimeno indarno, rovesciando cadaun d'essi sopra l'altro la colpa di tanti sconcerti, ed amendue ostinati ed accaniti l'un contro l'altro. L'anno fu questo, in cui pel buon maneggio di _Giovanni Morone vescovo_ di Modena, insigne per la sua dottrina, prudenza ed eloquenza, e nunzio pontificio in Germania, rimasero spianate le difficoltà sin qui insorte intorno al luogo, dove s'avea a tenere il concilio generale; e si fissò la risoluzione di aprirlo nella città di Trento. Sopra di che formò lo zelante pontefice Paolo nel dì 22 di maggio una bolla, rapportata dal Rinaldi, in cui informò tutti i regni cattolici che nel dì primo del prossimo novembre se ne farebbe l'apertura nella città suddetta. Di buon'ora si scatenarono i protestanti contra di questo santo decreto, quasichè dovesse da loro prender legge la Chiesa cattolica. Ma neppur in questo anno si potè dar principio a quella sacra assemblea per cagion delle guerre che più che mai continuarono.
Provossi in questi tempi, specialmente nella Lombardia, il flagello delle locuste passate dal Levante in Italia[439]. Erano alate, e più grandi delle solite a vedersi, perchè lunghe un dito; volando adombravano il sole per lo spazio di uno o due miglia; e dovunque passavano, faceano un netto di tutte le erbe ed ortaglie. Nota il Surio[440] che in questo medesimo anno la Slesia e la Misnia in Germania nel tempo di state patirono lo stesso infortunio. Venuto poi il verno, perirono esse locuste, ma infettando l'aria col loro fetore; e guai a chi non ebbe la cura di seppellirle. Tremuoti ancora spaventosi riempierono di terrore nel giugno di quest'anno la Sicilia e la Toscana, e caddero molti edifizii, e perirono centinaia di persone, massimamente nella terra di Scarperia e in tutto il Mugello, con risentirsene Firenze, Pisa, Volterra, Lucca ed altri luoghi. Questi erano flagelli presenti; eppur la buona gente li prendea solamente per presagii e preludii di maggiori disgrazie. Merita ben _Gasparo Contarino cardinale_ che qui si faccia menzione dell'immatura sua morte, accaduta in Bologna nel dì primo di settembre dell'anno presente, e non già del seguente, come alcuno ha scritto; perchè in lui mancò un gran lume del sacro collegio. Ma in questo medesimo anno _papa Paolo_ avea fatta una promozione di cardinali nel dì 2 di giugno, in cui fra gli altri egregi personaggi ottennero la porpora il suddetto _Giovanni Morone arcivescovo_ di Modena, _Gregorio Cortese_ e _Tommaso Badia_, amendue Modenesi, illustri per la loro dottrina e per altre doti.
NOTE:
[439] Isnardi, Diario Ferrarese MS. Alessandro Sardi.
[440] Surius, Commentar. Campana, Vita di Fil. II.
Anno di CRISTO MDXLIII. Indizione I.
PAOLO III papa 10. CARLO V imperadore 25.
Giacchè l'_Augusto Carlo_ mirava da lungi il nuovo gagliardo armamento del re di Francia contro i suoi Stati di Fiandra e d'Italia, e del pari non ignorava aver egli incitato il gran signore Solimano contro dell'Ungheria, e come formidabil fosse la flotta preparata dal Barbarossa contro i cristiani del Mediterraneo: determinò di passar dalla Spagna in Italia, e poscia in Germania, per accudire dove il bisogno maggiore lo richiedesse. Aveva egli fatto riconoscere con solenne funzione dagli Stati di Spagna _don Filippo_ suo figlio per suo successore in que' regni; e parimente gli avea procacciata in moglie _donna Maria_ figlia di _don Giovanni re_ di Portogallo, tuttochè esso suo figlio non avesse che tredici anni. Celebrate poi che furono le nozze nel marzo del presente anno, l'imperadore, imbarcato sulle galee d'_Andrea Doria_, arrivò felicemente a Genova. In questo mentre, per maggiormente precauzionarsi contro del re Cristianissimo, avea egli contratta lega con _Arrigo VIII re_ d'Inghilterra; ma lega che sommamente dispiacque al _pontefice Paolo_, al vedere che quel re, divenuto ribelle alla religion cattolica, veniva ad unirsi con un imperadore, per portar le armi contro la Francia cattolica. Ma noi ora viventi non più facciam caso di siffatte leghe fra cattolici e protestanti, perchè avvezzi a toccar con mano che l'interesse di Stato è pur troppo il primo mobile in cuor de' regnanti, e non già la religione. Ora il pontefice, dacchè seppe il disegno di Carlo Augusto di tornare in Italia, fece proporre un abboccamento con lui, sperando pure, giacchè nulla servivano i mezzi finora adoperati, di poter colla presenza ed eloquenza sua muovere qualche trattato di pace, per cui verisimilmente avea delle buone intenzioni dalla parte de' Franzesi. A questo congresso non inclinava Cesare, perchè, prevedendo che senza cedere alcuna porzion di Stati o diritti non si poteva venir all'accordo, egli non si sentiva voglia di comperar la quiete con suo svantaggio, e però si andava divincolando per fuggir quell'incontro. A Genova, dove egli era pervenuto, si portarono il _marchese del Vasto_ e _don Ferrante Gonzaga_ per inchinarlo, ed altrettanto fece anche _Pier-Luigi Farnese_, la cui nuora _Margherita_ si fermò a Parma ad oggetto di vedere nel passaggio l'Augusto genitore, con cui di Spagna era venuto eziandio il _duca Ottavio_ suo marito. Essendosi ancora portato colà _Cosimo duca di Firenze_, tanto si maneggiò, che l'imperadore, intento a raccoglier moneta, si lasciò indurre a rimettergli le cittadelle di Firenze e di Livorno, con che egli pagasse ducento mila scudi d'oro, come attesta il Segni con altri storici. L'Adriani scrive cento cinquanta mila.
Si mosse intanto da Roma l'ansioso papa Paolo coll'accompagnamento sfarzoso di una gran corte, e di mille e quattrocento cavalli a' dì 26 di febbraio, e passando per nevi e ghiacci, arrivò a Bologna, dove sperava che Cesare verrebbe a trovarlo. Ma dacchè ebbe inteso non poter esso Augusto portarsi colà, stante il bisogno di passar frettolosamente in Germania, tanto si adoperò, che fu destinata la terra di Busseto, posta fra Piacenza e Cremona, e posseduta da Girolamo Pallavicino, per luogo del loro congresso. I fatti mostrarono non aver l'imperadore la fretta, con cui egli si schermiva dall'abboccarsi col papa. Ora l'impaziente pontefice si portò sino a Parma e Piacenza, non volendo che gli scappasse di mano l'astuto monarca. E perchè poi si avvide che si differiva il di lui arrivo a Genova, o la partenza di là, determinò di tornarsene a Bologna. Prima nondimeno di portarsi colà, perchè era stato invitato dal _duca di Ferrara Ercole II_ a visitar la sua capitale, imbarcatosi nel dì 21 d'aprile a Brescello, arrivò lo stesso giorno in vicinanza di Ferrara, dove nel dì seguente fece la sua solenne entrata. La magnificenza, con cui fu egli accolto dal duca e dalla nobiltà e popolo ferrarese, gli spettacoli e divertimenti a lui dati, e l'immenso concorso di foresteria a quella città, vengono descritti nel Diario manuscritto di Antonio Isnardi, e in altre storie ferraresi. Ne ho parlato anch'io nella seconda parte delle Antichità Estensi. Quivi si fermò per tre giorni il papa, dopo di che si restituì a Bologna. Venne finalmente la sospirata nuova che l'imperadore era per muoversi da Genova; laonde il pontefice corse a Parma, e nel dì 21 giugno passò a Busseto. A quella terra nel giorno seguente arrivò parimente l'Augusto Carlo, e furono amendue ad uno stretto colloquio di più ore. Per quanto si affaticasse il santo padre per indurre l'imperadore a dar mano alla pace, con cedere lo Stato di Milano ad un figlio del re di Francia, il trovò sempre più saldo di una torre. Però venne egli a proporre per mezzo termine che sua maestà desse a _Pier-Luigi Farnese_, oppure ad _Ottavio_ suo nipote, quel ducato, cioè a persone divotissime di Cesare e del sacro romano imperio: proposizione non nuova agli orecchi di quel monarca, il quale seppe ben difendersi da questo assalto, ancor che molto perorassero le lagrime della _duchessa Margherita_ figlia di esso Augusto, ed inoltre gli fosse esibito grossissimo censo in avvenire, e di presente una strabocchevol somma di danaro, che papa Paolo s'era studiato di ammassare in varie guise per questo fine.
Voce comune fu che questo desiderato ingrandimento della casa Farnese fosse, non dirò l'unico, ma uno de' principali incentivi, per cui il papa, nulla curando i disagi de' viaggi e della stagione, la poca sua sanità, e l'età ormai inclinante alla decrepitezza, anzi dimenticando il decoro della sublime sua dignità, corresse dietro all'Augusto Carlo, che poi si sbrigò presto di lui[441]. Lo stesso cardinal Sadoleto, che pure stava allora in Francia, confessò che, prima anche dell'abboccamento di Busseto, era corsa la fama che per privati interessi il papa avesse impreso questo viaggio. Cesare Campana[442], e molto più il cardinal Pallavicino[443], per gratitudine alla memoria di un papa, da cui la insigne compagnia di Gesù riconosce la prima sua approvazione, amendue lontani di tempo, prendono qui a volere smentir quella voce. Ma difficile è che mai la schiantino dal cuore degli accorti lettori. Perciocchè l'addurre che il Giovio e due o tre altri storici han preso abbaglio in altri punti di storia, niuna forza ha, perchè troppo pruova; e potrebbonsi con arme sì comode mettere in dubbio infinite altre vere asserzioni degli storici. Ognun sa se gagliardo fosse, per non dir di più, anche in Paolo III il prurito di portar la sua casa ad onori sublimi di principato; poco ancora staremo a vederne una indubitata pruova. Qui poi abbiam la corrente degli storici che asseriscono quel fatto, anche prima del congresso di Busseto; e la maggior parte contemporanei, e non solo d'Italia, ma di Francia e di Spagna. Per tacere degli altri, Alessandro Sardi[444], che in questi tempi fioriva, e lasciò una Storia manoscritta, di cui mi servo, va in ciò d'accordo cogli altri. Onofrio Panvinio[445], che pescava in buoni gabinetti, afferma, avere _il papa fatto all'aperta intendere_ questa sua proposizione all'imperadore. E Bonaventura Angeli[446], che non ignorava gl'interessi di casa Farnese, e dedicò la sua Storia al _duca Ranuccio_, non dovea certo tener per sogno le condizioni proposte da papa Paolo per ottenere il ducato di Milano al figlio, le quali son riferite dall'Adriani. Più ragionevol cosa dunque è il sostenere che principalmente si movesse il pontefice al suddetto viaggio ed abboccamento per maneggiar la pace in bene della cristianità; e che v'ingroppasse poi il progetto dell'acquisto di Milano pel figlio o nipote, giacchè si trovò Cesare troppo alieno dal sacrificare quel bel paese alle voglie del re di Francia. Hanno i lettori a perdonarmi se qui mi son fermato alquanto per amore della verità, credendo io infine che nulla pregiudichi all'onor di questo pontefice l'aver procurato l'ingrandimento de' suoi piuttosto cogli Stati altrui che con quelli della Chiesa.
S'inviò poscia l'_Augusto Carlo_ verso la Germania, e il papa malcontento se ne tornò a Roma. In questo mentre si cominciò a provar da' cristiani qual flagello avesse tirato sopra di loro la disordinata passione del re chiamato Cristianissimo. Avea il Barbarossa, per ordine di Solimano, allestita una formidabile flotta di galee, fuste e legni da carico, con quattordici mila Turchi da sbarco, e con essa verso il fine di aprile fece vela, giugnendo poi al Faro di Messina sul fine di giugno. V'era sopra anche Antonio Polino, ministro del re di Francia, come direttore di sì detestabil impresa. Per lo spavento si fuggirono gli abitatori di Reggio di Calabria. Dato prima il sacco alla misera città, ne fece poi la rabbia turchesca un falò, oltre al tagliare gli alberi fruttiferi, le vigne e le palme di quel paese. Di là condussero que' Barbari gran copia di anime cristiane in servitù. Inferiti altri danni alle riviere della Lucania e Puglia, arrivò la flotta infedele alla sboccatura del Tevere: il che mise in somma costernazione la stessa città di Roma, talmente che, sebbene il Polino assicurasse il _cardinal di Carpi_ reggente, che niun pericolo v'era, pure non si potè impedire la fuga di moltissimi in luoghi più sicuri. Di là navigò, senza far altri danni, il Barbarossa fino a Marsilia, dove si vede trionfalmente accolto questo gran nemico del nome cristiano nel mese di luglio. Perchè era andato a male un trattato dei ministri franzesi di sorprendere il castello di Nizza in Provenza, irritato il _re Francesco_, ordinò che le sue galee, sotto il comando di _Francesco di Borbone_ conte d'Anghien di sangue reale, unite all'armata turchesca, andassero all'assedio della città di Nizza. Si sostennero con vigore que' terrazzani dal dì 10 d'agosto sino al dì 22 contro il continuo fuoco delle artiglierie, e contro gli assalti de' Turchi; ma infine, conoscendosi incapaci di resistere più lungamente a tante forze nemiche, capitolarono con oneste condizioni la resa. Si applicò dipoi il Barbarossa a combattere il castello, alla cui difesa stavano Andrea di Monforte e Paolo Simeone cavalier di Malta, risoluti di resistere sino all'ultimo fiato. Intanto _Carlo duca di Savoia_, stando in Vercelli, non potea darsi pace per le sventure della sua città di Nizza; e però tanto pregò e scongiurò il _marchese del Vasto_, che l'indusse a muovere le sue milizie verso Genova, per portare soccorso all'assediata cittadella. Imbarcatisi dunque amendue colla gente sulle galee di _Andrea Doria_, andarono a posarsi a Villafranca: il che bastò perchè il Barbarossa e i Franzesi, dopo aver dato il sacco alla città, sciogliessero l'assedio, con ridursi il generale turchesco per mare a Tolone, dove colle sue truppe svernò, ma non senza gravissimo danno de' Provenzali. Ed ecco a che si ridussero tutte le prodezze di quel Barbaro e de' suoi collegati franzesi in quelle parti.
Dacchè ebbe il duca di Savoia rinfrescata di gente la fortezza, e ben vettovagliata la città di Nizza, dove richiamò gli abitanti fuggiti, tornò col marchese del Vasto in Piemonte, ed imprese l'assedio della città di Mondovì, con alzarvi tre batterie. Gran tempo vi stettero sotto, e più vi sarebbero stati, se non fossero cadute loro in mano le lettere che colà inviava il signor di Butieres general dei Franzesi in Piemonte. Ne furono finte delle altre, colle quali si ordinava al comandante di Mondovì di capitolare, perchè non gli si potea dar soccorso: il che fece rendere le città. Susseguentemente s'impadronirono essi di Caramagna, di Raconigi, Carmagnola e Carignano; nel qual ultimo luogo il marchese lasciò un buon presidio, e poi si ritirò a' quartieri d'inverno a Milano. Quanto all'_imperador Carlo_, fece egli guerra nella bassa Germania, e ridusse a' suoi voleri il nemico _Guglielmo duca di Cleves_. Nell'esercito suo militarono alcune migliaia di fanti e cavalli italiani, e molti insigni uffiziali di questa nazione, e fra essi _Camillo Colonna, Antonio Doria, don Francesco d'Este_. Il _marchese di Marignano_ era generale dell'artiglieria; mastro di campo generale _Stefano Colonna_, e luogotenente generale _don Ferrante Gonzaga_. Ma in Ungheria peggiorarono di molto gli affari dei cristiani nell'anno presente. Avea il _pontefice Paolo_ inviato in aiuto di _Ferdinando re de' Romani_ e d'Ungheria, _Giambatista Savello_ e _Giulio Orsino_ con quattro mila fanti italiani. Venuto lo stesso Solimano gran signore con un esercito, dicono, di ducento mila persone, non trovò forze tali che potessero far fronte alla sua potenza; però gli riuscì di sottomettere all'imperio suo la metropolitana città di Strigonia, Cinque Chiese, Alba Regale con altri luoghi, essendo arrivato troppo tardi l'esercito del re Ferdinando per opporsi a tali conquiste. In Italia, mentre erano spedite in Levante dal Barbarossa quattro navi, dove dicono imbarcati cinque mila cristiani dell'uno e dell'altro sesso, con ducento sacre vergini destinate ai serragli turcheschi, s'incontrarono esse nella squadra delle galee di Napoli, comandata da don Garzia figlio del vicerè, e furono felicemente prese e condotte a Messina.
NOTE:
[441] Raynaldus, Annal. Eccles.
[442] Campana, Vita di Filippo II.
[443] Pallavicino, Storia del Concilio.
[444] Sardi, Istor. MSta.
[445] Panvinio, Vite de' Papi.
[446] Angeli, Storia di Parma.
Anno di CRISTO MDXLIV. Indizione II.
PAOLO III papa 11. CARLO V imperadore 26.
Venuta la primavera di quest'anno, si esibirono di nuovo i barbari Turchi di passare ne' mari di Spagna, per dare il guasto a tutti que' lidi. Ma il _re Francesco_ oramai ravveduto, se non anche pentito, della scandalosa sua lega con quegl'infedeli, che nulla aveva a lui fruttato se non immense spese e l'odio dei popoli cristiani, e l'aver cagionata in Germania una forte lega di que' principi, tanto cattolici che protestanti, licenziò finalmente il Barbarossa, regalato con molti doni, acciocchè tornasse in Levante. Lasciò costui nel suo viaggio infauste memorie della sua crudeltà. Fermatosi all'Elba, vi recò gran danni. Arrivato a Piombino, perchè l'_Appiano_ signor d'essa terra non volle restituirgli un giovinetto fatto cristiano, e figlio d'uno de' suoi capitani, mise la gente in terra, e col ferro e col fuoco e colla schiavitù di molte persone obbligò quel signore a rendere quel garzone. Giunto dipoi sul Sanese, prese Telamone e Porto Ercole e l'isola del Giglio, facendo prigioni più di sei mila cristiani. Indi passato all'isola d'Ischia, la rovinò tutta, colla presa anch'ivi d'assaissimi abitatori. Andò sotto Pozzuolo, ma nulla vi guadagnò. Depredando poi le riviere della Calabria, pervenne a Lipari e a Procida, alle quali diede il sacco, e ne condusse via circa otto mila persone. La maggior parte di tanti poveri cristiani fatti schiavi perì per li soverchi patimenti, prima di giugnere in Levante, non sapendosi nè anche intendere come potesse la sua per altro gran flotta condurre tanti schiavi e alimentarli. Perciò in tutta Italia altro non si udiva che maledizioni contro il re di Francia, il cui furore avea tirato sopra la cristianità questo flagello. E la sua parte ancora, secondo la varietà de' genii, ne toccò all'_imperador Carlo_, attribuendo a lui la cagion delle presenti guerre, e l'ostinazione in non voler la pace. Era esso Augusto collegato col re inglese ai danni della Francia, ed amendue (tante erano le lor forze) si lusingavano di poter far una visita alla stessa città di Parigi; anzi fu detto che si avessero partito fra loro il regno di Francia, senza ricordarsi che il far facilmente i conti sulla pelle dell'orso non è da gente savia. Ma verisimilmente queste furono ciarle ed invenzioni di begl'ingegni. Uscirono questi due monarchi per tempo in campagna, prima che il re Francesco avesse unito l'esercito suo. Inviato _don Ferrante Gonzaga_ sotto Lucemburgo, occupato nell'anno addietro dai Franzesi, non durò gran fatica a ricuperarlo per viltà di quel comandante. Vennero dipoi costretti all'ubbidienza di Cesare i luoghi di Commercì, Lignì e San Desir. Lasciatosi poi alle spalle Scialon, penetrò l'esercito cesareo sino a Pernè, sedici leghe lungi da Parigi, consumando cogli incendii ogni luogo alla destra della Marna, per non essere da meno dei Franzesi, che aveano fatto altrettanto guasto nell'anno precedente nel nemico paese. Certamente se _Arrigo re_ d'Inghilterra, che con potente esercito era passato in Piccardia, secondo i disegni fatti, fosse venuto innanzi, gran pericolo correva la città di Parigi. In essa lieve almeno non fu lo spavento. Ma Arrigo, per avere già dato principio all'assedio di Bologna, città fortissima, non si volle muovere di là; sicchè sconcertò tutte le misure dell'imperadore. E intanto il re Francesco, assoldata una gran copia di Svizzeri, con una forte armata venne a postarsi alla parte sinistra del suddetto fiume, e fermò il corso de' nemici.
Prima ancora di questo tempo s'era rinforzata la guerra in Piemonte. Imperciocchè il re Francesco, per fare una diversione all'armi di Cesare, inviò in Italia _Francesco di Borbone_ della casa reale, signore d'Anghien, suo luogotenente, con sei mila fanti guasconi od altrettanti svizzeri. Era allora assediata dal signor di Butieres la città d'Ivrea, e ridotta all'agonia, quando gli venne ordine dall'Anghien di non procedere al decisivo assalto, e di aspettarlo. S'indispettì il Butieres al vedere che questo giovane signore, non contento di torgli il comando, gli voleva ancor rapir la gloria di quell'acquisto, e lasciò che gli assediati riparassero le breccie fatte, e si fortificassero in maniera, che delusero tutti gli sforzi fatti poscia dall'Anghien per forzarli alla resa. Era tuttavia di gennaio, quando il general franzese, lasciata in pace Ivrea, venne a cignere d'assedio Carignano. Per maggior sicurezza di questa impresa ricuperò Carmagnola ed altri luoghi. Spedì anche di qua dalla Dora un corpo di gente, che s'impadronì di Crescentino, di Astigliano e di Deciana, ma non potè mettere il piede in Trino. Durò l'assedio di Carignano sino al principio d'aprile; nel qual tempo il marchese del Vasto, rinforzato da sei mila Tedeschi ultimamente venuti di Germania, uscì in campagna con intenzion di soccorrer quella piazza che si credeva troppo necessitosa di vettovaglie. A questo avviso l'Anghien, lasciato sufficiente presidio sotto Carignano, venne all'incontro d'esso marchese. Trovaronsi le due nemiche armate nel dì di Pasqua in vicinanza nei luogo della Ceresuola. Ora nel dì 14 d'aprile il marchese accompagnato da Carlo Gonzaga, da Spinetta marchese Malaspina, da Camillo Montecuccolo e da altri signori, andò di buon'ora a riconoscere il campo franzese, e trovatolo in moto, corse ad ordinar le sue schiere. Sul principio si mostrò favorevole la fortuna agl'imperiali, ma nel proseguimento uditosi uno gridare: _Volta, volta_, senza che se ne sapesse la cagione, la cavalleria cesarea prese la fuga verso Asti, verificando l'antico proverbio: che la cavalleria o presto vince o presto fugge. L'abbandonata fanteria tedesca rimase totalmente disfatta; il principe di Salerno ritirò in ordinanza gl'italiani ad Asti, e il marchese del Vasto ferito si mise in salvo. Settecento Spagnuoli restarono prigioni, e in poter de' Franzesi vennero le artiglierie e le bagaglie del campo nemico. Giunsero alcuni a credere che gl'imperiali vi perdessero dieci mila persone. Gonfiarono anche più le pive altri storici, con dire uccisi più di dodici mila di essi; ed alcuni altri ne accrebbero il numero sino a quattordici o quindici mila, oltre agli Spagnuoli, e a due mila e cinquecento Tedeschi presi prigioni. In affari di guerra niun si fa scrupolo d'ingrandire o sminuire le cose a dismisura. Per altro anche ad essi Franzesi costò caro questa vittoria. Sino al dì 22 di giugno tenne saldo Carignano, nel qual giorno quella guarnigione capitolò la resa con obbligo di non servire per cinque anni contro il re e i suoi collegati. Molti altri luoghi si diedero ai Franzesi. In questo mentre _Pietro Strozzi_ con ordine e danaro del re Cristianissimo assoldò alla Mirandola sette mila fanti con una compagnia di cavalli, e si mosse verso Milano, passando anche il Lambro, per isperanze dategli che que' popoli troppo aggravati si ribellerebbono. Ma disingannatosi, e trovato il marchese del Vasto alla custodia de' passi, fece la ritirata a Piacenza, dove _Pier-Luigi Farnese_ duca di Castro, che ivi pel papa stava di guardia, gli somministrò vettovaglie e comodo per ristorar la sua gente. Fu rapportata all'imperadore quest'azione del Farnese, e se la legò al dito, con prendere ancor per questo in diffidenza anche papa Paolo. Rinforzato poscia lo Strozzi da altre soldatesche condotte da Roma da _Niccola Orsino_ conte di Pitigliano, tentò di passare in Piemonte pel Genovesato; ma verso Serravalle restò sconfitto dal _principe di Salerno_, il quale, perchè rilasciò i fuorusciti napoletani che erano restati prigioni, cagionò non pochi sospetti alla corte cesarea contro la di lui fede. Rifece dopo qualche tempo lo Strozzi l'esercito suo, e con quattro mila fanti (essendosi sbandato il resto) calò nel Monferrato, e vi prese Alba. Niun'altra importante azione seguì in quelle parti nel presente anno.
Lasciammo già le due armate cesarea e franzese solamente divise dal fiume Marna. Trovavansi in un pericoloso impegno que' due monarchi; il _re Francesco I _per timore di perder Bologna, e per aver nelle viscere del suo regno un sì poderoso nemico esercito, a cui il voler dare battaglia era un mettere a repentaglio il tutto; e l'_imperador Carlo V_ per non poter passare innanzi, e per la vergogna di aversi a ritirare indietro, e tanto più perchè veniva men la vettovaglia per la sussistenza dell'esercito. Questa situazion di cose accrebbe le batterie di chi amava il pubblico bene per condurre alla pace principi da tanto tempo sì discordi e pertinaci. Aveva a questo fine _papa Paolo III_ inviati due legati, cioè il cardinale _Giovanni Morone_ vescovo di Modena all'imperadore, e il cardinal _Marino Grimani_ Veneto al re Cristianissimo. Ma non sembra che questi avessero gran mano in quel trattato. Ve lo ebbero bensì i confessori d'amendue i monarchi, ed altri cardinali e signori dell'uno e dell'altro partito; tanto che nel dì 18 di settembre a Crespì furono sottoscritti dagli scambievoli plenipotenziarii gli articoli della pace[447]. Il principale di questi fu che l'Augusto Carlo prometteva di dare in moglie a _Carlo duca d'Orleans_, secondogenito del re, _donna Maria principessa_ di Spagna, sua figlia, e in dote la Fiandra co' Paesi Bassi, oppure _Anna_ secondogenita di _Ferdinando re de' Romani_, e in dote il ducato di Milano: il qual matrimonio si dovea dichiarar dopo quattro mesi. Fu anche stabilito che si avessero a restituire tutti i suoi Stati al _duca di Savoia_, ma in una maniera sì imbrogliata, che questo principe in sua vita non ne potè mai rientrar in pieno possesso, avendolo accompagnato le sue calamità sino alla morte: sventura più volte accaduta ai minori entrati in lega colle potenze maggiori. Se l'imperadore avesse in tanti anni addietro voluto acconsentire alle stesse condizioni di pace che gli furono più volte proposte, oh quanti mali e quanto sangue si sarebbero risparmiati ai regni cristiani! Ma il papa e le persone più accorte non si seppero indurre a credere che l'imperadore impastato di sì fina politica, usando quelle intricate promesse, pensasse ad eseguirle dipoi, ed immaginarono ch'egli troverebbe col tempo uncini e ripieghi tali da non mantenere la parola. Mentre si facea questo maneggio, _Arrigo VIII re_ d'Inghilterra costrinse alla resa la città di Bologna in Piccardia; e siccome compreso nella pace, fece ben vista di accettarla, ma con pretendere di non essere tenuto a restituir quella città, perchè presa il dì innanzi alla segnatura di essa: al qual caso non s'era provveduto. Per questo andò continuando la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Incredibil fu l'allegrezza che si diffuse per la cristianità alla nuova della concordia suddetta; figurandosi i popoli cattolici che oramai si avesse dopo tanti guai a godere la quiete. Sopra gli altri ne mostrò gran giubilo papa Paolo, e però, sperando passati quegl'impedimenti che fin qui si erano interposti alla tenuta del concilio di Trento, nell'ultimo dì di novembre pubblicò il decreto del principio che dovea darsi a quella sacra assemblea pel dì 25 di marzo dell'anno seguente. Il solo _Carlo duca di Savoia_, siccome dicemmo, quegli fu che non potè rallegrarsi, anzi ebbe a piangere per la pace di Crespì, perciocchè altro a lui non fu di presente restituito che alcuni luoghi di poca importanza, come Cherasco, Crescentino, Verrua, San Germano ed altre simili terre, mentre il meglio dei suoi Stati rimaneva in potere de' Franzesi ed imperiali.
NOTE:
[447] Du-Mont, Corps Diplomat.
Anno di CRISTO MDXLV. Indiz. III.
PAOLO III papa 12. CARLO V imperadore 27.
Fu poi fatta nel gennaio, oppure nel febbraio di quest'anno, la dichiarazione dell'_Augusto Carlo_; cioè ch'egli darebbe l'infanta sua figlia _donna Maria_ in moglie a _Carlo duca d'Orleans_, e in dote il ducato di Milano. Era già stato questo principe a baciar le mani all'imperadore, con replicar anche altre volte questo alto di ossequio; e siccome egli era graziosissimo e ornato di belle doti, così voce comune fu ch'esso Carlo avesse per lui concepito un grande effetto. Prima nondimeno di effettuar questo maritaggio, mosse lo scaltro Augusto delle pretensioni alla corte di Francia, chiedendo che il re Francesco assegnasse ad esso suo figliuolo qualche Stato, acciocchè non si vedesse quell'enorme deformità che la figlia d'un imperadore, re anche di Spagna, sposasse un principe che non avesse se non la spada per suo retaggio. Dai politici fu creduta questa dimanda un'invenzion sottile per guadagnar tempo, ed anche per eccitar gara fra i due figli del re, cioè fra _Arrigo delfino_ e il suddetto _duca d'Orleans_, i quali anche per la diversità del genio, e per altre ragioni si scorgevano già molto discordi fra loro. Intorno a ciò si andarono facendo varie consulte, proposte e risposte, finchè si arrivò al mese di settembre: quando eccoti quella che imbroglia e sbroglia tante cose del mondo, giunse a rapire lo stesso duca d'Orleans. Trovavasi allora col figlio e colla corte il _re Francesco_ nella Badia di Foresta presso Rue, dove fra quegli abitanti correva una febbre pestilenziale e contagiosa. Per poca sua cautela la contrasse anche quell'amabile principe, onde nel dì 8 di settembre fece fine al corto suo vivere in età di ventitrè anni. Non mancò gente che sospettò, secondo il mal uso d'allora, di veleno fattogli dare dall'imperadore, o dal tuttavia nemico re di Inghilterra. Ma gli stessi storici franzesi concordemente distruggono tal voce, riconoscendo ch'egli mancò di morte naturale. Per questa perdita, se fu inconsolabil il dolore del suo padre, non gli cedette nella verità, o almeno nelle apparenze, l'afflizione che ne mostrò lo stesso imperadore, quasichè a lui fosse mancato un figlio, nell'essergli tolto un principe destinato in isposo alla figlia. Ma intanto un colpo tale riuscì di non piccolo vantaggio, e, siccome più d'uno credette, anche d'interna consolazione ad esso Augusto, perchè veniva con ciò ad aprirsi il campo per non attendere la promessa fatta in Crespì di rilasciare lo Stato di Milano o la Fiandra alla Francia. Non terrò io dietro alle imprese de' Franzesi, spettanti bensì all'anno presente, ma non all'istituto mio, e mi basterà di accennare, avere il re Francesco messa insieme una forte armata di terra, e un'altra ancora di mare, per desiderio di torre dalle mani del re inglese l'occupata importante città di Bologna. Si azzuffarono le flotte, e fu costretta la franzese a ritirarsi. Perchè non isperavano i Franzesi di poter per allora vincere con assedio Bologna, si ridussero a fabbricar un forte in quelle vicinanze, capace di grosso presidio, per tenere in freno quello della città. Ma il re scoraggito ed afflitto tra per la perdita del figlio duca d'Orleans, per cui restavano arenate tutte le disposizioni precedenti di acquistare Stati per la regal sua famiglia, e per trovarsi battuto dagl'Inglesi, coll'erario vuoto, co' sudditi stanchi e smunti, e col corpo ancora maltrattato da un'ulcera nelle parti vergognose: finalmente cominciò a rallentare gli spiriti guerrieri, e a desiderar il riposo, perchè tutte queste vicende gli andavano ricordando la sua mortalità. Perciò senza fare più istanza della Fiandra o del ducato di Milano, a lui bastò di assicurarsi che l'imperadore continuerebbe nella stabilita pace, e fisserebbe i confini per gii Stati de' quali s'era, trattato nella concordia.
Costanti furono i movimenti di _papa Paolo_ in quest'anno, affinchè, essendo cessate tante guerre fra i primi potentati della cristianità, si desse oramai principio all'intimato concilio di Trento. Questo infatti si diede nel dì 15 dicembre, ma con troppo scarso concorso di prelati, benchè dianzi furono pubblicate le pene prescritte dai canoni a chi non interveniva. In mezzo nondimeno a questi pensieri, degni d'un zelante pontefice, non dormivano nè scemavano le sue premure per l'ingrandimento della propria casa. Dacchè egli intese destinato dall'imperadore il ducato di Milano pel duca d'Orleans, e troncate colla morte di questo tutte le precedenti idee e speranze sue di conseguirlo per _Pier-Luigi_ suo figlio, si applicò ad un altro partito, che se non tanto glorioso, certamente era di più facile riuscita: cioè disegnò di dargli Parma e Piacenza, possedute allora dalla camera apostolica. Due impedimenti poteano incontrarsi a questo progetto; l'uno dalla parte dell'imperadore non solamente vicino, ma pretendente su quelle due città, per le ragioni del ducato di Milano; e l'altra dalla parte del sacro collegio, a cui ben si conosceva che non potrebbe piacere questo tal quale smembramento di due nobili ed insigni città dalla camera pontificia. Fece il papa esporre questo disegno a Cesare, per ottenerne l'approvazione; ma ritrovò chi sapea ben di scherma, e sotto belle parole covava sentimenti diversi. Carlo non disapprovò apertamente l'atto meditato, ma neppur l'approvò, come quegli che vedeva il papa disporre sì francamente di uno Stato che i suoi ministri gli rappresentavano occupato indebitamente da Giulio II e da Leone X, e parte del ducato milanese, giacchè insussistente pretensione era quella di spacciar Parma e Piacenza per città dell'esarcato. Oltracciò, mirava l'imperadore di mal occhio Pier-Luigi, e mal soffriva che piuttosto a lui, che ad Ottavio suo genero, si facesse un sì ragguardevol dono. Cesare Campana all'incontro, e forse con più fondamento, sostiene che non ne fu precedentemente fatta parola all'Augusto Carlo. Comunque sia, bastò al papa, per proseguire innanzi in questo affare, il non aver riportata una assoluta negativa da Cesare. Affin di ottenere il consenso de' cardinali, propose di restituire alla camera apostolica il ducato di Camerino e Nepi, facendo conoscere l'evidente guadagno che ad essa risultava dal permutare que' due paesi con Parma e Piacenza, perchè costava di molto il mantenimento di queste città, siccome separate dagli Stati della Chiesa, e in pericolo d'essere assorbite dai vicini; laddove le rendite di Camerino, senza spese, unite al censo annuo di nove mila ducati d'oro (altri dicono di più) che si voleva imporre alle suddette due città, avrebbono fatto maggior pro all'erario papale. Tralascio altri raggiri ed altre speciose ragioni che furono adoperate per indorar questa pillola. Chi de' cardinali ambiva più di piacere al papa, che di soddisfare a' suoi doveri, non solamente prestò il suo assenso, ma caldamente perorò in approvazion di questa permuta. Ma non mancarono altri di petto più forte che arringarono contro i voleri del papa, rilevando gli svantaggi che ne provenivano; e tanto più si sarebbero opposti, se avessero potuto preveder gli sconcerti che da lì a non molto per tal cagione accaddero, e i maggiori che ai dì nostri son succeduti. Lo stesso cardinal Pallavicino, tuttochè sì impegnato a sostener la gloria di questo pontefice, qui l'abbandona, piuttosto impugnando che difedendo la di lui risoluzione. In somma nel concistoro de' porporati, dove per lo più suol prevalere la tema riverenziale verso chi può tanto favorire o disfavorire, la vinse il pontefice, e _Pier-Luigi Farnese_ nell'agosto di quest'anno fu dichiarato duca di Parma e Piacenza, nè tardò egli punto a prenderne il possesso.
Tanto in Lombardia che nella Lunigiana e Toscana si provò in quest'anno un grande flagello, per le soldatesche cassate dopo la pace nello Stato di Milano. Non sapendo coloro come vivere (ed erano la maggior parte Spagnuoli), in varie truppe si scaricarono sopra gli Stati della Chiesa e del duca di Ferrara. Cacciati di là, si ridussero addosso ai marchesi Malaspina nella Lunigiana, svaligiando case e consumando tutto, dovunque giugnevano. Passarono dipoi sul Lucchese, e finalmente s'andarono a posar sul Sanese, dove per molti mesi levarono il pelo e il contrappelo a quel contado. Guai se qualche accreditato capitano si fosse messo alla lor testa: sarebbono corse ad ingrassar quelle brigate migliaia di soldati italiani, tornati a digiunare alle lor case, e sarebbe rinata una di quelle formidabili compagne o compagnie di masnadieri che vedemmo in Italia nel secolo decimoquarto. Sorsero in questi tempi strepitose brighe nella stessa Siena, città in cui la discordia non fu mai cosa forestiera. Don Giovanni di Luna, che quivi era da parte dell'imperadore, invece di smorzare il fuoco, per la sua poca prudenza maggiormente lo accrebbe. Ne seguì infine una fiera sedizion civile, per cui lo stesso don Giovanni cogli Spagnuoli fu obbligato ad andarsene con Dio. Mancò di vita in quest'anno a dì 11 di novembre _Pietro Lando_ doge di Venezia, e in suo luogo fu eletto nel dì 24 d'esso mese _Francesco Donato_, già procurator di San Marco, e persona di gran saviezza e dottrina.
Anno di CRISTO MDXLVI. Indizione IV.
PAOLO III papa 13. CARLO V imperadore 28.
Poche novità l'Italia somministrò in quest'anno alla storia a cagion della pace che si godeva dappertutto. Era stato fin qui governatore e capitan generale dello Stato di Milano _Alfonso d'Avalos_ marchese di Pescara, personaggio egualmente rinomato pel suo valore che per altre sue belle doti ed azioni. Ma non erano già soddisfatti del suo governo i popoli, perchè caricati di molti aggravii, e di tanto in tanto costretti a soffrir non poche violenze: il perchè ne andarono varie doglianze alla corte dell'imperadore. Non avrebbono forse queste fatto breccia nell'animo dell'Augusto sovrano, se ad esse non si fosse aggiunto l'accusa che le rendite di quel ducato non si sapea in quali borse andassero a terminare. Ossia, che di ciò informato il marchese ottenesse nel precedente anno licenza di passare alla corte cesarea, oppure che fosse chiamato colà: certo è, ch'egli vi andò, e poi se ne tornò in Italia malcontento, stante l'ordine di Cesare, che gli rivedessero i conti. Ma venne la morte a liberarlo da ogni vessazione nell'ultimo giorno di marzo, mentre egli si trovava in Vigevano, con lasciar dopo di sè il nome di capitano molto illustre. Al governo di Milano fu susseguentemente destinato _don Ferrante Gonzaga_, che non tardò a venir di Sicilia, dove egli era stato vicerè, per prendere il possesso della novella carica; e ciò con soddisfazione de' Milanesi, lusingandosi i più d'essi di godere miglior trattamento sotto di lui. Ma andarono falliti i loro conti; perchè, siccome osserva il Segni, l'imperadore lasciava la briglia sul collo a' governatori delle provincia, comportando ogni lor fallo, purchè fossero fedeli. E però si cangiò bensì il governator di Milano, ma peggiorò la mala sorte de' Milanesi, le querele dei quali niuna impression fecero da lì innanzi nell'animo di Carlo V. Seguitava intanto la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Finalmente, conoscendo l'ultimo di essi qual impegno di spese portasse il voler sostenere contro dei Franzesi l'occupata città di Bologna di qua dal mare: diede orecchio a' trattati di pace, di cui gran voglia nello stesso tempo avea il _re Francesco_. Fu questa conchiusa nel dì 7 di giugno dell'anno presente, con obbligarsi il re Cristianissimo di pagare all'Inglese in termine di otto anni più di due milioni di scudi di oro: sborsati i quali, se gli dovea restituire Bologna di Piccardia. Dimorava l'imperadore in questi tempi in Germania, mal soffrendo la lega formata in Smalcaldia dai principi e comuni protestanti; perciocchè questa, sebben sembrava unicamente fatta per mantenere la falsa religione introdotta da Lutero (che appunto in quest'anno nel dì 7 di febbraio per improvvisa morte tolto fu dal mondo) pure covava nell'interno de' maggiori disegni contro la potenza dell'imperadore. Capi d'essa luterana lega erano _Gian-Federigo duca_ ed elettor di Sassonia, e _Filippo langravio_ d'Assia. Perciò l'_Augusto Carlo_ giudicò di non dover più differire il farsi rendere ragione di questo attentato, con darsi ad ammassare un potente esercito. Perchè appunto anche gl'Italiani ebbero parte in quella danza, sarà a me permesso dirne qualche cosa.
Si studiò l'imperadore in questa occasione di trarre seco in lega il _pontefice Paolo_. S'era questi con sua gran lode, siccome padre comune, astenuto in addietro da ogni parzialità e lega nelle guerre fra i monarchi cattolici. Ora che si trattava di procurar vantaggi alla vera religione, volentieri acconsentì ad unirsi coll'imperadore. Nel dì 22 di giugno si pubblicarono i capitoli d'essa lega, per cui il papa s'impegnò d'inviare in soccorso dell'imperadore dodici mila fanti e cinquecento cavalli, e di fornire nello spazio di un mese ducento mila scudi d'oro. Sollecitamente fece il pontefice questo armamento, con dichiararne generale il _duca Ottavio Farnese_ suo nipote, e legato il _cardinal Farnese_ suo parimente nipote. Comandante della cavalleria italiana fu _Giam-Batista Savello_, della fanteria _Alessandro Vitelli_, e sotto d'essi militavano assai colonnelli e capitani italiani di molto credito nell'armi. Anche i duchi di Ferrara e di Firenze vi spedirono colà delle schiere armate, e più di cinquecento nobili italiani volontarii concorsero a far quella campagna. Trasse ancora l'imperador Carlo altra gente d'Italia, comandata da _Carlo di Lanoia_ principe di Sulmona, e da _Emmanuele Filiberto_ principe di Piemonte. Erano eziandio nell'armata del medesimo Augusto generale dell'artiglieria _Gian-Giacomo de Medici_ marchese di Marignano, e consiglieri di guerra _don Francesco d'Este, Pirro Colonna e Giam-Battista Gastaldo_. Ma perciocchè lentamente procedeva l'unione dell'esercito imperiale, dovendo venir dai Paesi Bassi, dall'Italia e da altri luoghi molti d'esse soldatesche; l'elettore e il langravio, già messi al bando dell'imperio, più sollecitamente uscirono in campagna con un'armata, che alcuni, forse ampollosi, fanno ascendere ad ottanta mila fanti e a dieci, anzi a quindici mila cavalli, e s'inviarono verso Ratisbona, dove stava assai sprovvisto l'imperadore, con disegno o di farlo prigione o di cacciarlo di Germania. La protezion di Dio salvò Carlo V in tal congiuntura, non avendo que' ribelli saputo prevalersi del vento in poppa. Nulla servì loro l'aver prese le chiuse del Tirolo, affinchè non passassero gl'Italiani. Questi passarono, e nulla giovò ai luterani l'essersi impadroniti di Donavert. Ebbe tempo l'imperadore di provveder Ratisbona con gagliardo presidio, e di preoccupar la forte città d'Ingolstad, dove coll'esercito suo, ingrossato di molto, andò ad accamparsi a fronte della contraria superiore armata, ma senza voler mai venire a battaglia, benchè più volte provocato dagli orgogliosi nemici. Intanto al campo cesareo, superate molte difficoltà, venne a congiugnersi un grosso corpo di soldatesche fiamminghe. _Maurizio_ cattolico _duca di Sassonia_, nemico di quell'elettore, colle milizie tedesche ed unghere, dategli da _Ferdinando re dei Romani_, ostilmente entrò nell'elettorato di Sassonia. Diede più percosse a quei popoli, e s'impossessò di un tratto grande di quel paese. Questo colpo, la mancanza de' viveri e la costanza dell'Augusto Carlo, costrinse l'armata protestante sul fine di novembre a levare il campo, e a ritirarsi alla sordina come in rotta. Allora fu che l'imperadore, tuttochè afflitto da varii incomodi di sanità, inoltratosi col poderoso suo esercito, tal terrore indusse nel paese nemico, che vide venire, prima che terminasse l'anno, oppure nel verno seguente, supplichevoli a' suoi piedi _Federigo conte Palatino, Ulderico duca_ di Vitemberg, e i cittadini d'Ulma, d'Augusta, di Francoforte, di Argentina e di altri luoghi. Dopo questi vantaggi, pei quali rimasero molto infievoliti l'elettor sassone e il langravio d'Assia, si ritirò esso Augusto a' quartieri d'inverno, seco riportando gloria singolare non men di valore che di clemenza, per non aver negato il perdono a chiunque davanti a lui si umiliò. Fu continuato con vigore in quest'anno il concilio di Trento, ed ivi si stabilirono varii punti di domma, e parimente si attese a riformar gli abusi della disciplina ecclesiastica. Mancarono in quest'anno di vita due insigni cardinali, la memoria de' quali può sperare l'immortalità, cioè _Pietro Bembo_ Veneziano, e _Jacopo Sadoleto_ Modenese, che negli scritti loro lasciarono ai posteri chiare testimonianze d'un raro ingegno e sapere.
Anno di CRISTO MDXLVII. Indiz. V.
PAOLO III papa 14. CARLO V imperadore 29.
Con una strepitosa scena in Genova si diede principio all'anno presente[448]. Dacchè fu rimessa in quella potente città per cura filiale di _Andrea Doria_ la libertà, e riserbato quasi tutto ai nobili il governo d'essa, quivi si godeva un'invidiabil pace e tranquillità. Ma era gran tempo che _Gian-Luigi de' Fieschi_, conte di Lavagna e signore di molte castella, siccome giovane di grand'animo e di pensieri turbolenti, andava macchinando novità in pregiudizio delle patria sua, con essere fin giunto a desiderar e sperare di acquistarne la signoria, o piuttosto di ridurla sotto il comando del re di Francia. Mirava egli con occhio di livore e con occulta rabbia lo stato e la fortuna del suddetto Andrea Doria, parendogli che sotto nome di libertà egli facesse da padrone in Genova, e che l'imperadore coll'essere dichiarato protettore della città, e col tenere al suo soldo esso Doria, anche più del Doria quivi signoreggiasse. Soprattutto gli stava sul cuore, come pungente spina, Giannettino Doria, nipote ed occhio dritto d'esso Andrea, che forse non cedeva a suo zio nella scienza dell'arte nautica militare; e benchè giovane, già s'era acquistato gran grido in varie azioni di valore, perchè in lui considerava un successore nell'odiata autorità e dignità di Andrea; e tanto più perchè in lui abbondava l'alterigia, cioè il potente segreto per farsi odiare. Dopo aver dunque Gian-Luigi in molto tempo, e con intelligenza dei ministri franzesi e di _Pier-Luigi duca_ di Piacenza e Parma, segretamente introdotte in Genova alcune centinaia de' più arditi uomini delle sue castella, scelse la notte precedente al dì 2 di gennaio di quest'anno per effettuare il suo perverso disegno. Chiamati seco a scena molti de' suoi amici nobili popolari, e svelata ad essi l'intenzion sua, gli ebbe quasi tutti seguaci all'impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell'Arco, con ispedire dipoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di San Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un gran tumulto e strepito di voci de' remiganti e marinari che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzo dello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto, svegliato dallo strepitoso rumor della darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione fra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio, che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d'entrare, per sua mala ventura v'entrò, perchè immantenente fu da' congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso, che la città era sossopra, e udirsi gridare: _Libertà e Fieschi_, perchè molti della vil plebe s'erano uniti coi congiurati per isperanza di dare il sacco alle case de' nobili. Però, come potè, posto sopra una mula si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinoli.
Poco parea che mancasse al compimento dell'opera, nè altro si aspettava, se non che Gian-Luigi tornasse per insignorirsi del palazzo pubblico. Ma Gian-Luigi era sparito per una di quelle vicende che non di rado sconcertano le misure anche de' più saggi. Nel voler egli passare sopra una tavola alla capitana delle galee, questa si mosse, ed egli, siccome armato di tutto punto, piombando nell'acqua, nè potendo sorgere, quivi lasciò miseramente la vita. Per questo accidente s'invilirono tutti i suoi, e venuta in chiaro la morte sua, quel senato ripigliò coraggio; e quantunque Girolamo fratello dello estinto continuasse a fare il bravo, pure sul far del giorno si trovò abbandonato dalla plebaglia, di maniera che ebbe per grazia di potersi ritirare a Montobbio, dove attese a fortificarsi: con che tornò la quiete in Genova. Cagion fu questa effimera rivoluzione che trecento schiavi turchi, presa una galea del Doria, su quella si salvarono in Africa. Fuggirono ancora tutti i forzati, dopo aver dato il sacco a tutti gli armamenti ed arredi delle galee. Furono poi confiscate tutte le castella di Gian-Luigi, diroccato il magnifico suo palazzo; Girolamo suo fratello ed altri congiurati presi in Montobbio condannati all'ultimo supplizio. Gran rumore fece per l'Italia questo fatto. Chiara cosa fu che i ministri di Francia aveano tenuta mano a questa congiura, e comunemente si credette che Pier-Luigi Farnese per varii suoi dissapori e motivi politici fosse in ciò d'accordo col Fieschi, con avergli anche promesso degli aiuti. Alessandro Sardi[449], allora vivente, attesta che _Renca di Francia duchessa di Ferrara_, senza consenso del _duca Ercole II_ suo marito, siccome cognata del re Francesco, fu partecipe di questo maneggio, e per mezzo del duca di Piacenza e Parma avea promesso al Fiesco di mandargli i Franzesi che la servivano. E perciocchè non si sapea credere che Pier-Luigi, senza che _papa Paolo_ suo padre fosse consapevole ed approvatore del fatto, avesse dato braccio alla congiura; a tanto più perchè fra esso papa ed _Andrea Doria_ erano dianzi seguite non poche amarezze, perciò non si potè cavar di testa ai sospettosi imperiali che anche lo stesso pontefice in quella tresca si fosse meschiato, benchè niuna concludente pruova ne potessero mai trovare.
Nel dì 28 dello stesso gennaio del presente anno diede fine alla carriera del suo vivere _Arrigo VIII re_ d'Inghilterra, con lasciar erede il figlio _Odoardo_ di età di soli nove anni, e il nome suo in obbrobrio presso tutta la posterità, per aver governati i suoi popoli più da tiranno che da re, con tanti aggravii loro imposti, con tanta crudeltà esercitata verso le maggiori e più illustri persone del regno, con tante scene della sfrenata sua libidine, e massimamente per essere divenuto traditore e persecutor della Chiesa cattolica, dopo aver conseguito il glorioso titolo di difensore della medesima Poco stette a pagar lo stesso tributo alla natura _Francesco I re_ di Francia in età di cinquantatrè anni, essendo accaduta la sua morte nel di 31 di marzo. La sua intemperanza ne' piaceri carnali, avendogli cagionata una pericolosa fistola nella bassa parte deretana, gli abbreviò la vita: principe peraltro ornato di belle doti, amante delle scienze e de' professori di esse, padre e restitutor delle lettere nella sua nazione. Ad _Arrigo II_ suo primogenito, che a lui succedette, secondo l'esempio d'altri monarchi, i quali solamente imparano a viver bene quando s'ha da abbandonare la vita presente, lasciò per ricordo, essere cosa da saggio figliuolo l'imitar le virtù, e non già i vizii del padre. Specialmente ancora gli raccomandò di non aggravar di soverchio i popoli colle contribuzioni: dal che egli non s'era giammai guardato, per appagar l'ambizione sua e l'odio conceputo contro di Carlo imperadore, odio ch'egli forse portò al sepolcro, giacchè prima di morire avea mandati ducento mila scudi a _Gian-Federigo Sassone_ e al _langravio assiano_, nemici o ribelli d'esso Cesare. Se questa passione per memoria della prigionia sofferta in Ispagna, e per ragione ancora di Stato, l'ereditasse eziandio Arrigo II suo figlio, giovane di spiriti molto guerrieri, staremo poco ad avvedercene. Intanto solenni funerali fece egli al defunto padre, e con ogni sorta di feste si vide celebrato l'ingresso suo in Parigi con _Caterina de Medici_, divenuta ormai regina di Francia. Quanto agli affari di Cesare in Germania, brevemente dirò, che rinforzato di gente _Gian-Federigo duca_ di Sassonia, di buona ora spinse le sue armi contra del _duca Maurizio_, padrone allora di Lipsia e di Dresda; e il mise a mal partito; perlochè avendo esso Maurizio fatte replicate istanze d'aiuto all'imperadore, questi, benchè infermo per la podagra, fu forzato ad uscire in campagna per tagliare il corso a maggiori progressi di Gian-Federigo, al quale riuscì in questi tempi di muovere a ribellione la Boemia contra del _re Ferdinando_ signore di quel regno, e di dare una rotta ad _Alberto_, uno de' _marchesi di Brandeburgo_. Alla armata cesarea comandava in capo il _duca di Alvo_. Perchè Giovachino marchese di Brandeburgo ed elettore abbracciò in questi tempi il partito dello imperadore, maggiormente si animò esso duca a proseguir la marcia contro del Sassone verso la metà di aprile. Mirabile poi e sopra modo ardita fu l'azion degli Spagnuoli, che trovando le opposte rive dell'Elba, fiume grossissimo, di gente e di artiglierie guernite da Gian-Federigo, pure passarono; e, cacciati i nemici, diedero campo all'esercito imperiale di formar un ponte e di trasferirsi di là. Ritiravasi il Sassone in ordinanza colle sue truppe, ma inseguito dalla cavalleria cesarea, suo malgrado, si preparò alla battaglia. Fu questa ben calda nel dì 24 d'aprile, ma infine andarono in rotta le genti del Sassone, ed egli, fatto prigione dal conte Ippolito Porto da Vicenza, fu condotto davanti all'imperadore, che gli rimproverò l'alterigia sua in trattar dianzi lui solamente col titolo di _Carlo di Gante, che si fa nominar l'imperadore_. Reo di morte venne da lì a qualche tempo giudicato Gian-Federigo; tante nondimeno preghiere dei principi s'interposero, implorando la clemenza di Cesare, ch'egli, mosso ancora dal desiderio di cavar dalle mani degli uffiziali di Gian-Federigo le due fortezze di Vittemberga e Gotta, s'indusse a donargli la vita, con patto che rinunziasse l'elettorato a Cesare, e i suoi Stati (a riserva di una porzione, cioè della Turingia) al duca Maurizio. Restò egli, ciò non ostante, come prigione presso l'imperadore. Per la depressione di questo primo campione della lega protestante, anche _Filippo langravio d Assia_ trattò per mezzo di varii intercessori, e specialmente del suddetto duca Maurizio, di tornare in grazia dell'Augusto Carlo. Con varie condizioni questa gli fu accordata; ma, presentatosi egli ai piedi del vittorioso monarca, si vide ritenuto prigione; la qual durezza costò poscia ben caro al troppo severo monarca.
Si studiò nell'anno presente, per ordine del medesimo Augusto, e a persuasione del _cardinale Teatino_ di casa Caraffa arcivescovo, _don Pietro di Toledo_ vicerè di Napoli d'introdurre in quella metropoli e regno il tribunale dell'inquisizione[450]; al che troppo abborrimento avea mostrato sempre il popolo napoletano, e massimamente la nobiltà, che giudicava d'essere tolta con tal novità di mira dal vicerè, mostratosi in tante altre occasioni suo poco amorevole, per non dir nemico, affin di gastigare sotto l'ombra della religione chi non era in sua grazia. A' tempi ancora di Ferdinando il Cattolico tentata fu la introduzion del medesimo tribunale. Il timor di una sollevazione, e l'aver fra le altre ragioni rappresentato i Napoletani, che essendo troppo familiari in quella nazione i giuramenti falsi, niun più sarebbe da lì innanzi stato sicuro dell'onore e della vita, fece desistere lo accorto re da sì pericolosa impresa. Ma, persistendo il Toledo in questo proposito, e nulla curando i privilegii di quella regal città, finalmente nel di 16 di maggio si mise in armi il popolo con alquanti nobili, e cominciò a menar le mani contro gli Spagnuoli usciti del castello in ordinanza, ed all'incontro il castello a tempestar colle palle le case de' cittadini. A questo rumore volarono a Napoli circa tre mila banditi e fuorusciti, che si unirono col popolo. Dopo di ciò furono eletti dalla città due inviati, cioè don Ferrante Sanseverino principe di Salerno, e don Placido di Sangro, affinchè si portassero alla corte per informar l'imperadore, e supplicarlo di richiamare il vicerè, e di non permettere le novità dell'odiata inquisizione fra loro. Al principe di Salerno era stato predetto, che se andava, male gliene avverrebbe. Ma egli, anteponendo l'amor della patria ad ogni suo rischio, andò. Furono prevenuti questi inviati da persona spedita con più diligenza dal vicerè. Arrivati che furono anch'essi alla corte, al principe, senza poter vedere la faccia dell'imperatore, fu ordinato di fermarsi. Il Sangro bensì ebbe udienza, ma non riportò a Napoli se non la secca risposta che la città ubbidisse. Venne intanto spedito da _don Ferrante Gonzaga_ al vicerè un rinforzo di mille Spagnuoli sopra le galee del principe Doria: altri ottocento dalla Sicilia, ed alcune brigate di fanti assoldati in Roma da _don Diego Mendozza_ ambasciatore cesareo. Costoro nel dì 21 di luglio, per discordia insorta fra essi ed alcuni popolari, diedero all'armi, uccissero alquanti Napoletani, saccheggiarono alcune case e monasteri, ed occuparono Santa Maria Nuova, luogo atto a prevalere contro la città. Mentre il popolo coi fuorusciti di Napoli e colle artiglierie si preparava per espugnar quel sito, arrivò il Sangro dalla corte, che intimò ad ognuno l'ubbidire. Non avea il popolo capo alcuno di autorità; e siccome è assomigliato ai flutti del mare, che presto vengono e presto sen vanno, si quetò, e spedì suoi deputati al vicerè per fare scusa e chiedere perdono. Nel dì 12 d'agosto fu pubblicato lo indulto generale, col condannar nondimeno la città al pagamento di cento mila ducati d'oro, nè più si parlò d'inquisizione; ma dal perdono rimasero esclusi alquanti nobili e popolari, che colla fuga si sottrassero alla pena, lasciando i loro beni in preda del fisco. Tornato dipoi a Napoli il principe di Salerno, come pecora segnata, fu da lì innanzi perseguitato dal vicerè; tanto che in fine fu costretto a fuggirsene; e, dichiarato ribello, dopo molte peripezie, finì, siccome diremo, sua vita in Francia nel 1568, con aver prima abbracciata l'eresia degli Ugonotti.
Insorsero in quest'anno varie dispute nel concilio di Trento, perchè quei padri tanto per lo strepito delle vicine guerre, che per l'influenza di gravi malattie quindi insorte, erano malcontenti di quel soggiorno. Altri motivi segreti ancora si pretende che avesse _papa Paolo_ per mutare il luogo a quella adunanza; e perciò andò loro l'ordine che trasferissero il concilio a Bologna, siccome fecero di fatto. Sommamente dispiacque a Cesare questa precipitosa risoluzione, e fra gli altri suoi aperti risentimenti comandò che i prelati de' suoi dominii non si movessero di Trento. Era anche per altro esso Augusto di mal umore verso il pontefice, perchè questi sul fine dell'anno precedente avea richiamate dalla Germania le milizie pontificie in tempo che Cesare maggiormente abbisognava per proseguir la guerra contra de' protestanti. Crebbero inoltre i dissapori all'osservare come il pontefice tenesse pratiche di stretta confidenza coi Franzesi, avendo egli anche ultimamente ottenuta per moglie di _Orazio Farnese_ suo nipote una figlia naturale del novello re di Francia, con gran dote, obbligandosi egli, all'incontro, di comperargli in Francia uno Stato che rendesse annualmente almeno dodici mila ducati d'oro. Ma soprattutto covava l'imperadore un tarlo di sdegno e di vendetta contro di _Pier-Luigi Farnese_ figlio del papa, e nuovo duca di Piacenza e Parma, non solamente perchè riputato, se non promotore, almeno complice dell'attentato di Gian-Luigi Fiesco contra di Genova, ma ancora perchè si scorgeva in lui un continuo e stretto attaccamento ai Franzesi. Cosa producessero questi mali umori, poco si starà a conoscerlo per la congiura tramata ed eseguita contro di lui nell'anno presente. Dacchè fu egli messo in possesso del ducato di Piacenza e Parma, fermò la sua stanza nella prima di quelle città, dove si applicò a fabbricare una nuova cittadella che in questi tempi si trovava ridotta quasi a compimento, non lasciando intanto di abbellire in varie forme la città di Parma[451]. Hanno dimenticato gli scrittori di tramandare ai posteri le virtù di esso Pietro Luigi. All'incontro, se noi vogliamo credere al Varchi, questo personaggio era uomo scelleratissimo, brutto di volto, ma più deforme d'animo, immerso nella più nefanda libidine e in altri enormi vizii. Anzi termina esso Varchi la sua Storia colla scandalosa pittura di una di lui azione la più sconcia ed orrida che mai si possa udire, e di cui forse non si troverà altro pari esempio. Poteva il Varchi e doveva risparmiare ancor questo. E volesse Dio che ci fossero bastevoli argomenti per poterlo ora mettere in dubbio; ma dacchè non osarono di contraddire alla fama di sì nero delitto gli scrittori allora viventi, quantunque ne mormorassero forte gli stessi protestanti; e dacchè il Belcaire vescovo di Metz, che scriveva allora le sue storie, asserisca la notorietà della libidine d'esso Pier-Luigi, con accennar anche quel mostruosissimo fatto accaduto nel 1557, io altro non soggiugnerò intorno ad esso. Dirò bensì, non apparire ch'egli per la carnale sua concupiscenza si tirasse addosso l'odio della ricca e numerosa nobiltà piacentina, non parendo mai verisimile il venir egli rappresentato dal Segni per istorpio di mani e di piedi, sicchè bisognava aiutarlo fino al mangiare, e tuttavia perduto negli affari della sensualità.
Altronde adunque venne contra di Pier-Luigi il mal talento di que' cittadini; imperocchè, avendo egli trovato i nobili d'essa Piacenza avvezzi a vivere con soverchia libertà sotto il governo ecclesiastico, e ad abitar per lo più ne' loro feudi, dove, non men che nella città, conculcavano la plebe, tosto si diede a metter loro la briglia, senza considerare se il rigore oppure la piacevolezza convenisse meglio alla novità del suo governo. A questo fine levò l'armi ai nobili, limitò i loro privilegii, e sotto pena ancora di confisco gli obbligò ad abitar nella città, affinchè s'aumentassero le rendite delle sue gabelle; tagliò eziandio non poco dell'autorità di quel senato, e furono cominciati gran processi contra de' delinquenti presenti e passati. Oltre a ciò levò, Corte Maggiore a Girolamo marchese Pallavicino, e divulgossi ancora che era per ispogliare Agostino Landi di Bardi e Compiano: novità che lo facevano bensì amare dal basso popolo, ma odiare assaissimo dalla nobiltà. Non si guardò egli dall'inimicarsi _don Ferrante Gonzaga_ governator di Milano, con occupare un castello di lui, e impedirgli la tenuta del marchesato di Soragna; perlochè il Gonzaga fece quanti mali ufficii potè contro di lui alla corte dell'imperadore. Convennero dunque i suddetti Girolamo Pallavicino ed Agostino Landi, con Camillo marchese Pallavicino, Giovanni Anguissola e Gian-Luigi gonfaloniere, tutti della primaria nobiltà di Piacenza, di levar di vita il Farnese. Fu poi, per quanto credo, inventato che i lor cognomi erano indicati nella parola PLAC, abbreviata nelle monete d'esso duca. Speravano essi appoggio dopo il fatto da don Ferrante; ma l'Adriani e il Gosellini, che ben si può presumere assai informati di quegli affari, scrivono essere stato con Ferrante quegli che promosse ed attizzò la congiura; e venne in questo tempo a Cremona (seppur non fu a Lodi) non gente militare, per trovarsi più a tiro della disegnata impresa. Quel ch'è certo, nel dì 10 di settembre i cinque suddetti congiurati, con alcuni lor confidenti al numero di trentasette persone, portanti armi coperte sotto i panni, presa l'ora che il duca ebbe pranzato, e che i suoi ministri stavano a tavola, quando uno e quando l'altro entrarono nella vecchia cittadella, dove abitava il duca, lasciandoli passar liberamente la guardia degli Svizzeri. Per quanto viene scritto, più d'un avviso era venuto a Pier-Luigi da Milano e dal papa stesso che si macchinava contra di lui, e che si guardasse; ma non seppe egli profittarne. Era salito l'Anguissola con due compagni nell'anticamera del duca, e mentre gli altri attesero ad impadronirsi della porta della cittadella e della sala con uccidere alcuni Svizzeri e Tedeschi, egli, entrato co' suoi due nella camera del duca, che ragionava allora con Cesare Fogliano, con poche pugnalate lo stese morto a terra, senza trovare resistenza alcuna, perchè, a cagion della sua intemperante passata vita, avea Pier-Luigi degl'impedimenti alle giunture, ed immobile ricevè la morte.
All'udire che nella cittadella era tanto rumore, non meno i nobili che il popolo diedero di piglio all'armi, e corsero a quella volta. Altrettanto fece Alessandro da Terni, capitano delle milizie del duca, con animo d'entrare in essa fortezza. Ma avendo i congiurati alzato il ponte, ed essendosi ben armati con rompere l'armeria ducale, e con assicurarsi della famiglia dell'ucciso principe, convenne fermarsi. In questo mentre Agostino Landi rappresentò al popolo la morte del duca, e fatto calar dalle mura nella fossa il di lui cadavero legato con una fune, acciocchè se ne accertassero, e gridando: _Libertà, libertà, imperio_, ed asserendo che don Ferrante in breve arriverebbe colle sue truppe, ognuno s'andò ritirando, ed Alessandro da Terni colle sue genti s'inviò alla volta di Parma. Avvisato infatti il Gonzaga con due spari d'artiglieria, spedì incontanente cinquecento fanti, che entrarono nella cittadella, e nel dì 12 di settembre comparve anche egli con altra gente, e prese il possesso della città a nome dell'imperadore, promettendo ai cittadini di ridurre le gravezze al primo stato, di restituir gli onori al senato, e la libertà ai feudatarii, annullare i processi, e di rendere i beni confiscati: con che tornò la quiete in quella nobil città. Ciò fatto, il Gonzaga spedì truppe ad impadronirsi di Borgo San Donnino, e di Borgo di Val di Taro, e di Castel Guelfo. Tentò ancora la città di Parma, e Roccabianca e Fontanellato; ma i Parmigiani, avendo dipoi acclamato per loro duca _Ottavio Farnese_, figlio dell'estinto Pier-Luigi, si tennero forti alla divozione di lui. Trovavasi _papa Paolo_ in Perugia, allorchè gli fu recata la funesta nuova, accolta da lui con inesplicabil dolore, e insieme con fieri interni rimproveri, al veder così confusa l'ambizion sua e il tanto suo amore ai congiunti di sangue. Tuttavia da saggio non perdè tempo a spedire il nipote Ottavio con Alessandro Vitelli a Parma, e a spignervi di mano in mano quante soldatesche potè, raccolte dall'Umbria e dalla Romagna. Ciò sostenne Parma, e seguì in appresso una sospension d'armi fra il duca Ottavio e don Ferrante. E questo misero fine ebbe Pier-Luigi Farnese, che quantunque lasciasse dopo di sè un brutto nome, pure ebbe la gloria o fortuna di lasciar quattro figli ben diversi da lui, cioè il suddetto _duca Ottavio_, che riuscì principe di gran valore e saviezza; _Alessandro_, uno dei più insigni cardinali del sacro collegio; _Orazio duca di Castro_, destinato genero di _Arrigo II re_ di Francia per lo sposalizio di _Diana_ figlia naturale dello stesso re; e _Ranuccio_, che il buon papa, dimentico della riforma della Chiesa, non avea avuto scrupolo di eleggere arcivescovo di Napoli, e crear cardinale nell'anno precedente, ancorchè egli non avesse che quindici in sedici anni. Lasciò inoltre Pier-Luigi una figlia per nome _Vittoria_, che il papa diede per moglie a _Guidubaldo duca_ d'Urbino, generale in questi tempi della repubblica di Venezia. Ma della morte del Farnese ebbe ben a dolersi l'Italia, perchè cagion fu di riaccendere nuove guerre non solamente qui, ma anche oltramonti, siccome vedremo. Nè si dee tacere che in quest'anno a dì 12 d'agosto (avvenimento assai raro) cadde nel Mugello, distretto di Firenze, per tutta la notte si dirotta ed impetuosa pioggia, che tutti i fiumicelli divennero orgogliosi torrenti, con inondar le campagne, ed allagare non poca parte della città di Firenze. Vi perì molta gente; case, mulini, gualchiere, ponti ed alberi infiniti non ressero alla furia dell'acque; talchè gli uomini di quel secolo niuna pari disavventura avevano mai veduta o provata nei tempi loro.
Anno di CRISTO MDXLVIII. Indizione VI.
PAOLO III papa 15. CARLO V imperadore 30.
Fu impiegato tutto quest'anno in maneggi politici, e in proposizioni di leghe e di guerre, ma senza che se ne risentisse la pubblica quiete. S'era già sconcertata non poco la buona armonia fra il _pontefice Paolo e Carlo imperadore_, sì per la seguita translazion del concilio di Trento a Bologna, malveduta e impugnata da esso Augusto, e per l'uccision di Pier-Luigi Farnese, e per l'occupazion di Piacenza fatta dall'armi imperiali, approvata di poi solennemente dall'imperadore stesso: il che riempiva di sdegno l'animo del pontefice, al mirar tolta alla Chiesa, e insieme alla casa Farnese, una sì riguardevol città. E tanto più, perchè anche Parma si trovava in grave pericolo, tendendo parimente a quell'acquisto _don Ferrante Gonzaga_ con orditure segrete e colle minaccie della forza. Perciò si diede esso pontefice a manipolar una lega con _Arrigo II_ re bellicoso di Francia, calcolando che le di lui forze, colla comodità specialmente di Torino e d'altre piazze tuttavia occupate dalle di lui armi in Piemonte, potessero abbassare la troppo cresciuta potenza di Cesare in Italia, e forzarlo alla restituzion di Piacenza. Questa medesima lega era desiderata dai Franzesi; ma camminando essi con gran cautela, al vedere il decrepito papa non lontano dall'abbandonar colla vita gl'impegni politici, richiedevano che il sacro collegio s'obbligasse a continuar la lega, ed in essa si tirassero altri principi d'Italia, e che Parma fosse ceduta ad _Orazio Farnese_ duca di Castro, fratello del _duca Ottavio_, e genero, siccome dicemmo, del re Cristianissimo. Ma nè i Veneziani, nè il duca di Ferrara si vollero impacciare in sì pericoloso labirinto, e molto meno v'accudirono i saggi porporati. Perciò s'andò consumando il tempo in varii trattati, e nulla infine ne risultò. Intanto l'imperadore continuava le calde sue istanze perchè si restituisse in Trento il concilio; al che troppo renitente si scopriva il pontefice, colla comune credenza ch'egli temesse in città non suddita a sè la forza de' prelati spagnuoli e tedeschi, capace di restrignere l'autorità pontificia, e formar decreti disgustosi alla corte romana per conto della disciplina ecclesiastica. Ad ogni infermo fa paura il chirurgo che ha da tagliare. Queste discordie fra il pontefice e l'imperadore cagion furono che esso Augusto, trovandosi alla dieta in Augusta, e bramando pure di quetar in qualche maniera i torbidi della religione e de' popoli nella Germania, fece stendere una scrittura, contenente ciò che fossero obbligati i protestanti di credere ed insegnare, fino a tanto che il concilio generale determinasse la pura dottrina della Chiesa; e nel dì 15 di maggio la pubblicò. Fu essa nominata l'_Interim di Carlo V_: decreto che egualmente si trovò poi riprovato ed impugnato dai cattolici e dai protestanti. A questi dispiacque, perchè i principali punti della religion cattolica erano ivi stabiliti, e perciò contra d'esso si scatenarono. Ai Cattolici, perchè nell'_Interim_ furono permessi a' protestanti certi usi, non già incompatibili colla dottrina cattolica, ma contrarii alla presente disciplina della Chiesa. E sopra tutto il pontefice proruppe in gravi doglianze, perchè l'imperadore si fosse presa la libertà di far delle determinazioni in materia di religione, risiedendo questa autorità ne' soli sommi pastori della Chiesa, e non già nei principi secolari.
Trovandosi intanto l'_Augusto Carlo_ stanco sotto la mole di tanti affari, e colla sanità infievolita per le passate fatiche e per la podagra, prese la risoluzione di far venire di Spagna in Italia e Germania il _principe don Filippo_ suo figlio. Nello stesso tempo con dispensa del sommo pontefice accordò l'infanta _donna Maria_ sua primogenita in moglie all'_arciduca Massimiliano_, figlio del _re Ferdinando_ suo fratello, che era allora in età di circa venti anni. E per provvedere la Spagna di un autorevole vicerè, durante l'assenza del principe suo figlio, spedì colà lo stesso Massimiliano con bell'accompagnamento nel mese di giugno, e furono poi con gran magnificenza solennizzate le sue nozze in Madrid nel settembre di quest'anno. In questo mentre si unirono a Roses in Catalogna le galee d'Andrea Doria, di Spagna, Napoli e Sicilia, con varie navi, che in tutto formavano una numerosa e potente flotta, dove il principe don Filippo, dopo aver lasciato il governo dei regni al cugino Massimiliano, imbarcatosi nel dì primo di novembre, sciolse le vele alla volta dell'Italia sotto la direzione del _duca d'Alva_, capitan generale e maggiordomo maggiore dell'Augusto suo padre, inviato a questo fine in Ispagna. Sbarcò nel dì 22 (l'Adriani scrive nel dì 25) del suddetto mese in Genova, accolto con immensi onori da quel popolo, ed alloggiato nel palazzo del suddetto Doria. _Cosimo duca di Firenze_, attentissimo in tutto a conservare ed accrescere la protezion di Cesare, inviò colà a visitarlo _don Francesco_ suo primogenito, che gli portò, se crediamo al Segni, dei regali del valore di cento mila scudi. Vi comparve ancora il _duca Ottavio Farnese_, inviato dal papa, per pregarlo d'impiegarsi nella restituzion di Piacenza. Dopo molti giorni di riposo passò dipoi il regal principe a Pavia, ed indi a Milano, due miglia lungi dalla qual città con isplendido corteggio di prelati e di nobiltà, fu a fargli una visita _Carlo duca di Savoia_. In tal congiuntura fece il popolo di Milano sfoggi di incredibil magnificenza per l'accoglimento di questo sole nascente, a cui sapeano di dover essere sudditi col tempo. Venne in quest'anno _Arrigo II re di Francia_ con quattrocento uomini d'armi, e cinque mila fanti in Piemonte, per visitar le fortezze occupate dall'armi sue. Pretende l'Adriani impreso quel viaggio dal re, perchè Ottavio Farnese, per vendicarsi di _don Ferrante Gonzaga_ dopo l'occupazion di Piacenza, avesse mandati dei sicarii per farlo uccidere, che poi furono scoperti a tempo e giustiziati: sperando il re, siccome consapevole della trama, che, tolto di vita il Gonzaga, potessero insorgere dei torbidi nello Stato di Milano. Vana immaginazione di quello storico, perciocchè nel dì 10 di settembre accadde la morte di Pier-Luigi Farnese, e il re nel luglio e agosto precedente era venuto a Torino; ed avendo colà chiamato _Ercole II duca di Ferrara_, questi con licenza dell'imperadore nel dì 15 d'agosto si mosse con bella comitiva, andò a Torino, e nel dì 2 di settembre si restituì a Ferrara. Erano le premure del re di tirar seco in lega questo principe, ma il trovò troppo alieno dall'inimicarsi il troppo potente imperadore. Tanto bensì operò esso _re Cristianissimo_, che indusse il duca medesimo a concedere in moglie Anna sua primogenita a _Francesco di Lorena duca_ di Umala, figlio del _duca di Guisa_ suo favorito. Senza far altra novità, e con solamente lasciar dei sospetti in Italia, se ne ritornò esso monarca in Francia nel dì 25 di settembre. Perciò don Ferrante attese a fortificar Milano, e le altre città e fortezze di quello Stato; ed altrettanto fece in Toscana il duca Cosimo, a cui per gran somma di danaro da Cesare fu dato Piombino, e da lì a poco ancora ritolto. Furono parimente in quest'anno fieri rumori in Siena, città, dove _ab antiquo_ cozzavano fra loro due fazioni, volendo cadauna o primeggiar nel governo, o usurparlo tutto. I ministri dell'imperadore, che davano in questi tempi legge all'Italia, non tralasciarono di profittar della lor pazza discordia; e però a don Diego di Mendozza venne fatto d'introdur quattrocento fanti spagnuoli di guardia, dando principio ad una specie di dominio di quella città.
NOTE:
[448] Foglietta. Adriani. Campana. Mascardi.
[449] Sardi, Istoria MS.
[450] Summonte. Sardi. Adriani. Campana ed altri.
[451] Adriani. Angeli, Storia di Parma. Mambrin Roseo. Gesellini, Vita di Ferrante Gonzaga.
Anno di CRISTO MDXLIX. Indizione VII.
PAOLO III papa 16. CARLO V imperadore 31.
Dopo avere il regal principe _don Filippo d'Austria_ lasciato in Milano un gran credito di signor generoso e liberale, nel dì 8 di gennaio del presente anno partì da colà, e, ricevuto uno splendido trattamento da _Francesco duca di Mantova_, alla qual città si portò anche _Ercole II duca di Ferrara_ per inchinarlo, passò a Trento, continuando poscia il viaggio sino a Brusselles, dove fece la sua entrata nel dì primo d'aprile, accolto con tenerezza dal padre Augusto. L'intenzion dell'imperadore di chiamarlo colà era stata di fargli giurar fedeltà da' popoli della Fiandra; il che eseguirono essi di tutto buon cuore. Ma si aggiunse un'altra idea, fabbricata dall'amor paterno ed ambizioso di Carlo cioè si diede egli a meditare nel tempo stesso di farlo anche re de' Romani, e trattossi di ciò infatti nella dieta d'Augusta dell'anno seguente; ma con trovarsi il _re Ferdinando_ troppo renitente alla cessione di quella dignità. Se non concordassero in questo varii autori, parrebbe inverisimile un siffatto progetto. Ma nè Ferdinando avea sì poco senno da sacrificare alle voglie del fratello quell'illustre dignità, nè i principi della Germania erano sì mal avveduti di permettere la continuazion d'una unione o potenza che facea paura a tutti. In questi tempi _Arrigo II re_ di Francia, non sapendo soffrire che la sua città di Bologna in Piccardia avesse a restar in mano degli Inglesi anche per alquanti anni, e di doverla comperare con tante somme d'oro accordate nella pace fatta con loro dal _re Francesco I_ suo padre, determinò di adoperar la forza per ricuperarla, con essersi fatto assolvere dal papa dal giuramento ed obbligo di pagare il pattuito danaro. Parvegli anche propizio il tempo, perchè in Inghilterra erano insorte gravi discordie, e durava tuttavia la guerra degl'Inglesi contro la Scozia, assistita dall'armi della Francia. Perciò andò con un possente esercito a mettere l'assedio alla città di Bologna, dichiarando aperta guerra agl'Inglesi; ma quantunque s'impadronisse di qualche forte, nulladimeno inutili per quest'anno rimasero i suoi sforzi contro d'essa città. Godevasi intanto in Italia la pace, ma pace turbata da continui sospetti di guerra per cagion di Parma e Piacenza; e tutti attendevano a premunirsi. Ebbero, ciò non ostante, a piagnere le marine, e specialmente della Sicilia, Calabria e Riviera di Genova. Corseggiava nel Mediterraneo dopo la morte del Barbarossa maestro, il famoso corsale Dragut rais con quaranta legni; nè solamente prendeva quanti navigli mercantili gli venivano alle mani, ma eziandio facea sbarco di tanto in tanto alle coste della cristianità, con mettere a sacco i villaggi, ed asportarne ancora gran copia d'anime cristiane, condannate dipoi ad una penosa servitù. Mancava a costui un buon nido; sel procacciò egli nell'anno presente coll'impossessarsi a forza d'armi della città appellata Africa o Tripoli nelle coste di Barberia. Quivi si piantò egli e fortificò, concependo poi speranza di stendere più in là il dominio suo.
Ondeggiava intanto _papa Paolo_ fra varii pensieri intorno agli affari di Parma e Piacenza, e ricevea da Cesare parole di corte, quante ne volea. Ora pretendeva l'_imperadore Carlo_ che si esaminassero le ragioni della Chiesa e dello Stato di Milano su quella città, ed ora proponeva cambii, comparendo sempre disposto a compiacere il papa, ma con interna risoluzione di far quel solo uso che conveniva al proprio interesse. Prese dunque il pontefice il partito, a ciò consigliato dai più saggi porporati, di unir di nuovo Parma alla Chiesa, e di torla al nipote Ottavio, con animo di reintegrarlo, cioè di dargli di nuovo Camerino, giudicando che Parma in man della Chiesa verrebbe più rispettata dai potentati cattolici. Con questa idea richiamò a Roma il nipote, spedì a Parma con segrete istruzioni _Camillo Orsino_, Capitan generale della Chiesa, il qual giunto colà, prese il comando dell'armi e il governo d'essa città, attendendo poscia a fortificarla, e a ben provvederla di vettovaglie e munizioni da guerra: il che recò non poca gelosia a _don Ferrante Gonzaga_. Stette lungamente aspettando il duca Ottavio qual dovesse essere il suo destino, lusingato dal pontefice ora colle speranze di espugnar la pertinacia di Cesare, ed ora colle proposizioni avanzate di una lega colla Francia. Finalmente s'impazientò, massimamente all'udire che si trattava di ceder Parma a _don Orazio _suo fratello, e Camerino a lui, e al considerare che in tanto egli si trovava spogliato di Parma, benchè d'essa investito, e che, venendo a mancare il decrepito papa, correa rischio di neppur ottenere o di perdere Camerino. All'improvviso dunque, senza saputa dell'avolo papa, venne per le poste a Parma, credendo di farsene, come prima, padrone; ma Camillo Orsino insospettito per non aver egli recata lettera o ordine alcuno del pontefice, si mise alla parata d'ogni accidente, col disporre guardie dappertutto; e lasciò bensì entrare in Parma il duca, ma il tenne sì corto, che non osò di tentare novità veruna. Con tutto ciò, le speranze di Ottavio erano riposte nella cittadella, avendo tenuta già intelligenza per questo col castellano d'essa, e perciò fece istanza di visitar anche quelle fortificazioni. Quivi parimente si trovò egli burlato, per essersi pentito il castellano, che ricusò d'ammetterlo dentro: il perchè tutto fumante di collera uscì di città, e si ritirò a Torchiara castello del conte Sforza Santafiore suo cugino, dove, per mezzo del _cardinale di Trento_, cominciò un trattato con _don Ferrante Gonzaga_ per acconciarsi coll'imperadore. Dacchè il pontefice ebbe intesa l'impensata fuga del nipote, diede nelle smanie, persuaso che la gente non crederebbe ciò fatto senza consenso suo; e tosto gli spedì dietro un corriere per richiamarlo. E perchè ebbe avviso dall'Orsino del tentativo da lui fatto per ripigliare il dominio di Parma, maggiormente acceso di collera, rinnovò gli ordini a tutti i ministri di quella città di tenerla a nome della Chiesa, e di non ammettere colà il nipote. Così stavano le cose, quando il _cardinal Farnese_, per lettera a lui scritta dal fratello, fece sapere all'addolorato pontefice che Ottavio, se non gli veniva ceduta Parma, si accorderebbe con don Ferrante, e cercherebbe colla forza di riaver quello che riputava dovuto a sè per giustizia. Questo colpo, per cui si sfasciavano tutte le macchine politiche del papa, e i suoi segreti trattati coi Franzesi, l'accorò talmente, che, preso da un tremore e quasi sfinimento, fu per cadere in terra, se non era sostenuto dagli astanti. Dopo quattro ore si riebbe; ma sopraggiunse una gagliarda febbre, a cui l'età sua, arrivata ad anni ottantadue, e forse più, guadagnatasi da lui colla temperanza del vitto, non potè reggere, e però cessò di vivere nel dì 10 di novembre.
Varia fu la fama che lasciò dopo di sè _papa Paolo III_. Gli storici fiorentini, Varchi, Segni ed Adriani, perchè mal animati contro di lui a ragion delle dissensioni passate fra esso pontefice e il duca Cosimo, ne sparlarono a bocca aperta. Il Segni arrivò a scrivere, esser egli stato in concetto, non dirò di amante della strologia giudiciaria, che questo gli fu imputato anche da altri (benchè forse senza ragione), ma fin di magia e dell'uso de' veleni, con altre dicerie bestiali, che lo stesso stampatore si vergognò di esporre tutte alla luce. Non è già di dovere che i principi, pretendenti di non esser sottoposti alle leggi, abbiano anche da pretendere esenzione dalla pubblica censura, perchè questo è l'unico freno oppur gastigo alle lor malvage azioni: e guai a chi giugne a nulla curarsi anche di questo qualsisia staffile. Ma giusto insieme è che la censura sia ben fondata, e non figlia della malignità e dell'invidia. Certamente chiunque senza passione peserà le azioni e la condotta di Paolo III, avrà da confessare, aver egli meritato, per conto non men dell'uffizio pastorale, che del governo principesco, la lode di degno pontefice e di saggio principe. Dotato di gran consiglio, di rara prudenza e di zelo cospicuo pel bene della religione e pel decoro della Chiesa, primiero aprì l'importantissimo concilio di Trento, confermò l'insigne compagnia di Gesù e l'istituto de' cappuccini, e procurò la riforma degli abusi che deformavano la Chiesa di Dio. Sommamente accrebbe la gloria sua colla promozione di più di settanta cardinali, la maggior parte illustri o per la loro scienza, o per la lor pietà, o per l'ingegno o per la chiarezza di sangue. Sempre padre comune, mai s'impacciò nelle guerre fra i principi, fuorchè quando si trattò di guerreggiar contro gl'infedeli ed eretici: che allora largamente impiegò le rendite della Chiesa. Fortificò Perugia, Ascoli, Nepi e Castro; condusse molto innanzi la fabbrica di San Pietro, cominciata da Giulio II; rifondò il palazzo apostolico del Vaticano; tirò alcune strade diritte per Roma; ed avendo molto beneficato il popolo romano, meritò che fosse posta la sua statua nel Campidoglio. Non mancarono al certo in lui varii nei. E chi n'è senza? Per fabbricare il palazzo Farnese, gran guasto diede all'anfiteatro di Tito. Fece gridare il clero e i popoli suoi per le gravezze loro accresciute, e lasciò anche impegnate a' mercatanti per più anni non poche rendite della camera apostolica. Ma quello che maggiormente parve che oscurasse la sua fama, e che presso i più non trovò scusa, fu l'esorbitante suo amore verso del figlio, benchè figlio non degno di questo buon padre, e verso de' nipoti, degni al certo di lui, per l'ingrassamento ed innalzamento dei quali che non fece egli? L'abbiam già veduto. E volle Dio che, vivente ancora, ne ricevesse il gastigo; laonde dicono che negli ultimi giorni di sua vita andasse ripetendo: _Et peccatum meum contra me est semper_. Per altro anche in questi ultimi tempi ad esaltare i pregi e a liberar dalla censura le azioni d'esso pontefice, ha contribuito non poco l'indefessa penna del celebre cardinale Angelo Quirini, vescovo di Brescia, a cui ancora siam tenuti per tante altre notizie intorno al cardinal Polo e ad altri insigni personaggi che in Paolo III trovarono un saggio conoscitore e premiatore del merito.
Aveva il pontefice nel penultimo dì del suo vivere ordinato un breve all'Orsino, con cui gli comandava di consegnar Parma al duca Ottavio: tanto era il timore ch'egli si gittasse in braccio agli imperiali, e cedesse loro quella città. Perchè questo breve non fu spedito con diligenza, ed arrivò prima d'esso a Parma la nuova della morte del papa, ancorchè il sacro collegio ordinasse lo stesso all'Orsino, egli non volle ubbidire, dicendo d'aver avuta in guardia quella città da un papa, e che ne disporrebbe secondo che gli fosse ordinato da un altro papa: risposta che fece sospettare qualche suo intrigo coi Franzesi. Ma l'Orsino onoratamente trattò e conservò Parma pel papa venturo, quantunque non men dagl'imperiali che da' Franzesi gli fossero fatte molte ingorde proposizioni. Durante poi la sede vacante, Camillo Colonna ricuperò Palliano e le altre terre tolte da papa Paolo ad Ascanio; e il principe di Sulmona acquistò Soncino ed altri luoghi, come appartenenti a donna Isabella Colonna sua moglie. Ma don Diego Mendozza s'interpose, affinchè non seguissero rumori fra esso principe e i Colonnesi. Intanto raunati i cardinali nel numeroso conclave, cominciarono i lor maneggi per provvedere la Chiesa d'un nuovo pastore, con sì poca concordia nondimeno, che spirò il presente anno senza verun accordo, anzi con apparenza di non accordarsi sì presto fra loro. Nell'ottobre di quest'anno si celebrarono con rara magnificenza in Mantova le nozze del _duca Francesco Gonzaga_ con _Caterina d'Austria_ figlia di _Ferdinando re de' Romani_. Nel qual tempo _Lodovico_ fratello d'esso duca passò alla corte di Francia, e col tempo divenne duca di Nevers: del che è bene che il lettore si ricordi, perchè vedremo a suo tempo tornar questa linea Gonzaga a signoreggiare in Italia.
Anno di CRISTO MDL. Indizione VIII.
GIULIO III papa 1. CARLO V imperadore 32.
Tennero lungamente diviso il sacro collegio, ascendente al numero di cinquanta cardinali, le fazioni imperiale, franzese e farnese. Fu in gran predicamento il _cardinal Polo_, uomo per la sua scienza, religione e purità di costumi ben meritevole della dignità pontificia. Ma perchè il _cardinal teatino Caraffa_ il proclamò per amico de' protestanti, a personaggio sì illustre rimasero tagliate le penne. Infine nella notte precedente il dì 8 di febbraio restò concordemente eletto papa (per cura specialmente dei cardinali Farnese, Guisa e d'Este) _Giovanni Maria di Monte_, ossia _del Monte_, cardinal veterano, creduto degno della sacra tiara per li meriti suoi anche dal defunto pontefice. Era egli oriondo da Monte San Sovino, terra del distretto di Arezzo; e per la trafila di varii impieghi, tutti sostenuti con lode, passato al cardinalato, si era specialmente distinto per lo sapere e per la prudenza nel concilio generale, in cui fu legato apostolico tanto in Trento che in Bologna. Prese il nome di _Giulio III_; e perciocchè questo era l'anno del giubileo, nè per la morte del papa s'era potuto nel precedente dicembre far la funzione di aprir la porta aurea, coronato ch'egli fu nel dì 22 di febbraio, non tardò ad aprirla nel dì 24, per soddisfare al gran concorso della gente passata a Roma per ottener le indulgenze. Lodevolissimi furono i principii del governo di questo pontefice, siccome suol d'ordinario accadere non solo ne' principi ecclesiastici, ma anche ne' secolari, perciocchè mostrò l'animo suo inclinatissimo non solo a rimettere in Trento il concilio generale, aderendo alle premure dell'imperadore e dei Tedeschi, ma ancora alla riforma della disciplina ecclesiastica, troppo scaduta ne' secoli addietro. Pubblicò infatti il decreto del riaprimento del concilio in essa città di Trento pel dì primo di maggio dell'anno prossimo venturo. Conciliossi ancora l'amore del popolo romano con levare i dazii della macina e de' contratti, che papa Paolo avea introdotti con gravi doglianze massimamente de' poveri. Riconfermò lo Stato di Campagna ai Colonnesi, e per riconoscenza al cardinal Farnese confermò la prefettura di Roma ad _Orazio Farnese duca_ di Castro, e il grado di gonfalonier della Chiesa al _duca Ottavio Farnese_ fratello d'esso cardinale. Quel che più importa, fece nel dì 24 di febbraio restituire da Camillo Orsino ad esso Ottavio la città di Parma colle fortezze, artiglierie e munizioni: il che fu cagione che Ottavio, dopo essere stato fin qui in molti trattati coi ministri dell'imperadore, voltasse vela per sostenersi contra de' medesimi, scoperti troppo vogliosi di quell'acquisto, e malcontenti della restituzione a lui fatta.
Sì risoluto sempre più compariva _Arrigo II re_ Cristianissimo di ricuperar la città di Bologna nella Piccardia, che _Odoardo re_ d'Inghilterra e i ministri suoi giudicarono miglior consiglio di cedere amorevolmente con qualche vantaggio quella città, che di fare immense spese per la difesa, e di perdere poi tutto colla resistenza. Però nel dì 24 di marzo dell'anno presente seguì pace fra que' due potentati, come consta dallo strumento rapportato dal Du-Mont, in cui fu conchiusa la restituzion di essa città al re di Francia, con obbligarsi questi al pagamento di quattrocento mila scudi d'oro del sole in due rate all'Inglese. Liberato da quell'impegno, si diede poscia il re Arrigo a lavorar sott'acqua per turbar la quiete d'Italia, e per muovere guerra all'imperadore, la cui potenza faceva male a' suoi occhi, non men che n'avesse fatto al re suo padre. Già dicemmo divenuto formidabile nel Mediterraneo il feroce corsaro Dragut Rais, massimamente dopo la conquista della città appellata Africa, o Tripoli di Barberia, tenuta da alcuni per l'_Aphrodisium_ degli antichi. I Turchi le danno il nome di Maladia. Portate alla corte di Cesare le doglianze e grida di tanti popoli afflitti dall'insolenza e crudeltà di costui, che solamente manteneva buona amistà co' Franzesi, vendendo loro la preda fatta sopra i sudditi della Spagna; determinò il magnanimo imperadore di reprimere la baldanza di quel nemico del nome cristiano. Per ordine adunque suo, il principe _Andrea Doria_ e _don Giovanni di Vega_ vicerè di Sicilia allestirono una ragguardevol flotta di galee e di navi, colla quale si unirono ancora alcune del pontefice e de' cavalieri di Malta. _Don Pietro di Toledo_ vicerè di Napoli vi mandò don Garzia suo figlio, _Cosimo duca di Firenze_ vi spedì Giordano Orsino con quattro galee e Chiappino Vitelli con mille fanti. Gran numero di cannonate e d'assalti bisognò a quella impresa; ma finalmente al valore dell'armi cristiane non potè resistere quella picciola, benchè assai fortificata città. Vi rimasero uccisi ottocento Mori, e ne furono condotti via schiavi circa sei od otto mila, venduti poi a vil prezzo per la Sicilia e Sardegna. Furono presi anche altri luoghi in quei contorni, tutto bel paese con terreno fecondo e colline piene di oliveti. Pretende il Surio che il Vega vicerè, spogliata di tutto quella città, la facesse smantellare. La verità si è, che lasciata fu ivi una competente guarnigion di Spagnuoli e di cavalieri di Malta, e che la principal moschea nel dì 14 di settembre venne dedicata al culto del vero Dio. Dragut colle sue galeotte si ritirò alle Gerbe, e l'armata cristiana, tornando verso Sicilia, restò assalita da fiera tempesta, per cui alquante galee e quattro navi rimasero preda dell'infuriato elemento.
Grande occasion di parlare diede in quest'anno _papa Giulio_ colla creazion d'un solo cardinale fatta nel dì 31 di maggio[452], cioè d'_Innocenzo del Monte_. Era questi nato da una povera donna che andava accattando in Piacenza. Trovandosi in essa città governatore o legato Giovanni Maria del Monte, che fu poi papa Giulio, raccolse nella sua corte questo pezzente ragazzo, il fece allevare, e tanto amore gli prese, che più non si sarebbe fatto ad un unico suo figlio. Gli era sì perduto dietro, che l'innestò nella propria casa, facendolo adottare da Baldovino suo fratello. Nè ciò a lui bastò. Dacchè ascese al pontificato, l'empiè sino alla gola di benefizii e di rendite ecclesiastiche, e senza dimora passò a proporre nel concistoro questo suo caro idolo per la sacra porpora. Gran bisbiglio insorse fra i cardinali; e fra gli altri il _cardinal Teatino_, che fu poi _papa Paolo IV_, a visiera calata arringò contro la prostituzion di quella eccelsa dignità in persona sì vilmente nata, senza sapersi neppure il padre suo, e sprovveduto affatto di quelle virtù e qualità che in qualche guisa potessero coprire l'obbrobrio de' natali. Ebbe un bel dire. Innocenzo fu creato cardinale. Ma questo aborto fece quella riuscita che ognun prevedeva; perciocchè sotto Pio IV e Pio V, a cagion de' suoi vizii, più d'una volta fu in prigione e ne' ceppi, e spogliato di varii benefizii. Abborrito dagli altri porporati, miseramente infine terminò la sua vita l'anno 1577, non sussistendo ciò che scrive il Belcaire, cioè esser egli stato strangolato dopo la morte del papa suo protettore. Scapitò forte per questo disordinato affetto e per tal risoluzione il concetto del papa. Oltre di che, siccome attesta l'Adriani, poco tempo passò che non pareva più esso pontefice quel che era stato cardinale; perchè si diede all'ozio, scaricandosi degli affari pubblici sopra il _cardinal Crescenzio_, e prendendo solamente diletto d'un suo giardino, dove consumava tempo e spese grandissime in fabbriche ed ornamenti. Nè è da tacere che l'anno presente diede motivo in Siena a gravi timori e consigli; perciocchè, dopo essere entrati colà per guardia gli Spagnuoli, ad imitazion del riccio, cominciarono que' ministri imperiali a disegnar ivi la fabbrica d'una cittadella, e ne mandarono anche i disegni all'imperadore. Spedì quel popolo i suoi inviati a Cesare a dolersi di tal novità, e andò intanto meditando maniere più efficaci di sottrarsi a quel giogo e di conservare la libertà. Comune credenza fu che lo imperadore, per l'ansietà di aver Parma in suo potere, più volte avesse proposto di dar Siena in contraccambio al _duca Ottavio_. Ma queste fantasie fra poco andarono tutte in fumo. Nell'anno presente a' dì 21 di febbraio _Francesco III Gonzaga duca_ di Mantova e di Monferrato, caduto nel lago, lasciò ivi miseramente la vita; ed ebbe per successore _Guglielmo_ suo fratello. Avea Francesco avuta per moglie _Caterina_ figlia di _Ferdinando re de' Romani_, da cui non ebbe prole. Divenne poi questa principessa per le seconde nozze regina di Polonia.
NOTE:
[452] Panvinio. Segni. Giacon. Adriani. Oldoin.
Anno di CRISTO MDLI. Indizione IX.
GIULIO III papa 2. CARLO V imperadore 33.
Stavasene in Parma il _duca Ottavio_ Farnese, tuttodì pensando ai mezzi per mantenersi in quel dominio, giacchè per la ricuperazion di Piacenza era seccata ogni speranza. Parevagli di trovarsi a mal partito, perchè non ignorava l'idee dell'Augusto suocero suo sopra quella città, e i mali uffizii e le mine che andavano facendo contra di lui _don Ferrante Gongaza_ governator di Milano, e don Diego Mendozza, anche per private passioni nemici suoi. Come resistere solo a chi volendo potea sì facilmente ingoiarlo, qualor volesse? Fece rappresentare a _papa Giulio_ il bisogno suo, e chiedere, non ottenendo aiuto da lui, licenza di ricorrere a chi potesse sostenerlo, mentre niuno in Italia ardiva di alzare un dito in suo favore; e il papa, che per altri motivi si studiava di conservar buona armonia coll'imperadore, si strinse nelle spalle, nè altro rispose, se non che il duca si aiutasse come potesse. Ciò bastò ad Ottavio, col consiglio, per quanto fu creduto, de' due _cardinali Alessandro_ e _Ranuccio_ suoi fratelli, per proseguire animosamente un trattato già mosso da _Orazio duca di Castro_, altro suo fratello, alla corte del re Cristianissimo, per impegnar quel monarca alla difesa sua. Null'altro che questo bramava Arrigo II, emulo oltre modo della soverchia potenza della casa d'Austria. E nel dì 27 di maggio del presente anno, come apparisce dallo strumento rapportato dal Du-Mont[453], prese il re sotto la sua protezione la casa Farnese, obbligandosi di mantenere ad Ottavio due mila fanti e ducento cavalli leggieri per la difesa di Parma, e di pagargli annualmente dodici mila scudi d'oro, con promessa di maggiori aiuti alle occorrenze, e di rilievo, in caso di disgrazie. Intanto ducento mila scudi fece avere il re in Venezia per sostenere questo impegno. Avvertito il pontefice dal cardinal Farnese di questo negoziato, parve allora che si svegliasse, e si sbracciò per disturbarlo con gagliarde premure presso dello stesso Ottavio. Ma non fu a tempo. Essendosi data l'ultima mano al trattato col re Cristianissimo, il duca Ottavio, siccome uomo d'onore, non volle retrocedere, per quanto ancora vi si adoperasse il duca di Ferrara _Ercole II_, a cui non piaceva il fuoco vicino a' suoi confini.
Allora fu che papa Giulio III proruppe in ismanie. Cominciarono a fioccare i monitorii contro di Ottavio, comandandogli di consegnar Parma ai ministri pontificii, e si procedè fino alle censure, e a dichiarar lui ribello e decaduto da ogni diritto sopra quello Stato, e dal grado di gonfalonier della Chiesa. Ritiraronsi da Roma Alessandro e Ranuccio cardinali Farnesi: il primo si ricoverò a Firenze, ben ricevuto dal _duca Cosimo_; e l'altro ad Urbino, dove ebbe un amorevol trattamento dal _duca Guidubaldo_ suo cognato. Provarono i Farnesi anche lo sdegno di _Carlo V_, perchè questi tolse al cardinale Alessandro il ricco arcivescovato di Monreale, e ad Ottavio Novara e il ducato di Cività di Penna, beni dotali della duchessa Margherita d'Austria sua figlia, e moglie d'esso Ottavio. Meglio di quaranta mila scudi d'oro perderono essi Farnesi nella presente tempesta; ma vi guadagnarono bene i parenti del papa. Giacchè più non restava luogo al più volte proposto ripiego di dar Camerino al duca Ottavio in cambio di Parma, il papa diede il perpetuo governo d'esso Camerino colle rendite a Baldovino suo fratello, e di più, per attestato del Segni, maggior grandezza gli conferì in Roma, che se fosse stato duca o signor naturale antiquato in Italia. A Gian-Batista del Monte, figlio d'esso Baldovino, conferì il grado di gonfaloniere e capitan generale della Chiesa, e per lui ottenne dall'imperadore Novara e Cività di Penna. Andò tanto innanzi il fasto di quella gente, che Ersilia Cortese, nobile modenese, moglie d'esso Gian-Batista, se crediamo al Segni, stava in Roma con tanta altura e grandezza, che la duchessa di Parma figliuola dell'imperadore, innanzi che ella fosse ita a Parma, avea appena udienza da lei, quando andava in cocchio per salutarla e per farle onore. Nè qui si fermò il nepotismo di questo pontefice, perchè ad Ascanio della Cornia Perugino e a Vincenzo de' Nobili, figli delle sorelle sue, diede Stati e titoli di signori, e cardinalati ai lor figliuoli. Nè si dee omettere che il pontefice stese il suo sdegno anche contra il ducato di Castro, posseduto da _Orazio Farnese_, dimorante allora in Francia, senza riguardo all'esser egli destinato genero dal _re Arrigo_. Però spedì colà Ridolfo Baglione coll'armi. Volevano i soldati presidiarii difendere quelle terre; ma Girolama Orsina, vedova del fu Pier-Luigi, quivi dimorante, per placare l'adirato papa, personalmente trasferitasi a Viterbo, le cedette al cardinal Pio legato del Patrimonio; e tanto scusò il figlio Orazio per l'obbligo d'onore da lui contratto col re di Francia, che il pontefice ammansato, posto solamente il Baglione nella fortezza di Castro, lasciò lei liberamente governar quel dominio.
Era già entrata in Parma guernigione franzese col signor di Termes: il che non impediva la continuazion de' trattati di papa Giulio col re di Francia e coll'imperadore, per prevenir la guerra. Pareva anche ogni cosa disposta per la concordia; quando don Ferrante Gonzaga, immaginando che il Farnese procedesse con finzione in que' negoziati, per dar tempo ai Parmigiani di fare il raccolto, senza aspettar le risoluzioni di Roma, a mezzo giugno si accostò alle vicinanze di Parma con sette mila fanti, ducento cinquanta uomini d'armi, cinquecento cavalli leggieri e sei mila guastatori, che si sfogarono contra di quel territorio. Fu cagione questa barbara ostilità che il coraggioso duca Ottavio non accettasse la ratificazione venuta di Roma della progettata concordia, e che si venisse a guerra aperta. Mostrava l'imperadore, per non rompere la pace colla Francia, di essere entrato in questo ballo come ausiliario del papa, secondo il debito di sua avvocazia; siccome, all'incontro, il re di Francia pretendeva non rotta la sua amicizia coll'imperadore pel sostener egli il Farnese, legittimo padrone di Parma, attesi ancora i meriti grandi di papa Paolo III, perchè anche allora si sapeano le palliate maniere di far guerra ad altrui con pretendere di non farla. Ma perciocchè don Ferrante Gonzaga s'impadronì di Brescello, terra del duca di Ferrara, toccata in appannaggio al _cardinale Ippolito d'Este_ suo fratello, che stava allora ai servigi della Francia; e inoltre sul Cremonese furono presi dagl'imperiali due uffiziali franzesi che passavano, come per paese amico, a Parma; il _re Arrigo_, tenendo per rotta la tregua, dichiarò apertamente la guerra all'imperadore, con far grande armamento per mare e per terra, e con istudiarsi di suscitar contra di lui i principi della Germania. Pertanto don Ferrante determinò di mettere l'assedio a Parma; e perciocchè il castello di Colorno, dove era con presidio farnese di ottocento fanti Amerigo Antinori, potea forse incomodare il suo campo, v'andò sotto colla gente, e colle artiglierie cominciò a fulminar quelle mura. Fu l'Antinori tacciato di dappocaggine, se non d'infedeltà, perchè non tardò a capitolarne la resa. Ciò fatto, formò il Gonzaga l'assedio, o piuttosto un blocco, alla città di Parma. Avea intanto il re Cristianissimo inviato Pietro Strozzi, fuoruscito fiorentino, con Cornelio Bentivoglio alla Mirandola, acciocchè facessero ivi massa di gente in aiuto del Farnese. Dopo aver dunque lo Strozzi stipendiati quattro mila fanti e cinquecento cavalli, allorchè vide il bisogno, arditamente spinse quella cavalleria in Parma; e questa, facendo dipoi spesse sortite, tenne aperto il cammino alle vettovaglie; talmente ancora inquietò i nemici, che mai non osarono di strignere Parma con vero assedio.
Conchiuse in questi tempi il papa una lega coll'imperadore, egli che nell'anno precedente avea fatte sì belle slargate di non voler guerra, ma bensì di voler farla da padre comune. A questo si lasciò egli indurre da don Diego Mendozza, e però dopo attese a sfoderar la spada contra del duca Ottavio. Nè gli mancò biasimo per questo, perchè, invece di prendersela contra l'occupator di Piacenza, si metteva anche a rischio di perdere Parma. Raunati pertanto a San Giovanni del Bolognese nove mila fanti e secento cavalli (pel quale armamento Cesare nel mese di giugno gli avea fatto pagare cento mila scudi d'oro, nel dì 11 di luglio ne pagò altri centocinquanta mila, con permissione di rifarsene poi sulle rendite della Chiesa in Ispagna), ordinò il pontefice che s'imprendesse l'assedio della Mirandola. Il comando dell'armi era appoggiato di nome a Giovambatista del Monte suo nipote, ne' fatti ad Alessandro Vitelli, persona esperta in questo mestiere. Nel dì 5 di luglio giunse l'armata papesca sotto la Mirandola, e le prime sue prodezze furono d'incendiare i grani non peranche raccolti, di saccheggiare e bruciar le case nella campagna, e di tagliar quanti alberi e viti trovarono. Si ridusse poi tutto questo apparato guerriero non già ad assediar nelle forme quella picciola, ma forte città, essendo bastato al Vitelli di fabbricar due forti intorno alla medesima, con isperanza di vincerla colla fame. Intanto il re Cristianissimo, spedito in Piemonte il _signor di Brisach_ con assai gente, fece dar principio alle ostilità in quelle parti nell'incominciar del settembre. Avendo esso Brisach occupato San Damiano, Chieri, Brusasco ed altri luoghi, fu forzato _don Ferrante Gonzaga_ ad accorrere in Piemonte, lasciato il _Medichino marchese_ di Marignano sotto Parma. Si formò allora un blocco più largo di quella città, essendosi compartite le milizie imperiali restate quivi in Castelguelfo e Noceto del Parmigiano, e in Montecchio, Castelnuovo e Brescello, terre del duca di Ferrara, per impedir il passaggio delle vettovaglie alla città. Però null'altro di conseguenza accadde in que' contorni, se non che nel novembre venne fatto ai Franzesi di sorprendere il forte di Torchiara, dove quel picciolo presidio fu quasi tutto messo a fil di spada, e vi perì fra gli altri il _principe di Macedonia_. In Piemonte non si fecero poi imprese tali che meritino luogo in queste carte. Fin qui s'era trattenuto in Fiandra e Germania il principe _don Filippo_ figlio dell'imperadore. Prese egli congedo dal padre per tornarsene in Ispagna, e nel dì 6 di giugno pervenne a Trento, cioè in quella città in cui nel dì primo del precedente maggio d'ordine del papa si era riaperto il concilio generale, e furono tenute dipoi alcune sessioni molto importanti alla Chiesa di Dio. Si portarono ad incontrar questo principe con decorosa cavalcata il _cardinal Marcello Crescenzio_ legato, e gli altri padri, che gli diedero poscia alcuni nobili divertimenti, siccome ancora fecero le altre città all'arrivo suo. Passò dipoi a Genova, e di là in Ispagna. Le stesse galee e navi che il condussero colà, servirono a ricondurre in Italia _Massimiliano re_ di Boemia con _donna Maria d'Austria_ sua consorte, e sorella del suddetto don Filippo, i quali, scortati da gran copia di nobili e soldati boemi, continuarono nel dicembre il viaggio loro alla volta della Germania.
Che mali alla Cristianità producesse l'esorbitante brama di _Arrigo II re di Francia_ per deprimere la potenza di Carlo_ imperadore_, si tornò di bel nuovo nel presente anno a vederlo. Non solamente maneggiò esso re e conchiuse, siccome vedremo nell'anno appresso, una lega coi principi protestanti della Germania contra di esso Augusto, ma, camminando sulle pedate del fu suo padre, collegossi colla Porta Ottomana, e fece muovere l'armi turchesche a' danni degli Stati posseduti da Cesare in Italia. Di che non è mai capace la cieca ambizion de' mortali, che si va poi coprendo col manto della ragione di Stato? Senza andare alla pestilente scuola del Macchiavello, sa questa mettersi sotto i piedi le parentele, la fede, i giuramenti e la stessa religione, lo so, negarsi dal Belcaire e da altri Franzesi che da' maneggi del re Arrigo fosse mosso questa volta il Turco contra de' cristiani; ma il papa, i Veneziani e gli altri Italiani d'allora furono persuasi del contrario. Se non videro i trattati segreti fra esso re e Solimano, miravano bene il signor di Aramone ambasciator franzese a Costantinopoli, e il medesimo poi venuto sulla flotta di quegli infedeli, dove faceva da direttore. E di che buono stomaco fossero i Franzesi di quel tempo (per tacere de' nostri tempi), cel fece sapere il signor di Monluc, storico loro, che in questi giorni molto onor si fece nelle guerre; perciocchè, volendo scusar la lega del re Francesco I coi Turchi, scrisse: _Che contra dei suoi nemici si può far di tutto: e che, quanto a lui, se avesse potuto chiamar tutti gli spiriti dell'inferno, per rompere la testa ad un nemico che volesse rompere la sua, ben volentieri lo farebbe_. Scrivendo così quello storico, non dovea già ricordarsi d'essere cristiano, oltre al valersi d'un falso supposto, essendo manifesto che tanto il re Francesco che Arrigo suo figlio furono gli assalitori, e non già gli assaliti da Carlo V imperadore. Comunque sia, certo è che Solimano non solamente mosse in quest'anno una fiera guerra contro i cristiani nella Transilvania ed Ungheria, di cui nulla parlerò io, ma ancora spinse una formidabil armata nel Mediterraneo sotto il comando di Sinan bassà, con cui si unì anche il famoso corsaro Dragut. Secondo alcuni, era composta di cento galee e di cinquanta altri legni. Andrea Morosino la fa ascendere fino a trecento cinquanta vele. Gran gente da sbarco e artiglierie assaissime si contarono nel barbarico stuolo. Ma molto prima che uscisse in corso il general turchesco, accadde che _Andrea Doria_ con ventotto galee andò ad assediar le Gerbe, dove s'era ritirato esso Dragut. Si trovò costui chiuso nello stretto, ossia nel golfo, ch'è tra le secche e l'isola, dove non si potea entrar nè uscire, se non con una galea per volta. Portossi il Doria all'imboccatura tutto allegro, in veder chiusa la volpe nella tana, tenendo per fermo di avere a man salva quella preda. Ma più di lui ne seppe l'esperto corsaro, perchè, affin d'uscire da quella gabbia, senza che se ne avvedessero i cristiani, fece dall'altra parte cavare il terreno circa mezzo miglio, e per quel canale fatto a mano sboccando poi in mare, si ridusse in salvo, lasciando il Doria, vecchio capitano, non so se più maravigliato o confuso.
Ma perciocchè facea strepito il grande armamento de' Turchi per mare, e si prevedeva che costoro avessero la mira a ricuperar la città d'Africa, ossia Tripoli in Barberia, commessa alla guardia de' cavalieri di Malta; Andrea Doria spedì Antonio suo nipote con quindici galee, affinchè rinforzasse di gente, vettovaglie e cannoni quella città. Andò egli; seco non di meno non andò quella che noi chiamiamo buona fortuna, ma bensì l'altra che si chiama fortuna di mare; perchè per fiera burrasca perdè otto di quei legni, e condusse quel poco che gli restò a Tripoli. Ora il bassà Sinan colla potente sua flotta comparve nello stretto di Messina, e poi, danneggiando le coste della Sicilia, prese la città d'Agosta con facilità, e poi la fortezza col cannone. Tutto andò a sacco, e il fuoco fece del resto. Di là passò a Malta, nè solamente saccheggiò l'isola, ma, lusingatosi di poter anche prendere la città, mise mano ai cannoni. Gli risposero que' prodi cavalieri a dovere, laonde dopo otto giorni, e dopo avervi perduto circa cinquecento soldati, lasciò essi in pace; ma non già la vicina isola del Gozzo, in cui si trovava un'assai debole fortezza; colle artiglierie in termine di tre dì se ne impadronì, e le attaccò il fuoco, e, di là partendo, seco menò schiave circa quattro mila anime cristiane. Arrivato poi nel dì 5 d'agosto sotto la città d'Africa, ossia Tripoli, vi si accampò e cominciò a batterla. Il signor di Aramon ambasciator franzese che con due galee si era unito al bassà, da alcuni viene scritto che alle preghiere del gran mastro s'interponesse per far desistere Sinan dall'assedio ma che nol potesse impetrare; e da altri, ch'egli subornasse il comandante della città, cavalier di Malta di sua nazione, acciocchè la rendesse, siccome infatti seguì a' dì 15 di agosto. Circa quattrocento Spagnuoli vi rimasero uccisi, essendosi salvati nelle galee franzesi ducento fra cavalieri di Malta e terrazzani. Quel comandante giunto dipoi a Malta, trovò ivi preparata per lui una scura prigione. Erano succedute varie novità e mutazioni negli anni addietro in Tunisi, il racconto delle quali, siccome non pertinente all'assunto mio, ho tralasciato. Basterà solamente dire che il re Muleasse fu detronizzato da Amida suo figlio, ed aver egli invano ricorso all'imperador Carlo. Restava tuttavia in potere d'esso Augusto la Goletta, e v'era per comandante Antonio Perez, il quale in questi tempi, perchè Amida facea troppo il bell'umore, il cominciò a tempestare in tal maniera, che il Barbaro fu astretto ad un nuovo accordo, con obbligarsi di pagare annualmente all'imperadore dodici mila scudi pel mantenimento della Goletta, e inoltre quindici cavalli barbari, diciotto falconi e legna quanta bastasse alla guarnigion d'essa Goletta; e di rilasciare gli schiavi cristiani, e di non farne più da lì innanzi. Fece alquanto di guerra in quest'anno il re di Francia per mare all'imperadore. Leone Strozzi gran priore di Capoa, suo general di mare, con ventotto galee passò a Barcellona, e fu vicino ad impadronirsi di quella città. Condusse via da quel porto sette navi cariche di mercatanzia, ed altri legni minori con una galeotta spagnuola. Anche nell'Oceano ventidue navi mercantili, passando dai Paesi Bassi alla volta di Spagna, e credendosi sicure per la pace che tuttavia durava, il Polino Franzese con alquanti legni armati andò a visitarlo, e, a riserva di nove che scamparono, prese e menò le altre a Roano, e si calcolò la perdita di que' mercatanti a un mezzo milione di scudi d'oro.
NOTE:
[453] Du-Mont, Corps Diplomat.
Anno di CRISTO MDLII. Indizione X.
GIULIO III papa 3. CARLO V imperadore 34.
Erasi troppo facilmente impegnato _papa Giulio_ nella guerra della Mirandola e di Parma. Non sapendo qual voragine di danari sia il mantener armate in campagna, trovò presto il suo erario sfinito, quello dell'imperadore suggetto a' medesimi deliquii, e sè stesso malamente involto in una fastidiosa impresa che gli facea perdere la desiderata quiete, di modo che fino nel precedente anno si diede a muovere parole di tregua e di pace. Quel nondimeno che maggiormente gli mise il cervello a partito, fu un colpo di _Arrigo II_ re di Francia, il quale, col proibir l'uscita del danaro dal regno suo per la provvista de' benefizii, alterò non poco le misure della camera pontificia. Vietò inoltre quel re ai suoi prelati di concorrere al concilio di Trento; e, quel ch'è più, quantunque nelle sue lettere e protestazioni dimostrasse un inviolabil attaccamento e sommessione alla sede apostolica, pur sotto mano facea disseminar sospetti di voler levare l'ubbidienza al sommo pontefice nel suo regno. Udivasi ancora che in Francia era progettato un concilio nazionale. Per conto delle faccende del mondo non erano più i papi quei ch'erano stati ne' cinque secoli addietro, e pur troppo gli esempli funesti della Germania ed Inghilterra poteano far temere peripezie anche in Francia, in tempi massimamente che l'eresia di Calvino facea continui progressi in quelle contrade. Però di più non occorse perchè papa Giulio, pulsato anche ogni dì da' saggi cardinali a cagion di questa sconsigliata impresa, deponesse tutti i pensieri marziali, ed ascoltasse volentieri chi s'interponeva per la pace. Vi s'interposero infatti i _Veneziani_ ed _Ercole duca_ di Ferrara; fu anche deputato dal re per trattarne il _cardinal di Tornone_. E perciocchè premeva al pontefice, in cercando di riacquistar la buona armonia colla Francia, di non perdere quella dell'imperadore, fece rappresentargli in buona maniera le giuste sue ragioni di deporre l'armi, e di procedere a qualche accordo per gli affari di Parma. Nulla si alterò per questo l'Augusto monarca, e perchè vi trovava anche egli per altri motivi il suo conto, lasciò al papa slegate le mani per uscir con riputazione da quell'imbroglio. Pertanto nel dì 29 d'aprile del presente anno in Roma furono sottoscritti dal papa e dal cardinale Tornone i capitoli dell'accordo, rapportati nelle Lettere de' Principi[454], dall'Angeli[455] e dal Du-Mont[456]. Portavano essi una tregua di due anni fra il _pontefice_, il _re Cristianissimo_ e il _duca Ottavio_. Che il papa ritirerebbe le sue milizie da Parma e dalla Mirandola, e resterebbe il duca in possesso di Parma. Che i cardinali Farnesi sarebbero rimessi in possesso de' lor beni, ed _Orazio Farnese_ nel ducato di Castro, con altre condizioni ch'io tralascio. Ma poco prima che si stabilisse questa concordia, giunse al pontefice la dolorosa nuova che Giambatista del Monte suo nipote e general delle sue armi, siccome giovane ardito e vago di gloria, in una scaramuccia sotto la Mirandola nel dì 14 d'aprile avea lasciata la vita: colpo nondimeno che con assai fortezza d'animo fu accolto dal pontefice zio.
Era stato riserbato luogo all'imperadore per accettar la suddetta sospension d'armi per conto di Parma e della Mirandola; nè sapendosi qual risoluzione fosse per prendere la maestà sua, _don Ferrante Gonzaga_ dal Piemonte spedì gente ed ordine a _Gian-Giacopo de Medici_ marchese di Marignano, che continuasse le ostilità contro Parma, e si studiasse di occupare i forti intorno della Mirandola, che doveano essere abbandonati dalle soldatesche papaline. Se questo succedeva, era ridotta a tale la Mirandola, che poco potea stare a cadere in mano dell'imperadore. Ma non gli venne fatto, perchè appena Camillo Orsino cavò da que' forti le truppe della Chiesa, che i Franzesi e Mirandolesi, spalleggiati da molte fanterie assoldate per ordine del re da _Ippolito d'Este cardinal di Ferrara_, e situate al forte di Quarantola, volarono a que' forti, e furiosamente li demolirono. Ratificò poscia l'imperadore la tregua suddetta, il che servì ad allontanar la guerra da Parma e dalla Mirandola, riducendosi essa in Piemonte, se non che restarono i presidii imperiali in Borgo San Donnino, Sissa, Noceto, Colorno e Castelguelfo, siccome ancora in Brescello, Montecchio e Castelnuovo, terre del duca di Ferrara. Per conto del Piemonte, dacchè fu rotta la pace, ed accorse colà don Ferrante Gonzaga, unitosi seco _Emmanuel Filiberto_, spiritoso principe di Piemonte, si diedero amendue a fermare i progressi del general franzese _signor di Brisach_, che avea preso Saluzzo, Chieri, San Geminiano ed altri luoghi forti in quelle parti. S'impadronirono essi di Bra, e costrinsero i Franzesi a levar l'assedio di Cherasco. A riserva di due fortezze, riacquistarono anche il marchesato di Saluzzo. Ma venuti ordini dall'imperadore d'inviar parte di quelle milizie in Germania, indebolito il Gonzaga diede campo a' Franzesi di sottomettere il forte castello di Verrua, Crescentino e Ceva. Rinforzato dipoi il Gonzaga da altre milizie, ricuperò Ceva e San Martino; ma ebbe il dispiacere d'udir presa da' Franzesi la città d'Alba, e messo ivi un presidio di due mila fanti con abbondante copia di vettovaglia, senza ch'egli avesse tali forze da poterla ricuperare. Accortosi intanto il principe di Piemonte che la guerra in quelle parti si riduceva ad un giuoco ora di guadagnare ed ora di perdere qualche castello, giudicò meglio di tornarsene in Lamagna all'immediato servigio dell'imperadore, il quale, siccome diremo, si trovò in gravi pericoli ed affanni dell'anno presente; e però altro d'importanza non seguì per ora in Piemonte.
Priva non fu di novità in quest'anno la Toscana. Non si può negare: sarebbesi quasi potuto contar per un miracolo, se _Carlo V_, principe di sì gran potere, si fosse contentato de' tanti suoi regni e Stati, nè avesse nudrita in suo cuore l'ambizione, ossia la non mai saziabile voglia di accrescere l'autorità e i dominii: perchè questa passione si può in certa maniera chiamare l'anima di tutti i principi di qualsivoglia grado. Se questa è frenata dall'impotenza o dal timore in alcuni di essi, è bene sfrenata in altri, ma d'ordinario palliata con altri titoli, pretesti e manifesti, inventati per abbagliare, non già i saggi, ma il volgo ignorante. Dacchè entrò in Siena la guarnigione di Cesare, ad altro non si pensò che ad opprimere la libertà di quel popolo: al qual fine si applicarono i ministri cesarei a fabbricar ivi una fortezza, spiegandosi di far ciò per amorevol intenzione di dar la quiete alla per altro divisa ed inquieta cittadinanza. Così non l'intendevano i Sanesi; e però segretamente alcuni di essi cominciarono a manipolar un trattato di protezione con _Arrigo II re_ di Francia, il quale in materia d'ambizione vantaggiava di molto il regnante Augusto. Ebbero ordine i suoi ministri in Italia di dar tutta la mano, occorrendo, a questo affare. Guadagnato perciò da essi _Niccola Orsino_ conte di Pitigliano, unì egli in quel di Castro e nelle sue terre circa tre mila fanti; altri ancora se ne assoldarono alla Mirandola, affinchè accorressero al bisogno. Entrò nel mese di luglio l'Orsino nel distretto di Siena colle sue soldatesche, accompagnato da Enea Piccolomini e da Amerigo Amerighi. Dopo aver sollevato buon numero delle milizie forensi, si presentò alla porta Romana di Siena, chiedendo con grande strepito l'entrata. Il popolo, ch'era senza armi, nulla sulle prime rispose, onde il signor d'Alapa comandante in quella città degli Spagnuoli, de' quali si trovavano allora solamente quattrocento in città, per essere stati inviati gli altri ad Orbitello e ad altre fortezze della Maremma, ebbe tempo di chiedere soccorso a _Cosimo duca di Firenze_, principe che, innamorato di Siena, con grande accortezza vegliava a tutti i movimenti di quella città. Non bastò il piccolo rinforzo spedito da esso duca a trattenere i Sanesi; i quali a poco a poco aveano trovato dell'armi che non abbruciassero le porte, ed introducessero lo Orsino nella notte precedente al dì 26 di luglio, gridando ognuno ad alla voce _Libertà_. Espugnarono di poi San Domenico, dove s'erano afforzati gli Spagnuoli: con che vennero alle lor mani alquante artiglierie e molte munizioni, e furono obbligati gli Spagnuoli a ritirarsi nella non peranche compiuta cittadella, provveduta di poca vettovaglia. Accorsero intanto da varie parti i Franzesi: laonde il duca di Firenze, scorgendo troppo malagevole il salvar quella sdruscita nave, trattò d'accordo. Fu dunque convenuto che gli Spagnuoli si ritirassero dalla città, e restasse Siena in libertà sotto la protezion dell'imperadore, e che fossero licenziati i soldati stranieri, nè si potesse far sul Sanese raunata alcuna di gente contro dell'Augusto signore. Appena partiti di là gli Spagnuoli, fu smantellata la fortezza, e nulla eseguito della convenzion suddetta. Imperciocchè frate _Ambrosio Cattarino_ dell'ordine de' Predicatori, vescovo di Minorica, invece di attendere al suo breviario e alla teologia, in cui si acquistò gran nome, tanto dipoi disse, che persuase al popolo di lasciar l'imperadore, e mettersi sotto la protezion della Francia: consiglio che fu poi la rovina di Siena. Mandò quel popolo quattro ambasciatori al re, uno de' quali fu Claudio Tolomei, poi vescovo di Curzola, persona di gran letteratura, i quali a nome della patria riconoscessero da lui la riacquistata libertà, e il pregassero del suo patrocinio. Accettò volontieri il re Arrigo la difesa de' Sanesi, e spedì colà per suo ministro _Ippolito d'Este cardinal di Ferrara_, e il signor di Termes, il duca di Somma e Giordano Orsino con quattro mila e cinquecento fanti, i quali accrebbero poscia le turbolenze in quelle parti. Occuparono gli Spagnuoli Orbitello, nè riuscì mai più ai Sanesi di ricuperarlo.
Era intanto minacciata al regno di Napoli un'orribil tempesta, perchè, continuando il re di Francia la detestabil sua intelligenza col sultano de' Turchi Solimano, tirò anche quest'anno la potenza di quel Barbaro addosso all'Italia. Concerto fu fatto che la flotta ottomana, forte di più di cento venti galee e d'altri legni, e comandata da Sinan bassà (che Pialaga vien chiamato dal Sardi) e dal corsaro Dragut, venisse verso Napoli ad unirsi col _principe di Salerno_. Fuoruscito di quel regno era esso principe, e con ventiquattro galee franzesi, e con quelle d'Algeri sotto il sangiacco Sola Rais, dovea portarsi colà, avendo fatto credere al re Arrigo d'avere in Napoli e nel regno tante intelligenze e parentele, che, al suo comparire, si rivolterebbe tutto esso regno, siccome stanco del governo cesareo. Questi non furono sogni di sfaccendati politici, ma verità comprovate dai fatti; laonde, torno a dirlo, non si sa come il Belcaire (il quale lasciò nella penna per ogni buon fine questo avvenimento) con altri scrittori franzesi avesse tanto animo da negar l'alleanza del re (poco in ciò Cristianissimo) col maggior nemico della Cristianità: alleanza che dovea fruttare ai Turchi nell'Ungheria, e ai Franzesi in Italia e altrove, perchè così si veniva a tener impegnate l'armi della casa d'Austria in più luoghi. Nel mese di luglio comparve la formidabil flotta turchesca nel mare di Sicilia, e, dopo aver depredate quelle coste ed abbruciata la città di Reggio in Calabria, venne danneggiando il lido di Pozzuolo, il Traietto e Nola, ed arse Procida, con gittar poi nel dì 13 d'esso mese le ancore all'isola di Ponza, distante quarantacinque miglia da Gaeta. In questo mentre _Andrea Doria_ avea imbarcati tre mila fanti tedeschi per condurli alla difesa di Napoli, stante la notizia che dovea tendere colà lo sforzo de' Turchi. Mossesi egli da Genova con quaranta galee, senza sapere (come vuol l'Adriani) l'arrivo de' Turchi in queste parti. Scrivono altri che lo sapea, ed aver perciò ordinato ai piloti di girar ben lungi da Ponza una notte, sperando di passare senza licenza de' Turchi. Ma costoro se ne avvidero, e Dragut andò con alquanti suoi legni a fargli il chi va là. Allora il Doria, figurandosi che gli venisse addosso tutta la tanto superiore armata musulmana, diè volta per tornarsene a Genova: ma sette delle sue galee, che in forza di vele e di remi non uguagliavano le altre, caddero nelle branche di Dragut. V'erano dentro settecento Tedeschi. Il Madrucci lor colonnello condotto a Costantinopoli, ad intercessione di Michele Codegnac, residente alla Porta pel re di Francia, fu liberato; tante erano state le raccomandazioni d'alcuni cardinali per far cosa grata al cardinale di Trento di lui fratello. Avrebbe intanto dovuto tremare il papa e Roma al mirar in tanta vicinanza tante forze del gran nemico de' Cristiani; ma i ministri di Francia, consapevoli dei disegni del loro signore, assicurarono sua santità che la festa non era fatta per lo Stato pontificio: il che calmò ogni paura.
Non era già così pel popolo di Napoli, che dai luoghi eminenti andava contemplando quelle tante mezze lune, con apprensione continua di qualche sbarco. Quand'ecco all'improvviso nel dì 10 di agosto il generale de' Turchi si vide far vela verso Levante, e seppesi da lì ad alquanti giorni aver quell'annata passato lo stretto di Messina. Grande allegria sorse in Napoli, e insieme stupore, perchè ignota era la ragion di quella ritirata. Col tempo venne tutto in chiaro. Imperciocchè avea il re Arrigo spedito a Marsiglia il _principe di Salerno_ con ordine di montar sulla flotta franzese; ma perchè questa non potea così presto muoversi, esso principe inviò per terra Cesare Mormile fuoruscito di Napoli con lettere di credenza all'ammiraglio turchesco, per pregarlo che lo aspettasse. Giunto a Roma il Mormile, voltò casacca, e all'ambasciator cesareo fece conoscere, essere in sua mano il far partire la flotta ottomana, purchè fosse rimesso in grazia dell'imperadore, e gli fossero restituiti i suoi beni. Venne a don _Pietro di Toledo_ vicerè la promessa e il salvocondotto; laonde ito egli travestito a Napoli, cavò da esso vicerè ducento mila scudi, dei quali fece un regalo al generale de' Turchi a nome del re di Francia, e, valendosi delle lettere di credenza, con mille ringraziamenti il mosse alla partenza. Arrivò poscia nel dì 18 di agosto nel golfo di Napoli il principe di Salerno, non già con sei galee franzesi, come ha il Campana, forse per errore di stampa, ma con ventisei, come scrivono il Sardi, il Summonte ed altri, nè trovando quivi i Turchi, ed informato del tiro fatto dal Mormile a' Franzesi, continuò il viaggio con isperanza di far tornare indietro la flotta infedele. La raggiunse alla Prevesa, ma nulla potè ottenere. E perciocchè era la stagione avanzata, ed egli sperava di menar seco i Turchi nell'anno vegnente, volle svernare a Scio con ammirazion di quei popoli, al veder legni colle insegne franzesi veleggiar ne' loro mari, non già per innalzare la fede cristiana, come anticamente si usava, ma per impetrar aiuti da loro ai danni de' cristiani. Portossi il principe di Salerno a Costantinopoli, dove con grandi finezze fu accolto da Solimano; tante leggierezze non di meno fece dipoi, che si screditò affatto, sebbene gli riuscì di far tornare que' Barbari contra del regno di Napoli nell'anno seguente.
Strepitose al maggior segno furono le scene della Germania in quest'anno. Mi dia licenza chi legge ch'io ne metta qui un breve abbozzo, sì perchè cogli affari d'Italia gran concatenazione aveano quei della Germania, e sì perchè le milizie italiane ebbero parte in quelle guerre, e vi si segnalarono molti nobili delle italiche contrade. Da niun saggio fu certamente commendata la severità di _Carlo Augusto_ nel ritener prigione _Filippo langravio d'Assia_, e di ciò si lagnava forte _Maurizio duca_ e nuovo elettor di Sassonia, perchè sotto la buona fede avea egli condotto esso langravio suocero suo a' piedi dell'imperadore, con riportarne la promessa della libertà; ma questa libertà non si vide mai più venire. Di tal ragione o pretesto valendosi egli, trattò fin l'anno addietro una lega col _re di Francia_, con _Giorgio marchese_ di Brandeburgo, con _Giovanni Alberto duca_ Mechlemburgo, e con _Guglielmo_ figlio dell'imprigionato langravio. Fu segnata questa lega nel giorno 15 di gennaio del presente anno, come consta dallo strumento riferito dal Du-Mont; e il motivo era di difendere la libertà della Germania, che si pretendeva oppressa dall'imperadore, e di procurare la liberazione del langravio. Il re di Francia prese il titolo di protettore della libertà germanica, e fece battere medaglie con questo titolo, che infine si risolveva in divenir protettore degli eretici. E, per non fallare ne' conti, si fece accordare dagli alleati, per principio di questa libertà, che a lui fosse permesso d'impadronirsi delle città libere ed imperiali di Metz, Tull e Verdun, e di ritenerle come vicario dell'imperio. Nello strumento suddetto il marchese di Brandeburgo contraente è _Giorgio Federigo_, laddove il Campana ed altri attribuiscono ciò al _marchese Alberto_, ben diverso dall'altro. Non mancò al duca Maurizio la taccia d'ingratitudine e di doppiezza in tal congiuntura, perchè dimentico di tanti benefizii a lui compartiti da Cesare, e perchè, nello stesso tempo ch'era dietro a tradirlo, gli scriveva le più affettuose lettere di attaccamento e fedeltà, dando insieme una somigliante pastura a _Ferdinando re de' Romani_, il quale trattava con lui di accomodamento. Da questo lusinghevol canto addormentato l'imperadore, era venuto ad Ispruch con poche soldatesche; quando Maurizio sul principio di aprile con poderoso esercito arrivò ad Augusta, e durò poca fatica a conquistarla, ed indi speditamente s'incamminò alla volta d'Ispruch, sollecitato dai suoi uffiziali, che gli diceano: _Che bella caccia sarebbe la nostra, se potessimo coglier ivi il signor Carlo!_ Al che dicono che rispondesse Maurizio: _Non ho gabbia sì grande da mettervi un augello sì grosso_. Credeva l'Augusto Carlo che il passo della Chiusa terrebbe saldo; ma s'ingannò: laonde, udendo venire a gran passi il nemico, fu astretto, benchè infermo per la gotta, e in tempo di notte e piovoso, a fuggirsene frettolosamente in lettiga con parte de' suoi a piedi, lasciando indietro copioso bagaglio, che restò preda de' collegati: colpo ed affronto che se fosse sensibile alla maestà d'un sì grande e sì glorioso monarca, niuno ha bisogno che io gliel ricordi. Si ritirò egli dunque a Vilacco nella Carintia: nella qual congiuntura i Veneziani inviarono a fargli ogni maggior esibizione, con rinforzar poscia di gente i loro confini. Maurizio, conosciuto disperato il caso di raggiugnerlo, se ne tornò indietro, non capendo in sè stesso per la gloria d'aver come spinto fuor di Germania un imperadore. Fu cagione lo strepito ed avvicinamento di queste armi, ed armi di principi protestanti, che entrasse un gran terrore nei padri del concilio di Trento: e però nel di 28 d'aprile fu esso sciolto, e rimessane la continuazione a tempi più quieti e propizii.
Attese dipoi l'Augusto signore a cercar danari, a chiamar milizie dall'Italia e dalla Fiandra, e per lui ne raunò molte _Arrigo duca di Brunsvich_, colle quali fermò alquanto i collegati. Ma quel che più gli giovò fu l'interposizione di _Ferdinando re de' Romani_, che maneggiò con loro una tregua, e la stabilì, essendosi rimesso il trattato di più durevole accordo a una dieta da tenersi in Passavia. A questo si lasciò condurre il duca Maurizio con gli altri alleati, perchè poco stettero ad accorgersi cosa fosse la società leonina, e a ravvisar la sciocca loro risoluzione di essersi uniti col re franzese, a cui servivano di spalla, affinchè sotto l'ombra del bel titolo di difensore della Germania potesse spogliare a man salva la Germania medesima degli antichi suoi Stati. Gravissimi lamenti e minaccie per questo facevano gli altri elettori e principi dell'imperio, tanto contra di essi collegati, quanto contra del _re Arrigo_, a cui inviarono anche le lor doglianze e protestazioni. Ma il re si ridea di loro, e facea il fatto suo. Impadronitosi, nel dì 15 di aprile, della vasta e ricca città di Metz, e di quelle di Tullo e Verdun, passò a far da padrone in tutta la Lorena; tentò di soggiogare Argentina, ma non gli riuscì; rivolse dipoi l'armi contra il ducato di Lucemburgo, ed era per fare un netto degli Stati imperiali di qua dal Reno, se non seguiva nel dì primo d'agosto in Passavia l'accordo fra Cesare e i protestanti, colla liberazion del langravio di Assia, e con varii capitoli che a me non occorre di riferire. Ma gl'incauti Tedeschi, i quali aveano attaccato il fuoco al bosco, non ebbero la facilità medesima per ismorzarlo. Durante la tregua, nel tempo del suddetto maneggio, _Alberto_ il giovane, _marchese di Brandeburgo_, figlio di _Casimiro_, avendo preso gusto al mestier di rapinare, con un esercito non già grande di numero, ma di cuor risoluto e bestiale, inferì un mondo di mali a varie parti della Germania, specialmente a Norimberga, ai vescovati di Bamberga ed Erbipoli, agli arcivescovati di Magonza e Treveri, a Vormazia e Spira, per tacere d'altri luoghi. Questo sì barbaro principe, dopo varie scene, nell'anno seguente a dì 9 di luglio ebbe una gran rotta da Maurizio duca ed elettor di Sassonia, per cui non alzò più la testa; ma in quel fatto d'armi lo stesso vincitore Maurizio ferito perdè la vita. Portossi dipoi l'Augusto Carlo verso la metà d'ottobre con potentissima oste all'assedio di Metz, la cui difesa era raccomandata al _duca di Guisa_, trovandosi con lui _Alfonso d'Este_, fratello del duca di Ferrara, _Orazio Farnese duca_ di Castro, e _Pietro Strozzi_ generale di gran credito. Tale fu essa difesa, essendo nella città una guarnigione di dieci mila fanti e di mille e cinquecento cavalli, che quantunque Cesare si ostinasse a tener ivi il campo sino al fine di dicembre, pure fu forzato infine a levarlo con sua non poca vergogna, e colla perdita dell'artiglieria e di almeno venti mila tra fanti e cavalli, che per li patimenti piuttostochè pel ferro perirono. La dura lezione data a questo glorioso monarca in Ispruch, e quest'altra anche più grave, fu poi creduto che influissero a fargli prendere la risoluzione di dare un calcio al mondo, riconosciuto da lui per teatro di troppo disgustevoli vicende.
NOTE:
[454] Lettere de' Principi, tom. 2.
[455] Angeli, Storia.
[456] Du-Mont, Corps Diplomat.
Anno di CRISTO MDLIII. Indizione XI.
GIULIO III papa 4. CARLO V imperadore 35.
Provò Siena in quest'anno gli effetti perniciosi della guerra. Chi ne desidera un preciso ed anche troppo minuto ragguaglio, non ha che a leggere la Storia dell'Adriani. Dirò io in compendio, che, sommamente dispiacendo all'imperadore quell'essersi annidati in Toscana i Francesi, mandò ordine a _don Pietro di Toledo_, vicerè di Napoli, di muovere l'armi contra di loro, per ridurre Siena dipendente da' cenni suoi. Pertanto il Toledo, raunato un corpo di circa dodici mila persone tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, lo fece marciare nel precedente dicembre alla volta della Toscana sotto il comando di don Garzia suo figlio. Per ogni buona precauzione il pontefice, benchè neutrale, accolse circa otto mila soldati, che stettero alla guardia di Roma. Unissi don Garzia con Ascanio della Cornia, generale della fanteria italiana, il quale nel Perugino avea assoldato altri due mila e cinquecento fanti italiani. Entrato questo esercito nel distretto di Siena[457], se gli arrenderono tosto Lucignano, Pienza, Monte Fullonio ed altri deboli luoghi, e andò poi ad accamparsi sotto Monticelli, ossia Montucchiello. Dentro v'era Adriano Baglione, giovine valoroso, che per un mese fece gagliarda difesa, e ne capitolò infine la resa, con restar prigioniere nel dì 19 di marzo. Imprese dipoi don Garzia l'assedio di Montalcino, principal terra de' Sanesi, la cui conquista, se fosse succeduta, mettea a mal partito la stessa città di Siena. Ma ritrovaronla ben bastionata e fortificata da Giordano Orsino, giovane, nel cui cuore bolliva il desiderio della gloria e dell'onore, di cui sempre fe' professione la sua nobilissima casa. Intanto don Pietro di Toledo era venuto per mare a Livorno, e poscia a Firenze, non tanto per visitar la figlia e il _duca Cosimo_ suo genero, quanto per accudir più da vicino all'impresa di Siena. Ma, colà giunto, venne da lì a poco la morte a trovarlo: vecchio astuto, crudele, che avea poco innanzi al dispetto de' suoi anni menata moglie una giovane bellissima di casa Spinelli. Nè mancarono maligni che sognarono, secondo il solito, abbreviata dal veleno la di lui vita. Si cercò in Napoli uno che piagnesse per la sua morte, e non si trovò. Per cagion d'essa bensì l'ardore dell'armi imperiali s'intepidì. Avvenne ancora nel mese di maggio che sotto Montalcino fu preso dagli assediati il segretario di don Garzia, e condotto a Siena, dove per paura de' tormenti rivelò come tessuta dal duca Cosimo, principe di fina politica, una congiura contro di quella città. Vera o falsa che fosse tal confessione, certo è che costò la vita ad alcuni di que' cittadini, fece restare esso Cosimo in disgrazia de' Franzesi, quando nello stesso tempo si lamentava forte di lui l'imperadore, perchè volesse tenersi neutrale, anzi era in sospetto di veder volentieri in Siena i Franzesi, tuttochè non avesse lasciato di somministrar artiglieria, danari ed altri aiuti al campo imperiale.
Rincresceva forte a _papa Giulio III_ questa guerra di Toscana, e molto più la maggiore che durava più che mai accesa oltramonti. Però fece, per mezzo dei suoi ministri, quanto potè per esortare ed indurre alla pace i due litiganti monarchi; e a questo fine inviò loro due cardinali legati, che spesero invano passi e parole con chi era o troppo irritato o troppo superbo e pretendente. Ma in Toscana venuto il mese di giugno senza che avessero i cesarei potuto espugnare Montalcino, sempre valorosamente difeso dall'Orsino, in parte da sè stesso, e in parte per l'interposizion del papa, cessò per allora quella contesa. Imperciocchè, mandato da Cesare a Napoli per vicerè _pro interim_ il _cardinal Pacieco_, presentando questi un gran preparamento de' Turchi per tornare nei mari d'Italia ad istanza del re di Francia _Arrigo II_, richiamò dal Sanese le genti ch'erano state cavate dai presidii di quel regno; e così respirò Siena. Ma, nel tornar le milizie suddette a Napoli, accadde uno scandaloso fatto. _Marcantonio Colonna_, comandante di una parte della cavalleria cesarea, disgustato da gran tempo di Ascanio suo padre (dicono, perchè gli negava un assegno conveniente alla nascita sua), in tre giorni prese Palliano e tutte le altre castella possedute dalla sua nobil casa negli Stati della Chiesa. Ossia che Ascanio accorresse per salvare Tagliacozzo ed altri suoi feudi nel regno di Napoli, oppure che andasse con gente armata per ricuperarli; la verità si è, che, per ordine del suddetto cardinal Pacieco, fu preso esso Ascanio, e mandato prigione nel castello di Napoli, dove stette gran tempo, e infine, colto da malattia, vi morì, restando il figlio padrone di tutto. Si stancarono i politici per trovar la cagione di sì aspro trattamento, e l'han tuttavia da scoprire. Fu pure astretto il Belcaire a confessare in quest'anno la sempre detestabil alleanza del re di Francia con Solimano gran sultano de' Turchi, perchè sugli occhi di tutti comparvero que' Barbari uniti colla flotta franzese nei nostri mari. Vennero costoro sul principio di giugno con sessanta galee, comandate da Mustafà bassà e dal corsaro Dragut, oltre alle franzesi, in Sicilia, dove presero e abbruciarono Alicata, e fecero secento cristiani schiavi. Nulla potendo ottenere contro Sacca e Trapani, passarono dipoi in Toscana, e quivi spogliarono l'isola della Pianosa, conducendo via mille di quegli abitanti. Grave danno ancora fu recato dalla stessa armata turco-gallica all'isola dell'Elba; ma dappoichè in essa si fu imbarcato il signor di Termes con quattro mila fanti cavati dal Sanese, fece vela alla volta della Corsica, dove i Franzesi teneano delle intelligenze, senza che i Genovesi, signori di quella sì riguardevole isola, ancorchè avvisati del pericolo, avessero provveduto al bisogno. Sbarcati colà i Franzesi coi Turchi, ridussero in poco tempo in loro potere la Bastia e San Fiorenzo; e, sollevati circa sette mila di quei feroci montanari, s'impossessarono di quasi tutta l'isola, a riserva di Calvi, Aiaccio e Bonifazio. Se vogliam credere al Manenti e al Campana, la Bastia si conservò in potere de' Genovesi. Fu dipoi da' Turchi e Franzesi assediato e preso Aiaccio, dove tutto andò a sacco, restarono preda della loro lussuria le donne, e i presi Genovesi posti al remo. Quindi passarono i Turchi all'assedio di Bonifazio, e i Franzesi a quello di Calvi. Il comandante della prima città, ingannato da una finta lettera del doge e dell'uffizio di San Giorgio, capitolò. Calvi si sostenne. Venuto il settembre, secondo gli ordini del sultano, i Turchi se ne tornarono in Levante, e il signor di Termes andò in Provenza, per condurre in Corsica genti, munizioni e vettovaglie. Svegliati intanto i Genovesi, non omisero diligenza e spesa per ricuperar la Corsica, del che parleremo all'anno seguente.
Non restò esente neppure in questo anno dagl'incomodi della guerra il Piemonte. Dimorava _Carlo duca di Savoia_ in Vercelli, contemplando l'infelice situazione de' suoi Stati, occupati in gran parte da' nemici franzesi di qua e di là dai monti, e quasi signoreggiato il resto dagli amici imperiali, con restare intanto i popoli esposti alle continue incursioni sì dell'uno come dell'altro partito, e forzati spesso a cangiar padrone. Giunse la morte a liberarlo da queste nere meditazioni, essendo egli mancato di vita nel dì 18 d'agosto, come vuole il Sardi storico contemporaneo, o piuttosto, secondo che scrivono gli autori piemontesi, nel dì 16 d'esso mese: principe d'ottimo genio, fatto più per la pace e pel gabinetto che per la guerra; ma principe sommamente sfortunato, che seco nondimeno portò la consolazione di lasciar suo erede _Emmanuel Filiberto_ principe di Piemonte, giovane bellicoso e di grande aspettazione, che in questi tempi militava in Fiandra presso l'imperadore, e s'era già segnalato con varie azioni di senno e di valore. Seguirono in esso Piemonte varii movimenti e fatti delle nemiche armate, ma non di tal rilievo, che lor s'abbia a dar luogo in questo compendio. Solamente fece strepito la presa di Vercelli fatta da' Franzesi nel dì 20 di novembre per intelligenza con alcuni Vercellesi mal soddisfatti della guarnigione tedesca. Ma _don Francesco d'Este_ generale cesareo, appena ciò inteso, spedì Cesare da Napoli con centocinquanta cavalli ed altrettanti fanti in groppa, affinchè rinforzassero la cittadella, ed egli poi li seguitò frettolosamente col resto della cavalleria e con mille fanti, ed, entrato anch'egli nella fortezza, era per piombare addosso alla città. Ma non l'aspettarono i Franzesi, che prima di ritirarsi spogliarono l'arnese e il tesoro del duca defunto, ricoverato in Sant'Eusebio, non avendo la fortuna, tanto a lui avversa in vita, cessato di perseguitarlo anche dopo morte. Condussero via eziandio molti mercatanti e terrazzani ricchi o per ostaggi delle contribuzioni intimate al pubblico, o per ricavarne delle taglie private. Seguitò quest'anno ancora la guerra fra l'imperadore e il re di Francia. Assediata dai cesarei con potente esercito Terovana città fortissima, e battuta per quattordici giorni con sessanta pezzi di artiglieria, mentre si stendeva la capitolazion della resa, vi entrarono furiosamente Spagnuoli e Tedeschi, e le diedero un terribil sacco. Venne poi, per ordine dell'imperadore, spianata quella piazza da' fondamenti. Non fu meno strepitoso l'assedio posto dipoi nel mese di luglio alla città di Edino, forte, al pari dell'altra, dalle armi cesaree sotto il comando del suddetto _principe di Piemonte_, dichiarato supremo general dell'armata. Alla difesa di quella piazza era entrato _Orazio Farnese duca_ di Castro con assai nobiltà franzese, ma, colpito da un tiro d'artiglieria, perdè ivi la vita, compianto da ognuno pel raro suo valore. La stessa disavventura, che avea provato Terovana, toccò anche ad esso Edino, messo a sacco colla strage di alcune centinaia di Franzesi, e colla prigionia di non pochi riguardevoli signori. Restò similmente rasata quella piazza, e niun'altra azione si fece degna di memoria in quelle parti. In questo mentre, essendo accaduta la morte del giovinetto _Odoardo re d'Inghilterra_, gli succedette _Maria_ sua sorella, con giubilo grande della cristianità, perchè ella poco stette a professare la religione cattolica, siccome l'imperadore non tardò a progettare il matrimonio di essa regina col _principe don Filippo_ suo figlio vedovo. In quest'anno nel dì 23 di maggio terminò la sua vita _Francesco Donato_ doge di Venezia, e nel dì 4 di giugno fu assunto a quella dignità _Marcantonio Trevisano_, personaggio singolare per la sua pietà e saviezza.
NOTE:
[457] Alessandro Sardi. Adriani. Segni. Mambrin Roseo. Campana, ed altri.
Anno di CRISTO MDLIV. Indizione XII.
GIULIO III papa 5. CARLO V imperadore 36.
Principe di somma avvedutezza s'era fin qui fatto conoscere _Cosimo de Medici duca_ di Firenze; ma specialmente in questo anno diede gran prova del suo coraggio coll'imprendere guerra aperta contro di Siena, da cui s'era saggiamente astenuto in addietro al vedere sì contrabbilanciate le forze franzesi colle imperiali. S'era egli segretamente tenuto sempre forte nel partito di Cesare, benchè per altra parte praticasse molte finezze coi ministri della Francia. Ma dacchè si venne a scoprire (a cagion della congiura dell'anno precedente, vera o pretesa che fosse) troppo congiunto di massime in favore di Cesare, s'avvide egli tosto del mal animo conceputo contro di lui dai Franzesi. E tanto più, perchè il _re Arrigo_, invece del Termes, passato in Corsica, avea spedito a Siena per comandante delle sue armi _Pietro Strozzi_ Fiorentino fuoruscito, persona di gran credito nell'arte della guerra, ed insieme il maggior nemico che s'avesse la casa de Medici. Nè durò fatica ad accorgersi che il medesimo Strozzi macchinava contra dei suoi Stati. Però animosamente determinò di voler egli piuttosto far guerra a' Sanesi, che di aspettarla in casa sua. Intorno a ciò s'intese prima coll'_imperador Carlo V_, il quale (tanta era la sua ansietà di veder cacciati dalla Toscana i Franzesi) non solamente consentì a concedergli il dominio di Siena, se gli riusciva di conquistarla, ma gli promise anche soccorsi. Che l'imperador nondimeno promettesse allora quella città al duca, se ne può fondatamente dubitare. Similmente si assicurò Cosimo di _papa Giulio_, col promettere in moglie la terza sua figlia _Isabella_ a Fabiano di lui nipote, a cui assegnò in feudo Monte San Sovino con titolo di marchese. Non essendosi poi effettuate queste nozze vivente il papa, molto meno si effettuarono dopo la sua morte. Corse anche voce ch'esso pontefice concorresse alle spese di quella guerra con quindici mila scudi il mese. Ciò poi che accresceva la speranza al duca Cosimo, era l'osservare in tale stato il re di Francia per la gran guerra sua coll'imperadore e coi Genovesi, che non gli resterebbe voglia nè potere di accudire alle cose della Toscana. Gli avea dianzi l'Augusto monarca inviato per general di milizie _Gian-Giacomo de Medici_ marchese di Marignano, il più astuto uomo che si trovasse nel mestier della guerra. Alla testa e al valore di costui il duca appoggiò l'esecuzione dei disegni stabiliti fra loro. Era il mese di gennaio, e in Siena si stava in allegria e senza buona guardia, perchè senza sospetto di aver per nemico il duca di Firenze. E molto meno ne sospettava il _cardinal di Ferrara_, con cui fin qui l'accorto duca avea mantenuta una mirabil confidenza ed amicizia. Ora Cosimo, dopo aver tenute per quattro giorni chiuse le porte di Firenze, Pisa, Arezzo e Volterra, e fatto intanto segretamente raunare e marciare tanto le fanterie da soldo che le bande forensi, nella notte precedente al dì 29 di gennaio (il Sardi ha la notte del dì 26) con gran copia di scale si presentò egli col marchese di Marignano ad un forte già fabbricato dai Franzesi fuori della porta di Siena, chiamata di Camollia; e trovatolo mal custodito da quaranta soldati, che furono tosto fatti prigioni, se ne impadronì. Gran rumore, gran timore di tradimenti si svegliò in Siena; ma, chiarito ch'entro la città non v'erano mali umori, si attese dipoi alla difesa, e maggiormente si assicurò ed animò quel popolo al comparire di Pietro Strozzi, che non era in Siena quando accadde la novità suddetta.
Allora il duca Cosimo, cavatasi affatto la maschera, dichiarò la guerra a Siena e a' Franzesi; diede ampia facoltà, anzi ordine a tutti i suoi popoli di procedere a' danni de' Sanesi: nel che fu egli ben servito. Prese al suo soldo da varie parti quante soldatesche potè, e, se vogliamo stare al Segni, formò un esercito di ventiquattro mila fanti tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, e mille cavalli. Asprissima guerra si fece dipoi, non già di combattimenti fra i soldati, ma di desolazione agl'innocenti contadini, ed anche con impiccarne e con violare le donne. Contuttociò nella notte precedente al venerdì santo, Ascanio della Cornia e Ridolfo Baglione con tre mila fanti e quattrocento cavalli andando per sorprendere Chiusi, dove aveano un trattato, ma doppio, furono disfatti i Franzesi, restando il primo con altri mille e cinquecento prigione, e l'altro ucciso. Nel dì 12 di giugno Pietro Strozzi, segretamente uscito di Siena con tre mila fanti e trecento cavalli, arditamente entrò nello Stato fiorentino, e, passato l'Arno, penetrò fino sul Lucchese, per quivi raccogliere quattro mila (altri dicono due mila) Grigioni, ed altre milizie spedite da Parma e dalla Mirandola, colle quali formò un'armata di dieci mila fanti e secento cavalli. Gli avea sempre tenuto dietro il marchese di Marignano con grosso corpo di gente; ed, arrivato a Pescia, gran ventura fu la sua che lo Strozzi non conoscesse il vantaggio esibitogli dalla fortuna di poterlo battere a man salva, perchè, oltre all'essere il marchese inferiore di gente, in quella terra non trovò da vivere per un giorno, essendo allora afflitta tutta la Toscana da un'aspra carestia. Si mosse bensì a quella volta lo Strozzi, ma il marchese, presa la fuga, si ridusse in salvo a Pistoia, il che diede campo allo Strozzi di insignorirsi di Pescia, Montecarlo, Buggiano, Montevetolino ed altri luoghi di Val di Nievole. Perchè vennero di poi meno allo Strozzi le speranze di ricevere altri maggiori rinforzi di Franzesi e di Turchi, a lui promessi dalla corte di Francia, e perchè udì pervenuto a Pisa don Giovanni di Luna con quattro mila fanti italiani, due mila tedeschi e quattrocento cavalli, spediti da Milano in soccorso del duca Cosimo, se ne tornò verso Siena. Ebbe dipoi a patti il castello di Marciano, e a forza d'armi quel di Foiano nel dì 23 di luglio, con trovar in amendue gran copia di grano, che servì di buon ristoro all'esercito suo. In questo mentre giunsero ad unirsi col marchese di Marignano tre mila fanti assoldati da Camillo Colonna in Roma, e trecento uomini d'armi inviati dal regno di Napoli: con che il duca di Firenze fu di parere che si venisse a battaglia, contuttochè di contrario sentimento fosse lo stesso marchese con altri uffiziali.
Erano le tredici ore della mattina del dì 2 d'agosto, quando il marchese, che dianzi era in procinto di ritirarsi, chiaramente scoprì che Pietro Strozzi s'era da Marciano messo in cammino per ritirarsi a Lucignano, o pure a Foiano. Mandò un corpo di cavalleria a pizzicarlo; ed allora fu che lo Strozzi, vedendo di non potere schivar con onore la battaglia, mise in ordinanza le sue genti, e si affrontò col nemico. Ma quella non fu propriamente battaglia, perciocchè, essendo generale della cavalleria franzese il giovinetto conte della Mirandola Lodovico, il suo luogotenente Lodovico Borgonovo, chiamato Bighetto dal Campana, che reggea la truppa, oppure portava lo stendardo di esso generale, appena urtato dalla cavalleria nemica, prese vergognosamente la fuga, lasciando senza difesa le povere fanterie. Lo Strozzi si vide tosto perduto, e tuttochè restringesse i battaglioni ad un fosso, pure non potè impedire che non fossero in breve tempo sloggiati dall'artiglieria e cavalleria nemica, andando tutti appresso in rotta, e restando trucidato chi non godeva il privilegio delle buone gambe. Secondo gli scrittori fiorentini, quasi quattro mila dell'esercito franzese rimasero estinti sul campo; copioso fu il numero de' prigioni; e ben cento bandiere guadagnate furono portate per trofeo a Firenze. Tutto il bagaglio, le artiglierie e l'armi vennero alle mani de' vincitori. Erano corsi molto prima a questa danza assaissimi Fiorentini, parte d'essi fuorusciti, ed altri solamente perchè appetitosi della libertà della patria. Sette d'essi rimasti prigionieri ebbero poi reciso il capo, e il duca Cosimo, confiscati i beni di chiunque avea prese l'armi contra di lui, o tenute corrispondenze co' nemici, mirabilmente ingrassò il suo patrimonio e fisco. E ben fu questa vittoria che finì di assicurar la signoria di esso Cosimo, e gli accrebbe tal riputazione, che giunse, siccome vedremo, ad unire anche Siena al suo dominio. Salvossi lo Strozzi ferito in due luoghi a Lucignano, e quindi a Montalcino. Appresso fu Lucignano vilmente ceduto da Alto Conti agl'imperiali, dove si conservava gran copia di vettovaglie. Parimente ricuperò il duca tutte le castella dianzi perdute in Val di Nievole. Dopo di che il marchese di Marignano voltò tutte le sue forze contro il distretto di Siena, conquistando Monteregioni, Murlo e Casoli (a cui fu dato il sacco contro i patti) ed altre castella: con che venne maggiormente a strignersi l'assedio, o, per dir meglio, il blocco di Siena. Pietro Strozzi, a cui non piaceva di restar quivi rinchiuso, uscitone nella notte del dì 11 di ottobre, si ridusse a Porto Ercole, dove attese a fortificar quella piazza.
In quest'anno ancora si ravvivò la guerra in Piemonte. Erasi portato alla corte di Cesare _don Ferrante Gonzaga_ governator di Milano, per rispondere alle molte querele ed accuse portate colà non meno dai Milanesi stanchi del suo governo, che da don Giovanni di Luna castellano di Milano, lasciando suo luogotenente in essa città di Milano Gomez Suarez di Figheroa. Fece questi levar l'assedio posto dal maresciallo franzese a Valfenere; ricuperò Aqui, Sommariva ed altri luoghi. Ma il Brisac fece molto di più, perchè s'impadronì nel dì 29 di dicembre della città d'Ivrea, ceduta dal Morales, perchè la guarnigione spagnuola non pagata ricusava di combattere. Ebbe dipoi Biella, e fece fortificare Santià per incomodar Vercelli e Crescentino. Già dicemmo occupata buona parte della Corsica dall'armi franzesi; e però i Genovesi nell'anno addietro si affrettarono a far gente per sostenere e ricuperar quell'isola tanto utile e decorosa al loro dominio. Uniti otto mila fanti, dichiararono generale di quest'armata il principe di Melfi, cioè il celebre _Andrea Doria_, che, quantunque giunto all'età di ottantaquattro anni, conservava una vigorosa sanità e vecchiezza, nè ricusò per amor della patria le fatiche di tale impiego. Mandò egli innanzi Agostino Spinola suo luogotenente a Calvi con tre mila fanti, i quali costrinsero il signor di Tremes a ritirarsi di là. Scrive il Sardi, che, giunto colà il Doria, ricuperò la Bastia, città che altri pretendono conservata da' Genovesi. Certo è bensì ch'egli mise l'assedio a San Fiorenzo, terra valorosamente difesa da Giordano Orsino con due mila fanti francesi. La buona ventura de' Genovesi portò, che, preparata in Marsiglia una buona flotta per portare soccorso agli assediati, dopo aver messo alla vela, fu colta da un vento maestrale sì indiscreto, che sei galee, andando attraverso, perirono verso Piombino, e le altre malmenate se ne tornarono in Provenza. Perciò nel febbraio di quest'anno fu necessitato l'Orsino a capitolar la resa d'esso San Fiorenzo, salve nondimeno le persone presidiarie, con patto che queste fossero trasportate fuori dell'isola. Restarono poi quivi arenati i disegni dell'una e dell'altra parte. Nell'anno presente continuò la guerra fra l'_imperador Carlo V_ ed _Arrigo II re di Francia_ nei Paesi Bassi, con vantaggio piuttosto dell'ultimo. E il principe _don Filippo_, dall'Augusto padre dichiarato re di Napoli e duca di Milano, passò con accompagnamento magnifico in Inghilterra, dove si solennizzarono le sue nozze colla _regina Maria_: avvenimento di somma allegrezza per lutti i regni professanti la religion cattolica, quantunque mal veduto dalla corte di Francia, a cui dava troppo da pensare ogni innalzamento della casa di Austria. Poco potè godere della sua dignità _Marcantonio Trevisano_ piissimo doge di Venezia, perchè da improvvisa morte fu rapito nel dì 31 di maggio, ed ebbe nel dì 11 di giugno per successore _Francesco Veniero_.
Anno di CRISTO MDLV. Indizione XIII.
MARCELLO II papa 1. PAOLO IV papa 1. CARLO V imperadore 37.
Stava godendo in Roma i frutti della pace dei suoi Stati _Giulio III_ papa, se non che un'aspra guerra a lui faceva la podagra. Sperava anche l'immensa consolazione di veder presto comparire al bacio del suo piede un ambasciatore inglese, giacchè la religion cattolica era tornata sul trono d'Inghilterra, quando venne la morte a citarlo per l'altra vita. Fu creduto che per domar la podagra si mettesse a tale astinenza di vitto, che questa poi contro sua voglia il liberasse da tutti i guai della terra. Ad altra cagione vien da altri attribuita la mutazion da lui fatta della maniera di vivere. Mancò egli di vita nel dì 29 di marzo, lasciando dopo di sè fama di buon pontefice, piuttosto per non aver fatto del male, che per aver fatto del bene; ancorchè negar non si possa ch'egli procurasse la pace fra i principi, e rinovellasse il concilio di Trento, e pensasse anche a riformar la corte di Roma, con lasciarne nondimeno la cura a' suoi successori. A niuno eccesso trascorse egli verso dei suoi parenti, forse perchè il tennero in briglia i porporati d'allora. Riportò solamente non poco disonore dall'aver promosso alla sacra porpora, siccome dicemmo, Innocenzo del Monte, indegno affatto di sì riguardevol ornamento. Tanto il Segni che il Panvinio, autori allora viventi, confessano ch'egli uomo da negozii quando era cardinale, fatto che fu papa, attese piuttosto a godere che a reggere il pontificato, avendo rilasciata del tutto al suo genio, ai piaceri e ai conviti la briglia. La principal sua applicazione era quella di fabbricare un giardino fuori di porta Flaminia, ossia del popolo. Forse perchè avea letto o udito parlare degli orti mirabili fatti da Nerone al suo tempo, s'incapricciò di non voler essere da meno; ed, abbracciato un sito di tre miglia di paese, lo circondò di muraglie, lo compartì in varii ordini di coltivazione e di viali, e l'ornò di parecchi edifizii, con logge, archi, fontane, stucchi, statue e colonne, di modo che il tutto produceva non meno ammirazione che diletto. Per questo giardino, che divenne poi celebre col nome di _vigna di papa Giulio_, pareva (dice il Panvinio) ch'egli impazzisse, tanto v'era perduto dietro, e quivi stava sovente banchettando, lasciando in mano altrui il pubblico governo. Mirabil cosa fu il vedere come in sì poco tempo, cioè nel dì 9 di aprile restasse innalzato alla suprema dignità della Chiesa, contro la aspettazione e voglia sua il _cardinal Marcello Cervino_, nativo di Montepulciano; il quale, ritenendo il proprio nome, volle poscia essere chiamato _Marcello II_, ancorchè gli fosse ricordata l'opinione corrente allora, essere breve il pontificato di chi ritiene il proprio nome, confermata dall'esempio di Adriano VI. Doti luminose di pietà, di senno e di sapere in lui concorrevano; e tale era in lui l'integrità de' costumi, il disinteresse, il desiderio e zelo per le cose migliori, e la mansuetudine, che certamente si poteva aspettare da lui un glorioso pontificato. Certo è altresì ch'egli meditava seriamente di togliere le corruttele de' suoi tempi; nè volle punto che i suoi nipoti, ed Alessandro fratello corressero ad aiutarlo nel suo scabroso uffizio. Ma altri furono i disegni di Dio. Fu Marcello II chiamato a miglior vita nella notte precedente al primo di maggio, in età di soli cinquantacinque anni. Restò onorata la di lui sepoltura e memoria dalle lagrime di tutti i buoni.
A questo mansueto ed amabil pontefice, correndo il dì 25 di maggio, nel sacro conclave succedette un altro di genio totalmente opposto, cioè _Giovan-Pietro Caraffa_, di nobil famiglia, Napoletano, appellato il Cardinal Teatino, perchè era stato vescovo di Chieti, in latino _Theate_. Pretesero i politici d'allora ch'egli dal cardinal Farnese, tutto attaccato alla Francia, fosse portato al trono, perchè conosciuto di inclinazion contraria agl'imperiali: giacchè in affare sì santo ed importante fu creduto che prevalesse talvolta in quei tempi l'interesse privato al ben pubblico della Chiesa. Era nato il Caraffa non già nel 1466, come per errore di stampa si legge presso il Ciacconio, ma nel 1476, come s'ha dal Panvinio e dall'Oldoino. Prese egli il nome di _Paolo IV_: personaggio che in addietro s'era procacciato il concetto d'uomo dottissimo, zelante e pio, colla somma probità ed esemplarità della vita, collo sprezzo talvolta delle dignità e grandezze umane, e con uno spirito di religiosa conversazione, per cui con _Gaetano Tiene_ nobile vicentino e prelato romano, che poi fu aggregato al ruolo de' santi, istituì la pia congregazione de' chierici regolari, appellali Teatini, approvata nel 1528 da papa Clemente VII. Pareva nondimeno ad altri ch'egli sotto il manto del vivere suo religioso coprisse una buona dose di desiderio d'onori; nè certamente egli avea rifiutato l'arcivescovato di Napoli, e molto men fece alla lotta per isfuggire il pontificato supremo. Potea chiamarsi la sua testa un ritratto in picciolo del patrio suo Vesuvio, perchè ardente in tutte le azioni sue, iracondo, duro ed inflessibile, portato certamente da un incredibile zelo per la religione, ma zelo talora scompagnato dalla prudenza, perchè traboccava in eccessi di rigore: quasi che la religione di Cristo non fosse la maestra della mansuetudine, e la scuola dell'amare e del farsi amare. Perciò presagirono i saggi sotto questo pontefice un governo aspro ed insoffribile, e si aspettarono varie calamità, che pur troppo avvennero. Nè altro prediceva la fiera sua guardatura con occhi incavati, ma scintillanti ed accesi, per chi s'intendeva di fisonomia. Studiossi ben egli sul principio di levar di testa alla gente la sinistra opinione di lui, con dar segni di clemenza e liberalità, e di concedere tali grazie e favori al popolo romano, che ne meritò una statua nel Campidoglio. Poco nondimeno stette l'alquanto raffrenato torrente a sboccare, e a verificar le infauste predizioni formate di lui.
Per tutto il verno continuò il blocco di Siena fatto dall'armi imperiali sotto il comando del _Medichino marchese di Marignano_; e già cominciava quel popolo a penuriar di tutto il bisognevole pel vitto, con anteporre nondimeno l'amore della libertà a qualsivoglia patimento. Fu presa la risoluzione di scaricar la città non solo delle bocche inutili, ma di parte ancora della guarnigione superflua. Fu più di una volta tentato questo salasso, ed infelicemente quasi sempre. I soldati che ne uscirono, ebbero a comperarsi il passaggio colla punta delle spade, e la maggior parte vi restò svenata o prigioniera, e le donne e i fanciulli costretti a rientrare nella città. Tale in questa occasione fu la crudeltà del marchese, che quanti si arrischiarono a portar vettovaglie alla afflitta patria, tutti (e furono un gran numero) li fece appendere per la gola; e quanti osarono d'uscir della città, o di sua mano o per mano altrui gli uccideva. Perchè poi da Firenze venivano spesso lettere di fuoco che il sollecitavano a finir quella impresa, tentò egli l'uso della artiglieria; il che nulla giovò, per la gagliarda difesa e per le molte precauzioni prese dai Franzesi. Ma ciò che non potè fare il cannone, lo fece la fame, cresciuta a tal segno, che la povera gente era ridotta a tener per regalo i cibi più schifi. Pertanto si cominciò a trattar di capitolare e di rendere la città all'imperadore con patti onorevoli pel presidio franzese. Dopo gran dibattimento, fu, secondo l'Adriani, conchiusa, nel dì 2 d'aprile, la capitolazione, ma differitane l'esecuzione per alquanti giorni, ne' quali tentarono i Sanesi inutilmente le raccomandazioni e la mediazione del novello papa Marcello. Sicchè nel dì 21 d'esso mese uscirono di Siena i Franzesi con tutti gli onori militari. Sembra a chi legge la Storia del Segni che quella città venisse come in balia di _Cosimo duca di Firenze_. Ma l'Adriani e il Sardi, meglio informati di quell'affare, scrivono, pattuito che Siena restasse libera (parola che nulla dipoi dovea significare), sotto la protezion dell'imperadore, e co' proprii magistrati, ma con ricevere e pagar la guarnigione ch'esso Augusto vi metterebbe. Rimasero in man de' Franzesi Chiusi, Grosseto, Porto Ercole e Montalcino, dove si ritirarono que' Sanesi, a' quali non piacque di star sotto gli odiati imperiali, e con quella forma di governo che si dovea prescrivere alla lor patria dal medesimo Cesare. Fu preso dal marchese di Marignano a nome di sua maestà il possesso di Siena, e posto ivi presidio di Tedeschi e Spagnuoli. Colà tosto comparve tanto pane e grascia, che potè non solo sfamarsi tutto il popolo, ma anche provvedersene a buon mercato per l'avvenire. Quivi poscia il duca Cosimo riordinò il governo, e da lì a non molto arrivò _don Francesco di Toledo_, dichiarato dall'Augusto signore per governatore d'essa città. Eppur vi ha chi scrive promessa Siena al duca Cosimo, allorchè egli fu per imprendere questa guerra. Anzi l'imperadore diede nel presente anno l'investitura di quella città al _re Filippo_ suo figlio: il che ad esso duca oltremodo dispiacque, per avere servito l'oro e le genti sue a fare il boccone ad altrui; perchè se dianzi temeva de' Franzesi, cominciò del pari a paventar degli Spagnuoli, vicini ordinariamente inquieti, e gente non mai sazia di acquistare Stati e dominii. Riuscì poscia al marchese di Marignano di sottomettere, nel dì 10 di giugno, Porto Ercole con altri luoghi: colpo che sconcertò sommamente gli affari de' Franzesi in Toscana, e servì a screditar _Pietro Strozzi_ alla corte del re Cristianissimo, dalla quale con raro esempio avea ricevuto il titolo e bastone di maresciallo. Di ventotto fuorusciti di Siena, presi in Porto Ercole, i principali condotti a Firenze perderono la lesta.
Questo infelice successo ebbero in Toscana l'armi franzesi; ma più propizia loro si mostrò in quest'anno la fortuna in Piemonte. Trovavasi, nel dì 25 di febbraio, il Figheroa vicegovernator di Milano col conte di Valenza e con altri signori in Casale di Monferrato, attendendo a darsi bel tempo per que' giorni di carnovale. In questa città il _maresciallo di Brisac_ teneva delle segrete corrispondenze, ed avea dato ordine che si trovasse maniera di abborracchiare i Tedeschi di quella guardia: nel che egli fu ben servito. La notte susseguente al dì suddetto calò esso Brisac pel Po con buon numero di fanterie imbarcate, e, giunto a Casale, diede la scalata, e s'impadronì d'una porta, aiutato, per quanto fu creduto, da circa trecento uomini, indrodotti prima nella città con abito di contadini. Fuggito il Figheroa nella rocca, contro la quale furono tosto rivolte le artiglierie trovate nella città, giudicò meglio di abbandonarla e di fuggirsene ad Alessandria. Per tale acquisto si sparse gran terrore nello Stato di Milano, e di qua prese motivo la corte cesarea di spedire in Italia _don Ferdinando di Toledo_ duca d'Alva, con ampia potestà di governare nello stesso tempo il regno di Napoli e il ducato di Milano. Venne egli, ebbe rinforzi dalla Spagna e Germania talmente che fu detto, aver egli ammassati trenta mila fanti e tre mila cavalli, che verisimilmente furono un terzo di meno. Con tante forze nulla operò, e ritiratosi, lasciò anche prendere Volpiano a forza d'armi da' Franzesi, poichè li vide rinforzati da una gran corpo di gente condotta in Italia dal _duca d'Aumale_. Fu richiamato a Milano il vittorioso _Gian Giacomo de Medici_ marchese di Marignano, ma quivi, oppresso da varie sue indisposizioni, diede fine al suo vivere nel dì 7 oppure 8 di novembre: personaggio di bassi principii ma che s'era acquistata fama di valente e scaltro condottier d'armi, e insieme d'uomo inumano, e di gran cacciatore ed amator della pecunia. L'aver io detto nelle Antichità Estensi che _Cosimo duca_ di Firenze gli donò il cognome e l'armi di casa de Medici, non sussiste, almeno per conto del cognome. In quest'anno ancora chiamarono i Franzesi nel mar di Toscana l'armata turca, comandata da Pialaga bassà e da Dragut, che nella Basilicata abbruciò San Lucido e Paula, patria del santo istitutor de' Minimi. Così ben premunito avea il duca Cosimo Piombino, l'Elba ed altri siti di quelle coste, che i Turchi, dopo aver patito gravi danni, se ne partirono, ed uniti con trenta galee franzesi, veleggiarono alla volta della Corsica, dove tuttavia bolliva la guerra tra i Franzesi e Genovesi. Nulla di rilevante fecero que' Barbari, fuorchè di condur via quanti cristiani poterono ghermire tanto in quell'isola che nella Sardegna.
Uscì in quest'anno alla luce la risoluzion presa dall'_imperadore Carlo V_ di rinunziare i suoi regni e Stati a _don Filippo re_ d'Inghilterra suo figlio. Cominciò egli dallo spogliarsi de' Paesi Bassi e della Borgogna, e, fatto venire il figlio a Brusselles, nel dì 25 di ottobre, alla presenza degli Stati colà convocati, gliene fece ampia rinunzia: funzione che trasse le lagrime da quasi tutti gli astanti, al vedere come quel glorioso monarca sì animosamente facesse vivente ciò che gli altri sì mal volentieri fanno morendo. Gran dire fu per questo in tutta l'Europa: chi lodando e chi biasimando, attribuendo gli uni un'azione cotanto rara alle sue cresciute indisposizioni della podagra, altri a vanità, oppure al conoscimento della retrograda fortuna, ovvero alla perdita della regina Giovanna sua madre, accaduta in quest'anno, ed altri ad altre cagioni, secondo che dettava loro il capriccio; quando, qualunque ne fosse il motivo, non si può mai negare ad essa il titolo d'atto sommamente eroico, dappoichè ognun sa, essere l'ambizione e il gusto di dominare l'ultima camicia dei regnanti. Al governo di quegli Stati fu lasciato dal re _Filippo Emmanuele Filiberto_ saggio e valoroso duca di Savoia. Ebbero principio in quest'anno i dissapori di _papa Paolo IV_ con esso imperadore, o, per dir meglio, col suddetto re Filippo. Che la vita menata da questo pontefice pria della porpora cardinalizia, e prima del pontificato fosse un'ipocrisia, l'immaginarono bensì coloro che con facilità mirabile di malignità interpretano in male tutto il bene altrui; ma certissima cosa è ch'egli accompagnava il suo molto sapere con un si regolato e pio tenore di vita, che niun seppe mai opporgli altro, che un'inclinazione al rigore, e uno zelo straordinario che facea tremare i buoni, nonchè i cattivi. Appena divenuto papa, cominciò a sradicare le simonie egli abusi di certi tribunali, mostrandosi ardente per riformar le corruttele della corte; ma si venne insieme a scoprire, che avendo egli un gran capitale d'intendimento, di dottrina, di eloquenza e di belle virtù, per cui potea fare un ottimo e glorioso pontificato, non se ne seppe servire, e cadde in tali difetti, che eclissarono non poco la fama del suo sacro ministero.
Giunto papa Paolo a non aver superiori in terra, ripigliò il suo feroce animo, e mostrò di non aver abbastanza meditate le parole dell'Apostolo, che vuole il vescovo _non superbum, non iracundum_; ed invece di amare e procurar la pace (che questo specialmente appartiene ai vicarii di Gesù Cristo), andò miseramente ad ingolfarsi in una biasimevol guerra. Ma ciò che particolarmente levò di tuono questo pontefice, fu il troppo amore del nepotismo Tre nipoti avea, figli di _Gian-Alfonso Caraffa_ conte di Montorio, suo fratello. Pochi giorni dopo l'assunzione sua creò cardinale _Carlo_, uno d'essi, cavaliere di Malta, uomo di cervello torbido, fatto più per la milizia secolare, da lui esercitata fin qui, che per l'ecclesiastica. Un altro era _Giovanni_ conte di Montorio, a cui si voleva fabbricare una magnifica fortuna; e presto se ne presentò, non so se giusta o ingiusta, l'occasione. Avea Alessandro Sforza, cherico di camera, avuta maniera di trarre da Cività Vecchia due o tre galee, già tolte da' Franzesi a Carlo suo fratello, e condottele a Gaeta. Per tale insolenza s'alterò forte il papa, credendo complice di tutto il _cardinal Guido Ascanio Sforza_ loro fratello, fieramente il minacciò, e mise prigione il di lui segretario. Per queste novità furono veduti alcuni baroni romani trattar segretamente con esso cardinale, con _Marcantonio Colonna_ e co' ministri cesarei. Non vi volle di più perchè il pontefice, figurandosi dirette quelle combricole contra di lui, facesse mettere in prigione esso cardinale Sforza, _Camillo Colonna_ ed altri; poichè, quanto a Marcantonio, questi si ritirò in salvo a Napoli. Passò lo sdegnato papa a far citare lui ed Ascanio Colonna suo padre, che era detenuto prigione in Napoli; ed essi non comparendo, gli scomunicò e privò d'ogni dignità, e di quante terre e castella possedeano negli Stati della Chiesa (erano circa cento), con investirne tosto il suddetto Giovanni suo nipote, e dichiararlo duca di Palliano e capitan generale della Chiesa. Per provvedere anche _Antonio Caraffa_, terzo suo nipote, il creò marchese di Montebello e d'altre terre nel Montefeltro, avendo trovate ragioni o pretesti per ispogliarne _Gian-Francesco da Bagno_ de' conti Guidi.
Ancorchè dipoi fossero restituite le galee, cagione di tai disturbi, pure continuò più che mai la disposizione alla rottura; perchè, godendo i Colonnesi la protezion dei re di Spagna, e vedendosi così maltrattati dal papa, si misero in armi. Accorsero anche gli Spagnuoli ai confini dello Stato ecclesiastico, e il papa anche egli ordinò al _duca d'Urbino_ di portarsi con alcune migliaia di fanti a que' medesimi confini. Che sconcerti, che prigionie succedessero in Roma in tal congiuntura, lungo sarebbe il riferirlo. Si trattò di pace, ma ossia, come alcuni vogliono, che il papa anche cardinale sospirasse di cacciar dal regno di Napoli gli Spagnuoli, per aggravii da lor fatti alla sua casa e a sè medesimo col negargli le rendite dell'arcivescovato di Napoli; oppure che il cardinal nipote l'attizzasse con isperanza di pescare Stati nella vantata depression degli Spagnuoli: certo è che papa Paolo IV non ebbe mai vera voglia di pacificarsi. E in questa risoluzione si fissava egli, perchè già andava maneggiando una lega con _Arrigo II re di Francia_; e infatti la conchiuse prima che terminasse quest'anno. Era anche dietro a tirare in essa lega _Ercole II duca_ di Ferrara; lusingandosi forse colle lor forze e con sognate sollevazioni de' popoli napoletani d'aver in pugno quel regno. Ora fra le molte azioni degne di lode in questo pontefice, non si può già contare ch'egli, in tempo che si trattava seriamente di pace fra i re di Francia e di Spagna, si studiasse di maggiormente accendere la guerra fra essi; e ciò per odii ed interessi privati; il che gli riuscì con tanto danno de' sudditi suoi ed altrui. Certamente altro ci vuole che eloquenza, altro che ingegnose riflessioni per iscusarlo e giustificarlo in questo. Di gravi mormorazioni ancora cagionò nell'anno seguente l'aver esso pontefice tolta la dignità di legato al _cardinale Reginaldo Polo_, arcivescovo di Cantorberì, lume chiarissimo del sacro collegio, e sì benemerito della Chiesa di Dio negli affari dell'Inghilterra; come apparisce dalle opere di lui, che ora illustrate abbiamo dall'eminentissimo cardinale Quirini vescovo di Brescia. Anche prima del pontificato non avea Paolo quel grand'uomo nel suo libro, tenendolo per amico dei protestanti, o almeno non assai nemico, com'egli desiderava. I sospetti soli in mente d'uom sì focoso divenivano presto enormi reati, e si correva alle prigionie o al gastigo. E ne fecero la pruova nei tempi susseguenti anche il _cardinale Giovanni Morone_, uno de' più dotti ed insigni personaggi del sacro collegio, _Tommaso San Felice_ vescovo della Cava, ed _Egidio Foscherari_ vescovo di Modena, ch'era de' più accreditati teologi dell'età sua. Furono essi cacciati in castello Sant'Angelo, dove stettero penando per due anni sino alla morte del papa, non per altro, se non per varii sospetti della loro dottrina, di cui diedero essi dipoi un saggio sì luminoso nel concilio di Trento. Se noi desiderassimo di non vedere mai più nella sedia di san Pietro pontefici di simil tempra, si dimanda, se fosse irragionevole o almen tollerabile un siffatto desiderio.
Anno di CRISTO MDLVI. Indizione XIV.
PAOLO IV papa 2. CARLO V imperadore 38.
Già fitto era il chiodo: l'_imperador Carlo V_ avea risoluto di dare un calcio al mondo, per ritirarsi a goder tranquillamente que' pochi giorni di vita che Dio volea lasciargli; e pochi appunto gliene prometteva la troppo afflitta sua sanità[458]. Solamente il riteneva il dover lasciare il _re Filippo_ suo figlio giovane fra i tumulti e pericoli della guerra, che viva tuttavia si manteneva co' Franzesi. Tanto perciò s'affaticarono i mediatori, che nel dì 5 di febbraio si conchiuse, per opera specialmente del _cardinal Polo_, una tregua di cinque anni fra esso imperadore e il figlio da una parte, ed _Arrigo II_ re di Francia dall'altra: con che i contraenti ritenessero pacificamente tutto quel che restava in mano loro sì nel Piemonte come in Toscana. Leggesi lo strumento d'essa tregua presso il Du-Mont[459] e presso altri autori, i quali giudicarono appartenere tal atto al febbraio dell'anno precedente 1555, senza badare che il 1555 della data dovette essere secondo l'anno fiorentino e veneto, terminante nel dì 25 di marzo dell'anno presente. Certo è che tal atto s'ha da riferire a quest'anno, dappoichè si sa che per tutto l'anno precedente durò la guerra fra que' potentati; e il Belcaire, il Sardi, l'Adriani, il Manenti e il Surio, autori contemporanei, e l'Angeli, Mambrino Roseo, lo Spondano ed altri ci assicurano della conchiusion d'essa tregua nel febbraio di quest'anno. Allora fu che l'Augusto Carlo passò all'esecuzione del suo memorabil disegno; perciocchè nel dì 6 del mese suddetto assiso in trono col re Filippo figlio alla destra, perchè re d'Inghilterra, e alla presenza delle due vedove sue sorelle, cioè di _Leonora_ già regina di Francia, e di _Maria_ già regina d'Ungheria, del _duca di Savoia_, dichiarato governator de' Paesi Bassi, e d'infinita nobiltà, fece un'ampia rinunzia di tutti i suoi regni al figlio, tanto del vecchio che del nuovo mondo. Non gli restò se non il titolo cesareo e l'amministrazione dell'imperio; ma, giunto al settembre, pensò ancora di deporre questo peso, e però inviò lo scettro e la corona imperiale a _Ferdinando I re_ de' Romani, d'Ungheria e Boemia, suo fratello, a lui rinunziando ogni suo diritto, con pregar nello stesso tempo gli elettori di approvar questa sua cessione. Non l'approvò già _papa Paolo IV_, con pretendere che senza sua espressa licenza non si potesse venire alla rinunzia di sì gran dignità; e sì forti lettere ne scrisse agli elettori, che solamente poi nel 1558 fu esso Ferdinando riconosciuto e proclamato da tutti imperadore. Questa durezza del papa fu attribuita al mal animo suo verso la casa di Austria, laddove altri la chiamavano un giusto zelo per sostenere l'antica autorità dei romani pontefici nell'elezion degli Augusti. Ma se Carlo Augusto non volea più quella dignità, avea senza fallo essa a cadere in chi era re de' Romani, e la morte civile di lui, in tal caso, operava ciò che la naturale. Pertanto verso il fine di settembre il magnanimo Carlo, non più re, non più imperadore, accompagnato dalle sorelle, passò per mare in Ispagna, dove tosto cominciò a conoscere il presente suo stato pel poco concorso de' grandi ad ossequiarlo, e per la difficoltà di riscuotere la pensione di cento mila scudi, ch'egli s'era riserbato. Poscia nel dì 24 di febbraio dell'anno seguente, giorno suo natalizio e propizio, entrò nel monistero di San Giusto dei monaci di san Girolamo, posto ne' confini della Castiglia e del Portogallo, non lungi da Piacenza, luogo delizioso da lui fabbricato e scelto gran tempo prima, con dar l'ultimo addio alle umane grandezze, affine di meditar le altre vere ed incomparabilmente maggiori che Dio fa sperare nell'altra vita ai suoi servi. Al suo servigio non ritenne se non dodici persone, impiegando poscia il tempo in orazioni, limosine ed altre opere di pietà.
Per la tregua suddetta gran festa si fece da' popoli cristiani, figurandosi ognuno di dover da lì innanzi respirare dai tanti passati guai; ma così non l'intendeva il papa, o, per dir meglio, i suoi nipoti, vogliosi troppo di romperla con gli odiati Spagnuoli. Secondo l'annalista pontifizio Rinaldi, nel dì 19 d'aprile espose il pontefice la risoluzion sua di spedire due cardinali legati, l'uno a _Filippo re_ di Spagna e d'Inghilterra, e l'altro ad _Arrigo II re_ di Francia, per trattar di pace. Che questo fosse un burlarsi del sacro collegio, i fatti lo dimostrarono. Imperciocchè, oltre all'aversi il papa avuto per male che senza di lui si fosse conchiusa quella tregua, il _cardinal Caraffa_, inviato in Francia, altro non operò che di spargere, invece di acqua, olio sul fuoco, incitando quella corte alla guerra, ad assistere al papa contro il regno di Napoli, con farne credere facile l'acquisto per la corona di Francia. Nè poco servi a maggiormente alterar l'animo del pontefice il parlar alto de ministri spagnuoli, e l'avere fra le altre cose il marchese di Sarria ambasciatore del re di Spagna forzata un giorno una porta di Roma per uscirne senza licenza dei dominanti Caraffi. Il perchè nel dì 27 di luglio il papa, siccome avvisato delle disposizioni del re Cristianissimo in suo favore, cominciò gli atti giudiciali contra del re di Spagna, per dichiararlo decaduto dal regno di Napoli, ossia per censi non pagati, ossia per insulti fatti o vicini a farsi contro dello Stato pontifizio dal duca d'Alva, il quale era passato a Napoli per cagion di questi rumori, con aver lasciato al governo di Milano il _cardinal di Trento Madrucci_, il giovane _marchese di Pescara_ e _Giam-Batista Castaldo_, che andarono poi poco d'accordo. Non erano ignoti al re Filippo i maneggi del pontefice in Francia, e tanto più perchè il legato destinato per lui era anch'egli passato a Parigi; e già chiaramente ognuno scorgeva la disposizion de' Caraffi a non voler pace, ma guerra. Che con doppiezza camminasse la segreteria pontificia in questi negoziati, mostrando in pubblico brame di pace, e tutto il contrario nelle cifre segrete, bastantemente l'accenna il celebre cardinal Pallavicino[460]. Per queste cagioni il re Filippo non perdè tempo ad assicurarsi con delle promesse e con dei benefizii di _Cosimo duca di Firenze_ e di _Ottavio Farnese duca di Parma_. Infatti nel dì 15 di settembre rilasciò esso monarca al duca di Parma la città e il distretto di Piacenza, ritenendo solamente in sua mano la cittadella; e questo senza pregiudizio delle ragioni cesaree sopra quella città e sopra il Parmigiano. Restituì anche a lui la città di Novara, ma non il castello, e al cardinal Farnese le rendite dell'arcivescovato di Monreale in Sicilia. Lo strumento di tal cessione fu pubblicato nel 1727 dal senatore Cola[461], ed insieme la convenzion segreta, per cui si dichiarava che il re concedeva in feudo essa Piacenza e parte del territorio di Parma al duca, con altre particolarità ed atti che quivi si possono leggere. Avendo perciò il duca Ottavio abbandonato il partito franzese, ed abbracciato lo spagnuolo, dal re di Francia fu chiamato il più ingrato uomo del mondo. Peggio ben fece il papa, che fulminò contra di lui molti monitorii, e tentò anche di torgli Castro, ma non potè.
Mandò poscia il re Cattolico ordine al _duca d'Alva_ di procurare, se mai potea, d'indurre colle buone il pontefice Paolo alla pace; e, se no, di fargli guerra. Tentò indarno il vicerè di ammansare lo inferocito papa, da cui anche fu incarcerato Pietro Loffredo, mandato a lui per trattare d'accordo; e però diè di piglio all'armi, acciocchè si ottenesse col terrore ciò che non si potea in miglior forma conseguire. A ciò ancora fu consigliato dal riflesso di prevenir gli aiuti che altronde potesse il papa aspettare, oltre al vantaggio di far guerra piuttosto in casa altrui che nella propria. Raunato dunque a San Germano l'esercito suo composto di quattro mila Spagnuoli veterani, di otto mila Italiani, di trecento uomini d'arme, e di mille e ducento cavalli (altri scrivono meno), nel principio di settembre entrò nello Stato ecclesiastico, ed ebbe tosto Pontecorvo, Frosinone, Veroli, Alatri, Piperno, Terracina ed altri luoghi, prendendone il possesso a nome non giù del suo re, ma del papa futuro e del sacro collegio. Erano in Anagni ottocento fanti di guarnigione; appena cominciarono a mirar lo squarcio che faceano le artiglierie spagnuole nelle mura, che la notte del dì 15 di settembre si ritirarono per le montagne a Palliano, Tivoli e Roma. Presa nel dì seguente l'abbandonata città, fu messa a sacco. Così Valmontone, Palestrina e Segna volontariamente si arrenderono. In tanto _Marcantonio Colonna_ con ottocento cavalli faceva scorrerie sino alle porte di Roma, città per la cui difesa avea _Camillo Orsino_ già fatti molti ripari di bastioni, spianate ed altre fortificazioni; e il _duca d'Urbino_, benchè non più generale della Chiesa, avea spedito Aurelio Fregoso con mille e cinquecento fanti, e s'erano armati sei mila Romani sotto Alessandro Colonna, oltre all'avere il senato formata una compagnia di cento venti nobili per guardia della persona del papa. Colà ancora giunsero due mila Guasconi inviati dal re di Francia. Poscia i cittadini di Tivoli, non amando di essere assediati, si diedero al vicerè, in cui potere ancora vennero Vicovaro, Nettuno, Marino ed altri luoghi. Dopo tali acquisti, sopraggiunte le pioggie autunnali, diede il duca d'Alva alquanto di riposo alle affaticate milizie, per rinovare in questo tempo le pratiche della pace. Ma il papa neppur volea sentirsene parlare, se prima non erano restituiti i luoghi presi; e quanti cardinali s'interposero con buone maniere per fargli gustare il dolce della concordia, rimasero delusi nelle loro speranze; perchè se un progetto proposto piaceva in una ora, troppo da lì a poco dispiaceva. Prese dunque il vicerè la risoluzion di passare all'assedio di Ostia, o, per dir meglio, della rocca d'Ostia, poichè per conto di quella picciola città, albergo di soli pescatori, non potea essa fare difesa. Era quella rocca e castello una buona fortezza con soda muraglia, bastioni e terrapieni, fiancheggiata da due torri a tramontana e a mezzogiorno. Entro v'era Orazio dello Sbirro, valoroso giovane romano, che con poco più di cento fanti animosi tal resistenza fece, che, ripulsati più volte gli assalti dei nemici con grave lor danno, fu vicino a far ritirare il vicerè con confusione e vergogna. Pure essa rocca finalmente si rendè: il che servì poscia ad impedire il passaggio delle vettovaglie a Roma, non senza grave danno e lamento del popolo romano, il quale per la fame e per gli aggravii o accresciuti o inventati di nuovo dal pontefice per far danari, che asprissimamente si esigevano, e per gl'immensi danni recati ai lor beni in tanti luoghi, mormoravano forte, ma a mezza bocca, di questa guerra.
Per quanto poi si studiasse il duca d'Alva, dopo aver messe a' quartieri di inverno le sue truppe, di ridurre il pontefice a qualche onesto accordo, interponendovisi anche i ministri della repubblica veneta, e si abboccasse per questo eziandio col _cardinal Caraffa_ (poichè questa guerra fatta era appunto, a udir gli Spagnuoli, per ottener la pace, e per questa speranza esso vicerè non aveva angustiata maggiormente Roma, come avrebbe potuto), il trovò sempre più cocciuto e più saldo d'una torre nel suo proponimento di guerra. E ciò perchè sedotto dall'una parte dai nipoti, ed animato dall'altra dai cardinali franzesi di Tornone e di Lorena, plenipotenziarii del re Arrigo, per mezzo de' quali fu conchiusa una lega nel dì 15 di settembre (seppur non fu in altro tempo), in cui si obbligò il re di difendere con mano forte il papa. Il Campana e il Summonte nella Storia di Napoli, rapportano i capitoli d'essa alleanza. Stentò il re non poco a prendere questo impegno per varie ragioni, e massimamente perchè troppo recente era la tregua col re di Spagna. Ma il papa gli levò di cuore gli scrupoli con assolverlo dal giuramento: laonde il _re Arrigo_, dopo aver fatto, senza alcun profitto, pregare il _re Filippo_ di desistere dalle offese del papa, la cui oppressione egli non potea sofferire, diede ordine che il _duca di Guisa_ si allestisse per passare il più presto possibile in Italia con un'armata in soccorso del pontefice. Tante preghiere ancora, promesse e minaccie adoperarono il papa e i Franzesi con _Ercole II duca_ di Ferrara, pretendendolo obbligato a difendere il papa in questo stato di cose, ch'egli si lasciò avviluppare in questa lega col bell'onore di dover egli prendere il titolo di capitan generale, ed avere il comando di tutta l'armata gallo-pontifizia. Fu anche guerra in quest'anno ai confini della Marca coll'Abbruzzo, dove s'era portato don Antonio Caraffa marchese di Montebello con alcune fanterie per assicurar la città d'Ascoli. Don Francesco di Loffredo governatore di esso Abbruzzo fece una scorreria sullo Stato ecclesiastico sino ad Acquaviva; e, all'incontro, don Antonio prese Contraguerra, ma fu ben presto forzato a ritirarsi ad Ascoli, perchè il Loffredo ingrossato s'era mosso coll'artiglieria, minacciando fin la stessa città d'Ascoli. Intanto seguì fra il duca d'Alva e il cardinal Caraffa, creduto da molti simulatamente desideroso di concordia, una tregua di quaranta giorni, colla libertà del commercio per quel tempo; e questa affinchè si potessero comunicare al re di Spagna i progetti di pace dati per parte del papa, ossia del cardinale. Il principale articolo era, che si restituissero ai Colonnesi le lor terre e castella, e che, per reintegrare don Giovanni Caraffa della perdita di quegli Stati, gli si desse la città di Siena colle sue dipendenze: cambio e boccone che veramente sarebbe riuscito assai saporito al pontifizio nipote. Quando fosse vera la proposta di esso cambio (e per vera infatti vien essa creduta dagli storici, e asserita fin dallo stesso Rinaldi), questo era un far intendere anche ai meno accorti che la guerra non era per altro fatta e mantenuta dal papa, che per l'ingrandimento della propria casa. Fu biasimato per la tregua suddetta il Cardinal Caraffa, chiamato dal vescovo Belcaire uomo torbido e stolido, perchè lasciò spalancata la porta al duca d'Alva, ritirato a Napoli, di provvedere di vettovaglie e munizioni i luoghi conquistati: il che, durante il verno, non gli sarebbe riuscito, se fossero continuate le ostilità. Ma tornava in pro del cardinale questo ripiego, perchè dava tempo al duca di Guisa e all'esercito franzese di penetrare in Italia, ed egli intanto sperava di tirar altri principi nella lega pontificia. Venne a morte in quest'anno nel dì 2 di giugno _Francesco Veniero_ doge di Venezia, che nel dì 14 d'esso mese ebbe per successore in quella dignità _Lorenzo Priuli_.
Anno di CRISTO MDLVII. Indizione XV.
PAOLO IV papa 3. CARLO V imperadore 39.
Aveano nell'anno addietro, tanto il re di Francia, per mezzo del cardinal di Lorena, quanto il papa colla spedizione di Gian-Francesco Commendone, tentato d'indurre la repubblica veneta a collegarsi con loro contro degli Spagnuoli. Dalla parte ancora di Filippo re di Spagna una pari istanza aveano fatto Francesco Vargas e Marino Alonso. Altre ne fece ancora il duca d'Alva. Da cadaun d'essi quel saggio senato s'era sbrigato con gravi risposte, contenenti specialmente verso il sommo pontefice de' sentimenti filiali, ma in sostanza ripugnanti a prendere impegno veruno. Abbiam già veduto _Ottavio Farnese duca_ di Parma e Piacenza attaccato agli Spagnuoli. _Cosimo duca_ di Firenze, principe di somma prudenza e di cauta politica, se ne stava neutrale, conservando buona armonia e confidenza col papa, ma senza voler entrar nelle sue gare. E neppur egli lasciava di esortarlo alla pace, nel qual tempo si dava a conoscere il più unito agl'interessi del re di Spagna, per la speranza di cavargli di mano Siena, siccome gli venne fatto in quest'anno. Ora il _cardinal Carlo Caraffa_ che assai presumeva della sua maestà ed abilità, si figurò facile il poter guadagnare il senato veneto, se in persona si portava a Venezia. Vi andò verso il Natale del precedente anno, e disse quanto seppe e volle di ragioni, per trarre que' prudenti senatori nella lega, appellata Santa per difesa del pontefice. Ebbe la disgrazia d'essere derisa in lor cuore la sua proposizione per vari motivi, e specialmente perchè ognun conosceva, esser egli dietro a valersi delle forze altrui solamente per procacciare un maggiore ingrandimento a sè stesso. Pertanto ricevè la risposta indorata da belle parole; trattar essi di pace, e nulla poter risolvere intorno alla lega, finchè non venivano risposte da Cesare e dal re di Spagna. Passò dipoi il legato a Ferrara, dove, nel dì 17 di gennaio di quest'anno, con solennità presentò a quel duca lo stocco e il cappello, insegne del grado di generale; e di là prese le poste per sollecitar le armi franzesi a calare in Italia. Far lo stesso doveano quattro mila Svizzeri assoldati dal papa. Anche il _cardinal di Trento_, trovandosi con poche forze nello Stato di Milano, aspettava di Germania otto mila fanti e ducento cavalli. Altri quattro mila Tedeschi e quattrocento uomini d'armi venivano al servigio di _Cosimo duca_ di Firenze. A cagione di tanti barbari, chiamati e ben pagati, perchè venissero a divorar l'Italia, altro non si udiva che maledizioni de' popoli contro di chi era autore di quella guerra.
A tal risoluzione maggiormente ancora si animò il pontefice, perchè al duca di Palliano suo nipote, al maresciallo Strozzi, a Francesco Colonna e ad altri suoi capitani riuscì di ricuperar Genazzano, Volmontone, Frascati, Grottaferrata, Tivoli, Marino, Palestrina ed altre terre, e, quel che più importò, anche Ostia e Vicovaro. Sì prosperosi successi gonfiavano forte il cuore del papa e dei suoi nipoti, senza far caso dello sterminio che pativa in mezzo a quel fuoco tanto paese della Chiesa nel Lazio, ed anche nella Romagna, dove si era dolcemente riposata l'armata franzese. Promosse in questi tempi papa Paolo alla sacra porpora alcuni personaggi ben degni di essa, fra' quali mischiò ancora _Alfonso Caraffa_, figlio d'Antonio suo nipote. Non si sapeva accordare colla severità mostrata dal pontefice per rimettere la disciplina ecclesiastica, il crear cardinale ancor questo, quando ve n'erano due altri della stessa sua famiglia, e alzare a tanto onore un giovinetto di soli diecisette anni, con dargli appresso l'amministrazione eziandio della chiesa arcivescovile di Napoli. Più rumore ancora fece l'aver esso papa fatto comparire il disegno di procedere alle censure e alla privazion dei regni contra di _Carlo V_ e di _Filippo II_, giacchè egli non riconosceva per imperadore _Ferdinando I_. Imperciocchè nel giovedì santo nella bolla in _Coena Domini_ furono specialmente scomunicati da lui gli occupatori delle sue terre della Campagna e della Marittima, _quantunque eminente per dignità eziandio imperiale, e tutti i consigliatori, fautori ed aderenti_. Oltre a ciò nella messa papale del venerdì santo si lasciò la solita preghiera per l'imperadore. Attendeva intanto il vicerè _duca d'Alva_ a provvedersi di danari, munizioni e vettovaglie; e fortificati i luoghi dell'Abbruzzo, per parere del vecchio _don Ferrante Gonzaga_, che si trovava allora nelle sue terre del regno di Napoli, cioè in Molfetta, determinò d'uscire anche egli in campagna per impedir gli avanzamenti a' nemici.
Restituitosi il duca _di Guisa_ all'armata, quando Dio volle, proseguì il suo viaggio alla volta del fiume Tronto; ma nè per via, nè a' confini dell'Abbruzzo trovò quelle tante genti, artiglierie, vettovaglie ed intelligenze che magnificamente gli aveano fatto sperare i Caraffi. Contuttociò nel dì 15 d'aprile cominciò in quelle parti le ostilità. Nel giovedì santo fu preso e messo a ruba Campli colle più orride iniquità, affin di facilitar le imprese con questo primo terrore. Teramo si arrendè; e giacchè arrivarono per mare alquante artiglierie, nel dì 24 d'aprile fu impreso l'assedio di Civitella, terra, pel sito suo alto e circondato da tre parti da una valle, assai forte, alla cui guardia con presidio di mille fanti si trovavano don Carlo di Loffredo e il conte Sforza da Santafiora. Mirabil fu la difesa fatta da que' soldati, dai terrazzani, e fin dalle donne, animate dagli eccessi commessi in Campli da' Franzesi. In questo tempo comparve il _duca d'Alva_ a Giulia-Nuova, dodici miglia da Civitella, menando seco tre mila fanti spagnuoli veterani, sei mila tedeschi, undici mila italiani e siciliani, mille e cinquecento cavalli leggieri, e settecento uomini d'armi. Bello esercito parea questo; ma, per esser la maggior parte composto di gente nuova ed inesperta, in cuore di cui non alloggiava peranche lo spirito dell'onore, nè la vergogna della fuga, il vicerè, capitano di buon discernimento e di gran cautela, era ben lontano dal tentare battaglia alcuna; se non che tolse ai Franzesi Giulia-Nuova, e barbaramente la lasciò saccheggiare ai soldati. Tale operazione, ciò non ostante, fece questo suo avvicinamento al campo franzese, che il duca di Guisa, considerando non potersi espugnare Civitella senza gran mortalità di gente, nel dì 15 di maggio si levò da quell'assedio, riducendosi sull'Ascolano, e poscia sul territorio di Macerata, dove attese a ristorare l'esercito sì faticato in nulla conseguire. Ma non succedè questa ritirata senza un precedente grave sconcerto; perchè, dopo avere il Guisa fatte più volte gravi querele con _don Antonio Caraffa_ marchese di Montebello, perchè mancavano le genti, le munizioni e le paghe promesse dal papa, e neppur una delle tante decantate rivoluzioni del regno di Napoli s'era udita finora; un giorno si riscaldò cotanto in simili doglianze, che il marchese, perduta la pazienza, gli rispose per le rime, e il duca gli gittò sul volto una salvietta. Per tale affronto se ne andò il Caraffa a Roma a dolersi dell'alterigia ed insolenza de' Franzesi; ma bisognò che papa Paolo di lui zio, troppo bisognoso del loro aiuto, tutto inghiottisse. Rinforzato intanto il duca d'Alva da sei mila Tedeschi, condotti dalla flotta del Doria, spedì Marcantonio Colonna con tre mila di essi nel Lazio. La terra di Valmontone da lui presa andò a sacco, e restò anche preda delle fiamme. Provò lo stesso infortunio Palestrina, preservata nondimeno dal fuoco. Passò dipoi il Colonna, accresciuto di gente, sotto Palliano, dianzi ben fortificato dai Caraffi; e perchè il marchese di Montebello, e Giulio Orsino con tutte le milizie ecclesiastiche sì italiane che svizzere, andarono in soccorso di quella nobil terra o città, si venne ad un fatto d'armi, in cui rimasero sconfitti i papalini, ferito e prigione lo stesso Orsino.
Facevasi intanto guerra anche in Piemonte, dove il _maresciallo di Brisac_, uscito in campagna con otto mila fanti e mille e cinquecento cavalli, prese e spianò Valfenera; e di là poi portatosi a Cuneo, ne imprese l'assedio. Vi trovò quattrocento cinquanta fanti e i terrazzani, gente valorosa ed affezionata al duca di Savoia, tutti ben accinti alla difesa; e però vi alzò tre forti per impedir loro il soccorso, e non lasciò di far giuocare le artiglierie. Ma venuto il giovane _marchese di Pescara_ a Fossano, ebbe maniera di spignere colà gente e munizioni. In questi tempi anche il _duca di Ferrara_ fece guerra a Correggio e a Guastalla poco prima comperata da don _Ferrante Gonzaga_, che la tramandò ai suoi posteri. Nè stette in ozio _Cosimo duca di Firenze_. Avea egli intese le proposizioni di cedere Siena ai Caraffi: cosa che gli trafisse il cuore, perchè da tanto tempo faceva egli l'amore a quello Stato, e tanti tesori avea speso per cacciarne a questo fine i Franzesi. Non lasciò indietro parole e mezzi per dissuadere da tal contratto il re _Filippo II_; e poscia, facendo sotto mano palesi i vantaggi che a lui profferivano i Franzesi per tirarlo seco in lega, tanto s'ingegnò, che indusse il re a cedere a lui quella città con tutte le sue dipendenze, ancorchè parte di esse tuttavia restasse in poter de' Franzesi. Lo strumento, stipulato nel mese di luglio di quest'anno, vien rapportato dal Du-Mont[462], da cui apparisce che gli Spagnuoli riservarono in lor dominio Orbitello, Portercole, Telamone, Monte-Argentario e Porto di Santo Stefano. Parte dell'Elba fu restituita all'Appiano signore di Piombino, restando al duca Porto Ferraio con due miglia di contorno. Obbligossi il duca a varii capitoli in favore del re di Spagna. Venne con ciò fatto un bell'accrescimento alla potenza del duca di Firenze. Cagion poscia fu la nuova di tale accordo che il duca di Guisa, temendo delle novità dalla parte del duca Cosimo, non volle più tornare in Abbruzzo, e neppur passare a Roma, dove con premura era chiamato dal papa, senza ricevere nuovi ordini dalla corte di Francia. E contuttochè le genti del duca d'Alva entrassero nell'Ascolano, altro egli non fece che presidiar quella città: il che rendè inutile ogni altro tentativo degli Spagnuoli. Ma nel Lazio avvennero intanto altre azioni di guerra. Marcantonio Colonna, per maggiormente strignere Palliano, andò all'assedio di Segna; nel qual tempo al barone di Feltz riuscì di acquistare la rocca di Massimo, fortezza inespugnabile, perchè troppa fu la paura ch'ei fece a Giovanni Orsino, signor di essa, con cannoni di legno condotti in sito superiore alla rocca, e minaccianti ad essa la total rovina. L'infelice città di Segna presa fu dagli arrabbiati Spagnuoli e Tedeschi, avidi della preda, e quivi commesse le più orride iniquità, solite ad accompagnare i saccheggi; e non finì quella tragedia, che la misera terra fu anche data alle fiamme.
Racconta qui il Sardi contemporaneo Ferrarese una particolarità, di cui non ho trovata menzione presso altri scrittori. Cioè, che venne a Ponza e Palmirola l'armata navale franzese col principe di Salerno, per unirsi colla turchesca composta di ottantaquattro galee. Che su questa ultima era il signor della Vigna, il quale, per parte de' Caraffi invitava quegl'infedeli a portar la guerra nel regno di Napoli, per divertire le forze del duca d'Alva. Ma altro non fecero i Musulmani, che saccheggiare ed abbruciare Cariati nel golfo di Taranto e Turrana: il che fatto, con quanti cristiani schiavi poterono menar seco, se ne tornarono in Levante, lasciando deluso il principe di Salerno, il quale andò poscia a morire miseramente in Francia, degno di tal fine per la sua smisurata dissolutezza ed ambizione. Tornò intanto di Francia il _maresciallo Strozzi_ con ordine al _duca di Guisa_ di assistere al pontefice, ed egli perciò passò colle sue genti a Tivoli. Trasse anche il _duca d'Alva_ colle sue in quelle parti, ed unitosi con _Marcantonio Colonna_, seco disegnò di tentare l'acquisto di Roma. V'ha chi crede ch'egli dicesse daddovero, e sperasse anche di buona riuscita, dopo aver dato giuramento ai capitani di astenersi da ogni molestia dei Romani: cosa facile ad essere promessa, ma troppo difficile, per non dire impossibile, ad essere mantenuta dall'avidità de' soldati. Vogliono altri che il tentativo suo solamente tendesse ad intimidire l'ostinato pontefice per ridurlo alla pace: cosa desiderata più dal re Cattolico _Filippo II_ per varii riguardi, che dal medesimo _papa Paolo IV_. Quello ch'è fuor di dubbio, nella notte del dì 26 d'agosto con iscale preparate si presentò il duca d'Alva alla porta di San Sebastiano. Ma avendo il _cardinal Caraffa_ avvisato di questo movimento dal _cardinal di Santafiora_, ben guernite di soldati le mura di Roma, senza che i Romani ne avessero notizia, perchè di loro non si fidava, e spinti anche fuori alcuni cavalli a scaramucciare, fece conoscere al duca scoperti i di lui disegni; perlochè questi si ritirò tornando a strignere Palliano.
In tale stato si trovavano le cose in Italia, quando giunsero a Roma le nuove funeste della guerra dei Franzesi cogli Spagnuoli ne' Paesi Bassi. Era questa apertamente stata dichiarata nel mese di giugno, essendo entrata in lega col re Cattolico anche l'Inghilterra; e tenutosi un gran consiglio dai capitani del re Filippo, in esso prevalse il parere di _don Ferrante Gonzaga_, il qual poscia nel dì 15 di novembre dell'anno presente terminò i suoi giorni in Brusselles. Ebbe questo principe la gloria d'essere compianto fin dagli emuli suoi, e molto più dal re Cattolico, per avere perduto in lui un valorosissimo capitano, e sempre fedele, non ostante le tante calunnie inventate contra di lui. Fu dunque risoluto di formar l'assedio di San Quintino, fortezza importante e di difficilissimo acquisto. _Emmanuel Filiberto_, valoroso duca di Savoia, e capitan generale dell'armata spagnuola, consistente in circa trentasette mila bravi combattenti, nel dì 3 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella forte terra, e tosto si applicò a fare i dovuti trinceramenti. Per soccorrerla giunse nel dì 10 del suddetto mese con un'armata di ventitrè mila persone il contestabile di Francia _Anna di Memoransì_. Allora fu che si venne ad un fatto d'armi, in cui urtati e rovesciati i Franzesi dalla forte cavalleria de' Tedeschi e Spagnuoli, andarono totalmente in rotta. Memorabile al maggior segno fu quella vittoria, perciocchè poco costò agli Spagnuoli; all'incontro, secondo alcuni, vi perirono quasi sei mila Franzesi, e rimasero prigioni lo stesso contestabile col figlio, i duchi di Mompensiero e di Longavilla ed altri gran signori, circa due mila gentiluomini e quattro mila soldati. Dopo questa insigne vittoria fu maggiormente stretto e bersagliato San Quintino, alla cui difesa non mancò di far molte prodezze _Gasparo di Colignì_ ammiraglio di Francia. Lo stesso re Cattolico si portò a quell'assedio, e andò a finire la scena nella presa e nel saccheggio d'essa piazza. Di sì buon vento fu creduto che non sapessero profittare l'armi del re Cattolico, essendo bastato loro di prendere il Castelletto, Han, Noione, Scevì ed altri luoghi di poco momento. Ora per questa grave percossa trovandosi il re _Arrigo II_ in non lievi angustie, giudicò necessario il ritorno in Francia del duca di Guisa colle soldatesche di suo comando; e l'ordine a lui ne fu spedito.
A confondere intanto i disegni ambiziosi de' Caraffi, e i pensieri mondani di papa Paolo, s'erano aggruppate molte disavventure, cioè la ritirata del Guisa da Civitella, il sacco di Segna, e il pericolo che Roma venisse saccheggiata. Vi si aggiunse, che gli stessi difensori di Roma tuttodì commettevano ladronecci, rapine ed insolenze contro le donne. Fra coloro si contavano anche degli eretici che spogliavano altari e cose sante. Venne inoltre a scoprirsi, avere i Romani tenuto consiglio di trattar d'oneste condizioni col duca d'Alva, s'egli fosse ritornato sotto Roma. Contra d'essi per questo proruppe il papa in ingiuriose parole, e vide oramai traballate le macchine bellicose de' suoi nipoti. Arrivò in questo frangente il duca di Guisa a Roma, e presentatosi alla santità sua coll'ordine a lui venuto di Francia, il consigliò di pace. Per quanto avessero finora fatto i saggi _Veneziani_ e _Cosimo duca_ di Firenze per indurlo a pacificarsi, nulla aveano potuto ottenere. Ora trovandolo i lor ministri, e con esso loro i più zelanti cardinali, in miglior positura, tanto dissero, che cominciò daddovero a smuoversi. Questo appunto era quello che sospirava _Filippo II re_ di Spagna, ed anche il _duca d'Alva_, e però condiscese ad accordare al pontefice una capitolazione sì onorevole alla di lui dignità, che molti se ne stupirono. Abboccatisi adunque col suddetto duca d'Alva i cardinali _Santafiora_ e _Vitelli_ in Cavi, tra Genazzano e Palestrina, nel dì 14 di settembre sottoscrissero l'accordo, con rinunziare il papa ad ogni lega contro il re Cattolico, e con perdonare a chiunque avesse prese le armi contro la Chiesa. Palliano restò in deposito per sei mesi, da restituirsi a Marcantonio Colonna, dappoichè il conte di Montorio Caraffa fosse ricompensato dal re di Spagna, con varii altri patti che a me non occorre di rapportare, alcuni de' quali ancora furono tenuti occulti al pubblico, ma non già al pontefice, come alcuni si fecero a credere. Il più bello fu che in tal concordia non fu compreso _Ercole II duca_ di Ferrara, con esempio ai posteri di quel che non rare volte succede a' principi minori nel volersi collegare coi maggiori. Intanto il duca di Guisa, imbarcate le sue fanterie, le spedì per mare in Provenza. Lasciò ire la cavalleria sbandata per varie vie alla volta della Francia, senza volere valersi di un articolo della capitolazione, per cui gli era lecito di condurre liberamente le sue genti per gli Stati del re cattolico. Il duca d'Alva andò poscia a Roma a render pubblicamente ubbidienza al papa.
E tale esito ebbe la guerra sconsigliatamente mossa da esso pontefice al re di Spagna, benchè, secondo le apparenze, non da lui, ma dagli Spagnuoli fosse inferita, con avere impiegati tanti tesori della Chiesa per impinguare i nipoti suoi: guerra, per cui furono imposti assaissimi aggravii allo Stato ecclesiastico, e che, oltre all'essere costata tanto sangue, saccheggi, incendii, violenze e desolazioni alle terre papali, si tirò dietro anche la rottura fra i re di Spagna, d'Inghilterra e di Francia. Nè questo solo flagello toccò al ducato romano nell'anno presente. Nel giorno seguente alla pace suddetta, cioè nel giorno 15 di settembre, per le dirotte pioggie cadute ai monti, sì fieramente s'ingrossò il Tevere, che allagò la maggior parte di Roma ad un'altezza tale, che d'una simile non si ricordavano i Romani di allora. Atterrò l'empito delle acque due ponti, la chiesa di San Bartolomeo nell'isola, moltissime case, mulini ed altri edifizii, con perdita di molte persone e bestiami, ed immenso danno di merci, fieni, grani, vini ed altri commestibili, e con restar tutti i sotterranei pieni di belletta. Da una pari disavventura fu afflitta anche Firenze con altri luoghi di Toscana per la sfoggiata escrescenza dell'Arno, che si trasse dietro i ponti di Santa Trinita, della Carraia e Rubaconte; e quivi cagionò parimente i mali sopraddescritti. Anche in Palermo un fiumicello a cagion delle pioggie, continuate per sette giorni, sì rigoglioso calò dal monte, che rovinò assaissimi edifizii, affogando oltre a sette mila persone. Scrivo ciò coll'autorità del Sardi allora vivente; ma forse la fama ingrandì per viaggio il numero dei morti. Era intanto restato solo _Ercole II duca_ di Ferrara, cioè abbandonato affatto dal papa, e poco meno dai Franzesi stessi, ed esposto all'ira del re Cattolico, il quale non tardò a far muovere _Ottavio duca_ di Parma contra di lui, rinforzato a questo effetto da milizie speditegli da _Cosimo duca_ di Firenze e da Giovanni Figheroa vicegovernator di Milano, a cagion della discordia nata fra il _cardinal di Trento_ e _Giambatista Castaldo_. Sul principio d'ottobre, uscito in campagna il Farnese, s'impadronì di Montecchio, Sanpolo, Varano, Canossa e Scandiano. Le genti del duca di Ferrara anch'esse cominciarono le ostilità con delle scorrerie sino alle porte di Parma. Sopravvenne il verno, che fece star quiete le armi; per altro il duca di Parma per varii riguardi, e specialmente perchè non correano le paghe, poco inclinato si sentiva a questo ballo. Meno ancora v'era portato l'Estense, che nello stesso tempo per mezzo de' Veneziani e del duca Cosimo avea de' maneggi in campo per ricuperar la grazia del re Cattolico.
NOTE:
[458] Belcaire. Manenti. Campana. Surio, ed altri
[459] Du-Mont, Corps Diplomat.
[460] Pallavicino, Storia del Concilio di Trento.
[461] Cola, Apologia dei diritti imperiali su Parma e Piacenza.
[462] Du-Mont, Corp. Diplomat.
Anno di CRISTO MDLVIII. Indizione I.
PAOLO IV papa 4. FERDINANDO I imperadore 1.
Conosceva il _pontefice Paolo_ quanto convenevole fosse al sacro paterno suo grado procurar la pace fra i potentati, cristiani, e tanto più avendola egli stesso riaccesa fra loro. Il perchè aveva già, verso il fine del precedente anno, inviato in Francia legato il _cardinal Trivulzio_ e il _cardinal Carlo Caraffa_ suo nipote al re Cattolico, dimorante tuttavia in Brusselles. Questa si può credere che fosse la vera e pura intenzione del pontefice; ma non meno a lui, e forse più al cardinal nipote premeva l'ottenere dal _re Filippo_ una magnifica ricompensa di Stati al _conte di Montorio_ suo fratello per la cession di Palliano e delle altre terre colonnesi, che si dovea fare a Marcantonio Colonna. Il re Cattolico, tuttochè internamente odiasse quel bizzarro cardinale, considerato da lui per un mal arnese della corte di Roma, pure, da quell'accorto signore ch'era, il ricevette con istraordinarie finezze. Della pace poco si trattò, perchè troppo alterati erano gli animi di quei regnanti, ed anche il Trivulzio trovò il re Cristianissimo alieno da ogni concordia. Contribuì ancora assaissimo a maggiormente accendere alla guerra i due emuli monarchi un avvenimento, che quanto inaspettato, tanto più riempie di maraviglia il pubblico. Erano ducento anni che gl'Inglesi possedeano di qua dal mare la città di Cales in Piccardia, luogo di somma importanza per la loro nazione. Non era ignoto alla corte di Francia che poca guardia vi si faceva, e meglio ancora se ne chiarirono, perchè il _maresciallo Pietro Strozzi_, il quale ne proponeva l'acquisto, andò in persona travestito da villano in quella città, vi scandagliò le fortificazioni, e riconobbe la facilità dell'impresa, per non esservi dentro che secento fanti avviliti nell'ozio ed assuefatti più ai lor proprii comodi che alle fazioni militari. Risoluta dunque nel consiglio del re Cristianissimo quell'impresa, e destinatone direttore il _duca di Guisa_, dopo aver prese varie precauzioni per occultar questo disegno, in tempo che gli Spagnuoli erano qua e là divisi ai quartieri d'inverno, il duca nel dì primo di gennaio con un buon esercito si presentò sotto Cales, e tosto cominciò a battere colle artiglierie le torri e fortezze del porto, e le costrinse alla resa. Quindi si diede a bersagliar la città, riponendo le maggiori speranze nella sollecitudine, prima che gli Spagnuoli e gl'Inglesi potessero tentarne il soccorso. Con tal felicità venne condotto quest'assedio, che ne fu capitolata la resa. Nel dì 8 oppur 9 del mese suddetto v'entrò il duca di Guisa trionfante, con aver il piacere di trovar quivi circa trecento pezzi d'artiglierie, munizioni e vettovaglie in somma copia. Passò egli dipoi nel dì 13 sotto Guines, fortezza dieci miglia lontana da Cales, e di questa parimente colla forza s'impadronì.
Trovavansi prima in gran costernazione per la rotta e perdita di San Quintino gli affari de' Franzesi. Questo felice avvenimento li rincorò tutti, e mosse i popoli ad assistere al re con grossi sussidii pel proseguimento della guerra; siccome, all'incontro, cagionò dei fieri sintomi in cuore del re Cattolico e della nazione inglese, la quale restò da lì innanzi priva di sì importante luogo. Avendo poi atteso il re di Francia _Arrigo II_ a rinforzarsi di gente, spedì nel giugno seguente il duca di Guisa all'assedio di Teonvilla, che fu anche essa forzata a rendersi, con aver ivi lasciata la vita per una ferita nel petto _Pietro Strozzi_ Fiorentino, maresciallo di Francia, degno d'essere paragonato co' più valorosi ed insigni capitani del suo tempo, ma sfortunato nelle imprese di Toscana. Ho dovuto far menzione di tali stranieri successi, poichè da essi presero regola anche gli affari d'Italia. Risvegliossi di nuovo la guerra sul principio dell'anno fra il _duca di Ferrara Ercole II_ ed _Ottavio Farnese duca_ di Parma. _Donno Alfonso d'Este_, primogenito del primo, si fece più volte vedere alle porte di Parma, ripigliò Sanpolo e Canossa; costrinse alla resa la fortezza di Guardasone, e tolse ai Correggieschi Rossena e Rossenella. Fu poi ricuperato Guardasone dal Farnese, dappoichè gli venne aiuto di gente da Milano, e danaro da Firenze. Mirava intanto l'avveduto _duca Cosimo_ questo picciolo incendio, che poteva divenir maggiore, e costava a lui non poco, senza profitto alcuno. Gli dava ancora assaissimo da pensare l'avere il re Cristianissimo dato il governo di quante terre restavano alla corona di Francia nel Sanese a _don Francesco d'Este_ fratello del duca di Ferrara, il quale, passato a Roma, cercava d'imbarcare in nuovi imbrogli i nipoti del papa, mal soddisfatti del re Cattolico. Però con più premura che mai si adoperò alla corte del _re Filippo II_, affinchè ricevesse in grazia il duca estense, e si mettesse fine a quella turbolenza. Ora il re, che mirava a prosperare a vista di occhio le cose de' Franzesi, temeva in Italia de' Turchi, come diremo, e dubitava sempre de' cervelli inquieti dei Caraffi, nel dì 22 d'aprile approvò la concordia dianzi abbozzata dal duca di Firenze, concedendo onorevoli condizioni al duca di Ferrara, il quale rinunziò alla lega franzese, e fu accettato sotto la protezione del re Cattolico. Restituiti i luoghi presi, tornò anche la buona armonia fra esso duca di Ferrara ed Ottavio Farnese; e maggiormente questa si strinse fra l'Estense e il duca Cosimo per le nozze allora conchiuse di _Lucrezia de Medici_ figlia d'esso Cosimo, e di donno Alfonso, principe ereditario di Ferrara.
Qualche movimento d'armi fu ancora in Piemonte, perchè mandato al governo di Milano _Ferdinando di Cordova duca di Sessa_, verso la metà d'agosto liberò Cuneo e Fossano, che si trovavano in certo modo bloccati dai Franzesi; prese dipoi Centale e Moncalvo, e ristrinse non poco le guernigioni nemiche di Casale e Valenza. Ma ciò che maggiore strepito fece in Italia, fu il ritorno anche in quest'anno dell'armata navale turchesca ne' mari dell'Italia ad istanza dei Franzesi. Era composta di centoventi galee, e veniva con ordini del gran signore per unirsi colla franzese a' danni delle terre del re Cattolico. Di molti regali e danari costava al re di Francia il far muovere quegl'infedeli. Nè occorre più ricordare, se per tale alleanza ed attentato fosse in abbominazione e maledizione presso gl'Italiani il nome franzese. Giunti que' Barbari a Reggio di Calabria, lo presero di nuovo ed arsero. Di là venuti al golfo di Salerno, la notte precedente al dì 13 di giugno misero gente a terra, entrarono nella terra di Massa, e rastellarono su da cinque in sei mila anime cristiane. Ebbero per tradimento di un moro schiavo, e senza contrasto, la città di Sorrento, dove commisero ogni immaginabile iniquità. Salvossi una sola monaca, passando per mezzo a loro col tabernacolo del santissimo Sacramento. Poichè per le altre coste del regno di Napoli stavano all'erta i popoli, e facevano buone guardie, passarono i Turchi in Corsica, e poscia ad Antibo, dove uniti colle galee di Francia, si credeva che farebbono l'assedio di Nizza o di Savona; ma nulla di ciò seguì a cagion dell'alterigia franzese, che non sapeva accordarsi colla maggiore de' Turchi. Sciolsero poi le vele costoro verso Minorica, dove fecero dei gran mali, con tornarsene finalmente in Levante carichi di preda e di schiavi. Torniamo ora ancor noi al _cardinal Carlo Caraffa_, che in Brusselles trattava di una ricompensa al fratello _conte di Montorio_ per la cession di Palliano. Fece il re offerire a lui una pensione annua di dodici mila ducati sopra l'arcivescovato di Toledo, ed otto mila di naturalezza in Ispagna. Esibì ancora pel fratello il ducato di Rossano, la cui rendita ascendeva a quindici mila ducati. Ma al borioso cardinale, e al gran merito ch'egli s'era certamente fatto alla corte di Spagna, troppo poco parea. E siccome egli s'era invogliato dell'insigne ducato di Bari, ultimamente vacato per la morte di _Bona Sforza_ già regina di Polonia, nè poteva spuntarla, facendo il corrucciato, si ritirò fuori di Brusselles. Tante dolci parole nondimeno e larghe promesse adoperò poscia il re, che questo porporato contento, nel dì 12 di marzo, prese le poste alla volta di Roma, per rompersi il capo coi ministri del re in Italia, i quali andarono tanto temporeggiando, che la morte del papa li liberò da qualsivoglia impegno.
Si ultimò in quest'anno affatto l'affare della succession nell'imperio, avendo l'_Augusto Carlo V_ fatta nel dì 24 di febbraio una piena rinunzia di tutti i suoi diritti sopra la dignità cesarea al _re Ferdinando_ suo fratello. Fu questa portata dal principe d'Oranges alla dieta degli elettori, i quali perciò nel dì 12, o 13 di marzo in Francoforte riconobbero per legittimo imperadore esso Ferdinando. Nè tardò egli a spedire a Roma Martino Gusmano per rendere ubbidienza, come tale, al pontefice. Fece anche in questa congiuntura _papa Paolo_ conoscere qual fosse l'animo suo verso la casa d'Austria. Non volle ammettere quell'ambasciatore, e rifiutò parimente Giovanni Figheroa, che allora governava Milano, speditogli dal re Filippo in favore dell'Augusto zio. In una parola, finchè visse, non seppe mai indursi questo pontefice a riconoscere Ferdinando per imperadore, non senza scandalo della Cristianità. Infierì la morte in quest'anno sopra le teste coronate. Imperciocchè nel febbraio o marzo mancò di vita _Isabella_ sorella di Carlo imperadore, stata regina di Portogallo, e poi di Francia. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 21 di settembre il suddetto _imperador Carlo V_, dopo aver fatte celebrar le sue esequie negli ultimi giorni di sua vita nel monastero del suo ritiro in Ispagna: principe de' più gloriosi che abbiano maneggiato lo scettro imperiale. Gli elogi fatti da tanti scrittori alla di lui religione e pietà, alla sua gran mente, alla sua clemenza e giustizia, e alle grandi sue imprese, esentano me dal dirne di più. Gli opposero i nemici suoi la taccia dell'ambizione, ma per coprire la propria. Qualche trascorso contro la continenza si potè osservare in lui, ma fu breve, nè portato in trionfo, come si è veduto di tanti altri monarchi: se non che bella figura sempre fece nel mondo _Margherita_ sua figlia, duchessa di Firenze, e poi di Parma. Per altro niun si sarebbe avveduto che a lui dovesse i suoi natali anche un fanciullo di dodici anni, paggio allora del re Filippo, se lo stesso imperadore prima di morire non l'avesse rivelato per raccomandarlo ad esso re di Spagna. Fu questi _don Giovanni d'Austria_, che si mostrò poi ben degno di sì gran padre; e checchè dicano alcuni nato di Leonora di Plombes, non si seppe mai con certezza la madre di lui, volendo altri che nascesse in corte da persona non solo nobile, ma di alto affare e nobilissima, la quale non lasciò vedere il suo volto alla mammana nel partorirlo. Però de' suoi natali esso don Giovanni in varie occasioni si gloriò anche per conto della madre.
Tenne dietro a questo immortal monarca nel dì 17 di novembre _Maria regina cattolica d'Inghilterra_, e moglie di _Filippo II_ re di Spagna, dopo una lunga idropisia: principessa di sempre veneranda memoria per la sua rara pietà, e per aver fatto trionfare la religion cattolica in quel regno, ad onta delle tante rivoluzioni succedute sotto l'empio e crudele suo padre Arrigo VIII. Trovavasi in questo tempo gravemente malato anche il _cardinal Reginaldo Polo_, arcivescovo di Cantorberì, gran sostegno della religion suddetta in Inghilterra, personaggio dei più illustri nella Chiesa di Dio per la sua pietà, gravità, eloquenza e letteratura. Non vi fu allora, nè oggidì ci è chi non riconosca per una delle inescusabili storture di Paolo IV l'odio ch'egli portò ad un porporato di tanto merito ed integrità, e le vane accuse formate contra di lui. Non potè contenersi lo stesso Polo dal comporre la sua apologia, benchè poi con grandezza d'animo la bruciasse o sopprimesse. La morte della regina e di questo arcivescovo si tirò dietro poco appresso la total rovina della religion cattolica in Inghilterra, per essere succeduta in quel trono, non già _Maria Stuarda_ regina di Scozia, maritata in quest'anno con _Francesco delfino di Francia_, ma _Elisabetta_ sorella di essa regina Maria, e figlia d'Anna Bolena, siccome diremo fra poco. Conviene ancora accennare per concatenazion della storia, che continuò la guerra in Piccardia fra i Franzesi e gli Spagnuoli. Cadde in pensiero al signor di Termes, comandante di Cales pel re di Francia, di occupar Gravelinga, per notizie avute che era sprovveduta. Con un corpo dunque di dieci mila fanti e di due mila cavalli prima s'impadronì di Berges, picciola terra, dove nondimeno fu fatto un gran bottino. Poscia si presentò sotto Doncherche, e in quattro giorni vi mise dentro il piede, lasciando la briglia ai soldati, cadaun de' quali divenne ricco in quel sacco. Avvicinossi poi Termes a Gravelinga; quando eccoti comparire il _conte d'Agamonte_, spedito da _Manuel-Filiberto duca_ di Savoia e governator dei Paesi Bassi, con un corpo di gente superiore ai Franzesi. Era di luglio, e si venne ad un fatto d'armi, in cui talmente furono sconfitti i Franzesi, che la maggior parte vi rimasero trucidati o prigioni. Fra gli ultimi si contò lo stesso Termes con altri nobili di sua nazione. Questa vittoria, e l'avere gli Spagnuoli ricuperato Doncherche, con istrage del presidio franzese, rendè più docile _Arrigo II re_ di Francia ad ascoltar proposizioni di pace. Se ne trattò lungamente, e ne era ansiosissimo il re di Spagna _Filippo II_, per le mutazioni che già prevedeva dell'Inghilterra. Ma perchè maniera non appariva di poterla conchiudere, nel dì 17 d'ottobre si fece una tregua e sospension d'armi, che poi fu promulgata per tutto il gennaio dell'anno seguente. Ribellossi in quest'anno il popolo del Finale ad _Alfonso marchese_ del Carretto suo signore, pretendendo ch'egli tirannicamente li governasse. Vi accorsero tosto i Genovesi, che forse segretamente aveano eccitato lo stesso incendio, e fecero depositare in mano di _Andrea Doria_ quel marchesato. Riuscì poi loro d'indurre esso marchese a certe convenzioni; ma pentito poi egli del concordato, e pretendendolo nullo, introdusse la causa nel consiglio imperiale antico siccome accenneremo all'anno 1561.
Anno di CRISTO MDLIX. Indizione II.
PAOLO IV papa 5. PIO IV papa 1. FERDINANDO I imperadore 2.
Potentissimo era in Inghilterra il partito de' cattolici, ed _Elisabetta_, per salire sul trono, avea incontrate delle difficoltà, ed altre ne prevedeva a dovervisi mantenere, perchè il re di Francia _Arrigo II_ sosteneva i diritti di _Maria Stuarda_ sua nuora, e il re di Spagna _Filippo II_ vi aveva anch'egli non pochi interessi, con aver fatto proporre indarno l'accasamento di essa Elisabetta col _duca di Savoia_. Però la scaltra principessa, affine di assodarsi nel dominio, non tardò di ricorrere all'autorità di _papa Paolo IV_, esibendogli ubbidienza per mezzo di Edoardo Carno, ambasciatore in Roma della _regina Maria_a sua sorella defunta. La risposta del papa fu alta, con dire che il regno d'Inghilterra era feudo della Chiesa romana, e che Elisabetta per essere spuria, e trovarsi altri legittimi pretendenti a quel regno, non avea senza l'assenso della Sede apostolica dovuto assumere quel governo. Pertanto, che ella si rimettesse all'arbitrio del sommo pontefice, il quale da buon padre avrebbe fatto giustizia. Fu cagione questa dura ed inaspettata risposta che Elisabetta, considerando qual pericolo a lei soprastasse in aderendo al papa, si precipitasse nel partito degli eretici, stabilisse in Inghilterra lo scisma della Chiesa cattolica, e si desse poi a perseguitare i seguaci della Chiesa romana. Però non c'è volta che io rifletta a questo lagrimevole avvenimento, che non mi senta venir freddo, sembrandomi pure, siccome ad altri sembrò, che se allora nella cattedra di San Pietro fosse seduto un pontefice più prudente, più discreto, più amorevole, da cui si fosse accolta con buon cuore l'offerta d'Elisabetta, come portava il bisogno della religione, al cui solo vantaggio dovea mirare un pontefice romano, senza entrare in dispute degli altrui o de' proprii terreni diritti, si sarebbe verisimilmente conservata la fede cattolica fra gl'Inglesi, nè avrebbe la vera Chiesa di Dio perduto un sì florido regno. Quello certamente non era il tempo da sfoderar pretensioni rancide, e da voler fare il distributore di regni, perchè troppa mutazione era seguita per conto dell'autorità esercitata ne' secoli addietro dai romani pontefici, e massimamente dappoichè Elisabetta avea, dal consenso de' popoli, ricevuta quella corona. E si ha un bel dire che quella principessa si finse cattolica in addietro, e portò seco l'eresia sul trono. Per cattolica a buon conto ella si facea credere, e tale forse la credette la regina Maria, che più degli altri era obbligata a saperlo; e la stessa Elisabetta si fece coronare da un vescovo cattolico, e non da' luterani o calvinisti, e sul principio professò la religion cattolica. In ogni caso, quand'anche ella avesse dipoi volte le spalle al cattolicismo, se il papa sulle prime avesse fatto il possibile per guadagnarla, e trattenerla dal gittarsi in braccio ai nemici della Chiesa romana, si sarebbe rovesciata tutta sopra di lei la colpa, e non già sopra un pontefice che dal canto suo nulla avesse tralasciato per salvarla da sì deplorabil eccesso. Ma il male è fatto, e noi non abbiamo che da adorare i sempre giusti giudizii di Dio, ancorchè non ne sappiamo intendere le occulte cifre.
Nel gennaio del presente anno fece papa Paolo una gagliarda risoluzione, per cui si acquistò gran credito presso tutti i saggi. Per tanto tempo in addietro niuno avea osato di parlargli francamente in male de' suoi nipoti, nè di scoprirgli la lor prepotenza, e gl'inganni da loro usati colla santità sua, che certamente furono creduti non pochi. S'ha da eccettuare il _duca di Guisa_ che prima di partirsi da Roma gliene avea fatto un bel ritratto, ma nulla giovò. Volendo un altro dì il _cardinal Pacieco_ scusare un fallo del _cardinal del Monte_, il papa, alzando la voce, gridò: _Riforma, riforma_. Al che rispose il Pacieco: _Molto bene riforma, padre santo; ma questa dovrebbe cominciare da noi_. Tacque il pontefice, e riflettendo su quel _noi_, si avvisò ch'egli avesse voluto ferire i nipoti suoi; ma non per questo ne profittò. Credesi che l'ultima mano venisse dall'ambasciator di Firenze, che, interrogato dal papa perchè sì di rado venisse all'udienza, francamente rispose, provenir ciò dai suoi nipoti, che gli serravano la porta in faccia, se prima non ispiegava loro le commissioni del principe suo. Ossia per questo, oppure che fosse messa nel breviario del papa una polizza indicante più d'un misfatto dei Caraffi; certo è che finalmente aprì gli occhi il deluso pontefice, e, dopo essersi informato di tutto, nel pubblico concistoro deplorò gli scandali avvenuti per colpa d'essi nipoti senza conoscenza e consenso suo; privò il _cardinale_ della legazion di Bologna, del generalato il _conte di Montorio_, e il _marchese di Montebello_ d'ogni suo grado; e licenziatili tutti colle lor famiglie da Roma, li mandò a' confini, chi in un luogo e chi in un altro. Quindi rimosse dal governo tutti coloro che dipendevano da essi suoi nipoti, e diede buon sesto non meno alla corte che agli uffizii, istituendo specialmente una congregazione che fu appellata del buon governo. Elesse ancora _Camillo Orsino_ per soprintendente agli affari, personaggio di gran vaglia e prudenza, con cui comunicando i cardinali quanto occorreva, da lì innanzi il governo prese un ben regolato sistema. Meritò senza fallo gran lode, come eroico, questo atto del papa, perchè se non rimediava ai mali già fatti, gl'impediva almeno per l'avvenire. Tuttavia nulla questo servì per mitigar l'odio che gli portava il popolo, il quale, interpretando in male il bene, spacciava cacciati dal papa unicamente i nipoti per iscusar sè stesso dei disordini passati, quasi che a lui non fosse stato notissimo il principio e progresso delle passate guerre, e non si fosse egli tanto interessato per ingrandire i nipoti, trattando poi con tale altura i cardinali, che niuno ardiva mai di contraddirgli. Aggiugnevano inoltre che s'egli conosceva e detestava tanti loro delitti, avrebbe anche dovuto più rigorosamente gastigarli. Per conto poi dell'odio de' Romani, questo nasceva dalle molte gravezze loro imposte ed aspramente riscosse, e molto più dall'incredibil rigore che lo zelante pontefice professava contra di chiunque o era o veniva sospettato reo d'eresia fra i cattolici. A questo fine fu egli il primo che ispirasse a _papa Paolo III_ d'istituire in Roma il tribunale dell'inquisizione, e il primo ancora che in essa città facesse fabbricar le carceri di esso tribunale, con eleggere alcuni cardinali che conoscessero le cause di eresia. Perciò poco si stette a veder piene di gente quelle prigioni. Dappertutto erano spie, facili le accuse, e bastavano i sospetti, perchè si venisse alla cattura. Nè ardiva alcuno di parlare di quel soverchio rigore, nè di raccomandare, per paura d'essere preso per fautore d'eretici. Gli stessi porporati tremavano per l'esempio del _cardinal Morone_. Tanto più ancora crebbero i lamenti, perchè da quel tribunale si cominciò a procedere anche per inquisizione contro delitti non pertinenti alla religione, e soliti a decidersi dai giudici ordinarii, bastando le accuse segrete. Questa novità mise di mal umore il popolo di Roma, non avvezzo a tanta severità, parendo loro che in tutto questo apparisse soverchia indiscretezza, e niuno, per innocente che fosse, potesse tenersi sicuro. Pubblicò inoltre il pontefice in questo anno, a dì 15 di febbraio, una fulminante bolla contra de' cattolici che cadessero in eresia, confermando le pene già imposte da altri, colla giunta d'altre maggiori, stendendole a qualsivoglia grado di persone, e neppure esentando gli stessi sommi pontefici: punto che, ben esaminato, può cagionar del ribrezzo, se non anche dell'orrore. Per altro, negar non si può ch'erano in questi tempi in gran voga l'eresie oltramontane, e serpeggiavano per tutte le provincie cattoliche, di modo che la stessa Italia non fu interamente intatta da quel veleno. Il perchè ai pastori della Chiesa conveniva di star più che mai all'erta, e di adoperar del rigore, il quale allora è solamente biasimevole che passa in eccesso.
Trattavasi alla gagliarda di pace oltramonti, e primieramente _Arrigo II re di Francia_ dal canto suo, e _Maria Stuarda regina_ di Scozia, moglie di _Francesco delfino_ di Francia, la conchiusero nel dì 2 di aprile con _Elisabetta_, riconosciuta da essi per regina d'Inghilterra, facendo per bene de' loro Stati ciò che il pontefice non avea saputo fare per bene della religione. Le particolarità di tal concordia si possono leggere negli strumenti rapportati dal Du-Mont[463]. Nel susseguente dì 3 d'aprile fu medesimamente stipulata la pace fra esso _re di Francia_ e _Filippo II re_ di Spagna, per cui seguì il matrimonio di _Elisabetta_ figlia del re Cristianissimo col re Cattolico, e l'altro di _Margherita_ sorella del re Arrigo suddetto con _Emmanuel Filiberto duca_ di Savoia. Detestarono i Franzesi una tal pace, tenendola per vergognosa e pregiudiziale ai diritti della corona. Vantaggiosa, per lo contrario, riuscì al duca di Savoia; se non che quei gran politici d'allora aveano per uso di lasciar nelle concordie sempre qualche coda e seme di discordia. Cioè fu bene accordata le restituzion pacifica ad esso duca della Savoia, del Piemonte e di tutti gli altri suoi Stati, ma con volere il re di Francia ritenere per tre anni avvenire il possesso di Torino, Chieri, Pinerolo, Civasco e Villanuova di Asti, affinchè si ventilassero in quel mentre i diritti pretesi dal re per _Luigia_ avola sua: il che era un accordar colle parole e negar coi fatti la restituzione intera di quegli Stati. E forse confidavano i Franzesi di trovare ragioni o pretesti per non restituire neppur dopo quel tempo le piazze suddette. Aveano anche promessa i medesimi agl'Inglesi la restituzion di Cales fra otto anni, eppure in lor cuore pensavano di ritener per sempre quella città. Per altro al duca fu dato il libero possesso e dominio della Savoia e dei restanti luoghi del Piemonte. Profittò parimente d'essa pace _Cosimo duca_ di Firenze; perciocchè in vigor della medesima i Franzesi rinunziarono alla protezion de' Sanesi fuorusciti dalla lor patria ed abitanti in Montalcino, e a tutti i luoghi da lor posseduti in quella contrada, e se n'andarono con Dio. Abbandonati in tal guisa que' Sanesi, e trovandosi impotenti a cozzar colle forze del duca di Firenze, a lui infine si sottomisero: con che tutte le dipendenze di Siena vennero in potere di lui, eccettochè i porti della Maremma, che il re di Spagna dianzi avea riservati alla sua corona. Sul fine poi d'agosto il re Filippo, dopo avere restituita la quiete ai Fiamminghi, e lasciato il governo di que' paesi a _Margherita duchessa di Parma_ e sorella sua, andò ad imbarcarsi, e con una numerosa flotta di vascelli se ne ritornò in Ispagoa.
Alla pace suddetta con segni immensi di giubilo fecero plauso tutti i popoli cristiani; ma da Parigi specialmente si lasciò la briglia all'allegria per li due matrimonii suddetti della figlia e sorella del re _Arrigo II_. Fra le altre solenni feste il re stesso accompagnato da _donno Alfonso d'Este_, principe ereditario di Ferrara, da _Francesco duca di Lorena_ e da _Iacopo duca di Nemours_ volle per tre giorni mantenere una giostra, esercizio cavalleresco, di cui egli sommamente si dilettava. Ne' due primi giorni riportò egli il premio della vittoria, e nel terzo avea fatto lo stesso; quando, non per anche sazio di rompere lancie, forzò il capitan delle sue guardie, chiamato Orges, oppure Gabriello signor di Mongomery Scozzese, a correre contra di lui. Ruppesi l'asta dello Scozzese in varie schegge; e siccome il re al dispetto delle preghiere dei suoi più cari non avea voluto allacciar la visiera dell'elmetto, così avvenne che una di quelle scheggie andò a conficcarsegli sopra l'occhio destro, con penetrare sino al cervello: lagrimevole spettacolo, accaduto alla presenza di _Caterina de Medici regina_ sua moglie, dei principi suoi figliuoli e di un gran teatro di nobiltà. Dalla grave ferita nacque un interno apostema, per cui egli tratto fu a morte nel dì 10 di luglio, con estremo cordoglio di tutti i suoi popoli. A lui succedette nel regno _Francesco II_ suo primogenito, in età allora di sedici anni: età non per anche abile al governo, nè a tenere in freno l'ambizione de' grandi, nè a reprimere l'ardire dell'eresia calviniana, che già avea cominciato a prendere gran piede in quelle parti. Però sotto di lui ebbe principio la civile discordia, madre di tante guerre che per assaissimi anni dipoi lacerarono quel nobilissimo regno, e diedero fomento all'eresia che sempre più si dilatò.
Anche in Italia venne a morte nel presente anno _papa Paolo IV_. Era egli pervenuto all'età di ottantaquattro anni, colla mente nondimeno sempre vegeta e sempre applicata al governo. Ma si cominciò ad unire colla decrepitezza la idropisia. Durava in lui un continuo affanno per le iniquità commesse dai suoi nipoti non meno in Roma, che per tutto lo Stato della Chiesa, e che di mano in mano egli andava intendendo per li ricorsi di chiunque era stato offeso, giacchè si era aperta la porta alle doglianze di ognuno. Avviso infine gli giunse che il _conte di Montorio_, il quale tuttavia si facea chiamare duca di Palliano, e stava relegato a Gallese, avea fatto uccidere la duchessa sua moglie gravida, per sospetti d'indecente commercio d'essa con Martino Capece, ancorchè questi, o pugnalato, o fatto morir nel tormento della corda, ed ella parimente, protestassero la loro innocenza, ed appellassero al tribunale di Dio. Risaputa questa crudeltà dall'infermo pontefice, fu creduto che accelerasse la, per altro vicina, morte. Ma il cardinal Pallavicino, che cita il processo, ci fa sapere succeduta l'uccision della moglie nella sede vacante. Morì egli nel dì 18 d'agosto (l'iscrizione posta al sepolcro suo il fa morto nel dì 15 di esso mese, contro la testimonianza degli autori contemporanei), lasciando la memoria sua non già in desiderio, ma in abborrimento pel suo governo, a cui la gente dava il nome di tirannico. Abbiamo la vita di lui scritta dai padri Antonio Caracciolo, Silos, Castaldi, Oldoino, per tacer d'altri, che ci rappresentarono in profilo il di lui volto, con farci vedere tutto il bello de' suoi pregi dall'una parte, e lasciando ascoso il difettoso dall'altra. Con pennello più giusto formarono il di lui ritratto Onofrio Panvinio, Mambrino Roseo e il cardinal Pallavicino, a' quali rimetto il lettore. A me basterà di dire che non mancarono belle dotti e virtù a questo sì religioso e zelante pontefice, ma ch'esse rimasero offuscate dal troppo odio ch'egli portò agli Spagnuoli e all'augusta casa d'Austria, e dal troppo amore verso de' proprii nipoti. Il suo gran fuoco congiunto con un'alta stima di sè medesimo non gli lasciavano quasi mai cogliere il punto di mezzo fra il difetto e l'eccesso; e però anche nelle belle azioni di lui si desiderò sovente la moderazione, si trovò soverchio il rigore, dal quale si scostarono dipoi i saggi suoi successori, conoscendo che la troppa severità rende odiosa la stessa religione, e che, all'incontro, le fa decoro la clemenza, adoperata a luogo e tempo.
Qual fosse intanto l'animo del popolo romano verso di questo pontefice, poco si stette a conoscerlo. Era egli tuttavia in vita, ma vita ridotta agli estremi, quando esso popolo si mosse a furore, attizzato anche da alcuni grandi che maggiormente si teneano per offesi dal papa. Corsero costoro alle carceri pubbliche, ne trassero i prigioni, che erano da quattrocento. Data indi volta a Ripetta, dove era il palazzo della sacra inquisizione, e, rimesso in libertà chiunque ivi si trovava detenuto prigione (e moltissimi ve n'erano da lunghissimo tempo neppure esaminati), bruciarono tutti i processi, e in ultimo una parte del palazzo stesso. Dio preservò in quella congiuntura il _cardinal Alessandrino Ghislieri_, capo d'essa inquisizione, per farne poi un pontefice degno d'essere onorato sui sacri altari. Se non accorrevano _Marcantonio Colonna_ e _Giuliano Cesarini_ al convento dei domenicani alla Minerva, e non fermavano la pazza furia del popolo sdegnato contro di que' religiosi, anch'esso verisimilmente soggiaceva a gravissimi insulti. Quindi passò quel torrente al Campidoglio, dove restò atterrata e rotta la statua eretta ivi in onor del pontefice, e ne fu strascinato il capo per la città. Ma quel che vieppiù diede a divedere il pubblico odio, fu un bando pubblicato dallo stesso senato romano, che si dovessero cancellare ed abbattere tutte le memorie dei Caraffeschi: il che in poche ore fu eseguito. Dodici giorni dopo la morte del papa, restò calmato ogni movimento del popolo per cura de' cardinali e dei nobili più saggi. Marcantonio Colonna in tal congiuntura ricuperò Palliano, e Gian-Francesco da Bagno tentò di riavere il suo marchesato di Montebello. Terminate le esequie del defunto pontefice, e pacificata Roma, nel dì 5 di settembre si chiusero in conclave i cardinali, dando principio alle lor battaglie per l'elezione di un altro. Nobil risoluzione fatta da loro, e autenticata da giuramento, fu quella con cui s'obbligò chiunque riuscisse papa di riaprire il concilio generale, e di levar dalla Chiesa gli abusi e le corruttele introdotte dalla negligenza o malvagità de' secoli barbarici: al che con tutto il suo zelo s'era poco applicato il precedente pontefice. Durarono le dispute de' porporati sino alla notte precedente il santo giorno del Natale del Signore, in cui restò concordemente eletto _Giovanni Angelo de Medici_, cardinale di Santa Prisca, il qual prese il nome di _Pio IV_. Di lui parleremo all'anno seguente. Venne a morte ancora in quest'anno a' dì 3 di ottobre _Ercole II duca_ di Ferrara, le cui virtù e gloriose azioni furono da me accennate nelle Antichità Estensi[464]. Trovavasi allora alla corte del re di Francia _don Alfonso_ primogenito suo, e non sì tosto ebbe intesa la morte del padre, che preso congedo dal _re Francesco II_, andò ad imbarcarsi a Marsiglia, e, giunto a Livorno, passò dipoi a Ferrara, dove nel dì 26 di novembre fece la sua solenne entrata fra le giulive acclamazioni del popolo suo. Finì inoltre i suoi giorni nel dì 17 di agosto _Lorenzo de' Priuli_ doge di Venezia, a cui nel dì primo di settembre fu sostituito _Girolamo de' Priuli_ suo fratello.
NOTE:
[463] Du-Mont, Corps Diplomat.
Anno di CRISTO MDLX. Indizione III.
PIO IV papa 2. FERDINANDO I imperadore 3.
Aveano abbastanza imparato i cardinali che pensioni portasse seco il collocare nella cattedra di San Pietro de' cervelli bizzarri e delle teste troppo calde; e però aveano cercato nell'ultimo conclave di dare alla Chiesa di Dio un pontefice di natura mansueta, e dotato d'una placida e benigna saviezza. Per tale fu riconosciuto il cardinal de Medici, divenuto _Pio IV_, personaggio esperto degli affari del mondo, amante de' letterati e, di tutte le persone di merito, limosiniere e d'altri bei pregi ornato. Era egli di nazion Milanese, di famiglia onorata, ma non cospicua. I suoi studii e le sue virtù l'aveano condotto a poco a poco alle prime dignità, e a ciò contribuì ancora il gran credito in cui era salito suo fratello, cioè _Gian-Giacomo de Medici_ marchese di Marignano, giunto ad essere, siccome abbiam veduto, uno de' più valorosi condottieri d'armi in Italia. Diede egli principio al lodevolissimo suo pontificato coll'annullare, col correggere o mitigare varii decreti ed atti del precedente inesorabile e rigido papa. Avea fin qui il pontefice _Paolo IV_ ostinatamente, e non senza scandalo, ricusato di riconoscere per imperadore _Ferdinando I_ Austriaco, e di ricevere i suoi ministri in tale qualità. Fu sollecito _Pio IV_ ad ammettere il suo ambasciatore, e a ristabilire la buona armonia fra la santa Sede e l'Augusto monarca. Alle preghiere ancora de' cardinali perdonò al popolo romano il trascorso della passata sedizione, purchè si rifacessero i danni. Nel dì 31 di gennaio fece la promozione di tre cardinali, cioè di _Gian-Antonio Serbellone_ suo parente, perchè di tal famiglia fu la madre sua; di _Giovanni de Medici_ figlio di _Cosimo duca di Firenze_; e di _Carlo_ della nobil casa de' conti _Borromei_, figlio del conte Giberto e di Margherita sua sorella, che giovinetto camminava già a gran passi alla santità. Per due continui anni avea penato nelle carceri _Giovanni cardinal Morone_, uno de' più insigni porporati d'allora, per sospetti d'eresia, ch'erano troppo alla moda in quei tempi, perchè il solo disapprovare alcun de' veri abusi dominanti allora nelle vie della pietà e della disciplina ecclesiastica, bastava per far sospettare una persona zoppicante ancora nella credenza dei dogmi, e per trarla alle prigioni, senza che poi si pensasse da lì innanzi a strigar le lor cause, non per colpa del _cardinal Ghislieri_ supremo inquisitore, ma per difetto di _papa Paolo IV_, che non sapea mai credere innocente chiunque capitava in quelle carceri. Restava dunque tuttavia acceso il processo formato contra del Morone; ed egli non volendo grazia, ma severa giustizia, fece istanza perchè fosse deciso nella causa sua. Ben ventilata questa dai più incorrotti cardinali (fra i quali lo stesso Ghislieri, che fu poi Pio V), emanò decreto, con dichiarare nullo, iniquo ed ingiusto il processo suddetto, e con assolvere pienamente come innocente il Morone. Pari giustizia fu fatta ad altri non processati sotto il defunto pontefice, e specialmente ad _Egidio Foscherari_ dell'ordine de' Predicatori, vescovo di Modena e teologo dottissimo di questi tempi, a cui del pari avea papa Paolo fatta patire la prigionia di due anni a cagion dell'amistà che passava fra il Morone e lui.
Atteso il naturale del novello pontefice, inclinante sempre alla benignità e clemenza, niuno si sarebbe avvisato di vedere una severa giustizia da lui cominciata nel presente anno e terminata nel seguente. Brevemente in un fiato accennerò io questo fatto, per cui fu gran dire allora in tutta la Cristianità. Nel dì 7 di giugno fece papa Pio IV carcerare i _cardinali Carlo Caraffa_ ed _Alfonso Caraffa_, il primo nipote e l'altro pronipote di Paolo IV. Similmente furono presi _Giovanni Caraffa conte di Montorio_ appellato duca di Palliano, e nipote del suddetto papa, e il conte di Alife e Leonardo di Cardine, uccisori della moglie di esso duca. Furono fatti rigorosi processi contro di loro, tanto per quell'omicidio, quanto per altre iniquità, o vere o pretese, commesse dai due fratelli Caraffi nel tempo del loro nepotismo, con varii inganni che si diceano da lor fatti al pontefice zio, e gravissimi danni cagionati per la loro ambizione e prepotenza a Roma e a tutto lo Stato ecclesiastico. Furono deputati cardinali al processo dei due loro colleghi, e data al governatore di Roma l'incombenza di formar quello del conte di Montorio e de' suoi complici. Durò questa criminal procedura sino al dì 3 di marzo dell'anno seguente, in cui si venne concistoro; e quivi fu letto il processo intero contra del _cardinale Carlo Caraffa_: lettura che durò ott'ore. Per lui interposero tutti i cardinali le lor preghiere; ma senza poter impedire la sentenza di morte. Però nella notte seguente fu esso cardinale strangolato in prigione; e nello stesso tempo nelle carceri di Torredinona decapitato il _duca di Palliano_ col conte di Alife e Leonardo di Cardine. Confessa il Panvinio d'aver inteso dalla bocca del medesimo Pio IV ch'egli si lasciò trarre a questa giustizia di malissima voglia, e che in tutta la vita sua non gli era avvenuta mai cosa tanto disgustosa e lugubre, quanto quel giudizio; con aggiugnere nondimeno d'aver egli creduto necessario che si desse ai parenti dei futuri pontefici esempio, affinchè non si abusassero della lor grazia ed autorità. Il giovane cardinale _Alfonso Caraffa_, siccome innocente e dabbene, fu rimesso in libertà, e solamente condannato a pagare cento mila scudi per un preteso risarcimento alla camera apostolica; e tal pena fu anche dipoi mitigata. Ma in que' tempi la gente accorta ben s'avvide che non dal genio clemente di papa Pio era proceduta sì rigorosa giustizia contra dei Caraffeschi, ma sibbene dai segreti gagliardi impulsi della corte di Spagna, a cui per varii riguardi era molto tenuto lo stesso pontefice.
Il cardinal Pallavicino, che meglio degli altri pescò in questa materia, fece conoscere a noi le arcane ruote di sì strepitoso avvenimento. La politica più fina del simulare e dissimulare fu osservata assai familiare in _Filippo II re_ di Spagna. Gli stava sempre sul cuore quanto aveano operato i Caraffi contra di lui, e l'essersi eglino vantati di volergli torre il regno di Napoli. Con tutto ciò non lasciava di usar con loro delle grazie e finezze; e in questi medesimi tempi decretò al cardinale e al fratello delle ricompense pel perduto ducato di Palliano. Fu creduto da alcuni che sul principio il papa, credendo il re ben affezionato ai Caraffi, per quanto gliene diceva l'ambasciatore di Spagna, li favorisse anch'egli alla corte di Madrid; e che, all'incontro il re, tenendo i Caraffi per protetti dal papa, anch'egli s'inducesse a far loro delle grazie. Ma ossia che tale inganno cessasse, o che sempre in Ispagna si lavorasse di finzione; la verità si è che il re Cattolico segretamente maneggiò la rovina loro, e con forza spinse il pontefice ad eseguir quello che il mansueto animo d'esso papa non avrebbe mai fatto. Il bello poi fu che sotto _papa Pio V_, creatura di _Paolo IV_, per le istanze di Antonio marchese di Montebello e di Diomede Caraffi, l'uno fratello e l'altro figlio dell'estinto duca di Palliano, fu riveduta questa causa in Roma, e deciso che non meno il cardinal Carlo che esso duca di Palliano erano stati iniquamente ed ingiustamente condannati; e per prova di questo tagliata fu la testa ad Alessandro Pallentieri, stato fabbricator del processo contra d'essi Caraffeschi, alla memoria de' quali e de' loro eredi fu restituito l'onore e la buona fama. E così vanno le vicende e peripezie umane, regolate dalle diverse passioni degli uomini. Noi dobbiamo augurarci che sia esente da questi interni mantici chi si mette a giudicar della vita, della roba e dell'onore altrui; e che questi tali, ad imitazione di Dio, più inclinino alla clemenza che al rigore, se pure il bene della repubblica non esige altrimenti.
Al pontefice _Pio IV_ non restavano nipoti maschi legittimi di sua famiglia, perchè il _marchese di Marignano_ suo fratello niun d'essi avea lasciato; e sebben v'era un di lui figlio naturale, appellato Camillo, il papa parea che non se ne prendesse gran cura. Rivolse dunque il suo amore ai figli della sorella, cioè ai conti Borromei, illustri e potenti signori, che da gran tempo possedevano Arona, ed assaissime altre terre e castella sul lago Maggiore. Questi erano il _conte Federigo_ e _Carlo_, da lui promosso alla sacra porpora. Avvezzi i Romani a mirare quanto potesse il nepotismo ne' passati pontefici, e come fosse divenuto, massimamente in questi ultimi tempi, quasi il principale impiego de' successori di san Pietro l'innalzamento de' parenti a' gradi principeschi; si aspettavano una simile scena sotto Pio IV. Ma il buon pontefice, che intendeva meglio d'alcuni suoi predecessori l'importante uffizio della sublime sua dignità, si comportò con molta moderazione nell'amore de' suoi, e nulla operò che fosse soggetto alla giusta censura dei saggi. Erasi molto prima trattato il matrimonio di _Virginia_ figlia del _duca d'Urbino_ col suddetto conte Federigo, e questo si eseguì, con celebrarsi suntuosissime nozze in Urbino e poscia in Roma: il che riuscì di giubilo universale del popolo. Maritò ancora _Camilla Borromea_ sorella di esso conte in _Cesare duca di Guastalla, Ariano_ e _Molfetta_, figlio del fu don Ferrante Gonzaga, e un'altra in Fabrizio Gesualdo figlio del conte di Conza; e con ciò si raddoppiarono le allegrezze in Roma. Specialmente fece il pontefice comparire il suo amore verso il _cardinale Carlo Borromeo_ suo nipote, a cui diede la carica di segretario di Stato, e la legazion di Romagna e Bologna. Ma questo nipote, ancorchè di soli ventitrè anni (tanta era la sua prudenza, tanta l'illibatezza de' suoi costumi) non serviva che alla vera gloria del pupa, perchè unicamente intento al bene della Chiesa e del pubblico, e manteneva una scelta famiglia di persone raccomandate dalla virtù e dalla letteratura; di maniera che col tempo fu chiamata la di lui casa un seminario di cardinali e vescovi egregi. Però al popolo romano, dopo essere stato in tanta malinconia e tremore sotto il tetro governo di Paolo IV, parea d'essere rinato, trovandosi tutto in feste sotto il dolce di Pio IV (a cui diceano che bene stava il nome di Angelo), e regolato da sì discreti e saggi ministri. Delle premure di questo buon pontefice per rimettere in piedi il da tanto tempo interrotto concilio di Trento, parleremo all'anno seguente.
Compiè in quest'anno _Alfonso II duca_ di Ferrara il suo matrimonio con _donna Lucrezia de Medici_ figlia del _duca Cosimo_; e questa principessa con suntuoso accompagnamento di principi e nobili fece l'entrata sua in Ferrara nel dì 17 di febbraio. Ma da quella città nel giorno 2 di settembre fece partenza la _duchessa Renea_ figlia di _Lodovico XII re di Francia_ e madre di esso duca Alfonso. E il motivo fu, perch'ella da gran tempo infetta dell'eresia di Calvino, per quanto si facesse e dicesse, non volle mai rimettersi sul buon cammino. Quale ella andò, tale anco morì: del che ho io sufficientemente parlato nelle Antichità Estensi. Era venuto di Fiandra nell'anno precedente _Emmanuel Filiberto_ duca di Savoia, a rallegrar sè stesso e i suoi sudditi colla visita degli Stati a lui restituiti da' Franzesi e Spagnuoli. Fu in questi tempi ch'egli istituì in Mondovì un'università per le scienze, dove chiamò de' più accreditati uomini dotti che s'avesse l'Italia. Trovavasi questo principe sul fine di maggio in Villafranca, quando Occhialì rinegato calabrese, e famoso corsaro d'Algeri, con una squadra di galeotte, dopo aver saccheggiata Tagia e bruciata Roccabruna del signor di Monaco, arrivò a Villafranca stessa, e mise le sue genti a terra. Spedì tosto il duca a Nizza per aver soccorso, e intanto animosamente uscito dalla terra co' suoi cortigiani con poco più di trecento archibugieri inesperti, raccolti in quel subitaneo bisogno, andò contra de' Barbari. Ma non sì tosto furono i suoi a fronte degli Algerini superiori di gente, che, atterriti dal loro aspetto, e dagli urli e gridi ne' quali proruppero, diedero a gambe. Si trovò il duca in pericolo della vita, o di restar prigione; anzi v'ha chi scrive ch'egli fu preso, ma che restò liberato da due suoi generosi gentiluomini, con perdervi essi la loro vita. Certo è che il duca si salvò nella terra, inseguito sino alle porte di essa da quegl'infedeli. Restarono uccisi circa quaranta de' suoi soldati ed alcuni gentiluomini di sua corte, ed altri fatti prigioni, per riscattare i quali gli convenne pagare dodici mila scudi. Il temerario corsaro, prima di renderli, pretese la grazia di poter inchinare la _duchessa_ figlia di _Francesco I re_ di Francia. Bisognò accordargliela. Ma la duchessa, con comparire in sua vece la sua dama d'onore, ebbe la soddisfazione di punire in tal maniera la temerità di costui.
Portossi in quest'anno a Roma _Cosimo duca di Firenze_ colla _duchessa_ sua moglie, e fu magnificamente alloggiato nel palazzo pontifizio. Oltre agli altri suoi affari, pei quali, e non per sola divozione, imprese quel viaggio, ottenne dal sommo pontefice di poter fondare un ordine militare di cavalieri sotto il nome di Santo Stefano, da cui non sono esclusi i coniugati. Impetrò ancora che _Paolo Giordano Orsino_ genero suo fosse creato duca di Bracciano. Giunse al fine de' suoi giorni nel dì 25 di novembre in Genova _Andrea Doria_, celebre per tante sue buone qualità e viaggi di mare. Poco gli mancava a compiere l'anno novantesimoquarto di sua età. Prese la buona gente per un presagio di questa perdita un turbine terribile di venti che alquanti giorni prima recò un'infinità di mali a quelle riviere, portando via i tetti, atterrando case e sradicando le più grosse quercie, con istrage di molte persone e bestiami. Troncò eziandio l'indiscreta morte nel dì 5 di dicembre il filo della vita al giovinetto re di Francia _Francesco II_, a cui succedette _Carlo IX_ suo fratello, ma in età troppo tenera ed incapace di governo. Che diavolerie, che confusioni e guerre suscitasse da lì innanzi in quel regno la crescente eresia di Calvino e l'ambizion dei grandi, non appartiene all'assunto mio narrarlo. Accennerò bensì, che, avendo il famoso corsaro Dragut tolta, alcuni anni prima, ai cavalieri di Malta la città di Tripoli in Barberia, ed occupata anche l'isola delle Gerbe, _Filippo II re_ di Spagna, mosso dalle preghiere del gran mastro, e dal desiderio di togliere a' Mori que' siti, siccome nidi ed asili della lor pirateria, fin l'anno precedente avea raunata una potente flotta con legni e soldati presi da Milano, Genova, Napoli e Sicilia. Ma questa da venti contrarii trattenuta, non potè se non nel febbraio di quest'anno far vela verso Barberia. Da molti autori si trova descritta quell'impresa, ma impresa sommamente sfortunata o per la poco buona condotta de' capitani cristiani, o per la contrarietà della stagione, o per la perniciosa qualità di quel paese, mancante d'acqua buona e provveduto di cattiva. Presero i cristiani le Gerbe, ma cotanto andarono temporeggiando, che in soccorso de' Mori giunse la potente armata dei Turchi; al cui arrivo atterriti e scompigliati i cristiani, non attesero che a salvarsi. Vennero in potere de' Musulmani moltissime galee, migliaia di soldati rimasero morti nelle navi, annegati o schiavi, e il forte delle Gerbe fu forzato a rendersi: disavventure tutte che non poco afflissero specialmente chi avea formate delle grandi speranze su quell'armamento de' cristiani. Oltre a ciò avvenutisi i corsari algerini in tre galee del duca di Firenze, ne costrinsero due a rompersi in Corsica, con restar preda di quegl'infedeli.
NOTE:
[464] Antichità Estensi, P. II.
Anno di CRISTO MDLXI. Indizione IV.
PIO IV papa 3. FERDINANDO I imperadore 4.
Aveano le guerre de' precedenti anni fatto cessare il concilio generale di Trento. Allorchè parea colla tregua dei principi cristiani tornato il tempo di riaprirlo, _Paolo IV_ mostrò qualche velleità di accudire a questo importantissimo affare, ma con volere esso concilio in Roma nella chiesa lateranense: il che veniva a finire in non volerlo, stante l'esigere i più de' principi cattolici un luogo libero e fuori dello Stato ecclesiastico per quella sacra assemblea. Sopravvennero poi le brighe d'esso papa Paolo con gli Spagnuoli, nè più si parlò, vivente esso pontefice, di rimettere in piedi il concilio. Seriamente, all'incontro, vi pensò, appena eletto papa, lo zelante _Pio IV_; e però nel precedente anno si affaticò non poco, parte con efficaci lettere, e parte per mezzo de' suoi ministri per riunir gli animi de' potentati cattolici, affinchè concorressero coi lor prelati al compimento di opera tanto necessaria alla Chiesa di Dio. Trovò egli concordi in questo desiderio i principi, ma discordi nella determinazione del luogo, proponendo essi altre città invece di Trento. Il papa sempre insistendo di rinovare il concilio in quella città, dove era nato, finalmente nel dì 29 di novembre dell'anno precedente con sua bolla ne intimò il riaprimento in essa città di Trento, da farsi nel solenne giorno di Pasqua del presente anno. Dopo aver dunque nel dì 26 di febbraio di quest'anno fatta la promozione al cardinalato di alcuni degnissimi personaggi, e specialmente di _Stanislao Osio_ e di _Girolamo Seripando_, nel dì 10 di marzo destinò cinque legati che dovessero presiedere al consiglio. Ma perchè insorsero nuovi motivi di ritardo, e con troppa lentezza comparivano a Trento i vescovi; però fu necessario il differir sino all'anno seguente la prima sessione.
Più che mai continuarono i corsari africani ad insolentire contro le marine d'Italia in quest'anno. Uscito da Tripoli Dragut colle sue galeotte, avendo per ispia inteso che sette galee fabbricate in Sicilia, e cariche di molte merci, aveano da passare a Napoli, si mise in aguato a Lipari, e gli venne fatto di prenderle. Grosso fu il bottino di robe e di persone fra le quali si contarono due vescovi siciliani che andavano al concilio, e molti nobili, de' quali, chi potè, con esorbitanti taglie si riscattò. Scorsero dipoi que' Barbari per le riviere del mar Tirreno, lasciando dappertutto memorie della lor crudeltà, e menando via gran quantità di schiavi cristiani. A cagion di questi terribili insulti papa Pio IV, attento al bene de' suoi sudditi, determinò di rifare in certa maniera la città Leonina, acciocchè in caso di bisogno avessero i pontefici colla lor corte e prelatura un luogo di salvezza. Cioè determinò di mettere Borgo in fortezza, chiudendo in esso sito castello Sant'Angelo, la basilica vaticana e il palazzo pontificio, con tanto spazio, che, in occasion di difesa, vi si potessero formare squadroni di soldati colle loro ritirate. Nel dì 8 di maggio andò lo stesso pontefice con solenne accompagnamento di tutti i cardinali, prelati e nobiltà a mettere la prima pietra con varie medaglie d'oro e d'argento. Avea dianzi nel dì 19 d'aprile creato capitano generale della Chiesa il _conte Federigo Borromeo_ suo nipote, affinchè secondo le occorrenze fosse pronto alla difesa contro i nemici del nome cristiano. Nè ciò bastando all'indefesso suo genio pel pubblico bene, ordinò che si riducessero in miglior forma le fortificazioni de' porti di Civitavecchia e di Ancona, sicchè potessero resistere alle violenze inaspettate de' Turchi e de' corsari di Barberia, che ogni dì più diventavano rigogliosi, ed accrescevano il numero delle lor vele. Attese ancora il buon papa ad aggiugnere ornamenti alla per altro bellissima città di Roma, con tirare una nobile strada da Montecavallo sino alle mura di Roma diritto ad una porta, di belle fortezze fabbricata d'ordine suo, ed appellata porta Pia. Rimodernò eziandio la porta del Popolo con bei travertini e colonne; e nel palazzo vaticano e in Belvedere fece altre fabbriche, e fra queste si contarono due gran conserve d'acque verso levante, e un magnifico cortile con iscalinate da due bande ed ornamenti di singolar bellezza, e un corridore e un fonte nel bosco d'esso Belvedere. Fece anche finire di stucchi e pitture la bella sala cominciata da _Paolo III_, appellata la sala dei re, ornando la loggia superiore del palazzo con figure, e con farvi dipignere la cosmografia in bei quadri. Sollecitò ancora la fabbrica del suntuoso tempio di San Pietro, cominciata da _papa Giulio II_, e nella basilica lateranense fece far sotto il tetto il soffitto, con parimente applicarsi a tirare in Roma per via di condotti l'acqua di Salone, ossia l'acqua Vergine. Queste erano le applicazioni del pontefice, che sommamente rallegravano il popolo romano, non omettendo egli intanto ogni diligenza pel bene della religione e della Chiesa.
Godevano in questi tempi gl'Italiani il saporito frutto della pace, loro inviata da Dio dopo il flagello di tante desolatrici guerre. Regnava specialmente l'allegria nella corte e città di Ferrara, dove _Alfonso II duca_ nel dì 2 di marzo diede al suo popolo e alla copiosa foresteria, che vi intervenne, un mirabil divertimento con un torneo sì magnifico e d'invenzione sì rara, chiamato il Castello di Gorgoferusa, ed onorato dalla presenza di _Guglielmo duca_ di Mantova, che riscosse l'ammirazion d'ognuno. E perciocchè nella promozion suddetta, fatta dal papa nel dì 26 di febbraio, anche a _don Luigi di Este_, fratello del duca e vescovo di Ferrara, fu conferita la sacra porpora, si tenne corte bandita per tre giorni in quella città, e poscia nel dì 27 di marzo fu ivi dato anche un altro più suntuoso spettacolo, intitolato il Monte di Feronia, a cui intervenne _Francesco de Medici_ principe di Firenze. Sì vaghe furono le invenzioni di que' pubblici giuochi, sì grande la magnificenza degli abiti, del corteggio, e tale la copia degli strumenti musicali o guerrieri e delle macchine, e le decorazioni del campo, che di sommo piacere e stupore restò presa tutta la gran folla degli spettatori, e ne corse la fama per tutta Italia. Veggonsi cotali feste descritte e date alle stampe. Ma si cangiò presto l'allegria in duolo, perciocchè nel dì 21 d'aprile fu rapita dalla morte _Lucrezia de Medici duchessa_ di Ferrara, figlia del _duca Cosimo_. Nè molto si stette a vedere risorgere la lite di precedenza fra essi duchi di Ferrara e di Firenze, la qual durò poi anni parecchi. Era tornato, siccome dicemmo, a' suoi Stati _Emmanuel Filiberto duca_ di Savoia, e siccome si avvicinava il tempo che gli doveano essere restituite dai Franzesi le città di Torino, Pinerolo, ed altre restate in loro mani, fece istanza perchè esaminassero le pretensioni del re Cristianissimo contro la casa di Savoia. Furono sopra ciò tenute varie conferenze dai ministri dell'una e dell'altra corte tanto nell'anno precedente, che nel presente, senza apparire che alcuna delle parti cedesse. Misero ancora i Franzesi in campo la difficoltà di rendere quelle piazze al duca, per non essere il re loro in età legittima; e il parlamento di Parigi eccitava anch'esso dubbii maggiori. Seguì poi, siccome diremo, lo scioglimento di queste controversie nell'anno seguente. Ardeva intanto, per le discordie e guerre fra i cattolici ed ugonotti, tutta la Francia, le cui sciagure chiunque brama di intendere, ha da ricorrere agli storici particolari di quel regno, e specialmente al nostro Davila. Riuscì quest'anno dannoso a Napoli e Sicilia, non solo per le prede ivi fatte dai corsari africani, ma ancora per varii tremuoti che atterrarono gran copia di fabbriche colla morte di più centinaia di persone. Le istanze fatte al tribunale cesareo da _Alfonso marchese del Carretto_ contra de' Genovesi, che gli aveano occupato il marchesato del Finale, produssero una sentenza, per cui furono essi condannati alla restituzion dello spoglio coi frutti, danni e spese della lite. I Genovesi, che trovavano molto comodo ai loro interessi il possesso del Finale, maltrattarono non solo il messo che andò ad intimar loro quella sentenza, ma anche un feciale che fu poi spedito dall'_Augusto Ferdinando_, per denunziar loro il bando dell'Imperio, se senza dilazione non restituivano il marchesato, colla piena esecuzion della sentenza. Ciò che ne avvenisse, si dirà all'anno 1563.
Anno di CRISTO MDLXII. Indizione V.
PIO IV papa 4. FERDINANDO I imperadore 5.
Rallegrossi la Chiesa di Dio nel presente anno, perchè nel dì 18 di gennaio si riassunse in Trento il concilio generale, e si celebrò la prima sessione, ossia la diecisettesima in riguardo alle altre degli anni addietro. Contaronsi di quella sacra assemblea, oltre ai cinque cardinali legati della santa Sede, due altri cardinali cioè quel di _Lorena_ e il _Madruccio_, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta vescovi, sette abbati, sette generali d'ordini religiosi, e più di cento teologi, scelti dai regni del Cattolicismo. E dipoi v'intervennero in varii tempi anche gli oratori dell'imperadore, del re di Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Boemia, Polonia, Venezia, e d'altri duchi e principi. _Guglielmo duca_ di Mantova vi fu nel principio in persona. Pertanto si continuarono quivi le sessioni si per lo stabilimento dei dommi, che per la riforma della Chiesa. Teneva questo grande affare non meno occupati i padri del concilio, che lo stesso papa e tutta la corte romana; nè dimenticò il pontefice d'invitare ad esso concilio anche i patriarchi e vescovi scismatici dell'Oriente. Venne infatti circa il mese di maggio a Roma _Abdisù patriarca_ de' Soriani, uomo assai dotto, che rendè ubbidienza al romano pontefice, con accettare tutti i concilii generali venerati dalla Chiesa romana, e i decreti del presente tridentino, e col promettere di fare il possibile di trarre i suoi metropolitani e vescovi all'unione colla Sede apostolica. Ma la comparsa di questo patriarca finì, secondo il solito, in una pace di commedia fra la santa romana Chiesa e gli scismatici soriani. Il povero patriarca, il quale è da credere che parlasse di cuore, con assai regali e rifacimento di quanto gli aveano tolto i Turchi nel venire a Roma, se ne tornò contento in Soria; ma come prima continuarono que' cristiani a sostener i loro errori e la separazione dalla Chiesa romana. Crescevano intanto i guai della Francia per la detestabil ribellione e guerra mossa contro il _re Carlo IX_ dagli eretici calvinisti, chiamati ugonotti; e con ciò crebbe anche al re il bisogno di soccorsi. Non mancarono il papa ed ancora il re di Spagna di mandarne, e specialmente esso re Cattolico esibì al re cognato dodici mila fanti e tre mila cavalli; ma i Franzesi non accettarono se non tre mila d'essi fanti ed altrettanti Italiani. Grosse somme ancora di denaro furono inviate al re Cristianissimo dai Veneziani e dai duchi di Ferrara e Firenze. A questi aiuti fu in parte attribuita la insigne vittoria che verso il fine del presente anno riportarono l'armi cattoliche contro degli ugonotti, benchè la medesima costasse ben caro ai vincitori stessi. Fa qui lo storico e vescovo Belcaire un epifonema, riconoscendo l'origine di tanti mali dallo orgoglio degli eretici, dalla negligenza, dall'avarizia e dai disordinati costumi dei precedenti pastori della Chiesa di Dio, che aveano offuscata la vera pietà, e dato campo agli eresiarchi di declamar cotanto contra di noi.
Queste calamità e necessità della Francia quelle furono che più d'ogni altra ragione indussero il re Carlo e i suoi ministri a sacrificare infine le lor pretensioni in favore di _Emmanuel Filiberto duca_ di Savoia. Dall'un canto abbisognavano del di lui aiuto; dall'altro poteano temere ch'egli, perduta la pazienza, diventasse lor nemico, ed accrescesse le forze ai congiurati contra della corona. Il perchè si venne ad un accordo, per cui il re Cristianissimo convenne di rilasciare al duca Torino, Civasco, Chieri e Villanuova di Asti; e che il duca rilascerebbe al re possesso di Pinerolo, di Savigliano e della Perosa, ed inoltre procurerebbe di somministrare in servigio di sua maestà mille fanti e trecento cavalli pagati, con altri capitoli ch'io tralascio. Fece quanto potè il maresciallo di Bordiglione per impedire, o almeno per differire l'esecuzion di questo trattato ch'egli chiamava troppo pregiudiziale al re, quasichè fortissime, anzi chiare ragioni non assistessero il duca contra l'invasion de' suoi Stati fatta da' Franzesi. Tuttavia nel dicembre di quest'anno si vide rimesso il duca in possesso di Torino e degli altri suddetti luoghi: il che riuscì d'inestimabil consolazione a quel principe e a' sudditi suoi. Un altro avvenimento anche di maggior allegrezza per la real casa casa di Savoia era stato l'avere la _duchessa Margherita_ nel dì 12 di gennaio di quest'anno dato alla luce un principino, a cui fu posto il nome di _Carlo Emmanuele_, unico frutto del loro matrimonio, tale nondimeno, che noi a suo tempo il vedremo sorpassare la gloria di tutti i suoi antenati. Non fu già favorevole il presente anno alla casa de Medici, anzi al resto dell'Italia. Imperocchè, oltre ad una siccità inudita, essendovi stati luoghi che per sette mesi non seppero cosa fosse pioggia, il che produsse non lieve penuria de' viveri, nell'ottobre e novembre cominciò a scorrere per Italia un malore di qualità epidemiale, passando da una città nell'altra, con infermarsi la maggior parte delle persone, e seguirne la morte d'assaissime per ogni città, e massimamente in Napoli, dove intorno a venti mila persone cessarono di vivere. La stessa febbre micidiale (a cui poi fu dato il nome del Castrone) in altri tempi si è fatta sentire all'Italia, e a' nostri di imperversò qui non poco, correndo l'anno 1730, andando anche allora gradatamente di città in città.
Ora il _duca Cosimo_, che in tutte le guise si studiava di far comparire la sua divozione ed attaccamento alla corona di Spagna, mandò in quest'anno con pomposo accompagnamento _don Francesco_ suo primogenito a Madrid, acciocchè ivi soggiornasse, e facesse la corte a quel gran monarca. Ma eccoti nel novembre di quest'anno, per cagion della suddetta, oppur d'altra maligna influenza, cader malato il _cardinale Giovanni_ di età di diecinove anni, e _don Garzia_ di minore età, amendue figliuoli del suddetto duca, e giovanetti di generosa indole e di rara espettazione, e l'un dietro all'altro essere rapiti dal mondo. Voce nondimeno comune allora fu, che, odiandosi fra loro questi due fratelli, don Garzia in una caccia uccidesse il cardinale, senza esser veduto da alcuno. Avvisatone Cosimo, fece segretamente portare il cadavero in una stanza, e colà chiamò Garzia, immaginandolo autore di quell'eccesso. Arrivato ch'egli fu, cominciò il sangue dello estinto a bollire e ad uscir della ferita. Allora Cosimo, dando nelle furie, presa la spada di Garzia, colle sue proprie mani l'uccise, facendo poi correr voce che amendue fossero morti di malattia. Se questa sia verità o bugia, nol so io dire. Ben so, che trafitta dalla perdita di così cari germogli, _donna Leonora di Toledo_ lor madre, e soccombendo al dolore, anch'ella terminò fra poco i suoi giorni: donna che col suo consiglio e giudizio avea, per comun sentimento, contribuito non poco alla felicità del marito. Ebbe bisogno Cosimo della sua virtù per poter resistere all'urto di siffatte traversie; e il pontefice _Pio IV_, per consolarlo, creò poscia cardinale nel giorno 6 di gennaio dell'anno seguente, _Ferdinando_ altro di lui figliuolo, tutto che appena giunto alla età di quattordici anni. Ma non andò senza affanni lo stesso pontefice nell'anno presente. Grande era l'amore ch'egli portava a due suoi nipoti Borromei, cioè al _conte Federigo_ e al _cardinal Carlo_, e sel meritavano essi per le loro virtù. Ad istanza del re Cattolico, avea il papa restituito a _Marcantonio Colonna_ tutte le terre a lui tolte dal pontefice predecessore, e in tale occasione data in moglie al figlio di Colonna una sorella dei suddetto conte Federigo. All'incontro, il re, per non lasciarsi vincere in generosità, avea donato al conte Federigo il marchesato ossia ducato d'Oira nel regno di Napoli, ricaduto alla corte, con assegnargli anche una pensione annua di alcune migliaia di scudi sopra la gabella della seta di Calabria, con altre promesse; e similmente un'altra pensione di dodici mila scudi al cardinal Carlo di lui fratello sopra l'arcivescovato di Toledo. Ma preso nel novembre esso conte Federigo da quella infermità che dicemmo diffusa per l'Italia, terminò la carriera del viver suo con molto dolore del papa, che vide sfasciati in un momento i suoi disegni dalla volubilità delle cose umane. Servì la perdita del giovane fratello al cardinal Carlo per maggiormente mettersi nella via de' santi. Attese in quest'anno l'_imperador Ferdinando_ a stabilire il figlio _Massimiliano_ nella succession de' regni e della dignità sua. Il fece coronare re di Boemia, e poscia nella dieta degli elettori in Francoforte ottenne che fosse nel dì 25 d'ottobre proclamato re de' Romani. La sua coronazione venne poi solennizzata nel dì 30 di novembre, e fu anche nell'anno seguente a lui conferita la corona del regno d'Ungheria. Erano intanto occupati i pensieri di papa Pio IV dalla grand'opera del concilio di Trento, che proseguiva con vigore, ma insieme con continui dibattimenti per le precedenze degli ambasciatori spediti colà dai re e principi seguaci della Chiesa cattolica. Con tutto ciò, non lasciava egli di accudire a migliorare il governo di Roma, con avere specialmente in quest'anno regolata la forma de' giudizii, affinchè non si tirassero troppo in lungo le liti. Riformò ancora la corte, la sacra penitenzieria e i notai della camera apostolica, e pubblicò anche una riforma intorno al conclave. Erano restate guaste dall'antichità le celebri terme di Diocleziano imperadore. Egli le convertì in una chiesa e monastero, e ne diede il possesso ai monaci certosini. Ordinò ancora che i titoli delle chiese e diaconie assegnati ai cardinali, giacchè per la vecchiaia non meno, che per la negligenza dei precedenti porporati, erano andati in rovina, si riparassero: cose tutte che renderono sempre più glorioso il di lui pontificato.
Anno di CRISTO MDLXIII. Indizione VI.
PIO IV papa 5. FERDINANDO I imperadore 6.
Gran dispute e dissensioni, sì di precedenza che di riforma, occorsero in quest'anno nel concilio di Trento, mosse in parte dall'oratore spagnuolo, dai Franzesi e dagl'imperiali, che tennero in qualche inazione que' padri. Colla pazienza nondimeno e colle buone maniere dei cardinali legati tutto si andò superando. Ma nel dì 2 di marzo restò conturbata tutta la sacra assemblea per la morte di _Ercole cardinal Gonzaga_, a cui tenne dietro nel dì 17 dello stesso mese il _cardinal Girolamo Seripando_. Erano amendue legati _a latere_ del papa, e personaggi per la pietà, per la dottrina e per la prudenza di un merito incomparabile. In luogo d'essi spedì il pontefice da Roma due altri insigni porporati, cioè _Giovanni Morone_ Milanese, che vedemmo sì maltrattato da papa Paolo IV, e _Bernardo Navagero_ Veneziano. Continuarono anche dipoi i contrasti dalla parte de' Franzesi e dell'imperadore. Pure col divino aiuto proseguì vigorosamente il concilio, e più che mai si stesero decreti riguardanti il dogma egualmente che la disciplina ecclesiastica. Per tanta dimora in Trento erano per la maggior parte stanchi i padri. Intervennero allora altri motivi, per li quali nel mese di novembre si cominciò a trattare di terminar quella gran funzione: al che si trovarono ripugnanti gli Spagnuoli. Ma, venuto avviso che sul fine di novembre era stato preso il sommo pontefice da un pericoloso accidente, per cui si dubitava di sua vita, tale scompiglio entrò per questo in quella sacra adunanza, che l'ambasciatore del re Cattolico si diede per vinto, e consentì che si proponesse il fine del concilio. Tornò il papa da lì a non molto a goder buona sanità. Ora, dopo avere il consesso dei padri smaltiti con indicibil diligenza varii punti di dogma e di riforma che restavano a farsi, nella sessione ventesima quinta ebbe fine nel dì 4 di dicembre il sacrosanto concilio di Trento: concilio a cui intervennero i più dotti vescovi e teologi di tutti i regni cattolici, e che superò tutti gli altri precedenti per l'ampia esposizione della dottrina della vera Chiesa, e per la correzione e riforma di assaissimi punti spettanti alla disciplina ecclesiastica. Tanti abusi che da lì innanzi cessarono, tanta emendazione e mutazion di costumi nell'uno e nell'altro clero, e il presente bell'aspetto della Chiesa di Dio tanto ne' pastori di sublime grado che dell'ordine inferiore, troppo diverso da quello in cui si trovava essa Chiesa allorchè Dio permise la nascita di tante eresie nel Settentrione per gastigo nostro, e molto più per gastigo di chi si ribellò alla religione dei suoi maggiori: tutto questo lo dobbiamo riconoscere da quel benedetto concilio, che poi fu solennemente confermato dal romano pontefice, ed accettato, almeno per quello che appartiene ai dogmi, da tutta l'universalità dei cattolici. Misericordia di Dio fu ancora, che in tal congiuntura sedesse nella cattedra di San Pietro un pontefice di buona volontà, e che i grandi affari della santa Sede fossero principalmente appoggiati alla mente diritta, all'indefesso zelo e alla pietà singolare del _cardinal Carlo Borromeo_, primo ministro della sacra corte, che a gloria di Dio e a benefizio della repubblica cristiana trasse a fine quella memoranda impresa. Fu egli anche il primo a dar buon esempio agli altri, con severamente riformare la propria corte. Erano stati inviati ad esso concilio anche i protestanti. Niun d'essi vi volle intervenire, perchè avrebbero preteso di dare, e non già di ricevere la legge. Però prima di quest'anno, e molto più dappoi, si scatenarono con varii libri contra del concilio suddetto, vendicandosi in quella maniera che poterono degli anatemi contro di lor proferiti. Ma è da sperare nella clemenza di Dio che verrà un dì in cui si saneran queste piaghe. E certamente questo ha da essere uno dei desiderii di chiunque, sia cattolico, sia di altra credenza, purchè professi la santa religione di Gesù Cristo, condannatrice degli scismi.
In quest'anno ancora grave danno risentirono le marine dell'Italia dai corsari barbareschi, e specialmente quelle di Napoli. Dragut Rais, fuggito dall'assedio di Orano, comparve colà con tutte le sue forze, e gli riuscì di prendere sei legni cristiani che s'erano spiccati da quel porto col carico di molta gente e merci. Ad uno d'essi il disperato capitano Vincenzo di Pasquale Raguseo diede il fuoco, mandando in aria e in acqua tutte le robe e famiglie che quivi si trovavano. Dragut per tale risoluzione gli fece poi tagliare la testa. Era, dissi, stato ne' giorni addietro assediato fieramente Orano dai Mori, al soccorso della qual fortezza accorsero anche le galee di Napoli; e ben sapea Dragut che Napoli si trovava allora senza galee da difesa. Il perchè l'orgoglioso Barbaro giunse fin sotto Chiaia con isperanza di coglier ivi la marchesa del Vasto, la quale per buona fortuna non vi si trovò, e però solamente fece schiavi alquanti cristiani, che il vicerè da lì a poco riscattò. Alle coste eziandio della Puglia, dell'Abbruzzo e del Genovesato fecero questi masnadieri delle aspre visite. Grandi perciò erano i lamenti dei popoli; ma niun provvedeva, eccettochè i cavalieri di Malta, i quali sempre in corso recarono bensì non pochi danni alle terre de' Turchi, ma senza sollievo di quelle de' cristiani. Dalle civili guerre fu in quest'anno parimente lacerata la Francia, dove gli inquieti e perfidi ugonotti fecero assassinare ed uccidere il valoroso _duca di Guisa_, capo della parte dei cattolici. In Ispagna, giacchè il _re Filippo II_ non poteva aver successione dalla nuova sua moglie, sorella del re di Francia, ed era per altra parte malissimo contento dell'unico suo figlio _don Carlo_, giovane di cervello torbido, egli desiderò che _Massimiliano II re_ de' Romani suo cugino inviasse alla corte di Madrid i di lui due figli _Ridolfo_ ed _Ernesto_ arciduchi, acciocchè apprendessero i costumi degli Spagnuoli, e per ogni bisogno potessero sostenere la casa d'Austria nella monarchia di Spagna. Passarono questi due principi verso il fine dell'anno per Milano, e andarono dipoi ad imbarcarsi a Nizza, con ricevere dappertutto distinti onori.
Ad essa città di Milano tentò in questo anno il re Cattolico di fare un regalo, col volere introdurre colà l'inquisizione all'uso di Spagna. Contuttochè la maggior parte de' cardinali ripugnasse a tal novità, pure il papa, a cui premeva di non disgustare un sì potente re, si lasciò vincere, e condiscese a siffatta istanza. Esposta dal _duca di Sessa_ governatore ai Milanesi la volontà reale, gran commozione si svegliò nella nobiltà del pari che ne' popolari, assai informati dell'odiatissimo rigore dell'inquisizion di Spagna, e come sotto colore di punir le colpe di chi era miscredente nella fede, per altri delitti ancora, o veri o pretesi, si facevano segrete giustizie o vendette a piacimento del principe. Però tutti animosamente risposero d'essere buoni cattolici, e non trovarsi fra loro Ebrei finti cristiani, come in Ispagna; nè esservi motivo alcuno di mutar l'ordine già prescritto e discreto di quel tribunale in Italia, e che perciò non comporterebbono una sì esorbitante gravezza. Poco mancò che non si venisse ad una sollevazione, e non si rinovasse la scena succeduta negli anni addietro per questo medesimo tentativo in Napoli. Il saggio governatore, veggendo gli animi sì mal disposti, calmò con buone parole il lor movimento, e promise di scrivere in favore di essi al pontefice e al re. Così fece egli, nè più si parlò di questo affare. Per simili sospetti sorse ancora nell'anno seguente non lieve alterazione nel popolo di Napoli, troppo alieno dall'ammettere anche la sola ordinaria inquisizione che si pratica in tante città d'Italia per unico bene della religione. Erasi da qualche tempo costituito capo di banditi nella Calabria un certo Marco da Cotrone; e concorrendo a costui la feccia di tutti i malviventi, arrivò la sua baldanza a prendere titolo di re, onde era comunemente appellato il re Marcone. Infestava egli tutte le strade, spogliava i passaggieri, metteva in contribuzione le ville, vendeva anche i poveri cristiani ai corsari barbareschi. Spedì il vicerè di Napoli contra di quegli assassini alcune compagnie di Spagnuoli che vi rimasero o morti o prigioni. Fu d'uopo di inviarvi dipoi circa due mila fanti e cavalli sotto il comando di Fabrizio Pignatelli marchese di Cerchiero, la cui industria seppe sparpagliare e poi ridurre a nulla quella ciurma di malandrini. Tornò in quest'anno dalla corte di Madrid a Firenze _don Francesco_ primogenito del _duca Cosimo_. Irritato l'_imperador Ferdinando_ dello sprezzo fin qui mostrato dai Genovesi della sua sentenza nella causa del Finale, pubblicò in quest'anno un duro decreto contra di quella repubblica, la quale perciò ricorse al re di Spagna per placarlo. Durarono poi le dissensioni de' Finalini, finchè nel 1571 il _duca d'Albuquerque_ governator di Milano, andò a mettere presidio spagnuolo nel Finale, terra che fu poi nell'anno 1598 venduta dal _marchese Andrea Sforza_, ultimo di quella linea, al _re Filippo II_, il cui successore _Filippo III_ nell'anno 1619 ne ottenne l'investitura dall'_imperadore Mattias_.
Anno di CRISTO MDLXIV. Indizione VII.
PIO IV papa 6. MASSIMILIANO II imperad. 1.
Non tardò il pontefice _Pio IV_ a far conoscere il suo zelo per l'esecuzione dei decreti del concilio di Trento. Gravissimi disordini erano proceduti in addietro dall'assenza de' vescovi dalle loro diocesi, e s'era anche disputato forte in esso concilio se la residenza de' pastori fosse di gius divino, con riconoscerne almeno la somma importanza. Molti di essi vescovi se ne stavano in Roma impiegati in varii uffizii, ed assaissimi altri nelle corti dei principi, intenti ai proprii vantaggi, e poco o nulla a quel delle lor chiese. Costrinse il papa gli abitanti in Roma a tornarsene alle lor greggie; e chi avea più d'un vescovato, fu obbligato a contentarsi d'un solo: dal che seguì una gran mutazione in Roma. Cominciossi ancora a procedere con posatezza nell'elezione de' vescovi, scegliendosi que' soli che aveano per sè la raccomandazion de' buoni costumi e del sapere: tutte provvisioni che riaccesero fra' popoli l'ardore della religione, e fecero a poco a poco cessare la depravazion de' costumi non solo nel clero, ma anche ne' secolari. Al che parimente non poco contribuirono colle lor fatiche ed esempli i nuovi ordini religiosi dei Teatini, Gesuiti, e la congregazion dello Oratorio di San Filippo Neri, che in questi tempi cominciò a fiorire. E perciocchè nel concilio suddetto era stata decretata l'erezion de' seminarii de' cherici, il pontefice ordinò la fabbrica del seminario romano che riuscì ben riguardevole, e ne diede poi la cura ai padri della compagnia di Gesù. Donò anche generosamente alla repubblica di Venezia il palazzo di San Marco, già fabricato in Roma da _papa Paolo II_. Ma una disgustosissima briga tormentò in quest'anno esso pontefice; imperciocchè, nata nel precedente una gravissima gara fra i ministri di Francia e Spagna a cagion della precedenza, per cui anche nel concilio di Trento s'era caldamente disputato, il papa non osava decidere, conoscendo inevitabil cosa che la decisione si tirerebbe dietro la nimicizia di chi restava al di sotto, laddove egli desiderava di star bene con tutti. Furono perciò presi varii spedienti, ma niun d'essi piacendo alla corte di Francia, anzi facendo il re Cristianissimo aspre doglianze e minaccie, papa Pio al riflettere che in tempi tanto pericolosi, ne' quali avea tanta forza ed anche fortuna in Francia il partito de' calvinisti, non conveniva esacerbar quella corona: si dichiarò in favore dell'ambasciator franzese. E tanto più prese animo a far questo passo, perchè l'aveano prevenuto i Veneziani, e si dovea sperare che il piissimo animo di _Filippo II_, considerate le circostanze presenti, troverebbe non ingiusto il procedere della corte di Roma, siccome infatti avvenne.
Giunse in quest'anno a morte nel dì 25 di luglio dopo lunga malattia _Ferdinando I imperatore_, principe sommamente pio, e lodatissimo per le sue gloriose azioni. Ebbe per successore nella augustal dignità _Massimiliano II_ suo figlio, già re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, a cui tosto con rompere la tregua precedente, mosse guerra il vaivoda di Transilvania, assistito da' Turchi. Grande armamento di galee e navi fatto fu nel presente anno per ordine del re Cattolico in Napoli, Sicilia e Genova. Come una spina negli occhi stava ad esso re il Pegnon, cioè il sasso di Velez, scoglio altissimo nelle coste di Barberia, verso lo stretto di Gibilterra, su cui stando alla vedetta i corsari africani, e scoprendo da lungi i legni cristiani che uscivano de' porti di Spagna, o altrimenti veleggiavano pel Mediterraneo, erano pronti colle loro fuste e galeotte per volare ad assalirli e predarli. Dato fu il comando di quella flotta a _don Garzia di Toledo_, figlio del fu vicerè di Napoli. Vi concorsero la galee di Malta, di Firenze, di Savoia, di Portogallo, talchè l'armata arrivò ad ottantasette galee, oltre a una gran quantità di legni da carico, galeotte ed altre vele minori. Sul fine d'agosto giunse al suddetto Pegnone questo potente sforzo de' cristiani, e in poco tempo s'insignorì di quel posto, dove poi furono lasciati di presidio ottocento fanti. Fece nel mese di giugno del presente anno una rara risoluzione _Cosimo duca di Firenze_. Alcuni incomodi di sanità aveva egli patito, e però sì per proprio sollievo, come per addestrare il principe _don Francesco_ suo primogenito al maneggio degli affari, cedette a lui il governo degli Stati. Era allora il principe in età di ventiquattro anni, e la prudenza ed attività sua l'aveano già fatto conoscere per abilissimo a questo peso. Riservò a sè Cosimo il titolo e la dignità ducale, e da lì innanzi si ridusse come ad una vita privata, prendendo diletto delle ville e de' luoghi solitarii. Gran ribellione intanto bolliva in Corsica, dove que' popoli si mostravano mal soddisfatti del governo de' Genovesi, come ancora è avvenuto, e più strepitosamente, di nuovo a' dì nostri. Capo dei ribelli era un Sampiero, uomo fiero di quella nazione, il quale ancorchè avesse messo in rotta tre mila soldati genovesi spediti contro di lui, pure perchè gli mancavano le forze da tentar cose maggiori da per sè, fece almeno quanto potè per muovere qualche principe che assumesse l'acquisto di quell'isola, ma senza trovarne alcuno. Tanto innanzi andò quell'izza, che protestarono que' sollevati di volersi piuttosto dare a' Turchi, che tornare all'ubbidienza della repubblica di Genova: precipitoso consiglio che si è fatto udire anche ne' tempi nostri. In mano d'essi Genovesi restavano le principali fortezze, e riuscì loro di ripigliar Portovecchio coll'aiuto dell'armata spagnuola che ritornava dalla conquista del Pegnone.
Anno di CRISTO MDLXV. Indizione VIII.
PIO IV papa 7. MASSIMILIANO II imperad. 2.
Avvenimento sopra modo strano parve l'essersi nel gennaio di quest'anno scoperta una congiura contra del pontefice _Pio IV_, il quale mansueto e clemente, non odio, ma amore cercava pur di riscuotere da ognuno; nè certamente alcun danno o dispiacere avea recato a chi meditò di torre a lui la vita. Fu essa cospirazione tramata da Benedetto Accolti, figlio del fu _cardinale Accolti_, ed in essa concorsero il conte Antonio Canossa, Taddeo Manfredi, il cavalier Pelliccioni, Prospero Pittorio ed altri, tutti gente di mala vita, e gente fanatica, come dai fatti apparve. Fu creduto che l'Accolti, coll'essere stato a Ginevra, avesse ivi bevuto non solamente il veleno dell'empie opinioni, ma eziandio le fantastiche immaginazioni ch'egli ebbe forza d'imprimere ne' complici suoi. Cioè, diceva egli, che ucciso il presente papa, ne avea da venire un altro divino, santo ed angelico, il quale sarebbe monarca di tutto il mondo. E buon per costoro, perchè bel premio aveano da riportare di sì orrido fatto. Al conte Antonio dovea toccare il dominio di Pavia; quel di Cremona al Manfredi; al Pelliccioni quello della città dell'Aquila; e così altre signorie agli altri. Per conoscere meglio l'illusione e leggierezza delle lor teste, basterà sapere che si prepararono al misfatto colla confession de' lor peccati, tacendo nulla di meno l'empio sacrilegio ed omicidio che disegnavano di commettere. Fissato il giorno, si presentò una mattina ai piedi del pontefice l'Accolti col pugnale preparato all'impresa; ma sorpreso da timore, nulla ne fece. Nata perciò lite fra i congiurati, il Pelliccioni, per salvar la vita, andò a rivelare il già fatto concerto. Tutti furono presi; e per quanto coi tormenti e colle lusinghe si procurasse di trar loro di bocca chi gli avesse sedotti ed incitati a sì esecranda azione, nulla si potè ricavarne, se non che l'Accolti sosteneva di aver di ciò parlato cogli angeli, i quali certamente non doveano essere di quei del paradiso. Furono costoro pubblicamente tormentati per la città, e poi tolti dal mondo. L'Accolti, sempre ridendo fra i tormenti, assai dimostrò che si trattava di gente che avea leso il cervello, e forse meritava più la carità d'esser tenuta incatenata in uno spedale, che il rigore di un capestro. Per assicurarsi non di meno il papa da altri simili insulti, destinò al palazzo papale la guardia di cento archibusieri. Confermò parimente l'ordine da lui fatto nel 1562, che non dovessero godere franchigia i palazzi dei cardinali, nè degli ambasciatori de' principi, affinchè non servissero di rifugio a' malviventi. Proibì poscia sotto varie pene ai nunzii pontifizii di procacciarsi lettere di raccomandazione dai principi, o di valersi di quelle che essi spontaneamente esibissero. Fece inoltre nel dì 11 di marzo la promozione di molti cardinali, la maggior parte persone di gran merito, e contossi fra esse _Ugo Boncompagno_ vescovo di Bologna, che fu poi Gregorio XIII.
Gran terrore, massimamente all'Italia, diede in quest'anno il tuttavia vivente e feroce sultano dei Turchi Solimano. Si rodeva egli da molto tempo le dita per li continui insulti che faceano alle sue navi e terre i cavalieri gerosolimitani di San Giovanni, chiamati gli Ospitalarii; però venne alla determinazione di levar loro l'isola di Malta, da lui chiamata nido dei corsari cristiani. Stupendo fu il suo armamento, perchè giunse a ducentoquaranta vele, fra le quali si contarono centosessantotto galee con copiosa quantità di gente da sbarco e d'artiglierie. Simile armata di mare non avea mai fatta in addietro la potenza ottomana. General di terra fu Mustafà bassà; general di mare Pialy bassà unghero rinegato. Andò ancora, ma tardi, ad unirsi con loro il famoso corsaro Dragut Rais colle sue galeotte e soldati. Certificati intanto del barbarico disegno _don Garzia di Toledo_ vicerè di Sicilia, e il generoso gran mastro di que' cavalieri _Giovanni Valletta_, aveano provveduta la città di Malta di tutto il bisognevole per sostenere un assedio. Nel dì 18 di maggio a vista di quell'isola comparve la formidabil flotta turchesca; ed allora tutti i combattenti cristiani con sommo coraggio e insieme allegria corsero ai posti lor destinati, contando per fortunata la loro vita, se la spendeano per difesa della fede e della patria. Erano intorno a sei mila i difensori, cioè cinquecentonovanta cavalieri, quattro mila Maltesi, e mille e cinquecento soldati, e forse più, tra Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Cominciarono i Turchi a battere con molti pezzi di grossa artiglieria il castello di Santo Ermo, posto nella lingua di terra che guarda i due porti dell'isola, e poi vennero a furiosi assalti, che costarono loro gran perdita di gente; e in uno d'essi colpito il corsaro Dragut rallegrò assaissimo i cristiani colla sua morte. Nel dì 21 di giugno restò presa la suddetta fortezza, e trucidato chiunque era sopravvivuto alla forte difesa. Si accinse dipoi Mustafà all'assedio della fortezza di San Michele; nel qual tempo, cioè a dì 12 di luglio, venne a rinforzarlo il bey d'Algeri con ventisette legni, sui quali erano più di mille uomini da guerra.
All'incontro, spedito di Sicilia il mastro di campo Robles con quattro galee, passando arditamente quasi per mezzo i nemici, sbarcò nell'isola secento fanti, rinforzo che recò non lieve ristoro agli assediati. Frequenti e sanguinosissimi furono gli assalti dati a quella fortezza dai Turchi, e già le loro trincee erano arrivate sotto le mura, e si lavorava di mine; quando il Toledo vicerè di Sicilia, dopo tanta dilazione, determinò di portare all'afflitta città il promesso soccorso. E però con sessantadue galee giunto nel dì 7 di settembre alla parte di Malta vecchia, colà sbarcò nove mila soldati eletti, con vettovaglia per quaranta giorni, e poi se ne tornò in Sicilia a preparar altri aiuti. Mandò il bassà Mustafà sei mila de' suoi a riconoscere che gente era quella, e trovò persone che sapeano menar le mani, perchè uccisero forse mille e cinquecento di quegl'infedeli. La notte seguente imbarcati i Turchi, fecero vela alla volta di Lepanto, lasciando libera l'isola di Malta, ma conquassate tutte le sue fortezze. Perirono in quell'assedio, per quanto fu creduto, almen venti mila Turchi, parte per le battaglie, e parte per le infermità. De' cristiani quattro mila se ne contarono estinti ne' combattimenti, fra i quali, chi dice ducentoquaranta, e chi trecento cavalieri, che intrepidi sempre in tutte le fazioni, combattendo come leoni, lasciarono gran fama del loro valore. Nè minore fu quella del vecchio gran mastro Valletta, non avendo egli in sì terribil congiuntura perdonato a fatiche e pericolo alcuno. Lasciò egli dipoi immortale maggiormente il suo nome per avere aggiunta alla vecchia città la città Valletta, e tanta copia di fortificazioni, che Malta può oggidì sembrare inespugnabile, o, per dir meglio, può appellarsi la città più forte dell'universo. Guai all'Italia, s'essa cadea allora nelle griffe turchesche; però quanto fu il terrore d'ognuno per quell'assedio, altrettanto giubilo si provò nella sua liberazione. Nè già mancò _papa Pio IV_ di somministrar soccorso di gente e danaro per sì urgente bisogno della cristianità. Tuttavia don Garzia di Toledo, per aver cotanto differito il soccorso, ebbe dei miramur dal re Cattolico, e col tempo perdè il governo della Sicilia.
Fin l'anno precedente era stato conchiuso il matrimonio dell'arciduchessa _Barbara d'Austria_, figlia di _Ferdinando I imperadore_, con _Alfonso II duca_ di Ferrara, e dell'arciduchessa _Giovanna_ di lei sorella minore con _don Francesco de Medici_ principe di Firenze. Ma convenne differirne dipoi l'esecuzione per la morte del suddetto Augusto. Nel dì 21 di luglio del presente anno il duca di Ferrara con grandioso accompagnamento s'inviò verso la Germania, per visitare in Ispruch la principessa a lui destinata in moglie. Di là passò a Vienna per assistere al funerale del defunto Cesare, e ricevette singolari finezze dal novello _imperador Massimiliano II_, e dai due arciduchi di lui fratelli. Tornato poscia in Italia, si diede a fare i preparamenti più magnifici per le nozze suddette; e nel dì 20 di novembre inviò a Trento il _cardinale Luigi d'Este_ suo fratello accompagnato dal _cardinal di Correggio_ e da una comitiva nobilissima, a sposare l'arciduchessa in suo nome. Insorsero ivi dispute di precedenza, per esservi giunto prima in persona il principe di Firenze, con pretendere perciò che seguisse lo sposalizio suo avanti a quello del duca di Ferrara. Ma rappresentando il cardinal Luigi la preminenza dell'età nella principessa Barbara, e del grado nel duca Alfonso, stante l'essere questi sovrano, e il Medici soggetto al padre duca, s'incagliò forte lo affare; e contuttochè il santo _cardinale Carlo Borromeo_, spedito colà dal papa con titolo di legato per onorar quelle nozze, si adoperasse non poco per ismorzare la contesa, niun d'essi volle ritrocedere. Troncò dipoi Massimiliano Augusto il gruppo con ordinare che lo sposalizio delle due arciduchesse si facesse negli Stati dei mariti loro destinati. Il che fu poscia puntualmente eseguito. Insigni feste furono fatte in Ferrara nel dì 5 di dicembre, in cui l'arciduchessa Barbara fece la sua solenne entrata, e parimente ne' susseguenti giorni, essendosi specialmente nel dì 11 del detto mese data esecuzione ad un torneo, intitolato _il tempio d'amore_, che riempiè di maraviglia e diletto per la novità e magnificenza dell'anfiteatro, delle macchine e delle comparse, l'incredibil copia degli spettatori, accorsi colà anche da lontane parti. Fra gli altri merita d'essere mentovato _Guglielmo duca_ di Mantova con _Leonora d'Austria_ sua moglie, sorella della nuova duchessa di Ferrara. Era allora essa città di Ferrara riguardata qual maestra di queste arti cavalleresche. Passò a Firenze anche l'arciduchessa Giovanna, e quivi ancora con solennissime feste di maschere, conviti, balli, giuochi di cavalli, caccie di fiere selvatiche, ed apparati di statue e pitture, furono magnificamente celebrate le sue nozze.
Abbiam fatta menzione del piissimo cardinal Carlo Borromeo, legato allora della santa Sede per tutta l'Italia. Ardeva egli di voglia di portarsi a Milano per visitar la sua chiesa, con disegno ancora di tener ivi il primo suo concilio provinciale; e cotanto tempestò lo zio pontefice, a cui troppo rincresceva lo stare senza di lui, che ottenne licenza di inviarsi colà nel dì primo di settembre. Vi andò, accolto con incredibil allegrezza e divozione dal popolo milanese; celebrò il concilio suddetto, con alloggiare alle sue spese i vescovi suffraganei; poscia si portò, siccome dicemmo, a Trento. Accompagnata sino a Ferrara la duchessa Barbara, continuò poi il cammino colla principessa di Toscana sino a Fiorenzuola, dove ricevette un corriere colla nuova di grave malattia sopraggiunta al pontefice; e però prese le poste verso Roma. Parve che in quest'anno il papa si dipartisse dalle massime plausibili di governo osservate da lui in addietro, e massimamente durante il concilio di Trento, di cui mostrava apprensione. Cioè si diede a far danaro; al qual fine impose alquanti nuovi aggravii allo Stato ecclesiastico: maniera comoda per ricavarne, ma eziandio per eccitar lamenti e riscuotere maledizioni. Fece anche rivedere i processi già cominciati contro di alcuni nobili, per imputazion di varii delitti; e questi furono il conte Gian-Francesco da Bagno e il conte Nicola Orsino da Pitigliano, a' quali diede gran travaglio; e fu creduto che si riscattassero colla moneta. Mosse in oltre lite al duca di Ferrara, pretendendo ch'egli avesse fatto più sale che non conveniva, con pregiudizio della camera apostolica: tutte cose odiose, benchè vestite col manto della giustizia. E non è già che questa avidità di pecunia gli entrasse in cuore per ingrassare od innalzare i parenti. Ebbe egli da soccorrere Malta con gente e danari; ebbe da inviar somma di contante all'imperadore per la guerra mossa dal Transilvano e dal Turco. Avea anche preso piacere alle fabbriche, all'abbellimento di Roma, a risarcir le fortezze e i porti dello Stato della Chiesa. Terminò egli in quest'anno la fortificazion del Borgo di Roma, di cui sopra parlammo, e che abbracciava il Vaticano e castello Santo Angelo, ed ampliò il recinto di Roma da quella parte, ordinando che si chiamasse _Città Pia_ ad esempio di _papa Leone IV_ che fabbricò la Leonina. Chiamasi oggidì Borgo Pio. Cominciò da' fondamenti il palazzo de' conservatori in Campidoglio, e rifece il pontifizio in esso sito. Ad uso pubblico rimise la via Aurelia, e fece del bene all'altra, che guida a Campagna di Roma. In benefizio ancora delle lettere istituì una nobile stamperia con varietà di caratteri anche di lingue orientali, e ne diede la cura a Paolo Manuzio letterato di molto credito, chiamato per questo a Roma.
Tali azioni, ed altre ch'io tralascio, servirono certamente ad illustrar la memoria di questo pontefice. Ma se per farle a lui fosse convenuto aggravare i suoi popoli, si può dubitare se sia vera gloria quella dei principi che senza necessità se la procacciano colle lagrime de' sudditi. La verità nondimeno si è, che la gravezza di quattrocento mila scudi d'oro da lui imposta nell'anno presente fu in soccorso dell'imperadore gravemente minacciato da' Turchi. Appena arrivato a Roma il cardinal Borromeo, ed informato dai medici della disperata vita del pontefice, egli stesso fu quello che destramente andò da avvertirlo che s'avvicinava il suo passaggio a miglior vita, e gli assistè sino all'ultimo respiro con altri due insigni cardinali _Sirletto_ e _Paleotto_. Morì papa _Pio IV_ nel dì 9 di dicembre, come s'ha dall'iscrizione posta al suo sepolcro; ma perchè mancò di notte, altri fa succeduta la morte sua nel dì 10 d'esso mese. Non mancarono difetti a questo pontefice (e chi n'è mai senza?), ma un nulla furono in paragon delle molte sue virtù; e sempre sarà in benedizione la memoria sua pel glorioso compimento da lui dato al concilio di Trento; per avere riformati i tribunali tutti di Roma; mantenuta la pace e l'abbondanza nei suoi Stati; e promosse alla sacra porpora persone di gran merito e di rara letteratura; e infine per essersi guardato da ogni eccesso nell'amore de' suoi, ed avere a beneficio ed ornamento di Roma fatte tante belle fabbriche. Era egli dotato di sì felice memoria, che all'improvviso recitava squarci degli antichi poeti, storici e giurisconsulti. Furono in quest'anno tumulti nel Monferrato, essendosi rivoltato il popolo di Casale contra di _Guglielmo duca_ di Mantova lor signore. Ma il governator di Milano, a cui non piacevano questi semi di guerra, fu loro addosso coll'armi, e gli obbligò a chiedere perdono. Durò bensì la ribellione dei Corsi, quantunque contra d'essi fosse spedito da Genova Stefano Doria con nuove genti. Ricevette egli una buona percossa da que' ribelli, che anche costrinsero Corte colla sua rocca a rendersi, ma egli dipoi la ricuperò. Nel dì 18 di novembre di quest'anno si videro pomposamente celebrate in Brusselles le nozze di _Alessandro Farnese_, figlio di _Ottavio duca di Parma_, con _donna Maria_ figlia di _Odoardo_, fratello di _Giovanni re _di Portogallo, la quale da Lisbona fu magnificamente condotta in Fiandra, dove dimorava allora esso principe colla _duchessa Margherita_ sua madre governatrice dei Paesi Bassi. Tornei, giostre ed altri suntuosi divertimenti non mancarono in quella congiuntura, tuttochè pregni di mali umori si trovassero in questi tempi i popoli di quelle contrade, siccome accenneremo all'anno seguente.
Anno di CRISTO MDLXVI. Indizione IX.
PIO V papa 1. MASSIMILIANO II imperad. 3.
Sul principio di quest'anno, cioè nel dì 7 di gennaio, fu posto nella cattedra di San Pietro uno de' più riguardevoli pontefici della Chiesa di Dio, per opera spezialmente del piissimo _cardinal Carlo Borromeo_, a cui aderiva il grosso partito de' cardinali creati da Pio IV suo zio. Questi veramente sulle prime inclinava co' suoi voti a promuovere il degnissimo _cardinal Morone_ milanese. Ma nel dissuase il _cardinal Michele Ghislieri_, chiamato il cardinale Alessandrino, per essere stato il Morone carcerato sotto _papa Paolo IV_ per sospetti di religione, quasichè non avesse bastato a pienamente dileguarli una chiara sentenza dell'innocenza di lui sotto il pontefice Pio IV, e l'esser egli stato capo del concilio di Trento. Si rivolsero dunque gli occhi d'esso Cardinal Borromeo ai cardinali _Sirteto, Boncompagno_, ed altri degni suggetti. Ma incontrandosi in cadaun d'essi qualche ostacolo, fissò finalmente i pensieri nel medesimo cardinale alessandrino; e tuttochè da più d'uno gli fosse rappresentato non convenire nè a lui nè alle creature di Pio IV l'innalzamento di chi riconosceva per suo promotore Paolo IV Caraffa, ed avea poco goduto della grazia dello stesso Pio IV; oltre all'essere in concetto d'uomo troppo rigido e severo; pure il Borromeo, assai conoscendo la somma pietà e l'integrità della vita dell'Alessandrino, e che il suo zelo non andava scompagnato dalla prudenza e clemenza, volle anteporre ad ogni privato suo riguardo il bene della Chiesa di Dio con accelerare la di lui elezione: esempio, il quale volesse Dio che stesse sempre davanti a chiunque deve entrare nel sacro conclave. Era nato il cardinale Ghislieri nell'anno 1505 nel Bosco, terra dell'Alessandrino, diocesi di Tortona, di bassa famiglia. Allorchè egli fu poi salito tant'alto, l'antica e nobil famiglia de' Ghislieri Bolognesi si recò ad onore di riconoscerlo di sua schiatta, vero o falso che fosse che un de' loro antenati nelle guerre civili avesse piantata casa nel Bosco. In età di quindici anni entrò nell'ordine religioso di San Domenico, in cui riuscì insigne teologo, fu inquisitore in varii luoghi, poi vescovo di Nepi e Sutri, e finalmente promosso alla sacra porpora nell'anno 1557 da papa Paolo IV che poi il deputò capo della sacra inquisizione in Roma. Era egli, siccome esente da ogni ambizione, ben lontano dal desiderio, non che dalla speranza di dover reggere come sommo visibil pastore la Chiesa di Dio, quando contro l'espettazion d'ognuno egli dai cardinali Farnese e Borromeo fu proposto e concordemente eletto pontefice, e prese il nome di _Pio V_ per compiacere il Borromeo. Cosa curiosa si racconta, di cui non mi fo mallevadore: cioè, che, passando per la terra del Bosco un corriere portante in Francia la nuova della di lui elezione, senza che egli sapesse che quella era la patria del papa, il suo cavallo si fermò nella piazza d'essa terra, nè sperone o battitura bastò a rimetterlo in cammino. Accorse gente in aiuto del corriere, e saputo da lui il motivo della sua fretta, vennero anche ricavando l'esaltazione del loro compatriota: il che fatto, il cavallo, senza farsi più pregare, tornò al suo galoppo. Grande allegrezza che fu in quel popolo.
Non accolsero già con pari giubilo i Romani l'esaltazion di questo pontefice, temendo di veder risorgere in lui l'odiato Paolo IV, perchè conosciuto per uomo severo e collerico, tutto che presto passasse la collera sua, e zelante al maggior segno della sacra inquisizione. Di queste voci informato il buon Pio, ebbe a dire: _Confidiamo in Dio di aver da operare in maniera che ai Romani dispiacerà più la nostra morte che la nostra elezione_. Infatti diede egli principio alle sue lodevoli azioni colla liberalità, donando ai cardinali poveri venti mila scudi d'oro, e dieci mila ai conclavisti. Pagò inoltre, secondo che avea desiderato pria di morire _Pio IV_, cinquanta mila scudi di dote al conte Altemps, che avea presa in moglie una sorella del cardinal Borromeo. Nel primo concistoro, dopo avere ringraziati i cardinali per averlo innalzato a sì sublime grado, li pregò del loro aiuto e consiglio per rimettere in buon tuono la Chiesa di Dio, onoratamente riconoscendo che tante eresie e disastri sopravvenuti alla religion cattolica altra origine non aveano avuto che dalla mala vita e dai cattivi esempli dell'uno e dell'altro clero. Il perchè scongiurava ognuno di dar da lì innanzi buon odore, e di aiutarlo affinchè fossero ridotte in pratica le belle ordinanze del concilio di Trento. Poscia nel dì 6 di marzo per le tante batterie di varii porporati s'indusse a conferir la sacra porpora a fra _Michele Bonelli_ suo pronipote per sorella, ed anche esso dell'ordine de' Predicatori, il quale per le molte sue virtù grande onore dipoi recò alla dignità cardinalizia. Applicossi dipoi con sommo fervore il santo pontefice a riformar la propria corte, gli abusi di Roma e corruttele della cristianità: intorno a che è da vedere la di lui Vita. All'infelice _regina di Scozia Maria_, agitata dalle fiere turbolenze del suo regno, inviò in dono venti mila scudi d'oro. La sua gratitudine verso di _papa Paolo IV_ suo promotore cagion fu ch'egli, siccome accennammo, fatto rivedere il processo formato contra del fu _cardinal Carlo Caraffa_, e contra il già _conte di Montorio_ suo fratello, e trovatolo difettoso, restituì almeno alla lor memoria e nobil casa ogni onore e fama, ancorchè paresse a taluno che lo scaricare i nipoti di Paolo IV tornasse in qualche aggravio o dello stesso pontefice loro zio, o di papa Pio IV che gli avea fatti condannare. Da una grave epidemia restò afflitto in questo anno il popolo romano. A tutti i poveri infermi somministrò il pontefice limosine, medici e medicine. Riscattò con pochi danari dalle mani de' corsari un suo nipote, per tale non riconosciuto da essi; e fattolo comparire in Roma con gli abiti da schiavo, gli donò un cavallo e un uffizio che annualmente fruttava cento scudi. Con questo lieve regalo il rimandò a casa sua. Così operava il santo pontefice, troppo alieno dal nepotismo.
Ma in quest'anno moltiplicarono i mali sopra la terra. Perciocchè il tuttavia vegeto gran signore dei Turchi Solimano, sempre sovvenendosi con rabbia dello scorno ricevuto da' cristiani nel vano assedio di Malta, e sempre ingordo di nuove conquiste, si diede a fare un più formidabile armamento non solo per mare, ma anche per terra. Dove avesse a piombare il suo sdegno, non si potea ben prevedere. Erano certamente in pericolo Malta e la Ungheria. Perciò il _gran mastro Valletta_ fece gagliarde istanze di soccorso al papa e al re di Spagna, che non mancarono di preparar gente e navi, e di spedir grosse somme di danaro per difesa di quella importante isola. In tale strettezza di tempo fece egli quante fortificazioni mai potè nella lingua di terra dove dianzi era la smantellata fortezza di Sant'Ermo, dando principio alla città poi denominata Valletta, e si premunì in maniera che nulla paventò da lì innanzi le minaccie e i vanti degl'infedeli. Vennesi poscia a scoprire tali non essere le forze in mare de' Turchi, per lo gravissimo danno da lor patito nel precedente anno sotto di Malta, che potessero tentar di nuovo un osso sì duro. Contuttociò unirono coloro una flotta di ottanta galee (Andrea Morosino la fa di circa cento quaranta) sotto il comando del bassà Pialy, e la lor prima impresa fu di sottomettere all'impero ottomano l'isola riguardevole di Scio, ricca per la produzion del mastice, la quale, ducento anni prima presa dai Genovesi, si governava a guisa di repubblica colla superiorità de' Giustiniani nobili di Genova, e colla permissione della porta ottomana, a cui pagavano ogni anno un tributo di dieci mila ducati d'oro. Proditoriamente fu occupata quella città, abbattute varie chiese, alzata ivi una moschea con incredibil dolore de' poveri cristiani. Giunse dipoi la flotta turchesca nell'Adriatico. Tentò in vano Pescara e l'isole di Tremiti; ma al loro furore soggiacquero nella costa di Puglia e dell'Abbruzzo Ortona, Francavilla, Ripa di Chieti, il Vasto, San Vito, la Serra Capriola, Termole ed altre terre, per lo spazio di cento miglia, che rimasero saccheggiate e date alle fiamme, con fare schiavo chiunque si trovò pigro a fuggire. Fu spedito dal papa il _duca di Bracciano_ alla difesa della Marca con quattro mila fanti pagati. I Veneziani frettolosamente corredarono e spinsero in mare cinquanta galee ben fornite di gente. Circa ottanta altre ne mise insieme _don Garzia di Toledo_ vicerè di Sicilia. Verisimilmente l'avviso di tali armamenti quel fu, che indusse Pialy a tornarsene in Levante, lasciando liberi da ogni timore i Maltesi. Licenziate dipoi dal vicerè di Sicilia le galee di Spagna, Genova e Firenze, molte d'esse capitarono in mano de' corsari algerini, siccome ancora due navi con ricchissimo carico procedenti dall'America, per le quali prede immensi danni patì la repubblica cristiana.
Il pericolo maggior nondimeno, che soprastava ai cristiani, era in Ungheria, sapendosi che Solimano aveva allestito un potentissimo esercito da terra. _Massimiliano II Augusto_, che vedea in aria il nero temporale, intimò una dieta generale in Augusta, chiamando colà i principi tutti della Germania ed Italia. A questa fu dato principio nel dì 26 di marzo; e perciocchè si temeva che i protestanti, prevalendosi nel bisogno di Cesare, fossero per trattar ivi di religione, sollecito fu _papa Pio_ a far venire colà da Polonia il celebre _cardinal Commendone_ legato, il quale sì saggiamente dispose le cose, che niuna novità si fece ivi in riguardo alla religione; e però il papa mandò a Cesare di presente sessanta mila scudi colla promessa d'altri cinquanta mila l'anno, finchè durava la guerra col Turco. Intervennero ad essa dieta _Emmanuel Filiberto duca_ di Savoia, che promise e mandò dipoi quattro o cinquecento cavalli archibugieri in aiuto dell'imperadore; e _Guglielmo duca_ di Mantova, che s'impegnò di contribuir buona somma di danaro. Gli altri principi di Germania, chi più, chi meno, esibirono soccorsi, e in universale fu risoluto di mettere in piedi un'armata di quaranta mila fanti e di otto mila cavalli. Promise in oltre il principe di Firenze tre mila fanti e gran somma di danaro. Ma superò l'aspettazion d'ognuno _Alfonso d'Este duca_ di Ferrara. Ho io descritto altrove[465] il grandioso suo apparato per soccorrere il cognato Augusto. Però brevemente dirò ch'egli in persona passò a Vienna con accompagnamento nobilissimo di trecento gentiluomini a cavallo, tutti ben in armi, di secento archibugieri a cavallo e di altri armati. Consisteva tutto questo corteggio in quattro mila persone; la sola metà nondimeno era di combattenti tutti a cavallo con bell'armi e ricche divise. Ma sì magnifico preparamento di Tedeschi ed Italiani, che tante spese costò, andò, poscia a finire in una guerra da scherzo, senza che dal canto de' cristiani prodezza alcuna si facesse, a riserva della presa di Vesprino. Intanto arrivò Solimano in Ungheria con sì poderoso esercito, che la fama e il terrore fece ascendere a secento mila persone, calcolandosi nonostante che solamente centocinquanta mila a cavallo, e cento mila pedoni fossero atti alle militari imprese. Fu presa da costoro Giula, poi nel dì 5 d'agosto messo l'assedio a Zighetto, città fortissima, che fu mirabilmente per alquante settimane difesa dal conte Nicolò Sdrino, contro i molti sanguinosi assalti dati dai Musulmani. Venne a morte in questo tempo, cioè nel dì 12 di settembre, sotto quella piazza il gran signore Solimano II. Nulla di ciò seppe sino al seguente ottobre l'esercito turchesco, sì accortamente si studiò il bassà Maometto di celarlo, affinchè Selim II di lui figlio avvisato si mettesse pacificamente sul trono. Anzi esso bassà fingendo minacciata, a lui e agli altri comandanti la morte, se non si prendeva Zighetto, animò i Turchi a far l'ultimo sforzo, per cui si finì di prendere la rocca tuttavia resistente, colla morte dello Sdrino e di tutta la guarnigione cristiana. Nulla di più fecero i Turchi, e vittoriosi se ne tornarono in Levante: con che restò sciolta anche l'armata cesarea. Venne il nuovo gran signore Selim sino a Belgrado ad incontrare il corpo dell'estinto genitore.
Si accese in questi medesimi tempi un altro incendio ne' Paesi Bassi, le cui scintille fin l'anno precedente aveano avuto principio. Per la vicinanza de' Tedeschi luterani e de' Franzesi calvinisti s'era ampiamente dilatato in quelle parti il veleno dell'eresia, e n'erano infetti anche assaissimi delle nobili e principali famiglie. A _Filippo II re_ di Spagna venne in testa che il più efficace rimedio, per purgare que' mali umori fosse l'introdurre colà non l'inquisizione ordinaria che v'era, ma quella di Spagna coll'esorbitante sua rigidezza, senza ben esaminare, se per quegli stomachi fosse a proposito una medicina di tanto vigore. Ordinò pertanto che in Fiandra e Olanda e nel resto di que' paesi si pubblicasse e fosse accettato il concilio di Trento, e seco l'inquisizione suddetta. Forse al concilio non si sarebbe fatta resistenza; ma bensì la fecero coloro alla minacciata introduzione di un giogo che non aveano portato i lor maggiori, e che facea paura anche ai buoni ed innocenti. Ed eccoti tumulti, sedizioni, proteste e ricorsi alla _duchessa Margherita_ governatrice de' Paesi bassi, la quale spaventata promise di scrivere al re, e intanto fu obbligata a far qualche capitolazione di tolleranza coi sollevati. Intesa che ebbe il re Filippo questa novità, gli cadde in pensiero di passar egli in persona con buona copia d'armati in Fiandra; ma poi prese la risoluzione di spedir colà _don Ferdinando di Toledo duca d'Alva_, personaggio che in alterigia e severità non si lasciava prender la mano da alcuno. Tali furono i principii d'una lagrimevol guerra che durò poi per trenta anni, e terminò nella funesta separazione degli Olandesi, ossia delle Provincie Unite, dall'ubbidienza del re Cattolico e della Chiesa romana. S'è disputato, e si disputa tuttavia, se si fossero conservati que' popoli nella vera credenza e nella divozione alla corona di Spagna, qualora il re si fosse astenuto dall'imporre ad essi l'insopportabil peso dell'inquisizione spagnuola, ed avesse adoperato i lenitivi, e non già i caustici e il ferro in sì scabrosa congiuntura. Ma niun può decidere qual effetto avesse prodotto la clemenza e la mansuetudine che il duca di Feria vigorosamente consigliò allora al re Cattolico, perchè tali radici avea preso ne' Paesi Bassi l'infezione dell'eresia, che forse colla piacevolezza neppur si sarebbe mantenuto nella cattolica religione quel paese che poi colla forza si preservò. Certissimo tuttavia all'incontro si è, che la via del rigore usata contra di questi popoli, i quali pretendevano lesi i lor privilegii colla novità dell'inquisizione suddetta, fece infine perdere al re Cattolico e alla Chiesa romana quelle belle provincie che oggidì miriamo cotanto ricche e mercantili far sì grande figura negli affari del mondo. Fu imputata tutta quella ribellione al prurito di libertà per seguitar le nuove false opinioni; ma chi avesse bene scandagliato il cuor di ognuno, avrebbe trovato essere grandissima, anzi superiore la schiera di coloro che nulla pensavano a mutar religione, ma sì ben cercavano di schivare un tribunal sì odioso che maneggiato alla forma di Spagna facea ribrezzo a chi ne sapeva l'acerbità, e ne ingrandiva in suo cuore il fantasma. Buoni cattolici erano e sono i Napoletani; pure che non han fatto, allorchè si è trattato di un'introduzion somigliante? Ma non più di questo. Creato che fu papa il buon Pio V, _Ottavio Farnese duca_ di Parma e Piacenza si portò in persona a pagare il tributo del suo ossequio al suo novello sovrano. Tornato a Parma, inviò una nobil comitiva a condurre dalla Fiandra la _principessa di Portogallo_ sua nuora in Italia. Venne essa col _principe Alessandro_ suo consorte, e nel dì 24 di giugno fece la sua magnifica entrata in Parma, accolta da _madama Vittoria_, sorella di esso duca e moglie di _Guidubaldo duca_ d'Urbino. Quivi con varie feste e divertimenti si solennizzò l'arrivo di essi principi, mentre la _duchessa Margherita_ madre del medesimo Alessandro, e reggente de' Paesi Bassi, si trovava in mezzo alle tempeste, delle quali poco fa abbiam favellato.
NOTE:
[465] Antichità Estensi, P. II.
Anno di CRISTO MDLXVII. Indizione X.
PIO V papa 2. MASSIMILIANO II imperadore 4.
Da che si vedeano con dolore i progressi dell'eresia in Francia e nei Paesi Bassi, attese con diligenza il sommo pontefice _Pio_ a preservare specialmente l'Italia da quella perniciosa influenza. Sotto i precedenti papi non avea fatto grande strepito l'inquisizione in Roma; tornò a farsi sentire il suo vigore, ed anche rigore, sotto questo zelantissimo papa. E che in Italia non mancassero di quelle teste, che cominciarono a disapprovar certi usi della Chiesa, anzi segretamente sostenevano i perversi insegnamenti degli eretici di questo secolo, non se ne può dubitare. Ha pur troppo anche l'Italia somministrati eresiarchi agli oltramontani, e si videro persone di gran distinzione passare talvolta nel campo dei protestanti. Ora alcuni di costoro patentemente ribellati alla vera Chiesa di Dio furono presi in varie parti; e il pontefice avendoli ottenuti dal duca di Firenze, dai signori veneziani, dal governator di Milano e da altri, li fece condurre a Roma. E guai se ne nascevano sospetti di guasta credenza nelle persone; ciò bastava per trarli alle carceri. Quindi passò un salutevol terrore per tutta l'Italia, che mise in briglia i cervelli forti, o vogliosi di libertà. Lasciossi anche portare il pontefice dal suo zelo a bandire da Roma tulle le pubbliche meretrici contro il sentimento del senato romano, che gli rappresentò le peggiori conseguenze che proverrebbono da siffatto universal divieto, essendoci dei mali nel mondo che convien tollerare per ischivarne dei maggiori. La sperienza comprovò questa varietà; e però il papa ordinò che almeno queste sordide femmine si ritirassero in remoto ed ignobil angolo della città. Fece anche fabbricare una suntuosa casa o palazzo per li catecumeni. E ben sotto di lui si convertirono alla fede assaissimi Giudei ed anche ricchi. Una gran predica diveniva per gli scorretti la stessa vita santa di questo pontefice. Era già stata, siccome dicemmo, presa in Ispagna la risoluzione di inviare in Fiandra il _duca d'Alva_ con buone forze per reprimere i moti di ribellione eccitati in quelle contrade[466]. E perciocchè tale spedizione non si potea fare per la Francia, convenne pensare alla via d'Italia. Vennero intanto ordini a _Gabriello della Cueva duca_ d'Albuquerque e governator di Milano, ed ai vicerè di Napoli, Sicilia e Sardegna, di unir quante truppe spagnuole potessero, e di reclutarle ed accrescerle. La massa delle genti fu fatta fra Alessandria ed Asti; e però il duca d'Alva imbarcatosi sul principio di maggio con diecisette bandiere di fanti spagnuoli, arrivò a Genova, e passò a far la rassegna delle raunate soldatesche. Si trovò avere otto mila ed ottocento fanti spagnuoli ed italiani, gente veterana e di sperimentato valore, ed inoltre mille e ducento cavalli tra italiani, spagnuoli ed albanesi. Si unirono poscia con lui nel viaggio mille Tedeschi ed altri piccioli rinforzi. Ottenuto il passaggio dal duca di Savoia, condusse quest'armata, pel Moncenisio, e andò in Borgogna, e di là in Fiandra, dopo aver dato gran gelosia ai Ginevrini e Franzesi, che per questo si premunirono ai confini.
Molto prima di siffatta spedizione era riuscito alla _duchessa Margherita_, governatrice de' Paesi Bassi, di rimettere colla forza all'ubbidienza del re Cattolico le città di Tornai, di Valenciene, di Mastrich e d'Anversa, dove in addietro essendo prevaluto il partito dei miscredenti, mossi ed aiutati dagli ugonotti di Francia, avea commesse di grandi insolenze contra de' cattolici, con prorompere in aperta ribellione. Castigo non mancò ai medesimi; e questo esempio sì buon effetto produsse, che tornò la tranquillità per tutte quelle provincie, e la religione cattolica restò nel suo vigore e quiete dappertutto. Perciò la duchessa non una, ma più lettere scrisse al re, rappresentandogli che colla via della soavità si guadagnerebbe tutto, e che non potrebbe se non nuocere l'inviar colà il duca d'Alva colla bandiera del terrore; giacchè, cessando il temuto nome della inquisizione spagnuola, quei popoli protestavano di voler continuare nel dovuto ossequio verso la Chiesa e verso il re. Ma per mala fortuna, ancorchè il re Filippo si trovasse assai perplesso, prevalse nel consiglio suo la presa risoluzione di spedire il duca e l'esercito in Fiandra, perchè sempre si temeva sopito, ma non estinto il fuoco dei precedenti tumulti, e venivano ancora dei gagliardi soffii dalla parte di Roma. Pure è lecito il credere che nulla avrebbe pregiudicato, anzi con più polso giovato ad assodar la dimostrata ubbidienza dei popoli, l'arrivo del duca d'Alva colà, se egli coll'amorevolezza e con dolci maniere avesse trattati quei popoli, e provveduto con prudenza alla parte guasta dall'eresia, ch'era la minore. Ancor qui bisogna chinar la fronte davanti agli occulti giudizii di Dio. Il primo passo che fece la superbia del duca d'Alva, e che intorbidò tutta la pace, rifiorita per cura della saggia duchessa nelle provincie, fu il trattener prigioni i conti di Agamonte e di Horno, amendue de' principali signori della Fiandra. Il principe d'Oranges, più di loro avveduto, s'era con altri, assai conoscenti dello strambo umore del duca, ritirato in Germania. Questa risoluzione presa ed eseguita senza parteciparla alla duchessa reggente, fece abbastanza a lei conoscere di non poter più con suo decoro fermarsi dove era chi esercitava maggiore autorità della sua. Però con sue lettere molto circospette supplicò il re fratello di concederle il congedo; ed ottenutolo, il ringraziò, predicendogli non di meno che la presente politica del di lui gabinetto arriverebbe a far acquisto di un grande odio, e una non lieve perdita di potenza nei Paesi Bassi. Si partì di Fiandra la duchessa Margherita, accompagnata dalle lagrime di quei popoli, che non cessavano di esaltare la sua pietà, il saggio suo governo, la sua cortesia e le altre sue belle doti; e tanto più vedendosi eglino restare sotto il dispettoso e severo ceffo del duca d'Alva. Tornossene a Parma questa illustre principessa, ricevuta con solennissimo incontro dal _duca Ottavio_ consorte, e le furono dal re Cattolico accresciute le rendite dotali, fondate nel regno di Napoli, fino a quattordici mila scudi per anno. Per onore di questa principessa ho creduto a me lecito di entrare negli affari di Fiandra, intorno ai quali altro non soggiugnerò, se non che il borioso duca d'Alva continuò a far varii altri rigori, esecuzioni e novità, che servirono di tromba per muovere a sedizione e a guerra dichiarata quelle provincie, sostenute dal credito e dagl'incitamenti del duca d'Oranges.
Le turbolenze della Fiandra, nelle quali gran mano teneano gli ugonotti di Francia, tornarono ad accendere il fumo e la ribellion di coloro contra del re Cristianissimo. Giunsero fino a tentare di far prigione il medesimo re con tutta la sua corte, ma non venne lor fatto. Portarono il terrore sino alle porte di Parigi, s'impadronirono di Bologna in Piccardia, della Rocella e d'altre piazze, poco avendo servito a fermare i lor passi una rotta data loro a San Dionigi. In tali angustie il _re Carlo IX_ ricorse all'aiuto di _Pio V_ ed ai principi d'Italia. Avrebbe il papa volentieri inviate colà alcune migliaia di fanti; ma avendo il consiglio del re mostrato abborrimento ad armi straniere, e bramando piuttosto un soccorso di danari, si obbligò esso pontefice di somministrar ogni mese venti cinque mila ducati d'oro, fintantochè durasse la guerra. Il _duca_ non di meno di _Savoia_, il quale, per quanto s'ha dal Guichenone, fu in pericolo in quest'anno di esser preso dagli ugonotti di Lione, mentre era alla caccia nella Bressa, inviò un soccorso al re di Francia di tre mila pedoni e mille e settecento cavalli, comandati da _don Alfonso d'Este_, zio del duca di Ferrara, e padre di _don Cesare_, che fu poi duca di Modena. Dicono che si trovò questa gente alla suddetta battaglia di San Dionigi. Le storie nostre mettono molto più tardi l'arrivo di tal soccorso in Francia; e l'Estense solamente al principio dell'anno seguente si mosse da Ferrara. Continuò ancora nel presente anno la ribellion dei Corsi alla repubblica di Genova; ma perchè presso Aiazzo restò ucciso il Sampiero, capo della rivolta, nè Alfonso suo figlio, tuttochè uomo di gran valore, succedendo a lui ebbe il credito e seguito del padre, noi vedremo all'anno seguente tornare al loro sito l'ossa slogate di quell'isola. Il giorno 4 novembre di quest'anno fu l'ultimo della vita di _Girolamo Priuli_ doge di Venezia, in cui vece, nel dì 26 d'esso mese, fu alzato a quella dignità _Pietro Loredano_.
Anno di CRISTO MDLXVIII. Indizione XI.
PIO IV papa 3. MASSIMILIANO II imperadore 5.
Non si può passar sotto silenzio una delle più strepitose tragedie che ci rappresenti mai la storia, cominciata sul principio di quest'anno in Ispagna, e terminata dopo sette mesi, che diede dolore ad infinite persone, e stupore e gran materia di parlare ad ognuno per tutta Europa. Non avea _Filippo II re_ di Spagna che un figlio solo, cioè _don Carlo_, erede futuro di quella vasta monarchia, già pervenuto alla età di ventidue o ventitrè anni, e che veniva considerato dai Siciliani, Napoletani e Milanesi per destinato dalla provvidenza al loro governo. Verso la mezza notte del dì 18 di gennaio lo stesso re accompagnato da' suoi consiglieri entrò nella di lui camera, e fece tosto levar la spada e una pistola carica ch'egli teneva sotto il capezzale. Svegliato il principe, saltò fuori del letto, e, veduto il padre gridò: _Vostra maestà mi vuol ammazzare_. Gli ordinò il re di tornarsene a letto; ma egli da disperato tentò fin buttarsi nel fuoco. Tolta fu di sua camera ogni scrittura, e tutto ciò di cui si sarebbe egli potuto servire per nuocere a sè stesso; e ben inchiodate le finestre, furono lasciate ivi buone guardie che il custodissero di vista, e riferissero tutti i suoi cenni e parole. Da lì a qualche giorno venne chiuso il misero principe in una forte torre. Secondo le apparenze, fu creduto che il padre altro non intendesse che di ritenerlo ivi senza voler la sua morte; ma egli in tante maniere se la procurò o col non voler cibo, o col prenderne di troppo, e spezialmente col lasciarsi vincere dalla rabbia e dal dolore, che nel dì 14 di luglio cadde gravemente malato. Allora fu ch'egli si rassegnò ai voleri di Dio, e munito poi dei sacramenti spirò l'anima nel dì 24 d'esso mese, vigilia della festa di San Jacopo maggiore, tanto venerato dagli Spagnuoli. Solenni esequie per quindici giorni gli furono fatte per ordine del padre, sommamente afflitto per la perdita di un figlio, qualunque egli si fosse, e per le tante dicerie, che ben prevedeva inevitabili per sì lagrimevole scena. E gran dire fu in effetto per questo dappertutto, e massimamente gli storici (e son ben molti) pretesero d'informare il pubblico dei motivi che indussero un re padre a privarsi di un figlio, e figlio unico, non già col veleno, come sospettarono i maligni, ma con una stretta prigionia, che bastò per trarlo alla morte.
Sognarono alcuni che don Carlo cominciasse o accrescesse l'izza sua contro il padre al veder presa da lui vecchio per moglie Isabella di Francia, che conveniva molto più a lui giovanetto. Che da lì innanzi egli amoreggiasse la matrigna, onde nascesse grave gelosia nel padre, il quale vieppiù si confermasse in tal sospetto, perchè la buona principessa gli parlasse talvolta in iscusa e favore del figliastro. Crebbe maggiormente cotal diceria, allorchè si vide mancar di vita per immaturo parto la stessa regina Isabella nel dì 3 di ottobre di quest'anno, interpretando la maliziosa gente per violenta una morte, che tanto facilmente potè essere naturale, e che inavvertentemente fu accelerata dai medici, giudicanti lei oppilata e non gravida. E questo s'ha dai romanzi fabbricati su questo funestissimo avvenimento, fra' quali ha avuto grande spaccio quello del signor di San Reale. Altri scrissero nata la discordia di don Carlo col padre, perchè tenuto come schiavo, e sovente ancora sgridato. Ch'egli tramò di fuggirsene e venire in Italia, o passare in Fiandra, per sollevare i popoli contro il real genitore; e che diede impulso alla sollevazion de' Mori, accaduta in questi tempi in Ispagna. Aver egli confidato, o almen lasciato traspirare qualche suo pernicioso disegno a _don Giovanni d'Austria_ suo zio, il quale immantinente rivelò tutto al re. Che don Carlo sparlava pubblicamente del padre e dei suoi ministri; manteneva corrispondenze coi di lui nimici; era di genio sì crudele, che potea temersi di lui non un re severo, ma un tiranno spietato. Ch'egli si scoprì infetto di sentimenti eretici, per li quali fu anche chiamato il consiglio dell'inquisizione, secondo il parer di cui, non meno che del real consiglio, fu conchiuso doversi anteporre il pubblico bene della religione e dello Stato ad ogni privato riguardo. Perlochè fu proferita sentenza di morte contra di lui, e questa sottoscritta con coraggio dal re afflittissimo contro tutte le ripugnanze della natura.
Ma il saggio lettore deve essere persuaso che la immaginazion del volgo e degli storici e dei politici fabbricò qui più sul verisimile che sul vero; perciocchè Filippo II non volle per motivi di saviezza rivelare giammai al pubblico i motivi dell'imprigionamento del figlio. Quel che si può tenere per fermo, si è, che don Carlo fu principe di cervello torbidissimo, di genio stravagante, e pregno d'odio contra del padre: passione capace d'ispirargli ogni più rea risoluzione. Che il re padre nulla operò contro il figlio senza consultar sopra sì importante affare ministri e teologi, e senza chiarire con buone pruove in un processo i demeriti del figliuolo. E finalmente essendo egli stato monarca sì saggio e pio, non si può mai credere che egli padre prendesse sì vigoroso risentimento contra di un unico figlio, se giuste e potentissime ragioni non l'avessero spinto a sacrificare l'amore paterno all'interesse dello Stato. Anche lo _czar_ Pietro imperadore della Russia, principe d'immortale memoria, si è veduto ai giorni nostri nel medesimo cimento, e ridotto a punire un figlio anch'esso unico, di cui tutto si potea temere. Questi poi volle per discolpa sua informato il mondo della giustizia di quel gastigo. Ma il re Filippo dovette credere maggior prudenza il tenere occulti i giusti motivi dell'indignazione e risoluzione sua. In somma quando un padre non tiranno, non empio, ma assennato e timorato di Dio, arriva ad infierire contra di un figlio, si ha da sentenziare in favore del primo, e non dell'altro.
Potrebbesi ben dubitare se convenisse alla prudenza di sì gran re l'avere inviato in Fiandra un nobile carnefice, che tale si potè chiamare il _duca d'Alva_, senza mai far caso dei consigli della _duchessa Margherita_ sua sorella, e delle preghiere di _Massimiliano II imperadore_, che, prevenendo i disordini seguaci della crudeltà, non cessò mai d'inspirargli le vie della clemenza, per le quali si sarebbe assodata la religione cattolica e il dominio spagnuolo ne' Paesi Bassi. Fece l'inumano duca nel presente anno su pubblico palco decapitare i conti d'Agamonte e d'Horno, nobilissimi e prodi signori, che pur protestavano di nulla avere operato contro il re Filippo, e coraggiosi morirono nella comunione della Chiesa cattolica: il che fe' sempre più conoscere che la religione non era il primo motivo di quelle barbariche esecuzioni. Contra non meno di secento altre persone, dice l'Adriani, la maggior parte nobili, e almen la metà cattoliche di credenza, fulminata la sentenza di morte, ebbe il suo effetto; e ne restava nelle prigioni non minor numero, benchè di minor qualità e rispetto. Che orrore, che odio, che incitamento alla ribellione e alla vendetta cagionasse questo macello ne' popoli di quella provincia, non occorre ch'io lo racconti. Riportò in quest'anno due vittorie il duca d'Alva, l'una contro Lodovico di Nassau, e l'altra contra il principe d'Oranges, fratello di esso Lodovico; e per queste sì fattamente si gonfiò, che volle entrar come trionfante in Brusselles, e nell'anno seguente volle che gli fosse dirizzata una statua di bronzo con iscrizione piena di tanta vanità, che beffar si fece da tutti i saggi. Maggiormente ancora gli salì il fumo alla testa, perchè il _pontefice Pio V_, riguardando in lui un gran difensor della fede, gli mandò in dono il cappello e lo stocco ornati di gemme. Anche in Francia continuò la guerra del re Carlo contro gli ugonotti; ma in tali angustie si trovò esso re, per mancanza specialmente di pecunia, che non seppe esentarsi dal venire ad un accomodamento, ossia pace, con essi nel dì 25 di marzo, accordando a coloro tali condizioni, che non meno dal papa che dal re Cattolico fu disapprovata e biasimata come soverchia la di lui condiscendenza. Ebbero i Genovesi in questo anno la consolazione di metter fine alla rivolta dei Corsi, con guadagnare Alfonso figlio di Sampiero, che già vedemmo divenuto capo dei ribelli in quell'isola. Non avendo costui trovato alcun principe che stendesse una mano per aiutarlo, e niun di essi accettando l'offerta, vanamente lor fatta della Corsica, diede ascolto a chi trattava di pace: gli furono pagati dalla repubblica di Genova tutti i suoi beni, ed egli passò dipoi a stabilirsi in Francia, dove pel suo valore nelle seguenti guerre meritò d'aver nobili impieghi. Con ciò la Corsica si quetò, e tornò tutta all'ubbidienza dei Genovesi. Potrebbe essere nondimeno che il compimento di questo giubilo lo conseguissero eglino solamente nell'anno seguente. Durava tuttavia la lite di precedenza fra _Alfonso duca_ di Ferrara, e _Cosimo duca_ di Firenze. Gran dibattimento intorno ad essa fu fatto nel presente anno, essendo favorevole al primo l'imperadore, e all'altro il papa. Inclinava la corte di Francia a sostener la parte dell'Estense, e seguì anche un tumulto in quella corte per questo, in occasione di celebrarsi il funerale del defunto _don Carlo_ principe di Spagna. Avea preso l'imperadore a decidere questa contesa, ma non mai giunse a proferirne il suo voto. Per altra via _papa Pio V_ si studiò di darla vinta al duca di Firenze, siccome diremo all'anno che seguita.
NOTE:
[466] Adriani, Famiano Strada, Cardinal Bentivoglio, Campana ed altri.
Anno di CRISTO MDLXIX. Indiz. XII.
PIO V papa 4. MASSIMILIANO II imperad. 6.
Perchè s'andava maggiormente accendendo la guerra in Fiandra, e varii principi della Germania aveano già preso a proteggere il principe d'Oranges ribello del re di Spagna, l'_imperador Massimiliano_, a cui premeva di estinguere quel fuoco anche pe' suoi particolari interessi, avea spedito nell'anno addietro a Madrid l'_arciduca Carlo_ per consigliare il re a levare dal governo di Fiandra quel beccaio del _duca d'Alva_, e seco le milizie spagnuole, assicurandolo che coll'uso della clemenza quei popoli tornerebbero tutti all'ubbidienza del re, purchè vi si mettesse un governatore di gran credito e prudenza. Ebbe un bel dire lo arciduca. All'altura spagnuola sembrava offeso il suo decoro, se cedeva alle dimande de' sudditi, benchè portate dal cugino Augusto. Si sospettò tendere questo maneggio a far cadere quel governo in uno degli arciduchi, e a ricavarne la libertà della religione nei Paesi Bassi. In somma nulla di ciò ottenne l'arciduca; ma bensì fu conchiuso che l'imperadore darebbe per moglie al _re Filippo II_ l'arciduchessa _Anna_ sua figlia, e a _Carlo IX_ re di Francia l'altra minor figlia _Isabella_. Tornò l'arciduca Carlo in Italia, dopo aver ricevuto dalla corte cattolica grossi sussidii per la temuta guerra dei Turchi, e passò a Firenze a visitar la principessa sua sorella, e di là poi venne a dì 7 di maggio a Ferrara per veder l'altra sorella, cioè _Barbara_ moglie del _duca Alfonso II_. Siccome questo duca era sommamente magnifico in simili occasioni, non lasciò indietro spettacolo o divertimento alcuno per solennizzar la venuta di sì illustre cognato. Il condusse anche a Venezia a veder la festa dell'Ascensione; poscia ritornato con esso lui a Ferrara, nel dì 26 del suddetto mese fece eseguire un torneo di maravigliosa invenzione e di somma spesa, in tempo di notte, e sopra la larga fossa della città, con singolar varietà di macchine, di azioni e di ricche comparse. Ma sì grandiosa festa, in cui non si sa se maggior fosse il diletto o lo stupore, rimase funestata da un lacrimevole successo. Perciocchè essendo scesi dal muro in una barca sei di que' nobili combattenti tutti armati, cioè il conte Guido ed Annibale de' Bentivogli (l'un figlio e l'altro fratello del conte Cornelio Bentivogli), il conte Ercole Montecuccoli, Niccoluccio Rondinelli, il conte Ercole Bevilacqua ed Annibale Estense, tutti signori di rara nobiltà e valore, per poca avvertenza dei loro servitori, si rovesciò la barca, e, a riserva dei due ultimi, i quattro primi cavalieri restarono miseramente affogati nell'acqua.
Un altro miserabile spettacolo di lunga mano maggiore si provò nell'anno presente in Venezia. Tra le maraviglie di Italia vien considerato il ricchissimo e vastissimo arsenale di Venezia. Nella notte susseguente alla festa dell'Esaltazione della Croce, ossia al dì 14 di settembre (e non già al dì 24, come ha, credo per errore di stampa, il Campana), o per malizia degli uomini, o per natural fermentazione dei nitri dell'aria, si attaccò fuoco in uno dei torrioni, dove era la polve da cannone, che si comunicò ai tre altri simili. Tale fu l'empito di questo scoppio, che rovinò la metà dell'arsenale, si fracassarono molte galee, andò per terra gran quantità di case vicine, e tutto il monastero e la chiesa delle Celestine, con altri infiniti danni. Tre o quattro mesi prima s'era divulgato un prognostico, senza saperne l'autore, che alla metà di settembre verrebbe la fine del mondo. Con questa prevenzione in capo non si può esprimere qual terrore negli animi anche della gente savia producesse sì spaventoso accidente. Ma ritornata la quiete primiera, non tardarono quei prudentissimi padri a rifabbricar tutto anche in forma migliore. Fu questo un preludio a maggiori disavventure della repubblica veneta, la quale, sentendo un grande armamento che si faceva dalla parte di Selim sultano dei Turchi, fu obbligata anch'essa a fare un grosso preparamento di vele e genti per quel che potesse occorrere. Attendeva intanto l'indefesso _pontefice Pio V_ a mettere in buon assetto le cose della religione, con sostenerne la difesa in Francia, Germania e Fiandra, e insieme a riformar gli abusi dello stato ecclesiastico. Da questo furono banditi gli Ebrei, e loro solamente permesso di abitare in Roma ed Ancona. Con buona prammatica fu riformato il lusso delle donne, e molto più quello degli ecclesiastici. Uscì rigoroso proclama che vietava a chiunque avea abitazione in Roma, il poter andare alle pubbliche osterie e taverne, per quivi mangiare, bere o giocare, essendo queste unicamente istituite pel bisogno de' forestieri e per chi non ha casa: regolamento che verisimilmente fu di corta durata ma che sarebbe da desiderare introdotto e mantenuto anche nelle altre città, per impedir tanti disordini che ne provengono al basso popolo. Ma pur troppo andrà sempre il privato interesse al di sopra del pubblico bene.
Le paci degli ugonotti in Francia erano come le febbri quartane, e però poco stettero coloro a sguainar le spade, e a far più che mai una furiosa guerra ai cattolici. Il _re Carlo IX_ per questo ricorse al papa, ai principi d'Italia e al re di Spagna. E non indarno, perciocchè, conoscendo il pontefice quanto in quei torbidi fosse interessata la causa di Dio, fece quanto potè per soccorrerlo. Da saggio padre non adoperò già nei suoi Stati l'odioso ripiego di accrescere la gravezze, ma sì ben si servì delle preghiere, colle quali ricavò dalla sola Roma cento mila ducati, ed altrettanto dagli ecclesiastici, ed altri cento mila dal rimanente de' suoi Stati. Adunò inoltre quattro mila fanti e mille cavalli, coi quali si congiunsero altri mille fanti e cento cavalli somministrati dal duca di Firenze. Eletto per generale d'essa gente il _conte Sforza_ da Santafiora, spedì questo aiuto in Francia: aiuto non lieve al re Cristianissimo in que' bisogni, essendosi poi segnalati questi Italiani nella difesa di Poitiers, e nella battaglia di Moncontur, in cui le armi cattoliche riportarono una gloriosa vittoria. Ventisette furono le insegne o bandiere che in tal congiuntura guadagnò il conte di Santafiora generale del papa; e queste, inviate a Roma, furono appese in San Giovanni Laterano con iscrizione in marmo per eterna testimonianza della pietà del papa e del valore degl'Italiani. Non parlo del progresso delle guerre civili di Francia, per accennare dipoi gli avvenimenti di Fiandra, nei quali parimente ebbero parte molte milizie e nobili d'Italia. Il _duca d'Alva_, in cui, oltre alla naturale inclinazione, si accresceva ogni dì più qualche dose di alterigia per le vittorie riportate, e per tante armi che aveva in sua mano, si teneva ormai sotto i piedi la nazion fiamminga, sotto il qual nome a me sia lecito di comprendere tutti i Paesi Bassi. Trovando egli non solo esausto, ma anche indebitato l'erario regio, per rimetterlo, anzi per renderlo capace di maggiori imprese, si avvisò d'imporre nuovi aggravii a quei popoli. Pubblicò dunque un editto, ordinando che si pagasse per tutte le vendite de' mobili la decima parte, la vigesima per gli stabili, e di tutti per una volta sola la centesima. Ma i Fiamminghi, assai conoscenti che questo insopportabil peso era la maniera d'impoverirli, e che tutto quello che contribuissero alle voglie del duca, avea da servire per maggiormente conculcar loro stessi, cominciarono a ricalcitrare, mostrando che siffatto insolito aggravio andava a rovinar interamente il traffico, già troppo infievolito a cagion di tanti tessitori che erano passati in Inghilterra; e che si ridurrebbono in tale povertà, che neppure in tempo di pace avrebbero potuto pagare le ordinarie contribuzioni. Ma quanto più essi gridavano e comparivano renitenti ad una cieca ubbidienza, tanto più inalberava il duca. Il tornare indietro non era cosa da Spagnuolo; perciò venne al tuono delle minacce, ma senza ottener l'intento. In tali dispute terminò l'anno presente in quelle parti.
Ebbero in quest'anno varii capi di querele contra del pontefice l'imperador _Massimiliano II_ e il re di Spagna _Filippo II_. Le buone maniere che sapeva usare l'accorto duca di Firenze _Cosimo I_, l'aveano renduto sì accetto a _papa Pio V_, ch'egli si potea in certa guisa chiamare l'arbitro della corte romana. Bastava che egli chiedesse, per ottenere. Concertata dunque fra loro la maniera di decidere, senza decidere, la preminenza del duca di Firenze sopra quel di Ferrara, il papa nel dì primo di settembre, senza partecipazion del sacro collegio, dichiarò Cosimo _gran duca di Toscana_, con assegnargli la corona regale. Specialmente si fondò egli, per concedergli quest'onore, nella pretensione del duca di non riconoscere alcun superiore temporale nel dominio fiorentino, e in una non so qual distinzione di papa Pelagio. Per questa risoluzione si risentirono forte e fecero gravi doglianze l'imperadore e il re di Spagna, pretendendola per una manifesta usurpazione del diritto altrui, stante l'esser Cosimo pel dominio fiorentino vassallo dell'imperio (come esso Augusto con sua lettera[467] diceva apparire dalle investiture ossia dai diplomi di Carlo V), e per la signoria di Siena vassallo dei re di Spagna; e stante il non aver i pontefici giurisdizione alcuna temporale in quegli Stati. Tanto più ancora si alterarono quei due monarchi, perchè a dispetto delle loro proteste e richiami, portatosi il duca Cosimo nell'anno seguente a Roma, con gran solennità ricevette dalle mani del papa la corona regale e lo scettro, senza che alcuno degli ambasciatori dei principi volesse intervenire a quella funzione. Dichiaravasi poi particolarmente esacerbato il re Cattolico, per avere il papa inviato in Sicilia monsignor Paolo Odescalco con titolo di nunzio, e facoltà di regolar quivi le cose ecclesiastiche: cosa insolita e contraria al preteso privilegio, ossia consuetudine della chiamata monarchia di Sicilia. Dolevasi inoltre che il pontefice avesse fatta un'altra novità coll'aggiugnere alla bolla _In Coena Domini_ la proibizione ai principi d'imporre nuove gabelle e dazii ai popoli lor sudditi, con iscomunicar chi ciò facesse, senza eccettuare alcuno dei monarchi. Ma in nulla andarono a finir tutti questi lamenti, proteste e disgusti, perchè tempi correano, ne' quali ognun dei potentati cattolici abbisognava delle rugiade di Roma; l'imperadore per la guerra temuta vicina dei Turchi; il re di Francia per quella degli ugonotti; e il re Cattolico per la rivolta dei Mori, e per li torbidi della Fiandra. Anche il duca di Savoia _Emmanuel Filiberto_ restò non poco offeso per l'onore conferito dal papa al duca di Firenze, e mandò le sue grida a Roma. Quetollo il pontefice con dire di non aver inteso con ciò di pregiudicare ai diritti di principe alcuno.
Grande strepito parimente fece in quest'anno ciò che nel dì 26 di ottobre accadde al santo cardinale ed arcivescovo di Milano _Carlo Borromeo_. Tra le tante memorabili azioni sue per riformare l'uno e l'altro clero di quella città, singolare fu la sua premura di mettere buon sesto al troppo scorretto e corrotto ordine dei frati umiliati: ordine nato nei secoli addietro in essa città, e dilatato per la Lombardia. Congiurarono contra di lui alcuni dei più scellerati, e un Girolamo Donati, per soprannome il Farina, sacerdote fra essi, prese l'assunto di liberar da questa chiamata vessazione l'ordine suo. Aspettò costui che il sacro pastore si trovasse inginocchiato su uno scabello verso mezz'ora di notte nell'oratorio dell'arcivescovato dove concorreva alle orazioni la di lui famiglia con altre persone divote; ed allorchè i musici cantavano queste parole: _Non turbetur cor vestrum, neque formidet_, dalla porta dell'oratorio, in vicinanza di quattro braccia, gli sparò un'archibugiata. Il colpi una palla nel mezzo della schiena, ma non passò il rocchetto, e cadde a terra. Più d'uno dei quadrelli, onde era carico l'archibugio, penetrò fino alla cute, e solamente vi lasciò un nero segno. Gli altri quadretti percossero il muro in faccia, e vi fecero uno squarcio. Si sentì il santo arcivescovo urtar sì forte da questo colpo, che cadde boccone sullo scabello, e si tenne per ferito a morte. Pure stette saldo, finchè fosse terminata l'orazione, dopo la quale si trovò egli sano e salvo con segno manifesto della mano di Dio, che miracolosamente il preservò dalla morte. Ebbe tempo il sicario di fuggire e di nascondersi; ma non si ascose già alla giustizia di Dio, perchè di lì a qualche tempo scoperto, ebbe il meritato castigo, tuttochè il buon cardinale facesse il possibile per salvargli la vita. Per tanta iniquità fu poi totalmente estinto da papa Pio V, nel dì 8 di febbraio del 1571, l'ordine dei frati Umiliati.
NOTE:
[467] Lunigo, Codice Diplomat.
Anno di CRISTO MDLXX. Indizione XIII.
PIO V papa 5. MASSIMILIANO II imperad. 7.
Ancorchè si godesse in Italia la pace, anno fu questo di calamità non lievi, anno specialmente lagrimevole per la guerra mossa dai Turchi alla Cristianità. Era cominciata nel precedente una gravissima carestia, che continuò per gran parte di quest'anno, affliggendo, chi più chi meno, tutti i popoli dell'Italia. Massimamente in Venezia si provò questo flagello, laonde la saviezza di quei reggenti non ebbe altro ripiego che di metter mano ai magazzini dei grani riserbati pel bisogno delle armate, confidando in Dio di risarcir questo danno. Servì anche tal disavventura per far maggiormente risplendere in Roma e nello Stato ecclesiastico l'amor paterno di _papa Pio V_, avendo egli procurato dei grani dalla Puglia, e fin di Francia, e fattili distribuire a minor prezzo ai popoli. In gloria sua si rivolse la grossa perdita che per tal cagione fece la camera pontificia. Ma ciò che maggiormente angustiò gli animi degl'Italiani, fu l'essersi ornai scoperta ed avverata l'intenzione de' Turchi contra di Cipri. Che bell'isola, che delizioso e fertile paese fosse anticamente Cipri, non ha bisogno d'impararlo da me chiunque ha qualche tintura di geografia. Finsero gli antichi esser ivi nata Venere, per significar le sue delizie. E finchè quell'isola, non immeritevole del nome di regno, ebbe i suoi re cristiani, si mantenne in gran credito; dacchè è caduta in mano de' Turchi, non pare più quella di prima: disgrazia comune a tanti altri una volta bellissimi paesi dell'Asia, per la trascuraggine ed avarizia di quei barbarici padroni. Erano circa ottanta anni che la repubblica veneta signoreggiava in Cipri, e perchè durava la pace colla Porta ottomana, lieve presidio d'armati teneva alla difesa di quell'isola, fidandosi delle cernide che erano a mezza paga. Nel cuor d'essa isola si covavano ancora dei mali umori per l'odio professato dai lavoratori delle terre ai nobili, dai quali venivano trattati come schiavi: male inveterato, a cui, per quanto facesse la veneta saviezza, non potè mai trovare rimedio che lo risanasse. Costoro nulla più sospiravano che di mutar padrone colla solita lusinga di trovarne dei migliori, o, per dir meglio, dei meno aspri e meno indiscreti.
Non furono pigri al sentore della minacciata irruzione dei Turchi i senatori veneti a far gente, ed allestir quante galee ed altri legni mai poterono. Nel qual tempo, cioè al dì 3 di maggio, festa della Croce, mancò di vita il doge _Pietro Loredano_, e in luogo suo nel dì 9 oppure 11 d'esso mese fu sostituito _Luigi Mocenigo_, personaggio di gran vaglia, quale appunto si richiedeva in tempo di tanti disastri. Con volontarie offerte di uomini, di danaro, di munizioni e legni, concorsero all'aiuto di essa repubblica tutte le città, e i nobili e benestanti del suo dominio. Minore non fu l'ardore e zelo di papa Pio in questo bisogno della cristianità. Colle più efficaci lettere si studiò di commuovere i principi cristiani, e fino il sofì di Persia; ma non gli riuscì, se non di trarre alla difesa dei Veneziani il re Cattolico. Per aggravare il men possibile i sudditi suoi, e far danaro, s'indusse il pontefice a vendere alquanti chericati di camera, da' quali ricavò ducento mila scudi, e giunse fino a spogliare il _cardinale Alessandrino_ suo nipote del grado di camerlengo, per conferirlo al cardinal Cornaro, che sborsò per esso sessanta mila ducati d'oro. Con tali sussidii fece egli armare dodici o tredici galee, general delle quali fu costituito _Marcantonio Colonna_. Dal re di Spagna vennero spedite quarantanove, oppure cinquantadue altre galee sotto il comando di _Gianandrea Doria_. Ma soprattutto grandioso fu l'armamento della repubblica veneta, tuttochè allora più che mai si provassero i morsi della carestia; avendo ella messi insieme circa centosessanta legni da guerra, senza contar quelli da carico. Altri scrissero essere quell'armata veneta composta di cento trentasei galee sottili, undici galee grosse, fuste undici, navi, tra veneziane e forestiere, trenta, e galeoni quindici di Candia. Di sì grossa armata navale restò eletto capitan generale _Girolamo Zeno_. Unironsi queste forze cristiane alla Suda in Candia, ma con provarsi anche allora che le leghe non son diverse dai leuti, difficili ad accordarsi, troppo facili a scordarsi. Niuno avea preveduto, o certamente non s'era provveduto, a chi dovesse toccar la preminenza, ed anche la principal direzione della flotta combinata, pretendendo quell'onorevol posto cadaun dei generali per varie loro ragioni. Si perdè gran tempo ad aspettar le istruzioni e risoluzioni delle corti; e intanto entrarono varie malattie epidemiche, oppur la vera pestilenza nelle galee veneziane, che sconcertò di troppo le misure prese. In una parola, tante armi dei cristiani a nulla avendo servito per la difesa di Cipri, si ridussero ai quartieri di verno, nè si potè contare alcuna riguardevole loro impresa.
Non così avvenne alla potentissima flotta turchesca, la quale fu creduta da alcuni che ascendesse a trecento vele. Approdò con tante forze a Cipri il bassà Mustafà generale di terra di essi Turchi, ed insieme Pialy bassà generale di mare. Se più gente e più consiglio fosse stato in quell'isola, forse loro si potea impedire lo sbarco. Ma le cernide ricusarono di comparire alla difesa; i villani, maltrattati da quella nobiltà, accolsero a braccia aperte i Musulmani. Sbarcata la prima gente, tornò Pialy verso terra ferma, per condurre un nuovo convoglio. Voce comune fu che in più volte sessanta mila combattenti almeno, fra' quali circa sei mila cavalli ed altrettanti giannizzeri, smontassero in quell'isola. Impresero quei Barbari nel dì 25 di luglio l'assedio di Nicosia, città capitale del regno, ch'era stata convenevolmente fortificata e provveduta di viveri, ma mal fornita di presidio valevole a render vani gli sforzi dei Turchi, o almeno a difficoltarne i progressi, perchè consistente in soli mille e trecento fanti italiani pagati, e in quasi altri otto mila Ciprioti, parte nobili e parte plebei, quasi tutta gente inesperta alle azioni di guerra. Con tutto ciò in quindici assalti furono ributtati i Turchi, e durò quell'assedio sino al dì 9 di settembre; nel quale sì fieramente restò combattuta la città, che vi entrarono vittoriosi gl'infedeli. Orrido spettacolo allora si vide: più di quindici mila cristiani, fra' quali si contò gran numero di fanciulli minori di quattro anni, furono messi a fil di spada; il resto di que' cittadini condotti in una misera schiavitù, pochi essendosene salvati; ogni sfogo di libidine anche più nefanda ivi si esercitò; e perchè la città era ricchissima, gran preda fu fatta da quei cani. Dopo tale acquisto, vilmente si rendè Cerines, nè altro luogo dell'isola fece da lì innanzi resistenza, fuorchè Famagosta, città principale dopo Nicosia. Poco stette Mustafà a mettere il campo intorno ad essa, e ad accostarsele colle trincee; ma difendendosi valorosamente i cristiani, e venuto il tempo di menare in salvo l'armata navale per la vicinanza del verno, l'assedio si cangiò in blocco, e per questo anno Famagosta schivò il giogo turchesco.
Nel dì 25 di febbraio dell'anno presente il pontefice pubblicò una terribil bolla contro _Elisabetta regina_ d'Inghilterra, dichiarata scomunicata e privata di ogni diritto in quel regno, con ordinare agl'Inglesi di non prestarle ubbidienza. Dovette avere il santo padre giusti motivi di formar questa bolla, e di formarla dopo tanto tempo che Elisabetta era salita e sì ben assodata sul trono. Fu creduto che si maneggiasse in Inghilterra una secreta congiura di cattolici, che poi scoperta svanì colla morte del duca di Norfolch. Ma qual buon effetto potessero produrre siffatti fulmini consistenti in sole parole contra di un regno, dove sì gran piede avea presa l'eresia, professata non men da essa regina che dai più del popolo, forse allora non l'intesero i politici, e meno ora l'intendiamo noi, al sapere che dopo ciò andarono sempre più di male in peggio gli affari della religione cattolica in quel regno. Alle calamità dell'anno presente, cioè alla carestia, alla guerra, e alla pestilenza, che in varii luoghi si fecero sentire, si aggiunse anche il tremuoto. Cominciò questo in Ferrara nella notte seguente al dì 16 di novembre, e continuò poi con varie ora picciole ora grandi scosse pel resto dell'anno, e parte ancora del seguente. Rovinò per questo flagello parte del castello del duca, e molte chiese, monisteri e case; e fu obbligato il popolo a ridursi nelle piazze e campagne sotto capanne e tende, finchè a Dio piacque di restituir la quiete a quella terra. In essa città di Ferrara molto prima, cioè nel dì 19 di gennaio del presente anno, furono celebrate le nozze di _Lugrezia d'Este_, sorella del duca _Alfonso_, con _Francesco Maria della Rovere_, figlio primogenito del duca d'Urbino. Passò ancora per Fiandra, incamminata a Madrid, l'arciduchessa Anna figlia dell'imperador Massimiliano II, maritata con _Filippo II re_ di Spagna. Numerosa flotta la condusse in Ispagna, dove con somma magnificenza fu accolta, e succederono nobilissime feste accompagnate dalla universale allegria; tanto più grande, perchè già era terminata la guerra contro i Mori con grande onore di _don Giovanni d'Austria_, dal cui comando e valore si riconobbe la felice riuscita di quella per altro difficile impresa. Fu eziandio condotta in Francia, nel dì 26 di novembre di questo anno dall'elettore di Treveri l'altra minore _arciduchessa Isabella_, figlia del suddetto Augusto, maritata col _re Carlo IX_: matrimonio che durò poi pochi anni, e di cui non uscì che una principessa di corta vita anch'essa.
Anno di CRISTO MDLXXI. Indizione XIV.
PIO V papa 6. MASSIMILIANO II imperadore 8.
I progressi dell'armi turchesche nell'isola di Cipri, quanto dall'un canto accrescevano il terrore ai popoli d'Italia, altrettanto incitavano il papa, il re Cattolico e la repubblica veneta a premunirsi per la difesa dei loro Stati, che tanto più restavano esposti alle violenze degl'infedeli. Spedì il pontefice per questo il _cardinal Alessandrino_ in Ispagna a trattare una lega stabile fra esso, il _re Filippo_ e i _Veneziani_ contro il nemico comune. Fu questa conchiusa nel dì 20 di maggio con varie capitolazioni. Fecero poscia queste tre confederate potenze i loro maggiori sforzi in congiuntura di tanto bisogno, ma non con quella prontezza che occorreva, parte per la difficoltà di raunar la troppo necessaria pecunia, e parte pel tempo ch'esige il preparamento delle genti, navi, munizioni, e di tanti altri varii attrecci di guerra. Non mancarono già i Veneziani di spedire verso la metà di gennaio Marcantonio Querini con quattro navi scortate da dodici galee, per portare soccorso alla città di Famagosta bloccata dai Turchi. Felicemente arrivò colà questo convoglio; tre galee nemiche furono colle artiglierie battute a fondo, e le altre fuggirono. Sbarcò il Querini mille e settecento fanti in quella città, e gran copia di provvisioni da bocca e da guerra, ma non già sufficiente a sostenere un lungo assedio. Pervenuto al sultano Selim l'avviso di questo soccorso, diede nelle furie contra del bassà Pialy, e poco mancò che non dimandasse la sua testa; il privò nondimeno del generalato, e a lui sostituì il bassà Aly. Costui insieme col bassà Mustafà, siccome ben comprese le premure del gran signore, così non ommise diligenza veruna per tosto ripigliare l'interrotto assedio di Famagosta. Se dobbiam credere alle relazioni di questa guerra, descritta da moltissimi autori di quel tempo, fioccò da tante bande e con tanti tragitti sì gran numero di soldati infedeli pagati e venturieri nell'isola di Cipri, che fu creduto ascendere a quasi ducento mila combattenti e a quaranta mila guastatori. Probabilmente, secondo il solito, la fama, la paura e il voler giustificare la fortuna dei Turchi, accrebbe, se non della metà, almen di un buon terzo le loro forze. Nell'aprile si riaprì sotto Famagosta il teatro della guerra, alla cui difesa non si trovarono se non quattro mila fanti, lieve guarnigione in sì gran bisogno. Furono anche alzati varii forti contro la città; le trincee cominciarono ad inoltrarsi, le batterie a far continuo fuoco. Giocarono dall'una e dall'altra parte varie mine, e furono dati molti assalti, tutti ripulsati con grande mortalità degli aggressori.
Ma perciocchè ai Turchi, per ottenere in siffatte occasioni l'intento loro, nulla incresce il sacrificar migliaia di persone, andò così avanti il loro furore, con iscemare intanto il numero dei difensori, che nel dì 2 d'agosto i cristiani, dopo aver fatte maraviglie di valore, trovandosi non aver più che sette barili di polve da fuoco, furono obbligati a trattar della resa nel dì suddetto. Accordò l'iniquo Mustafà quanto essi domandarono, cioè salve le persone, armi e robe dei soldati e cittadini; che questi potessero vivere secondo la legge cristiana e ritener le loro chiese; che i soldati, e chiunque volesse, avessero libero passaggio in Candia, scortati dalle galee turchesche. Non si può senza orrore e senza raccapricciarsi rammentare qual fosse la perfidia ed inumanità di Mustafà in tale occasione. Dacchè furono venuti sufficienti legni per menar via i soldati cristiani, e questi imbarcati, _Marcantonio Bragadino_ provveditore e governator della città, ed _Astorre Baglione_ generale dell'armi con gli altri nobili, e con cinquanta soldati, per concerto già fatto, uscirono della città (era il dì 15 di agosto), e andarono al padiglione di Mustafà, affine di consegnargli le chiavi. Cortesemente furono accolti, e fatti sedere, e il Turco, passando di uno in altro ragionamento, mise infine mano ad una di quelle avanie che spesso usano quei barbari contra dei cristiani, imputando al Bragadino di aver durante la tregua fatto ammazzare alcuni schiavi turchi. Negò il Bragadino di aver commesso un tale eccesso. Allora Mustafà tutto in collera alzatosi in piedi, ordinò che ognun di loro fosse legato, essendo essi senz'armi, perchè all'entrar del padiglione furono astretti a deporle. Così legati e condotti nella piazza davanti al padiglione, a cadaun di quei nobili, fuorchè al Bragadino, tagliato fu il capo. I soldati venuti con loro, e circa trecento altri cristiani furono messi a fil di spada; e quei che erano imbarcati, svaligiati tutti e posti alla catena. Il Bragadino, dopo avere sofferto varii strapazzi, spogliato ed attaccato al ferro della berlina, fu scorticato vivo da un Giudeo. Tal costanza d'animo in sì fieri tormenti mostrò quel prode cavaliere, che niun segno mai diede di dolore; e solamente raccomandandosi a Dio, e rimproverando al Barbaro la rotta fede, allorchè giunse il tagliatore all'umbilico, spirò l'anima. La pelle sua riempiuta di paglia, ed attaccata ad una antenna, fu mandata a farsi vedere per tutti i lidi della Soria: trofeo ben degno d'una perfidia e crudeltà senza pari. E in tal guisa restò il bel regno di Cipri in mano dei nemici del nome cristiano.
Non parlerò io d'altre minori azioni di guerra fatte dai Veneziani e Turchi nell'Adriatico, e in altri mari prima di questo tempo, o durante l'assedio di Famagosta, premendomi di rallegrare i lettori dopo sì disgustosa narrativa con un memorabil fatto dell'armi cristiane, e massimamente italiane. Avea il re Cattolico _Filippo II_ spedita la sua flotta navale a Messina sotto il comando di _don Giovanni d'Austria_ suo fratello naturale, a cui si unì _Gian-Andrea Doria_ Genovese colle sue galee al soldo di esso re. Colà ancora erano giunti _Marcantonio Colonna_ generale del papa colle sue galee, e _Sebastiano Veniero_ generale delle forze di mare della repubblica veneta. Trovossi nella mostra consistere l'unione di queste flotte in dodici galee del papa, in ottantuna del re di Spagna, con venti navi, e forse più, da carico; in cento e otto galee, sei galeazze e due navi de' Veneziani; in tre galee di Malta e in tre altre del duca di Savoia. Eranvi altri legni minori in gran copia. Sopra sì possente armata militavano dodici mila italiani, guidati da valorosi capitani di lor nazione, cinque mila spagnuoli, tre mila tedeschi, tre mila venturieri, portati dalla difesa della fede e dal desiderio della gloria, oltre ai necessari marinai. Fra que' venturieri non si debbono tacere _Alessandro Farnese_ principe di Parma, e _Francesco Maria della Rovere_ principe d'Urbino. Fecero vela questi generosi campioni nel dì 16 di settembre dopo varie consulte, con risoluzione di andar a trovare l'armata navale nemica, per fiaccare le corna alla potenza ottomana, divenuta oramai troppo insolente e superba per le passate vittorie. Trovaronsi a vista le due potenti nemiche armate la mattina del dì 7 di ottobre, giorno di domenica. Era partita la turchesca da Lepanto, comandata dal generale Aly, dal generale di Tunisi e di Algeri, e da altri bassà e sangiacchi, e in numero di vele era molto superiore alla cristiana. Avea ordine dal gran signore il general Aly di venire a battaglia scontrandosi coi nemici; ed appunto furono a fronte dei cristiani verso l'isole Curzolari. Allora dall'una e dall'altra parte si misero in ordinanza tutte le navi, formando cadauna armata tre schiere a guisa di mezza luna. Don Giovanni d'Austria generalissimo postosi in una fregata andò girando ed animando ciascuno a ben combattere per la difesa e per l'onore della fede cristiana, con assicurar tutti della protezione di Dio, potentissimo padre dei suoi fedeli, e gran rimuneratore di chi mette la vita per la santa sua religione. Inteneriti tutti a queste parole i soldati, e piangendo per la allegrezza, rispondevano con alte grida: Vittoria, vittoria. Si faceano intanto continue preghiere dai popoli cristiani per implorare la benedizion di Dio all'armi cristiane; il papa avea a questo fine pubblicato prima il giubileo, ed eransi fatte pie processioni dappertutto.
Azzuffaronsi dunque le due contrarie armate, e si dichiarò presto la mano di Dio in favore dei suoi. Soffiava dapprincipio un vento maestrale favorevole ai Turchi. Si abbonacciò il mare, ed eccoti sorgere un vento siroccale, che portava tutto il fumo contra dei Turchi, e quanto rispigneva indietro i loro legni, altrettanto facilitava ai cristiani l'urtare in essi. Durò il terribil combattimento ben quattro ore, senza che piegasse la vittoria ad alcuna di esse. Ma le galee grosse cristiane, che erano avanti, tal danno colle artiglierie recavano ai nemici, che cominciarono ad affondare alcuni dei legni turcheschi. Quindi si abbordarono insieme le galee di questi e di quelli, ed allora si fece pruova di chi vantaggiasse l'altro in valore. Gran bisogno di coraggio ebbe don Giovanni d'Austria, essendosi trovata la sua capitana in gran pericolo per lo sforzo incredibile della reale dei Musulmani contra d'essa, e per trecento almeno de' suoi rimasti ivi uccisi. Non men di lui gli altri due generali Colonna e Veniero fecero singolari prodezze. Finalmente andò in rotta l'armata turchesca, dappoichè il generale Aly fu ucciso d'archibugiata. Il suo capo reciso dal busto, e messo sopra una picca, finì di mettere lo spavento in chiunque potè ravvisarlo. Venne alle mani dei cristiani una gran quantità di legni nemici e di prigioni. Almen quindici mila infedeli fu stimato che perissero in quel terribil conflitto. L'iscrizione posta a _papa Pio V_ ed alcuni autori parlano di trenta mila di coloro uccisi; ma certo niuno li contò. Vi perderono la vita più di cinque mila cristiani fra i quali alcuni insigni personaggi, e spezialmente fu compianta la morte di _Agostino Barbarigo_ provveditor generale della veneta armata, alla cui savia condotta si attribuì in parte sì gloriosa vittoria. Più di dodici mila schiavi cristiani in tal congiuntura riacquistarono la libertà. Moltissimi di essi, allorchè videro declinar le forze turchesche, essendosi sferrati, aveano accresciuto il terrore nelle lor galee. Anzi gli stessi schiavi dell'armata cristiana, dacchè fu loro promessa la libertà dopo la vittoria, presero l'armi, e recarono non lieve aiuto ai combattenti padroni. Furono dipoi divise fra i vincitori le spoglie e i prigioni, ch'erano circa cinque mila. Al generale del papa toccarono diecisette galee e quattro galeotte; a don Giovanni d'Austria cinquantasette galee ed otto galeotte; ai signori veneziani galee quarantatre e sei galeotte. Tra Savoia e Malta furono divise diciotto galee. Fama fu che circa sessantadue legni turcheschi fossero gittati a fondo, e certamente si affondarono diecisette galee cristiane.
L'avviso di sì segnalata vittoria, portato da uffiziali e corrieri alle corti, non si può esprimere qual giubilo spargesse nel cuore di ogni cattolico, e con quante feste e trasporti d'allegria fossero dipoi rendute grazie all'Altissimo. In Venezia tanta fu la gioia, che quel popolo diede in eccessi. Giunse a Madrid la lieta nuova, seguitata fra poco da altra felicità, cioè dalla nascita di un figlio maschio del re Cattolico, a cui fu posto il nome di _Ferdinando_, accaduta nel dì 4 di dicembre. Da Venezia in due giorni arrivò a Roma questo avviso, che riempiè di inesplicabil consolazione il pontefice e il popolo romano. Scritto è che al santo padre Dio rivelò la riportata vittoria nell'ora stessa in cui questa si dichiarò a favor de' cristiani. Crebbe dipoi l'universal gioia in Roma stessa al comparir colà nel dì 16 di dicembre il generoso generale dell'armi pontificie _Marcantonio Colonna_, il quale cotanto avea contribuito al buon esito di quella impresa. Il ricevimento suo rinovellò in qualche maniera la memoria degli antichi trionfi romani: tal fu la pompa con cui venne incontrato dal senato e dai magistrati della città, ed accompagnato al Campidoglio, alla udienza del papa e al sacro tempio di Santa Maria d'Araceli, dove con suntuosi doni riconobbe dal favore divino quanto era avvenuto in quel terribil cimento. Ma chi lo crederebbe? Una sì insigne vittoria, di cui volle il buon pontefice che si conservasse eterna la memoria coll'istituire la Festa di Santa Maria della Vittoria, che oggidì si celebra nella prima domenica di ottobre; una, dico, sì strepitosa vittoria non fu poi seguitata da alcun rilevante frutto e vantaggio della repubblica cristiana, e solamente servì a far conoscere che il Turco non è una potenza invincibile. Perchè ciò avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Si divisero poi le flotte cristiane per ritirarsi ai quartieri d'inverno, stante l'avanzata stagione; e benchè i Veneziani ricuperassero qualche luogo tolto loro dai Turchi in Albania, furono nondimeno anch'essi forzati a riposare.
Anno di CRISTO MDLXXII. Indizione XV.
PIO V papa 7. GREGORIO XIII papa 1. MASSIMILIANO II imperad. 9.
Fu chiamato in quest'anno da Dio il buon _pontefice Pio V_ a ricevere in cielo il premio della santa sua vita, e delle tante degne sue azioni in pro della repubblica cristiana. Le astinenze, le orazioni e le fatiche sue indicibili per ben esercitare l'uffizio pastorale, e per la difesa del cristianesimo, aveano forte indebolita la di lui sanità. Si aumentarono nel marzo i suoi malori; laonde nel dì primo di maggio passò a miglior vita, lasciando dopo di sè un odore di sì rara santità, che fu poi registrato dopo molti anni nel ruolo dei beati, e ai dì nostri si è celebrata la solenne di lui canonizzazione. La mancanza di questo insigne pontefice quella fu che troncò il filo ai progressi dell'armi cristiane contro il comune nemico. Aveva egli, per sostener la guerra santa, negli anni addietro impiegato un gran tesoro. Maniera inoltre non gli era mancata di raunarne assai più per continuarla nell'anno presente, di modo che si trovò in castello Santo Angelo dopo la sua morte un milione e mezzo di scudi d'oro destinato a quel fine. Teneva egli come in pugno la maggior parte dei re e principi cristiani: tanta era la venerazione che ognun professava al complesso delle sue virtù, e al suo indefesso zelo pel bene della cristianità: e però potevansi sperare per mezzo suo maggiori vantaggi alla causa comune. Non mancò, è vero, il suo successore di sposare le medesime massime, siccome vedremo; ma non passò in lui col pontificato anche il gran credito di papa Pio V. Entrati i cardinali in conclave, da lì a due o tre giorni, cioè nel dì 15 di maggio, con mirabil concordia elessero papa il _cardinale Ugo Boncompagno_, creatura di papa _Pio IV_, personaggio ben degno di sì eccelsa dignità. Era egli di famiglia antica e nobile bolognese, discendente, secondo le mie congetture, da quel Boncompagno nativo di Firenze, che circa il 1200 si truova pubblico lettore nell'università di Bologna, e lasciò un libro intitolato _De obsidione Anconae_ dell'anno 1172, da me dato alla luce[468], e di cui tuttavia resta inedito in Francia un trattato _De Arte Dictaminis_, citato dal Du-Cange nel Glossario latino. Di lui probabilmente fu nipote quel Dragone Boncompagni, che, per attestato del Ghirardacci[469], nell'anno 1293 con alcuni altri andò inviato dal senato bolognese per ambasciatore al vescovo di Bologna.
Prese il novello papa il nome di _Gregorio XIII_, dicono per la venerazione che egli professava a san Gregorio Magno, se pur non fu a san Gregorio Nazianzeno. Volle che invece di gittare al popolo, secondochè si usava nella coronazione dei papi, la somma di quindici mila scudi di oro, questa si distribuisse ai poveri. Parimente in favor d'essi ordinò che s'impiegassero altri venti mila scudi, soliti a darsi ai conclavisti, perchè niuna molestia o fatica aveano patito in sì poco tempo che era durato il conclave. Era non so come saltato in capo al pontefice _Pio V_ di fabbricare oppur di tirare innanzi una fortezza nel territorio di Bologna. Il primo favore che papa Gregorio compartì alla sua patria, fu quello di ordinarne la demolizione nei primi giorni del suo pontificato. Ad inchinare il nuovo pontefice si portò in persona Alfonso II duca di Ferrara con accompagnamento magnifico di molta nobiltà, e vi concorsero ancora gli ambasciatori di tutti i potentati cattolici. Mostrò dipoi questo pontefice il medesimo desiderio ed ardore, che aveva già avuto il suo predecessore, per proseguir la guerra contro la potenza ottomana; e però spedì tosto nunzii e legati ai monarchi e principi della cristianità, per pregarli ed esortarli a così lodevole impresa. Confermò generale delle galee pontificie _Marcantonio Colonna_, già mandato innanzi dal sacro collegio ad imbarcarsi. Ma non vi fu che il re Cattolico _Filippo I_I, il quale contribuisce soccorsi, e questi anche lievi a paragon dell'anno precedente; perchè gravi sospetti correano che il re di Francia macchinasse guerra contro la Spagna e con qualche certezza si prevedevano perniciosi movimenti nei Paesi Bassi. Ventitrè sole galee con sei mila fanti ottenne il pontefice da _don Giovanni d'Austria_, senza che questi si volesse muovere da Messina col restante di sua armata, affin d'essere pronto ai bisogni occorrenti del Cattolico monarca. Contuttociò unite che furono, dopo gran ritardo, queste forze con quelle de' Veneziani, comandate dal nuovo generale _Jacopo Foscarino_, trovossi la flotta cristiana gagliarda di centocinquanta galee, ventitrè navi, sei galeazze e trenta altri legni minori. Ad onta della gran rotta dell'anno addietro, avea potuto la Porta ottomana formare una flotta di ducento sessanta tra galee, galeotte e fuste, con cinque galeazze: flotta nondimeno inferiore di nerbo e di coraggio alla cristiana. In traccia di costoro fecero vela i due generali Colonna e Foscarino. Ma il generale turchesco Uluccialì, uomo di sopraffina accortezza, benchè sempre mostrasse voglia di azzuffarsi, pure fuggì sempre ogni incontro, e sì artifiziosamente andò trattenendo i cristiani, che lor fece perdere il resto della campagna; laonde, appressandosi il verno, non altra gloria riportarono questi a casa, che quella di aver fatto paura ai nemici. Per altro a sì infelice successo contribuì non poco don Giovanni d'Austria, il quale ora facendo vista di voler passare al comando dell'armata, senza poi mantener la parola, ed ora facendo doglianze perchè senza di lui gli altri due generali tentassero di dar battaglia, imbrogliò non poco i disegni; e neppur si trovò grande armonia fra il Colonnese e il Foscarino: cose tutte che sommamente afflissero papa Gregorio.
L'anno fu questo in cui propriamente ebbe principio la ribellione de' Paesi Bassi contra del re Cattolico. Avea ben esso monarca mandato colà un general perdono, che fu pomposamente pubblicato in Anversa dal _duca d'Alva_ nel 1570, ma con poco frutto, perchè cotali riserve ed uncini conteneva l'indulto, che pochi ne mostrarono stima, e niuno ne fece allegrezza. E fin qui era andato fluttuando l'odioso affare delle gravezze imposte da esso duca tra le di lui minaccie e la disubbidienza e costanza di buona parte di que' popoli di non voler pagare: quando si avvisò il superbo reggente di mettere mano alla forza per conciliare rispetto alle sue leggi col gastigo dei renitenti. Allora apparve qual odio, quali mali umori covassero le genti di quelle provincie, soffiando spezialmente nel segreto fuoco con esortazioni e promesse di soccorsi il principe d'Oranges, animato dai protestanti di Germania e dagli ugonotti di Francia. Pertanto nell'Olanda, Zelanda e Frisia si diede fuoco ad un aperto ammutinamento e rivolta di molte città, dove principalmente avea preso radici la eresia, restando nulladimeno alla Chiesa ed al re ubbidiente la principal fra esse, cioè Amsterdam. Collegaronsi queste, prestarono una spezie di ubbidienza all'Oranges, da lui riceverono governatori e leggi. Ed ecco il principio della repubblica delle Provincie Unite, volgarmente appellata la repubblica Olandese, che andò poi a poco a poco crescendo pel concorso dei vicini Tedeschi, Franzesi ed Inglesi, tanto nella profession dell'eresia, quanto nella mercatura e nelle forze di mare, che arrivò a divenire una delle potenze più ricche dell'Europa, quale oggidì la miriamo. Il di più dee prenderlo il lettore da altre storie. Sia a me lecito di accennare anche un altro non men sonoro avvenimento della Francia, spettante all'anno presente. Durava la pace fra il _re Carlo IX_ e gli ugonotti; ma perciocchè il re, tenendo davanti agli occhi le tante infedeltà ed insolenze passate di quegli eretici, e temendone sempre delle nuove, tuttodì cercava la via di vendicarsene e di opprimerli; finalmente si fermò nella risoluzion seguente. In occasione ch'era concorsa a Parigi copia di coloro, e spezialmente di nobili, per le nozze di _Arrigo re di Navarra_ (eretico che a suo tempo vedremo re di Francia) con _Margherita di Valois_ sorella cattolica del suddetto re Carlo, segretamente fu dato ordine dal re che nella notte precedente al dì 24 di agosto, ossia alla festa di san Bartolomeo, si uccidessero tutti gli ugonotti. Grande strage fu fatta di loro in Parigi, unitosi il popolo ai soldati del re contro gli odiati nemici della religion cattolica; e quivi ne perirono circa due o tre mila, come scrissero l'Adriani e lo Spondano, e non già dieci mila, come altri hanno scritto, fra' quali si contarono quasi quattrocento gentiluomini che godeano gradi onorati di milizia: esecuzione, in cui restarono involti anche molti innocenti cattolici, perchè ricchi. Andò poi un regio bando, che più non s'incrudelisse contro gli Ugonotti, ma non fu a tempo per trattenere i cattolici di Lione, Tolosa, Roano ed altre città, dal mettere a fil di spada quanti di quella setta caddero nelle lor mani. Famoso perciò divenne in Francia questo macello col nome delle Nozze parigine e della Notte di San Bartolomeo. Lascerò io disputare ai gran dottori intorno al giustificare o riprovare quel sì strepitoso fatto, bastando a me di dire che per cagion d'esso immense esagerazioni fece il partito degli ugonotti, e loro servi di stimolo e scusa per ripigliar l'armi contra del re. Nel settembre di questo anno terminò i suoi giorni _Barbara d'Austria duchessa_ di Ferrara, in cui fra le molte virtù spezialmente si distinse la pietà, ereditaria dote della nobilissima casa d'Austria.
NOTE:
[468] Rerum Italicarum, tom. 6.
[469] Ghirardacci, Storie di Bologna.
Anno di CRISTO MDLXXIII. Indizione I.
GREGORIO XIII papa 2. MASSIMILIANO II imperad. 10.
Molte e grandi consulte, per gl'impulsi spezialmente di _papa Gregorio_, fatte furono nella corte di Madrid, in Roma e Venezia, per formare un armamento più formidabile dei precedenti contro l'imperio ottomano. Si calcolò che il re Cattolico armerebbe centocinquanta galee, cento i Veneziani e cinquanta il pontefice. Ma con tutti questi bei consigli, assai chiarita la repubblica veneta che in fare i conti sugli aiuti altrui, e sulla buona sinfonia delle leghe, sovente si falla; e che dopo l'insigne vittoria di Lepanto comparivano vigorose come prima le forze de' Musulmani; e che niun conquisto si era fatto finora, e sol gravissimi danni aveano patito i suoi littorali: trattò di pace col gran signore, e la conchiuse per mezzo di un suo ministro nel mese di marzo, e la ratificò nel seguente aprile, con promettere, dopo tanti milioni inutilmente spesi nella passata guerra, di pagare per tre anni cento mila scudi di oro annualmente al superbo sultano. Chi in bene e chi in male parlò di questa pace; ma sopra gli altri se ne risentì vivamente il pontefice, per veder fatto un passo di tanta importanza senza saputa sua; e maltrattato con acerbe parole Paolo Tiepolo mandato apposta ambasciatore, che gliene diede la nuova, ordinò che questo gli si levasse davanti. Andò tanto innanzi lo sdegno e lo sparlare del popolo romano contra de' Veneziani, che il Tiepolo, temendo di qualche insulto, fu forzato ad armar di gente il suo palazzo e ad uscirne con molta cautela. Vi volle del tempo a quetare l'adirato pontefice, ma infine si quetò. Con tranquillità di animo, all'incontro, accolse il re _Filippo II _questa nuova, anzi lodò la prudenza veneta, siccome quegli che da molto tempo meditava un'altra impresa, ed avrebbe anche desiderato che nel precedente anno a quella sola avessero accudito l'armi de' collegati. Essendo stato cacciato da Tunisi nell'anno 1571 il bey o dey Amida per le sue crudeltà, il famoso corsaro Uluccialì re d'Algeri s'impadronì ancora di quella città. Conservavasi tuttavia in potere del re di Spagna la Goletta, fortezza posta in faccia al porto di Tunisi; fece Amida ricorso al re Cattolico, rappresentandogli la facilità di riacquistar quella città, e il re, che ardeva di voglia di dar qualche gastigo ad Uluccialì per le insolenze e per li danni che colui recava ai lidi cristiani, segretamente ordinò a _don Giovanni d'Austria_, soggiornante coll'armata navale in Sicilia, di far quella impresa. Non si aspettava Uluccialì una tal visita, e però colla flotta turchesca andava rondando per le riviere di Albania, dove tuttavia altro non fece che saccheggiar la città di Castro. Con sole cento sei galee sottili fece vela dai porti della Sicilia don Giovanni, non avendo potuto le navi cariche di gente pel vento contrario uscire dal porto di Trapani. Giunto egli nel dì 8 di ottobre alla Goletta, lo spavento entrò siffattamente nella città di Tunisi, che la maggior parte degli abitanti col loro meglio se ne fuggì. Però senza pericolo o fatica vi entrarono l'armi cristiane, le quali poco tardarono ad impadronirsi anche di Biserta, lontana da Tunisi dieci miglia. Ma perchè si trovò essere troppo odiato Amida in quelle contrade, e nacque pensiero agli Spagnuoli di poter conservare quella gran città sotto il dominio del loro monarca, don Giovanni vi lasciò con titolo di vicerè o governatore Maometto cugino di Amida, ed ordinò che quivi si fabbricasse una fortezza atta a signoreggiar la città dalla parte della Goletta. Alla fabbrica d'essa fu lasciato Gabrio Serbellone con tre mila Spagnuoli; altrettanti Italiani sotto Pagano Doria ivi restarono: il che fatto, si restituì don Giovanni con gloria a Messina, e indi a Napoli, da dove si mise poi in viaggio alla volta di Spagna, chiamatovi dal re per altri bisogni.
Continuò in quest'anno la guerra in Francia fra il _re Carlo IX_ e gli ugonotti; e in Fiandra fra que' ribelli e il _duca d'Alva_. Al trovarsi quel duca assai vecchio e mal concio per la podagra, e più al vedersi cotanto odiato dai popoli, avea più volte chiesta licenza di tornarsene in Ispagna. La impetrò in quest'anno, e forse con discapito degli affari del re in Fiandra; perchè s'egli col suo crudele e sempre detestabile governo avea eccitato sì lagrimevole incendio in quelle contrade, il credito non di meno e la sua maestria nell'arte della guerra tenea in somma apprensione il principe di Oranges e i sollevati: il perchè motivo per loro di allegrezza fu la di lui partenza. Andò alla corte, e fu ben ricevuto; da lì nondimeno a qualche tempo restò confinato in Uceda; ma meritava ben altro un uomo sì inumano. Fama correa che dieciotto mila Fiamminghi di ordine suo per mano del carnefice avessero perduta la vita. Era vacato per la morte di _Sigismondo Augusto_ il trono di Polonia, e molti competitori si affacciarono aspiranti a quella corona. Tanti maneggi (consistenti per l'ordinario nel buon uso dell'oro) furono fatti da _Carlo IX re_ di Francia, che gli riuscì di far cadere l'elezione in _Arrigo duca d'Angiò_, suo minor fratello: elezione nulladimeno aggravata da molte dure condizioni, delle quali parla la storia. Passò in Francia una bella ambasceria di Polacchi per sollecitar questo principe a consolar colla sua presenza chi l'aspettava con singolar divozione. Sul fine di settembre si mosse il re novello verso la Polonia, e non giunse colà se non sul fine del seguente. Attentissimo sempre al bene della religione _papa Gregorio XIII_, istituì nell'anno presente in Roma il collegio germanico coll'annua dote di dieci mila scudi d'oro, affinchè almen cento giovinetti quivi si educassero, e nelle scienze e lingue si addottrinassero. Ne diede la cura ai padri della compagnia di Gesù sì da lui amati e favoriti, che qualunque grazia e privilegio a lui chiesero, tutto ottennero. Dimorava in questi tempi _Cosimo gran duca_ di Toscana in Pisa, lasciando a _don Francesco_ suo primogenito le cure del governo. Poca era la sua sanità; sopraggiunse ancora un sì pernicioso accidente al corpo suo, che ogni suo membro restò impotente al suo uffizio. Nulladimeno la mente ritenne sempre il suo vigore, se non che si cominciò a preveder vicina la sua morte.
Anno di CRISTO MDLXXIV. Indizione II.
GREGORIO XIII papa 3. MASSIMILIANO I imperad. 11.
Mancò infatti di vita nel dì 21 di aprile _Cosimo I gran duca_ di Toscana, principe degno d'immortale memoria, quantunque non privo di nei, secondo l'umano costume; ad esaltare il quale da stato civile privato cooperò la fortuna; e ad assodarlo e a farlo crescere in potenza contribuì il raro suo senno. Di _donna Leonarda di Toledo_ sua prima moglie lasciò _don Francesco_, che fu il secondo gran duca, e _Ferdinando cardinale_, che fu poi terzo gran duca. Dopo la morte di donna Leonora s'invaghì di una povera giovinetta, per nome _Camilla Martelli_, e un pezzo la tenne ai suoi piaceri. Ma infine, per le forti istanze di _papa Pio V_, che un parzial genio professò sempre a questo principe, la sposò, e di essa ancora ebbe prole. Sopravvissero parimente a lui due altri figli, cioè _don Pietro_ e _don Giovanni_, che si segnalarono nel mestier della guerra. A Cosimo dunque succedette il primogenito _don Francesco_, che in ingegno non cedeva al padre, ma che non corrispose dipoi alla espettazion de' suoi sudditi colla saviezza del viver suo. Morì anche nell'anno presente _Guidubaldo della Rovere_ duca di Urbino, principe rinomato pel suo valore, ma che nel precedente anno, per aver voluto imporre delle nuove gravezze ai suoi sudditi, avea dato motivo ad una ribellione, che fu quetata per opera del pontefice, ma che si tirò dietro la morte e l'esilio di molti. Ebbe per successore _Francesco Maria_ suo figlio, il quale diede buon principio al suo governo, con richiamare i banditi dal padre, e chiunque era fuggito, e con restituire ad ognuno i beni confiscati. In questi tempi _Guglielmo duca_ di Mantova ottenne da _Massimiliano Augusto_ il titolo di duca del Monferrato. Riuscì poi l'anno presente assai funesto alla cristianità per più di un lagrimevol accidente. Già dicemmo presa in Africa la città di Tunisi dall'armi del re Cattolico. Uluccialì per questa perdita altamente adirato, seppe così ben adoperare il credito, che egli godeva alla Porta ottomana, siccome ammiraglio di quella potenza, che ottenne dal gran signore Selim un potente esercito per mare e per terra, affine di ricuperarla. Se vogliam credere alle relazioni d'allora, quattrocento legni tra galee, galeotte e navi da carico con circa cinquanta mila Turchi (numero forse alterato) condusse egli come generale di mare a quella volta: nel qual mentre anche Sinan bassà, genero del gran signore, e generale di terra, comparve colà con quindici mila Mori ed Arabi a cavallo. Non era peranche perfezionato il forte già disegnato in Tunisi, mancandovi la fossa, ed essendo i bastioni appena alzati alla statura d'un uomo, perchè non vennero somministrati a tempo i necessarii aiuti. Contuttociò Gabrio Serbellone, lasciato ivi per fabbricarlo, si preparò per una gagliarda difesa. Nella fortezza della Goletta, che potea far più resistenza, e veniva creduta inespugnabile, si trovò don Pietro Portocarrero, governatore di poca perizia, e insieme provveduto di molta albagia, che ricusò sulle prime di colà ammettere un rinforzo d'Italiani, perchè, secondo lui, dovea essere dei soli Spagnuoli la gloria di rintuzzare l'orgoglio turchesco. Ma i fatti riuscirono ben diversi dalle parole e speranze. Nello stesso tempo Sinan strinse d'assedio la Goletta ed il forte, e sì vigorosamente affrettò i lavori, che nel dì 25 d'agosto a forza d'armi mise il piede entro la Goletta, con tagliare a pezzi la maggior parte di que' difensori. Il Portocarrero, il figlio del re Amida e circa trecento soldati rimasti vivi, furono condotti in ischiavitù, e smantellata quella fortezza. Dicono che vi si trovarono cinquecento pezzi d'artiglieria tra grossi e minuti. Costò la vita anche ad alcune migliaia di Turchi l'ostinato assedio dell'altro forte, sostenuto con somma bravura dal Serbellone contro più assalti datigli dal feroce nemico. Ma finalmente, mai non comparendo i promessi soccorsi, anch'esso nel dì 12 di settembre si vide soccombere all'empito delle forze turchesche colla morte di quasi tutti i cristiani, e fra gli altri di Pagano Doria, trovato ivi gravemente malato. Il Serbellone, trattato barbaramente da Sinan, fu menato schiavo e in trionfo a Costantinopoli. Questa grave perdita, queste continuate prosperità della potenza ottomana faceano venir freddo agl'Italiani. I Veneziani per sì gran movimento dell'armi turchesche, sapendo il poco capitale, che può farsi della fede di que' Barbari, e delle paci stabilite con essi, furono obbligati ad un nuovo gagliardo armamento, e ad implorar gli aiuti del papa e del re Cattolico. E veramente il sultano Selim, gonfio per la fresca vittoria, già macchinava di portar la guerra in Candia, e forse avrebbe eseguito il mal pensiero, se la sua morte accaduta sul principio dell'anno seguente oppure verso il fine del presente, con succedergli il figlio Ammurat, non avesse fatto abortir le meditate sue idee.
Provossi in Francia un'altra disavventura, per aver quivi terminata la carriera del suo vivere il _re Carlo IX_, in età di ventiquattro anni nel dì 30 di maggio. Troppo appassionato era per la caccia, e fu creduto che per gli eccessi di essa egli si guadagnasse una mortal febbre con isputo di sangue, per cui passò all'altra vita. S'egli campava, siccome zelantissimo per la religione cattolica, e dotato di spiriti guerrieri, potea sperarsi che avrebbe purgato il suo regno dalla gramigna ereticale. In male stato restò per la sua morte la Francia, perchè si trovava in Polonia _Arrigo III_ suo fratello e successore; e la regina _Caterina de Medici_ sua madre, lasciata reggente, tali forze e consiglio non aveva da frenare i sempre inquieti ugonotti, i quali si diedero tosto a far maneggi coi protestanti della Germania, per turbare la pace. Pertanto ella sollecitò il figlio Arrigo, che appena era stato coronato re dai Polacchi, a tornarsene al suo regno, più di lunga mano desiderabile che quello di Polonia. Avendo Arrigo trovato delle difficoltà nei magnati polacchi alla sua rinunzia e partenza, con allegar essi la necessità di raunar per questo la dieta di tutto il regno, stimò egli meglio di mettersi in viaggio alla sordina, ossia di fuggire. Lo inseguirono i Polacchi, ma nol poterono raggiugnere. Passata felicemente la Germania, arrivò in Italia, e nel dì 17 di luglio entrò in Venezia, dove concorsero personalmente ad attestargli il loro ossequio _Emmanuel Filiberto duca_ di Savoia, _Alfonso II duca_ di Ferrara e _Guglielmo duca_ di Mantova; Andrea Morosino, non so come, il chiama Francesco. La suntuosità degli apparati, dell'accompagnamento e dei divertimenti dati dalla sempre magnifica repubblica veneta a questo giovane monarca, esigerebbe più fogli da chi prendesse a descriverla. Nel dì 29 di luglio, accompagnato dal suddetto duca di Savoia e dal duca Alfonso, fece il re la solenne sua entrata in Ferrara, dove fermatosi per due soli giorni (tanta era la sua fretta), ricevè suntuosi passatempi e superba accoglienza. Volò poscia a Torino, accompagnato sempre da essi duchi, e quivi fu forzato a fermarsi per dodici giorni, affine di preparargli una possente scorta di alcune migliaia di fanti e di circa mille cavalli, con cui potesse andar sicuro dalle insidie degli eretici ribelli del Delfinato. Ma contuttociò non gli passò netta, avendogli coloro tolta nel passaggio una parte del suo equipaggio: il che fu cagione ch'egli, inclinato prima alla pace, prendesse poi la risoluzione di far loro guerra. Si servì di questa buona occasione il duca di Savoia per far gustare al re le ragioni sue sopra le terre a lui occupate dal re suo padre. E con frutto; perciocchè quantunque _Lodovico Gonzaga, duca_ di Nevers e governator di Saluzzo, mettesse quanti ostacoli mai potè alla buona intenzione del re Arrigo: pure appena giunto esso re a Parigi, spedì ordine che fossero restituiti al duca Pinerolo e Savigliano, luoghi che lo stesso duca diceva essere le chiavi di sua casa. Semi di gran rottura e di guerra civile si videro in Genova per gara di comando insorta fra i nobili vecchi e nuovi di quella città. Crebbe poi questa discordia nell'anno seguente, siccome diremo.
Anno di CRISTO MDLXXV. Indizione III.
GREGORIO XIII papa 4. MASSIMILIANO II imperad. 12.
Non poteano i nobili nuovi di Genova digerire, che nel governo della repubblica la nobiltà vecchia godesse più autorità di quel che conveniva, e che i principali uffizii a lei si dessero. Chiunque ha letto nei precedenti secoli a quante guerre civili e rivoluzioni sia stata esposta quella nobilissima e potente città, e come facilmente ivi si accendesse il fuoco della discordia, nulla si stupirà che per questi tempi ancora in quel popolo dotato di gran vivacità si ravvivassero le gare, non volendo gli uni essere da meno degli altri. Sollevossi inoltre una terza fazione, cioè la popolare, perchè, trovandosi da molti anni in qua escluso il basso popolo da tutti gli onori e magistrati del governo, al quale anticamente era ammesso, con esser anche talvolta giunto ad usurparselo tutto, non cessava di mormorare della nobiltà, e di aspirare almeno a parte dell'autorità perduta. Fu appunto commosso il popolo dai nobili nuovi a sollevarsi, per abbattere i vecchi. Andò tanto innanzi la gara, e il pericolo di una fiera sedizione, massimamente allorchè fu per eleggersi un nuovo doge, che i nobili vecchi per minor male della patria giudicarono meglio di ritirarsi fuori della città, e di cedere al tempo. Dall'una e dall'altra parte furono spediti ambasciatori a tutti i principi della cristianità per guadagnarli cadauno in suo favore. Ora tanto il papa quanto l'imperadore e il re Cattolico, per la premura che aveano di conservar la pace in Italia, spedirono colà i lor ministri, con incaricarli di fare il possibile per quetar quelle turbolenze; e massimamente per parte del pontefice vi fu spedito il _cardinal Morone_, uomo di mirabil destrezza nel maneggio degli umani affari. Ma si trovarono sì dure le teste dell'una e dell'altra fazione, che gran tempo restò inutile la diligenza dei pacieri. Fecero buon armamento tanto i rimasti in città che gli usciti, e si venne alle ostilità, con avere i nobili vecchi occupate le terre di Porto Venere, Chiavari, Rapallo, Sestri e Novi. In favore di questi maggiormente inclinava il re Cattolico _Filippo II_. Anzi gran gelosia recò ai cittadini l'essersi fermato in que' mari don _Giovanni d Austria_, nel mentre che passava a Napoli con cinquanta galee: laonde fu in armi tutta la città. Voce corse ch'esso don Giovanni, se gli veniva fatta, meditasse d'insignorirsi di quella città, mosso da privato desiderio di acquistare un bel dominio per sè: del che poi ne fece risentimento il re Cattolico. Altri poi dissero che d'ordine dello stesso re si fermò in quelle parti per dare maggior polso ai trattati di pace, o per impedire che alcun principe non entrasse in quel ballo. Certo è che il buon pontefice scrisse per questo lettere di fuoco a don Giovanni, minacciandolo di collegar contra di lui tutti i principi d'Italia, se nulla avesse tentato contro la libertà de' Genovesi. Intanto dall'una parte _Arrigo III _re di Francia avea spinte le sue armi a quei confini; e il _gran duca Francesco_ avea fatto lo stesso dal canto suo, con aver ammassati dieci mila fanti. Dio volle che infine, per opera spezialmente di Matteo Senarega, uno dei nobili nuovi, uomo savissimo, fu fatto da amendue le parti un libero compromesso nel papa, nell'imperadore e nel re di Spagna, con deporre l'armi e licenziar le soldatesche forestiere. Si prolungò poi l'accomodamento sino al marzo dell'anno seguente, in cui, fissate le regole di quel governo, tornò a rifiorir la pace in quella insigne città e repubblica.
Fu quest'anno riguardevole pel giubileo romano, di cui molto per tempo fece il pontefice _Gregorio XIII_ precorrere l'avviso e l'invito per tutta la cristianità. Tale fu il concorso della gente a Roma, allorchè sul fine del precedente anno si aprì la porta santa, che fu creduto ascendere a non meno di trecento mila persone. Continuò questo concorso nell'anno presente, di modo che pochi giorni furono, nei quali non si contassero in quella gran città circa cento mila forestieri, venuti per divozione da tutte le parti dell'Europa. Tenuto fu per mirabil cosa, che essendo già penetrata in Trento, e in alcun'altra città d'Italia la peste, e facendo essa una terribil strage in qualche luogo della Sicilia, pure, non ostante la folla di tanta gente venuta al giubileo, niun caso accadde in Roma. Gran cura ebbe il pontefice che quivi abbondasse in tal occasione la grascia, e di copiose limosine dispensò egli anche ai poveri. Altrettanto fecero varii di que' ricchi cardinali e baroni, ed alcune pie congregazioni. Fra gli altri luoghi pii si distinse quello della santissima Trinità, il quale dai 25 del precedente dicembre sino al dì 22 di maggio diede l'ospizio e il vitto per più d'un giorno a novantasei mila ed ottocento quarantotto pellegrini. Compiè parimente il papa in questi tempi l'insigne fabbrica del ponte senatorio, ossia di Santa Maria sopra il Tevere. Ruzzavano intanto fra loro i principi d'Italia per pretensioni di maggioranza e per la vanità dei titoli. Quello di gran duca, dato da _Pio V_ al fu _Cosimo I_, avea spezialmente alterati gli spiriti, perchè il duca di Savoia per varii titoli si tenea da più del fiorentino. Quel di Ferrara gran tempo era che combatteva per questo anch'egli coi gran duchi; nè quel di Mantova volea cedere all'estense. Anche in Roma insorse la discordia per la precedenza, che il papa volle dare ad un principe sopra gli ambasciatori regi. Ma _Francesco gran duca_ fece tanto in quest'anno e nel seguente, che l'_imperador Massimiliano II_ conferì a lui, come cosa nuova, il titolo di gran duca, siccome costa dai documenti rapportati dal Lunigo. Similmente nell'anno 1582 gli elettori dell'imperio riconobbero la preminenza dei duchi di Savoia sopra dei gran duchi. Tal decreto vien riferito dal Guichenone e dal suddetto Lunigo. Ai principii del regno di _Arrigo III re_ di Francia non mancarono gravi turbolenze, perchè _Francesco duca d'Alanson_ suo fratello si gittò nel partito dei malcontenti e degli eretici, e si fecero dei gran preparamenti per una nuova guerra. In Fiandra prosperarono gli affari dei cattolici contra dei ribelli eretici; ma altro vi volea che la ricuperazione d'alquanti luoghi per domar coloro, assistiti dalle potenze della Germania. Si congregò poi la gran dieta di Polonia per eleggere un re nuovo. Concorrevano a quella corona _Massimiliano imperadore, Giovanni re di Svezia, Giovanni Bosiliovitz_ gran duca di Moscovia, ed _Alfonso II duca_ di Ferrara. Maggior merito per l'ordinario suol ivi avere chi più spende a guadagnare i voti. Dopo molti contrasti da gran parte de' magnati, restò eletto Massimiliano; un'altra elesse _Anna_ sorella del _re Sigismondo_ defunto, con destinarle in marito _Stefano Batori_ principe di Transilvania, il quale infatti corse colà, e si fece coronare nell'anno seguente. Avea _Rodolfo_ figlio dell'Augusto Massimiliano già conseguite le corone dell'Ungheria e Boemia. Nell'anno presente, a dì 27 di ottobre, nella dieta di Ratisbona venne egli ancora eletto, e da lì a cinque giorni coronato re de' Romani. Era già salita in gran credito la congregazion dell'oratorio istituita in Roma da _Filippo Neri_, prete di santa vita. Ne ottenne egli in questo anno la confermazione da _papa Gregorio_.
Anno di CRISTO MDLXXVI. Indizione IV.
GREGORIO XIII papa 5. RODOLFO II imperadore 1.
Funestissimo si fece sentire l'anno presente alla Lombardia per la fierissima peste che si dilatò e fece stragi immense per varie città. Cominciò essa nell'anno addietro specialmente a spopolare la città di Trento, e a poco a poco andò serpeggiando per altre terre lombarde. Il suo maggior furore si provò in questi tempi. Portata a Venezia, fu disputato non poco se fosse vera peste passata dal Levante in Italia, oppure un'epidemia cagionata dalla strana siccità e dallo straordinario caldo del precedente anno. Chiamati colà da Padova Girolamo Mercuriale e Girolamo Capodivacca, pubblici lettori e grandi barbassori dell'arte medica, a spada tratta sostennero, quella essere influenza epidemica, e non vero contagio, contro il parere de' medici veneziani. Cagion fu il credito di amendue che non si prendessero le più rigorose precauzioni contra di così orrendo malore, finchè si giunse a vedere tutta piena di morti quella gran città. Se scornati non fuggivano que' satrapi della medicina, fu creduto che il popolo li avrebbe sacrificati al loro furore. Incredibil dunque fu in Venezia la mortalità, nè minore in Padova, Vicenza, Verona, Milano, Pavia e Genova. Mirabili pruove della sua incomparabil pietà e carità diede nella città di Milano in sì lugubre occasione il santo cardinale ed arcivescovo _Carlo Borromeo_. In Venezia per un tempo morirono settecento persone per giorno. Terminato il male, si trovò esser morti ventidue mila uomini, trentasette mila donne, e circa undici mila fanciulli dell'uno e dell'altro sesso. Fra gli altri in quel terribile conflitto lasciò la vita Tiziano Vecelli da Cadore, celebratissimo dipintore: se non che dalla morte fu burlato di poco, perchè già decrepito di novantanove anni, siccome abbiamo da più d'uno scrittore delle vite dei pittori. Non fece la peste a proporzion della popolazione tanta strage in Milano. Da una galeotta venuta da Levante fu essa portata anche a Messina, dove fama corse che perissero sessanta mila persone. Di là passò a Reggio e ad altri luoghi di Calabria, con fare dappertutto una miserabil desolazione di que' popoli. All'incontro, quelle città e terre che con buone e rigorose guardie fecero fronte a questo fiero nemico, ne rimasero preservate.
A far peggiorare gli affari della religione e del re di Spagna ne' Paesi Bassi assaissimo contribuirono i mali portamenti degli stessi Spagnuoli nell'anno presente. Imperciocchè essendo mancato di vita il gran commendatore _Requesens_, regio governatore di quelle contrade, si ammutinarono i soldati spagnuoli col motivo delle paghe da gran tempo non ricevute, e tal terrore misero anche negli amici e in chi dianzi era fedele al re, che quasi tutte quelle provincie formarono una confederazione tendente a cacciar di Fiandra l'odiata razza degli Spagnuoli. Maggiormente crebbe quest'odio dacchè quegli ammutinati pieni di ferocia, dopo aver dato il sacco a Mastrich e ad altri luoghi, si unirono nella cittadella di Anversa; e contuttochè quella città avesse ricevuto un gran rinforzo d'armati per sua sicurezza, pure usciti gli Spagnuoli, cotanto furiosamente si scagliarono contra di que' cittadini, che, superato ogni riparo, s'impadronirono della città. Fu creduto che sette mila di quegli abitanti ed ausiliarii fossero messi a filo di spada. Era allora Anversa città sommamente ricca, perchè colà approdavano in gran copia le merci e ricchezze dell'Indie Occidentali ed Orientali: commercio che poi passò ad Amsterdam con gran depressione d'essa Anversa. Per tre giorni fu dato alla misera città un orribil sacco. Dell'esorbitante preda, benchè venduta a vil prezzo, ricavarono que' masnadieri due milioni d'oro. Furono anche in sì funesta congiuntura bruciati alcuni superbi edifizii del pubblico, e da ottocento case di essa città. Se azioni di tanta crudeltà meritassero l'amore o l'odio de' Fiamminghi, non occorre che io lo dica. Quindi venne che molte terre e città state fin qui fedeli al re si ribellarono; e il principe d'Oranges ne seppe ben profittare, per maggiormente ingrossare il suo partito, e infiammar gli animi d'ognuno ad ostinarsi nella ribellione. Portato molto prima di questi fatti al _re Filippo II_ in Ispagna lo avviso di sì gravi disordini, se ne risentì allo scorgere che principalmente cresceano per colpa di chi avea l'incombenza di guarire que' mali. Spedì pertanto per le poste e per la Francia _don Giovanni d'Austria_ suo fratello in Fiandra col titolo e coll'autorità di governatore, lusingandosi che più il senno e la riputazione sua, che il suo valore, potessero sostenere quel troppo vacillante dominio. Arrivò egli colà sul principio di novembre, e tosto si applicò a cercar le vie più dolci per tirare a sè gli animi sconcertati di que' popoli. Anche _papa Gregorio_, all'intendere che don Giovanni cominciò a trattar di pace, colà spedì monsignor Castagna, affinchè non ne venisse detrimento alla religione. Accadde in questi tempi che mentre l'imperador _Massimiliano_ iva cercando aiuti per sostener le pretensioni sue sopra il regno di Polonia, trovandosi alla dieta di Ratisbona, fu più che mai sorpreso dalla palpitazion di cuore, male suo familiare, e quivi in età di soli anni trentanove pagò il debito della natura nel dì 12 di ottobre: principe per le sue belle doti e virtù degno di più lunga vita. A lui succedette il _re de' Romani Rodolfo_ suo figlio, non meno in tutti gli Stati della linea austriaca di Germania, che nella dignità imperiale. Si fece egli chiamare _Rodolfo II_ Augusto, tuttochè l'antenato suo _Rodolfo I_ fosse bensì re de' Romani, ma non mai godesse il titolo d'imperadore.
Anno di CRISTO MDLXXVII. Indizione V.
GREGORIO XIII papa 6. RODOLFO II imperadore 2.
I maggiori pensieri del _pontefice Gregorio_ erano sempre rivolti o alla difesa o all'accrescimento della religione cattolica, e ad opere, delle quali durasse anche ne' secoli avvenire l'utilità. Nel presente anno fondò egli in Roma il collegio de' Greci, affinchè quivi si ricevessero ed istruissero i giovanetti di quella nazione, insegnando loro spezialmente la antica lingua greca, le scienze e l'erudizione, onde tornati alle lor case potessero promuovere l'unione di quegli scismatici colla Chiesa cattolica romana. Cessò finalmente in Venezia la peste, e si restituì il commercio, ed allora fu che quel pio senato in rendimento di grazie a Dio per questo benefizio fece fabbricare la magnifica chiesa del Redentore, secondo l'architettura di Andrea Palladio. Diede qui fine ai suoi giorni nel dì 4 di giugno _Luigi Mocenigo_ doge di quella repubblica, e nel dì 11 d'esso mese in luogo suo fu eletto _Sebastiano Veniero_, quegli che fu generale nella gloriosa vittoria di Lepanto. Ma non terminò questo anno senza un terribile incendio, che nel dì 20 di dicembre consumò tutto il magnifico palazzo pubblico di Venezia, e massimamente la sala del gran consiglio, dove perirono i ritratti dei dogi, e molte altre insigni dipinture fatte da Gian-Bellino, da Tiziano, dal Pordenone e da altri valenti pittori, colle storie della pace seguita fra papa Alessandro III e Federigo I imperadore. Intanto di male in peggio andavano gli affari della religione in Francia e in Fiandra. Svegliossi di nuovo la guerra degli ugonotti o calvinisti contra del _re Arrigo III_, e quantunque l'armi dei cattolici prevalessero in molti luoghi, e il papa non mancasse di mandar buona somma di contanti in aiuto loro; pure il re, perchè scoprì fatta lega da quegli eretici con Elisabetta regina d'Inghilterra, col Palatino, col principe d'Oranges e con altri protestanti di Germania, si lasciò indurre a far pace con loro. Fu questa conchiusa nel parlamento della città di Blois, e ordinato che per tutto il regno pubblicamente si esercitasse la sola religione cattolica, ma con permettere la libertà delle coscienze ad essi ugonotti, e l'esercizio della falsa loro credenza nelle loro case, nei luoghi posseduti dai baroni, e in un borgo almeno di cadauna provincia, con altri vantaggi di quella setta: il che non si può dire qual gran dispiacere recasse al pontefice ed a tutti i buoni cattolici. E soprattutto se ne risentì molto il re di Spagna, ben prevedendo le perniciose conseguenze che produr potrebbe nei Paesi Bassi questo esempio, e come da lì innanzi sarebbe facile agli ugonotti il dar calore e braccio alla ribellione fiamminga.
Presero infatti nell'anno presente in Fiandra una pessima piega quegli affari. Troppo erano esacerbati gli animi di que' popoli contro gli Spagnuoli; però si accordarono tutte le diecisette provincie in non voler riconoscere _don Giovanni d'Austria_ per loro governatore, s'egli non cacciava da' lor paesi le soldatesche spagnuole, con protestar nondimeno di voler sempre salda l'ubbidienza al re Cattolico, e la conservazione della religione cattolica romana. Tal protesta veniva dal cuore di molti di que' popoli; ma non pochi altri coi desiderii e coi disegni interni smentivano ciò che dicea la voce, null'altro aspettando, se non che fossero licenziati gli Spagnuoli, per poter fare peggio di prima. Stette perplesso un pezzo don Giovanni, s'egli dovea cedere a così dure condizioni. Tale era nondimeno la premura sua di calmar quell'incendio, che si lusingò di venirne a fine con darsi per vinto. Ebbe maniera d'indurre gli ammutinati spagnuoli a passare in Italia; entrò poi fra gli strepitosi viva in Brusselles; gli fu prestato il giuramento; parve cessata affatto tutta la passata burrasca. Ma che? chiunque avea il cuor guasto dall'eresia, e massimamente gli Olandesi e Zelandesi cominciarono a mostrarsi renitenti a sottoscrivere l'editto che obbligava a ritener la sola fede romana. Il principe di Oranges movea quante macchine potea per alienar gli animi dall'ubbidienza, e per attizzare il fuoco. Fu infine creduto ch'egli tentasse di fur prigione don Giovanni, il quale certo è che oramai accortosi del passo falso da lui fatto, e che ogni giorno più veniva scemando la sua autorità, fu costretto a ritirarsi a Namur, e a richiamar d'Italia gli Spagnuoli. Sicchè si venne a nuova rottura. L'Oranges fu chiamato come per dittatore dell'unione di tutte le provincie; e perciocchè egli cominciò ad operare con gran despotismo, quegli Stati passarono alla risoluzione di eleggere un nuovo governatore, e con istupore d'ognuno scelto fu l'_arciduca Mattias_, il quale senza saputa e consenso dell'Augusto suo fratello _Rodolfo_ (almeno questi così protestava) passò in Fiandra, e fu, con quelle condizioni che vollero gli elettori, proclamato governatore, ed obbligato a prendere per luogotenente il principe d'Oranges. Oh allora sì che maggiormente s'imbrogliarono le carte in que' paesi, e l'eresia sguazzò.
Anno di CRISTO MDLXXVIII. Indiz. VI.
GREGORIO XIII papa 7. RODOLFO II imperadore 3.
Alessandro _Farnese_, figlio primogenito di _Ottavio duca_ di Parma e Piacenza e di _Margherita d'Austria_ figlia di Carlo V imperadore, portò dall'utero materno un genio bellicoso, ch'egli poi maggiormente andò accrescendo colla pratica dell'armate e con l'esercizio dell'arti cavalleresche. Al valor dell'animo, che prometteva un eroe, corrispondeva anche il vigore del corpo; ed era perciò tenuto per una delle valorose spade che allora si contassero in Italia. Avea già fatto il noviziato della milizia nella flotta di _don Giovanni d'Austria_ suo zio, ed allorchè riportarono i cristiani l'insigne vittoria di Lepanto contra de' Turchi, fece maraviglie di sua persona. Trovavasi egli in Abbruzzo colla madre, quando venne ordine da _Filippo II re_ di Spagna che tornassero di Italia in Fiandra le milizie spagnuole già licenziate dal suddetto don Giovanni. Desiderò esso monarca che in tal congiuntura anche Alessandro passasse colà. Fu egli parimente invitato con più lettere dallo stesso don Giovanni; ed il _pontefice Gregorio_ col _cardinal Farnese_ assaissimo approvò la di lui andata. Nulla più che questo sospirava il principe di Parma, e però, senza che il trattenessero le lagrime della madre, colà s'inviò. Giunto in Fiandra sul fine del precedente anno, trovò quivi in pessimo stato gli affari del re, e decaduta non poco la sanità di don Giovanni. Unironsi intanto le milizie venute d'Italia, parte spagnuole e parte italiane, con altre raccolte in Borgogna e Germania, tutta gente scelta, con cui si formò un corpo di diciotto mila soldati. Varii capitani italiani di gran nome fra essi militavano. Ottavio Gonzaga generale della cavalleria, Annibale Gonzaga, Vicenzo Caraffa, Pirro Malvezzi, Giambatista e Camillo del Monte, ed assaissimi altri. Accadde che i Fiamminghi confederati, avendo unita un'armata di venti mila combattenti, si erano messi in capo di cacciar don Giovanni da Namur, e colà a questo fine a bandiere spiegate s'inviò l'esercito loro. Ma appena furono a vista di quella città i lor capitani, che, probabilmente informati delle forze di don Giovanni, batterono la ritirata, e s'incamminarono per ricoverarsi a Gemblù ossia Geblurs. Avea don Giovanni già ordinate le sue schiere, credendo venuti i nemici per un fatto d'armi; udito poi ch'ebbe come retrocedevano, spinse loro dietro la sua cavalleria, alla testa di cui volle essere il principe di Parma. Intenzione di don Giovanni era che si andasse pizzicando la coda de' nemici, e si frastornasse la lor marcia, tantochè avesse tempo da poterli raggiugnere colla fanteria. Ma il Farnese nelle vicinanze di Geblurs animosamente andò a ferire nella cavalleria nemica, la qual non fece gran resistenza, e poi piombò addosso alla fanteria con tal prestezza, che appena sul fin della danza potè arrivar don Giovanni con parte de' suoi fanti a compiere la strage de' vinti. Famiano Strada, intento sempre ad esaltar il suo eroe, fa ascendere il numero de' Fiamminghi morti e prigioni a dieci mila. Il cardinal Bentivoglio più moderato scrive, essersi sparsa la fama che ne restassero uccisi intorno a tre mila, oltre a un gran numero di prigioni. Questa vittoria mise tal paura all'_arciduca Mattias_ e all'Oranges, che scapparono ad Anversa. Arrenderonsi poscia Lovanio ed altre terre a don Giovanni, ed altre, fra le quali Limburgo, furono sottomesse colla forza dal principe di Parma. Riuscì, all'incontro, anche a' nemici di mettere il piede nella riguardevol città d'Amsterdam, e di quivi piantar la scuola di Calvino.
Intanto, non senza sospetto di veleno, mancò di vita _don Giovanni d'Austria_, principe che lasciò dopo di sè una illustre memoria del suo valore, della sua saviezza e della sua pietà. Dichiarò egli, per quanto poteva, governatore nei Paesi Bassi _Alessandro Farnese_: risoluzione che fu poi approvata dalla corte di Spagna. Non poteva il re Cattolico metter in mani migliori la sì torbida e titubante signoria di quegli Stati. In questi tempi l'indefesso _pontefice Gregorio_, tenendo l'occhio a tutto ciò che poteva influire ai vantaggi della cristianità, all'udire che il giovane _don Sebastiano re_ di Portogallo risoluto era di muover guerra ai Mori africani, se crediamo al Cicarelli[470], fece una leva di cinque mila fanti italiani, e li spedì in rinforzo di esso re sotto il comando di un Inglese, che per la cognizione de' paesi promise la conquista di varie città. Ma ciò non sussiste. Mandò bensì il pontefice secento fanti per mare in aiuto dei cattolici d'Irlanda; ma fu accidente che nel passaggio servissero il re Sebastiano. Era questo re assai ricco di pensieri bellicosi, ma povero di prudenza, badando egli più agli adulatori che a' savii suoi consiglieri. Lo stesso _re Filippo II_ l'avea dianzi dissuaso da sì pericolosa impresa, siccome consapevole delle forze tanto più poderose del re di Fez e di Marocco. Ciò non ostante, Sebastiano nell'anno presente, raunati circa tre mila combattenti, passò baldanzosamente con essi lo Stretto in varii tragitti verso il fine di giugno, e cominciò la guerra contra di quegl'infedeli. Venne poi nel dì 4 d'agosto ad un terribil fatto d'armi con essi, senza punto sgomentarsi benchè, coloro lo sfidassero alla zuffa con esercito quattro volte maggiore del suo. Andò in rotta l'armata cristiana, e vi restò ucciso lo stesso re don Sebastiano colla principal nobiltà di Portogallo: disavventura che non solamente recò grande affanno alla cristianità, ma si tirò dietro ancora una considerabil alterazione nel Portogallo. Perchè Sebastiano non ebbe moglie nè figli, il _cardinal Arrigo_ suo gran zio, assai vecchio, fu proclamato re, ed incaricato di dichiarare il suo successore alla corona. Compiè il corso del suo vivere in quest'anno a dì 3 di marzo il glorioso doge di Venezia _Sebastiano Veniero_, a cui nel dì 18 d'esso mese succedette _Niccolò da Ponte_ in età d'anni ottantasette. Anche in Firenze terminò i suoi giorni _Giovanna d'Austria_ gran duchessa di Toscana, principessa per le sue singolari virtù amata sommamente dal _gran duca Francesco_ suo consorte e da tutti quei popoli. Nell'ottavo mese di sua gravidanza morì, e seco lei un principino, che si sperava col tempo successore del padre in quel dominio. Si scoprì anche nel presente anno in Firenze una congiura di alcuni nobili contro la persona del medesimo gran duca e de' fratelli. A molti costò la vita un tale attentato. Principii di guerra insorsero fra _Alfonso II duca_ di Ferrara e i Bolognesi a cagione del fiume Reno. Avea permesso il duca _Alfonso I_ avolo suo a' Bolognesi l'introduzione di quel fiume, o gran torrente, nel ramo del Po che scorreva presso Ferrara: concessione, che il tempo fece conoscere troppo pregiudiziale al Ferrarese, perchè quel torbidissimo fiume cagionava frequenti rotte nel Po, e giunse infine ad interrarne l'alveo di tal maniera, che cessò quel ramo, e si voltarono tutte l'acque all'altro maggiore ramo del Po che ora miriamo. Si venne per questo all'armi e alle offese fra i due popoli. Ma _papa Gregorio XIII_, che sempre fu un insigne conservatore della pace in Italia, s'interpose, e fatte depor l'armi, avocò a sè la decision di quelle liti. Nacque nell'anno presente a dì 27 di aprile a _Filippo II re_ di Spagna un figlio, a cui fu posto il nome paterno. Succedette egli col tempo al padre; giacchè in questo medesimo anno la morte rapì ad esso monarca l'altro maggior figlio _don Ferdinando_; e _don Diego_, allora maggiore d'età, non sopravvisse al padre, essendo mancato di vita da lì a cinque anni.
NOTE:
[470] Cicarelli, Vita di Gregorio XIII.
Anno di CRISTO MDLXXIX. Indiz. VII.
GREGORIO XIII papa 8. RODOLFO II imperadore 4.
Andavano ben d'accordo il _pontefice Gregorio_ e _Filippo re_ di Spagna in conservar la quiete d'Italia; e però qui si godeva una somma tranquillità, e solamente aveano luogo le arti e i divertimenti della pace. In quest'anno ancora esso pontefice, siccome quegli che ogni dì pensava a lodevolmente impiegare i beni e le rendite del sacrario e dei suoi Stati, instituì in Roma un nobile collegio per gl'Inglesi, volendo che ivi si allevassero cinquanta giovani di quella nazione, e loro s'insegnassero le scienze. A tal fine assegnò a quel luogo l'annua rendita di tre mila scudi d'oro. Fece ancora fabbricare un ponte a Forlì sul fiume Montone per comodo de' viandanti. Passarono alle seconde nozze in quest'anno due dei primarii principi dell'Italia, cioè _Alfonso II duca_ di Ferrara, con cui si accoppiò _Margherita_ figlia di _Guglielmo duca_ di Mantova. Questo principe, che in tutte le occasioni inclinava alla magnificenza, ad anche di troppo, perchè a sostener le tante sue spese gli conveniva poi accrescere i dazii e le gabelle con doglianze dei sudditi, solennizzò con archi trionfali, con feste, giostre ed altri suntuosi sollazzi la venuta di quella principessa a Ferrara. Arrivò essa nel dì 25 di gennaio al delizioso luogo di Belvedere fuori di essa città, e da lì a due giorni fece la sua grandiosa entrata con incredibil concorso di nobiltà straniera. Ma soprattutto rendè riguardevole quella funzione la presenza di molti gran principi, giunti colà nel suddetto giorno 25 di gennaio, cioè di _Ferdinando d'Austria_ arciduca, del _cardinale Andrea_ e di _Carlo_ suoi figliuoli, di _Massimiliano_ figlio dell'imperadore, di _Ferdinando principe_ di Baviera, di _Arrigo principe_ di Brunswich, e di _Vincenzo principe_ di Mantova. Fu spezialmente ammirata la nave che il duca fece fabbricar da più artefici nello spazio di due mesi, destinata a condurre da Mantova a Ferrara per Po la suddetta principessa. Sembrava per la grandezza un comodo palazzo, tutto messo ad oro con pitture e tappezzerie di rara valuta. Passò anche il gran duca di Toscana _Francesco_ alle seconde nozze con Bianca figlia di Bartolommeo Cappello, nobile veneziano. Fuggita questa dalla casa paterna per que' motivi che si leggono presso Traiano Boccalino ed altri autori, si ricoverò in Firenze. Venuta curiosità al gran duca di vederla, non gli mancarono mezzi per appagar questo suo desio. Trovò egli una giovine, in cui non si sa se maggior fosse la beltà del corpo o la vivacità dello spirito. Però talmente se ne invaghì, che, provvedutala di un palazzo, la mantenne da lì innanzi in forma magnifica, con ricavarne anche prole, non senza amare doglianze della gran duchessa sua moglie, a cui fu creduto che siffatti disgusti abbreviassero la vita. Morta poi questa, il gran duca, consigliato dalla passion sua, e vinto dalle lagrime di Bianca Cappello, determinò di sposarla. Il saggio senato veneto, per condecorare un sì nobil matrimonio, dichiarò essa Bianca figlia della repubblica, e coll'inviare ambasciatori a Firenze maggiormente aumentò l'onore e l'allegria di quelle nozze, che poi riuscirono poco felici.
Grande armamento per ordine di _Filippo II re_ di Spagna fu fatto in Italia nel presente anno. Ebbe _don Pietro_, fratello del gran duca di Toscana, l'incombenza di assoldare dieci mila fanti in Napoli, Roma e Lombardia. Sotto il comando ancora di _Fabrizio Colonna_ e di _Giovanni Cardona_ si raunò una possente flotta, composta di cento galee, quaranta navi, due galeazze, un galeone ed altri legni minori. Di questa armata fu creato capitan generale il _marchese di Santa Croce_. Non pochi lunarii faceano i politici sopra questo poderoso apparato di guerra, chi immaginandone un motivo e chi un altro. Il tempo decifrò l'arcano, e si vennero a scoprir le mire del re Cattolico sopra il regno di Portogallo. In effetto saltarono fuori in questi tempi le pretensioni di parecchi principi a quella corona, che si prevedeva vicina ad esser vacante per la troppo avanzata età del _re Arrigo_ già cardinale. Erano questi concorrenti _Emmanuel Filiberto duca_ di Savoia, _Ranuccio Farnese_ figlio di _Alessandro_ principe di Parma, _don Antonio_ figlio di un principe della casa di Portogallo, pretendente sè stesso legittimo, e preteso da altri bastardo; e _Caterina_ moglie del duca di Braganza. Ma Filippo II re di Spagna, perchè nato da Isabella di Portogallo, e per la maggior potenza, parve assistito da più vigorose ragioni. A lui riuscì ancora di trarre dalla sua il re Arrigo. Per dare maggior polso alla sua pretensione, giudicò egli molto efficaci l'armi, mentre gli altri suoi rivali non altro metteano in campo che ragioni comperate dalle penne dei più rinomati legisti di questo tempo, senza badare che le carte per l'ordinario non conquistano i regni. Si interpose papa _Gregorio XIII_, desideroso di comporre quel litigio; e sul principio restò accettata la sua mediazione; ma nel progresso ne fu egli escluso. Come fosse poi sciolto questo nodo, lo vedremo all'anno seguente. La prudenza e il valore di _Alessandro Farnese_ in Fiandra produssero nel presente anno buoni effetti; perciocchè a lui riuscì di prendere, dopo lungo e faticoso assedio, l'importante piazza di Mastrich ed altri luoghi. Grande strage, furioso saccheggio fu ivi fatto. Nel medesimo tempo si studiò egli di guadagnar gli animi dei malcontenti cattolici. Trattossi dunque di pace con alcune provincie, dove prevaleva la vera religione; e fu questa conchiusa, principalmente colla condizione che il principe governatore licenziasse tutte le milizie forestiere, cioè spagnuole, italiane e tedesche, e si valesse solamente di quelle del paese. Così fece egli dopo la presa di Mastrich. Però fin d'allora si cominciò a sempre più conoscere inevitabile il taglio delle provincie de' Paesi Bassi, essendo restate più che mai pertinaci nella ribellione quelle di Olanda, Zelanda, Utrecht ed altre, chiamate le sette provincie unite. Nella Fiandra stessa alzavano tuttavia bandiera contro il re le città di Cambrai, Anversa, Brusselles, Gante e Tournai.
Anno di CRISTO MDLXXX. Indizione VIII.
GREGORIO XIII papa 9. RODOLFO II imperadore 5.
Tempo non v'era in cui il buon _pontefice Gregorio_ non pensasse a lasciar dopo di sè memorie illustri o per ben della religione, o per utilità, o per ornamento di Roma. Circa questi tempi prese egli ad abbellire la galleria del palazzo Vaticano, lunga quasi un miglio, facendo dipignere tutto il volto, e ornando le pareti colla descrizion delle provincie di Italia, e il pavimento con varietà di marmi. Dopo alcuni anni terminata fu questa opera. Inoltre, alle terme di Diocleziano fece fabbricare un ampio granaio, capace di gran copia di frumento per le occorrenze delle carestie. Compiè ancora una superba cappella con ispesa di cento mila scudi nella basilica Vaticana, dove nel dì 4 di giugno fece con gran pompa e divozione trasferire il corpo di san Gregorio Nazianzeno, di cui era devotissimo. Parimente approvò l'istituto dei frati Carmelitani Scalzi e delle monache, di cui era stata fondatrice la santa vergine Teresa in Ispagna. Tornò quest'anno ad infestar buona parte dell'Europa, e massimamente l'Italia, passando d'una in altra città, il male appellato del castrone o montone, il quale fu creduto che dalla Francia penetrasse nelle contrade italiane, con febbre gagliarda e tosse. Ma per chiunque osservava una buona dieta, per lo più non si trovava mortale. All'incontro, l'uso dei purganti e il salasso portavano facilmente gl'infermi al sepolcro. In alcuni luoghi appena di cento ne restavano sani quattro. Nella sola Ferrara nello stesso tempo si trovarono prese da questo malore più di dodici mila persone, e molte ne morirono. Quivi fu il colmo del male nel mese di giugno, e in Venezia in quello di luglio. Avea prima fatto il suo sfogo in Milano, dove si contarono più di quaranta mila malati. Nè sesso, nè età andava esente. Fu creduto che _Anna regina_ di Spagna morisse di questo male. Mancò essa nel dì 26 di ottobre, e il _re Filippo_ suo consorte poco prima infermo per la stessa febbre aveva fatto dubitar di sua vita. Certo è che per l'influenza medesima molto si risentì la sanità di _papa Gregorio XIII_, il cui indefesso zelo fece nell'anno presente fabbricare un bel ponte di marmo di sei archi sul fiume Pelia ad Acquapendente. Non già del male suddetto, ma per idropisia accadde ancora in quest'anno la morte di _Emmanuel Filiberto_ duca di Savoia, a cui fecero gran guerra le umane vicende. Superiore ad esse comparve infine il suo senno, con essere restati quasi tutti i suoi Stati senza quei ceppi che l'altrui prepotenza vi aveva messi. Del suo valore, della sua affabilità, giustizia e pietà, non la sola Italia, ma anche la Germania e la Fiandra serbarono lunga memoria. Rimase di lui un solo figlio legittimo e naturale, cioè _Carlo Emmanuele_ primo di questo nome, che a lui succedette nel dominio in età di diecinove anni, che cominciò di buon'ora il corso di quella insigne gloria con cui superò tutti i suoi antenati.
Mentre _Arrigo re_ di Portogallo era intento a provveder pacificamente quel regno di un successore, la troppo sua inoltrata età il liberò dalle cure del mondo, essendo mancato di vita nell'ultimo giorno di febbraio. Per quanto si era potuto conoscere, le inclinazioni sue erano già state in favore di _Filippo II re_ di Spagna, perchè poco ci volea a presagire che questi avrebbe potuto ottenere colla forza ciò ch'era meglio il concedergli con amore. Ma diversi ben erano i desiderii ed i sentimenti dei Portoghesi, antichi emuli della Castiglia, abborrendo essi troppo il restar senza re, e l'acquistarne uno che comandasse loro in lontananza. Filippo intanto, mentre qui si perderono in consulte e in dispute, raunò, per attestato del Mariana, un esercito di dodici mila fanti e di mille e cinquecento cavalli; picciolo sì di numero, ma grande pel valore, perchè composto del fiore della milizia di Spagna e d'Italia, cioè di soldati veterani nel mestier della guerra. Altri gli diedero venti mila combattenti in circa, fra i quali cinque mila italiani, sotto il comando di _don Pietro de Medici_, di _Prospero Colonna_, _Carlo Spinelli_, e di altri generosi condottieri italiani. Chiamò egli dall'esilio il vecchio _duca di Alva_, perchè ne fosse capitan generale. Colà arrivò anche la flotta già preparata in Napoli e Sicilia. Non si tardò dunque a dar principio alle ostilità colla presa di Elvas, Olivenza e Campo maggiore. Nel qual tempo la plebe di Lisbona proclamò re di Portogallo _don Antonio_, tuttochè dichiarato illegittimo ed incapace del regno dal defunto re Arrigo. Unì questo principe un'armata, ma di gente collettizia ed inesperta, che in vicinanza di Lisbona, avendo osato di far giornata col duca d'Alva maestro di guerra, si trovò incontanente sbaragliata, e si raccomandò alle gambe. Entrò il vittorioso duca in Lisbona con buona capitolazione, ma che non esentò parte di essa e le navi, che erano in porto, dal sacco. Seguì poscia un'altra battaglia, dove parimente essendo rimasto disfatto don Antonio, fu obbligato a nascondersi, e a passare ramingo da un luogo all'altro. Intanto riavutosi il re Filippo dalla malattia sofferta in Badacòs, passò nel mese di dicembre ad Elvas di Portogallo, e salutato ivi e riconosciuto, ma non di buon cuore, per re dai grandi di quel regno, non fu avaro di carezze e promesse verso di loro, e levò anche via alcuni dazii, con ordinar nondimeno che si desse principio ad una cittadella in Lisbona. Per trattener la via dell'armi, s'era dianzi maneggiato non poco _papa Gregorio XIII_, con aver dipoi inviato il _cardinal Riario_ come paciere in Ispagna. Il re l'andò nutrendo di belle speranze, e nel medesimo tempo spinse il suddetto duca d'Alva all'acquisto del regno, pel quale sì felicemente succeduto gran gelosia e rabbia sorse in cuore degli altri monarchi. Giudicò spediente esso re Filippo in quest'anno d'inviare in Fiandra la _duchessa Margherita_ madre del principe _Alessandro Farnese_, e sorella sua, lusingandosi che l'amore e la stima nei tempi addietro professata da que' popoli a questa savia principessa potrebbe giovar non poco ai pubblici interessi. La spedì pertanto colà col titolo di governatrice dei Paesi Bassi, lasciato ad Alessandro il comando dell'armi. Ma non piacendo al principe questa divisione di autorità, d'accordo colla madre tanto picchiò alla corte di Spagna, che gli fu restituito il titolo primiero nell'anno appresso. Tornossene dipoi la duchessa in Italia a goder la quiete in Abbruzzo. Furono varie azioni di guerra nella Fiandra, ma non tali che importi il farne menzione. Da papa Gregorio e dal re di Spagna fu nel presente anno inviato un soccorso di soldati e di danaro ai cattolici d'Irlanda; ma con poca fortuna; perchè, prevalendo ivi le forze della _regina Elisabetta_, si sciolse in nulla il tentativo di que' popoli. Un forte ivi fabbricato dai soldati, che colà giunsero sotto nome del pontefice, ben munito d'artiglieria e di viveri, vergognosamente si arrendè agli eretici. Fra la principessa Margherita Farnese, figlia di Alessandro principe di Parma e governator di Fiandra, e _don Vincenzo Gonzaga_, unico figlio di _Guglielmo duca_ di Mantova, seguì matrimonio nell'anno presente, e le nozze furono celebrate in Parma, dove per alquanti mesi si fermò lo sposo.
Anno di CRISTO MDLXXXI. Indizione IX.
GREGORIO XIII papa 10. RODOLFO II imperadore 6.
Videsi in quest'anno, non senza maraviglia della gente, giugnere a Roma un oratore di _Giovanni Basiliovitz_ gran duca di Moscovia, per implorare i buoni uffizii di _papa Gregorio_ in suo favore. Avea colui mossa guerra a _Stefano Batori_ re di Polonia; ma ritrovò il giuoco ben diverso dall'espettazione sua. Il valoroso Batori gli diè tali percosse, che l'obbligò a chiedere pace; ma non potendola ottenere, stimò bene esso Moscovita di ricorrere al papa, acciocchè interponesse l'autorità sua per far cessare la mal incominciata guerra, con esibirsi pronto a far lega coi cattolici contro la potenza de' Turchi. Avvegnachè il pontefice assai scorgesse quanto poco per ben della religione cattolica si potesse sperare da quel monarca, che co' suoi popoli professava la credenza e i riti de' Greci scismatici; pure siccome padre comune, e trattandosi di un principe che finalmente era cristiano, e la cui affezione verso i cattolici non s'avea a trascurare, benignamente ascoltò le di lui preghiere; con lautezza trattò il di lui oratore, e, caricatolo di doni, il rimandò a casa, accompagnato da _Antonio Possevino_ della compagnia di Gesù, uomo di gran dottrina e di non minore destrezza, affinchè trattasse di pace. A questa si trovarono non pochi intoppi; e intanto il re Stefano s'impadronì della Livonia, dove restituì la religion cattolica. Pace infine seguì con gran decoro della nazion polacca. A' giorni nostri si è ben cangiato l'aspetto delle cose in quelle parti. Imperciocchè quanto è declinata per le continue interne discordie la potenza della vastissima repubblica di Polonia, capace pur di cose grandi, se con altra più lodevol forma di governo si regolasse; altrettanto è cresciuta quella de' Moscoviti, ossia de' Russiani, per opera del _czar Pietro Alexiovitz_, eroe degno d'immortale memoria. Fu sul principio di maggio del presente anno condotta a Mantova da _don Vincenzo Gonzaga_, figlio del _duca Guglielmo_, la nuova sua consorte _Margherita Farnese_, accompagnata dall'avolo suo _Ottavio duca_ di Parma, dal _cardinale Alessandro Farnese_ suo zio, dal _principe Ranuccio_ suo fratello, e da altri nobilissimi signori. Le feste e gli spettacoli fatti in Mantova per tale occasione costarono spese immense, e riempierono di stupore il concorso incredibile degli spettatori. V'intervenne ancora _Alfonso II duca_ di Ferrara colla _duchessa Margherita_ sua consorte, e sorella del suddetto don Vincenzo. Ma infauste riuscirono queste nozze per difetto corporale di quella principessa, per cui restò poi giustificata la dissoluzione del matrimonio fra essi.
Strepitoso scandalo fu nell'anno presente per la discordia di molti potenti cavalieri della sacra religion di Malta contro il loro gran maestro _Giovanni della Cassiera_ di nazion Franzese, vecchio di ottanta anni, ma vegeto. Andò sì innanzi la loro animosità, che il cacciarono prigione nella fortezza di Sant'Angelo, imputandogli troppa negligenza negli affari dell'ordine, e che ne scialacquasse i beni, e fino a pretendere che tenesse segreti trattati co' nemici della fede cristiana. Sommamente dispiacque al _pontefice Gregorio_ siffatta violenza, e, uditi i ricorsi di amendue le parti, spedì tosto a Malta Gasparo Visconte auditor di ruota, il quale, dopo avere rimesso in libertà e nel suo primiero grado il gran maestro, sfoderò un breve del papa, che citava tanto lui quanto gli accusatori suoi a comparire quanto prima in Roma a dir le loro ragioni. A ciò ancora fu spinto il pontefice dal re di Francia, minacciante di torre a tutti i cavalieri di Malta le commende del suo regno, e di applicarle al nuovo suo ordine dello Spirito Santo. Venne a Roma nel dì 26 d'ottobre il gran maestro, accompagnato da trecento cavalieri, ai quali tutti e alla loro servitù il _cardinal Luigi d'Este_, principe che nella magnificenza non avea pari, diede alloggio e fece le spese per tutto il tempo che quivi si fermarono. Mancò poi di vita esso gran maestro nel dì 23 di dicembre. Il suo gran competitore Romagano Guascone per malinconia l'avea preceduto all'altra vita nel dì 4 di novembre, e così amendue andarono a litigare al tribunale di Dio, più incorrotto e perspicace che quel della terra. Passò in quest'anno nel mese di settembre per Italia la vedova _imperatrice Maria_, madre di _Rodolfo II_ Augusto, e sorella di _Filippo II re_ di Spagna, desiderosa di terminare i suoi giorni in un monistero di Spagna, ad imitazione del glorioso suo padre _Carlo V_. Era accompagnata dall'_arciduca Massimiliano_ suo figlio e da una splendida corte. I signori veneziani, secondo il loro costume, le fecero un sontuoso trattamento per tutti i loro Stati, essendo venuta a Trivigi, Padova e poi sino a Brescia. Con pompa incredibile fu ricevuta in Milano, e poscia in Genova, dove imbarcatasi, arrivò poi in Ispagna a compiere la sua piissima risoluzione.
Trattandosi di un principe italiano, a noi non disconverrà l'andar passando in Fiandra, per accennar brevemente le gloriose azioni di _Alessandro Farnese_ governatore di que' paesi. In questi tempi i Fiamminghi confederati contro il re Cattolico, mal soddisfatti del giovane _arciduca Mattias_, dopo aver dichiarato esso principe decaduto da ogni diritto sopra le loro contrade, presero per difensore della Fiandra _Francesco_ già dichiarato _duca d'Angiò_, fratello di _Arrigo III re_ di Francia. Con buon esercito passò questo principe a Cambrai, città indarno assediata dall'armi spagnuole, e trionfalmente vi fu ricevuto. Fece poi pochi altri acquisti, perchè a poco a poco i suoi Franzesi se ne tornarono alle delizie della patria, ed egli passò in Inghilterra, dove la _regina Elisabetta_ tanta disposizione mostrò ad accettarlo per marito, che già tutti il felicitavano, tenendosi egli come gli altri la cosa per fatta. Ma non andò molto che si trovò solennemente beffato dall'astuta e simulatrice regina, non men di quello che era succeduto prima a tanti altri. S'impadronì in quest'anno il principe Alessandro di Bredà, che fu messa a sacco. Ricuperò Sangislan, e poscia imprese l'assedio di Tournai, che fu ben lungo e costò di molto sangue e fatiche, ma con terminare nella resa di quella importante città, obbligata a pagare ducento mila fiorini per esimersi dal sacco. Colò tutta questa rugiada in mano dei vittoriosi soldati. Con gran solennità nei medesimi tempi ricevette il re Cattolico il giuramento di fedeltà dalla bocca, ma non dal cuore, degli Stati di Portogallo, e fece riconoscere per erede di quel regno _don Diego_ suo maggior figliuolo. Quindi sul fine di giugno si trasferì a Lisbona, accolto colla maggior magnificenza e con segni di somma allegrezza da quel popolo, a cui confermò gli antichi privilegii e ne aggiunse de' nuovi, nulla ommettendo per guadagnarsi la benevolenza di quella gente, che internamente fremeva per vedersi ridotta sotto il giogo d'una nazione tanto da essi odiata.
Anno di CRISTO MDLXXXII. Indizione X.
GREGORIO XIII papa 11. RODOLFO II imperadore 7.
Quand'anche non fossero concorse tante memorabili azioni a rendere gloriosissimo il pontificato di _papa Gregorio XIII_, basterebbe bene ad assicurar l'immortalità al suo nome la correzione da lui fatta in quest'anno del calendario romano. Gran tempo era che si lagnavano gl'intendenti astronomi dello sconcerto avvenuto nel ciclo solare fissato ai tempi di Giulio Cesare e di Augusto imperadori, perchè allora non fu ben conosciuto l'esatto corso annuale del sole. Era passato questo disordine nel tempo della Pasqua, stabilito dai padri del primo concilio niceno, perchè chiaramente si scorgevano troppo slontanati dal sito allora prefisso alla celebrazion della Pasqua gli equinozii della primavera, e fuor di sito le feste principali della Chiesa. Ora il generoso pontefice con tutto vigore si applicò ad emendare i trascorsi passati, e ad impedirli per l'avvenire. Consultò dunque i più valenti astronomi d'allora, e molti ne chiamò a Roma, facendo ben ventilare la miglior forma di stabilire un cielo di epatte che non fosse da lì innanzi soggetto a mutazioni. Meritò sopra gli altri applauso un ciclo già inventato da Luigi Lilio Veronese, nel quale furono fatte alcune lievi mutazioni, se con ragione e frutto, a me non appartiene il cercarlo. Pertanto fu determinato di levar via dieci giorni dall'ottobre dell'anno presente, affinchè l'equinozio della primavera tornasse al dì 21 di marzo, secondo la determinazione del concilio niceno. Per mantenerlo poscia in quel sito, e schivar nuovi sconcerti da lì innanzi, si stabilì che ogni tre centesimi anni si tralasciasse il bissesto, ma che corresse nel quarto centesimo, con altre regole che io tralascio. Comunicato questo insigne progetto a tutte le potenze cattoliche, acciocchè fosse ben esaminato, riportò l'approvazion d'ognuno. Il perchè nel dì 24 di febbraio dell'anno presente si vide con solenne bolla pubblicato dal pontefice, e ne fu ordinata l'esecuzione. Non si può dire che plauso per questa sì faticosa e riguardevole impresa conseguisse il buon papa Gregorio presso tutti i cattolici, contando noi per nulla il ridicolo schiamazzo, che per ciò fece lo spirito contraddittorio de' protestanti, ai quali il bello e buono procedente da Roma non suol aver la fortuna di piacere. Ma non si vuol dissimulare che sul fine del secolo decimosettimo e sul principio del presente insorsero delle difficoltà intorno alla stessa correzion gregoriana, e si disputò non poco da alcuni valenti astronomi, specialmente italiani, con pretendere che il celebre Cristoforo Clavio non avesse ben corrisposto all'intenzione di questo saggio pontefice, e che quella correzione tuttavia abbisogni di emenda, stante l'essere intervenuto dipoi, e poter intervenire, che, seguitando noi il ciclo dell'epatte, o troppo presto o troppo tardi si celebri la Pasqua, per non corrispondere essa ai veri calcoli astronomici del sole e della luna. Oltre di che, secondo essi, non fu ben preso a' tempi del pontefice Gregorio il preciso annuo corso del sole, essendosi trascurati almeno alcuni secondi, i quali col tempo possono produrre qualche sconcerto. Con tutto ciò tali non parvero quelle obbiezioni, che fosse creduta necessaria allora una nuova riforma del calendario. Tale forse la crederà alcuno dei secoli avvenire.
Oltre a questa insigne azione riguardante tutto il cattolicismo, fece il medesimo papa un'opera particolare per ornamento ed utilità di Roma; e fu il collegio romano della compagnia di Gesù, fabbrica sontuosissima, di cui si vede la pianta rapportata dal padre Bonanni. Al mantenimento di que' religiosi assegnò ancora delle grandi rendite. In questi tempi avendo _don Antonio di Portogallo_ coll'aiuto de' Franzesi ed Inglesi messa insieme una buona flotta, andò per impadronirsi dell'isole Terziere, come dipendenti dalla corona di Portogallo. Non dormiva il _re Filippo II_, ed anch'egli spedì a quella volta il _marchese di Santacroce_ nel mese di luglio con ventotto navi ed altri legni. Vennero alle mani le due nemiche armate, e restò sconfitta quella di don Antonio, con rimaner prigioni venticinque baroni franzesi, cinquanta altri nobili di quella nazione, e circa secento tra Franzesi ed Inglesi soldati ordinarii. Fu commessa allora una crudeltà più che turchesca, onde risultò ignominia grave, e non facile a cancellarsi, della nazione spagnuola. Il Santacroce, estratti da luogo sacro tutti quei franzesi, condannò ognun di essi, parte al taglio della testa, e parte al capestro, e la sentenza fu eseguita. All'avviso di tanta barbarie, recato dall'ambasciator franzese con altre doglianze, inorridì il buon papa Gregorio, nè potè contenere le lagrime, non sapendo darsi pace che gente cristiana più delle fiere stesse arrivasse ad infierire. Ne rigettò egli la colpa sul Santacroce; ma non si potè levar di testa alla gente che l'ordine si spiccasse previamente dalla corte dello stesso re Filippo, e spezialmente non avendone fatto alcun risentimento contra del Santacroce. Fu creduto che il consiglio venisse dal _duca d'Alva_, quel Silla novello che metteva la gloria e il sostentamento della monarchia spagnuola, non già nel farsi amare, ma nel farsi temere dai popoli. Questo crudel uomo finì appunto di vivere nel dicembre di quest'anno. Se trovasse nell'altra vita quell'indulgenza e misericordia ch'egli mai non esercitò, nè conobbe in terra, non l'ha rivelato Iddio. Tornò in Fiandra nel mese di febbraio _Francesco duca d'Angiò_, e in Anversa con sommo applauso fu proclamato duca del Brabante, conte di Fiandra, d'Olanda, Zelanda, ec. Con tutti questi bei titoli niun progresso fece egli in quelle parti. _Alessandro Farnese_, allo incontro, s'impossessò di Oudenarde, dell'Esclusa, di Cambresì, di Ninoven e d'altri luoghi. Cominciò in quest'anno il giovane _Carlo Emmanuello duca_ di Savoia a scoprir le sue idee guerriere col segreto disegno di sorprendere Ginevra, sentina di tutte le eresie, alle porte, per così dire, d'Italia. Avendo egli ben disposti i pezzi per quell'impresa, e comunicata la sua idea al pontefice Gregorio e al re Cattolico, da amendue avea riportate promesse di gagliardi aiuti, se gli veniva fatto il negozio. Ma avendone anche ricercato il consenso dal re di Francia _Arrigo III_, n'ebbe una negativa, allegando quel monarca che Ginevra era sotto la protezion della sua corona. Gli convenne per questo di desistere; ma concepì un odio tale contra de' Franzesi, che mai più nol depose.
Anno di CRISTO MDLXXXIII. Indiz. XI.
GREGORIO XIII papa 12. RODOLFO II imperadore 8.
Circa questi tempi il _pontefice Gregorio_, nato per pensar sempre a cose grandi pel pubblico bene, e, dopo averle ideate, costante in eseguirle, presentò alla luce il decreto di Graziano con abbigliamenti nuovi, per aver dianzi deputata una congregazion di letterati per la correzione e per l'ornamento di quella raccolta di canoni, molto allora accreditata nelle scuole. Prese ancora a migliorar la edizione della sacra Bibbia; al qual fine procurò da ogni parte antichi codici e deputò un'altra congregazione. Questa impresa non fu poi condotta a fine se non sotto i papi susseguenti Sisto V e Clemente VIII. Gran carestia fu in Roma per due mesi, e ciò per colpa de' ministri che aveano con troppo larga mano conceduta l'estrazion de' grani. Toccò al generoso animo del papa di emendar con grave spesa la lor trascuratezza. Avvenne, oltre a ciò, in Roma un accidente che recò non lieve rammarico e disturbo al pontefice; perciocchè ito il bargello con gran copia di birri per prendere un bandito in casa degli Orsini, capitati colà Raimondo Orsino, Silla Savello ed Ottavio de' Rustici, baroni romani, per aver voluto impedir la cattura per pretension di franchigia, restarono miseramente uccisi da quella canaglia. Sollevossi perciò il popolo romano, ed anche la nobiltà, e quanti birri potè cogliere, senza rimissione ammazzò. Essendo concorsi a questo rumore molti banditi, seguirono altre uccisioni, e sarebbe succeduto peggio, se la prudenza del pontefice non avesse rimediato. Tanta caccia fece egli fare al bargello suddetto, che fu in fine preso e giustiziato: il che nondimeno non bastò a quetar gli animi pregni di desiderio di vendetta, talmente che non finì sì presto quella tragedia. Ora il papa, per rallegrare il popolo, nel dì 12 di dicembre fece la promozione di diecinove cardinali, tutti persone di gran merito, fra i quali spezialmente si distinsero _Niccolò Sfondrati_, che fu poi papa Gregorio XIV, _Francesco di Gioiosa_ Franzese, _Agostino Valerio_ vescovo di Verona, e _Vincenzo Lauro_ vescovo di Monreale.
Avea la morte rapito al re _Filippo II_ nell'anno precedente il suo figlio maggiore _don Diego_; però fece egli nel presente prestar giuramento dai Portoghesi a _don Filippo_, restato unico di lui figlio. Gli riuscì ancora di finir di ricuperare le isole Terziere. In Fiandra accaddero delle novità, delle quali ben seppe profittare il principe _Alessandro Farnese_. Quantunque fossero stati conferiti gloriosi titoli, dei quali sopra si parlò, a _Francesco duca d'Angiò_; pure, perchè da alcune condizioni alquanto dure veniva ristretta la sua autorità, si avvisò egli, spinto principalmente dagli alteri suoi consiglieri franzesi, di voler dar egli la legge a' Fiamminghi, parendogli vergogna il riceverla da loro. Volle dunque adoperar la forza, e destinò il giorno 16 o 17 di gennaio del presente anno per farsi libero signore di quelle contrade. L'ordine andò a tutti i presidii franzesi d'insignorirsi dei luoghi dove si trovavano, ed egli prese a sottomettere l'insigne città di Anversa, in cui erano di guarnigione quattrocento de' suoi; ma con incontrar egli ciò che non si aspettava, cioè quello a che si espone chiunque de' principi che, volontariamente chiamato da un popolo alla signoria, si mette sotto i piedi con tanta facilità i patti della dedizione. Prese pretesti da una rassegna per accostarsi colle sue truppe ad Anversa, ed allorchè usciva di città con gran corteggio de' suoi soldati, diede il segno della macchinata trama. Furono uccise le guardie della porta, ed entrarono secento cavalli e tre mila pedoni franzesi, che montati sui baloardi voltarono i cannoni contro la città, e si diedero a saccheggiar le case, e ad uccidere chiunque si opponeva. Ossia che gli Anversani stessero dianzi con gli occhi aperti, o che solamente li svegliasse quell'improvviso assalto, il vero è che tosto fecero sonar le campane a martello, tirarono le catene alle strade, e, dato di piglio all'armi, animosamente fecero fronte a chi non più amico, ma nemico e traditore lor si mostrava. Con tal gagliardia dai feroci cittadini furono assaliti e respinti i Franzesi, che lor convenne rinculare sino alla porta, dove, per voler eglino uscire, e nello stesso tempo entrare gli Svizzeri del duca d'Angiò, si fece una calca e miscuglio che costò la vita a moltissimi o uccisi o caduti nella fossa. Vi fu chi fece ascendere sino a due mila i Franzesi morti; la città restò liberata, e il duca pien di vergogna, e rampognato dalla propria coscienza per tanta infedeltà, si ritirò. Agli altri Franzesi venne fatto di occupar Doncherche ed alcun altro luogo, ma non già Ostenda, Bruges e Neoporto. Arrivò a tempo questa discordia de' Fiamminghi col duca d'Angiò per rinvigorire _Alessandro Farnese_, a cui soprastava la rovina, se a' Franzesi riusciva quel colpo, e se di Francia fossero venuti nuovi rinforzi. Mosse dunque il Farnese l'armi sue, e colla metà d'esse diede una rotta al maresciallo franzese _Biron_, dove fu creduto che perissero de' vinti circa due mila persone, e de' vincitori solamente otto, se vogliam prestar fede a chi non è mai intervenuto a battaglie. Assediò il Farnese intanto Doncherche, e lo costrinse alla resa, e prima dell'agosto ebbe ai suoi voleri Neoporto, Berga, Furnes, Dismuda e Menin, e poi Zutfen col paese di Vaes, Middelburgo, Rupelmonda, Alost ed altri luoghi: tutte vittorie ed acquisti che sommamente accrebbero il credito alla parte regia ne' Paesi Bassi e la gloria al principe di Parma.
Anno di CRISTO MDLXXXIV. Indiz. XII.
GREGORIO XIII papa 13. RODOLFO II imperadore 9.
In quest'anno ancora _papa Gregorio_ lasciò una bella memoria in Roma colla erezione del collegio dei Maroniti, cristiani cattolici, abitanti nel monte Libano sotto la tirannia de' Turchi; ma non ebbe tempo da assegnargli tutta la convenevol dote: al che fu poi soddisfatto dal suo successore. Fu chiamato in quest'anno a miglior paese nella notte precedente al dì 4 di novembre il santo cardinale ed arcivescovo di Milano _Carlo Borromeo_ in età di soli quarantasei anni, un mese ed un giorno: vita ben corta, ma con tante azioni di pietà e zelo pastorale da lui menata, che non si possono leggere senza ammirazione. Fu egli allora e sempre sarà considerato per un luminoso prototipo de' veri pastori della Chiesa di Dio, in cui si sono specchiati tanti altri insigni vescovi che in Italia e fuori d'Italia son camminati per le vie della santità; e i suoi concilii ed istruzioni sono e saranno sempre in somma venerazione, siccome fonti perenni di tutta l'ecclesiastica disciplina. Per le tante memorabili sue virtù venne poi questo incomparabil porporato messo nel ruolo de' santi. Eransi già provati giuridicamente i difetti corporali di _Margherita principessa Farnese_, maritata in _don Vincenzo Gonzaga_ principe ereditario di Mantova; laonde restò disciolto quel matrimonio, ed egli nell'anno presente prese per moglie _Leonora_ figlia di _Francesco gran duca_ di Toscana. Le nozze furono celebrate in Mantova sul fine di aprile con incredibil pompa e magnificenza. Era vicerè di Sicilia _Marcantonio Colonna_, il più valoroso e gentil cavaliere che avesse l'Italia, e sempre glorioso per la vittoria riportata a Lepanto ossia alle Curzolari contra de' Turchi. Passò egli in Ispagna, chiamatovi dal re Cattolico con dieci galee. Ma appena giunto a Medinaceli nel dì 2 d'agosto fu portato all'altra vita da un sì precipitoso e violento male, che fece dubitar di veleno. Lo stesso sospetto corse nella morte di _Francesco duca d'Angiò_, fratello di _Arrigo III re_ di Francia, da noi poco fa veduto duca del Brabante e conte di Fiandra. Era egli tornato in Francia, e trattava di riaccomodarsi coi Fiamminghi, quando fu preso sul principio di maggio da un malore, per cui gli usciva il sangue da tutti i meati del corpo, di modo che terminò il suo vivere nel dì 10 di giugno. Il titolo di liberator della Fiandra, ch'egli s'era attribuito, non fu certamente scritto sulla sua tomba. A _Guglielmo_ ancora _principe d'Oranges_, cioè al principal motore e fomentatore della ribellion de' Paesi Bassi, toccò in quest'anno nel dì 10 di luglio la morte, e morte violenta, perchè proditoriamente ucciso da Baldassare Gherardo nato presso Lione, il quale non sedotto da alcuno, ma unicamente mosso da odio verso un principe eretico, autore di tanti mali, tolse a lui la vita colla perdita della propria. A lui succedette il _principe Maurizio_ suo secondogenito, che, dichiarato ammiraglio dalle Provincie Unite, riuscì poi un valoroso lor protettore.
Queste morti quanto sconcertarono gli animi dei ribelli Fiamminghi, altrettanto incoraggirono il prode principe di Parma Alessandro. Aveva egli molto prima occupati varii posti, e fabbricato un forte che angustiava non poco l'importante città d'Ipri, e l'affamava. Quei di Bruges vollero soccorrerla con un grosso convoglio di viveri, scortato da cinquecento fanti e da ducento cinquanta cavalli. Fu questo preso dai cattolici, colla morte di circa cinquecento nemici: colpo che indusse poi la cittadinanza d'Ipri a capitolare la resa. La stessa fame consigliò quei di Bruges a seguitar l'esempio d'Ipri. Animato da così prosperi successi il Farnese, prese una risoluzione che a molti parve ardita, e fin temeraria ad altri: cioè di assediare la città d'Anversa, non men per l'ampiezza e popolazione, che per la situazione, da tutti tenuta per fortissima. Benchè dissuaso da' suoi consiglieri, pur diede egli principio all'assedio, con occupar varii siti e forti intorno ad essa. Nel medesimo tempo colla forza obbligò Tenremonda a rendersi; e i Gantesi domati dalla fame vennero a dimandar perdono e ad esibire ubbidienza. Furono accettati coll'obbligazione di pagar ducento mila fiorini, e di rifabbricar la cittadella. La maggior città della Fiandra era allora Gante. Intanto mirabili cose facea l'indefesso principe per maggiormente strignere la superba città d'Anversa con chiuse nuove, canali nuovi, trincieramenti, e sopra tutto con un ponte lunghissimo, ch'egli arrivò a compiere solamente nell'anno seguente. Pressato da' suoi sudditi _Carlo Emmanuello duca_ di Savoia a prendere moglie, la ricercò ed ottenne nel presente anno, e in Sciamberì nel dì 18 d'agosto fu pubblicato il suo matrimonio con _donna Caterina d'Austria_ figlia minore del regnante re di Spagna _Filippo II_. Molte feste perciò furono fatte ne' suoi Stati; ed avendo il duca o per ambasciatori o per lettere significato a Roma, all'imperadore, al re di Francia e agli altri principi questo suo nobile accasamento, concorsero a Torino varie ambascierie per seco rallegrarsi. Tuttavia solamente nell'anno appresso si diede il compimento a questo affare.
Anno di CRISTO MDLXXXV. Indiz. XIII.
SISTO V papa 1. RODOLFO II imperadore 10.
Uno spettacolo insolito, che si tirò dietro gli occhi di tutti, ebbe Roma nel presente anno per l'arrivo colà degli ambasciatori cristiani giapponesi. Nelle ricchissime e popolatissime isole del Giappone, regno o imperio situato di là dalla China con popoli sommamente ingegnosi e bellicosi, il primo ad introdurre la religione di Cristo era stato san Francesco Saverio apostolo dell'Indie. Coltivata quella vigna da altri susseguenti religiosi della compagnia di Gesù, sempre più andò fiorendo, di maniera che non solamente le migliaia del basso popolo, ma anche assaissimi nobili, ed alcuni dei principi, appellati re, per nostro modo d'intendere, a cagion della lor grande autorità e potenza, aveano ricevuto il battesimo, alzati sacri templi, e piantata ivi un'amplissima università di fervorosi cristiani. Non han saputo negare la verità, l'ampiezza e i pregi di quella cristianità i nemici stessi della Chiesa romana, i quali, più mercatanti che cristiani, nulla poi tralasciarono di trame ed inganni per opprimerla e sradicarla, siccome nel seguente secolo, per l'infame loro iniquità, avvenne. Per rendere dunque ubbidienza al sommo pontefice furono spediti due giovani ambasciatori da tre di que' gran signori, chiamati re dai nostri; i quali accompagnati da alcuni gesuiti, dopo aver ricevuto in Portogallo, in Ispagna e in Toscana grandi onori e finezze, giunsero nel dì 22 di marzo a Roma. Con solennità ammessi nel sacro concistoro al bacio de' piedi, presentarono al pontefice le lettere dei loro principali, e furono poi trattati con ogni sorta di onorevolezza e di amore tanto da esso papa, che da tutti i cardinali e dalla nobiltà romana. Per la comparsa di questi nuovi germi della religione cristiana, venuti da sì remote parti del mondo, incredibil fu la consolazione ed allegrezza che ne provò il buon _pontefice Gregorio_, nè potè contener le lagrime tanto egli che gli altri zelanti dell'accrescimento della vera Chiesa di Dio. Ma a questo giubilo poco tardò a succedere il lutto. Mentre i Giapponesi andavano visitando le cose rare di Roma, eccoti cadere infermo il pontefice, e in due giorni di malattia, cioè nel dì 10 d'aprile, passare a miglior vita, essendo pervenuto all'età di ottantaquattro anni: età, ad atterrar la quale basta un soffio solo. Che questo pontefice meriti luogo fra i più insigni pastori della Chiesa di Dio, non ne lascia dubitare quanto si è finora detto di lui. Eppur questo è poco rispetto a quel di più che dir se ne potrebbe; e che infatti hanno più e più scrittori tramandato ai posteri. Perciocchè eminente si trovò in lui l'amore della pace in Italia, lo zelo per la conservazione ed aumento della fede Cattolica, e l'attenzione ad eseguire i decreti del concilio di Trento: il che specialmente dimostrò nel promuovere ed aiutare con grandi somme di denaro l'erezione di tanti seminarii per le provincie Cattoliche, e nella fondazione in Roma di collegii sì riguardevoli. Le sue limosine in sollievo dei poveri, per attestato del popolo romano nell'iscrizione a lui posta, ascesero a due milioni di scudi di oro; un altro ancora ne impiegò in maritar povere zitelle. Lungi dall'imporre nuove gabelle e dazii, ne levò alcuni già messi, e specialmente l'assai grave della farina, ed ornò Roma di templi, e di altre opere magnifiche: per le quali cose, e pel suo placido governo, e per la sua amorevolezza verso ognuno, il suddetto popolo romano alzò la sua statua nel campidoglio, e l'alzò dopo la sua morte, cioè in tempo che l'adulazione cessa, e il vero merito è riconosciuto. Amò i suoi, ma con lodevol moderazione. Era a lui nato un figlio da donna libera prima di ascendere agli ordini sacri, per nome _Jacopo Boncompagno_ il quale per ingegno, probità di costumi, e saviezza nei politici affari riuscì poscia un valente e generoso signore. A lui bensì conferì il papa i gradi soliti a darsi ai nipoti dei pontefici, cioè di generale della Chiesa, di governatore di castello Sant'Angelo e di capitano delle sue guardie; ma non fabbricò già la di lui fortuna con gli Stati della Chiesa. Solamente gli procurò nel ducato di Modena il marchesato di Vignola, consistente in ventidue comunità; e dal re Cattolico ottenne per lui il ducato di Sora, Arpino, Aquino, Arce, ed altri luoghi nel regno di Napoli. Propagata poi la di lui discendenza con uomini illustri, oggidì più che mai risplende in _don Gaetano Boncompagno_ benignissimo e savissimo principe, maggiorduomo maggiore del re delle Due Sicilie, che ai suoi titoli e Stati ha ultimamente aggiunto l'importante e dovizioso principato di Piombino, e in _don Pietro_ suo fratello duca di Fiano.
Non più di quattordici giorni stette vacante la sedia di San Pietro, essendo Stato concordemente nel conclave eletto papa il _cardinale Felice Peretti_, già frate dell'ordine conventuale di san Francesco, uomo di petto, sommo amatore della giustizia, ed ornato di molta dottrina. Era egli bassamente nato nelle grotte di Montalto, terra della marca anconitana, da un povero contadino, ma pel suo felice ingegno, pel suo sapere e merito salito a poco a poco ai primi gradi dell'ordine francescano, nel 1570 da Pio V fu promosso alla sacra porpora, e nominato il cardinal di Montalto. Per errore di stampa presso il Ciaconio è riferita al dì 12 d'aprile l'esaltazione sua al pontificato: errore non emendato neppure dal Vittorello, nè dall'Oldoino, e che parimente s'incontra nel Bollario romano e in altri libri. Certo è che l'elezione sua seguì nel dì 24 di aprile, giorno di mercordì. Prese il nome di _Sisto V_ per rinovar la memoria di Sisto IV, che parimente fu dell'ordine di San Francesco. Veramente bizzarra è quella che noi chiamiamo natura, facendo essa talvolta nascere da un povero rozzo bifolco figli di sì raro talento, e cotanto dalla fortuna favoriti, che giungono ad essere o gran politici, o gran guerrieri, o gran letterati; laddove altre volte da uomini grandi nascono figliuoli zotici e di cervello stravolto, ai quali sembrava piuttosto riservata una zappa. Ora Sisto, benchè sì poveri e bassi natali avesse sortito, pure fuor di dubbio è che portò seco un animo grande, qual si converrebbe al più eccelso monarca. Antonio Cicarelli, che continuò le Vite de' papi del Panvinio, ed altri storici non ebbero difficoltà di scrivere che il suddetto cardinale di Montalto coll'accortezza o simulazione sua cooperò anch'egli non poco a far inchinare i voti degli elettori in favor suo. Perciocchè gran cura ebbe di nascondere in varie maniere il genio suo rigido ed imperioso, e l'ansietà di pervenire al papato. Quieta era la vita sua, ritirato stava nella sua vigna, mai non contendeva con gli altri cardinali, cedendo ad ognuno, e guardandosi da ogni parzialità verso le nazioni. Benchè ingiuriato, niun risentimento mostrava, e, quantunque talvolta chiamato asino della Marca dai confratelli porporati, o mostrava di non udire, oppure rideva. Essendogli stato ucciso un nipote, neppur volle far ricorso per questo alla giustizia. Se ne ricordò bene creato che fu papa. Cardinale ebbe in uso di accrescere di sette anni la sua età per parere più vecchio; e mostravasi soprattutto così mal concio di sanità, che non vi era cardinale che nol credesse sull'orlo del sepolcro. A chi nel conclave gli parlava del papato, esagerava la sua inabilità: e quando pure per miracolo ciò avvenisse, gli scappava detto di non poter senza buoni coadiutori portare quel peso. In una parola, si crederono i cardinali di avere eletto un papa mansuetissimo, un papa decrepito, fatto per lasciarsi menar pel naso; e trovarono tutto il rovescio. Nè tardarono ad avvedersene, perchè, appena chiariti i voti, e confermata l'elezion sua, gittò via il bastoncello, su cui si appoggiava, e si alzò ritto; laddove dianzi camminava gobbo e con gli occhi bassi a terra: avendo poi egli detto scherzando, oppure avendo taluno detto per lui, che dianzi cercava col volto chino le chiavi della terra, ed ora col volto alto le chiavi da aprire il cielo. Per la sua coronazione dipoi salì molto snello a cavallo, guardandosi l'un l'altro storditi i cardinali.
Pontefice pieno di buon cuore, spirante solo clemenza era stato il predecessore Gregorio. Desideroso di farsi amare da tutti, e specialmente dal popolo romano, difficilmente eleggeva le vie del rigore; e forse tanta benignità gli venne attribuita a difetto. Era perciò cresciuta la licenza e prepotenza in Roma; abbondavano e crescevano dappertutto i banditi, gli sgherri, i sicarii; e per quanto il buon papa Gregorio, che non era già un uomo indolente e dimentico del dovere principesco, si adoperasse per metter freno a questi disordini, anzi per estirparli, non gli venne mai fatto, perchè sempre voleva accordar la clemenza colla giustizia. Venne Sisto V di massime ben diverse provveduto, voglioso di acquistarsi gran nome coll'uso della sola giustizia, e col far tacere la clemenza, quasi virtù fomentatrice dei cattivi. Rigido ed inesorabile si diede tosto ad esercitar la suddetta giustizia, e fu creduto fino all'eccesso. Non volle che si aprissero le carceri com'era il solito, per la sua coronazione, con dire che assai malvagi vi erano senza bisogno di accrescerli. E mentre la città si trovava in quell'allegria fece giustiziar quattro rei, senza voler far grazia agli ambasciatori giapponesi, mossi dai parenti a dimandarla. Da lì a due giorni fece tagliar la testa ad un nobile spoletano per aver messa mano alla spada contro un suo nemico: il che era vietato dalle leggi. Non so io se sia diverso da questo il caso di un giovanetto fiorentino preso in quel tempo per aver fatta una semplice resistenza ai birri, che pur s'erano ingannati in prendere lui per un altro, e che fu impiccato: il che per la compassione diede molto di che dire a tutta Roma, e sparse il terrore anche fuor d'essa. Quanto ai suddetti Giapponesi, il pontefice compartì loro ogni possibile onore nella sua coronazione, li tenne seco a pranzo nella sua vigna, li creò cavalieri, e regalatili dipoi di mille doble e di altre cose preziose, e specialmente di due o tre spade gioiellate per li principi loro, li licenziò. Se n'andarono caricati d'altri doni dai cardinali Farnese, d'Este, Medici, Alessandrino e San Sisto; e condotti a Venezia, con gran magnificenza furono ivi accolti, siccome per le altre città, dove passarono, finchè imbarcati a Genova s'inviarono verso le loro tanto lontane contrade. Giunti colà, trovarono già dato principio a una crudelissima persecuzione contra i cristiani, della quale altro a me non occorre di dire. Pubblicò il novello papa un giubileo per implorar da Dio assistenza al suo governo; e credasi ch'egli fosse il primo a conceder esso giubileo fuori degli anni santi. Per ordine suo sei delle principali strade di Roma lunghissime furono in quest'anno o aperte o continuate, e tutte selciate pel comodo e divozione de' Romani. Con suo danaro ancor provvide una comodissima casa al monte della pietà. La strologia giudicaria al dispetto di tante proibizioni seguitava a far delle gran faccende. Fulminò Sisto una terribil bolla contra da' suoi professori e libri. Ma di quest'arte vanissima si può ben desiderare, ma non è da sperare la total rovina, come fin dei suoi tempi Tacito osservò, perchè pur troppo non mancano stolti ed ignoranti che le dan fede, massimamente fuori d'Italia.
Già dicemmo conchiuse le nozze tra l'infanta _donna Caterina_, figlia di _Filippo II, re_ di Spagna, e _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia. Verso il fine di gennaio dell'anno presente s'imbarcò questo principe, accompagnato da copiosa nobiltà tutta in gala per, passare in Ispagna. Trovò il re con tutta la real corte a Saragozza, e quivi nel dì 25 di marzo con grandiosa solennità seguì il suo sposalizio, condecorato dipoi da varie feste e tornei, ed altri sontuosi divertimenti. Vennero poi per mare i due nobilissimi sposi a Savona, e di là proseguendo il viaggio, nel dì 10 d'agosto fecero l'entrata in Torino, dove per molti giorni durò la pompa e l'allegria degli spettacoli. Nel dì 30 di luglio terminò i suoi giorni _Niccolò da Ponte_ doge di Venezia, e nel dì 18 d'agosto ebbe per successore _Pasquale Cigogna_. Da un fierissimo tumulto della plebe restò nel maggio di quest'anno gravemente sconcertata la città di Napoli. Per la carestia di grano, che si pativa in Ispagna, aveva il re Filippo fatto venir colà dal regno di Napoli buona quantità del grano soprabbondante. Si prevalsero di questa occasione i mercatanti e i contrabbandieri, conoscendo il guadagno, per inviarne dell'altro in gran copia; talmente che, venuto il mese di maggio, assaissimo se ne scarseggiò in Napoli, e si alterò forte il prezzo del pane. Le grida di quel facilmente turbolento popolaccio andarono a finire in una universale sollevazione, per cui Gian-Vincenzo Starace eletto del popolo fu dall'inferocita plebe messo in brani, e strascinato per la città, e dato il sacco alla sua casa. Fu assai, che quivi terminasse la foga del matto popolo. Il _duca d'Ossuna_, allora vicerè, biasimo riportò pel suo soverchio timore, essendosi creduto che avrebbe sulle prime potuto colla forza reprimere quella canaglia. Maggiormente ancora fu di poi biasimato, perchè, tornata la quiete, fece segretamente in più notti carcerare cinquecento di coloro, e formar rigorosi processi, in vigor de' quali tolta fu a molti la vita, ed assai più furono tormentati e mandati in galera. Sarebbe anche proceduta più oltre quella crudel giustizia, se gli amatori della patria non avessero impetrato dal re Filippo un generale indulto e perdono. Fin qui nella cittadella di Piacenza avea il re Cattolico tenuta sua guarnigione, aggravio sommamente molesto al duca _Ottavio Farnese_, cui non pareva mai di essere stabile padrone della città finchè durava quel giogo. Dopo aver tanto pazientato, prese la risoluzione in questo anno di spedire alla corte Cattolica il conte Pomponio Torello a chiederne la restituzione, saggiamente avvisando, essere questo il tempo più opportuno, stante il merito grande che s'era acquistato il _principe Alessandro_ suo figlio presso il re Cattolico con tante sue prodezze in Fiandra in servigio della corona di Spagna. Si trovò l'animo del re disposto alla gratitudine, ma avrebbe voluto far passare per una grazia compartita ad esso principe la cessione di quella fortezza: al che il principe modestamente ripugnava, non già che negasse di riconoscere quella per una grazia, ma perchè desiderava che fosse dichiarata la restituzione per fatta, ed anche dovuta per giustizia al duca Ottavio suo padre. Temperamenti si trovarono in quel maneggio, e però il re accordò la cessione con varie condizioni, e sopra tutto con salvare le ragioni sue e dell'imperio sopra quello Stato. Gli atti segreti, e non pubblicati allora per non irritare il romano pontefice, son venuti alla luce in questi ultimi tempi nell'Apologia del senatore Cola, per le controversie di Parma e Piacenza.
Fin qui successione non si vedeva di _Arrigo III_ re di Francia, ed apparenza nè pur v'era di vederne. Però mancando egli senza maschi, secondo le leggi e la consuetudine di quel regno, avrebbe dovuto succedere _Arrigo re_ di Navarra, come il più prossimo: il che cagionava orrore ai buoni cattolici per la manifesta professione ch'egli faceva del calvinismo. Da questo pericolo commossi i principi di Guisa, il cardinal di Borbone ed assaissimi altri maggiorenti, formarono una lega in difesa della religion cattolica, senza consenso del re, anzi con far apparire non lieve diffidenza di lui; sebben poi indussero ancor lui ad approvarla e ad entrarvi. Teneva mano ad essa lega il _pontefice Sisto_ per puro zelo di conservar la religione, il _re Filippo_ ed altri per lo stesso motivo, ma con altre segrete intenzioni politiche, per far cadere quella corona in alcun principe cattolico, ad esclusione del re di Navarra e di _Arrigo principe di Condè_ eretici. Aveano i confederati fatta istanza a Gregorio XIII perchè o scomunicasse o dichiarasse decaduti que' due principi da ogni loro diritto; ma il prudente pontefice andava temporeggiando per isperanza di guadagnarli colle buone. Mancato lui, il fervido papa Sisto nel settembre di questo anno fulminò contra di loro tutte le maggiori censure: il che vie più servì a riaccendere in Francia il fuoco delle guerre civili, nè a quella sua bolla fu permesso di essere pubblicamente promulgata in quel regno. Continuava intanto l'assedio della insigne città d'Anversa, già formato dal prode _principe di Parma Alessandro_, e già s'era perfezionato il mirabile ponte lungo circa due miglia sopra la Schelda; con che restava precluso ogni adito ai soccorsi per quella città. In questo mentre, vinta dalla fame l'altra non men nobile ed importante di Brusselles, capitolò la resa, con rimettersi ivi la religion cattolica. Da lì ad un mese altrettanto fece la città di Nimega, principale della Gheldria, e poi quella di Malines. Gli sforzi fatti dal principe di Parma per sottomettere la città di Anversa, e quelli degli Anversani per la loro difesa, vivamente descritti dalla penna di Famiano Strada, del cardinal Bentivoglio, del Campana e di altri, formano un pezzo di storia di questi tempi sommamente curioso e dilettevole. A me basterà di dire che finalmente all'eroe Farnese, dopo una onesta capitolazione, riuscì nel dì 27 di agosto di entrare trionfante in quella splendida città, dove tornò a rifiorire la fede cattolica, e si rifabbricò la cittadella. Per sì fatte vittorie il nome e la gloria del Farnese era il principal ragionamento de' politici e de' curiosi dell'Europa. E in quelle imprese gran parte ancora ebbero i capitani e soldati italiani, che io per brevità tralascio. Per le osservazioni fatte da più d'uno, migliori soldati riescono gl'Italiani fuori che entro d'Italia: il che eziandio suol avvenire degli Spagnuoli. Qui non è il luogo di cercarne la ragione.
Anno di CRISTO MDLXXXVI. Indiz. XIV.
SISTO V papa 2. RODOLFO II imperadore 11.
Una delle principali applicazioni dell'animoso pontefice _Sisto V_ fu nel precedente anno quella di schiantare la mala razza de' banditi e de' malviventi, che spezialmente passati dal regno di Napoli nello Stato ecclesiastico, ed attruppati infestavano non solamente le vie, ma le ville stesse, con rubamenti, stupri, incendii ed assassinii. Molte storielle si contavano allora delle lor crudeltà e furberie, e si spacciano anche oggidì per cose nuove dai cantambanchi. Pubblicò il papa una terribil bolla nel giorno primo di luglio d'esso anno contra di costoro e di chiunque desse loro favore o ricetto. Poscia mandò il cardinale Colonna in campagna di Roma, lo Spinola nel ducato di Spoleti, il Gesualdo nella Marca, il Salviati a Bologna e il Carcano in Romagna con titolo di legati, e con piena autorità e commissione di rigorosa giustizia, affinchè si rimettesse la pubblica quiete. Diedesi perciò allora principio alla caccia di coloro, proposti spezialmente premii a chi portasse le loro teste, e si continuò nell'anno presente: e quantunque molto si guadagnasse, perchè alcuni capi di gente sì malvagia uscirono dello Stato della Chiesa, e massimamente Curtieto e Marco Sciarra, due de' più rinomati assassini, ed altri furono uccisi in campagna, o presi e giustiziati; pure non si potè svellere talmente quella gramigna, che non ripullulasse di tanto in tanto, e molto più dopo la morte del papa. Fu nondimeno con tal rigore eseguita in alcuni luoghi la buona intenzione del pontefice, che si convertì in manifesta crudeltà, con essersi fatte pubblicamente morire madri, solamente per avere ricettati una sola notte in casa figli o altri stretti parenti, o per aver dato loro da mangiare. Ma quel che più di ogni altro caso fece strepito, fu la morte del _conte Giovanni Pepoli_, il quale, secondo l'attestato dello Spondano, del Cicarelli e di altri, per aver negato di consegnare alcuni banditi, ch'egli ricettava fuori dello Stato della Chiesa, fu fatto prendere in Bologna, e strangolare in prigione: il che non si può dire quanto terrore spargesse fra tutti i sudditi dello Stato ecclesiastico. Ma perciocchè potrebbe restar molto denigrata presso i posteri la memoria di questo nobil uomo, uno dei primarii, più ricchi e riguardevoli della città di Bologna, quasi ch'egli fosse stato uno scellerato fomentatore di sicarii e banditi, non avrà discaro il lettore d'intendere più precisamente lo stato della sua disavventura da Antonio Isnardi Ferrarese, contemporaneo, e non parziale. Così scrive egli nei suoi Annali manoscritti all'anno precedente: _Circa il fine di agosto il papa fece strangolare il signor Giovanni de' Pepoli, ch'era prigione in Bologna, gentiluomo principale di quella città, e il primo del suo parentato, e padre dei poveri di essa città, che si figurava che desse ogni anno delle sue facoltà più di cinque mila scudi romani per elemosina. La cagione fu che sua santità lo imputò di aver fatto fuggire un capo di banditi ch'era prigione in un castello del detto signor Giovanni (cioè in Castiglione de' Gatti, feudo imperiale della nobil casa de' Pepoli), e gli era stato dimandato da sua santità, alla quale aveva risposto che il detto castello era giurisdizione dell'imperadore, e che senza licenza di sua maestà non lo daria. E mentre si maneggiava tal negozio, entrarono di notte genti nel detto castello, fecero prigione il commissario di quello, si fecero dar le chiavi della prigione, tolsero il prigione, e lo condussero via insieme col detto commissario, sino che furono fuori dello Stato della Chiesa, che poi liberarono il commissario. Fu pianto da tutti que' cittadini, e particolarmente dai poveri_. Lascerò io che i lettori senza di me facciano qui le loro riflessioni, volendo io passare a raccontar cose allegre, e sicuramente gloriose al pontefice Sisto.
Dicemmo aver egli aver avuto un animo da re. Le sue grandi idee, e queste eseguite senza che mai lo spaventasse alcuna difficoltà, compruovano una tal verità. Aveano i suoi predecessori lasciato posare in terra lo smisurato Obelisco (guglia chiamato da' Romani) che antichissimamente Sesostri re d'Egitto dedicò al sole, che Caligola imperadore menò a Roma, ed alzò in onore di Augusto e Tiberio e che i Barbari (per quanto si credeva) gittarono poi per terra. O maniera di rialzarlo non si trovava, o la spesa atterriva, o nulla essi curavano questo mirabil pezzo della più remota antichità. Sisto il volle riporre nella piazza del Vaticano, ed ebbe in Domenico Fontana Comasco un insigne ingegnere, che nel presente anno con una maravigliosa macchina felicemente rialzò quella gran pietra. Applicossi ancora esso pontefice ad un acquedotto, che gareggiò coi più famosi degli antichi romani, lungo ben venti miglia, per cui trasse a Roma l'acqua ch'egli volle nominata _Felice_ dal suo primiero nome della religion francescana. Terminò questa bella opera solamente nell'anno 1588. A comune benefizio ancora fece fabbricare una magnifica gualchiera per l'arte della lana presso la fontana dell'acqua Vergine, con promuovere anche in altre maniere il lanificio in quella città. Oltre a ciò, in capo alla piazza Giulia da un lato di ponte Sisto per ordine suo fu edificato un insigne spedale, capace di due mila poveri, con assegnargli una rendita annua di quindici mila scudi d'oro. Per maggior sicurezza dell'augusto tempio della beata Vergine di Loreto, e degli abitanti di quella terra, cingere fece di mura Loreto, e dichiarollo città, con dargli anche un proprio vescovo. Fu poi unita quella chiesa colle altre di Macerata e di Tolentino. Creò eziandio città, ed onorò del vescovato San Severino e Montalto sua patria. Inoltre pubblicò una bellissima prammatica e riforma delle vesti, delle doti, degli ornamenti, dei conviti, in una parola del lusso di Roma: medicina, di cui abbisognano, ma non sanno valersi anche i tempi nostri ed altre città. Dimorava con tutta quiete nei suoi Stati di Abruzzo _Margherita d'Austri_a duchessa di Parma, con godere nondimeno per lo più della buon'aria della ricca e deliziosa città dell'Aquila, quando nel febbraio del presente anno venne la morte a privar di lei la terra; principessa che colla sua mirabil saviezza e pietà compensò i difetti della nascita, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria. Le tenne dietro nel viaggio della eternità a' dì 18 del susseguente settembre il duca _Ottavio Farnese_ suo consorte, che nei verdi anni si acquistò nome di valoroso capitano, e nei maturi di principe savissimo, giusto e pieno di clemenza. Al senno suo dovette la casa Farnese il vero suo stabilimento, e in somma sua gloria tornò l'aver egli prodotto _Alessandro Farnese_ suo primogenito, generale d'armate, che si potè uguagliare ai più celebri dell'antichità. Il conte Loschi ed altri, che riferirono la morte del duca Ottavio all'anno seguente o ad altri anni, mancarono di buone notizie.
Restò dunque, colla morte del genitore, Alessandro Farnese duca di Parma e Piacenza, e di tale occasione si servì egli per chiedere congedo al re Cattolico, a fin di accudire al governo de' proprii Stati, e alla cura de' suoi piccioli figliuoli; ma nol potè ottenere. Le imprese di questo principe ne' Paesi Bassi e nell'elettorato di Colonia durante il presente anno ancora furono memorabili. Espugnò Grave e Venlò in Fiandra; ricuperò la città di Nuis occupata dai calvinisti, dove rimase tagliata a pezzi quella guarnigione, e la città saccheggiata, e dipoi quasi annientata da un fierissimo incendio, di cui non si seppe l'autore. Con tutto che la regina d'Inghilterra _Elisabetta_ avesse presa la protezion de' Fiamminghi eretici, e spedito in lor soccorso il conte di Lincestre con buoni rinforzi e con titolo di governatore delle Provincie Unite; pure il Farnese frastornò col suo valore tutte le di lui misure; laonde fu egli richiamato in Inghilterra. Continuarono similmente in Francia le guerre tra i cattolici e gli ugonotti, comparendo sempre il re ben animato per li primi; ed egli in questo anno ancora pubblicò un grave editto contra de' secondi. E perciocchè i principi protestanti della Germania s'interessarono nella protezion d'essi eretici, e gli spedirono ambasciatori per questo, egli fece loro conoscere la costanza sua in sostener la religione de' suoi maggiori coll'onore della sua corona, e li rimandò mal soddisfatti.
Anno di CRISTO MDLXXXVII. Indiz. XV.
SISTO V papa 3. RODOLFO II imperadore 12.
Anno fu questo di grave carestia per molte parti d'Italia, e massimamente in Roma; ma il provvido governo di _papa Sisto_ sovvenne alla necessità de' suoi popoli senza risparmiare spesa e diligenza alcuna in pro di essi. E per provvedere ancora al bisogno dei tempi avvenire in aiuto della povertà, assegnò nell'anno seguente un capitale di ducento mila scudi romani, coi quali si fondasse una frumentaria: degno pensiero di chi è ottimo principe, e attende al bene de' sudditi suoi; se non che provvisioni tali non sogliono avere lunga vita. A _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia era nato nel precedente anno a dì 3 di aprile il suo primogenito. Volle egli nel presente solennizzarne il suo battesimo, e padrini furono il _cardinal Sfondrato pel papa, madama di Carnevaletto_ per _Caterina regina di_ _Francia, Gianandrea Doria_ pel _principe di Spagna, la marchesa di Garres_ per_ l'infanta di Spagna, Agostino Nani_ per la_ repubblica di Venezia, il vescovo di Malta_ pel _gran maestro de' cavalieri_. Giostre, tornei, macchine di fuochi artificiali, ed altri magnifici divertimenti furono dati in Torino a sì nobil brigata, e nel dì 12 di maggio seguì la festosa funzione del battesimo. Fu posto all'infante il nome di _Filippo Emmanuele_; ma questo principe premorì al padre nel 1605, con restare la primogenitura a _Vittorio Amedeo_, principe nato in mezzo alle suddette allegrezze nel dì 9 dello stesso mese di maggio. Rapì la morte in quest'anno a dì 13 d'agosto, dopo breve infermità di renella, _Guglielmo Gonzaga_ duca di Mantova, mentre si trovava in Bozzolo, a cui succedette _don Vincenzo_ unico suo figlio maschio. Mandò egli a prendere a Mantova venticinque mila scudi per distribuirli prima di morire a' suoi servidori, affinchè non avessero a litigar coll'erede. Non giunsero questi a tempo; con tutto ciò il nuovo duca Vincenzo fedelmente eseguì la mente del padre, ed altri atti di liberalità esercitò verso de' suoi popoli. Terminò del pari la carriera del suo vivere in età solamente di circa quarantasette anni _Francesco gran duca_ di Toscana di una infermità creduta non pericolosa, nel dì 19 di ottobre alle ore cinque di notte. Nel giorno seguente, quindici ore dopo la morte del marito, mancò di vita anche la _gran duchessa Bianca Cappello_. Molte furono le dicerie per questo avvenimento funesto. Per attestato del vivente allora Traiano Boccalino, molti credettero ch'esso gran duca Francesco svaghito d'essa Bianca, per cieca passione da lui già sposata, si perdesse poscia in altri amori, e che la gran duchessa, donna di altero spirito, per vendetta gli desse il veleno; ma che, scoperto il delitto, anch'ella per la stessa via fosse fatta morire. Diversamente altri pensarono, credendo che il _cardinal Ferdinando_, fratello d'esso gran duca, non avesse mai potuto digerire quel matrimonio. Ma quanto è facile al popolo il voler entrare nei segreti laberinti dei principi, altrettanto facile è in casi tali l'ingannarsi. Comunque ciò fosse, non avendo esso gran duca lasciata prole maschile legittima, prese tosto le redini del governo il suddetto cardinal Ferdinando, principe più provveduto di senno e di altre virtù, che il defunto fratello, il quale non tardò a farsi riconoscere per padrone; perciocchè, avendo mostrato il castellano di Livorno alquanto di renitenza a consegnare quella fortezza ad un gentiluomo da lui inviato colà col contrassegno, il fece impiccare. Per altro restarono due figlie di esso principe, l'una _Leonora_ che vedemmo maritata col suddetto don Vincenzo duca di Mantova, e _Maria_, che a suo tempo vedremo regina di Francia. Amendue erano nate dalla sua prima moglie _Giovanna d'Austria_. Nè si dee tacere che nel dì 13 dicembre un gran temporale succeduto a Napoli conquassò molti legni in quel molo, con perdita di non pochi uomini; e un folgore, figlio della terra o delle nuvole, accese il fuoco nel maschio di Sant'Ermo, dove era la polve da artiglieria, e lo fece saltare con tal forza, che rovesciò tutte le fabbriche circonvicine, ed uccise più di cento e cinquanta persone. Notabile offesa anche ne riceverono le chiese e case poste alle falde di quel monte. Crebbe in quest'anno smisuratamente la febbre della Francia, e fu soggetta a varii pessimi parossismi. Non comporta l'istituto mio ch'io prenda a descrivere quelle fiere civili discordie. Solamente accennerò che _Arrigo re_ di Navarra, il _Condè_ e gli altri ugonotti tirarono dei possenti aiuti dalla Germania protestante; e che, all'incontro, la lega appellata santa di _Carlo cardinal_ di Borbone, del _duca di Lorena_, dei _principi di Guisa_ e del _maresciallo di Birone_, fece dei copiosi armamenti dal canto suo, favorita in questi tempi dal re Arrigo III. Venne il cattolico duca di Gioiosa a battaglia nel dì 10 di ottobre col re di Navarra; lasciò egli la vita sul campo, e l'esercito suo andò tutto in isconfitta. Ma in breve si rifece quel danno, essendo riuscito al duca di Guisa e agli altri principi della lega di disfare l'esercito tedesco e svizzero guidato dal duca di Buglione, che marciava per unirsi al re di Navarra. Impadronissi in quest'anno in Fiandra il valoroso duca _Alessandro Farnese_ di Deventer, città di molta importanza per essere capo della provincia di Overissel. Memorabile dipoi fu l'assedio da lui posto all'Esclusa, che immense fatiche costò, ma in fine obbligò quel presidio alla resa. L'anno fu poi questo in cui _Elisabetta regina_ eretica d'Inghilterra con eterna sua infamia condannò alla morte _Maria regina_ cattolica di Scozia non suddita sua, dopo la prigionia di moltissimi anni. Fu ella e prima e dipoi oppressa da infinite calunnie dei suoi nemici, per tentar pure di giustificar l'atto barbaro e tirannico d'Elisabetta, riprovato da chiunque portava il titolo di principe. Un'ammirabil costanza mostrò fino agli ultimi momenti di sua vita la povera regina, e al suo funerale pagarono un tributo di lagrime tutti i cattolici. Restò di essa un figlio, re di Scozia, cioè _Giacomo_, che giunse poi ad essere anche re d'Inghilterra, ma senza conservar la religione dei suoi maggiori: cosa che principalmente fece a lui raccomandare prima di morire la sfortunata sua madre. Di quella lagrimevol tragedia a me non convien dirne di più. Certo è che il pontefice Sisto non si potea dar pace per tanta barbarie; e però, oltre all'aver confermate, per quanto potè, ed accresciute le inutili censure contro quella inumana principessa, segretamente ancora e con promesse di aiuti commosse _Filippo re_ di Spagna a fare un maraviglioso preparamento d'armi a danni della medesima, giacchè ella continuamente infieriva contro i cattolici, ed anche nell'anno presente sostenne colle sue armi i ribelli eretici dei Paesi Bassi contra dello stesso re Cattolico. Finalmente fra tante altre grandiose cose che tutto dì andava meditando ed eseguendo in bene del pubblico o in ornamento di Roma esso magnanimo _papa Sisto_, si dee annoverare in quest'anno l'istituzione da lui fatta in Roma di quattordici congregazioni di cardinali, coll'aver confermata nello stesso tempo quella dell'inquisizione. In esse compartì egli tutte le varie materie spettanti non meno alla religione che al governo civile, acciocchè tutto ivi fosse con ordine e nelle dovute forme esaminato, e riferito poscia ai sommi pontefici, dall'approvazion de' quali venissero sigillate le risoluzioni prese in cadauna di quelle assemblee. La bolla sua intorno a tali congregazioni fu pubblicata nel dì 22 di gennaio dell'anno presente. Fece egli parimente racconciare un antichissimo obelisco egiziano rotto in più pezzi, e dirizzarlo davanti alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma soprattutto glorioso fu il risarcimento della maravigliosa colonna istoriata che il senato e popolo romano dedicò a Traiano Augusto, e che papa Sisto nel dì 28 di novembre di quest'anno dedicò solennemente in onore di san Pietro principe degli Apostoli. L'iscrizione nondimeno parla dell'anno seguente.
Anno di CRISTO MDLXXXVIII. Indiz. I.
SISTO V papa 4. RODOLFO II imperadore 13.
Meritò somma lode in quest'anno la costituzione di _papa Sisto_ emanata nel dì primo di agosto, in cui ordinò che per tutte le città e terre dello Stato ecclesiastico, a riserva di Bologna, si formasse un pubblico archivio, dove si avessero a registrare e conservare tutti gli atti dei pubblici notai: il che di quanto bisogno ed utile sia a cadaun paese, la pratica lo fa tutto dì conoscere. Biasimevol negligenza dee ben dirsi quella di quei paesi, dove si pensa a vivere solamente il dì presente, senza curarsi punto dell'avvenire. Compiè ancora l'indefesso papa una grande idea cominciata già negli anni addietro. Cioè, considerando i bisogni, ai quali potrebbe essere un dì esposto lo Stato ecclesiastico per le invasioni della potenza ottomana, ed anche dei principi cristiani, determinò di ragunare e mettere in serbo un tesoro, a cui si potesse ricorrere nella necessità per sua difesa. Aveva dunque nei passati anni messa in castello Sant'Angelo la somma di due milioni di scudi d'oro, e nel presente vi ripose tre altri simili milioni, obbligando poi con giuramento gli allora viventi ed anche i futuri porporati di non valersi di quel danaro, se non nei casi prescritti dalle bolle ch'egli intorno a ciò promulgò. Ma per mettere insieme tant'oro gli convenne imporre insolite gravezze a tutti i suoi sudditi, e tagliar l'unghie a diversi magistrati, e far altre riforme: il che non si potè eseguire senza gravi lamenti e grida dei popoli. Qual pro abbia poi fatto alla santa Sede quel tesoro, e in quale Stato esso di presente si truovi, non a me poco informato lo chiegga il curioso lettore, ma bensì a quei romani che san penetrare negli arcani di quella sacra corte. Bensì dirò io che i politici d'allora, al riflettere di quai magnifici disegni fosse capace la testa di papa Sisto, si figurarono fatta da lui sì gran massa di danaro per ricuperare il regno di Napoli, qualora fosse accaduta la morte di _Filippo II_, giacchè non meno nella bolla sua, che in alcuni motti a lui talvolta scappati di bocca, apparivano segni di una tal voglia: e tanto più perchè aveva fatto fabbricare ed armare dieci galee con imporre per la fabbrica di esse, e per la lor manutenzione in avvenire, un annuo taglione di sessantotto mila scudi a' sudditi suoi. Restavano intanto altri obelischi o, vogliam dire, guglie, già nobili ornamenti di Roma antica, stesi a terra, che sembravano raccomandarsi al regio animo del pontefice Sisto per essere rimessi nel pristino loro decoro. Fra gli altri uno ve ne era di smisurata grandezza, più di due mila anni prima dedicato dai re di Egitto al sole, e pieno di gieroglifici egiziani, che poi diedero campo all'ingegnoso padre Atanasio Kirchero di produrre sì bei sogni. Fu questo levato da Costantino Magno dal suo sito e trasportato pel Nilo ad Alessandria, con disegno di trarlo alla sua nuova Roma, cioè a Costantinopoli. Fecelo poi l'imperador Costanzo suo figlio condurre a Roma vera con una mirabil nave, mossa da trecento remiganti, ed alzarlo nel circo massimo. Da più secoli atterrato o dai Barbari, o da tremuoti, giacque quel nobilissimo monumento rotto in tre pezzi, e in parte seppellito nelle rovine d'esso circo: quando l'animoso Sisto fece maestrevolmente acconciarlo, e trasferirlo nella piazza lateranense, dove alzato tuttavia si ammira. Oltre a ciò trovandosi la biblioteca vaticana, dove si conserva un immenso tesoro di libri scritti a penna, mirabilmente accresciuto anche dai pontefici de' nostri tempi, in un sito basso, scuro e poco salutevole, Sisto fece fabbricar per essa un nobilissimo edificio nuovo con assaissime pitture, che restò compiuto nell'anno presente. Appresso alla stessa biblioteca in Belvedere istituì lo stesso pontefice una insigne stamperia con caratteri ebraici, greci, latini e di altre lingue orientali, affinchè spezialmente vi si stampassero le opere de' santi padri.
Gran pascolo ebbero in quest'anno i curiosi cacciatori degli avvenimenti del mondo. Imperciocchè _Filippo II re_ di Spagna da gran tempo faceva una stupenda raunanza di armati e di vele, senza sapersi dove tendessero le mire sue. Sospettavano i più ch'egli la volesse contro l'Olanda; ma venne a scoprirsi che i disegni suoi erano contro Elisabetta regina d'Inghilterra, siccome quella che fin qui aveva dato gran braccio agli eretici ribelli nei Paesi Bassi, e già appariva che senza depressione di lei non si potea sperare di calmar giammai quella ribellione. Non ha mai veduto la Spagna un sì grandioso apparato di flotta navale, come fu questo, contandosi in esso cento trentacinque legni grossi tra galee, galeazze e vascelli tondi, allora chiamati galeoni, oltre ad altri minori e navi da carico, con immensa quantità di artiglierie, attrecci militari e munizioni, dove s'imbarcarono circa venti mila bravi combattenti. Immense spese costò un sì poderoso armamento. Aveva nello stesso tempo ricevuto ordine il duca _Alessandro Farnese_ di allestire in Fiandra un'oste poderosa con legni da trasporto per traghettarla in Inghilterra al primo avviso che vi fosse approdata la flotta di Spagna. Cinque mila fanti trasse egli da Milano, quattro altri mila da Napoli, ed altri dalla Borgogna e Germania, oltre ai venturieri che da tutte le parti comparvero al servigio di sì rinomato principe. Si trovò il Farnese avere un esercito di circa quaranta mila fanti e di quasi tre mila cavalli. Il pontefice Sisto aveva anch'egli promesso di concorrere a quella grande impresa con un milione di scudi, ma non prima che gli Spagnuoli avessero posto piede in Inghilterra. Sospettando intanto di questo minaccioso turbine la regina inglese, non lasciò di ben premunirsi colle forze del regno, e coll'implorar soccorso dagli amici. Mise insieme anche ella una copiosa flotta di vascelli, creandone ammiraglio milord Carlo Howard, e viceammiraglio il corsaro Francesco Drago, famoso per tante percosse date in America ed altrove agli Spagnuoli. Fu creduto che ella assoldasse quaranta mila fanti, e poco inferior numero di cavalleria.
Nel mese di giugno fece vela la formidabil flotta di Spagna comandata dal _duca di Medina Sidonia_ poco sperto nei combattenti navali, ma con cattivo augurio, perchè dissipata in breve da una fiera burrasca. Si raccolse essa in fine alla Corogna, e di là poi continuò il viaggio alla volta d'Inghilterra, finchè arrivò a vista della nemica armata navale. Si aspettavano tutti che si venisse a un terribil fatto d'armi, e tale era il consiglio de' capitani; ma il duca non poteva darla se non quando il consiglio di Spagna l'ordinava, o quando la collera altrui o la sua il levava dall'indifferenza. Intanto voltò egli le prode, con tempestare intanto il duca di Parma che uscisse in mare colle sue navi da trasporto, ma senza poterlo egli fare per varii riflessi, e spezialmente per non esporre navi disarmate alle artiglierie nemiche. Furono prese dal Drago alcune navi spagnuole sbandate: quand'ecco, mentre la flotta ispana solamente pensava a ritirarsi per non combattere co' nemici, vien forzata a combattere con una spietata tempesta di mare che all'improvviso si sollevò. Restò essa tutta spinta qua e là, parte in Iscozia ed Irlanda, e parte verso altre contrade. Molte di quelle navi rimasero ingoiate dall'infuriato elemento, altre caddero in mano degl'Inglesi; quelle infine che si ridussero salve in Ispagna, si videro tutte malconcie e sdruscite. Secondo gli scrittori spagnuoli, vi perirono solamente trentadue legni da guerra, oltre a quei da carico, e circa dieci mila soldati. Dai nemici si fece ascendere la perdita di essi Spagnuoli oltre a venti mila uomini e ad ottanta navi. Quel che è certo, inesplicabile fu il danno degli Spagnuoli, e in quella fortuna di mare naufragò ogni speranza di rintuzzar l'orgoglio della regina inglese e di saldar le piaghe dei popoli fiamminghi. Ma se grande, anzi massima fu quella disavventura, più grande ancora, per attestato d'ognuno, si trovò l'animo e il coraggio del _re Filippo II_, che niun segno di perturbazione mostrò, e placido come prima fece conoscere che il suo coraggio era superiore ad ogni scossa dell'avversa fortuna. Il suo sdegno nondimeno contro il Medina Sidonia non tardò a farsi conoscere; nè mancarono dicerie ed accuse contra di Alessandro Farnese, quasi che potendo non avesse voluto accorrere in soccorso dell'altro. Alcune imprese fece nel resto di quest'anno esso duca Alessandro; ma io mi dispenso dal raccontarle. Non vo' già tacere, aver molti creduto invenzione di questi ultimi tempi l'uso delle bombe, quando c'insegna Famiano Strada, che, inventate esse da un Italiano, oppure da altro ingegnere di Ventò con poca diversità dalle moderne, furono in quest'anno adoperate nell'assedio di Vactendon picciola fortezza della Gheldria, e molto cooperarono per costringerla alla resa.
Non minore strepito fece parimente nell'anno presente una scena succeduta in Francia, che esigerebbe molte parole, ma che io in poche spedirò. Mal soddisfatto era il _re Arrigo III_ del _duca di Guisa_ e de' suoi seguaci cattolici confederati, perchè la potenza d'essi faceva troppo ombra alla regal sua autorità. Furono a lui insinuati sospetti che il duca amoreggiasse la corona di Francia, senza neppure aspettarla dopo la morte sua. Furono infatti proposte da essi confederati al re alcune dure condizioni, e il Guisa volle venire a Parigi, con tutto che il re glie lo avesse vietato. Tanto più crebbe allora il sospetto e la paura di esso monarca; ed essendosi egli voluto premunire coll'introdurre in Parigi alcune compagnie di Svizzeri e Franzesi, ecco, nel dì 12 di maggio, appellato il dì delle Barricade, il cattolico popolo parigino, affezionato ai principi di Guisa, prender l'armi contro quella guarnigione: per la qual ribellione il re non si giudicando sicuro, si ritirò a Sciartres. Furono poi fatti dei gran maneggi per la concordia, e il re finalmente ricevette in grazia il _duca di Guisa_ e tutti i suoi aderenti, anzi li colmò di onori, ma covando nell'animo un dispetto ed odio implacabile contra di loro. Non passò quest'anno senza farlo conoscere; imperciocchè nel dì 23 di dicembre, chiamato il _duca_ nella camera del re, fu dalle guardie trucidato. Preso anche il _cardinale di Guisa_ suo fratello, da lì a poco restò privato di vita. Vidersi inoltre imprigionati il _cardinal di Borbone_, l'_arcivescovo di Lione_, i _duchi di Nemours _ e d'_Elboeuf_ con altri: dopo di che Arrigo tutto glorioso proruppe in queste parole: _Ora sì ch'io son re_. Intanto il duca di Nemours fuggito di prigione, _Carlo di Lorena_ duca d'Umala, il popolo di Parigi e gli altri cattolici più che mai rinforzarono la ribellione, declamando da per tutto contro il re, massimamente per la morte inferita alla sacra persona del cardinal di Guisa, e per la prigionia dell'altro di Borbone. Però in somma confusione restò quel regno, e grandi risentimenti ne fece la corte di Roma.
Fu detto che, preso il segretario del duca di Guisa, con tutte le scritture, si venisse a scoprire l'intelligenza che passava ai danni del re fra _Filippo re_ di Spagna, _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia e il _duca di Guisa_. Può dubitarsi che fossero pretesti inventati per far comparire giusta la risoluzione presa dal re. Per altro, esso duca di Savoia si servì in questi tempi degli sconcerti della Francia in suo vantaggio. Possedeva da molti anni la corona di Francia il marchesato di Saluzzo in Italia, decaduto per la linea finita di que' marchesi. Sopra quello Stato avea la casa di Savoia delle giuste pretensioni, ma inutili fin qui per la troppo superior potenza della Francia. Accadde che il duca di Lesdiguieres, generale dell'eretico _re di Navarra_, possedendo le migliori fortezze del Delfinato, minacciava quel marchesato, e prese ancora Castel Delfino. Allora il duca, siccome quegli a cui premeva che l'eresia non penetrasse in Italia, e che i nemici del re di Francia non s'impadronissero di Saluzzo, giudicò meglio di prevenirli con impossessarsene egli. Adunque sul fin di settembre uscito in campagna prese Carmagnola, dove trovò circa quattrocento cannoni (se pur si può credere) e dei grossi magazzini di ogni sorta di provvisione. Poscia aiutato anche dal governatore di Milano, soggiogò Cental e Revel, entrò in Saluzzo, ripigliò Castel Delfino: in una parola, tutto quel marchesato venne alle sue mani. Ebbe un bel dire il duca Carlo Emmanuele: il re di Francia restò mal soddisfatto di quella occupazione, commosse i Genevrini e gli Svizzeri contra di lui, e di là da' monti si diede principio ad una molto pericolosa guerra: giacchè spedito dal re il signor di Pugnì al duca, nol potè muovere a rilasciar quel paese. Con queste sì fiere turbolenze di Stati terminò l'anno presente.
Anno di CRISTO MDLXXXIX. Indizione II.
SISTO V papa 5. RODOLFO II imperadore 14.
Neppure lasciò il _pontefice Sisto_ quest'anno senza qualche magnifica impresa per sempre più abbellire la città di Roma. Restava tuttavia fra le rovine del circo massimo un altro nobilissimo obelisco egiziano, tutto tempestato di gieroglifici, rotto in più pezzi, già condotto a Roma da Cesare Augusto. Fattolo racconciare da periti maestri, volle Sisto che fosse rialzato davanti alla chiesa di Santa Maria del Popolo. Oltre a ciò, aggiunse ornamenti all'insigne colonna antonina istoriata, alla cui cima per una interna scala si sale, e solennemente la dedicò a san Paolo apostolo, ponendovi sopra l'immagine d'esso apostolo di bronzo. E perciocchè il porto di Cività Vecchia scarseggiava d'acque buone, provvide al bisogno di quel popolo e dei naviganti, con farne venir colà, mercè degli acquedotti fabbricati per sei miglia, dove portava il bisogno. Aveano tentato, e non senza frutto, gli antichi Romani e i succeduti imperadori di seccar le paludi pontine, acciocchè tante miglia di paese inondato dall'acque servissero da lì innanzi alla coltivazione, e cessassero ancora i danni dell'aria cattiva. Per le calamità de' secoli barbarici tornarono quelle paludi a ripigliare l'antico lor dominio in quelle campagne. Un bell'oggetto appunto all'animo grande di papa Sisto era il provvedere per sempre a quel disordine sì pernicioso al pubblico, e vi si applicò col suo solito ardore, facendo cavare una larga e lunghissima fossa, appellata anche oggidì il fiume di Sisto, con ispesa di ducento mila scudi, per cui si guadagnò un gran tratto di paese. Pensava egli di condurre questa fossa fino al mare, ma, rapito poi dalla morte, ne lasciò la cura ai suoi successori. Con ragione ancora si può dire ch'egli rinnovasse il palazzo Lateranense colla giunta di tante fabbriche, portici, sale e camere dipinte da valenti pittori, delle quali poi fece la solenne dedicazione a' dì 30 di maggio dell'anno presente. Erano sformate e quasi lacere le grandi statue dei due cavalli attribuite (benchè molto se ne dubiti) agli antichi eccellenti scultori Fidia e Prassitele. Il buon Sisto le rimise nell'antico loro decoro, e le fece collocare nella piazza del Quirinale. Al medesimo pontefice ancora si dee la fabbrica di un ponte dal suo nome chiamato Felice, posto sopra il Tevere ad Otricoli.
Ma in mezzo a queste bell'opere il cuor di papa Sisto era tormentato non poco per quanto era avvenuto in Francia nel precedente anno, parte pel timore che la religion cattolica ne patisse (timore maggiormente accresciuto nell'anno presente, in cui _Arrigo III_ re si riconciliò ed unì coll'eretico _Arrigo re di Navarra_), e parte per l'enorme scandalo commesso da esso re di Francia colla morte data al cardinale di Guisa, e per la prigionia di quel di Borbone, e dell'arcivescovo di Lione. Dall'un canto non mancò Arrigo III d'inviare ambasciatori a Roma per giustificare o scusare l'operato da lui; ma dall'altro il buon pontefice veniva tutto dì pulsato dai ministri della lega, e incitato a procedere con forte braccio contra del re cui la Sorbona stessa avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto sopra la corona. Maraviglia fu che il focoso pontefice andasse barcheggiando un pezzo, finchè assicurato che un poderoso armamento si facea dagli eretici in Francia, e vedendo che, per quante istanze si fossero fatte, il re non s'induceva a rimettere in libertà il cardinal di Borbone e l'arcivescovo: finalmente nel dì 24 di maggio pubblicò un monitorio, in cui esortava, e poi comandava che il re nel termine di dieci giorni dopo la pubblicazione da farsi in Francia rilasciasse i suddetti carcerati, e dopo sessanta giorni comparisse egli in persona, o per procuratore, a rendere ragione della morte del cardinal di Guisa e della prigionia dell'altro: il che non facendo, incorresse nelle scomuniche. Intanto in Francia la regina _Caterina de Medici_ madre del re, che prima della morte dei Guisi era stata presa da una lenta febbretta, tal affanno concepì per quella tragedia, che nel dì 5 di gennaio del presente anno terminò il suo vivere: principessa di grande ingegno, ma che presso alcuni scrittori franzesi vien dipinta come donna di grandi raggiri per mantener sempre sè stessa nell'autorità del comando; il che, secondo essi, tornò in non lieve pregiudizio del regno. Altri, per lo contrario, lasciarono un bell'elogio della sua pietà e saviezza, per cui spezialmente la corte di Francia fu non poco preservata dal libertinaggio, ch'era allora alla moda; e certamente ella sempre si dimostrò lancia e scudo al cattolicismo.
Dacchè il _re Arrigo III_, credendosi poco sicuro dalla parte della lega, si accordò col re di Navarra seguace del calvinismo, maggiormente s'irritarono contra di lui i cattolici, quasichè egli fosse per tradir la religione in cui era nato; e però scossero ogni riverenza verso di lui, trattandolo col solo nome di tiranno, e declamando fin dai pulpiti contra di lui. Questa universal detestazione quella verisimilmente fu che mosse Jacopo Clemente, giovinetto di ventitrè anni, già ammesso nell'ordine dei Predicatori, a voler liberare la Francia da questo principe con una troppo detestabile iniquità. Cioè, entrò in testa a questo fanatico giovane, che un bel sacrificio si farebbe a Dio, un gran vantaggio si recherebbe alla religion cattolica con togliere dal mondo, a spese anche della propria vita, Arrigo III, senza riflettere che la legge di Dio comanda l'ossequio nel governo civile al principe legittimo, ancorchè divenuto tiranno o eretico o infedele. Pertanto finse lettere, e mostrando di aver segreti di importanza da comunicare al re solo, ebbe maniera di farsi introdurre alla sua udienza nel dì primo di agosto. Mentre il re leggeva le lettere da lui portate, il diabolico giovane, cavato dalla manica un coltello avvelenato, gliel cacciò profondamente nella pancia. Gridò il re, e, preso lo stesso coltello, ferì Clemente sopra un occhio; ed accorse le guardie, con più colpi lo stesero morto a terra, senza che si potesse poi ricavare onde costui fosse stato spinto a sì enorme scelleratezza. Il re nel seguente giorno con sentimenti sempre cattolici di credenza, di pentimento dei suoi falli e di perdono agli altrui, spirò l'anima in età di trentanove anni, con rimanere estinta in lui la linea dei re di Francia della casa di Valois. Maggiormente crebbero per questa morte le turbolenze di quel regno. Fu il valoroso re di Navarra della linea di Borbone dai suoi parziali, come più prossimo al regno, proclamato re, e prese il nome di _Arrigo IV_, con giuramento di conservare la fede cattolica nel regno, ma rigettato a cagion della sua eresia dalla lega cattolica, la quale dichiarò re _Carlo cardinal di Borbone_, ancorchè tuttavia prigione. Diedesi quindi principio ad un'arrabbiata guerra fra esso Arrigo IV (che saccheggiò i borghi di Parigi con acquistar ancora varii luoghi) e la lega appellata santa, in favore di cui apertamente si dichiarò _Filippo II_ re di Spagna, e si preparava anche a far molto il pontefice Sisto, se la morte non avesse troncati gli alti suoi disegni.
Non erano in questo tempo men grandi i pensieri di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, sì pei proprii vantaggi, che per secondar le massime del re Cattolico suocero suo, rivolte, non so se in sostanza, oppure in apparenza, a favor della Francia, per essere anch'egli stato uno de' pretendenti a quella corona. I Genevrini e i Bernesi aveano mossa guerra contra la Savoia; laonde il duca fece leva di genti in varie parti d'Italia, dichiarando, con permissione del duca di Ferrara, capitan generale delle sue armi _Filippo d'Este_ marchese di San Martino, cognato suo. Ebbe ancora soccorsi di gente dallo Stato di Milano; e con queste forze ricuperò i luoghi a lui presi dagli eretici; indusse i Bernesi a far seco pace, e poi lasciò come bloccata Genevra. Avvenuta poi la morte di Arrigo III, avendo promosse le pretensioni sue sopra il regno di Francia, mosse guerra in Provenza, dove se gli diedero alcuni di quei popoli. Tentò anche il parlamento del Delfinato, ma non riportò se non buone parole. Aveva in questi tempi _Ferdinando de Medici_ deposta la sacra porpora, ed assunto il titolo di gran duca di Toscana; però pensò all'accasamento suo. Fu da lui scelta per moglie _Cristiana_ figlia di _Carlo duca_ di Lorena, allevata fin dalla tenera età nella corte di Francia sotto la regina Caterina. Condotta per mare questa principessa, fece poi la solenne sua entrata in Firenze nel dì ultimo d'aprile: siccome esso gran duca Ferdinando era principe sommamente magnifico, e che si trattava alla reale, così celebrò con sontuose feste e divertimenti quelle nozze, alle quali intervennero il duca e la duchessa di Mantova, i cardinali Colonna vecchio, Gonzaga vecchio, Alessandrino e Gioiosa con don Cesare d'Este cognato d'esso gran duca. _Papa Sisto_ anch'egli maritò in quest'anno due sue pronipoti, l'una con Virginio Orsino duca di Bracciano, l'altra col duca di Tagliacozzo e contestabile del regno, di casa Colonna, con dote per cadauna di cento mila scudi.
Anno di CRISTO MDXC. Indizione III.
URBANO VII papa 1. GREGORIO XIV papa 1. RODOLFO II imperadore 15.
Fu in quest'anno pubblicata la sacra Bibbia, che l'infaticabil _papa Sisto_, in esecuzione del prescritto dal concilio di Trento, avea fatto collazionare con gli antichi manoscritti, ed emendare. Ma perchè non riuscì perfetta quella fatica, nè assai corretta l'edizione, un'altra più esatta ne fece poi fare Clemente VIII. Ora, mentre si aggiravano in mente ad esso _papa Sisto V_ imprese sempre nuove o in vantaggio della cristianità, o in utile dei suoi Stati, o in ornamento di Roma, ed impiegava anche moltissimi pensieri per le guerre civili che laceravano la Francia con gravissimo pericolo della religione, eccoti la morte bussare alla porta, e portarlo all'altra vita nel dì 27 di agosto dell'anno presente. Era egli nato nel dì 13 di dicembre del 1521. Dopo il già detto non ci sarebbe bisogno che io qui ricordassi qual fosse la grandezza dell'animo di questo pontefice, quale il suo zelo per la fede cattolica, quale la religiosità de' suoi costumi, e la sua moderazione verso i nipoti, i quali restarono ben ricchi, ma senza avere espilato l'erario di San Pietro. Niun più di lui seppe farla da principe; ma vi fu chi desiderò che meno lo facesse. Sotto di lui tutti tremavano: tanto era il rigore della sua giustizia, quasichè egli nulla curasse di farsi amare dai sudditi suoi. Dicono che anche oggidì si fa paura ai fanciulli col suo nome. La verità nondimeno è che a lui non mancò l'amore di molti, e massimamente dei saggi. Grandiose furono le di lui idee, nè io tutte le ho riferite, tutte nondimeno animosamente eseguite, ma comperate colle lagrime dei suoi popoli, per aver egli imposto di nuovo, come scrive il Cicarelli, più di trentacinque dazii e gabelle: ortiche, le quali, una volta nate, non si seccano mai più; e quelle anche rigidissimamente riscosse dai suoi commissarii. Venali ancora rendè molti uffizii: del che certo non riportò lode. A questo pontefice vivente avea il senato e popolo romano alzata una statua con bella iscrizione. Ma dacchè egli cessò di vivere, molti nobili, disgustati per la di lui asprezza, e per avere levato alcuni uffizii al senato romano; moltissimi ancora della plebe in vendetta delle gravezze imposte si sollevarono, e bene fu che s'interponessero dei saggi magnati: altrimenti su quella statua si sfogava la lor collera e vendetta. Quetossi il tumulto; con tutto ciò servì quest'esempio perchè i Romani formassero uno stabile decreto di non alzar più statue ad alcun pontefice vivente. Tempo in fatti pericoloso per l'adulazione è la vita de' principi; il giusto giudizio del merito delle persone si ha da aspettar dalla morte.
Ora entrati in conclave i porporati, nel dì 15 di settembre elessero con somma concordia papa il cardinale _Giambatista Castagna_ nato in Roma da padre genovese nel 1521, e sempre in essa allevato, e considerato come Romano. Tali virtù e belle doti d'animo e d'ingegno, e spezialmente di amorevolezza, saviezza e sperienza degli affari del mondo, concorrevano in questo personaggio, che si può dire ch'egli entrò papa in conclave, c tale anche ne uscì. Lo stesso papa Sisto, che ben s'intendeva del valore delle persone, più d'una volta scherzando diede a conoscere di riguardar lui, come suo successore. Prese egli il nome di _Urbano VII_, ed era ben degno di lunga vita, perchè nulla a lui mancava di buono per fare un ottimo reggimento. Ordinò tosto che niuno de' parenti suoi prendesse altro maggior titolo di quel che aveano innanzi. Nè pur volle promuoverne alcuno ai supremi uffizii, dicendo esser meglio di valersi di altri, per potere, se fallassero, senza impedimento del naturale affetto, o rimuoverli o gastigarli. Fece subito descrivere tutti i poveri della città, con animo di esercitar verso di loro l'innata sua liberalità, di cui, appena creato papa, diede un bei saggio verso i cardinali poveri. Immantenente ancora ordinò la riforma della dateria e la continuazione delle fabbriche di papa Sisto, volendo che del medesimo quivi si ponessero l'armi, e non già le sue. Pensava eziandio a levar le gabelle poste da papa Sisto, a provvedere alla carestia allora corrente e ad altre lodevoli azioni. Ma che? nel secondo giorno del suo pontificato cominciò a sentirsi poco bene; sopraggiunse la febbre, e questa nel dì 27 di settembre, il rapì dalla presente vita con incredibil dispiacere del popolo romano, che per lui eletto somma allegrezza mostrò, per lui infermo offerì a Dio ferventi preghiere, e lui morto onorò col pianto quasi di ognuno.
Convenne dunque che il sacro collegio passare ad una nuova elezione, e questa cadde, dopo molte dispute pel concorso di altri degnissimi porporati, correndo il dì 5 di dicembre, nel _cardinale Niccolò Sfondrati_ nobile milanese, chiamato il Cardinal di Cremona, perchè vescovo di quella città, e di famiglia anche oriunda di là. Suo padre fu Francesco già senatore di Milano, e dopo la morte di Anna Visconte sua moglie, pel suo sapere creato cardinale da Paolo III, vescovo fu anch'egli di Cremona. Era Niccolò suo figlio personaggio di maschia pietà, dottissimo, di costumi sempre incorrotti, di somma umiltà, e sì alieno dal desiderio della sacra tiara, che, trovandosi all'improvviso eletto papa, rivolto ai capi delle fazioni disse: _Dio ve lo perdoni: che avete voi mai fatto?_ Prese il nome di _Gregorio XIV_. Perchè infermiccia era la sua sanità, e abbisognava di persona fedele a sostenere il gran peso a lui addossato, creò tosto cardinale Paolo suo nipote, figlio di suo fratello e di Sigismonda Estense, che riuscì un insigne porporato. Chi scrisse schiantata sotto Sisto V la razza de' banditi, volle piuttosto dire frenata la loro insolenza. Imperocchè buona parte d'essi si ritirò nei confini di Napoli e della Toscana, e un'altra continuò ad infestar la Romagna; nè tutti gli sforzi di quel sì temuto pontefice poterono apprestare una vera medicina al male. Crebbe poi questo dopo la morte di esso Sisto, e massimamente perchè Alfonso Piccolomini duca di Monte Marciano, caduto in disgrazia del _gran duca Ferdinando_, e con grossa taglia sulla sua testa perseguitato dappertutto, si fece capo di que' masnadieri in Romagna; ed arrivato a mettere insieme alquante squadre di cavalli, commettea frequenti assassinii. Altrettanto facea Marco Sciarra, altro capo di banditi e scellerati in Abbruzzo con iscorrere fino alle porte di Roma, bruciar casali, ed esigere contribuzioni. Unironsi poi insieme queste due esecrabili fazioni, ed aumentandosi di giorno in giorno la loro truppa, incredibili danni recavano, talmente che il terror di essi si stendeva ben lungi. Perchè il vicerè di Napoli spedì contra di loro circa quattro mila soldati, passarono tutti in Campagna di Roma sul principio di dicembre. Il gran duca inviò _Camillo del Monte_ con ottocento fanti e ducento cavalli in traccia di costoro. Da Roma ancora andò _Virginio Orsino_ con quattrocento cavalli. Fu assediato lo Sciarra coi suoi in un casale; sopraggiunse il Piccolomini con circa secento cavalli, e si venne a battaglia, in cui ben cento di quei malvagi uomini furono uccisi o presi. Contuttociò gli altri la notte ebbero la fortuna di mettersi in salvo. Oltre a questo flagello, un altro di lunga mano maggiore si provò ne' presenti tempi quasi per tutta l'Italia, e massimamente nello Stato della Chiesa, cioè la carestia, per cui la povera gente si ridusse a mangiar erbe, cioè a pascersi d'un cibo che solo basta a recar la morte agli uomini. Se a' tempi nostri o son rare le carestie, o ad esse si provvede, è proceduto questo dall'introduzione e dilatata coltura del grano turco, che melgone o frumentone vien chiamato in alcuni paesi, supplendo esso alla mancanza dei frumenti e di altri grani. Si applicò tosto il novello pontefice al soccorso de' suoi popoli, nè tralasciò diligenza e spesa per aiutarli.
Ma quello che maggiormente teneva in tempesta l'animo di esso papa Gregorio, era il lagrimevole stato della Francia, dove in quest'anno si fece guerra alla disperata fra _Arrigo IV re_, sostenuto principalmente dagli ugonotti, e la lega de' cattolici, capo di cui era il _duca di Umena_ della casa di Guisa. Brevemente accennerò io che nel dì 14 di marzo fra i due nemici eserciti si venne ad una giornata campale presso d'Ivrì, in cui Arrigo principe di singolar valore, quantunque inferiore di forze, diede una gran rotta all'Umena con istrage di non poca della di lui fanteria, e colla presa delle bandiere, artiglierie e bagaglio. Se Arrigo era più sollecito a marciare alla volta di Parigi, fu creduto che quel popolo, trovandosi sprovveduto, avrebbe capitolata la resa. Allorchè v'andò, trovò fatti assaissimi preparamenti, e prese molte precauzioni; ciò non ostante, ne imprese l'assedio. La costanza de' Parigini nella difesa della città sotto il comando di _Carlo duca di Nemours_, e le calamità incredibili da loro sofferte per l'estrema penuria di vettovaglia, furono cose memorabili che empierebbono un lungo campo di storia. Nel qual tempo mancò di vita in prigione il _cardinal Carlo di Borbone_, vanamente proclamato re dai collegati cattolici, e il duca d'Umena altro ripiego non avea che di ricorrere con ispessi corrieri e fervorose preghiere al papa e al re Cattolico per ottenere soccorsi. Non potea certamente Parigi resistere più lungo tempo, dacchè il re Arrigo IV avea occupato qualunque sito all'intorno, per cui potessero penetrar viveri nella città. Ma vennero a tempo ordini del re Cattolico al _duca Alessandro Farnese_ di passar colle sue forze di Fiandra in aiuto degli assediati parigini. Con dieci mila pedoni, tre mila cavalli ed accompagnamento di copiosa nobiltà fiamminga all'improvviso arrivò il generoso duca a Meau nel dì 21 di agosto, e si unì col duca d'Umena. Non potea durarla più di quattro giorni Parigi, quando cominciò ad avvicinarsi un sì potente soccorso; e perciocchè il re Arrigo, coll'aver divisa la sua armata intorno a quella città, a troppi pericoli restava esposto, nell'ultimo del mese suddetto giudicò miglior consiglio di levare il campo e ritirarsi. Esibì poscia al Farnese la battaglia, ma questi, che sapeva il suo mestiere, e si trovava inferiore di gente, con saggia risposta si sottrasse all'impegno. Succederono poi alcuni altri fatti di guerra, che non importa di qui riferire. Ritirossi intanto con parte dell'esercito il duca Alessandro Farnese, sempre inseguito dal re Arrigo, in Fiandra, per accudire ai bisogni di quel paese e prepararsi, occorrendo, a tornare in Francia l'anno seguente. In questi tempi ancora, sì per proprio interesse che per le premure del re Cattolico, _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia portò la guerra in Francia. Essendo stato invitato dai popoli della Provenza a prendere la lor protezione contra degli ugonotti, i quali sotto i signori di Lesdiguieres e della Valletta occupavano molti luoghi in essa Provenza, e particolarmente del Delfinato, s'impadronì di Barcelonetta, e di Frejus, di Antibo e d'altri luoghi. E tuttochè in qualche fazione ricevesse delle percosse dai nemici, e massimamente verso Ginevra, dove nello stesso tempo bolliva la guerra, pure nel dì 18 di novembre fece la magnifica sua entrata nella città di Aix capitale della Provenza, accolto con grandi feste e molte benedizioni da quel popolo, il che fatto, altri luoghi vennero alla di lui ubbidienza.
Anno di CRISTO MDXCI. Indizione IV.
INNOCENZO IX papa 1. RODOLFO II imperadore 16.
Più che mai e in maniera disusata si provarono nel verno e nei mesi susseguenti di quest'anno i terribili morsi della fame in Italia, ed anche fuori d'Italia, di maniera che non altro che pianti e grida s'udivano in ogni parte. I duchi di Firenze, Ferrara, Urbino ed altri principi, e spezialmente la saggia repubblica di Venezia, non perdonarono a spesa veruna per tirar grani da lontanissime contrade, a fin di soccorrere al bisogno de' loro popoli. Sopra tutto fu afflitta Roma da questo flagello per la sua gran popolazione, e certamente non mancò il buon _papa Gregorio XIV_ di far quanto era in sua mano per rimediarvi, avendo impiegato almeno cento mila scudi d'oro per far venire frumenti stranieri, oltre alle pubbliche e private limosine che continuamente andò facendo ai poveri. I venti contrarii non lasciavano approdar le navi che conducevano quel soccorso. A questo malore s'aggiunse una perniciosa epidemia, probabilmente originata o dalla mancanza o dalla mala qualità dei cibi, per cui gran copia di gente sorpresa da deliquii, o da acute febbri, perì. E la mortalità fu sì grande in Abbruzzo, Marca, Umbria e Romagna, che per mancamento di chi lavorasse i terreni, la penuria continuò anche da lì innanzi. Per questo flagello, come raccontano il Ciaconio e il Cicarelli, mancarono di vita in Roma sessanta mila persone: il che quasi non par credibile. Medesimamente in quest'anno più che mai infierirono i banditi in Campagna di Roma e in Romagna. Per conto di questa ultima provincia, mosso dal pontefice, _Alfonso duca_ di Ferrara seppe trovar la maniera di purgarla da quei tanti masnadieri, inviando il conte Enea Montecuccoli con assai squadre di cavalli e fanti, e certe carrette conducenti artiglierie colle loro troniere, le quali nello spazio di due mesi parte uccisero, parte dissiparono quella canaglia, di modo che rifiorì ivi la quiete, e si potè da lì innanzi portar l'oro in palma di mano per quei paesi. Nel Cesenatico restò anche preso Alfonso Piccolomini gran caporione di quelle masnade, e condotto a Firenze, quivi trovò quel fine che conveniva ai meriti suoi. Non passarono già con eguale felicità gli affari nei contorni di Roma, dove Marco Sciarra con grosse bande di quella mala razza, imponendo grosse taglie a quanti ricchi, ed anche vescovi, gli cadeano nelle mani, saccheggiando le terre, bruciando la biade mature, e commettendo altri mali, ogni dì più s'ingagliardiva. Per reprimere costui Onorato Gaetano duca di Sermoneta, Virginio Orsino, Carlo Spinello venuti con molte schiere da Napoli ed altri nobili baroni, uscirono in campagna, fecero varie zuffe; ma in fine, trovando poco onore e men profitto contra di tal gente brava e disperata, furono costretti a lasciare ad altri l'impresa.
Bastava lo zelo della religione, di cui sommamente era acceso _papa Gregorio_, perchè egli tutto s'interessasse nella difesa dei cattolici di Francia, ma vi s'aggiunsero le forti istanze di _Filippo II_ re di Spagna, divenuto manifesto fautore dell'unione o sia lega chiamata santa, per motivo anch'egli di religione, tuttochè fosse creduto che altre ragioni di politica, e di profittare per sè in quelle turbolenze, si mischiassero in quel suo impegno. Pertanto il pontefice s'obbligò di pagare ogni mese alla lega suddetta quindici mila scudi d'oro; inviò anche lettere fulminanti in Francia contra del re Arrigo e de' suoi seguaci, le quali, se crediamo agli scrittori franzesi, cagionarono piuttosto male che bene, perchè esacerbarono forte quel re in tempo che egli dava speranza di ricevere istruzioni intorno alla religione, e mostrava disposizioni favorevoli al cattolicismo. Oltre a ciò, il papa ordinò che si assoldassero a sue spese sei mila Svizzeri, due mila fanti italiani e mille cavalli. Avea egli creato duca di Monte Marciano (giacchè quel feudo nella Marca era stato confiscato per la ribellione di Alfonso Piccolomini) il _conte Ercole Sfondrati_ suo nipote, con avergli anche conferito il grado di generale della santa Chiesa ed altri onori. Volle egli che questo suo nipote avesse il generalato delle sue milizie destinate in aiuto della Francia; ma queste si andarono lentamente adunando, ed arrivò il mese di luglio che non erano per anche partite dallo Stato di Milano. Si mossero in fine, e con grandi stenti passando in Lorena, e patendo una grave diserzione, ben tardi fecero la loro comparsa in Francia. Dicono che esso papa spendesse per quella guerra più di un mezzo milione di scudi d'oro della camera apostolica, oltre a quaranta mila altri di borsa propria. Anzi il Campana scrive, essersi fatto conto che nei pochi mesi di vita di questo pontefice fosse speso vicino a _tre milioni di ducati_, o sia scudi d'oro (altri dicono anche più), _la maggior parte per l'occasione della carestia e delle guerre di Francia_. Aggiunge egli nulladimeno, essere stata comune opinione che da' suoi ministri fosse in ciò non ben servito, prevalendosi eglino del troppo buon naturale del pontefice, il quale non figurava in altrui le male qualità che non trovava in sè stesso. Volete udirne una bella? Per attestato del medesimo storico, nell'ultima malattia del papa _per parecchi giorni fu egli sostenuto in vita dalla virtù dell'oro macinato e di alcune gioie, che gli si diedero pel valore di quindici mila scudi_. Convien ben conchiudere che questo buon papa avesse attorno sè o degli sciocchi medici o dei molto accorti ladri.
Portossi sul principio d'agosto dell'anno presente a Roma _Alfonso duca_ di Ferrara con seguito di secento persone per ottenere dal pontefice, che gli compartì distintissimi onori, la facoltà di potere alla sua morte aver per suo successore nel ducato _chi a lui fosse piaciuto_, come lasciò veridicamente scritto Bartolomeo Dionigi da Fano storico, e non già come altri mal informati parlarono di quella faccenda. Non aveva egli figli proprii, e desiderava la libertà di eleggere alla successione uno delle due linee allora esistenti della casa d'Este. Si trovarono a ciò delle difficoltà; ma queste si sarebbono probabilmente superate, se non fosse sopraggiunta la morte dello stesso _papa Gregorio XIV_, il quale, essendo stato sempre infermiccio, finalmente nel dì 15 d'ottobre fu chiamato da Dio a miglior vita: pontefice piissimo e di ottima volontà, il cui governo, oltre alla brevità, si trovò sempre in tempesta per le pubbliche sciagure.
Riaperto il conclave nel dì 29 del suddetto mese, concorsero i voti de' porporati nella persona di _Gianantonio Facchinetti_, chiamato il cardinale Santi Quattro, Bolognese di patria, personaggio di sperimentata bontà e di molta letteratura, ma che per l'età d'anni settantatrè e per l'afflitta sua complessione ben si conosceva di dover essere di brevissima vita, siccome avvenne. Si fece egli chiamare _Innocenzo IX_. Perchè fossero eletti questi tre ultimi papi quai depositi che la morte in breve ripeterebbe, sarà ciò proceduto da que' medesimi motivi per li quali si son fatti in altri tempi altre simili elezioni. In persona si portò _Vincenzo duca_ di Mantova a Roma a rendere ubbidienza a questo papa, e ne ricevè molte dimostrazioni di stima ed affetto. Quale intanto s'era preveduto, tale si provò l'animo del novello pontefice, cioè tutto rivolto a soccorrere Roma e gli altri Stati della Chiesa nella grave carestia che tuttavia faceva guerra alla povera gente, e a sostenere la lega di Francia contra del re Arrigo. Delle tante gabelle imposte al popolo romano, massimamente da papa Sisto, egli immantenente ne levò non so quante, e compartì ad esso popolo altre grazie. E perciocchè s'era inteso che passassero male gli affari della lega suddetta in Francia, le promise cinquanta mila scudi al mese, con sollecitar anche _Alessandro duca_ di Parma a recarle aiuto. In somma, disposizioni in lui si miravano per fare un ottimo governo, perchè, sebben pel suo naturale era tardo nelle risoluzioni e nell'accordar le grazie, pure riuscivano poi queste maggiormente maturate dalla prudenza. Ma non tardò la morte a privar la cristianità di sì buon pastore. Nel dì 21 di dicembre si trovò egli indisposto, e sopraggiunta poi la febbre con flusso nel dì 29 d'esso mese, secondo alcuni, rendè l'anima al creatore, o piuttosto nel dì 30, secondo altri, per essere succeduta la sua morte nella notte avanzata precedente ad esso dì 30. L'elezione dunque d'un nuovo pontefice fu riserbata all'anno seguente.
Con varia fortuna continuò ancora in quest'anno _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia la guerra di là dai monti. Erano stati da gran tempo i Marsiliesi in dubbio se avessero a mettersi anch'eglino sotto la di lui proiezione, come aveano fatto quei di Aix e d'altri luoghi della Provenza; ma finalmente prevalse il partito di chi era a lui favorevole. Entrò dunque in essa città il duca nel dì 2 di marzo, accolto con gran solennità e festa da quel popolo. Ma cotali acquisti del duca, benchè fatti con belle proteste di sola protezione, e non già di dominio, pur venivano mirati di mal occhio non solamente dal re Arrigo, ma anche dalla stessa lega cattolica, temendo essi che il re di Spagna meditasse di mettere il medesimo duca suo genero sul trono di Francia. Fu in questi tempi preso Granoble nel Delfinato dagli ugonotti; e perciocchè il duca scarseggiava di gente, e più di denaro per soddisfare ai presenti bisogni, e la Provenza si scansava dal darne, con allegare la sua impotenza; passò il medesimo duca in Ispagna per implorar soccorsi dal re, ed impetrò danaro, pensioni per li suoi figli e molti altri donativi. Tornò poscia in Provenza sul principio di luglio con tredici galee cariche di fanteria spagnuola. Entrò in Arles, prese altri luoghi; ma a Pontecarrate ebbe una fiera sconfitta dal Lesdiguieres, il qual poscia s'impadronì di Barcelonetta, e diede altre percosse ai Savoiardi. In Francia fu di nuovo in pericolo la città di Parigi di esser sorpresa dall'armi del re Arrigo, il quale nell'anno presente s'impossessò di Ciartres, di Noion e di altri luoghi. All'incontro, la città di Bordeos si diede alla lega. Poi verso il principio di novembre venne pensiero ad esso re, assistito dagli Inglesi, di mettere l'assedio alla vasta e forte città di Roano, ancorchè sapesse che gran provvisione di soldati, vettovaglie e munizioni ivi si trovava. Peggio passò per li cattolici in Fiandra, perciocchè il conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, ossia eretiche, raunava di grandi forze; e il duca di Parma _Alessandro_ comandava a soldatesche ben sovente ammutinate per la mancanza delle paghe, le quali tutto dì erano promesse dal re Cattolico, e mai non si vedeano comparire; oltre di che, da esso re era egli di tanto in tanto premurosamente incitato a portar soccorsi alla lega franzese. Mirabil fu la prestezza del suddetto conte Maurizio, per cui vennero alle sue mani Vesterlò, Zutfen, Deventer ed altre minori piazze. Una brutta percossa toccò ancora alla cavalleria del Farnese, nel mentre che egli era accampato ad un forte opposto a Nimega. Il peggio fu che anche la stessa Nimega, per tumulto ivi nato, si rendè alle armi d'esso Maurizio. Con tutto questo dai replicati comandamenti venuti da Madrid fu sforzato il Farnese a mettersi in ordine per dar soccorso all'assediata città di Roano.
Anno di CRISTO MDXCII. Indizione V.
CLEMENTE VIII papa 1. RODOLFO II imperadore 17.
Se mai fu scuola di scherma, anzi di battaglie il pontificio conclave, certamente ciò si verificò nel tenuto dopo la morte di papa Innocenzo IX. Gravi dispute furono per l'elezione del successore, ma finalmente rimasero sopite, per essersi accordati i cardinali nel dì 30 di gennaio nell'elezione del _cardinale Ippolito Aldobrandino_, personaggio di gran merito per l'illibatezza de' costumi, per l'elevato ingegno, per la rara letteratura e per la pratica de' mondani affari. Era egli nato nell'anno 1535 nella città di Fano, ma da padre nobile fiorentino, cioè da Silvestro insigne giureconsulto, il cui fratello Giovanni fu cardinale. Dopo la carriera di varii impieghi venne promosso alla sacra porpora nel 1585 da Sisto V, e spedito legato in Polonia: quivi accrebbe il credito della sua saviezza ed abilità. Creato papa, prese il nome di _Clemente VIII_, nè tardò a sposar anch'egli, come aveano fatto i suoi predecessori, gl'interessi de' cattolici in Francia, con promettere loro soccorsi di gente, occorrendo, e sopra tutto dì danari; anzi ordinò che que' fedeli procedessero alla dichiarazione di un re cattolico coll'esclusione dell'eretico re di Navarra _Arrigo_: cosa che alterò non poco gli animi d'esso re e di tutti i suoi partigiani, fra' quali si contavano anche moltissimi cattolici ed anche vescovi. Quindi si accinse ad una lodevol opera a cui non aveano pensato gli antecessori suoi, ma che il concilio di Trento avea raccomandato, cioè alla visita personale di tutte le chiese, monasteri collegi, spedali e confraternite di Roma, a fin di emendare ogni abuso e difetto, e di rimettere il culto di Dio, la pulizia e i buoni costumi in qualsivoglia di quei sacri luoghi. Inoltre per implorar la benedizioni di Dio, istituì in Roma il corso perpetuo delle quaranta ore, con altre azioni, che sempre più confermarono la comune espettazione del di lui zelo pel buon governo pastorale e civile. E perciocchè continuavano tuttavia le insolenze e gli assassinii de' banditi nella Campagna di Roma, con tutto vigore anch'egli si applicò a buoni espedienti per liberare i suoi Stati dai pertinaci loro insulti, avendo spezialmente inviato contra d'essi Flaminio Delfino con buon numero di cavalli e fanti, il quale non cessò di perseguitarli, senza perdonare a chiunque d'essi gli capitava alle mani. Questo valentuomo quegli fu che mise il cervello a partito a Marco Sciarra capo di quegli scellerati, a Luca suo fratello, e agli altri lor seguaci, i quali perciò presero il partito di mutar cielo. Nè stette molto a presentarsi l'occasione. Facea gente per la repubblica veneta il conte Pietro Gabuzio, e trasse a quel soldo lo Sciarra con cinquecento de' suoi, tutta gente intrepida, avvezza alle fatiche e alle schioppettate, e li condusse di là dal mare al servigio d'essa repubblica, che allora avea guerra con gli Uscocchi, e si armava per apprensione de' Turchi. Per questo fatto prese tal fuoco papa Clemente, siccome uomo imperioso, che usò minaccie contra de' Veneti se non davano in sua mano i capi di que' masnadieri. Non mancò il senato veneto di spedire apposta ambasciatore per placarlo, con rappresentargli quanto disdicesse allo onore e alla buona fede della repubblica il sacrificar gente che avea prestato ad essa il giuramento, nè potea più nuocere agli Stati della Chiesa, e solo potea giovare alla cristianità. A nulla servì: il pontefice tenne saldo, e bisognò in fine che si trovasse ripiego per contentarlo. Sciarra fu poscia ucciso, e la sua gente mandata in Candia a combattere colla peste, dove parte mancò di vita, e il resto si dissipò: laonde fu creduto, ma vanamente, che avesse avuto fine la tragedia de' banditi. Tal fatto da Andrea Morosino è raccontato all'anno presente, dal Campana al seguente.
Erano già corsi tre mesi che il re di Navarra ossia di Francia _Arrigo IV _teneva strettamente assediata la nobil città di Roano, difesa con gran coraggio e frequenti sortite non meno da quella guarnigione che dalla cittadinanza. Il duca di Parma _Alessandro_, tuttochè vedesse in quanto pericolo restasse la Fiandra, s'egli l'abbandonava, giacchè il conte Maurizio di Nassau andava facendo ogni dì nuovi progressi; pure ordini sì precisi ebbe da Madrid di recar soccorso alla suddetta assediata città, che gli fu forza ubbidire. Sul principio dunque dell'anno mosse verso colà l'oste sua, composta di dieci mila fanti e di tre mila cavalli, coi quali s'unì anche la gente mandata dal papa, e poscia i duchi d'Umena e di Guisa colle loro schiere. All'avvicinarsi di questo esercito, a cui accresceva il credito la maestria e fama del prode generale, il re Arrigo, lasciato sotto Roano il maresciallo di Birone, col resto della sua armata gli andò incontro sino ad Umala, dove seguì nel dì 5 di febbraio un fatto d'armi, in cui una buona percossa toccò ad esso re, che, anche leggermente ferito, non si recò a vergogna di fuggire. Negli stessi giorni, uscito il Villars comandante dell'armi in Roano, fieramente danneggiò gli assedianti e le loro trincee, con restarvi lo stesso Birone gravemente ferito in una gamba. Parere di tutti gl'intendenti fu, che se il duca di Parma passava senza dimora ad assalire il campo nemico, allora spaventato e confuso, siccome egli proponeva e desiderava, non gli potea mancar la vittoria. Ma l'Umena, o per gara con lui, o per non volere esporre i suoi a rischio alcuno, ricusò di secondarlo. Il perchè, dopo qualche soccorso di danaro e di polve introdotto in Roano, e dopo alcuni altri piccioli fatti, il Farnese si allontanò da quelle parti. Era già venuto il mese d'aprile, e più che mai stretto si trovava Roano dalle forze del re Arrigo, quando il Villars fece intendere al Farnese e all'Umena, che se in termine di pochi giorni non era sovvenuto, tratterebbe della resa col re. Fu risoluto allora di marciare a quella volta; ma Arrigo prima del loro arrivo levò il campo e si ritirò. Voleva inseguirlo il Farnese, e di nuovo trovò l'Umena di contrario parere. Restò intanto libera la città di Roano, se non che, per aprire il passo alle vettovaglie convenne prendere Caudebec, sotto la qual piazza fu malamente ferito il Farnese in un braccio. Seguirono poi varie altre fazioni di guerra; e perchè molto superiore di gente era l'esercito del re, fece il Farnese da gran maestro di guerra una mirabile ritirata di là dalla Senna.
Si prevalse in questi tempi della lontananza del duca di Parma e delle sue genti il conte Maurizio di Nassau generale delle Provincie Unite. Formò l'assedio di Steenvich, che dopo una gagliarda difesa venne alla sua ubbidienza. Altrettanto fece Coverder con altri luoghi. Ma il più terribil colpo che potesse avvenire agli affari del re di Spagna in Fiandra, fu la morte di _Alessandro Farnese_. Per tante fatiche da lui sofferte in guerra aveva egli contratta una lenta infermità, a cui si aggiunse la grave ferita nell'anno presente da lui riportata, per cui nulla potè più operar di rilevante nel resto dell'anno. Ritiratosi in Fiandra, e sempre più sentendosi venir meno, tuttochè nol volesse mai confessare o per l'innato suo coraggio, o per la vanità comune ad altri principi ed eroi di voler che prima si sappia la lor morte che la lor malattia: finalmente in età di soli quarantasette anni finì di vivere nella città di Arras (e non già d'Anversa, come alcuni lasciarono scritto) nel dì 2 di dicembre. _Gran capitano in vero_, per valermi delle parole del cardinal Bentivoglio,_ e di nome sì chiaro senza alcun dubbio, che la sua fama può collocarlo tra i più celebri dell'antichità, e farne in modo riverir la memoria all'età presente, che ne abbiano a restar con ammirazione ancora i posteri in tutto il corso delle future_. Fu compianta da tutti i cattolici la morte di questo eroe, e massimamente in Roma, dove quel popolo riputò sempre sua gloria l'averlo per concittadino, e il giudicò per non inferiore agli antichi Fabii e Scipioni. Infatti il senato romano, non contento d'avere onorata nell'anno seguente la di lui memoria con solenni esequie nella chiesa di Araceli, fece anche fabbricar la sua statua da dotto artefice, e collocarla nel Campidoglio. Lasciò dopo di sè questo famoso principe due figli, cioè _Odoardo_, creato cardinale nel precedente anno da papa Gregorio XIV, e _Ranuccio_ suo primogenito, che a lui succedette nel ducato di Parma e Piacenza. Si trovava egli allora in Fiandra con aver già dati segni di gran valore nel comando dell'armi, siccome luogotenente del padre infermo nelle azioni di guerra dell'anno presente. Fece quel principe dipoi trasferire a Parma l'ossa del genitore, e celebrar sontuoso funerale pel riposo dell'anima sua.
Al valore di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, che guerreggiava in Provenza, fu in quest'anno ancora parte avversa e parte propizia la fortuna. Riuscì al Lesdiguieres generale del re Arrigo di entrare per tradimento nella città d'Antibo, dove, oltre al sacco, furono commesse tutte le maggiori iniquità. Rinforzato che fu il duca di gente, andò a mettere l'assedio a quella città, e la ricuperò. Intanto il duca di Nemours, uno della lega cattolica, con aiuti ricevuti dal re di Spagna sopraggiunse in quelle parti, ed ebbe la sorte di prendere la città di Vienna, San Marcellino ed Eschelles. Ma mentre si fa guerra in Provenza e in Delfinato, ecco che Lesdiguieros s'impadronisce dei castelli di Ozasco, Ferusa, di Cavours e di altri luoghi: il che obbligò il duca a tornare di qua dai monti per opporsi a maggiori conquiste; e però il duca d'Espernon, altro generale del re Arrigo, potè con facilità ritorgli di nuovo la città di Antibo. Seguirono ancora varie scaramuccie, che non importa riferire. In grande apprensione si trovò nell'anno presente la repubblica di Venezia, e seco l'Italia, per la guerra mossa in Croazia dai Turchi contro la casa d'Austria, avendo que' Barbari occupati varii luoghi in quelle contrade. Ricorse l'_Augusto Rodolfo_ per questo al papa, giacchè il senato veneto non si sentiva voglia di romper la pace colla Porta; e non lasciò il pontefice di promettergli aiuti per difesa di quella cristianità. Intanto dai vescovi di Francia fu spedito il _cardinal Gondi_ per informare esso papa della vera situazione degli affari della Francia; ma giunto egli in Toscana, ricevè ordine da Roma di non passar oltre per essere considerato fautore di un re eretico e relapso. Gran fatica si trovò per superar gli ostacoli, e per ottenere, siccome poi avvenne, che potesse finalmente giugnere a Roma.
Anno di CRISTO MDXCIII. Indizione VI.
CLEMENTE VIII papa 2. RODOLFO II imperadore 18.
Furono quest'anno in una gran crisi le turbolenze della Francia. In Parigi per gl'impulsi del _pontefice_ e del _re Filippo_ di Spagna fu pubblicato un editto, per cui s'invitavano al parlamento generale del regno non solamente tutti gli aderenti della lega, ma i cattolici ancora che seguitavano il partito del _re Arrigo IV_. Lasciò esso re guidarsi dal consiglio de' savii, e permise che si venisse ad una conferenza fra i suoi e quei della lega. Nello stesso tempo il conte Gasparo Sconberg Tedesco, facendogli sempre più conoscere che la via propria di conseguir la corona e di quetar tanti sconvolgimenti, era quella di tornar di nuovo all'abbandonata religione cattolica, il mosse ad informarsi da' calvinisti stessi se i cattolici si possano salvare nella religion che professano. Nol poterono coloro negare. Similmente riflettendo che, secondo la sentenza de' cattolici, non possono sperar l'eterna salute i professori della eresia, poco stette a conchiudere che la più sicura, anzi l'unica via di appagar la propria coscienza, era l'abbracciare la religione cattolica romana. E però commise ai suoi delegati di protestare ch'egli era pronto a farsi istruire in essa religione. Portata questa dichiarazione al congresso, riempiè di giubilo chiunque altre mire non avea in quelle discordie, se non la conservazione della fede cattolica nella Francia. Ma a chi sotto l'ombra della religione covava degli altri segreti disegni, dispiacque assaissimo. Al duca d'Umena, siccome capo della lega, premeva forte di conservar la sua autorità e il comando dell'armi. Venne anche a scoprirsi, tendere le intenzioni del re Cattolico a far dichiarare regina di Francia l'infanta _Chiara Eugenia_ sua figlia, a cui poscia si darebbe per marito l'_arciduca Ernesto_ fratello dell'imperadore, o pure alcuno dei principi della casa di Lorena. Ma perciocchè il duca di Feria, ambasciatore d'esso re Filippo propose per re il _duca di Guisa_, l'Umena, anch'egli pretendente, trovò il ripiego di disturbar l'affare con proporre la necessità di accettar la tregua proposta dal re Arrigo. Intanto esso re con ascoltar più fiate alcuni dotti e zelanti prelati cattolici che gli spiegarono le controversie teologiche, e gli levarono di capo ogni difficoltà e scrupolo intorno alla religione, fra i quali spezialmente si distinse il celebre _Jacopo Davy di Perrona_, che fu poi cardinale, si dichiarò pronto a rifar di buon cuore la profession della fede cattolica. Divolgato questo suo pensiero, e che il cardinal di Borbone e varii vescovi meditavano di accettar la sua abiura, e di dargli l'assoluzione, avrebbe ognun creduto che avesse da esultarne il legato apostolico _Filippo Sega_, appellato il cardinal Piacentino. Tutto il contrario avvenne. Pubblicò egli un editto contenente, che per essere Arrigo eretico relapso, il solo romano pontefice potea conoscere e giudicar della sua causa, con dichiarar nullo tutto quanto in ciò operassero i prelati franzesi. E nello stesso tempo risonavano i pulpiti contra dello stesso Arrigo, quasichè la proposta conversione sua fosse figlia del solo interesse, e una finzione per procacciarsi la corona, e poi tradir la religione.
Ciò non ostante, nel dì 25 di luglio, festa di san Jacopo maggiore, il re _Arrigo_ nella chiesa del monistero di San Dionigi presso Parigi, alla presenza del suddetto cardinale e di molti vescovi, abiurò pubblicamente l'eresia, professò la fede cattolica, ricevette l'assoluzion dalle scomuniche, e fatta poi la segreta confession dei suoi peccati, ne fu parimente assoluto, con restar coronata quella funzione da un solenne _Te Deum_. Seguì poi la tregua, per cui cessarono le guerre, e il re non lasciò di spedire _Lodovico Gonzaga duca_ di Nevers in Italia, e il _vescovo del Manso_ per suoi ambasciatori al papa, affine di notificargli la sua riconciliazione colla Chiesa: nel qual tempo anche il _duca d'Umena_ spedì a Roma il _cardinal di Gioiosa_ per trattenere il pontefice da accomodamento alcuno. Infatti _Clemente VIII_, che navigava allora coi venti di Spagna, sulle prime fece intendere al duca di Nevers di non poterlo ammettere in Roma come ambasciatore d'Arrigo. Poscia si contentò che venisse in Roma, ma con prescrivergli di fermarsi non più di dieci giorni, e di non trattare con alcuno de' cardinali per conto degli affari di Francia. Entrò egli in Roma nel dicembre come incognito; parlò vivamente col papa del re; ma nè le sue ragioni, nè una lettera piena di divote espressioni del re, nè un bel memoriale d'esso duca poterono punto smuovere il papa. E perciocchè non mancavano molti cardinali di dolersi che il pontefice lavorasse qui di sua testa, nè gli ammettesse a parte di un negozio di tanta importanza per la Chiesa di Dio, egli in un concistoro risentitamente parlò, dicendo di essere risoluto di non approvar quel fatto: _contro la qual deliberazione_ (scrive Cesare Campana) _se per innanzi alcuno osasse di dir parola, egli era per farne rigorosa dimostrazione_. In tale stato rimasero per quest'anno gli imbrogli della Francia, con aver nulladimeno il re pubblicato nel dì 27 di dicembre un proclama, in cui faceva sapere ad ognuno la sincera sua riunione colla fede e Chiesa cattolica, e la spedizione fatta a Roma del duca di Nevers per riconoscer il papa e il vivo suo desiderio della pace, esortando i popoli all'ubbidienza e ad abbandonare i perturbatori della pubblica quiete.
Per ordine del re Cattolico era passato nel presente anno dalla Fiandra in Francia con sei mila fanti e mille cavalli il conte Carlo di Mansfeld, figlio del conte Pietro Ernesto, cioè di chi pro interim governava allora le provincie cattoliche fiamminghe. Unito egli col duca d'Umena, s'impadronì della città di Noion, e di altri luoghi in Picardia, finchè la tregua suddetta fece posar l'armi per tutta la Francia. Rimasta assai sguernita di forze la Fiandra, il conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, seppe ben profittarne. Imprese l'assedio di Gertrudemberga; ed avendo tentato in vano il vecchio conte di Mansfeld di rimuoverlo di là, costrinse quella piazza alla resa. Impossessossi dipoi di altri luoghi di nome oscuro. Ne' quali tempi una sopra modo fiera tempesta di mare danni immensi recò alla Olanda, dicendosi che restassero preda dell'Oceano circa cento e quaranta navi cariche di varie merci. Nè pure cessò in quest'anno _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia di far guerra in Piemonte, dove, per assicurare il passo della Savoia e di Susa, prese per forza il castello di Exiles, e il forte di Miradolo fabbricato da Lesdiguieres: azioni fatte a vista del nemico, il quale non osò mai di opporsi. Fabbricò ancora un forte nella valle di Perusa, e ricuperò il castello di Luserna e la terra di Cavours, ma non già la rocca. In Croazia ancora ed in Ungheria fecero guerra i Turchi all'_imperadore Rodolfo_, e ne riportarono in varii incontri delle buone busse. La vicinanza di que' rumori, e il sospetto ch'essi Turchi, benchè durasse la pace, potessero far qualche scorreria nella patria del Friuli, fece prendere a' signori veneziani la saggia risoluzione di fabbricar di pianta una città che insieme fosse fortezza. Fu dunque scelto un sito ai confini degli Stati Austriaci, lungi dieci miglia da Udine, e due da Strasoldo, ed ivi fabbricata una mirabil ampia fortezza, a cui fu posto il nome di Palma-Nuova, grande antemurale del Friuli e dell'Italia. Non andarono esenti in quest'anno dalle insolenze dei Turchi le spiaggie della Sicilia e del regno di Napoli, perchè sbarcati que' Barbari predarono migliaia di anime cristiane, arsero anche molti villaggi e qualche terra grossa in quelle parti, non trovandosi più nel Mediterraneo, eccettochè i cavalieri di Malta, chi pensasse a reprimere l'orgoglio loro. Accadde anche in Palermo l'incendio di quel castello, essendosi attaccato il fuoco al magazzino della polve, che saltò in aria con grande squarcio nelle altre fabbriche, e colla morte di circa trecento persone: disgrazia a cui facilmente son sottoposte le fortezze, allorchè succedono temporali nell'aria; perchè siccome per la fermentazione dei nitri e di altre esalazioni si accendono i lampi e le folgori nelle nuvole, così anche presso alla terra fermentandosi i nitri, e spezialmente i raunati nei conservatorii della polve da artiglieria, e concependo il fuoco, cagionano dipoi grandi sterminii. Noi questi incendii attribuiamo a' fulmini scendenti dalle nuvole; ma naturalmente succede anche nel basso ciò che noi sì sovente miriamo nella region delle nubi.
Anno di CRISTO MDXCIV. Indizione VII.
CLEMENTE VIII papa 3. RODOLFO II imperadore 19.
Gran materia di discorsi somministrò in quest'anno a' politici la renitenza ed inflessibilità di _papa Clemente_ ad accettare in seno della Chiesa il convertito _re Arrigo IV_. Per quante ragioni sapesse addurre il duca di Nevers, non gli fu possibile smuovere punto l'animo di esso pontefice, cioè di chi non voleva consiglio se non da sè stesso; anzi fu come forzato a partirsi di Roma: il che seguì egli con protestare che di tutti i disordini che potessero da lì innanzi avvenire in Francia, si rifonderebbe la colpa sopra sì duro pontefice. Parea bene avere Clemente dei giusti motivi di procrastinare in questo negozio, sì per conservare la autorità della santa Sede, ch'egli chiamava lesa dai prelati di Francia, coll'aver eglino senza di lui assoluto il re Arrigo; sì ancora per non lasciar esposti alla vendetta di esso re que' principi e popoli della lega, la resistenza de' quali avea forzato Arrigo a meglio pensare all'elezion della religione; e finalmente per assicurarsi che sincera e non dolosa fosse la conversione d'esso re. Ma non si sapeva intendere nè in Roma, nè altrove, perchè un pontefice, obbligato ad essere padre comune, e clemente più di fatti che di nome, non ammettesse temperamenti e trattati di salvar la sua dignità, di conciliar la lega col re, e di ben assicurarsi del cuore d'Arrigo. Da ciò arguivano poi che non solo interesse della religione, ma altri ingredienti di umana politica intorbidassero la sospirata union della Francia. E che sarebbe poi succeduto se i prelati di Francia, che in addietro aveano proposto di creare un patriarca, irritati maggiormente ora dalle di lui durezze, avessero eseguito un sì fatto progetto? Il bello fu che al dispetto degli sforzi del cardinal legato in Francia, e delle declamazioni de frati, cominciò a poco a poco a sciogliersi la lega santa in quel regno. Imperciocchè sul principio di questo anno la città di Meaux riconobbe per suo legittimo re Arrigo. Il popolo di Parigi anch'egli nel dì 12 di gennaio fece delle novità, privando il duca d'Umena del titolo di luogotenente del regno, con ordinargli ancora di licenziare i presidiarii spagnuoli. Le città di Aix in Provenza, Lione, Orleans ed altre vennero all'ubbidienza del re. Nè credendosi necessaria in Reims la coronazione sua, fu questa fatta nel dì 27 di febbraio in Sciartres con gran solennità. Il che fatto, nel dì 22 di marzo, concertato prima segretamente l'affare col signore di Brissac, il re Arrigo pacificamente entrò nella città di Parigi, e però ne partirono senza offesa gli Spagnuoli e Fiamminghi. E perchè il cardinal Sega legato, benchè rispettato dal re, anzi invitato con tutto onore, più che mai si mostrò alieno dal re, in esecuzione, delle istruzioni di Roma, fu accompagnato a Montargis da _Jacopo di Perrona_ insigne vescovo e letterato, che poi conseguì il cappello cardinalizio. L'esempio di Parigi si trasse poi dietro molte altre città, e il duca di Guisa si riconciliò col re. Coll'armi ancora furono sottomesse la Ciapella piazza forte e Noione. Se questi felici progressi di Arrigo piacessero al papa e al re Cattolico, non occorre ch'io lo dica.
Ora avvenne un caso in Parigi per cui gran rumore e diceria insorse. Trovavasi quel re nella sua camera nel dì 27 di dicembre, colà appena arrivato da San Germano, quando uno scellerato giovane parigino d'anni diciotto, per nome Giovanni Castello, cacciandosi per la folla de' cortigiani, e a lui appressatosi, gli tirò una coltellata, chi dice verso la gola, chi verso il ventre; ma essendosi accidentalmente chinato il re, il colpo altro non fece che tagliargli un labbro e cavargli un dente. Preso costui, confessò di aver commesso il delitto, credendo di acquistar merito presso Dio, avendo massimamente inteso ch'era lecito il levar la vita ad un tiranno. Perchè disse di avere studiato sotto i padri gesuiti, e furono dipoi trovati in camera del padre Giovanni Guignardo sacerdote della compagnia alcuni scritti contra del re, composti allorchè era nel suo maggior bollore la lega: ciò bastò perchè uscisse un editto, promosso da chi, per altri precedenti motivi, mirava di mal occhio i gesuiti, in cui fu ordinato ch'essi tutti sotto varie pene uscissero del regno: sentenza creduta ingiusta dai saggi, perchè a cagion del delitto di un solo, o di alcuni pochi, si veniva a punire tutta una grande università, benemerita per varii titoli della religione e del pubblico. Ancorchè prosperassero cotanto gli affari del re Arrigo, pure _Filippo re di Spagna_ non ritirava le sue milizie dalla Francia, e continuava la guerra in Bretagna per mezzo del duca di Mercurio, e nel Delfinato e Provenza coll'armi del duca di Savoia e dello Stato di Milano. Fece esso duca l'assedio di Bricheràs; e quantunque Lesdiguieres avesse fatto il possibile per ben fortificare quella terra e la sua rocca, e costasse l'impresa più di un sanguinoso assalto, pure se ne impadronì. Riacquistò ancora il forte di San Benedetto, ed ebbe il contento di veder tornare alla sua divozione tre delle valli abitate dagli eretici Valdesi, cioè Luserna, Angrogna e Perusa. In Fiandra, al cui governo entrò in quest'anno l'_arciduca Ernesto_, non succederono fatti di gran conseguenza, se non che Groninga assediata dal conte Maurizio di Nassau fu obbligata a rendersi. Seguì eziandio in quelle parti un pertinace ammutinamento de' soldati italiani, e poi degli Spagnuoli, per mancanza delle paghe; cosa tante altre volle accaduta, e sempre con discredito della monarchia di Spagna, la qual pure tante ricchezze continuamente ritraeva dalle Indie Orientali ed Occidentali, giacchè il re allora comandava anche al regno di Portogallo. In Ungheria sì e nella Croazia furono molti fatti d'armi fra gli eserciti dell'imperadore e de' Turchi. Acquistarono i cristiani Novigrado ed altri luoghi, ma che non compensarono la perdita dell'importante fortezza di Giavarino, che dopo un ostinato assedio fatto dai Musulmani fu loro ceduto da quel comandante, senza aspettare il vicino soccorso. Provò in questo anno ancora la povera Italia gl'insulti della crudeltà turchesca. Sul principio di settembre comparve verso Reggio di Calabria il bassà Sinan, ossia Assane Cicala, rinegato appunto Calabrese, ed ammiraglio turchesco, con una flotta di ben cento legni; e sbarcata la gente sua, perchè il popolo col loro meglio s'era ritirato entro terra, per rabbia di non aver colpita la preda, se ne vendicò col fuoco, incendiando quella tante volte incendiata o rovinata città, e tagliando quanto v'era di fruttifero in que' contorni. Altrettanto poi fecero a varii villaggi e terre murate di quella riviera, con danno di centinaia di migliaia di scudi per quegl'infelici abitanti. Nel dì 5 di agosto in Mantova cessò di vivere _Leonora d'Austria_ figlia di _Ferdinando imperadore_, e già moglie di _Guglielmo duca di Mantova_, principessa di singolar bontà di costumi, e d'una vita sì religiosa, che era, per così dire, adorata da quel popolo.
Anno di CRISTO MDXCV. Indizione VIII.
CLEMENTE VIII papa 4. RODOLFO II imperadore 20.
Finalmente nel presente anno facendo breccia nel cuore di _papa Clemente_ que' riflessi che nel precedente aveano avuta sì poca fortuna, ebbe la cristianità la consolazione di veder calmate le turbolenze della Francia, e rimesso il _re Arrigo IV_ in grazia della santa Sede. I prosperosi successi d'esso re, a cui pochi oramai palesemente ricalcitravano in Francia, e l'aver egli dichiarata la guerra al re di Spagna che fin qui avea alimentato quel fuoco, cagion furono che il pontefice non si lasciasse più regolar dalle massime spagnuole, ma che si consigliasse unicamente con chi, senza privati interessi, amava il ben della Chiesa. Fatte dunque segretamente penetrar le sue scuse e il buon animo al re per mezzo del celebre Arnoldo d'Ossat, che come prete privato stava allora in Roma e trattava gli affari di esso re, fu spedito da Parigi _Jacopo Davy signor di Perrona_, un dei più dotti cattolici della Francia, acciocchè maneggiasse così importante affare. Arrivò egli a Roma senza formalità nel dì 12 di luglio, informò il papa di quanto occorreva, e gli porse un'umile supplica a nome del re. Furono smaltite le condizioni colle quali il pontefice volea accordargli l'assoluzione; poscia nel concistoro del dì 2 di agosto propose la determinazione da lui presa di ricevere nel grembo della Chiesa cattolica esso Arrigo. Non vi furono fra i porporati, se non alcuni pochi parziali degli Spagnuoli, i quali, giacchè non poteano impedirlo, misero in campo delle stravaganti condizioni, secondo le quali mai non si sarebbe venuto allo scioglimento di quel nodo. Non così fece il cardinal _Francesco Toledo_, personaggio dottissimo della compagnia di Gesù, rapito di poi nell'anno seguente dalla morte, il quale quantunque Spagnuolo di nascita, pure, tenendo davanti agli occhi la sola gloria di Dio e il bene della Chiesa, mirabilmente s'adoperò per condurre a fine quella impresa di tanto rilievo. Altrettanto ancora operò _Cesare Baronio_ confessore del papa, poscia cardinale, spezialmente a ciò spinto da _san Filippo Neri_, il quale in quest'anno appunto nel dì 26 di maggio passò a miglior vita. Scelta dunque la domenica corrente nel dì 17 di settembre, con tutta solennità e decoro si eseguì la funzione. Nel portico della basilica di San Pietro, le cui porte stavano chiuse, si presentarono al papa, attorniato dal sacro collegio e da infinito popolo, il Perrona e l'Ossat, come procuratori di Arrigo; esibirono il di lui memoriale e lo strumento della lor procura; quindi a nome del re abiurarono tutte le eresie, e fecero la profession della fede cattolica, riconoscendo per nulla l'assoluzione a lui data in Francia, ed accettando le già concordate condizioni e le penitenze imposte al re. Fu poi proferita la sentenza dell'assoluzion pontificia, spalancate le porte di San Pietro, intonato e cantato il _Te Deum_, cui fecero ecco i rimbombi delle artiglierie di castello Sant'Angelo, con assaissime altre feste del popolo romano. Di somma consolazione eziandio al pontefice e al cattolicismo riuscì nell'anno precedente l'arrivo a Roma di due oratori spediti dal patriarca d'Alessandria, e nel presente anno di due altri inviati da alcuni vescovi della Russia polacca per unir le loro chiese alla Chiesa e credenza romana, con abiurar gli errori delle lor sette. Non occorre che io dica qual frutto si ricavasse dalla comparsa dei primi, da che ognun sa che gli eutichiani d'Egitto continuano ad essere separati da noi.
Riportò ancora in quest'anno gran lode presso il popolo romano la costituzione, ossia bolla della congregazione sopra i baroni, pubblicata nel dì 30 di giugno da _papa Clemente_. Il far dei grossi debiti costava poco ai nobili romani, nè poi maniera si trovava di pagarli, essendo i lor beni sottoposti a fideicommissi e ad altri legami: dal che proveniva immenso danno tanto ai creditori che al pubblico commercio. Deputò dunque il pontefice una congregazione con facoltà di poter distraere i feudi e le castella, ed altri beni stabili di essi baroni, non ostante qualsivoglia vincolo di fideicommisso, affinchè venisse da lì innanzi soddisfatto ai creditori. A questa ordinazione diede poi miglior forma _papa Urbano VIII_. Grande apprensione intanto recavano al pontefice Clemente i progressi de' Turchi in Ungheria, divenuti più orgogliosi per la presa di Giavarino; e l'_Augusto Rodolfo_ non cessava di chiedere aiuti. Per sovvenirlo impose il pontefice quattro decime agli ecclesiastici d'Italia, e si diede a far leva di soldatesche negli Stati della Chiesa, disegnando di spedir colà un corpo di dodici mila fanti e di mille cavalli. Il comando di questa gente, in cui si contarono assaissimi nobili uffiziali italiani, fu dato a _Gian-Francesco Aldobrandino_, nipote del papa, che, dopo avere con grandiosa solennità ricevuto il bastone di generale e le bandiere, marciò alla volta dell'Ungheria. Anche _Ferdinando gran duca_ di Toscana vi avea dinanzi spedito altri soccorsi di gente. _Don Giovanni, don Antonio de Medici_, il duca di Bracciano ed altri signori con quelle truppe si segnalarono in varie imprese. Ma _Vincenzo duca di Mantova_, mosso dalla sua parentela coll'imperadore, volle passare in persona a quella guerra, menando seco un accompagnamento di circa mille e quattrocento uomini a cavallo tutti atti a guerreggiare. Questo principe sorpreso poi in Comora da una pericolosa malattia, fu forzato verso il fine d'ottobre di ritornarsene in Italia a cercar aria migliore per risanarsi. Aveano intanto l'armi dell'imperadore, comandate dal valoroso conte Carlo di Mansfeld, presa in Ungheria la città vecchia e nuova di Strigonia; ma nulla si potea dir fatto, se non s'impadronivano anche della cittadella; quando colà giunsero anche gl'Italiani suddetti, ai quali fu assegnato il lor posto per la espugnazione di quella fortezza. Diedersi varii assalti, ed in essi valorosamente combattendo, sacrificarono la lor vita molti di quegli uffiziali e soldati, di modo che in fine spezialmente alla bravura di essi Italiani fu attribuito l'essere stati forzati i Turchi a rendersi a patti. Giunto in appresso anche colà il duca di Mantova colle sue truppe, e bramoso di lasciar qualche memoria di sè, prese ad espugnare la città di Vicegrado, e la costrinse alla resa. Degli altri fatti di guerra in quelle contrade non permette l'assunto mio che maggiormente io ne parli.
Sempre più intanto si venne toccando con mano che _Filippo II re di Spagna_, già sì caldo protettore ed ausiliario della lega cattolica in Francia, col manto della religione copriva altre politiche intenzioni. Per la conversione del _re Arrigo IV_ andava sempre più declinando essa lega. Si sapeva che in Roma gagliardamente si trattava della riconciliazione d'esso re; e pure Filippo, lungi dal pensare a rendere la quiete alla Francia, maggiormente si accendeva a farle guerra, e la continuò ancora dappoichè la pace data dal pontefice ad Arrigo tagliava le gambe a tutti i pretesti della lega. Dichiarò dunque Arrigo la guerra al re Cattolico con un pubblico manifesto, al quale con altro simile fu risposto. Giacchè era mancato di vita l'_arciduca Ernesto_ governatore della Fiandra, e pro interim restava appoggiato quel governo al conte di Fuentes, a lui venne da Madrid ordine di proseguir le ostilità. Entrato pertanto egli nella Picardia coll'esercito suo, covando il disegno di ricuperar la città di Cambrai, assediò e prese il castelletto, fortezza d'importanza per l'intenzione sua. Di là passò all'assedio di Dorlac, al cui soccorso passati i Franzesi, ebbero la mala pasqua. Fu presa anche quella terra e saccheggiata: dopo di che il Fuentes arditamente cinse di assedio la riguardevol città di Cambrai, tuttochè si trovassero alla difesa di quella città circa due mila e cinquecento fanti e secento cavalli, oltre al presidio della cittadella, consistente in cinquecento fanti. Ma teneva egli delle intelligenze con alcuni di que' cittadini, fautori dell'arcivescovo; e in fatti, dappoichè furono ben inoltrate le trincee, ed ebbero le batterie alzate, non solamente diroccata buona parte del muro, ma anche bersagliato un buon numero delle case della città, quel popolo si mosse a manifesta sollevazione, ed aprì le porte agli Spagnuoli. Ritirati i Franzesi nella cittadella, non tardarono molto a trattare con tutte le più onorevoli condizioni che poterono desiderare. Per tale acquisto gran gloria riportò il Fuentes, e somma fu l'allegrezza delle provincie cattoliche della Fiandra, al cui governo arrivò dipoi il _cardinale arciduca Alberto_, fratello del defunto arciduca Ernesto. Dalla parte ancora della Borgogna e della Savoia faceano gli Spagnuoli guerra alla Francia. Lesdiguieres tolse al duca di Savoia Exiles, e il duca a lui il forte castello di Cavours ed altri luoghi. Ma non per questo lasciavano d'andare sempre prosperando gli affari del re Arrigo, perchè ricuperò Vienna nel Delfinato; la Provenza tornò quasi tutta alla sua ubbidienza; Digion e Sciallon in Borgogna a lui si diedero, per tacer di altri vantaggi suoi. Quel che più importa, la riconciliazione sua colla santa Sede operò che il duca d'Umena ed altri principi cominciarono segretamente a trattar seco di concordarsi e sottomettersi; e _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, siccome saggio, intavolò tosto e conchiuse una tregua con lui.
Non andò esente nè pure in questo anno la Campagna di Roma dagl'insulti de' banditi, cioè spezialmente verso Anagni e Frosinone, dove commisero orrendi misfatti. Contra di costoro spedì il pontefice alcune compagnie di cavalli, ed altrettanto fece il conte di Olivarez vicerè di Napoli contra degli altri che maggiormente infestavano quel regno. Grandi lamenti erano per quella iniqua gente, che tutto dì svaligiava viandanti e corrieri, e talvolta anche levava loro la vita. Fecero prigioni Giambatista Conti nobile romano, ed Alessandro Mantica, e poscia l'arcivescovo di Taranto e il vescovo di Castellanetta, a' quali imposero di grosse taglie. Era in questi tempi generale delle galee di Napoli don Pietro di Toledo; e pensando egli come vendicarsi dell'insolenze fatte nei tempi addietro da' Turchi alle marine d'Italia, aggiunse alle sue quattordici galee otto altre di Sicilia, tutte ben armate; e colto il tempo che si facea da' Turchi nel mese di settembre la fiera di Patrasso, all'improvviso giunse colà, e messe le genti a terra diede un fiero sacco a tutti quei mercatanti ebrei, turchi e greci. Dicono che vi restarono uccise circa quattro mila persone, sapendo anche i cristiani essere turchi, quando hanno il vento in poppa. Il bottino si fece ascendere a quattrocento mila scudi romani, e parecchi mercatanti furono menati via ed obbligati al riscatto. Benchè l'ammiraglio de' Turchi Cicala si trovasse a Navarino lungi da Patrasso quaranta miglia, non si attentò a muoversi per voce precorsa essere cinquanta le galee cristiane, e quelle ben fornite di bravi combattenti e munizioni da guerra. _Pasquale Cicogna_ doge di Venezia, personaggio di singolar probità, terminò in quest'anno a' dì 2 d'aprile la carriera del suo vivere. Sotto di lui fu fabbricato il sontuoso ponte di Rialto, una delle più insigni fabbriche di Venezia. Nel dì 22 oppure 26 d'esso mese venne sostituito in quella dignità _Marino Grimani_. Restò funestato l'anno presente dalla morte di altri illustri personaggi, cioè cardinali e capitani di gran nome, fra i quali io nominerò solamente _Lodovico Gonzaga_, zio paterno di _Vincenzo duca_ di Mantova, il quale passato negli anni addietro in Francia, per le nozze contratte con _Enrica_ figlia ed erede di _Francesco duca_ di Nevers, acquistò quel ducato e lo tramandò a _Carlo_ suo figlio, che a suo tempo vedremo duca di Mantova. Gran figura fece esso Lodovico nelle guerre civili di Francia. Merita ancora di essere accennata la morte di _Torquato Tasso_, accaduta nel presente anno a dì 26 di aprile in Roma, mentre si preparava la solenne di lui coronazione in Campidoglio. Insigne poeta e principe dei poeti epici italiani, e filosofo di alto sapere, come costa non men dai suoi versi che dalle sue prose, ma che per gl'insulti della soverchia sua malinconia fu gran tempo, per non dir sempre, zimbello della mala fortuna.
Anno di CRISTO MDXCVI. Indizione IX.
CLEMENTE VIII papa 5. RODOLFO II imperadore 21.
I pensieri del _pontefice Clemente_ nel presente anno furono principalmente occupati in cercar le vie di estinguere la guerra che tuttavia in varie partì lacerava la Francia. Spedì a questo effetto il generale de' frati minori a spiar gli animi del _re Arrigo_ e del _cardinale Alberto_ governatore della Fiandra, e ad istillare in amendue pensieri di pace. Ma questa pace desiderata dal re franzese _Arrigo IV _non si accordava colle vaste idee del re di Spagna _Filippo II_; e tanto più perchè l'armi e raggiri suoi ebbero in più di un luogo felice successo. Primieramente avea saputo l'accortezza de' ministri spagnuoli talmente guadagnare Carlo Casale console, o piuttosto tiranno di Marsilia, che quel popolo parte per timore e parte per mari e monti di vantaggi lor fatti sperare dal re Cattolico, si misero sotto la di lui protezione, ed accettarono nel loro porto Carlo Doria colà inviato colle sue galee da esso re di Spagna: fatto che infinitamente dispiacque al re Arrigo. Era già tornato in grazia dello stesso re Cristianissimo il duca di Guisa. Mandato egli al governo della Provenza con quelle forze maggiori che potè riunire, s'impadronì di Cisteron, di Riez, di Grasse, di Hieres, di Santropè e di altri luoghi. Quindi si diede a manipolare un segreto trattato in Marsilia coi malcontenti del governo del Casali; e questo fu sì felicemente condotto, che nel dì 16 di febbraio il Casali restò ucciso da' congiurati; nel qual tempo si presentò esso duca di Guisa alle porte della città, e vi entrò, con acquistar dipoi le fortezze, ed obbligare il Doria a fuggirsene non senza perdita di molti de' suoi soldati sorpresi in terra fuori delle galee. Con più felicità succederono all'arciduca cardinale le imprese ch'egli tentò. Trovandosi impegnato il re Arrigo nell'assedio della fortezza della Fera, ed occorrendo troppe difficoltà a soccorrere quella piazza, s'avvisò il porporato di fare una potente diversione. Pertanto all'improvviso, nel dì 9 di aprile, piombò col suo esercito addosso alla riguardevol terra e fortezza di Cales, e con gran sollecitudine fece piantar le batterie, tanto per bersagliare la terra che per impedire i soccorsi per mare, i quali furono ben tentati, ma senza frutto alcuno. Era quella guarnigione di soli secento soldati impoltroniti nell'ozio, di mille e ducento borghesi e trecento villani, che intimoriti al primo feroce assalto degli Spagnuoli, dimandarono capitolazione, e l'ottennero, per potersi ritirar nel castello, promettendo di rendere ancor questo fra sei giorni, se non veniva soccorso. Venne infatti il soccorso, ed ebbe maniera di entrar nel castello. Adirato per questo il cardinale, fece giocar le artiglierie contra d'esso castello, ed appena formata la breccia, fu dato un sì furioso assalto, che avviliti i difensori non pensarono che alla fuga. Ne furono uccisi ottocento e tutto andò a sacco, con fama che il bottino ascendesse a un milione di scudi. Guines e Han si arrenderono anche essi dipoi al cardinale. E lo stesso fece nel dì 23 di maggio anche la picciola, ma forte città d'Ardres, e finalmente nell'agosto l'importante fortezza di Hulst.
Intanto dopo alquanti mesi di ostinato assedio giunse finalmente il re Arrigo nel precedente giorno, cioè nel dì 22 di maggio, ad obbligar gli Spagnuoli alla resa di Fera. E perciocchè la perdita di Cales era una continua puntura al suo cuore, non ebbe scrupolo a trattare e conchiudere un'alleanza con _Elisabetta regina_ d'Inghilterra, assai per altri motivi disgustata degli Spagnuoli. Nè si dee tacere che, durante l'assedio della Fera, _Arrigo di Savoia duca_ di Nemours, il _duca di Gioiosa_ potente in Linguadoca, e, quel che più importò, il _duca d'Umena_ della casa di Lorena, dopo molti segreti trattati, vennero all'ubbidienza e giurarono fedeltà al suddetto re Cristianissimo, il quale siccome principe magnanimo benignamente gli accolse, con loro concedere molti governi e vantaggi, ed obbliar generosamente le cose passate. Tornò infine alla divozion sua anche il _duca di Mercurio_, che più degli altri si era mostrato pertinace fautore della lega: tutti avvenimenti che servirono di maggiore ingrandimento e riputazione ad esso re. Ebbe in questi tempi una dura lezion dagl'Inglesi _Filippo II re_ di Spagna. Fece la regina Elisabetta un formidabil armamento per mare, in cui concorsero anche gli Olandesi e molti particolari mercatanti; cioè una flotta di circa cento sessanta vele, dove s'imbarcarono sedici mila combattenti, fra' quali si contavano molti nobili venturieri. Comparve all'improvviso nel dì 21 (altri dicono nel dì 30) di giugno questa armata sotto il comando del giovane Roberto conte di Essech e dell'ammiraglio inglese Carlo conte di Howard, alla vista della tanto ricca e mercantile isola e città di Cadice in Ispagna, chiamata (non so il perchè) dal Campana e da altri _Calice_, e da lor posta ne' mari di Portogallo. Trovavansi in quell'isola cinquantasette grosse navi, fra le quali quattro dei galeoni, chiamati i dodici Apostolici, due galeazze di Andalusia, venti galee ed altri non pochi legni, tutti carichi di merci preziose, e destinati a passare alle Indie Orientali. Fu detto che ascendesse il valor d'esso carico a dodici milioni di ducati d'oro, spettante per la maggior parte a particolari mercatanti spagnuoli, napoletani, siciliani e genovesi. Prima di tentar altro gl'Inglesi arditamente si mossero contra le navi da guerra spagnuole, che sostennero per più ore il combattimento; ma accesosi il fuoco nel galeone San Filippo almirante dell'armata, si misero in confusion gli Spagnuoli; tre loro grosse navi ben fornite d'artiglieria rimasero in poter de' nemici; altre furono o arse o sommerse; gran bottino ancora fu fatto; e chi potè fuggire, si salvò. Ma il peggio fu che poco stettero i vincitori Inglesi ad assalire furiosamente la città, e a divenirne padroni, con essersi ritirati nel castello i difensori, i quali poco stettero a capitolare, per salvare le donne dal disonore e la città dall'incendio. Quanto di buono e bello ivi si trovò, fu messo a sacco. Vi restava gran quantità di legni sì del re che dei mercatanti, i quali stavano prima, o pur si erano rifugiati al passo del ponte che congiugne l'isola di Cadice colla terra ferma. Attesero i lor padroni la notte a scaricar le merci; e perchè il duca di Medina conobbe di non aver forza da difenderli, affinchè non cadessero in mano de' nemici, comandò che di tutti quei legni si facesse un gran falò; e l'ordine fu eseguito. Se ne andarono poscia pieni di preda gl'Inglesi. E tuttochè il re Cattolico, ansioso di farne vendetta, unisse nel porto di Lisbona una armata di più di ottanta vele, e la spignesse alla volta dell'Inghilterra; pure ancor questa sorpresa da un fiero temporale, parte perì nell'onde e parte maltrattata, non poco penò a ridursi in salvo. Gran danno che venne anche alla mercatura d'Italia da così fiero e strepitoso emergente.
La guerra d'Ungheria continuò vigorosa ancora in quest'anno. Tolsero le armi cristiane ai Turchi Vaccia. Presero ancora Clissa ne' confini della Dalmazia, ma poi la perderono. Essendo venuto lo stesso gran signore Maometto all'armata, la città d'Agria fu vilmente a lui renduta dal presidio imperiale, per ottener salve le vite: patto che non fu poi mantenuto dalla consueta infedeltà e barbarie de' Turchi. Furono poscia a fronte le due armate nemiche a Chereste, e si venne a giornata campale. Restò in poco tempo sbaragliata la turchesca, e ne fu fatta grande strage; ma perdutasi gran parte de' vincitori cristiani a dare il sacco ai padiglioni, le incontrò quella disavventura che tante altre volte è accaduta ed accadrà; cioè, che i Turchi raggruppati e ritirati dalla fuga diedero una piena sconfitta all'esercito imperiale. Torniamo ora in Italia, dove _papa Clemente VIII_, mirando con sommo dispiacere la continuata guerra del re di Spagna colla Francia, e la lega del _re Arrigo IV_ coll'Inghilterra, determinò d'inviare in Francia _Alessandro de Medici cardinale_ ed arcivescovo di Firenze, personaggio di raro ingegno e prudenza, acciocchè si studiasse di quetare il resto de' mali umori della Francia, e tentasse ancora di disporre gli animi alla pace. Con sommi onori fu ricevuto per tutta la Francia questo legato pontificio, ed ebbe il contento di vedersi incontrato da _Arrigo di Borbone_ principe di Condè, fanciullo d'anni otto e primo del sangue reale dopo il re, il quale già istruito nella fede cattolica, secondo le promesse fatte al papa, avea abbandonata l'eresia di Calvino. Nel dì primo d'agosto ebbe esso legato la sua prima udienza dal re. Nè si dee tacere che, essendo cresciuto a dismisura in questi tempi lo scialacquamento dei titoli (del che gl'Italiani diedero la colpa alla superbia spagnuola), ne tentò la corte di Spagna qualche rimedio. Il titolo d'_illustrissimo ed eccellentissimo_, che già fu in uso per li soli principi sovrani, s'era tanto prostituto, che fino i nobili di basso affare lo pretendevano. L'_illustre_ o _molto illustre_, che sul principio di questo secolo XVI, per quanto si può osservare, si soleva dare ai principi cadetti, era passato ad onorar la plebe. Da questo abuso nascevano poi contese, perchè i minori si volevano uguagliare ai maggiori, e i maggiori ai massimi, senza osservar distinzione alcuna di grado nella stessa nobiltà. Ora il conte di Olivares vicerè di Napoli pubblicò un editto, per cui venne vietato ogni titolo, per dir così, di cortesia, dovendosi unicamente scrivere nelle lettere al _signor duca, al signor principe, marchese, conte, dottore_, ec. Passò questo divieto a Milano, dove fu poco osservato. In Roma e in altri stati se ne risero. Quanto durasse questa prammatica, non occorre che io lo ricordi, e molto meno come passi oggidì in Italia l'abuso e la ridicola prostituzion de' titoli, perchè senza di me ognun lo vede a prova.
Anno di CRISTO MDXCVII. Indiz. X.
CLEMENTE VIII papa 6. RODOLFO II imperadore 22.
Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma _Francesco di Lucemburgo_ duca di Penoy, ambasciatore di _Arrigo IV re_ di Francia, a rendere ubbidienza al sommo pontefice _Clemente VIII_. Gran pericolo avea corso nel viaggio di essere fatto prigione da' soldati dello Stato di Milano, spediti in traccia di lui. Fu per lui nel sacro concistoro recitata una elegantissima orazione da Martino Bascia da Susa, o pur da Granoble, in cui a larga mano si profusero incensi in lode d'esso papa. Intanto per le disavventure occorse nel precedente anno in Ungheria, non per valore de' Turchi, ma per l'inconsiderato procedere de' capitani cristiani, si trovava l'_imperadore Rodolfo II_ in gravi angustie, per timore specialmente che non restando più ostacolo alla potenza turchesca, avessero a comparir sotto Vienna l'armi ottomane. Fece perciò ricorso a tutti i principi d'Italia, e massimamente al pontefice, siccome padre del cristianesimo, il quale spedì per questo alla corte cesarea _Gian-Francesco Aldobrandino_ suo nipote, e intanto con aggravio imposto al popolo romano, e in altre guise adunata l'occorrente pecunia, fece una leva di sette in otto mila fanti, e nel mese di giugno gli spedì in Ungheria. Con questo soccorso, ed altri che sopravvennero, mise insieme l'imperadore un'armata di dieciotto mila fanti e di cinque mila cavalli, de' quali fu dato il comando all'_arciduca Massimiliano_. Sorpresero i Cesarei, circa il fine di maggio, Tatta, e poi misero l'assedio a Pappà, che costò loro sangue, ma con venire in fine alle lor mani quella terra col suo castello. Era passato di nuovo in Ungheria _Vincenzo duca_ di Mantova, a cui fu data la vanguardia dell'esercito. Or mentre egli con alquanti de' suoi va a riconoscere i contorni di Giavarino, giacchè si meditava di farne l'assedio, caduto in una imboscata di Turchi, fu preso, e miracolo fu ch'egli coll'aiuto di pochi si potesse liberare dalle lor mani. Accostaronsi i cristiani ad esso Giavarino; ma inteso l'avvicinamento dell'oste turchesca, in fretta levarono il campo, e tanto più perchè l'armata loro era di molto scemata. Riacquistarono dunque i Turchi Tatta, nè seguì poi altra rilevante azione in quelle contrade. Continuava intanto l'izza fra gli Spagnuoli ed Inglesi. Grande armamento navale si fece dall'una parte e dall'altra. Nella flotta di Spagna s'imbarcarono, oltre ad altre milizie, sei mila Italiani. Uscirono sul principio di settembre in mare le due armate nemiche, ma in vece di combattere fra loro, combatterono coi venti, essendo restate ambedue maltrattate e disperse da una terribil fortuna, e forzate, quando poterono, a salvarsi ne' loro porti, disputando fra esse chi maggior danno avesse riportato da quel duro conflitto.
Una percossa ebbero nel gennaio del presente anno i cattolici in Fiandra dal conte Maurizio di Nassau a Tornaut, perchè vi perderono la vita alcune centinaia d'essi, e restarono in potere dei vincitori trentotto bandiere di fanteria colla maggior parte delle bagaglie. Parve compensata questa perdita delle truppe spagnuole dalla felicità con cui riuscì a Ferdinando Portocarrero, governatore di Dorlans, che prima comunicò il suo disegno all'_arciduca cardinale_, di sorprendere all'improvviso nella mattina del dì 11 di marzo la città di Amiens capitale della Picardia, mal custodita, benchè dentro vi fossero più di quindici mila cittadini atti all'armi. Di grande importanza fu quell'acquisto sì per la grandezza e popolazion della città, come per la gran copia delle artiglierie e munizioni che vi si trovarono. Recata questa nuova al _re Arrigo_, dimorante allora in Parigi, al vederne sì afflitti i suoi cortigiani, magnanimamente dimandò loro se i nemici aveano portato Amiens in Ispagna. _No_, risposero; ed egli allora soggiunse: _Buon per noi, che gli avremo tutti prigioni_. E non tardò a dar ordine al maresciallo conte di Birone di accorrere colà, e di formar l'assedio della perduta città. Concorsero a quella impresa le maggiori forze del re colla giunta di quattro o cinque mila Inglesi; e lo stesso Arrigo in persona vi si portò per dar calore alle azioni. Durò per alquanti mesi il pertinace assedio, ed aveano i Franzesi già presa la strada coperta, e inoltrati i lavori sino alle mura, con che si vedea già vicina all'agonia quella città; quando l'arciduca Alberto si avvisò di recarle soccorso. A quella volta dunque s'inviò con diciotto mila fanti, mille e cinquecento uomini d'armi ed altrettanti cavalli leggieri. Il cardinal Bentivoglio fa ascendere quell'esercito a venti mila fanti e quattro mila cavalli. Trovossi questa armata nel dì 15 di settembre alla vista d'Amiens. Comunemente fu creduto che s'egli animosamente assaliva lo sparso campo franzese, non solamente potea soccorrere la città, ma anche mettere in rotta gli assedianti. Non ebbe tanto coraggio. Probabilmente la presenza d'un re sì valoroso, che tosto si mostrò pronto a ricevere i nemici, gli fece prendere la risoluzion di ritirarsi: il che eseguì con molti disagi e pericoli, perchè inseguito dai Franzesi. Laonde fu poi detto ch'egli, venuto come generale, era tornato come prete. Con patti dunque di tutto onore poco stettero gli Spagnuoli a rendere Amiens al re Arrigo nel dì 25 di settembre. Questo infelice impegno dell'arciduca cardinale lasciò intanto esposta la Fiandra agl'insulti degli Olandesi. Sicchè potè in quel tempo il conte Maurizio occupar varii luoghi, come Rembergh, Murs, Grol, Oldensel e Linghen, non senza aspre querele dei fiamminghi cattolici, che miravano negletti i loro interessi per attendere a quei della Francia. Gran guerra fu parimente in quest'anno tra i Franzesi e _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, a cui la morte rapì nel dì 6 di novembre l'_infanta Caterina_ sua moglie, figlia del _re Filippo II_, principessa non men feconda di virtù che di prole. Fu preso dal general franzese Lesdiguieres San Giovanni di Morienna. Il duca anch'egli acquistò degli altri luoghi, e seguirono alcuni combattimenti con varia fortuna, de' quali non importa qui il farne menzione.
All'anno presente appartiene la tragedia di Ferrara, ch'io leggermente toccherò, dopo averne abbastanza trattato nelle Antichità Estensi. Intorno ad essa può anche il lettore consultar la Storia stampata di Ferrara di Agostino Faustini, quella di Andrea Morosino e Cesare Campana, storico giudizioso e non parziale, il quale, quantunque non sapesse tutto, pure si mostrò sufficientemente informato di questo affare, al contrario di altri, che senza esame ne scrissero, ed anche offesero la verità in parlando delle qualità personali di _don Cesare di Este_, principale attore d'essa tragedia. Mancò di vita nel dì 27 d'ottobre _Alfonso II duca_ di Ferrara, Modena, Reggio, ec. E giacchè non lasciò prole sua, avea poco dianzi dichiarato suo successore ed erede il suddetto _don Cesare_ suo cugino, nato da _don Alfonso_ figlio di _Alfonso I duca_ di Ferrara, e da _Giulia della Rovere_ figlia di _Francesco Maria duca di Urbino_. Pretesero i camerali romani che questo don Alfonso, procreato da Alfonso I duca di Ferrara e da Laura Eustochia, non fosse legittimato per susseguente matrimonio dal padre prima di morire. Le ragioni addotte nelle suddette Antichità Estensi per provare essa legittimazione, tali sono, che in qualsivoglia tribunal imparziale otterranno vittoria. Ma che sia giunto uno scritto in questi ultimi tempi colle pubbliche stampe, e in Roma stessa, a pubblicare che esso _don Alfonso_ fu _spurio_, quando niuno mai dei camerali romani ha ciò preteso; e ne è evidente la falsità per essere nato esso principe da padre libero e madre libera, e tanti anni dopo la morte di Lugrezia Borgia moglie del suddetto duca Alfonso I; questa è un'insoffribil insolenza. A me non conviene dirne di più. Secondo l'antico costume, fu nello stesso giorno eletto e proclamato duca esso don Cesare dai magistrati di Ferrara, e nel dì 29 susseguente con gran solennità ed universale applauso ricevette nel duomo lo scettro e la corona ducale. Spedì tosto il novello duca il conte Girolamo Giglioli al sommo pontefice, ed altri cavalieri alle diverse corti de' principi, per dar loro parte dell'elezione sua. Ma appena intesasi in Roma la morte di Alfonso, e l'esaltazione d'esso duca Cesare, che pretendendo que' camerali devoluto il ducato di Ferrara _ob lineam finitam, seu ob alias causas_, papa _Clemente VIII_ pubblicò un terribil monitorio contra d'esso don Cesare, assegnandogli il termine di soli quindici giorni a dedurre le sue ragioni in Roma. Arrivato colà il Giglioli, per quanto supplicasse per ottener proroghe, per impetrar arbitri, e perchè in amichevol congresso si conoscesse la giustizia, stante il pretendersi dal duca Cesare di essere chiamato al dominio di Ferrara dalle bolle di papa Alessandro VI, quand'anche suo padre fosse stato illegittimo; ma molto più competere a lui questo diritto, da che costava essere il suo genitore stato legittimato per susseguente matrimonio da Alfonso I duca con Laura Eustochia di lui madre, e si trattava non di feudo proprio, ma di un vicariato perpetuo: furono gittate le preghiere al vento. Sempre insistè il papa che don Cesare rilasciasse il possesso di Ferrara, e poi adducesse quante ragioni volesse e sapesse, che sarebbono ascoltate. Troppa ripugnanza sentiva il duca Cesare a questo partito, rappresentandogli il suo consiglio che in materia spezialmente di Stati il possesso in mano dei più forti si può chiamare un _requiem_ alle ragioni e al petitorio.
Fu anche consigliato il duca Cesare da Roma stessa di non sottoporsi a giudizio formale del tribunale romano, perchè le ragioni sue in quel bollore non sarebbono considerate, e ne uscirebbe sentenza a lui pregiudiziale, quasichè con giusto esame si fosse conosciuto aver egli torto. Scrive nondimeno Andrea Morosino, che il pontefice si era indotto a far esaminar le ragioni dell'Estense amichevolmente, con deputar anche per questo quattro cardinali; ma che il cardinale Alessandrino (chiamato dipoi da lì a tre mesi all'altra vita) si scaldò sì forte contra di questo, che pur era atto di giustizia, che il fece desistere, e lo spinse a precipitar la sentenza. Avea intanto esso pontefice ordinata in fretta la leva di circa venticinque mila fanti e di qualche migliaio di cavalli, mettendoli tosto in marcia alla volta di Ferrara, per precludere ogni adito al duca Cesare di muovere in aiuto suo alcuna delle potenze cristiane, e di accrescere con truppe forestiere le proprie. Avea in oltre richiamato dall'Ungheria il nipote Gian-Francesco con tutte le sue truppe, premendogli più questo affare che la guerra co' Turchi. Furono anche spinti emissarii in Ferrara, che con ingorde promesse ispirassero a quel popolo, sì fedele in tutti i tempi alla casa di Este, la ribellione al nuovo principe loro. Quindi nel dì 23 di dicembre venne fulminata in Roma un'orrida bolla o sentenza contra di esso duca Cesare, e di chiunque a lui porgesse aiuto, specificando anche l'imperadore, ed ogni re e principe cristiano. Non avea già lasciato il duca di far quell'armamento che competeva alle sue poche forze, per opporsi in qualche maniera al torrente dell'armi, che sempre più se gli appressava. Ma in fine non sussisteva che il duca Alfonso gli avesse lasciati que' tesori che la fama decantava, e n'era ben consapevole la corte di Roma; e dall'altro canto per la riverenza al pontefice niuno de' principi di questi tempi osò di alzare un dito in favore di lui, contentandosi eglino solamente di adoperare inefficaci esortazioni e preghiere al papa, affinchè senza impegno d'armi si esaminasse quella controversia. Ma quello che maggiormente atterrì l'Estense, principe allevato solo nella pietà e nell'arti di pace, fu essergli stato rappresentato (se con vero o falso fondamento nol so) che non era sicura la di lui vita in Ferrara, per le trame che si andava ordendo contra di lui. Il perchè, essendo oramai giunto a Faenza il _cardinal Pietro Aldobrandino_ nipote del papa con titolo di legato e generale dell'armata pontificia, la qual già s'era raunata in quelle parti, il duca Cesare cominciò ad inclinare alla concordia: e tanto più perchè venivano anche minacciati gli Stati imperiali della casa d'Este, e s'era trovato Marco Pio signore di Sassuolo e di molti altri feudi nel Modenese, che, dimentico del suo dovere come vassallo, teneva mano ad un tradimento. Lasciossi pertanto esso duca indurre a scegliere per paciera _donna Lugrezia d'Este_ duchessa d'Urbino, ancorchè sapesse che quella principessa non avesse buon cuore per lui a cagion di disgusti passati fra don Alfonso suo padre e lei. Portossi dunque a Faenza la duchessa per trattare d'accordo nel dì 28 di dicembre, dove fu accolta dal cardinal legato con tutta gioia e con ogni dimostrazion di onore. La istruzione sua consisteva in dover procurare che si mettesse Ferrara in mano di qualche principe confidente, sino a ragion conosciuta. Come poi passasse questa faccenda ne è riserbata all'anno seguente la notizia.
Anno di CRISTO MDXCVIII. Indizione XI.
CLEMENTE VIII papa 7. RODOLFO II imperadore 23.
Ita _Lugrezia d'Este duchessa_ d'Urbino a Faenza, trovò nel _cardinale legato Aldobrandino_ chi potea e volea dar la legge, e stette sempre saldo in esigere il _possesso_ di Ferrara in mano del papa, pronto nel resto a compartir grazie e favori. Convenne accomodarsi alla forza, che avrebbe potuto ottener ciò che si fosse negato coll'ostinazione. Seguì dunque la concordia nel dì 13 di gennaio, consistente in quindici articoli, ne' quali il punto principale fu, che don Cesare _rilasciasse il possesso del ducato di Ferrara con tutte le sue pertinenze, e il possesso di Cento e della Pieve, e dei luoghi di Romagna_; e che tutti gli _allodiali_ di qualsivoglia sorte lasciati dal duca Alfonso restassero ad esso don Cesare con tutti i privilegii, immunità e libertà che godeva esso duca. Sicchè restarono in questo naufragio agli Estensi almen salve le ragioni loro sopra il ducato di Ferrara, le quali esposte in varii manifesti o libri, e massimamente nella parte seconda delle Antichità Estensi, furono ben dipoi promosse nell'anno 1643 da Francesco I duca di Modena, od anche si ventilarono in Roma, nel 1710, fra i ministri della _santa Sede_ e quei dell'_imperador Giuseppe_, e di _Rinaldo duca di Modena_; ma con restar tuttavia pendente la lite, e senza che cessi la speranza, che quando Iddio preservi l'antichissima e nobilissima casa d'Este da quelle cattive influenze a cui sono state sottoposte tante altre di principi, e specialmente in Italia, abbia da venire un pontefice superiore ad ogni basso affetto che faccia più giustizia agli Estensi; giacchè in fine da quell'acquisto poca utilità è provenuta alla camera apostolica, ed ha solamente servito a cagionare in certa maniera la rovina di Ferrara. Questi moderati riflessi non si poterono ottener nè sperare dalla camera apostolica ai tempi del duca Cesare, dacchè si vide che essi camerali presero anche con gente armata il possesso della città di Comacchio, che pur non era dipendenza di Ferrara, e che gli Estensi godevano in vigor d'investiture imperiali fin dall'anno 1354, continuate poi sino al dì d'oggi: del che fece gravi richiami, ma indarno, il regnante _Augusto Rodolfo_. Presero ancora la città ossia terra d'Argenta, che pur dovea ricader alla chiesa di Ravenna, e Cento e la Pieve, che aveano da tornare alla chiesa di Bologna. Anzi giunsero essi camerali fino ad intimar monitorii alla repubblica di Venezia, pretendendo da essa anche il Polesine di Rovigo. Abbandonata dunque Ferrara, don Cesare contento da lì innanzi del titolo di duca di Modena, Reggio, ec., colla duchessa _Virginia de Medici_ sua moglie, figlia di _Cosimo I_ gran duca di Toscana, e co' figli, si ritirò a Modena, città, che per la residenza della corte profittò delle disavventure del principe suo. Entrò nel dì seguente il cardinale Aldobrandino con gran pompa in Ferrara, in cui poscia per benemerito di sì felice impresa fu dichiarato legato. In Roma si fecero di grandi feste per questo; e il _pontefice Clemente_, voglioso di vedere co' proprii occhi il fatto acquisto, cominciò a prepararsi per venire a Ferrara: risoluzione poco appresso eseguita.
Nel dì 12 d'aprile si mosse da Roma esso papa, accolto con sommo onore per dovunque passò, e massimamente dal duca d'Urbino, e in Rimini si portò a baciargli i piedi Cesare duca di Modena con _don Alessandro_ suo fratello, a cui fu poscia conferita la sacra porpora nella promozione d'insigni personaggi fatta da esso pontefice a dì 3 di marzo del seguente anno e non già del presente, come per errore di stampa si legge presso l'Oldoino. Solennissima fu l'entrata del santo padre in Ferrara, nel dì 8 di maggio, per la magnificenza della sua corte e degli addobbi fatti da quel popolo; ma che nella notte del dì seguente restò funestata dall'incendio della torre Marchesana, cagionato da una girandola, che costò la vita a molti Ferraresi accorsi per estinguerlo. Portaronsi colà per tributare i loro ossequii al pontefice _Vincenzo duca_ di Mantova e _Ranuccio_ duca di Parma, e fu ammirata la grandiosità del loro accompagnamento, e spezialmente quello dell'ultimo. Dopo di che si applicò Clemente a regolare il governo di quella città. Quivi si fermò alcuni mesi, probabilmente per avere il contento di accogliere l'_arciduchessa Margherita_ di Austria figlia dell'_arciduca Carlo_, che veniva di Germania accompagnata dall'_arciduchessa_ sua madre con corteggio di circa sette mila persone. Essendo ella destinata in moglie a _Filippo III_, poco prima, per la morte di _Filippo II_ suo padre, divenuto monarca delle Spagne, era già seguito concerto che il matrimonio si facesse alla presenza del medesimo santo padre. In così illustre brigata si trovava anche l'_arciduca Alberto_, da noi veduto poco fa governator della Fiandra, il quale, avendo già deposta la porpora cardinalizia, dovea sposare l'_infanta Isabella_ figlia del suddetto re Filippo II colla dote della Fiandra ossia dei Paesi Bassi. I mandati per l'esecuzion di questi matrimonii erano portati dal duca di Sessa ambasciatore del re Cattolico. Pertanto nel dì 13 di novembre con incontro sommamente magnifico entrarono questi principi in Ferrara, e per le strade superbamente ornate giunsero a' piedi del pontefice, che assiso sul trono li aspettava nella gran sala del castello. Poscia nel dì 15 d'esso mese si fece dalla santità sua la solenne funzione dei due matrimonii. Nel dì 18 seguì la partenza della regina e di quella gran comitiva, che tutta passò a Mantova, dove da quel duca furono loro dati sì sontuosi divertimenti che riempierono di maraviglia lo sterminato concorso degli spettatori. In Milano ad inchinar essa regina comparve _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia. Perchè era passata la stagione propria a far viaggio per mare, convenne che questi principi si fermassero in Milano sino al febbraio dell'anno seguente.
Anche il pontefice Clemente, dopo aver lasciato ordine che si fabbricasse una cittadella in Ferrara, a cui si diede principio nell'anno seguente collo sterminio di migliaia di case, chiese e palazzi, e con incredibili lamenti di quel popolo, nel dì 26 di novembre s'inviò alla volta di Roma, dove pervenuto nel dì 20 di dicembre, per mezzo i sonori viva, apparati ed archi trionfali, e fra l'indicibil festa del popolo romano, andò a prendere riposo. Ma tre giorni appresso eccoti convertirsi tanta allegrezza in un comune dolore per una cotanto fiera ed orribil inondazione del Tevere, simile a cui non v'era memoria che fosse succeduta in addietro, avendo superata quella che nell'anno 1530 accadde sotto Clemente VII: flagelli per altro simili, perchè succeduti il primo dappoichè Clemente VII era tutto gioioso per aver sottomessa Firenze alla sua casa; e il secondo dopo tanto giubilo di Clemente VIII per aver tolta Ferrara agli Estensi. Spettacolo al maggior segno lagrimevole fu il diroccamento di tante case per la gran furia dell'onde, con avervi perduta la vita più di mille e cinquecento persone. Non si potè raccogliere il numero de' tanti cavalli o muli che restarono affogati nella città, e dei bestiami che perirono nella campagna, essendosi steso l'orgoglioso fiume per più miglia ne' contorni. Infiniti mobili, viveri e merci, colti ne' bassi piani delle case, fondachi e botteghe, o furono condotti via, o si guastarono. Tutto era lutto e tutto pianto e spavento. Il _pontefice Clemente_, che, per attestato del Vettorelli nella di lui Vita, riconobbe in questo flagello l'ira di Dio irritata pei peccati d'allora, non mancò a dovere alcuno di buon padre per soccorrere in sì terribil calamità il suo popolo, e d'impiegar grandi somme di danaro in limosine, e in provveder anche dipoi per molto tempo di pane i poveri rimasti privi di ogni sostanza.
Fra le altre allegrezze che provò in quest'anno esso pontefice, singolare certamente fu quella dell'avviso recatogli in Ferrara della pace conchiusa fra i re di Francia e di Spagna nel dì 2 di maggio del presente anno in Vervino, giacchè le di lui premure e i ministri suoi cotanto aveano contribuito a questo gran bene della cristianità. Vi si adoperarono infatti con tutto vigore il _cardinale Alessandro de Medici_ legato apostolico, e frate Bonaventura Calatagirone generale dei francescani, uomo manieroso, anch'esso a questo fine inviato in Francia dal papa. Quantunque ogni dì andassero di bene in meglio gl'interessi del _re Arrigo IV_, ed egli ricuperasse in quest'anno quasi tutta la Bretagna, con accettar la sommessione del _duca di Mercurio_, tuttavia, trovando egli oramai esausto il regno per le tante passate guerre, e sè stesso bisognoso di prendere fiato, si fece conoscere inclinato alla pace, purchè dagli Spagnuoli venisse a lui restituito qualsivoglia luogo da essi occupato in Francia. Molto più v'era portato il _re Filippo II_, perchè non può dirsi in che miserabile stato fosse ridotta la Spagna, poco per altro feconda di gente, per le tante leve di milizie ivi fatte a fin di sostenere le sì lunghe guerre co gl'Inglesi, Olandesi e Franzesi, oltre al dover provvedere di tante soldatesche le sue flotte per difenderle da' corsari inglesi, ed oltre a quei tanti Spagnuoli che passavano a cercar loro fortuna alle Indie Occidentali. Queste si sa, che se arricchivano la Spagna co' lor tesori, l'impoverivano poi di abitatori, e quegli stessi tesori andavano a perdersi fuori del regno nelle guerre lontane. In questi tempi ancora la carestia e la peste non poco infestavano varie provincie d'esso regno. Quel che è più, giunto il re all'età di sessantun anni, cominciò a declinare il vigor del suo corpo, con ricordargli vivamente ciò che tutti dobbiamo alla mortalità. Però fu stabilita la pace, tenuta nondimeno per poco onorevole al re Cattolico, i cui capitoli si leggono in varii libri e nelle raccolte dei trattati pubblici. Non si può esprimere il giubilo che per questo felice accordo si sparse per tutti i regni e principati cattolici. Il solo duca di Savoia Cario Emmanuele quegli fu che n'ebbe a sospirare, avendo egli provata quella disavventura a cui sovente sono esposti i principi minori che si collegano coi maggiori, cioè di restar eglino, se non anche sacrificati, almeno con un pugno di mosche ne' trattati di pace. Fu ben egli compreso in quella pace, ma l'articolo del marchesato di Saluzzo, che tanto a lui premeva, restò indeciso, con esserne stata rimessa al papa come arbitro la decisione: il che tutti i saggi politici ben riconobbero essere un fermento di nuova guerra. Pure non potè esentarsi il duca dal sottoscrivere la pace tal quale era, sperando che i suoi maneggi e la prudenza del pontefice troverebbono proporzionati rimedii a questa piaga rimasta aperta. Trovavansi intanto i suoi Stati di là e di qua dai monti afflitti dalla peste.
Andarono dipoi crescendo gl'incomodi della sanità del re Cattolico, per cagion de' quali avea già rinunziato il governo degli Stati al principe _don Filippo_ suo figlio. Si aggiunse anche una lenta febbre, di modo che scorgendo appressarsi il fine de' suoi giorni, si fece portare all'Escuriale, mirabil palazzo, monistero e chiesa, ch'egli con ispesa almeno di due milioni d'oro avea fabbricato. Giunto colà nel dì 2 di luglio, fu preso da una schifosa e penosa malattia, essendosi inverminite le sue ulcere, ma ch'egli con eroica imperturbabilità sofferì fino all'ultimo fiato. Ora, dopo aver lasciati nobilissimi avvertimenti al figlio, e passati que' giorni di tribulazione in continui esercizii di pietà, spirò finalmente l'anima nel dì 15 di settembre. La gloriosa memoria di questo monarca, il quale per l'union del Portogallo, fu allora considerato il maggiore o certamente uno de' maggiori dell'universo, tanta era l'estensione de' suoi dominii in tutte le quattro parti della terra, non ha bisogno che io mi fermi a rammentare il suo impareggiabil senno, la somma sua religione, la fermezza dell'animo, e tante altre sue lodevoli doti e virtù che in lui si univano, perchè negli elogi suoi si sono impiegate le penne di tutti gli scrittori cattolici. A lui succedette _Filippo III_ suo figlio, principe inferiore di mente al padre, ma da preferirsi a lui nell'amore della pace, cioè di un gran bene de' poveri popoli, siccome all'incontro male grande suol essere la guerra desolatrice de' proprii e degli altrui paesi. Considerabil fu nel presente anno in Ungheria il riacquisto fatto dall'armi imperiali nel dì 29 di marzo dell'importante fortezza di Giavarino. Perchè i Turchi credeano inespugnabil quella piazza, non si metteano gran cura in custodirla. Informato della lor trascuratezza Adolfo barone di Swarzemberg, luogotenente in Ungheria dell'_arciduca Massimiliano_, con quattro mila soldati comparve colà di buon mattino, e con tal felicità condusse l'affare che sorprese la porta ed entrò. Gran conflitto seguì con quel presidio, che costò la vita a circa mille e settecento Musulmani e a cinquecento cristiani, restando in fine i cesarei padroni della terra e del castello. Dopo sì rilevante acquisto s'impadronirono essi anche di San Martino, Tatta, Vesprino e di altri luoghi. Poscia nel dì 9 di ottobre presero per assalto la città bassa di Buda, ma senza poter forzare il castello; per la cui resistenza, e per la voce di grosso esercito di Turchi ch'era in marcia, uopo fu di abbandonare la stessa città. Restò intanto assediato da' Turchi Varadino, ma sì ostinata fu la difesa de' cristiani, che furono infine coloro obbligati a levare il campo. Prese in quest'anno l'_arciduca Alberto_ il possesso della Fiandra, conceduta in dote dal re Filippo II all'_infanta Isabella_ sua figlia; moglie di lui, e in varii luoghi d'Italia furono celebrate solenni esequie d'esso defunto re Filippo. Non poca apprensione diede il bassà Sinan Cicala alla Sicilia, lasciandosi vedere con una potente flotta verso Messina; ma andò a risolversi tutto lo spavento in aver solamente desiderato quel famoso corsaro, di nazion Calabrese, di veder sua madre tuttavia vivente: la qual grazia gli fu accordata dal vicerè con tutta cortesia, ma con aver voluto per ostaggio il di lui figlio, affinchè fosse restituita la donna.
Anno di CRISTO MDXCIX. Indizione XII.
CLEMENTE VIII papa 8. RODOLFO II imperadore 24.
Nel dì 3 di marzo il _pontefice Clemente_ fece la promozione di alcuni cardinali, tutti personaggi di gran merito, fra i quali spezialmente si distinsero _Roberto Bellarmino_ della compagnia di Gesù, da Monte Pulciano, _Arnaldo d'Ossat_ Franzese, e _Silvio Antoniano_ Romano. E perciocchè nell'anno seguente si avea da celebrare il giubileo, nel dì 19 di maggio ne intimò a tutti i fedeli la futura solennità. Non potè poi nella vigilia del santo Natale, per ragion della podagra, aprire la porta santa; ma soddisfece a questa cerimonia nell'ultimo giorno dell'anno. Dopo essersi trattenuta in Milano per tutto il verno la nuova regina di Spagna _Margherita_ coll'_arciduchessa_ sua madre e coll'_arciduca Alberto_, per aspettar tempo propizio alla navigazione, finalmente nel febbraio s'inviò alla volta di Genova. Sommamente magnifici e riguardevoli furono gli apparati coi quali fu ivi accolta da quella repubblica. Quarantadue galee, comandate dal _principe Doria_, erano pronte per condurre in Ispagna la maestà sua con tutta la sua gran corte. Essendone seguito l'imbarco nel dì 18 d'esso mese, arrivò poi, benchè non senza grave contrarietà di venti, ai lidi di Valenza, nella qual città s'era portato il _re Filippo III_ suo consorte. Seguì nel dì 18 di aprile la solenne entrata d'essa regina in quella città colla magnificenza convenevole a que' monarchi. Finite le feste, l'arciduca Alberto e l'_infanta Isabella_ sua moglie e l'arciduchessa nel dì 7 di giugno si rimbarcarono, e pervennero nel dì 18 a Genova. Indi passarono a Milano, dove con sontuosità di nuove feste fu solennizzato il loro arrivo. Ad onorar questi principi colà comparvero gli ambasciatori de' principi d'Italia, e papa Clemente vi spedì con titolo di legato il _cardinale Francesco di Dietrichsteim_. Doveva egli, secondo le istruzioni romane, essere ricevuto sotto il baldacchino nell'entrare in Milano; ma vi si trovarono delle difficoltà che non si poterono superare, essendochè il contestabile governatore di quello Stato avea ricevuto ordine dal re di non compartire un sì fatto onore all'arciduca Alberto; e dovendo esso cardinale essere incontrato da esso arciduca, questi perciò sarebbe restato fuori del baldacchino; oltre all'allegarsi ancora che negli Stati di Spagna al solo re e alla regina era riserbata cotale onorificenza. Il cardinale, giacchè era imminente la partenza di quei principi, non volle per questo desistere dalla sua funzione: del che poi la corte di Roma mostrò non lieve disgusto di lui.
Arrivò dopo molto tempo in Fiandra, esso arciduca coll'infanta, ricevuto con giubilo universale da que' popoli lieti di aver ora principe proprio e presente con isperanza che dopo gl'infiniti passati travagli avessero una volta a migliorare i loro interessi. Gareggiarono insieme quelle città nella magnificenza delle feste pel suo ricevimento. L'_arciduca Andrea cardinale_, rinunziato il governo di essa Fiandra, se ne andò in pellegrinaggio, e nell'anno seguente in Roma terminò i suoi giorni. Ora il novello principe della Fiandra Alberto non perdè tempo a troncare il corso ad una guerra mossa da alcuni principi della Germania per cagion degli Spagnuoli che aveano non solamente preso quartiere d'inverno nel paese di Cleves, ma ancora occupati alquanti luoghi di quella contrada. Sicchè altri nemici non ebbe egli da lì innanzi che gli Olandesi. In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e ne riportarono molti vantaggi l'armi cristiane. Diedero gli Ungheri una rotta ad un bassà che con tre mila de' suoi andava a rinforzare il presidio di Buda, riportandone grosso bottino, danari, gioie e cavalli. Tentò anche il conte di Swarzembergh la stessa città di Buda. Essendogli convenuto ritirarsi, il bassà di quella città uscì fuori per andare incontro ad un gran convoglio di munizioni da bocca e da guerra che veniva a trovarlo; ma caduto in una imboscata d'Aiduchi, restò prigione, e sconfitta la sua truppa, siccome ancor quella del bassà di Bossina, accorsa in aiuto dell'altra. Riuscì parimente al conte suddetto d'impadronirsi della città di Alba Regale; ma ritrovata troppa resistenza nella guernigion del castello, diede il sacco ad essa città, e poi la consegnò alle fiamme. Di maggior conseguenza fu un altro fatto. S'intese che un grosso numero di barche turchesche, cariche di vettovaglie, artiglierie e munizioni da guerra, era pel Danubio indirizzato alla armata d'Ibraim bassà. Circa mille e secento imperiali, spediti all'improvviso, trovarono quella flotta al lido; e dopo aver tagliata a pezzi la maggior parte della scorta, tal bottino ne riportarono, che la fama, verisimilmente poco in ciò veritiera, lo fece ascendere ad un milione di ducati d'oro. Affondata parte di quelle barche, tutti allegri se ne tornarono i cristiani al loro campo, con aver anche dipoi data una percossa ai nemici sotto di Agria: azioni tutte che sconcertarono affatto ogni disegno de' Turchi nell'anno presente. Non provarono già egual felicità cinque galee del gran duca di Toscana, le quali, comandate da Virginio Orsino, corseggiavano nei mari di levante. Arrivate queste una notte all'isola di Chio o Scio, sbarcarono trecento uomini, i quali valorosamente assalirono quella città. Tal fu lo spavento degli abitanti, che, tutto abbandonato, si rifugiarono al monte, sull'opinione che un nuvolo di cristiani fosse venuto a visitarli. Ma, fatto giorno scorgendo che si trattava di sole poche galee, con gran furia scesero contra gli occupatori della città, de' quali, perchè a cagion del mare burrascoso stentarono a rimbarcarsi, tra uccisi e prigioni ve ne restarono più di cento col loro colonnello.
Grande strepito fece nell'anno presente in Roma e per tutta l'Italia un raro caso di ribalderia e insieme di giustizia. Abbondava Francesco Cenci nobile romano di ricchezze, perchè avea ereditato dal padre ottanta mila scudi di rendita annuale; ma più abbondava d'iniquità. Il minor vizio suo era quello di ogni più sozza e nefanda libidine; il maggiore quello di essere privo affatto di religione. Dal primo suo matrimonio ricavò cinque figli maschi e due femmine; niuno dal secondo. L'inumanità da lui usata coi primi fu indicibile; non men bestiale trattamento ne provarono le figlie. Avendo la maggiore di esse fatto ricorso con memoriale al papa, si levò d'impaccio, perchè fu forzato il padre a maritarla. Restò Beatrice la minore in casa, e fatta grande e bella, soggiacque alle disordinate voglie di chi l'avea procreata, giacchè le fece egli credere non peccaminoso un atto di tanta iniquità. Non si vergognava il perverso uomo di abusarsi della figlia sugli occhi della stessa sua moglie, matrigna di lei. Dacchè la fanciulla, avvertita della brutalità del padre, cominciò a ripugnare, si passò ad esigere colle battiture ciò che cogli inganni sulle prime si era ottenuto. A sì miserabil vita dunque non potendo reggere la figlia, dappoichè ebbe significato ai parenti i mali trattamenti del padre, senza ricavarne profitto, animata dallo esempio della sorella, mandò un ben composto memoriale al papa a nome ancor della matrigna. Fosse questo o non fosse presentato, certo è che non ebbe effetto, e nè pur fu ritrovato nella segreteria allorchè venne il bisogno. Intanto, ciò penetrato dal padre, cagion fu che si aumentasse la sua crudeltà contro la moglie e la figlia, sino a ritenerle chiuse in alcune camere sotto chiave. Portate allora queste dalla disperazione, congiurarono la morte di lui. Non riuscì difficile ad esse il trarre nel medesimo sentimento Giacomo il maggiore de' figli, che avea già moglie e figliuoli, perchè anche egli troppo si trovava tiranneggiato dal padre. Pertanto fu da due sicarii nella propria casa l'addormentato vecchio ucciso una notte, e congegnato sì fattamente il di lui cadavero in un ortaglio, che parve accidentale la di lui caduta e morte. Ma non permise Iddio che si vantasse di tanta felicità l'enorme delitto del parricidio. Scoperti e presi i rei, cederono alla forza dei tormenti; ed avendo il pontefice Clemente letto tutto il processo, tosto comandò che fossero strascinati a coda di cavallo. E perciocchè si mossero i principali avvocati di Roma in difesa dei rei, il papa alto alla mano negò loro di ascoltarli. Riuscì nulladimeno al celebre Farinaccio d'ottenere udienza, e in un colloquio di quattro ore tanto seppe dire delle scelleraggini dell'ucciso, e degl'insoffribili torti fatti ai figliuoli, non per levare la colpa loro, ma per isminuire la pena, che il santo padre si calmò non poco, e fermò il corso della giustizia. Già si sperava che fosse almeno in salvo la vita dei delinquenti, quando succedette in altra casa nobile un matricidio, per cui esacerbato il papa, ordinò che quanto prima si eseguisse la sentenza di morte contra di loro. Nel dì 11 di settembre del presente anno nella piazza di Ponte sopra eminente palco furono condotte le due donne con Giacomo e Bernardo fratelli. All'ultimo di essi, perchè di età di quindici anni, e perchè dichiarato non complice dal fratello prima di morire, fu salvata la vita, e restituita dipoi la libertà. Ebbero le donne reciso il capo; Giacomo a colpi di mazza restò conquiso. Tal compatimento svegliò in cuore di tutti gli astanti questo sì tragico spettacolo col riandare l'iniquità del padre, cagione di tanto disordine, e massimamente in considerare l'età, la bellezza e lo straordinario coraggio della giovinetta Beatrice, allorchè salì sul palco e si accomodò alla mannaia, che più e più persone caddero tramortite. Altre non poche rimasero per l'immensa folla del popolo soffocate, o stritolate o malconce dalle indiscrete carrozze. Corse la relazione di quest'orrido avvenimento per tutta l'Italia, e fu accolta con differenti giudizii. Ne lasciò anche il Farinaccio autentica memoria nella qu. CXX, n. 172, _de homicidio_, e nel lib. I, cons. LXVI dove scrive, che se si fosse potuto provare la violenza inferita da Francesco alla figlia, questa non si potea condannare alla morte, perchè cessa di essere padre chi si lascia trasportare a tanta brutalità. Ma come poter concludentemente provare atti tali, mancanti ordinariamente affatto di testimonii? Confessa nondimeno il Farinaccio che comunemente si tenea per verissima quell'infame azione del padre. E se fosse stata fatta giustizia di lui, allorchè per tre volte fu messo in prigione a cagion del vizio nefando, per cui si compose in ducento mila scudi, non sarebbero incorsi in così lagrimevol disavventura i figli suoi.
Anno di CRISTO MDC. Indizione XIII.
CLEMENTE VIII papa 9. RODOLFO II imperadore 25.
Celebrossi nel presente anno in Roma il giubileo, per cui la provvidenza di _papa Clemente_ avea fatto ogni convenevole preparamento di vettovaglia e di alberghi, affinchè nulla mancasse ai pellegrini divoti, che ben si prevedeva avere da essere smisurata la copia d'essi. Tale infatti si provò, essendosi fatto il conto che presso a poco tre milioni di persone forestiere in tutto l'anno si portarono a Roma a partecipar il perdono e le consuete indulgenze dell'anno santo. Nel giorno di Pasqua si calcolò che si trovassero in quella gran città presso a ducento mila cristiani stranieri di varie nazioni. Ma laddove ne' primi tempi che fu istituita questa divozione, Roma senza molto scomodo raccoglieva le limosine de' tanti cristiani che concorrevano, e faceva gran guadagno delle sue derrate: in questi tempi la carità del romano pontefice, dei cardinali e di tutto il popolo romano mirabilmente sfavillò per le laute limosine fatte agli stessi pellegrini, e per l'ospitalità e carità loro usata. Imperciocchè il papa, preparato un palazzo in Borgo, quivi diede alloggio e vitto per dieci giorni a qualsivoglia vescovo, prelato, sacerdote e cherico che volle quivi albergare; e lo stesso santo padre sovente si portava a visitarli, a lavar loro i piedi, e a servirli alla tavola. Oltre a ciò, dispensò egli in altre limosine da trecento mila scudi, e fu in continuo moto per esercitar gli atti della sua carità e pietà a consolazione di tanti divoti cristiani. Maravigliose cose fece l'arciconfraternita della Santissima Trinità, istituita appunto per le opere di carità cristiana, perchè nel corso di quest'anno diede ricetto e vitto per tre giorni a circa ducentocinquanta mila pellegrini, e in oltre a ducento quarantotto compagnie forestiere, ascendenti a cinquanta quattro mila persone. A servire con umiltà e carità sì esorbitante copia di gente straniera non mancò mai tutta la nobiltà romana, sì ecclesiastici che secolari: il che cagionava non meno stupore che tenera edificazione a tante nazioni cristiane colà concorse. A proporzione poi delle lor forze altrettanto fecero l'altre arciconfraternite di Roma. In somma tali e tante furono le opere di misericordia e pietà esercitate in sì pia occasione dal papa e da' Romani; tale l'affluenza e il buon governo dei pellegrini, fra' quali si contarono anche dei principi e gran signori incogniti, come il _duca di Baviera_ e il _cardinale Andrea di Austria_, oltre ai _duchi di Parma_ e di _Bar_, che un simile giubileo da gran tempo non s'era veduto, e mai più non si vide dipoi. Vi concorsero ancora per curiosità sconosciuti molti eretici, i quali, pieni di ammirazione per sì grande apparato di cristiana pietà, e massimamente allo osservare tanta esemplarità del papa e dei sacri ministri, o abbracciarono la fede cattolica, o giunti a' lor paesi distrussero le calunnie solite a spacciarsi dai protestanti contro la santa Sede e contro la religion cattolica. Nè si dee tacere che avendo le acque, che scendono dalle colline di Rieti nel lago Velino, ossia nella fossa Curiana, la proprietà di pietrificare il fango ed altre materie, si era venuta stringendo in tal maniera quella fossa, che restavano inondate le fertili campagne all'intorno. Papa Clemente vi applicò il rimedio con far di nuovo maggiormente slargar essa fossa, e fabbricarvi anche un ponte: spesa che ascese a settantacinque mila scudi. Nel presente anno terminato fu quel lavoro, come apparisce da una sua medaglia.
Da _Margherita di Valois regina_ sua moglie non avea, nè sperava più successione _Arrigo IV re_ di Francia. Perciò si cercarono ragioni, e si trovarono nel precedente anno per disciogliere il loro sacro legume, consentendovi la stessa regina, che confessava d'averlo contratto per forza. Portata la controversia davanti al papa, dopo un serio esame restò dichiarato nullo esso matrimonio. Tutta questa festa era principalmente fatta dal re per desiderio e con disegno di sposare in appresso Gabriella d'Etrè cotanto favorita da esso Arrigo, principe incredibilmente perduto negli amori delle donne, che dal volgo veniva creduto ammaliato da essa. Gli avea la medesima già partoriti due figli, Cesare ed Alessandro, che il re si figurava di poter legittimare, benchè spurii, col susseguente matrimonio. Ma le umane vicende vi provvidero, perchè Gabriella vicina al parto nel dì 10 di aprile dell'anno antecedente presa da una fiera apoplessia terminò i suoi giorni con infinito dispiacere del re, e forse non senza dicerie del popolo. Si rivolse pertanto Arrigo a cercare una più convenevol moglie, e _Ferdinando gran duca_ di Toscana seppe prevalersi della congiuntura per promuovere a quelle nozze regali _Maria de Medici_, figlia del già _gran duca Francesco_ suo fratello. Condotto a fine questo trattato, nel dì 5 di ottobre fu sposata in Firenze questa principessa a nome del re dal signor di Bellegarde suo ambasciatore, eseguendo le funzioni della chiesa il _cardinal Pietro Aldobrandino_ nipote del papa, colà spedito apposta con titolo di legato. In magnifici sollazzi si spesero poi i seguenti giorni, finchè nel dì 13 d'esso mese la regina accompagnata da _Cristina di Lorena gran duchessa_ sua zia, da _Leonora duchessa_ di Mantova, sua sorella maggiore, da _Virginio Orsino duca_ di Bracciano, e da una fioritissima corte, andò ad imbarcarsi a Livorno nelle galee del papa, di Toscana e di Malta. Approdò essa a Marsilia nel dì 3 di novembre, e passata dipoi a Lione quivi aspettò il re, affaccendato nella guerra col duca di Savoia. Giunto egli alla stessa città nel dì 9, la regina ben istruita dal saggio suo zio gran duca, se gl'inginocchiò davanti. La sollevò il re con abbracciarla e baciarla; e perciocchè il cardinale Aldobrandino, a cagion della guerra suddetta, era ito a Sciambery, fu chiamato colà, ed assistè alla solennità di quelle nozze che furono benedette da Dio, con aver la regina da lì a dieci mesi partorito al re un delfino, che fu poi _Lodovico XIII re_ di Francia.
Abbiano detto insorta guerra fra esso _re Arrigo_ e _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia. Era stata rimessa nel pontefice la decisione della controversia sopra il marchesato di Saluzzo, che già vedemmo occupato dal duca, ma preteso dal re come dipendenza del delfinato. Spediti nell'anno precedente i ministri del re e del duca a Roma, sfoderò ciascuna delle parti le ragioni, credendo, giusta il solito, migliori le sue. Ed era veramente imbrogliato l'affare per varii atti dei passati marchesi in favore ora della Savoia ed ora della Francia. Fu proposto dal papa che si depositasse in sua mano quel marchesato; dopo di che egli giudicherebbe. Perchè spedito al re questo progetto fu accettato, il duca s'insospettì di essere preso in mezzo; e perchè lasciò traspirar questo suo sospetto, il pontefice, non sofferendo che fosse messa in dubbio la sua onoratezza, rinunziò al compromesso. Pensava il duca di poter egli riuscir meglio in questo affare, trattandone a dirittura col medesimo re, giacchè niun principe viveva allora che si potesse uguagliare nella perspicacia dell'ingegno e nella vivacità dello spirito a Carlo Emmanuele, siccome confessò chiunque il conobbe e praticò. Sul fine dunque dell'anno antecedente passò egli in persona a Parigi con accompagnamento nobilissimo; e quantunque il re avesse ordinato che gli fosse compartito ogni possibil onore, pure egli, superiore alle formalità, lasciati indietro i suoi, quasi solo e di notte a cavallo per le poste arrivò a trovare il re, da cui fu ricevuto con ogni sorta di stima. Sì da lui col re, come da' suoi ministri coi deputati del re, lungamente si trattò; ma con trovarsi inespugnabile il re, pretendente prima la purgazion dello spoglio, e che poi si conoscerebbono le ragioni. Tuttavia coll'interposizione del Calatagirona ministro del papa già dichiarato patriarca di Costantinopoli, si ottenne che il re accetterebbe una compensazion di Stati in vece di Saluzzo, cioè il principato chiamato di Bressa con altri luoghi, fra' quali Pinerolo. Fu dato al duca il tempo di tre mesi a risolvere.
Pretendono alcuni storici che il duca di Savoia in quella occasione proponesse al re l'acquisto del ducato di Milano (cosa da non credere sì facilmente), e tutti poi convengono in dire ch'egli intavolò delle trame col maresciallo di Birone contra del re. Infatti lo stesso Guichenone, storico della real casa di Savoia, non ha avuto difficoltà di confessarlo, stante l'aver il duca trovato in quel maresciallo un uomo superbo, che sparlava del re come di un grande ingrato ai rilevanti servigi suoi. Il cardinal Bentivoglio, fondato in una relazione del cardinale Aldobrandino, scrive essere andato il duca in Francia col fine principale di secretamente ordire e conchiudere quella congiura contra del re Arrigo. Tornato egli a' suoi Stati, dopo aver lasciato nel re e in tutta la corte di Francia un gran concetto del suo mirabil talento, della sua liberalità, della sua destrezza e affabilità, restò un pezzo irresoluto; e, o sia perchè non sapesse accomodarsi ad alcuna delle condizioni proposte, o perchè fosse dietro a tirare il re di Spagna e il conte di Fuentes governator di Milano alla propria difesa, o perchè manipolasse degli imbrogli, siccome principe di alte macchine e di vasti pensieri; lasciò spirare il tempo dei tre mesi convenuti. Allora il re Arrigo mosse l'armi sue sotto i marescialli di Lesdiguieres e Biron, che s'impadronirono di Monmeliano, Sciambery e di tutta la Savoia prima che terminasse l'anno. Intanto il pontefice, non men per proprio istinto che per le sollecitudini dell'ambasciatore di Spagna, s'interpose per la pace, e diede per questo pressanti ordini al cardinale Aldobrandino suo nipote, il quale già abbiam veduto passato alla corte del re Cristianissimo. Se ne trattò vivamente per tutto il verno; e ciò che ne avvenisse, è riserbato all'anno seguente. Un bel servigio fece il re Arrigo in questi tempi ai Ginevrini, per divozione probabilmente alla lor pecunia; perchè avendo egli preso in Savoia il forte di Santa Caterina, cioè una spina che stava negli occhi di quella città, patriarchessa degli eretici, ordinò o permise che si demolisse: risoluzione che sommamente alterò l'animo del legato apostolico, e poco mancò che non andasse per terra tutto il quasi compiuto negozio della concordia.
Mi darà licenza il lettore che io vada brevemente ora accennando gli affari della Fiandra e dell'Ungheria, perchè in fine assai condottieri, uffiziali e milizie italiane ebbero parte anch'essi in quelle guerre. Un bel regalo della buona fortuna parea all'_arciduca Alberto_ l'acquisto fatto della Fiandra; ma gli restava una dura pensione, cioè la guerra tuttavia viva cogli Olandesi, assistiti dalla regina d'Inghilterra. Non ommise l'_imperadore Rodolfo_ di spedire ambasciatori a fin di smorzare sì lungo incendio in quelle parti, e seguirono eziandio molte conferenze; ma in fine le cose restarono nel piede di prima. Trovavasi intanto l'arciduca sprovveduto di quell'importante ingrediente, senza di cui chi vuole far guerra contra di chi può resistere, può aspettarsi ogni sinistro evento. Per mancanza appunto di paghe si ammutinarono in parte le milizie spagnuole, e l'esempio loro si trasse dietro ancor quello delle italiane. Profittò il conte Maurizio di Nassau di questo disordine, e s'impadronì di Vacthendonch e del forte di Crevacuore, e poi di quello di Sant'Andrea. Uscito di nuovo in campagna nel mese di giugno, inaspettatamente andò a mettere l'assedio a Neoporto. Avendo l'arciduca trovata maniera di ammansar gli ammutinati, si mosse per dar battaglia al Nassau, che in questi tempi godeva, e con ragione, il concetto di essere uno dei più prodi e sperti generali di armata. Perchè la cavalleria dei cattolici sulle prime si disordinò e rovesciossi addosso alla fanteria, andò sconfitto tutto l'esercito dell'arciduca, con perdita della gente più fiorita e veterana. Vi perirono o restarono prigioni molti uffiziali di conto, e fra gli altri e Italiani morti il cardinal Bentivoglio vi conta un suo fratello e un nipote, giovani amendue di venti anni. Con tutta nondimeno questa gran percossa, essendo riuscito ai cattolici d'introdurre dipoi un soccorso di gente e di viveri in Neoporto, il Nassau fu obbligato a ritirarsi da quello assedio. Federigo Spinola che con quattro galee rondava per que' lidi, ed avea già recati non pochi danni all'armata olandese, continuò ad infestar la lor gente imbarcata, mentre si ritiravano.
In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e il pontefice mandò danari in soccorso de' cristiani. Fu anche chiamato colà da Mantova don Ferrante Gonzaga, siccome persona celebre pel suo valore e per la sua sperienza militare, e dichiarato governatore dell'Ungheria superiore. Perchè mille tra Valloni e Franzesi si trovavano di presidio in Pappà, nè poteano aver le paghe, giunsero a tanta viltà e perfidia, che venderono quel forte luogo ai Musulmani. Ciò riferito ai capitani imperiali, volarono a cignere d'assedio quella piazza, e con sì frequenti assalti la tempestarono, che ducento Franzesi ivi restati presero la fuga di notte; ma scoperti, furono tutti parte uccisi e parte fatti morire, dopo averli straziati con inuditi tormenti. Fu assediata da' Turchi la città di Canissa, e tentò bene il _duca di Mercurio_ generale delle armi cesaree di soccorrerla; seguì ancora un caldo conflitto con essi; ma di più far non potè perchè poco era ubbidito dai capitani. Nel ritirarsi da que' contorni, ebbe egli nella retroguardia una fiera spelazzata dai Tartari, con perdita di molta gente, cannoni e carriaggi. Perciò Canissa, dianzi creduta fortezza inespugnabile, cadde nelle griffe degl'infedeli. Nel maggio di quest'anno seguì l'accasamento di _Margherita Aldobrandina_ pronipote del papa, in età di tredici anni, con _Ranuccio duca_ di Parma, venuto per questo a Roma. Non parve ad alcuni sì riguardevole alleanza assai conforme alla moderazione fin qui mostrata dal pontefice verso de' suoi, nè al decoro della casa Farnese. Certamente non riuscì felice, perchè non avendone ricavati que' vantaggi che sperava, ne seguirono disgusti, l'amore si convertì in odio, la stima in disprezzo, e finalmente la parentela in aperta nemicizia: accidente che, secondo il cardinale Bentivoglio, perturbò il papa stesso e in maniera che, per opinione comune, e tanto più presto e con tanto più lamentevol esito ne seguì alfin la sua morte.
Anno di CRISTO MDCI. Indizione XIV.
CLEMENTE VIII papa 10. RODOLFO II imperadore 26.
Tanto finalmente si adoperò il _cardinal Aldobrandino_, che nel dì 17 di gennaio del presente anno gli riuscì di far segnare la pace in Lione ai plenipotenziarii del re Cristianissimo e del duca di Savoia. Consistè la sostanza dell'accordo in questo, cioè che il _re Arrigo_ rilasciava in pieno potere e libero da ogni pretension della Francia il marchesato di Saluzzo colle città e castella di Cental, Demont e Roccasparaviera; e all'incontro il duca rilasciava al re in proprietà il Bugey, Valromay e Gex colle rive del Rodano da Ginevra fino a Lione, alla riserva del ponte di Gresin, con rendergli anche la città Castellania e Torre del Ponte di Casteldelfino. Pretese dipoi il duca che i ministri suoi avessero oltrepassato le misure del mandato, e si mostrò per qualche tempo renitente alla ratificazione, probabilmente perchè pasciuto di speranze dal governator di Milano, che era dietro a mettere insieme una poderosa armata. Forse ancora il ritenevano certi maneggi per far ribellare la città di Marsilia, che poscia andarono in fumo. Ma in fine, trovandosi egli burlato dagli Spagnuoli, sottoscrisse l'accordo. Il bello fu che in esso il duca si pretese gravemente pregiudicato, perchè il paese da lui ceduto era di molto superiore in ampiezza e in rendite al marchesato di Saluzzo, e si dichiarò mal soddisfatto del cardinale che avea in certa maniera forzati i suoi ministri a sottoscrivere. All'incontro, non pochi dei politici franzesi, e massimamente il cardinale d'Ossat, non sapeano digerire che il re avesse per mira di un vil guadagno perduta la chiave ossia la porta d'Italia, quale appunto era Saluzzo: il che tornava in troppo vantaggio del duca e degli Spagnuoli. In somma si dicea: _Che il re avea fatta una pace da duca, e il duca una pace da re. Che il re avea trattato da mercatante, e il duca di Savoia da principe_. Scontentissimi ancora si mostrarono di questo accordo i Veneziani e il gran duca, al veder chiusi i passi da lì innanzi ai soccorsi della Francia; e fu detto che esibirono grosse somme di danaro per disfare il già fatto. Ma il re, che voleva oramai riposare e goder le delizie del suo regno, non ne volle sentir parlare. Ed, all'incontro, il duca, tuttochè declamasse contro di una pace comperata sì cara, pure ebbe di che consolarsi per aver cacciati di là dai monti i Franzesi, i quali in tanta vicinanza di Saluzzo non gli lasciavano mai godere, per così dire, un'ora di tranquillità nei suoi Stati d'Italia. A lui pareva sempre di udire il tamburo di Carmagnola, fortezza di quel marchesato, troppo vicina a Torino.
Non ostante la pace suddetta, parve strano ai principi d'Italia, spezialmente alla repubblica veneta, che nè il duca Carlo Emmanuele disarmasse, e molto meno lo facesse don Pietro Enriquez conte di Fuentes, governatore di Milano, il quale anzi ogni dì più facea massa di gente in quello Stato, credendosi che ascendesse quell'armata a trenta mila combattenti, cioè a quattro mila Svizzeri, otto mila Tedeschi, altrettanti tra Napoletani e Spagnuoli, sei mila Lombardi, due mila cavalli leggieri, oltre agli uomini d'arme, con gran preparamento di artiglierie, munizioni e carriaggi. Essendo in concetto il conte di Fuentes di cervello torbido ed inquieto, nacque gelosia in tutti i confinanti; e perciò i Veneziani fra gli altri fecero un non lieve armamento in terra ferma, e un preparamento di molte galee. Ma ossia che sventasse in Francia la mina fabbricata dal conte contro Marsilia con intelligenza del duca di Savoia, o che per l'impresa d'Algeri, e per dar soccorsi all'imperadore in Ungheria e all'arciduca in Fiandra, si fosse raunato quell'esercito, continuò dipoi la quiete in Italia. Furono inviati in Ungheria i fanti tedeschi, e spedito in Fiandra un terzo, ossia reggimento di Spagnuoli, con altri tre d'Italiani. Quanto ad Algeri, di cui poco fa dicemmo una parola, un certo capitan Rossi Franzese, ben pratico di quella città, nido nefando di corsari nemici del nome cristiano, dipinse a Giannandrea Doria, generale della squadra reale di Genova, così facile il sorprenderla ne' mesi caldi, che gli fece nascer voglia di sì bella impresa. Mandato lo stesso Rossi alla corte dei re Cattolico, ebbe dipoi il Doria ordine di accudirvi, e furono spediti ordini a Napoli, Sicilia e Malta, perchè tutti allestissero i lor legni senza sapersi per dove; e il conte di Fuentes inviò molta fanteria ai lidi di Genova per imbarcarla. A Maiorica nel dì 19 di agosto fu fatta la rassegna, e si trovarono galee settantuna, fra le quali ancor quelle di Spagna, del papa, di Genova, di Toscana e del duca di Savoia. Il numero dei soldati passava i dieci mila, senza i nobili venturieri che in gran copia vi accorsero, e fra essi, coll'accompagnamento di molti cavalieri e soldati, _Ranuccio duca_ di Parma e _Virginio Orsino_ duca di Bracciano. Così bell'apparato, ossia questo gravido monte andò poi a terminare nella nascita di un sorcio. Unitasi e mossasi per varii inconvenienti troppo tardi questa flotta, comparve nel dì 30 del mese suddetto alla vista d'Algeri. Ma eccoli sorgere un vento contrario da Levante che mise in conquasso le navi, e cacciandole a Ponente fu forza ritornare a Maiorica, dove pervennero nel dì 5 di settembre. Questa disavventura, e l'aver gli Algerini scoperto il disegno dei cristiani, fece prendere al Doria la risoluzione di sciogliere l'armata, e di desistere da ogni altro tentativo. Benchè non mancassero a lui buone ragioni di così operare, pure non ischivò le dicerie e i morsi di chi desiderava e sperava esito migliore di quell'impresa.
In Fiandra, da che furono pervenuti colà i soccorsi spediti dall'Italia, e fatte varie leve di Alemanni e Valloni, l'arciduca Alberto pensò ad uscire in campagna. Fu prevenuto dal conte Maurizio generale degli Olandesi, che andò ad accamparsi intorno alla città di Rembergh, e cominciò a batterla. Fu consigliato l'arciduca d'imprendere l'assedio di Ostenda, città marittima di somma importanza, per fare una diversione ai nemici, e fu eseguito il disegno. Ma non lasciò per questo il Nassau di proseguir gli approcci e le mine sotto Rembergh, e di obbligar quella piazza nel dì ultimo di luglio con patti onorevoli alla resa. Erasi intanto dato principio da' cattolici alle offese contra di Ostenda con un assedio che riuscì uno dei più ostinati e memorabili che si abbia la storia, descritto vivamente dalla felice penna del cardinal Guido Bentivoglio. Convenne fabbricar forti intorno a quella città, alzare argini, e disporre batterie per impedire i soccorsi di mare, i quali nondimeno mai non si poterono vietare. Sul fine di dicembre dato fu un generale assalto alla città; ma se gran bravura mostrarono gli assalitori, maggiore ancora si trovò la resistenza dei difensori, di modo che molto sangue sparsero i primi, ed altri rimasero seppelliti nell'acque per le cateratte aperte dai nemici. Assediò poscia il conte Maurizio Boisleduc; ma inteso avvicinarsi una grossa banda di fanti e cavalli, spedita dall'arciduca, giudicò poi sano partito il ritirarsi ai quartieri d'inverno. Durando più che mai la guerra turchesca in Ungheria, Transilvania, Stiria e Croazia, l'_arciduca Ferdinando_ fece di calde istanze d'aiuto a _papa Clemente_, a _Filippo III re_ di Spagna, e a tutti i principi d'Italia. Il pontefice, nel cui cuore lo zelo della religione era uno dei primi mobili, gli spedì un corpo di otto mila soldati italiani de' quali dichiarò capitan generale _Gian Francesco Aldobrandino_ suo nipote. Sei mila Tedeschi vi mandò il re di Spagna. A quella danza ancora accorsero in gran copia nobili venturieri d'Italia. Sopra gli altri vi andò _Vincenzo duca di Mantova_ con una magnifica comitiva, il quale fu dichiarato vicegerente del suddetto arciduca generalissimo. Ascese quell'esercito a ventitrè mila pedoni e quattro mila e cinquecento cavalli, che passarono all'assedio di Canissa, dove trovarono chi era disposto a perdere la vita più tosto che cedere quella fortezza. Si ridusse quel presidio sino a mangiare i cavalli, finchè, sopraggiunto il novembre con gravissimi freddi, convenne levar l'assedio e fare una ritirata, che parve più tosto una vergognosa fuga. Per tale sventura buona parte dei soldati italiani malconci se ne tornarono in Italia, colla magra scusa di essere mancato di vita per malattia l'Aldobrandino loro generale, la cui morte afflisse non poco il pontefice suo zio. Fu poi la di lui memoria onorata dal senato e popolo romano con una iscrizione posta in Campidoglio.
Non andò così in altra parte dell'Ungheria. Il _duca di Mercurio_ quivi generale spinse le sue genti all'assedio d'Alba Regale, e a forza d'armi s'impadronì dei borghi e della città. Rifugiatisi nel castello i Turchi, poco v'ebbero di riposo, perchè da lì a quattro giorni furiosamente v'entrarono i cristiani, e misero a fil di spada chiunque si oppose, e poscia a sacco le case. Non aveva il duca più di otto mila soldati, ed ecco comparire l'esercito turchesco di trenta mila persone, già disposte per soccorrere quella città, che l'attorniarono con isperanza di ricuperarla. Uscì il valoroso duca, e diede loro una rotta coll'acquisto di quattordici pezzi d'artiglieria. Non cessarono per questo i Turchi di strignere quella città coi rinforzi venuti loro da varie parti; ma il duca, sempre vittorioso in altre susseguenti azioni, li costrinse in fine ad abbruciar gli alloggiamenti e a ritirarsi in fretta. Essendo ancora nell'anno presente uscito d'Agria quel bassà con dieci mila Musulmani, in vece d'impadronirsi di Toccai, come era il suo disegno, ebbe una rotta da _Ferrante Gonzaga_ generale cesareo, e fu inseguito sino alle porte di Agria. Gravissime molestie e danni aveano patito negli anni addietro i Veneziani per le insolenze degli Uscochi, che tutti gente di mal affare ed abitanti in quel di Segna, con essere divenuti corsari nell'Adriatico, infestavano e spogliavano quanti legni cadeano in loro mani. Ne avea fatto gravi doglianze col senato veneto lo stesso gran signore, giacchè anche ai sudditi suoi si estendeva la rapacità di que' popoli; ed ancorchè a reprimere la lor baldanza esso senato avesse più volte spedite galee ed altri legni, pure que' malandrini mille vie trovarono per continuare l'infame lor mestiere. Poco potea stare a vedersi nascere un'aperta guerra fra la casa d'Austria, ne' cui Stati coloro albergavano, e la repubblica veneta, quando il pontefice e la corte di Spagna, che più volte aveano interposti i loro uffizii per indurre l'imperadore e l'arciduca Ferdinando acciocchè si rimediasse a questi disordini, rinforzarono le lor premure, di maniera che la corte dell'imperadore mandò ordini rigorosi a Segna, affinchè fossero puniti i capi di que' masnadieri, e le lor famiglie trasportate ad abitare lungi dal mare, per torre loro la comodità di ulteriormente esercitare la pirateria. Con ciò fu creduto in Venezia che fosse tornata la quiete dell'Adriatico. Ma non andò molto che si avvidero pullular troppo facilmente le male erbe, quando non sono sradicate. Anche i nostri stessi tempi han talvolta veduto essersi dagli Uscochi d'allora tramandata ai loro posteri l'inclinazione al dolce mestier di fabbricar la propria fortuna colle miserie degl'innocenti. Ma perchè nello stretto campo di questi Annali non capiscono sì minuti avvenimenti, io nulla di più ne dirò. Nel dì 27 di settembre la _regina Maria_ partorì al _re Arrigo IV_ un delfino, che fu poi _Lodovico XIII re_ di Francia; per la qual nascita non si può esprimere l'allegrezza di tutto quel regno, anzi di tutta la cristianità. Il re, andando tosto alla chiesa per renderne grazie a Dio, si trovò in sì gran calca di gente, che vi perdè il cappello. Pochi dì prima, cioè nel dì 22 del mese suddetto, nacque in Ispagna al re Cattolico un'infanta, a cui fu posto il nome di Anna, principessa, che col tempo divenne regina di Francia per le sue nozze col prefato Lodovico XIII. Vennero in questo anno a Roma due ambasciatori del sofì, o sia re di Persia, Scia Abàs, principe di gran mente. L'uno era Persiano, l'altro Inglese, spediti per eccitare il papa e gli altri principi cristiani ad una lega e guerra contro il comune nemico non mai sazio di slargar le sue fimbrie; esibendo a questo effetto tutte le forze della Persia, e la libertà ai cristiani di commerciar nel loro paese, e di fabbricarvi anche delle chiese. Furono con ogni dimostrazione di onore accolti, magnificamente spesati e regalati dal papa. Fecero questi ambasciatori delle cose ridicole in Roma, disputando sempre fra loro, e venendo alle mani per la preminenza che ognun di essi pretendeva. Ma non si seppe qual risposta e risoluzione riportassero a casa. Il pontefice sapea qual poco capitale si possa fare di somiglianti progetti di leghe con gl'infedeli e co' cristiani stessi.
Anno di CRISTO MDCII. Indizione XV.
CLEMENTE VIII papa 11. RODOLFO II imperadore 27.
Somma pace si godè nell'anno presente in Italia, se non che nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, posta di là dall'Apennino, e contigua ai Lucchesi, per liti private di confinanti si venne alle armi. Era essa stata posseduta per qualche tempo da chi signoreggiava in Lucca, poi nell'anno 1429 passò sotto il dominio degli Estensi. Ancorchè fossero succedute chiare convenzioni dipoi fra i duchi di Ferrara e i Lucchesi per quelle terre, pure non s'era mai spento in essi Lucchesi il desiderio di ricuperarle. Trovato il pretesto suddetto, cominciarono le ostilità e i saccheggi. Fecero quanta resistenza poterono i Garfagnani, gente valorosa, finchè da _Cesare duca di Modena_ fu spedito in loro aiuto il marchese Ippolito Bentivoglio suo generale con alquante migliaia di soldati lombardi, i quali a più doppii compensarono i danni sofferti col mettere a sacco non poche terre lucchesi. Quindi imprese il Bentivoglio l'assedio della forte terra di Castiglione, che avrebbe forse ceduto, se i Lucchesi, con ricorrere al _conte di Fuentes_ governator di Milano, non l'avessero mosso a spedire colà il marchese Pirro Malvezzi, che fece deporre l'armi, e rimise al tribunale cesareo quella controversia. Sul fine poi dell'anno, e nella notte del dì 22 di dicembre, _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia fece un tentativo che diede molto da discorrere ai curiosi. Non aveva egli mai disarmato, nè se ne sapea il perchè. Il disegno suo era di ricuperar la città di Ginevra, già ribellata a' suoi maggiori. Fece lo industrioso principe fabbricare a questo effetto gran copia di scale sì artificiosamente composte, che si poteano allungare, raccorciare e portare a schiena di muli. Si erano accortamente scandagliati i siti, esaminata la poca vigilanza delle sentinelle e fatti con gran segreto marciar mille e ducento soldati scelti ai quali tenne egli dietro incognito. Data fu la scalata alla città, e vi entrarono felicemente trecento uomini; ma non essendosi potuto guadagnar porta alcuna, ed essendosi lungo tempo combattuto da quei di dentro e di fuori, necessario fu il ritirarsi con perdita di cinquecento persone dalla parte del duca. Motivo ancora di grandi ragionamenti tanto negli anni precedenti, che nel presente, fu la scena del finto Sebastiano re di Portogallo. Capitò a Venezia sul fine del 1598 un uomo che si spacciava per quello stesso principe che già vedemmo perduto nella guerra fatta in Africa contro i Mori nel 1578. Si assomigliava costui al vero Sebastiano nella statura, età e lineamenti del volto. Diceva di essere rimasto schiavo sconosciuto dei Mori: che miracolosamente s'era di poi salvato, e che per la vergogna di quella sì sconsigliata spedizione, costata tanto sangue ai Portoghesi, era andato vagando per varii paesi, ed ora solamente essersi dato a conoscere con pensiero di riavere il suo regno. Raccontava molti detti e fatti di quel tempo, e varii segreti maneggi tenuti col senato veneto: cose tutte che a primo aspetto accreditavano la sua persona, di modo che varii Portoghesi in Venezia il tennero francamente per quel desso. Per le istanze degli Spagnuoli fu costui messo prigione in Venezia, e vi stette per tre anni. Ma perchè a cagion di ciò in Portogallo nascevano ogni dì movimenti, e le dicerie erano senza fine, il senato veneto, senza voler decidere, il lasciò nel presente anno in libertà, con dargli il bando dai suoi Stati. Travestito da frate domenicano passò egli in Toscana con disegno di imbarcarsi per Lisbona; ma scoperto, venne per ordine del _gran duca Ferdinando_ carcerato ed inviato a Napoli, dove come un impostore fu ignominiosamente sopra un asinello menato per le piazze e strade, e poi condannato al remo. Molti il crederono un ardito Calabrese che sapea ben rappresentare il personaggio. Poscia condotto in Ispagna (altri dicono a Lisbona), terminò, non si sa come, la sua vita in una prigione. Sparlarono forte del gran duca i Portoghesi, ed uscirono mordaci scritture che sempre più diedero a conoscere l'implacabil odio di quella nazione contra degli Spagnuoli. Altri esempli di somiglianti scene si leggono nelle vecchie storie, con essere nondimeno terminata sempre la fortuna di questi veri o finti risuscitati principi in un capestro.
In Fiandra continuò l'ostinato assedio di Ostenda, impreso dall'_arciduca Alberto_; e perciocchè il conte Maurizio non seppe trovar maniera di frastornarlo per terra, tuttochè vi si avvicinasse con grandi forze, voltò le sue armi contra la forte terra di Grave. Trincierò egli sì forte il suo campo, che indarno tentarono i cattolici di portarvi soccorso: il perchè fu costretto quel presidio alla resa con patti onorevoli. Passato intanto alla corte di Madrid Federigo Spinola, con rappresentare i bisogni della Fiandra, ottenne che alle sei galee da lui comandate se ne aggiugnessero otto altre; giacchè s'era alle pruove conosciuto quanto giovassero sì fatti legni per infestar gli Olandesi. Se ne cavò poi profitto. Ma riuscì bene di grande importanza e frutto l'avere in oltre impetrato che il _marchese Ambrogio Spinola_ suo fratello maggiore, uomo di gran senno, facesse nello Stato di Milano la leva di otto mila fanti. Con questa gente in fatti sul principio di maggio s'inviò il marchese alla volta della Fiandra, e giunto a Gante, dove era l'arciduca, in tempo appunto di sommo bisogno cominciò a far conoscere quanto vagliano le teste italiane nel comando dell'armi. La Francia in quest'anno vide la tragedia di Carlo maresciallo duca di Birone, cotanto benemerito in addietro del _re Arrigo IV_ pel suo valore, ma divenuto poi traditore per la sua incontentabil superbia. Si propalarono le sue intelligenze con gli Spagnuoli e col duca di Savoia in pregiudizio della corona di Francia; e però fu condannato a lasciare il capo sopra un palco. Di più non occorre che ne dica io. Sul principio ancora di quest'anno, mentre _Filippo Emmanuele duca di Mercurio_, della casa di Lorena, passava verso la Francia per far leva di gente in servigio dell'imperadore, colto da una malattia nella città di Norimberga, dopo avere ottenuto da que' protestanti il permesso di poter prendere il santissimo viatico de' cattolici, terminò il corso del suo vivere: perdita di gran conseguenza per gli affari dell'Ungheria, dove il solo suo credito si contava pel meglio di una armata. Male in fatti passarono gli affari nella guerra coi Turchi del presente anno; imperocchè assediata da que' Barbari la città di Alba Regale, infelicemente di nuovo tornò alle loro mani. Impadronironsi bensì i cesarei della città di Pest in faccia a Buda, con aver valorosamente preso e fracassato il ponte sul Danubio che congiungeva l'una all'altra città. Si applicarono ancora all'espugnazione di Buda stessa; ma accorso con forte esercito il bassà turchesco per soccorrere gli assediati, obbligò i cristiani a ritirarsi di là, e contentarsi del solo acquisto di Pest. Guai se il gran signore di questi tempi, cioè Maometto III, non fosse stato signoreggiato dalla lussuria, dappocaggine ed avidità de' piaceri; cose che il divertivano dall'attendere seriamente alla guerra: gli affari de' cristiani in Ungheria si sarebbono trovati in pessimo stato. Mancò poi di vita nell'anno seguente esso Maometto, ed ebbe per successore Acmet suo figlio.
Anno di CRISTO MDCIII. Indizione I.
CLEMENTE VIII papa 12. RODOLFO II imperadore 28.
Tornarono in quest'anno ancora i Lucchesi a muovere guerra alla Garfagnana del duca di Modena, col mettere a sacco un buon tratto di quel territorio. Però fu forzato il duca a rispedire colà il marchese Bentivoglio con forze maggiori dell'anno precedente. Indussero i Lucchesi il vile comandante della forte terra di Palleroso a renderla, spogliarono altari e chiese, menarono via fin le campane, e lasciarono la terra in balia delle fiamme. Per rifarsi di questo insulto il Bentivoglio si spinse nel Lucchese, vi fece di grandi prede, conducendone via spezialmente mille e cinquecento paia di bestie. Quindi imprese di nuovo l'assedio di Castiglione, terra ben munita di artiglierie e di mille e ducento soldati scelti. Furono ivi atterrate dall'artiglierie di Modena molte case, e massimamente un alto campanile, dalla cui cima con due cannoni veniva inferito gran danno al campo del Bentivoglio. Impadronironsi ancora i Modenesi a forza d'armi di un fortino fabbricato da' Lucchesi sopra una collina, daddove poi con piantarvi alcune bombarde, cominciarono maggiormente a bersagliare le mura. Ora i Lucchesi, allorchè videro sì mal incamminati i loro affari, tornarono al solito giuoco, facendo muovere di nuovo il _conte di Fuentes_, il quale, spedito a Modena il marchese Malvezzi, ottenne che si posassero l'armi e che il senato di Milano conoscesse la civil controversia in forma giudiziale. Questo era quello a che miravano essi Lucchesi. Furono appresso esaminate da quel senato le rancide lor pretensioni sopra la Garfagnana, e deciso in favore del duca di Modena, con dichiarare che ostava la prescrizione alle petizioni dei Lucchesi, i quali nè pur si quietarono, e portarono coll'appellazione la causa al tribunale di Cesare.
Finì di vivere in quest'anno a dì 4 d'aprile _Elisabetta regina_ d'Inghilterra, donna di raro spirito e senno, ma gran flagello de' cattolici, e che di crudeltà non fu avara nè pure verso i suoi più cari. Opinione fu, che appunto pentita di aver tolto di vita il conte di Essec, suo gran favorito, si lasciasse per la rabbia morire. A lei succedette nel regno, in vigore ancora del di lei testamento, _Giacomo re_ di Scozia, la cui madre regina _Maria_ cattolica, per decreto del parlamento inglese e per iniquità d'Elisabetta già dicemmo privata di vita sopra di un palco. Fu creduto da molti, ed anche da _papa Clemente VIII_, che la religion cattolica avesse a montar sul trono con questo re. Si trovarono ben ingannati. Egli professò la credenza anglicana, e impugnò dipoi anche colla penna la cattolica. Fu allora che si cominciò ad usare il titolo di re della Gran Bretagna, perchè si unì il regno di Scozia con quello d'Inghilterra. In Fiandra, mentre proseguiva per parte dell'_arciduca Alberto_ l'assedio di Ostenda, il conte Maurizio si portò a far quello di Boisleduc. Contuttochè dentro vi fosse un gagliardo presidio, pure la città, se non era rinforzata dall'arciduca, avrebbe corso gran pericolo. Vi stette accampato il Nassau sino al principio di novembre, e conoscendo oramai deluse le sue speranze, si ritirò per cercare miglior quartiere. Intanto sotto Ostenda continuavano sempre più gli approcci. Furono acquistati alcuni forti dai cattolici, e formata una piattaforma sì alta che sopravanzava le mura delle città, da dove con grossi cannoni venivano continuamente danneggiati nel di dentro gli assediati. Crebbero le forze dell'arciduca con tre mila Alemanni, e dall'Italia a lui vennero due terzi, l'uno di Spagnuoli e l'altro di Napoletani. Il motivo principale per cui il re di Spagna concorreva in assistere all'arciduca, era perchè già si prevedeva sterile il matrimonio di lui coll'infanta, e che perciò ricadrebbono quegli Stati alla corona di Spagna. Intanto esso arciduca, avendo oramai scorto quanto si potesse promettere del senno e della bravura del _marchese Ambrosio Spinola_ Genovese, a lui appoggiò l'impresa dell'assedio di Ostenda: risoluzione che dagli effetti fu comprovata d'incredibil vantaggio. In Ungheria seguirono diversi fatti d'armi, ne' quali per lo più restarono superiori i cristiani. Specialmente nel mese di settembre invogliato Sardar bassà de' Turchi, comandante di un poderoso esercito di riacquistare Pest, gittato un ponte sul Danubio, fece passar sette mila cavalli e tre mila giannizzeri ben forniti di cannone. Ma assaliti da' cristiani, parte di essi o sul campo o nel fiume in ritirarsi lasciarono la vita. Cominciarono in questo anno i Veneziani a far lega coi Grigioni, sempre di poi mantenuta al dispetto del conte di Fuentes, che fece ogni sforzo per guastarla. Dichiararono ancora nobile della lor città _Arrigo IV re_ di Francia, il quale mostrò gran contento di questo segno del loro amore, e mandò loro in dono la stessa armatura con cui s'era trovato in tante guerre degli anni addietro. Fu questa da' Veneziani riposta con tutto decoro nell'arsenale delle armi.
Anno di CRISTO MDCIV. Indizione II.
CLEMENTE VIII papa 13. RODOLFO II imperadore 29.
Avea il _pontefice Clemente_ nel precedente anno, a dì 17 di settembre, creato cardinale _Silvestro Aldobrandino_ suo pronipote, giovinetto di soli sedici anni. Nel presente a dì 9 di giugno fece una più solenne promozione, in cui ebbe luogo il celebre _Jacopo Davy di Perrona_ vescovo di Eureux, celebre personaggio per la sua letteratura, e sommamente molto prima di questo tempo meritevole di quel grado. Ma perciocchè il santo padre si lasciava oramai governare dall'altro _cardinale Aldobrandino Pietro_, ad istanza sua conferì la sacra porpora a _Jacopo Sannesio_, fratello di Clemente, maestro di camera di esso cardinale. _Azione_, dice il cardinal Bentivoglio, che, _a dire il vero, tornò in poco onore di Aldobrandino, perchè non poteva essere da lui portato a quel grado alcun soggetto, non solo più oscuro di sangue, ma nè più rozzo di aspetto, nè più rustico di maniere, nè più debole d'ingegno e d'ogni altro più comune talento_. Andarono talmente avanzando a palmo a palmo i cattolici sotto Ostenda i loro approcci, durante anche il verno, continuamente animati dal _marchese Spinola_, che or qua or là accorrendo era il primo ad arrischiarsi in ogni impresa, che s'impadronirono, a forza sempre di sangue, di tutte le fortificazioni esteriori e presero in parte la contrascarpa. Ma appena in quel fiero assedio si arrivava ad occupare un riparo, che se ne trovava fabbricato ed opposto un altro dagli assediati, ai quali non mancarono mai in sì lungo tempo di difesa rinforzi di gente e di viveri dalla parte del mare. Ardeva di voglia il conte Maurizio di sloggiar di colà i pertinaci assedianti; ma così terribili erano i loro trincieramenti, tanti i fossi e i canali che conveniva superare, ch'egli, tuttochè provveduto di buon esercito, non si attentò mai di mettersi a sì pericolosa impresa. Perciò, affine di fare una potente diversione, elesse di passare all'assedio dell'Esclusa, piazza di mare di tal conseguenza, che pareggiava, se non anche vantaggiava, Ostenda. Colà si portò egli sul fine del mese di aprile, e, non ostante la gran copia dei canali ed acque stagnanti che circondano quel luogo, vi si accampò e trincierò con sicurezza d'impossessarsene, se non coll'armi sue, colla fame degli assediati, che scarseggiavano non men di munizioni da guerra che di viveri. Tentò il Velasco, generale della cavalleria dell'arciduca, d'introdurvi soccorso; ma, sconfitto, ebbe fatica a salvarsi con que' pochi che non restarono ivi uccisi o prigioni. Venne il principio d'agosto; e perchè s'intese agonizzante quella piazza, _Ambrosio Spinola_, benchè suo malgrado fu spinto dall'arciduca a tentar pure miglior fortuna per soccorrerla; ma anch'egli trovò insuperabili impedimenti, sicchè con perdita d'alcune centinaia de' suoi fu forzato a retrocedere. Perciò non potendo più reggere alla fame quel presidio di quasi quattro mila soldati, capitolò con patti onorevoli la resa. Uscirono essi portando piuttosto l'effigie di scheletri e cadaveri che di uomini viventi. Questa rilevante perdita tal rabbia cagionò, e così accrebbe lo spirito del valore nei cattolici assediatori di Ostenda, che a gara Italiani, Spagnuoli, Valloni e Tedeschi, superato il fosso, presero anche due baluardi; e benchè dietro ad essi trovassero nuovi tagli e ripari, erano pronti a far le ultime pruove; quando gli assediati esposero bandiera bianca, ed ottennero nel dì 21 di settembre onesta capitolazione. Se ne andò libera quella guarnigione di quattro mila soldati tutti sani e vegeti, perchè sempre era ivi stata abbondanza di viveri per li frequenti soccorsi. Vi si trovò infatti tanta copia d'artiglierie, vettovaglie, e munizioni, che fu una maraviglia. Così terminò l'assedio di Ostenda con somma gloria del marchese Spinola, e gaudio inesplicabile dell'arciduca Alberto: assedio memorando anche ai secoli venturi, sì per la sua lunga durata di trentanove mesi, che per l'incredibil varietà dei lavori, macchine, mine ed assalti, e, quel che è più, per la strage di più di cento mila persone, che (al dir della fama di quei tempi) costò l'offesa e difesa di sì forte piazza. Altri dicono di più, perchè entro Ostenda, o per le battaglie o per la peste, si tiene che ve ne perissero cinquanta mila. Ciò fatto, cercarono quelle armate riposo. Gran differenza di guerreggiare da cento quarantadue anni in qua! Tre anni e un quarto vi vollero allora per espugnare Ostenda; e otto giorni o poco più ve ne hanno impiegato i Franzesi dei nostri tempi per impadronirsene nell'anno 1745. Ma i difensori di oggidì non sono stati come quei d'allora.
Mentre bolliva sì forte quella guerra, trattarono del pari di pace _Filippo III re_ di Spagna e l'_arciduca Alberto_ con _Jacopo re_ della Gran Bretagna, principe che, avendo già provate contraddizioni alla sua grandezza, ed anche congiure, bramoso di assodarsi la corona in capo, vi diede facilmente la mano. Fra le condizioni di questa nuova amistà vi fu che il re inglese non invierebbe in avvenire soccorsi agli Olandesi. Se poi l'eseguisse, nol so io dire. In Ungheria male passarono gli affari dell'imperadore, perchè sebbene avendo i Turchi stretta di assedio la città di Strigonia, furono con loro gran perdita cacciati di là; pure i cristiani abbandonarono Pest per viltà del loro comandante, il quale, appena udito che i Turchi fabbricavano di sotto da Buda un ponte per passare coll'esercito loro, preso da panico terrore, se ne ritirò colla sua gente, dopo avere attaccato il fuoco a molte parti di quella città. In questi tempi _Ferdinando gran duca_ di Toscana attendeva a popolare l'insigne terra o città di Livorno. Perchè la fece divenire anche un asilo per le genti di mal affare, non durò fatica ad accrescerne la popolazione. V'introdusse ancora gran copia di Ebrei; ma avendo le sue galee fatto dipoi nel 1607 un disegno sopra Negroponte, si trovò precorso l'avviso colà di tale spedizione, e ne fu data la colpa ad essi Giudei, creduti spioni del Turco, per l'odio che professavano al cristianesimo. Accidente occorse nell'anno presente a Roma, che sopra modo turbò il pontefice, e creduto fu che contribuisse non poco ad accelerare da lì a due o tre mesi la morte sua. Scappando dai birri un certo uomo, cercato da essi non per alcun delitto, ma solamente per debito civile, si rifugiò nel palazzo del _cardinale Odoardo Farnese_. Continuando gli esecutori la lor caccia, vi entrarono anch'essi; ma trovatisi quivi alcuni gentiluomini cortigiani del cardinale, fecero testa, ed avendo maltrattati con parole i birri, diedero campo all'uomo di fuggirsene per la porta di dietro. A tale avviso montò forte in collera il papa, e ordinò che il governatore di Roma procedesse con tutto rigore contro di que' gentiluomini, fermamente risoluto di volerli in mano, e di farne anche aspro risentimento col cardinale. In difesa di questo porporato accorsero non solamente molti baroni romani, ma lo stesso ambasciatore di Spagna, e poco vi mancò che non ne seguisse qualche strepitoso tumulto. Ma il saggio cardinale, per ovviare a maggiori inconvenienti, giudicò meglio di ritirarsi fuor di Roma, con sì forte accompagnamento nondimeno de' suoi parziali, e di nobili e di popolo, che non paventò violenza alcuna in contrario. Del che maggiormente concepì sdegno e si chiamò offeso il papa. Ma appena giunta a _Ranuccio duca_ di Parma, marito della nipote del papa, e fratello del porporato, la nuova di questo sconcerto, si portò egli per le poste a Roma, e presentatosi al papa, adoperò sì buone maniere, assistito sempre dal favore del suddetto ambasciatore del re Cattolico, che il placò. Non piacque dipoi al pontefice, che tornando esso duca da monte Cavallo, il popolo l'accompagnasse fino al suo palazzo, gridando: _Viva la casa Farnese_. Seguì poscia accomodamento; ma di esso e del perdono dato ai delinquenti niuno si fidò, di maniera che il cardinale, il duca Gaetano ed altri principali di Roma stettero da lì innanzi alla larga, aspettando maggior sicurezza dalla morte del papa, creduta vicina, e, secondo il solito, sospirata da molti. Fu cagione questo imbroglio che il pontefice, senza far caso dell'aggravio della camera, assoldasse e chiamasse a Roma secento Corsi e ducento archibugieri a cavallo, che facessero la guardia al palazzo pontificio, e ad altri luoghi di quella gran città. Furono in quest'anno rimessi in varie città della Francia i Gesuiti dal re _Arrigo_, che sempre più facea conoscere l'attaccamento suo alla religione cattolica.
Anno di CRISTO MDCV. Indizione III.
LEONE XI papa 1. PAOLO V papa 1. RODOLFO II imperadore 30.
In occasione di un libro pubblicato negli anni addietro dal padre Molina della compagnia di Gesù, in cui si trattava di concordare col libero arbitrio dell'uomo la necessità della divina grazia, era insorta in Ispagna una fierissima guerra di penne fra i Domenicani e i Gesuiti. Al tribunal primario della fede, cioè a quello del romano pontefice, fu portata questa sempre scabrosissima controversia, e deputata una congregazion di cardinali e di dottissimi teologi, assistendovi in persona lo stesso pontefice. Scelti i più valorosi campioni da amendue le parti, gran tempo si arringò e disputò; ed allorchè parea che il _pontefice Clemente_, inclinando alla parte dei domenicani, fosse per venire alla definizion della lite, gli fu forza di rimetterla indecisa al suo successore. Imperocchè, essendosi infievolita non solamente la sua sanità, ma anche la sua testa, di modo che non battea più a segno, nè egli era più atto agli affari, fu poi preso nel dì 10 di febbraio più aspramente che mai dalla podagra, la quale da gran tempo lo affliggeva, e crescendo ogni dì più il malore, finalmente nel dì 3 di marzo passò il santo padre a miglior vita, lasciando dopo di sè un gran nome non meno pel suo zelo nel pastorale impiego che per la sua severità ed attenzione al governo civile. Lasciò ancora in grande auge, e con illustri parentele, e con gradi lucrosi, e con fabbriche sontuose i suoi nipoti e pronipoti, tre dei quali fregiati della sacra porpora. Ma parve che Dio, i cui giudizii son troppo occulti, non volesse lasciar prendere le radici alla sua schiatta; perciocchè, siccome scrisse con esclamazione e maraviglia il cardinale Bentivoglio, da lì ad alquanti anni: _Morì papa Clemente, morì il cardinale Aldobrandino_ (dopo aver provato sotto Paolo V de' disgustosi contrattempi), _son morti i cinque nipoti che aveano due altri cardinali fra loro; mancarono tutti i maschi di quella casa, e mancò finalmente con essi ogni successione, ed insieme ogni grandezza del sangue lor proprio_. Entrati poscia i cardinali in conclave nel dì 14 di marzo, fu per più giorni in predicamento e vicinanza al triregno il dignissimo _Cardinal Baronio_. Ma in fine nel primo dì di aprile concorsero i voti del sacro collegio nel _cardinale Alessandro de Medici_ Fiorentino, vecchio di settanta anni, personaggio dotato di amabil gravità e prudenza, e pieno di sante intenzioni, che assunse il nome di Leone XI. Creato papa, senza dimora liberò le provincie da molte gravezze loro imposte da Clemente VIII. E perchè erano assai conosciute le nobili sue prerogative, straordinario fu il giubilo del popolo romano per la di lui esaltazione, universali le speranze di goder sotto di lui un felicissimo reggimento. Ma appena coronato nel dì 11 del suddetto mese nella basilica Lateranense, cadde infermo, e nel dì 27 seguente chiuse gli occhi alle umane grandezze, avendo goduto per soli ventisei giorni il pontificato. Durante la sua malattia, benchè importunato da molti a dare il suo cappello ad un suo pronipote, che per altro ne era degno, non vi si seppe indurre, nè più volle vedere il suo confessore stesso, che perorò per lui. Il cardinal di Perrona e il Doglioni scrivono che fu sospettata la sua morte di veleno per una rosa a lui data nella basilica Lateranense; ma, sparato il suo cadavero, si conobbe mancato di morte naturale.
Raunatosi dunque di nuovo il sacro collegio, dopo gran dibattimento, venuta la sera del dì 16 di maggio, cadde l'elezione nella persona del _cardinal Camillo Borghese_, di origine Sanese, ma nato in Roma nell'anno 1552, e promosso alla sacra porpora cardinalizia nel 1596 da _Clemente VIII_. Prese egli il nome di _Paolo V_. Perchè l'età sua non era che di anni cinquantatrè, o pure cinquantaquattro, l'esaltazione sua fu accolta con istupore, ma molto più con allegrezza, e spezialmente del popolo romano, che non crede mai sì ben collocata la tiara pontificia, che quando la vede in capo ai suoi cittadini. Confessano tutti gli scrittori aver egli portato seco a sì eccelsa dignità un complesso di tali virtù e prerogative sì di animo che d'ingegno, che luogo non restò alla giusta censura, nè bisogno di adulazione per tessere le sue lodi. Spezialmente campeggiava in lui l'illibatezza dei costumi, l'amore e la pratica della religione, la soavità del tratto, e un'altezza di pensieri desiderosa e capace di cose grandi. Differì egli la sua coronazione sino al dì 5 di novembre, nè volle nel bollore della sua creazione dispensar grazie, dicendo che troppo facile era allora il chiedere e concedere disavvedutamente cose ingiuste, e doversi con maturità accordar le giuste. Siccome questo pontefice era, sopra ogni altra cosa, animato forte per sostenere l'immunità e i privilegii del clero, così poco stette a far valere questo suo spirito contra di varii principi d'Italia. Ma il più strepitoso impegno suo fu quello ch'ei prese contro la repubblica di Venezia, sì per aver ella fatto carcerare un canonico di Vicenza e l'abbate di Nervesa, come ancora per avere rinnovato un antico decreto, che non potessero gli ecclesiastici acquistar da lì innanzi beni stabili, con obbligo, se loro ne fosse lasciato per testamento, di venderli, e finalmente per essere stata proibita la fabbrica di nuove chiese senza licenza del senato. Per questo concepì gran fuoco il pontefice, e nel dicembre spedì un breve al _doge Marino Grimani_ con intimazione di scomunica, se non si rivocavano quelle leggi, e non si consegnavano quei prigioni al nunzio Mattei. Presentò esso nunzio nel dì di Natale dell'anno presente questo breve ai consiglieri, giacchè il doge suddetto si trovava agli estremi di sua vita; e in fatti cessò di vivere in quello stesso giorno. Fu poscia eletto doge in suo luogo nel dì 10 di gennaio dell'anno seguente _Leonardo Donato_.
Battaglia fu in quest'anno fra le armate navali spagnuola ed olandese verso Cales colla peggio della prima. In Fiandra, dove militavano il principe di Avellino, Francesco Colonna principe di Palestrina, Andrea Acquaviva principe di Caserta, Alessandro del Monte, con altri nobili e soldati d'Italia, si aprì la campagna dai cattolici, e il marchese _Ambrogio Spinola_ generale dell'armi andò a mettere l'assedio ad Oldensee, e poscia a Linghen, ed amendue que' luoghi vennero alla sua ubbidienza. Di là passato a Vactendonch, vi trovò gran resistenza, e seguì anche una calda azione fra i soldati del conte Maurizio e dello Spinola, in cui colto da una cannonata, restò ucciso il conte Trivulzio Milanese, e prigione Niccolò Doria parente dello Spinola. Contuttociò, a forza di mine e di sanguinosi assalti fu parimente quella piazza ridotta alla necessità di rendersi con buoni patti per la guarnigione. Impadronissi lo Spinola anche di Cracove, piccolo sì, ma forte castello. All'incontro, in Ungheria andarono le cose alle peggio. Con un esercito di cinquanta mila combattenti impresero i Turchi l'assedio dell'insigne città di Strigonia. Continuò questo per un mese, sostenendo vigorosamente i cristiani ogni sforzo de' nemici a costo delle loro vite, essendone stati uccisi circa novecento dei più valorosi. Ma accesosi il fuoco nelle case de' soldati per cagion di alcune mine, che scoppiarono, si rallentò la loro difesa, nè altro da lì innanzi si udì, che istanze al comandante di rendere la città. Il perchè venne essa in potere dei nemici nel dì 3 d'ottobre, e ne uscirono salvi circa mille vili difensori cristiani: perdita di gran considerazione per l'imperadore e per la fede di Cristo. Era intanto incoraggito esso Augusto a proseguir la guerra dagli ambasciatori del re di Persia, le cui armi riportarono in questi tempi non lievi vantaggi sopra i Turchi.
Anno di CRISTO MDCVI. Indizione IV.
PAOLO V papa 2. RODOLFO II imperadore 31.
Andò in quest'anno maggiormente crescendo l'incendio suscitato contro la veneta repubblica dal _pontefice Paolo_. Si studiò ben quel senato di far rappresentare alla santità sua le ragioni militanti in favore delle proprie leggi ed antiche consuetudini, con ispecialmente allegare i gravissimi disordini che potrebbono avvenire e che avvengono allo stato secolare, qualora si lasci agli ecclesiastici senza limite alcuno la facoltà di acquistar gli stabili de' paesi. Si trovò sempre il pontefice più saldo che mai nelle sue determinazioni, fiancheggiate da lui con una folla di canoni. E perciocchè neppure dal canto loro mostravano i Veneziani voglia di piegare alle minaccie di parole, il pontefice, nel dì 17 d'aprile, volendo venire ai fatti, raunato il concistoro, pubblicò un terribile monitorio, in cui dichiarava incorso nelle scomuniche il doge col senato, e s'intimava l'interdetto a Venezia e a tutto lo Stato della repubblica, se entro il termine di ventiquattro giorni non si rivocavano i decreti ed atti fatti contro l'immunità e libertà ecclesiastica, e non si consegnavano al nunzio i prigioni, con tutte le altre pene che tengono dietro alle censure e all'interdetto. A questi fulmini si erano già preparati i Veneziani; e però al primo avviso spedirono tosto ordini rigorosi che niuno de' suoi lasciasse affiggere quel monitorio, che se ne portassero le copie ai pubblici rappresentanti, e che si continuassero come prima i divini uffizii, sotto gravi pene, e pena infin della vita. Non vi furono che i gesuiti, i teatini, e i cappuccini, i quali giudicassero dover preponderare l'osservanza dei decreti del romano pontefice al rispetto per altro da essi professato al principe secolare. Perciò tutti si partirono dagli Stati della repubblica, e, a distinzione degli altri, i gesuiti processionalmente si ritirarono. A riserva di alcuni altri particolari, il resto delle università religiose e gli altri ecclesiastici stettero costanti nell'ubbidienza agli ordini del senato; nè i cappuccini del territorio bresciano e bergamasco vollero seguitar l'esempio degli altri, e continuarono ad abitar ne' loro conventi. Intanto si cominciò una guerra di penne, avendo trovato la repubblica persone che sostennero l'operato da lei. Senza paragone maggior numero ne trovò il pontefice che entrarono in arringo per difesa dell'autorità di lui, e per accreditar le scomuniche e l'interdetto. Specialmente si distinsero in questo combattimento i due celebri porporati _Baronio_ e _Bellarmino_. Forse ancora in alcune di quelle scritture non comparve il vero nome degli autori. Nè qui si fermò il corso di questo impegno. Il pontefice, o perchè veramente pensasse a volere dar braccio all'armi spirituali colle temporali, o perchè ne credesse bastante la sola apparenza, cominciò a far leva di gente, ed ebbe dalla corte di Spagna belle promesse d'aiuto. Perlochè i Veneziani si diedero anch'essi a formare un considerabile armamento, che nell'anno seguente, per quanto fu detto, arrivò a dodici mila fanti e quattro mila cavalli, oltre alle cernide. Intanto i ministri del re Cattolico, del gran duca Ferdinando e di altri principi, ma sopra gli altri quei del _re di Francia Arrigo IV_, che professava una particolare amicizia al senato veneto, si sbracciavano per trovar temperamento e fine a questo scandaloso litigio, che potea turbar la pace d'Italia. Seguì poi solamente nel seguente anno la concordia, siccome diremo.
Un insoffribil peso riuscì all'_Augusto Rodolfo_ e all'_arciduca Mattias_ la guerra d'Ungheria, perchè non solamente erano essi in discordia co' Turchi, ma ancora cogli stessi Ungheri e col Botschaio, principe o pure usurpatore della Transilvania. Perciò volentieri si sentì Rodolfo parlare di pace; e questa in fatti fu conchiusa cogli Ungheri e col Transilvano nel dì 14 di settembre. Ottenne con essa il Botschaio di ritenere la signoria della Transilvania per sè e per li suoi discendenti, salva nondimeno la dipendenza dell'alto dominio spettante alla corona d'Ungheria. Venne poi costui a morte per veleno nel fine dell'anno presente, senza figliuoli, e dovea quell'insigne principato ricadere all'imperadore come re d'Ungheria; ma quei popoli presero per loro principe Sigismondo Ragozzi calvinista di credenza. Nè si può dire quanto gran pregiudizio risultasse alla religion cattolica nel regno d'Ungheria e nella Transilvania da tante guerre passate, perchè colà s'introdussero a migliaia famiglie di luterani, calvinisti, Sociniani d'altre eresie, che vi si son poscia propagate, con ottener anche la libertà dei riti loro dagli Augusti, forzati a far quello che la lor pietà sommamente detestava. Trattossi parimente di pace co' Turchi, i quali, siccome snervati dalla guerra co' Persiani e da una fiera ribellione in Soria, vi acconsentirono. Non già pace, ma tregua di venti anni si stabilì fra l'imperadore e il gran signore Acmet, ritenendo cadauna delle parti ciò che restava in suo potere. Quanto alla Fiandra, il prode _Ambrogio Spinola_, che nel verno del presente anno era stato alla corte di Madrid per ottener soccorso di danaro, tornato a Brusselles, non lasciò di aumentare il patrimonio della sua gloria coll'espugnazione ed acquisto della fortezza di Groll, che gli si arrendè nel dì 14 d'agosto. Rivolse di poi i passi e le speranze all'altra di Rembergh, situata sulla riva del Reno, ancorchè alla difesa vi si trovassero quattro mila fanti e più di trecento cavalli con buon treno di artiglierie e di munizioni. Con sommo vigore fu impreso quell'assedio, in cui specialmente faticarono gl'Italiani. Fra gli altri si distinsero nelle fazioni il cavalier Melzi Milanese, luogotenente della cavalleria, il marchese Sigismondo d'Este, il marchese Ferrante e il cavalier Bentivoglio, quegli nipote e questi fratello del _cardinal Bentivoglio_. Per quanto si studiasse il conte Maurizio d'accostarsi coll'armi sue per soccorrere la piazza, o sloggiar gli assedianti, sempre si trovò troppo dura l'impresa; e però si ridusse il presidio di Rembergh a capitolare la resa. Scemossi poi l'esercito cattolico per l'ammutinamento di un grosso corpo di soldati, gente in quelle parti avvezza a simili scene, per lo più a cagion delle paghe ritardate: lo che incoraggì il conte Maurizio a mettere l'assedio intorno a Groll. Sarebbe ricaduta in sua mano quella piazza, se l'animoso Spinola, colle milizie che potè radunare, non fosse accorso con risoluzione di menar le mani; al qual fine avea già messe in ordinanza le schiere. A questa vista il Nassau restò pensieroso, poi, conoscendo che sì pericoloso giuoco era meglio il risparmiarlo, bravamente si ritirò, lasciando libera la piazza: con che anche lo Spinola ridusse ai quartieri i suoi. Ebbe fine in quest'anno la celebre controversia degli aiuti della divina grazia e del libero arbitrio, agitata in Roma con tante sessioni fra i domenicani e i gesuiti, rimanendo indecisa, con libertà alle parti di sostenere le loro diverse sentenze nelle scuole, senza condannar quelle degli avversarii.
Anno di CRISTO MDCVII. Indizione V.
PAOLO V papa 3. RODOLFO II imperadore 32.
Sul principio di quest'anno non altro si mirava in Italia che disposizioni del papa di prorompere in una più aperta rottura colla repubblica di Venezia, giacchè questa si mostrava bensì sempre costante nell'ossequio della fede e Chiesa cattolica, ma inflessibile ne' suoi decreti, e sprezzante delle censure adoperate dal romano pontefice. Fece dunque _papa Paolo_ massa grande d'armati, con dichiararne generale Francesco Borghese suo fratello, e Mario Farnese suo luogotenente. Spedì a Genova per arrolare quattro mila Corsi, e agli Svizzeri per avere tre mila fanti di quella nazione. Accrebbe i presidii e le fortificazioni di Ferrara e delle città marittime. In somma avreste detto che Roma pensava daddovero a far delle prodezze. E tanto più corse voce, perchè _Filippo III re_ di Spagna promise d'entrare in questo ballo per sostenere l'autorità pontificia, e andarono anche ordini di far gente al _conte di Fuentes_ governator di Milano, ministro, che nulla più sospirava che il lucroso mestiere di comandare a un'armata. Ma non dormivano i Veneziani; perchè, oltre all'armamento da lor fatto in Italia, mossero Francesco conte di Vaudemonte figlio del duca di Lorena, lor generale, a far leva di molte migliaia di soldati alemanni. Altrettanto tentarono coi Grigioni lor collegati e cogli Svizzeri, avendo colà inviate a questo fine grosse rimesse di danaro. Allestirono medesimamente gran copia di navi in mare, nel Po e nel lago di Garda, facendo intanto sapere a tutti i principi d'essere pronti a sacrificar ogni cosa per nulla cedere in questa controversia, persuasi che la ragione e la giustizia fosse dal canto loro. Ma non pertanto non si lasciava di trattar di pace, gareggiando in questo nobil uffizio per ottener la gloria del primato i re di Francia e di Spagna, e i duchi di Savoia e di Firenze. Ma _Arrigo IV re_ Cristianissimo, che andava innanzi agli altri nell'amore verso il senato veneto, quegli fu che più ardentemente si maneggiò per questo affare. Spedì egli in Italia _Francesco cardinale di Gioiosa_, che verso la metà di febbraio comparve a Venezia. Trattò il cardinale lungamente con quel senato, e, ben capita la lor mente, si mosse dipoi alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 22 di marzo, e cominciò a far gustare il bene della concordia e i mali grandi della discordia, rappresentando che se gli Spagnuoli, i quali non cessavano di contrariar la buona intenzione del re Cristianissimo, fossero venuti all'armi, non avrebbe potuto il suo re dispensarsi dall'opporsi ai loro disegni. Che il re d'Inghilterra prometteva aiuti a Venezia, ed avrebbe dichiarata la guerra alla Spagna. Che non erano più questi i secoli barbarici, ed essersi coi tempi mutate anche le massime, e sminuite di troppo le forze della camera apostolica. Ora il papa, che finalmente s'era accorto qual poco capitale si potesse far dei sussidii del re Cattolico, già titubante per timore di tirarsi addosso delle disgustose brighe, e conosceva di non poter reggere solo a sì grave impegno; concertate col Gioiosa le maniere di salvare il suo decoro, gli diede facoltà, con istruzione sottoscritta di suo pugno, di conchiudere l'accordo e di levar via l'interdetto.
Allegro il cardinale con prendere le poste arrivò di nuovo a Venezia nel dì 9 di aprile, ed espose nel giorno seguente le commessioni sue e le condizioni della concordia. A questa si trovò un grande intoppo, perchè una delle maggiori premure del pontefice era che i gesuiti fossero, come prima, rimessi nei primieri loro collegii in Venezia e nelle altre città della repubblica: al che il senato si scoprì sommamente renitente per varii motivi. Fece quanto potè il Gioiosa per superar questa loro avversione, e vi si adoperò anche don Francesco di Castro ambasciatore del re Cattolico, ma senza che alcuno potesse vincere quella pugna. Non per questo cessò di farsi l'accordo. Pertanto nella mattina del dì 21 di aprile furono consegnati all'ambasciatore di Francia l'abbate di Nervesa e il canonico Vicentino, già prigioni, dal segretario della repubblica, protestante di darli al re Cristianissimo in segno della lor gratitudine ed ossequio senza pregiudizio della autorità della repubblica. Questi poi vennero dati dal Gioiosa al commessario del papa, mandato a tale effetto. Eseguito questo preliminare, entrò il cardinale nel collegio, dove era il doge e i savii, e quivi a porte chiuse fu rivocato l'interdetto colle censure, e similmente rivocato dal senato ogni atto fatto in contrario. Furono anche rimessi in grazia, a riserva de' gesuiti, gli altri religiosi, e decretata la spedizion di un ambasciatore al pontefice, per rendergli grazie, e per confermare alla santità sua la filial riverenza della repubblica. Come passasse nel chiuso collegio la riconciliazione suddetta, non trovo chi me ne possa accertare. Si dee tenere per certo, che a Roma fu scritto, come il senato avea ricevuta l'assoluzione dalle censure; ma i Veneziani l'hanno sempre negato. Resta nondimeno una particolarità indubitata: cioè che quella repubblica continuò dipoi, e tuttavia continua, a mantenere i suoi decreti intorno ai beni stabili lasciati agli ecclesiastici, e alla fondazione di nuove chiese, siccome anche l'autorità sua consueta di giudicare gli ecclesiastici delinquenti. Fu data speranza al pontefice che quel senato rallenterebbe fra qualche tempo il suo rigore contro i religiosi della compagnia di Gesù; ma non seguì il ritorno loro in Venezia se non l'anno 1657, siccome diremo.
Troppo oramai rincresceva all'_arciduca Alberto_ il peso della guerra colle Provincie Unite; anzi non ne poteva di più, perchè trovava come seccate le fontane dell'oro di Spagna, senza le quali a lui era impossibile di sostentarsi: laddove gli Olandesi sempre più venivano rinvigoriti dal loro commercio per mare, che ogni giorno andava crescendo, sino a mettere flotte in mare, le quali non temevano delle spagnuole, siccome in questo anno ancora avvenne, avendo nel dì 24 d'aprile verso il promontorio di San Vincenzo essi Olandesi data una rotta all'armata navale di Spagna, colla morte di circa due mila persone dalla parte dei vinti e colla perdita di alquante galee. Il perchè l'arciduca, ottenutane la permissione dalla corte di Madrid, fece muovere parola di pace colle Provincie suddette. Non negarono orecchio a qualche pratica di accomodamento gli Olandesi, con richiedere nondimeno per preliminare che il re di Spagna e l'arciduca li riconoscessero per popoli liberi. Si trovarono delle speciose ragioni per accordar questo punto colle parole, attribuendosi poi i monarchi il privilegio di poterle interpretare in varii sensi, allorchè si presentano più favorevoli occasioni. Quindi si pensò a trattar daddovero di sì importante negozio: al qual fine seguì una sospension d'armi per otto mesi. Ma perchè le ratificazioni e i mandati che venivano di Spagna, come troppo generali o intriganti, non soddisfaceano agli Olandesi, e il conte Maurizio sopra gli altri faceva di mano e di piedi per interrompere ogni pratica d'accordo, per timore che una pace desse troppo gran tracollo alla propria autorità: nulla si conchiuse di più nell'anno presente. Si provarono in questi tempi le galee di _Ferdinando gran duca_ di Toscana di sorprendere con una improvvisata la città di Famagosta in Cipri, per l'avviso da buona parte venuto della smilza guarnigione che vi tenevano i Turchi. Ma giunte colà, vi trovarono maggior presidio di quel che credevano: del che, siccome già accennammo, furono incolpati i Giudei, quasichè avessero preventivamente avvisati di quella spedizione i Musulmani. Si trovarono le scale preparate non assai lunghe pel bisogno, e la porta destinata riempiuta di terra nel di dentro. Però furono rigettati i cristiani con perdita di cento di essi, e gli altri durarono fatica a rimbarcarsi. Se ne tornarono essi ben confusi alle lor case, con prendere solamente per viaggio tre fuste turchesche. Fu cagione nondimeno il lor tentativo che dei poveri Greci abitanti in Famagosta molti furono presi, e per lievi indizii che avessero avuta intelligenza coi Toscani, condannati a cruda morte. Fece gran rumore nell'anno presente tanto in Italia che fuori d'essa l'avvenimento di fra Paolo servita, famoso teologo della repubblica di Venezia, dopo aver egli sostenuto le di lei ragioni nella lite con Roma. Per quanto si ha da Vittorio Siri nelle memorie recondite, fu egli onoratamente avvertito dal _cardinal Bellarmino_ di stare in guardia, perchè si macchinava contro la sua vita. Per questo, d'ordine dello Stato, andò egli per qualche tempo armato di giacco sotto la tonaca. Stanco di quel peso, lo depose. Assalito un giorno da appostati sicarii, fu steso come morto a terra con ventitrè pugnalate o ferite, salvandosi poi coloro in una peota ben armata, che il nunzio tenea da parecchi giorni preparata. Guarì poi fra Paolo, e il Siri scrive, essere stato innocente di quel fatto il papa, e che ne fu comunemente incolpato il _cardinal Borghese_ suo nipote.
Anno di CRISTO MDCVIII. Indizione VI.
PAOLO V papa 4. RODOLFO II imperadore 33.
Se poco riportò il _pontefice Paolo_ dalle precedenti liti colla repubblica veneta, provò ben gran gioia nel presente anno per la solenne comparsa di _Carlo Gonzaga duca_ di Nevers, spedito alla santità sua da _Arrigo IV_ re di Francia per suo ambasciatore, affine di attestare la filial sua ubbidienza e riverenza verso la santa Sede. Venne questo principe con gran pompa, e si presentò sul fine di novembre alla pubblica udienza del pontefice nel sacro concistoro: il che cagionò un giubilo universale al riconoscere sempre più quel principe geloso della religione cattolica. Parimente in quest'anno giunse a Roma don Antonio marchese di Funesta, Moro di nazione, ambasciatore del re del Congo, cioè di un regno situato nella costa occidentale dell'Africa di là dalla linea equinoziale. Introdotta la fede di Cristo per opera de' Portoghesi in quelle parti, maggiori progressi vi fece in questi tempi; laonde il _re don Alvaro II_ professore di essa religione, volle in forma distinta farsi riconoscere per divoto figlio al capo visibile della medesima, con ordine insieme di supplicare il papa che inviasse colà de' pii operai per coltivare quella vigna del Signore, dove anche oggidì faticano gesuiti, cappuccini ed altri religiosi. Ma questo ambasciatore con un meschino accompagnamento appena giunto a Roma, senza che gli restasse tempo di andare all'udienza, s'infermò, e pietosamente visitato dal pontefice, diede poi fine al suo vivere, e gli fu fatto un magnifico monumento in santa Maria Maggiore. Insorse nel presente anno una gara non molto onorevole fra l'_arciduca Mattias e Rodolfo II Augusto_, per ismorzar la quale lo zelante _papa Paolo_ spedì in Germania il cardinal _Giovanni Mellini_ Romano. Cercò Mattias in una dieta di tirare i cristiani dell'Ungheria a riconoscerlo per lor capo e signore. Altrettanto fece ancora co' popoli dell'Austria. Dispiacque non poco all'imperadore Rodolfo un tale attentato, siccome troppo ingiurioso ai diritti e all'autorità sua. Però in Boemia, dove egli soggiornava, annullò quanto avea operato l'arciduca, e cominciò a far gente; quando ecco comparire colà il medesimo Mattias con un poderoso esercito di venti mila persone tra fanti e cavalli. Rodolfo, buon principe, che dovea aver fatto voto di vivere in santa pace, il più che potesse, pregò il legato pontificio d'interporsi per un convenevole accordo. Ottenne l'arciduca forse più di quel che pensava; perchè l'imperadore si contentò di rilasciargli il dominio del regno d'Ungheria e dell'arciducato di Austria con varii patti che non importa riferire. Con somma magnificenza ed incessanti viva del popolo entrò dipoi questo principe in Vienna nel dì 14 di luglio, ed ivi fu proclamato re d'Ungheria, e poi coronato in Possonia con indicibil contento di que' popoli, ma con grave pregiudizio della religion cattolica, perchè fu necessitato a permettere la libertà di coscienza a tante sette di eretici che aveano già infestata del pari l'Austria che l'Ungheria.
Continuarono in quest'anno ancora i trattati di pace fra i deputati del _re di Spagna_ e dell'_arciduca Alberto_ dall'un canto, e quei delle sette Provincie Unite dall'altro; al qual fine fu prorogata la precedente tregua. Pretesero gli Olandesi in primo luogo che il re Cattolico e l'arciduca non solamente riconoscessero le lor provincie per libere, ma che rinunziassero ed ogni ragione e pretensione che potessero aver sopra delle medesime, tanto per sè che per li lor successori. Parve insolente ai cattolici questa dimanda. Più duro ancora fu il nodo che si trovò pel commercio nelle Indie Orientali, pretendendo gli Spagnuoli che dagli Olandesi si rinunziasse affatto alla navigazione in quelle parti, quando, all'incontro, questa era la pupilla degli occhi degli Olandesi, i quali avendo già provato che immensi guadagni facessero i loro mercatanti in que' viaggi, fin d'allora prevedevano che la conservazione e l'accrescimento della lor potenza avea da provenire dalle Indie suddette. Però, quantunque s'interponessero anche i ministri di Francia e d'Inghilterra per la concordia, pure s'intralciò talmente l'affare, che andò per terra il trattato. Non si perderono perciò d'animo i ministri dell'arciduca, uno de' quali era il marchese Ambrosio Spinola, in cui non si sa se maggior fosse il senno o il valore. Giacchè, secondo le presenti disposizioni, speranza non restava di pace, proposero essi una tregua di alquanti anni, e perciò nel maneggio di questa si spese il rimanente dell'anno. Ebbe l'Italia nel presente anno più motivi d'allegrezza per li magnifici maritaggi de' suoi principi. Imperciocchè già progettati e conchiusi quei dell'_infanta Margherita_ figlia di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia col principe _Francesco Gonzaga_ figlio primogenito di _Vincenzo duca_ di Mantova, e dell'_infanta Isabella_, parimente figlia di esso duca di Savoia, col principe _Alfonso d'Este_ primogenito di _Cesare duca_ di Modena; fu risoluto il compimento di tali alleanze nel carnovale di quest'anno. Per attestato del Guichenone, si portò per questo in persona il duca di Mantova col figlio in Piemonte con isplendido accompagnamento di nobiltà. Magnifica sopra modo fu la loro entrata in Torino, essendo venuto a quella corte in sì lieta occasione anche il duca di Nemours _Carlo Gonzaga_, loro cugino, di ritorno da Roma. Scrive il medesimo Guichenon che esso duca di Nemours, come procuratore del principe Francesco, sposò, nel dì 20 di febbraio, la principessa Margherita; eppure il principe, secondo lui, era in Torino. Nel giorno seguente il duca di Savoia col cardinale e cogli altri principi suoi figli, e col duca di Nemours, andò a Chieri a visitare il _cardinale Alessandro d'Este_ giunto colà col principe Alfonso suo nipote, i quali nel susseguente giorno entrarono anche essi in Torino colla medesima pompa con cui erano entrati i principi di Mantova. Scrive il suddetto Guichenon, che lo sposalizio dell'Estense seguì nel dì 16 di febbraio. Discorda egli da sè stesso. Oltre di che il Vedriani nella Storia di Modena scrive che il cardinal d'Este e il nipote si partirono da Modena per Torino nel dì 5 di marzo, e ci tornarono poi a dì 8 d'aprile. Ma poco importa l'accordar questi testi. Certo è che in Torino si fecero feste e divertimenti di gran magnificenza per questi sposalizii. In Mantova, allorchè vi giunsero i principi sposi, furono fatti spettacoli di tanta sontuosità e rara invenzione, che riempierono ognun di stupore. Nè inferiori divertimenti cavallereschi e splendide feste vide in tale congiuntura Modena, ai quali intervennero non solamente i principi di Savoia, ma anche i _cardinali Pietro e Silvestro Aldobrandini_, mentre erano in viaggio alla volta di Torino.
In questo anno ancora si effettuò il matrimonio di _Cosimo de Medici_, primogenito di _Ferdinando gran duca di Toscana_, con _donna Maria Maddalena d'Austria_, figliuola del fu _Carlo arciduca_, e sorella dell'_arciduca Ferdinando_. Fu questa principessa da Trieste condotta sul principio di novembre ad Ancona con grandioso equipaggio di nobiltà e di galee. Arrivata a Firenze, trovò tutta quella città in gran gala, ed ivi ancora più giorni si spesero in solennizzar le sue nozze con varii nobilissimi solazzi. Era ben felice allora l'Italia; godeva l'insigne benefizio della pace; aveva i suoi proprii principi, e questi nelle loro funzioni gareggiavano nella splendidezza. Si sono ben mutati i tempi; la fortuna d'Italia è ben declinata. Nè si dee tacere che nel verno dell'anno presente in Venezia, Modena ed altre città di Lombardia si provò sì aspro freddo, che memoria non v'era d'un somigliante rigore. Cadde anche tal copia di nevi, che arrivò all'altezza di ventiquattro oncie, e fece col peso cadere gran quantità di tetti, e rendè impraticabili le contrade e strade. Per l'impresa di Famagosta, sì infelicemente riuscita nell'anno precedente, era in collera il gran duca di Toscana, e volendo con qualche altra impresa risarcire il suo onore, rinforzò la squadra delle sue galee con cinque vascelli, tutti ben corredati e muniti di gente, e la spedì in Africa sotto il comando di Silvio Piccolomini, personaggio che nelle guerre di Fiandra avea acquistato gran nome. La città di Ippona, oggidì Bona, celebre pel vescovato di sant'Agostino, insigne dottor della Chiesa, fu l'oggetto delle lor prodezze. Con tal vigore restò essa assalita dalle armi cristiane, che nulla valse la resistenza de' Mori, dei quali assaissimi furono trucidati, molti più fatti prigioni. Dopo il sacco e l'incendio di essa città, se ne tornarono i cristiani a Livorno. Nel dì ultimo di giugno mancò di vita il grande annalista della Chiesa _Cesare cardinal Baronio_. Il merito insigne di questo porporato ha esatto da me il farne menzione.
Anno di CRISTO MDCIX. Indizione VII.
PAOLO V papa 5. RODOLFO II imperadore 34.
Grandi consulte si tennero alla corte di Madrid nel verno di quest'anno pel progettato accomodamento fra la Fiandra e le Provincie Unite. In Anversa ancora fra gli scambievoli deputati delle parti seguirono amichevoli e lunghi combattimenti per questo negozio. Consistevano le principali difficoltà a vederne il fine nel pretendere il re di Spagna che fosse libero ai cattolici nell'Olanda l'esercizio della religione; alla qual dimanda era specialmente spronato dallo zelo del pontefice, e che non fosse permessa agli Olandesi la navigazione all'Indie: punti ai quali troppa resistenza mostravano le provincie eretiche. Finalmente bisognò che l'altura degli Spagnuoli e i desiderii dell'arciduca Alberto cedessero alla mala situazione de' loro interessi, non sapendo essi come continuar la guerra con gli Olandesi, favoriti sempre sotto mano da' Franzesi ed Inglesi. Però infine si conchiuse, nel dì 9 d'aprile, una tregua di dodici anni, in cui fu dichiarato che l'arciduca trattava colle Provincie Unite come con provincie e Stati, sopra i quali non pretendeva cosa alcuna. Si lasciò andare la pretension della religione. Quella dell'Indie si acconciò con imbrogliate parole, restando vietato agli Olandesi l'entrare ne' paesi del re fuori dell'Europa, senza nominar le Indie. Conviene ben credere che la corte di Spagna e l'arciduca avessero gran bisogno e sete di questo accomodamento, perchè neppur poterono indurre le Provincie Unite, possedenti alcuni forti sulle rive della Schelda, a levar gli esorbitanti dazii imposti a chi volea navigare per quel fiume: il che finì di distruggere il commercio di Anversa, città che nei tempi addietro era stato il più ricco e celebre emporio de' Paesi Bassi, ed angustiata fece maggiormente volgere esso commercio ad Amsterdam e ad altri porti dell'Olanda e Zelanda. Per questa tregua non si può dir quanto fosse il giubilo delle provincie cattoliche della Fiandra, le quali dopo tante e sì lunghe tempeste sperarono di godere una volta il sereno. In Anversa per segno di eccessiva allegrezza, dopo tanti anni di silenzio, si fece udire lo strepitoso suono di quel campanone, a sonar il quale, secondo il Doglioni, vi si adoperano almeno ventiquattro uomini nerboruti. Per ordine di _Filippo III_ re di Spagna nell'anno presente furono cacciati da Granata e molto molto più da Valenza i Mori, fin qui tollerati come sudditi della corona in quelle parti, perchè si scoprirono delle intelligenze e trame di essi coi Mori d'Africa e col gran signore, e fin coi re di Francia e d'Inghilterra, per una ribellione. Nel mese d'ottobre sino al fine di gennaio dell'anno seguente uscirono del regno di Valenza più di cento trentaquattro mila di costoro, imbarcati parte in legni proprii, e parte in somministrati dal re. Erano la maggior parte battezzati, molti nondimeno finti e non veri cristiani. Indarno esibirono al re tre milioni d'oro per potervi restare. Chi scrive che gli usciti di Spagna furono novecento mila, e chi li fa ascendere ad un milione, ed anche a due, pare che non meriti fede. Gran piaga che fu questa per la Spagna, sì pel salasso di tanta gente, come per lo trasporto d'immense somme d'oro, argento, gioie ed altre cose preziose fuori del regno. Molti di costoro passarono in Italia e Francia, e gli altri in Africa. Essendo restate incolte per questo moltissime terre, il re invitò a coltivarle i popoli stranieri, con privilegii ed esenzioni per dieci anni. Ve ne andarono non pochi dall'Italia, e fra gli altri cinquecento Genovesi, raccolti alla sordina dai ministri del re.
Finì nel dì 7 di febbraio dell'anno presente i suoi giorni _Ferdinando I gran duca_ di Toscana, principe che lasciò dopo di sè memoria di una somma saviezza e magnificenza. Era signore di grave aspetto, amator della caccia, ma senza che i divertimenti pregiudicassero punto al negozio e al buon governo de' suoi Stati, col quale cercò di farsi molto più amare che temere. Oltre ad altri figliuoli, ebbe _Cosimo II_, che come primogenito a lui succedette nel ducato; e _Carlo_, che nel 1615 in età di diecinove anni fu decorato della sacra porpora da _papa Paolo V_. In questi tempi _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, siccome principe dotato di un maraviglioso ed insieme sempre inquieto spirito, meditò di nuovo di sorprendere la città di Ginevra; ma, scoperta la mena, gli andò fallito il colpo. Avea egli cominciata anche una tela coi cristiani del regno di Cipri per le giuste pretensioni che la casa di Savoia conservava su quella isola. Si esibivano essi cristiani, forse ascendenti al numero di trentacinque mila, di rivoltarsi per iscuotere il giogo turchesco, ogni qual volta comparisse colà per mare un grosso corpo di truppe regolate dal duca. Andarono innanzi e indietro persone travestite, maneggiando questo affare, finchè intercetta una lettera dai Turchi, li mise in sospetto di qualche trama. Di qua venne la rovina di que' poveri cristiani, e il duca rimase deluso nelle sue speranze. Ma se a questo principe d'alti pensieri andava a male una idea, cento altre ne metteva egli immediatamente in campo. Di ricche pensioni aveva ottenuto dalla corte di Madrid per li suoi figli; pure internamente era malcontento degli Spagnuoli anzi gli odiava. Però in questi tempi si trattò colla corte di Francia per collegarsi seco, proponendo al _re Arrigo IV_ la conquista dello Stato di Milano, il matrimonio della primogenita del re col primogenito suo principe di Piemonte, e di una delle sue figlie col Delfino di Francia. Il re Arrigo, tutto che sapesse quante macchine avesse fatto il duca contra di lui, vivente il maresciallo di Birone, pure, conoscendo il gran talento di questo principe, ne avea conceputa una singolare stima, e però diede volentieri ascolto alle di lui proposizioni, e si crede che sarebbe concorso all'esecuzione dei suoi grandiosi disegni, se non fosse intervenuto ciò che è riserbato all'anno seguente. Non lasciava per questo il duca di trattar con gli Spagnuoli a fin di ottenere maggiori vantaggi, facendo loro sempre paura con lasciar traspirare anche i suoi maneggi col re Cristianissimo.
Anno di CRISTO MDCX. Indizione VIII.
PAOLO V papa 6. RODOLFO II imperadore 35.
Quasi niuno avvenimento degno di memoria ci somministra l'anno presente, fuorchè il sommamente tragico della Francia. Era il _re Arrigo IV_ intento in questi tempi a raunare una potente armata. Credevasi che le sue mire fossero per sostenere i principi protestanti contro i cattolici nella gran disputa che bolliva allora per la successione del ducato di Cleves, ancorchè il _pontefice Paolo_ per mezzo del suo nunzio facesse il possibile per farlo smontare da questa risoluzione non lodevole in un monarca cattolico. Tenevano altri ch'egli sotto quell'ombra meditasse unicamente di muovere guerra allo Stato di Milano, e che a questo fine fosse come fatta una lega con _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia. I motivi del suo disgusto colla corte di Madrid erano nati dall'essersi negli anni addietro ritirato in Fiandra, e poscia a Milano, _Arrigo di Condè_, primo principe della casa reale dopo la linea regnante. E vogliono che non propriamente nascesse tanta amarezza in cuore del re a ragion della fuga di esso principe, ma perchè questi avesse sottratto alle voglie di quel monarca sua moglie di rara avvenenza, cioè Enrichetta Carlotta figlia del gran contestabile di Memoransì, per la quale esso re vivea spasimato. Non si può negare: Arrigo IV, principe sì celebre pel suo valor guerriero, per l'animo suo sommamente perspicace e generoso, e per altre sue impareggiabili qualità, per le quali si comperò l'universal amore dei suoi popoli, altrettanto famoso si rendè per l'intemperanza sua negli amori donneschi, talmente che il più accreditato autore della di lui vita confessa che si sarebbe potuto formar dieci o dodici romanzi delle sue debolezze in questa passione: tanto era egli perduto verso il sesso femmineo. Gran cosa! Tengo io per arte fallacissima, anzi fallita l'astrologia: pure scrivono che più di uno predisse in quest'anno la di lui morte violenta, allegando spezialmente le Centurie di Gian Rodolfo Camerario, stampate in Francoforte l'anno 1607, nelle quali secondo l'oroscopo veniva chiaramente predetta essa morte d'Arrigo IV nell'anno cinquantanove, mesi nove e giorni ventuno di sua vita, siccome dicono che appunto avvenne. Ma probabilmente si ingannano, perchè solamente correva in quest'anno il cinquantesimo settimo di sua età. Potrebbe anche dubitarsi di qualche impostura, cioè di una finta antidata. Tralascio altre predizioni, fabbricate forse dopo la morte di lui, e fatte passare per cose anteriori per dar credito alla mercatanzia. La verità si è, che meditando egli di uscire in campagna, e volendo lasciare la _regina Maria_ de Medici sua moglie reggente del regno con piena autorità, durante l'assenza sua, la fece coronare in San Dionigi nel dì 15 di maggio con gran pompa e solennità: dopo di che si restituì a Parigi per vedere il superbo apparato che ivi si facea pel ricevimento ossia per l'ingresso di lei in quella gran città. Nel dì seguente 14 di maggio, quattro ore dopo il pranzo, uscito egli in carrozza con alcuni duchi e marescialli, gli convenne fermarsi in una strada stretta per l'incontro d'alcune carrette: nel qual tempo Francesco Ravagliac, uomo fanatico, che da gran tempo meditava di ucciderlo, se gli presentò improvvisamente alla carrozza, e con due coltellate verso il cuore il privò all'istante di vita. Avrebbe questo scellerato, con gittare il coltello e mischiarsi nella folla, probabilmente potuto salvarsi; ma egli come glorioso di tanta iniquità, tenendo in mano l'insanguinato ferro, fu conosciuto e preso. Non si potè con tutti i tormenti ricavar da lui che alcuno fosse Stato promotore o complice dell'orrido fatto, sostenendo di aver creduto di fare con questo esecrabil parricidio un'opera piacente a Dio in bene della cristianità; onde venne poi condannato ad una tormentosissima morte. Non si può dire quanto fosse compianto da' suoi popoli il funestissimo e non meritato fine d'un re sì glorioso, sì amato, a cui poscia fu dato il titolo di Grande. Nel dì seguente venne proclamato re Lodovico XIII suo figlio primogenito, che non avea per anche compiuti i nove anni e la reggenza del regno restò appoggiata alla regina Maria sua madre. Fu poi solennemente coronato il novello re nell'ottobre seguente, e il principe di Condè pacificamente se ne tornò a Parigi.
Essendosi oramai scoperti tutti i precedenti imbrogli del duca di Savoia col fu re Arrigo, e svanitane per la di lui morte ogni esecuzione, grande amarezza contra di lui concepì la corte di Madrid; e perciocchè il conte di Fuentes governator di Milano aveva ammassata una poderosa armata, gran timore fu in Italia di guerra in Piemonte. L'intrepido duca anch'egli dal suo canto fece quell'apparato che potè di milizie, ed ottenne dalla regina reggente che il maresciallo Lesdiguieres con un corpo di combattenti venisse in Delfinato, per accorrere alla sua difesa, occorrendo il bisogno. Ma si dissiparono poi questi nuvoli, non solo perchè il papa, i Veneziani e gli altri principi d'Italia si studiarono alle corti di Spagna e Francia d'impedire ogni rottura, ma ancora perchè cessò di vivere esso conte di Fuentes, personaggio di sommo credito nell'arte della guerra, e più desideroso d'essa che della pace. Abbiamo dal Doglioni, essere stato sì esorbitante lo squagliamento delle nevi nelle montagne, fra le quali è situato il nobile marchesato di Ceva in Piemonte, che, inondata tutta quella valle, vi restarono annegate più di quattro mila persone con innumerabil quantità di pecore e di altri bestiami, e che rovinarono quattro ben forti rocche e trentadue borghi con tutte le lor case. Aggiunse il medesimo storico che l'_Arno_ (vorrà dire il Tanaro) _anch'esso scorrendo per mezzo la città di Ceva, tanto crebbe nel dì 13 di gennaio, che menò via un ponte sopra esso fondato già con dodici archi di pietre quadre, e con fortissime catene congiunto, con cento venti edificii fabbricati sopra esso_ (il che par cosa da non credere), _che da mezza notte spiantandosi fu la morte di tutti quegli abitanti. Il seguente giorno più crescendo l'inondazione, la parte più bassa della città rimase tutta abbattuta; e si fe' conto che vi perirono più di mille e cinquecento persone senza le robe e case_. Conoscendo il pontefice _Paolo_ di quanto decoro, e molto più di quanta utilità per la religione cattolica potrebbe essere lo studio delle lingue ebraica, greca, latina ed arabica, nel dì 28 di settembre dell'anno presente pubblicò una bolla, con ordinare che in ogni studio di religiosi regolari, sì mendicanti che non mendicanti, vi fosse un maestro delle tre prime lingue, e negli studii maggiori quello ancora dell'arabica. Lodevolissimo e nobil pensiero, e comandamento degno di un zelante pontefice, il quale meritava e tuttavia merita maggior esecuzione, massimamente in Italia, dove certo non mancarono ingegni alti a tutte le belle arti.
Anno di CRISTO MDCXI. Indizione IX.
PAOLO V papa 7. RODOLFO II imperadore 36.
Gran tranquillità godè in quest'anno l'Italia, dacchè _Filippo III_ re di Spagna, o per sua inclinazione alla pace, o perchè così richiedeva l'infievolito stato della sua monarchia, avea comandato che si disarmasse nel ducato di Milano. Stentò molto a far lo stesso Carlo Emmanuele duca di Savoia, nel cui animo non trovavano mai posa le idee di qualche novità pel proprio ingrandimento. In questi tempi ancora meditava egli la ricuperazion di Ginevra; ma scoperte le intenzioni della reggente di Francia troppo contrarie alle sue, quantunque il nunzio del pontefice si sbracciasse per distornar quella corte dalla protezion de' Ginevrini, finalmente gli convenne accomodarsi alle circostanze presenti, e deporre per ora i suoi marziali disegni. Tanto più si vide egli astretto a questo, perchè fra le corti di Francia e di Spagna si conchiuse nell'anno presente una lodevol unione mercè di due matrimonii accordati, e da eseguirsi a suo tempo, cioè di _donna Anna_ infanta primogenita di Spagna, figlia del _re Filippo III_, col giovinetto re Cristianissimo _Lodovico XIII_; e di _madama Elisabetta_, figlia primogenita del fu _Arrigo IV_, con _Filippo IV_ principe di Spagna, figlio del regnante _Filippo III_. Pubblicaronsi poi solamente nell'anno seguente questi trattati. Ed era cosa curiosa in questi tempi il vedere come il suddetto duca di Savoia maneggiava anche egli l'accasamento del principe di Piemonte suo figlio ora con una principessa di Francia, ora con un'altra del re di Spagna, del re di Inghilterra e del gran duca, tenendo mano in tutte le corti, e proponendo sempre nuovi progetti, niun de' quali finora ebbe esito felice. Avvenne anche uno strano accidente in Torino nel dì 6 di giugno. Non si sa da chi fu sparsa voce che ad esso duca era stata tolta la vita da' Franzesi nel parco. Di più non vi volle, perchè il popolo di quella città, amantissimo del suo sovrano, eccitasse un fiero tumulto, gridando ad alle voci: _ammazza, ammazza i Franzesi_. Prese l'armi, tutti andarono a caccia d'essi Franzesi, i quali, udito il gran rumore, chi qua, chi là corsero a rintanarsi. Era sul mezzodì, e il duca, dopo data una lunga udienza, s'era coricato sul letto, e avea preso sonno. Svegliato dai suoi cortigiani, e informato di quel disordine, corse tosto al balcone della galleria per farsi vedere. Raffigurato che fu dal popolo, si convertirono gli sdegni in lietissime acclamazioni; ed essendo cresciuta la folla alla piazza, il duca uscì in persona a meglio consolar gli occhi dei suoi buoni sudditi, e si quetò tutta la sollevazione.
Fu rapita dalla morte nel settembre dell'anno presente _Leonora_, figlia del fu _Francesco gran duca_ di Toscana, e moglie di _Vincenzo Gonzaga duca_ di Mantova, che, per conseguente, era sorella di _Maria de Medici_ regina e reggente di Francia. Continuarono in quest'anno ancora le controversie dell'_arciduca Mattias_ in Germania coll'imperadore _Rodolfo II_ suo fratello; perchè, mancando esso Augusto di prole, e declinando di dì in dì la sua sanità, Mattias, assai avido di signoreggiare, voleva per tempo mettersi in possesso de' diritti della successione dell'augusta casa d'Austria. Non lasciò il _pontefice Paolo V_ d'interporre i suoi più caldi paterni uffizii per promuovere la concordia fra loro. Infatti seguì l'accomodamento, essendosi contentato l'imperadore, a cagione d'un fiero sconvolgimento di cose accaduto in Praga, che Mattias, già riconosciuto per re d'Ungheria, fosse del pari accettato per re di Boemia, con riserbare a sè, finchè vivesse, una specie d'autorità e dominio. Seguì la magnifica coronazione di Mattias in Praga nel dì 23 di maggio, e perciò rifiorì l'allegrezza in quelle contrade. Crebbe poi questa per le nozze con gran pompa solennizzate in Vienna sul principio di dicembre dell'_arciduchessa Anna_, figlia del già _arciduca Ferdinando_ conte del Tirolo, maritata col suddetto re Mattias. Tutto si applicò in questi tempi papa Paolo a dare un buon sesto a tutti i tribunali ed uffizii della curia romana, con prescrivere e ridurre a convenevoli termini la loro autorità, con tassare i loro onorarii, e riformare una man di abusi che da gran tempo erano stati permessi. Le sua prolissa costituzione su questo, per cui si acquistò egli gran lode, fu poi nel dì primo di marzo, non già (come per errore di stampa si ha dal suo Bollario) dell'anno presente, ma del susseguente data alla luce.
Anno di CRISTO MDCXII. Indizione X.
PAOLO V papa 8. MATTIAS imperadore 1.
Stese in quest'anno la morte la sua giurisdizione sopra molti principi della cristianità. Il primo d'essi a pagarle tributo fu l'imperadore _Rodolfo II_, principe che nella pietà non si lasciò vincere da alcuno, ma principe nato piuttosto per un chiostro, che per un seggio imperiale: sì povero di spirito e dappoco si fece egli conoscere in sì lungo corso del suo governo. Profittarono ben di questa sua debolezza i Turchi. Io non so come il Doglioni il fa morto nell'ultimo dì del precedente dicembre; altri nel dì 10 di gennaio dell'anno presente; Andrea Morosino nel dì 21 d'esso mese. Egli è fuor di dubbio che la sua partenza da questa vita seguì nel dì 20 del predetto gennaio; e però, giacchè mancò senza lasciar prole, a lui succedette nel retaggio della nobilissima casa d'Austria _Mattias_ suo fratello, il quale dipoi nella gran dieta elettorale tenuta in Francoforte fu proclamato imperadore nel dì 15 di giugno susseguente, e poscia nel dì 24 del medesimo mese colle consuete magnifiche formalità coronato. Avea l'Augusto Rodolfo tenuta in addietro la corte imperiale in Praga. Mattias la trasferì a Vienna d'Austria. Colto parimente da improvviso accidente _Leonardo Donato_ doge di Venezia, diede fine al suo vivere nel dì 16 di luglio, a cui poscia succedette in quella dignità nel dì 27 d'esso mese _Marcantonio Memo_, vecchio di gran prudenza, che già avea compiuto l'anno settantesimo sesto di sua età. Inoltre cessò di vivere nel dì 18 di febbraio _Vincenzo Gonzaga duca_ di Mantova, principe che non iscarseggiava di mente, ma che spezialmente fu portato dal suo naturale alla giovialità e all'allegria: gran giocatore, grande scialaquator del danaro, sempre involto fra il lusso e gli amori, sempre in lieti passatempi o di feste, o di balli, o di musiche, o di commedie. Restarono di lui tre figli maschi, cioè _Francesco_ primogenito, che succedette a lui nel ducato, _Ferdinando_ creato cardinale da Paolo V nel 1606, e _Vincenzo_, che medesimamente nel 1615 ottenne la sacra porpora. Ma che? Dopo alquanti mesi, cioè nel dì 21 oppure 22 di dicembre anche il novello duca Francesco in età di circa ventisette anni compì il corso di sua vita, e sul principio dello stesso mese morì ancora un unico suo figlio per nome _Lodovico_, di modo che non restò di sua prole se non Maria, per la quale insorsero poi gravissime liti, siccome diremo. Il perchè _Ferdinando cardinale_, soggiornante allora in Roma, volò tosto a Mantova a prendere le redini del governo, con animo di deporre il cardinalato, siccome poscia avvenne.
Una scena molto tragica toccò in quest'anno alla città di Parma. _Ranuccio Farnese, duca_ di essa città e di Piacenza, era signor d'alti spiriti, gran politico, ma di cupi pensieri, e di un naturale malinconico, che macinava continuamente sospetti, per li quali inquietato egli neppur lasciava la quiete ad altrui. Ne' suoi sudditi mirava egli tanti nemici, ricordevole sempre di quanto era accaduto al suo bisavolo _Pier Luigi_; e però studiava l'arte di farsi piuttosto temere che amare, severo sempre ne' gastighi, difficile alle grazie. Era egli ben rimeritato da' sudditi suoi, perchè al timore da lui voluto aggiugnevano anche l'odio; e venne appunto nell'anno presente a scoprirsi una congiura tramata contra di lui fin dall'anno precedente. In essa erano principali autori il marchese Gian-Francesco San-Vitali, la contessa di Sala, il conte Orazio Simonetta suo marito, il conte Pio Torelli, il conte Alfonso e il marchese Girolamo amendue San-Vitali, il conte Girolamo da Correggio e il conte Giambatista Mazzi ed altri. Dicevansi ancora complici di sì fatta cospirazione il marchese Giulio Cesare Malaspina capitan delle guardie del duca di Mantova, il marchese di Liciana Ferdinando Malaspina, il conte Teodoro Scotti di Piacenza, il conte Alberto Canossa di Reggio. Carcerati quasi tutti i primarii capi di questa ribellione, e formato il processo, per cui dicono che si provasse il lor disegno di assassinare e spiantar tutta la casa Farnese, nel dì 19 di maggio le loro teste furono recise, ed impiccati per la gola alcuni lor famigliari. Tutti i lor nobili feudi rimasero preda del fisco, e ne seguirono poi varii sconcerti, perchè gli amici de' nobili suddetti, pieni di sdegno, fecero delle incursioni nel Parmigiano, mettendo a fuoco diversi luoghi. Inoltre il novello duca di Mantova Francesco gran querela fece, per avere il Farnese non solamente mischiato in un pubblico monitorio il suo capitan delle guardie, che si protestava affatto innocente, ma anche tacitamente fatto credere che il duca Vincenzo suo padre fosse stato il principal promotore di quella cospirazione. E vi mancò poco che non si venisse a guerra aperta per questo: il che sarebbe succeduto, se i re di Francia e Spagna e il duca di Savoia non fossero entrati in sì fatta querela, e non avessero con buone maniere spento il nascente incendio, essendo restate indecise le ragioni dell'una e dell'altra parte. Quantunque sia da credere che la verità e la giustizia onninamente regolassero il processo suddetto, pure per cagion d'esso scapitò non poco il nome del duca Ranuccio, per aver tanto declamato e sparlato di lui i suoi malevoli (e questi non sono cessati giammai), spacciando come inventati que' delitti affine di assorbire la roba di que' nobili il cui valore ascese ad un gran valsente, e per liberarsi con tanta crudeltà da persone che gli davano della soggezione. Anzi sparsero voce che esso duca, all'udire che anche nelle corti non si era assai persuaso del reato di que' nobili, avesse spedito al _gran duca Cosimo_ un ambasciatore con copia del processo, affinchè comparisse la rettitudine del suo operato: e che da lì a qualche tempo fosse rispedito l'ambasciatore con ringraziamenti al Farnese, e con un altro processo sigillato, dal quale aperto apparve con testimoni esaminati come lo stesso ambasciatore in Livorno avea ucciso un uomo: cosa da lui non mai sognata, nonchè eseguita.
Anno di CRISTO MDCXIII. Indizione XI.
PAOLO V papa 9. MATTIAS imperadore 2.
Intorbidossi in quest'anno la pace d'Italia per le dissensioni insorte fra i duchi di Savoia e di Mantova, delle quali spezialmente incomincia a trattare in questi tempi Pietro Giovanni Capriata, oltre a Vittorio Siri, al Guichenone ed altri storici. Non restò, siccome di sopra accennammo, del defunto _Francesco duca_ di Mantova se non una picciola figlia per nome _Maria_, di cui prese tutela il _cardinal Ferdinando Gonzaga_. Apparenze vi erano, che la _duchessa Margherita_ figlia di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, e vedova d'esso duca Francesco, fosse gravida: il che teneva in sospeso la determinazione del cardinal Ferdinando intorno al deporre la porpora, volendo egli prima vedere, se per avventura ne nascesse un maschio. Intanto il duca di Savoia, principe che in sagacità di mente, in isperienza di affari, tanto di gabinetto che di guerra, non avea pari, e a cui parea sempre troppo ristretto il patrimonio di tanti Stati ch'egli godea di qua e di là dai monti, giudicò questa essere occasion favorevole per islargar que' confini. Cominciò dunque a pretendere che la vedova duchessa Margherita sua figlia tornasse a Torino, e seco conducesse la figlia Maria. Pretese inoltre che ad essa Maria sua nipote, siccome erede unica di Francesco duca di Mantova suo padre, dovesse appartenere il Monferrato, per esser quello un feudo, in cui succedono le femmine, e che appunto era passato per via di femmine nella casa Paleologa, e poscia nella Gonzaga. Ito a Mantova il principe di Piemonte _Vittorio Amedeo_, entrò in negoziati col cardinale, il quale cominciò a barcheggiare, ricusando soprattutto di lasciar partire la cognata e la nipote; la prima, perchè gli fu proposto di sposarla, e faceva il papa difficoltà a concedere la dispensa; l'altra, perchè sosteneva di esserne a lui dovuta la tutela; ed infatti ottenne dal tribunal cesareo l'approvazione di questo suo diritto. Per conto poi del Monferrato, pretendeva egli escluse le femmine da quel feudo, qualora esistevano agnati, cioè maschi della famiglia; ed allora esisteva esso cardinale con Vincenzo, amendue fratelli dell'estinto duca Francesco, chiamati alla successione d'esso Monferrato. Svanita poi l'apparenza della gravidanza della duchessa Margherita, acconsentì il cardinale che essa ne andasse, ma con ritener presso di sè sotto buona guardia la figlia. In tali discordie s'interpose _don Francesco Mendozza_, marchese dell'Inojosa e governator di Milano; e perchè insisteva il duca di voler la nipote, fu progettato di metterla colla madre in deposito presso _don Cesare duca_ di Modena, per essere l'_infanta Isabella_ nuora d'esso don Cesare, sorella della medesima duchessa Margherita. Sulle prime accettò il cardinale questo partito, e l'avrebbe forse eseguito, se non si fosse trovata ripugnanza nel duca di Modena ad entrare in sì fatto impegno, temendo egli di disgustare in fine alcuno de' pretendenti. Tanto nondimeno operò il governator di Milano, che l'indusse a condiscendere; ma il cardinale diede indietro, nè volle più consegnar la picciola principessa.
Allora fu che il duca di Savoia sdegnato risvegliò le antiche pretensioni della sua casa sopra il Monferrato, intorno alle quali, siccome già vedemmo, non avea voluto decidere l'_imperador Carlo V_; e si venne ad una battaglia di penne, che sarebbe terminata in tuoni e lampi che non fanno paura. Ma il duca di Savoia determinò di accoppiarvi anche i fulmini preparandosi a far guerra di fatto. Già avea delle truppe veterane in piedi, e cominciò ad arrolarne molte di più, sperando di conquistare agevolmente il bel paese del Monferrato, dove, a riserva di Casale e della sua fortezza, pochi altri luoghi poteano far lunga resistenza. Era il cardinal Ferdinando, che già aveva assunto il titolo di duca, personaggio di poca disinvoltura, e piuttosto spensierato che altro ne' grandi affari. Trovavasi senza milizie, e neppur pensava daddovero a raunarne, e a premunire i luoghi forti del Monferrato. Tuttavia lo spinsero i suoi ministri a ricorrere per patrocinio ed aiuto ai re di Francia e di Spagna, e a tutti i potentati d'Italia. Fu creduto, che la Spagna fosse impegnata pel duca di Savoia; ma i fatti non corrisposero poscia a questa voce. Il papa, che, per attestato del Siri, facea sue delizie il riposo, per sua natural timidità alienissimo dai rumori, ma che, secondo il parere dei più saggi, si ricordava d'essere padre comune, non si volle mischiare se non con amichevoli uffizii in questi imbrogli. I soli Veneziani e il _gran duca Cosimo_ in Italia si dichiararono favorevoli al Gonzaga, affinchè gli Spagnuoli non si servissero di questa occorrenza per islargare le ali. Anche il re di Francia, ossia la regina reggente, commossa spezialmente dalla parentela coi Gonzaghi, prese la loro protezione, e fece fare intimazioni e minaccie al duca di Savoia. Ma il duca, principe di grande animo, nulla sbigottito per questo, nel dì 20, o 22 di aprile col principe di Piemonte e col principe Tommaso suoi figli mosse le armi sue contro il Monferrato. In poco tempo s'impadronì di Trino, e nel dì 25 la città d'Alba dal conte Guido di San Giorgio fu non solamente presa, ma anche saccheggiata, e il vescovo stesso maltrattato e fatto prigione. Così Diano e la terra di Moncalvo ed altri luoghi (fuorchè Casale, Pontestura, la rocca di esso Moncalvo, e Nizza della Paglia) vennero in potere del duca.
Per tali novità i Veneziani somministrarono danaro al cardinale duca, acciocchè facesse una leva di tre mila Tedeschi. Egli ne ordinò un'altra di tre mila Svizzeri, e di assai più Italiani. Il gran duca destinò d'inviargli altro maggior soccorso. Trovossi dipoi che neppure il re di Spagna proteggeva il duca di Savoia, anzi l'Inoiosa governator di Milano, oltre all'aver passati premurosi uffizii per fargli deporre l'armi, e restituire i luoghi presi, o almeno depositarli in mano del papa o di altro potentato, uscì in campagna, e fece ritirare l'armata piemontese dall'assedio di Nizza della Paglia. Uscirono intanto manifesti per l'una e per l'altra parte. Il castello ossia rocca di Moncalvo si arrendè al duca, il quale non lasciava di sempre più tirare al suo soldo Borgognoni e Svizzeri, e continuava la guerra con varii successi, ch'io tralascio. Ma essendo accorso di Francia molto tempo prima _Carlo Gonzaga duca_ di Nevers in soccorso del cardinale duca suo cugino, cominciarono a comparire in Italia molte schiere di Franzesi e dalla regina reggente di Francia si ammanniva anche un'armata per inviarla a' danni del duca di Savoia. Oltre a ciò, il gran duca di Toscana mise in viaggio alla volta di Mantova non già tredici mila fanti e cinquecento cavalli, come ha il Capriata, ma bensì quattro mila fanti e secento cavalli, come con buone memorie ho io scritto altrove. E quantunque il duca di Modena per le istanze del governator di Milano armasse i confini della Garfagnana, per impedire il passo a questa gente, pure, serrando gli occhi, lasciò loro libero il varco per altra parte. Mandò ancora l'_Augusto Mattias_ il principe di Castiglione per intimare al duca di Savoia la restituzion delle terre occupate; e il governator di Milano, che volea la gloria di acconciar tutti questi rumori coll'autorità del re Cattolico suo sovrano, accrebbe non poco l'armata sua, acciocchè il duca si arrendesse. Ed egli infine si arrendè; e benchè nell'interno suo si rodesse per la rabbia, pure mostrò tutta l'ilarità in condiscendere all'accordo per la riverenza da lui professata al papa, a Cesare e al re di Spagna, che così desideravano. Adunque nel dì 18 di giugno promise di consegnar le terre prese nel Monferrato ai ministri cesarei e spagnuoli, che poi le restituirono al duca di Mantova, restando poi da ventilare le controversie civili in amichevol giudizio. Poco poi mancò che non andasse in fascio la fatta concordia, perchè il cardinal Ferdinando mise fuori un terribil bando contra del conte Guido di San Giorgio, e pretese il risarcimento di tanti saccheggi, incendii e danni patiti dai suoi sudditi del Monferrato; e se non era la corte di Spagna che s'interponesse, e il facesse desistere da tali pretensioni, il duca di Savoia, che con tutte le istanze de' Franzesi e Spagnuoli mai non avea voluto disarmare, era in procinto di ricominciar la guerra. S'aggiunse la pretensione del governator di Milano di avere in sua mano la principessa Maria, sperandone un dì qualche vantaggio, se fosse mancata la linea Gonzaga regnante allora in Mantova: nel qual caso credeano spettante ad essa principessa il Monferrato. Ma il cardinale duca stette saldissimo in negarla, e dalla corte di Francia e dei Veneziani fu sostenuto in sì fatto impegno. E intanto il duca di Savoia restò anche egli sommamente amareggiato della prepotenza degli Spagnuoli.
Altra guerra, benchè di minore importanza, avvenne in quest'anno fra Cesare d'Este duca di Modena e la repubblica di Lucca. Durava il sangue grosso fra i Lucchesi e i popoli della Garfagnana, sudditi di Modena di là dall'Apennino, per cagion della passata guerra del 1602. Insorsero nel giugno fra particolari persone delle offese ai contini, e queste servirono di pretesto a quella repubblica per assalir di nuovo nel mese seguente con alcune migliaia d'armati la Garfagnana. Perchè non si aspettavano i Garfagnini una tale superchieria, facile fu ai Lucchesi d'impossessarsi delle terre di Cascio, Monte Altissimo, Monte Rotondo e Marigliana. Occupato ancora Monte Perpoli, vi fabbricarono tosto un forte, e commisero saccheggi e violenze indicibili. Fecero quella resistenza che poterono i valorosi Garfagnini a sì impetuoso torrente, finchè il _duca Cesare_ irritato da sì inquieti vicini, spedì colà il _principe Alfonso_ suo primogenito col _principe Luigi_ altro suo figlio, generale de' Veneziani, e con alquante migliaia di fanti e cavalli, comandati dal marchese Ippolito Bentivoglio suo generale, e ben provveduti di artiglierie e munizioni. Allora fu che cambiò aspetto la guerra, e i Lucchesi d'assalitori divennero assaliti con danno gravissimo delle lor terre. Si passano qui sotto silenzio varie azioni sanguinose succedute in quelle parti, per dir solamente che il Bentivoglio imprese l'assedio di Castiglione, terra e fortezza de' Lucchesi, che cominciò a provare il furor delle artiglierie, ma sostenuta con vigore da mille e ducento soldati che v'erano di presidio. Tentarono invano i Lucchesi di darle soccorso, e intanto sempre più continuarono gli approcci, e fu formata la breccia. Già si disponevano le milizie ducali a dare un generale assalto, quando colà sopraggiunse il conte Baldassare Biglia per parte del governator di Milano. Imperciocchè, veggendo i Lucchesi mal incamminati i loro affari, ricorsero alla solita áncora della protezion di Spagna, e mossero l'Inoiosa ad inviare esso Biglia a Modena per ismorzar quell'incendio. Perchè il duca stava saldo in pretendere il rifacimento dei danni inferiti dagli ingiusti aggressori, e le spese dell'armamento da lui fatto, nulla si conchiuse; laonde il Biglia, per timore che intanto Castiglione fosse preso, colà si portò, e con pretesti di far rendere quella fortezza, ottenuta licenza di entrarvi, allorchè vide pronti all'assalto i ducheschi, fece esporre le bandiere di Spagna sulle mura, e intimare agli assedianti ch'egli teneva quella piazza a nome del re Cattolico. Tale era in questi tempi la riverenza e paura della potenza spagnuola, che cessarono le offese, con essersi poi stabilito che i Lucchesi, al paese dei quali anche dopo le interrotte offese di Castiglione fu recata una desolazione, fossero i primi a disarmare: dopo di che anche il duca richiamò in Lombardia le sue milizie. Ma dai politici fu biasimato non poco questo principe, per essersi lasciata levar di mano la vittoria al solo sventolare di un pezzo di tela, giudicando eglino che conveniva prendere la piazza, e poi col pegno in mano trattare d'aggiustamento. Ma forse con più ragione fu dovuta questa censura al suo generale, che dovea prevedere l'arte del Biglia e tirarsi il cappello sugli occhi.
Nè solamente dalle dissensioni dei principi patì in quest'anno l'Italia dei gravi travagli; ne risentì anche forse dei più perniciosi dalle battaglie dell'aria e del mare. Nel dì 11 di novembre si svegliò una sì atroce tempesta nel Mediterraneo che fu creduto non essersene mai provata una simile a memoria de' viventi d'allora. Porto non vi fu, cominciando dalla Provenza sino alle ultime parti del regno di Napoli, in cui non si affondassero quasi tutti i legni che ivi s'erano ricoverati, con danno infinito di mercatanti, e sommo terrore d'ognuno. In Genova spezialmente fu sì spaventoso lo eccidio di galee e navi, che quasi supera la credenza. Penetrò la spietata furia degli stessi venti nella Lombardia, dove rovinò tetti, abbattè case, sradicò alberi, e fece altri funestissimi e non mai veduti danni. Riuscì in quest'anno ad otto galee di Sicilia ben armate sotto il comando di Ottavio d'Aragona di sorprenderne dodici turchesche nel porto di Scio. Cinque di queste si sottrassero colla fuga, colle altre seguì un fiero combattimento, in cui prevalsero i cristiani, restando prese quelle sette galee con istrage di quegli infedeli, prigionia di cinquecento di essi, e liberazione di circa mille schiavi battezzati. Montò ben alto il bottino ivi fatto, perchè quelle galee portavano a Costantinopoli tutti i tributi raccolti dalla Morea. Andarono in corso anche le galee del _gran duca Cosimo_ nell'anno presente contro i Turchi nell'Asia Minore, e, prese molte terre, le misero a sacco.
Anno di CRISTO MDCXIV. Indizione XII.
PAOLO V papa 10. MATTIAS imperadore 3.
Crebbero in quest'anno i dissapori fra _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia e il _marchese d'Inoiosa_ governator di Milano. S'erano messi in possesso gli Spagnuoli di dar legge a tutta l'Italia. Il lor volere dovea essere la regola degli altri principi, e ne abbiam poco fa veduto un esempio nel _duca Cesare_. Credendosi eglino di trovar anche nel duca di Savoia un principe che tremasse al tuono delle lor bravate, gl'intimarono di disarmare, e venne ordine preciso da Spagna che, se egli non ubbidiva, il governatore entrasse coll'armi in Piemonte; ma s'ingannarono. Carlo Emmanuele a questa parola di ubbidire, sconvenevole troppo per chi non era sottoposto alla Spagna per alcun titolo di vassallaggio, se ne alterò non poco, e coraggiosamente lor rispose che avrebbe deposte l'armi, se il governatore nello stesso tempo avesse licenziate le sue truppe. Pubblicò ancora un ben sensato manifesto, esprimente le sue querele pel procedere ingiurioso ed imperioso degli Spagnuoli contra di lui. Oh allora fu che l'altura spagnuola si sentì toccare sul vivo, quasi che il duca volesse andare del pari col potentissimo loro monarca; e però l'Inoiosa nel dì 20 d'agosto si mosse da Milano con circa venti mila fanti e mille e secento cavalli, ed appressatosi ai confini del Piemonte, stette indarno aspettando se il terrore delle sue armi avesse maggior virtù che le minaccie in carta. Ma il duca intrepido nelle risoluzioni sue, animato ancora dai soccorsi, segretamente parte inviati, parte promessi dalla Francia, più che mai si mostrò costante. Pertanto entrato lo Inoiosa nel dì 7 di settembre su quel di Vercelli, prese la Motta e Carenzana; e di più avrebbe fatto, se il duca, uscito anche egli in campagna con dieci mila combattenti, non avesse fatta una diversione, procedendo contro la sprovveduta città di Novara, di cui avrebbe anche potuto impadronirsi; ma gli bastò con tal movimento di far retrocedere lo esercito spagnuolo da' suoi Stati, siccome avvenne. Ciò fatto, tanto l'ambasciatore di Francia che il principe di Castiglione ministro dell'imperadore, e il nunzio apostolico, interposero i loro uffizii per la pace. Infatti nel dì 17 di novembre ne furono abbozzati col duca i capitoli. Ricusò il governator di Milano di sottoscriverli, e intanto il marchese di Santa Croce colle galee di Napoli e Sicilia occupò sulla riviera occidentale del mare Ligustico i marchesati di Oneglia e del Marro spettanti al duca. Passò anche l'Inoiosa all'assedio di Asti; ma perchè vi accorse con tutte le sue forze il duca, e si avvicinava il verno, tempo mal proprio per le prodezze militari, se ne ritirò; laonde, ormai conoscendo di aver che fare con chi non era figlio della paura, diede di nuovo orecchio alle proposizioni della pace. Nel giorno primo di dicembre fu conchiuso in Asti che il duca, per l'ossequio da lui professato alla corona di Spagna, sarebbe il primo a disarmare; che si renderebbe vicendevolmente ogni luogo preso; che le differenze fra le case di Savoia e di Mantova sarebbono rimesse in arbitri; e che il duca di Mantova renderebbe le gioie della duchessa Margherita, e in certi termini pagherebbe le di lei doti, e quelle ancora della duchessa Bianca di Monferrato. Contuttociò l'Inoiosa, siccome colui, a cui non pareva assai umiliato il duca, e risarcito il decoro della sua corte, perchè non vi era parola di sommessione e perdono richiesto da lui, ricusò di sottoscrivere quegli articoli, allegando di non poter ciò fare senza l'assenso del re Cattolico. In gravissime smanie proruppe dipoi, perchè il _principe Tommaso_ avea presa Candia del distretto di Novara, e perciò pubblicò un editto contro il duca che se ne rise. Con queste irresoluzioni terminò in quelle parti l'anno presente.
Parlammo di sopra degli Uscocchi, masnadieri abitanti in Segna, città di casa d'Austria, sui lidi dell'Adriatico. Erano essi tornati al delizioso lor mestiere della pirateria, e in questi tempi specialmente infestarono non meno le terre e i legni de' Veneziani, che quei degli stessi Turchi. Ed appunto in questo anno il gran signore spedì un ufficiale e minaccie a Venezia, quasi che la repubblica fosse complice, o almen serrasse gli occhi alle loro insolenze. Nel dì 8 di maggio dodici barche armate di essi masnadieri uscocchi incontratesi con altrettante d'Albanesi, vennero ad una sanguinosa battaglia, che costò loro ben cara. Per vendicarsene, tre giorni dopo colta nell'isola di Pago la galea veneziana di Cristoforo Veniero, la sorpresero crudelmente ammazzando quanti uffiziali e soldati vi trovarono, a riserva di esso Veniero. Per le doglianze fatte dai Veneti all'_arciduca Ferdinando_, furono spediti da Gratz commissarii, per mettere in dovere que' corsari; ma sprezzati, se ne tornarono indietro, quali erano venuti. Dopo di ciò essi Uscocchi assalirono varii luoghi non men della repubblica veneta che de' Turchi, e ne menarono gran bottino non solo di robe e di animali, ma anche di donne e fanciulli. Migliore ripiego non seppero allora trovare i Veneziani, che di proibire ogni navigazione e commercio con quelle vicinanze. Mandò bensì l'arciduca un commessario a Segna, che fece bandi e giustizia contro quella perfida gente. Ma appena fu partito il ministro di là, ben arricchito colle prede fatte da essi Uscocchi, che quella mala gente tornò al solito suo mestiere: il che obbligò i Veneziani a spedire il capitano del golfo contra de' loro nidi, per rendere ad essi la pariglia: ordine che fu ben eseguito col saccheggio di alquanti luoghi. Ebbe nell'anno presente il _pontefice Paolo V_ una molesta briga colla corte di Francia, per avere quel parlamento fatto bruciare il libro del padre Suarez intitolato: _Defensio Fidei_, perchè vi s'insegnava la dottrina che sia lecito l'uccidere i re tiranni e miscredenti. Tale era il decreto del parlamento suddetto, che parea lesa l'autorità pontifizia. Di gravi querele perciò furono fatte a Parigi dal nunzio del papa; e finalmente si trovò temperamento, che il re scrisse un'ossequiosa lettera al pontefice con proteste che niuno intendeva di derogare ai diritti della santa Sede, con persuasione nondimeno che anche la Santità sua condannerebbe come cattiva e perniciosa la prefata dottrina.
Anno di CRISTO MDCXV. Indizione XIII.
PAOLO V papa 11. MATTIAS imperadore 4.
Non si sapea dar pace il _marchese dell'Inoiosa_, perchè il _duca di Savoia_ non avesse finora imparato a chinare il capo, parendo che la di lui resistenza e costanza nei suoi impegni tornasse in discredito della potenza ed estimazione della corte di Spagna. Fece quanti mali uffizii potè ad essa corte; e perciocchè furono intercette lettere dal re Cattolico al medesimo governator di Milano, date nel dì 2 e 20 di gennaio dell'anno presente, si vide venuto ordine da Madrid di continuar la guerra contra del duca. Queste lettere pubblicate servirono del pari a scoprire le intenzioni degli Spagnuoli, contrarie alle proteste di voler la pace, e a giustificare la necessità del duca per la propria difesa. Sul fine di marzo uscì il governatore in campagna con più di venti mila tra fanti e cavalli (altri dicono molto più), e andò ad impadronirsi di Ricoveran nelle Langhe. Ancorchè il duca non avesse che circa quindici mila combattenti (Vittorio Siri non li fa più di dieci mila), pure anche egli animosamente si portò all'assedio di Bestagno. Seguirono varie azioni calde, con danno per lo più degli Spagnuoli, finchè il duca, conoscendosi soperchiato dal numero de' nemici, si ritirò con buon ordine. Fu allora la città d'Asti minacciata d'assedio, e andò in fatti l'Inoiosa ad accamparsi in quelle parti. Perchè senza prendere il picciolo castello di Castiglione, non poteva avvicinarsi ad Asti, dopo aver battuta una brigata di Savoiardi, con pochi colpi di cannone obbligò i difensori di Castiglione a renderlo con buoni patti. Ciò fatto, il duca, per aver inteso che da Napoli, Firenze ed Urbino venivano altri rinforzi all'armata nemica, e che il governatore avea occupato San Damiano, si ritirò sotto Asti, e a vista di lui andò ancora nelle vicine colline a postarsi il governatore. Uscì un giorno il duca addosso ai Napoletani con tal vigore, che ne fece strage di trecento. A questo rumore tutto il campo spagnuolo fu in armi, e si spinse contro il duca. Non tennero saldo i suoi Svizzeri, e toccò alla cavalleria di sostener tutto il peso della battaglia. La notte separò il combattimento, nel quale tanto il _duca_ che il _principe Tommaso_ suo figlio si segnalarono, avendo avuto il primo uccisi due cavalli sotto di lui, ed uno il figlio. Restò il campo agli Spagnuoli, ma colla perdita di mille persone, e di ottanta rimaste prigioniere. Dalla parte del duca tra morti e prigionieri se ne contarono non più di cento. Scrivono altri, che, quantunque poco sangue si spargesse, pure non poco coraggio mostrarono le milizie del duca.
Allora si diede certamente principio all'assedio d'Asti, dove pretendono alcuni che il governatore avesse più di trenta mila combattenti. Seguirono poi varii fatti d'arme, e cominciò per le fatiche, per li cattivi alimenti e pel fetore degli uccisi a provarsi nelle milizie dell'Inoiosa una micidiale epidemia. Questo fiero salasso, e più l'interposizione del nunzio del papa, del marchese di Rambugliet ministro di Francia, che si servì di minaccie in tal congiuntura, e degli ambasciatori d'Inghilterra e Venezia, indussero, tanto il duca che il governator di Milano, a gustar le proposizioni di un accomodamento. Nel dì 21 di giugno fu conchiuso, e poi nel dì 22 sottoscritto il trattato, per cui restò accordato agli Spagnuoli il sì desiderato puntiglio che il duca fosse il primo a dar principio al disarmamento, con far uscire d'Asti mille uomini di quella guarnigione; dopo di che l'Inoiosa ritirò di là le sue truppe. Furono rimesse al giudizio dell'imperatore le differenze delle case di Savoia e di Mantova; rimessi in grazia del duca di Mantova quei che aveano prese l'armi contra di lui; e dichiarato che, in caso di contravvenzione dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo Lesdisguieres colle soldatesche del Delfinato fosse tenuto a dar soccorso al duca. Disapprovò poi la corte di Madrid la condotta del marchese d'Inoiosa, e richiamatolo in Ispagna al rendimento dei conti, spedì al governo di Milano don Pietro di Toledo marchese di Villafranca, il quale non tardò a far comparire la sua ripugnanza all'esecuzion del trattato d'Asti, tanto col negar la restituzione d'Oneglia e di Marro, quanto coll'andar facendo nuove leve di gente invece di cassar le vecchie. Proponeva egli intanto al duca dei grandi vantaggi, qualora questi avesse fatto qualche atto di sommessione al re Cattolico, e si fosse gittato nelle sue braccia. Tale in questi tempi era la politica spagnuola. Nè pure il duca di Mantova Ferdinando, imboccato da essi Spagnuoli, volle sottoscrivere la suddetta pace, e fece vendere i beni del conte Guido di San Giorgio, valoroso signor Monferrino, che contra di lui avea prese l'armi. Così passò l'anno presente, con restar fra le parti una calma di apparenza e una vera segreta burrasca, ma insieme con aumentarsi il plauso al _duca Carlo Emmanuele_, per non aver egli mai consentito ad atto alcuno di umiliazione vergognosa e pregiudiciale ai diritti della sua sovranità, e per essersi fatto conoscere maestro di guerra, sostenendo con forze tanto inferiori lo sforzo de' suoi avversarii: plauso nondimeno che gli costò ben caro per la desolazion de' suoi sudditi e del suo erario, senza avere acquistato un palmo di terreno.
Svegliossi un altro incendio di guerra nell'anno presente fra la _repubblica di Venezia_ e l'augusta _casa d'Austria_, ossia coll'_arciduca Ferdinando_. Per quante querele avessero fatto i Veneziani con esso arciduca per le insolenze degli Uscocchi, esercitate spezialmente nel precedente anno, e fatte calde istanze, affinchè quei masnadieri fossero allontanati da Segna e dal mare, niun buon effetto se n'era potuto vedere. Però, perduta la pazienza, tanto per mare che per terra prepararono essi Veneti maniere più efficaci per ottener colla forza quella giustizia che non potevano conseguir colla ragione. Mandarono essi alquante galee a bloccar Trieste e Fiume, e per terra genti che distrussero le saline fabbricate dai Triestini contro i patti. Ma queste genti nel ritirarsi assalite da Benvenuto Petazzi e dal capitano Daniele Francuol con assai schiere di armati austriaci, rimasero sbaragliate e trucidate in buona parte. Spedirono poscia i Veneziani nel Friuli un esercito di otto mila fanti e di due mila cavalli, che, passati nel territorio degli Austriaci, presero più di sessanta villaggi, e andarono finalmente a mettere l'assedio a Gradisca, fortezza di molta importanza sopra il fiume Lisonzo, dove era un presidio di valorosi difensori. Ma volendo essi Veneti far leva di gente in Italia, trovarono difficoltà dappertutto. Il _papa_ spezialmente per le passate differenze disgustato di essi, non permise ne' suoi Stati che si arrolasse alcuno. Molto meno _Cesare duca_ di Modena, perchè la guerra si faceva contro l'imperador suo sovrano; e perchè richiamato il _principe Luigi d'Este_ suo secondogenito dal servigio di essi Veneti, della cavalleria de' quali era generale, non volle ubbidire, il padre arrivò capitalmente a bandirlo, ma con pensiero di assolverlo, subito che si potea, da tale disubbidienza. Così fecero gli altri principi italiani; e perciò si rivolse la repubblica a cavare dall'Albania, Dalmazia ed altri luoghi di oltramare quanta copia d'armati potè. La gente inviata sotto Gradisca era in gran parte collettizia ed inesperta nel mestier della guerra; i difensori all'incontro avvezzi alle armi e feroci; sicchè tra le vigorose sortite di essi, e gli assalti infelicemente dati dai Veneti, convenne ritirarsi dall'assedio. E tanto più, perchè il nunzio del papa, il gran duca di Toscana e il duca di Mantova s'interposero per trattar di pace: al che si adoperava anche il governator di Milano, tutto che gli fosse venuto ordine di Spagna di dare assistenza agli Austriaci contra de' Veneziani. Entrò poscia la mortalità nel campo veneto, per cui restò notabilmente sminuito; contuttociò riuscì al provveditor Foscarini e all'Erizzo altro provveditore d'impadronirsi di Chiavaretto, Luciniso, Fara e d'altri luoghi. Poco poi stettero ad ingrossarsi gli Austriaci, che non solamente ripulsarono i Veneti, ma misero anche a ferro e fuoco un gran tratto del loro paese, con declinare ogni dì più la fortuna dell'armi venete. Mancò di vita in questi tempi _Marcantonio Memo_ doge di Venezia, e nel novembre fu a lui sostituito Giovanni Bembo, personaggio di gran merito in età di ottant'anni.
Anno di CRISTO MDCXVI. Indizione XIV.
PAOLO V papa 12. MATTIAS imperadore 5.
Non sapeano darsi pace i ministri di Spagna, e massimamente il _Toledo_ governator di Milano, che il duca di Savoia _Carlo Emmanuele_ andasse tuttavia colla testa sì alta, non avendo egli, per quante insinuazioni gli fossero state fatte da amici e nemici, voluto mai indursi ad umiliazioni improprie al suo grado, ma esatte da chi metteva in confronto di questo principe la troppo eccedente grandezza dei monarchi di Spagna. Faceva istanze il duca che il governatore eseguisse la pace d'Asti, e, all'incontro, il governatore richiedeva che il duca disarmasse: al che questi ripugnava per sospetto di rimanere esposto alle vendette spagnuole. Pertanto lungamente s'andarono barattando parole, progetti e ripieghi; e quando qualche proposizione piaceva all'uno, incontrava tosto la disgrazia di dispiacere all'altro. Fu inviato dal _pontefice Paolo_ a Milano e in Piemonte con titolo di nunzio straordinario _Alessandro Lodovisio_ arcivescovo di Bologna, che fu poi fatto cardinale nel dì 19 di settembre del presente anno; e giunse ad essere papa, siccome diremo, col nome di _Gregorio XV_. Non lasciò indietro diligenza veruna questo prelato per effettuar la mente pia del pontefice; ma vi perdè anch'egli l'olio e la fatica. Andavano perciò crescendo le diffidenze e le disposizioni a nuova rottura, quando il duca per qualche lettera intercetta, o per altra via, venne a scoprire una trama ordita dal _duca di Nemours_, ramo della casa di Savoia, trapiantato in Francia, ma nemico d'essa, che adunati in essa Francia tre o quattro mila soldati, e passando d'intelligenza col governator di Milano, meditava di sorprendere la Savoia, e di unirsi poscia cogli Spagnuoli. Fu molto sollecito il duca a far prendere dal _principe Vittorio Amedeo_ suo primogenito i passi di Aunicy e Rumigli; con che fece abortire tutti i disegni del suddetto duca di Nemours, contra di cui si dichiararono ancora molti principi della Francia. Veggendosi egli adunque alla vigilia di una nuova guerra, ordinò che si fortificasse Asti e Vercelli, e che si fabbricasse un ponte sul Po a Crescentino, e un altro alla Sesia, quasichè egli meditasse di voler essere il primo alle ostilità. Sul principio di settembre mosse il governator di Milano l'armata sua consistente in venti mila fanti e tre mila cavalli, e gittò anch'egli un ponte sulla Sesia. Ma eccoti comparire in campo anche il duca di Savoia con otto mila fanti la maggior parte Franzesi, ed altrettanti e forse più fra Savoiardi, Piemontesi, Svizzeri e Vallesi. In essa armata si contavano quasi due mila cavalli, ch'erano il maggior suo nerbo, e valevano assai più dei tre mila di Milano. Divolgava dappertutto il duca di avere venticinque mila fanti e due mila cinquecento cavalli, per accrescere la riputazion delle sue forze; e fu egli il primo a spignere in Monferrato le sue genti, con occupar Villanova, Murano ed altri luoghi. Tentò anche di rompere il ponte degli Spagnuoli sulla Sesia: il che non gli riuscì.
Nel dì 14 di settembre passò l'esercito ispano la Sesia, ed incamminossi verso la Motta e Villanuova, dove s'era trincierato il duca, con disegno di dar battaglia. Ma fu prevenuto dal duca, il quale con una imboscata all'improvviso si scagliò contro la vanguardia spagnuola al passaggio di un fosso, e cominciò a menar le mani. Duro fu il conflitto; ma accorso tutto il campo del governatore, il duca fu astretto a ritirarsi colla peggio, avendo perduto più di quattrocento fanti e di sessanta cavalli, oltre ai feriti. Pareano indirizzate le mire del Toledo sopra Crescentino; il duca, ancorchè il passaggio gli fosse quasi precluso, pure arditamente portatosi colà, fece passar la voglia ai nemici di tentar quella terra. Seguirono poscia altre fazioni, avendo il duca occupati varii luoghi nel Monferrato, e all'incontro il governatore di Milano Santià e San Germano; per la quale ultima piazza, troppo vilmente renduta, fu d'ordine del duca tagliato il capo a chi ne avea il governo. Intanto l'autunno cominciava colle pioggie a difficoltar il campeggiare; e perciocchè il governatore desiderava pure di segnalarsi con qualche fatto, accadde che il duca mosse l'armata sua per andare a postarsi alla Badia di Lucedio: laonde fu spedita parte della cavalleria spagnuola con fanti in groppa ad assalire la di lui retroguardia. A poco a poco si andarono impegnando le parti ad un fiero conflitto, sostenuto valorosamente dai ducheschi, finchè sopraggiunsero le schiere tedesche, le quali per fianco assalirono con tal vigore i reggimenti franzesi del duca, che li misero in fuga; nè con tutte le esortazioni e preghiere di esso duca si poterono ritenere i fuggitivi. Andò dunque in rotta e si disperse l'esercito duchesco, con lieve strage nondimeno, essendo restati sul campo poco più di quattrocento uomini, circa mille feriti e ducento prigionieri, colla perdita di undici insegne di fanteria e tre di cavalleria: laddove dalla parte degli Spagnuoli solamente vi perirono cento soldati, ed altrettanti furono i feriti. Dopo di che l'armi del governatore occuparono varii luoghi e spezialmente Gattinara, di modo che venne Vercelli a restar come bloccato. Intanto dalla parte del mare il signor di Broglio avea mossa guerra a Nizza; in Savoia tuttavia si vivea con sospetti del duca di Nemours; molti Franzesi dell'armata duchesca chiedevano congedo, e quel che più afflisse il duca, fu l'essere stato imprigionato in Parigi il _principe di Condè_, principal suo sostegno e speranza nei presenti travagli.
Trovavasi perciò il duca Carlo Emmanuele sbattuto dalla fortuna da tutte le parti; e pure l'eroico suo animo giammai non s'invilì in tante disgrazie e pericoli. Ricorse allora all'accortezza sua, per guadagnar tempo, al _cardinal Lodovisio_ e al signor di Bethunes ambasciatore di Francia, facendoli muovere di nuovo proposizioni di pace con don Pietro di Toledo, il quale volentieri vi prestò l'orecchio, parte perchè stanco dei disagi della guerra, e parte perchè tutto gonfio credeva di avere talmente abbassato il duca, che più non potesse alzare il capo. In questo mentre non solamente respirò Carlo Emmanuele, ma cominciarono anche a prendere miglior piega gli affari suoi in Savoia e Nizza, per essere seguito un accordo col duca di Nemours. Oltre a ciò, il re di Francia gli promise di non abbandonarlo; e i Veneziani, coi quali egli avea fatta dianzi lega, gl'inviarono buone somme di denaro, e promesse di settantadue mila ducati il mese, durante la guerra, in guisa tale, ch'egli andò da lì innanzi inventando nuovi sotterfugi per non accordare giammai alcuna delle condizioni poco onorevoli per lui, proposte dal governatore. Parlò poscia con tuono più alto, dacchè intese che l'esercito spagnuolo notabilmente ogni dì più scemava per le malattie e per le diserzioni, stante il non correre le paghe. Si ridusse poi a tale il Toledo, che gli convenne ritirar le sue truppe dal Piemonte, con lasciar solamente ben presidiato San Germano, e con saccheggiare e incendiare Santià. Venuto intanto il duca a scoprire che il principe di Masserano era in trattato col governator di Milano di prendere presidio spagnuolo, sotto le feste di Natale gli spedì addosso il principe di Piemonte suo figlio con cinque mila fanti e mille cavalli, che forzò quella terra a rendersi. Tali furono nel presente anno gli avvenimenti del Piemonte.
Quanto alla guerra de' Veneziani cogli Austriaci, continuò questa senza fatti meritevoli, che io mi fermi a raccontarli. Solamente accennerò che ad essi Veneti riuscì nel dì 19 di marzo d'impossessarsi della fortezza di Mascheniza, e poi di Sorisa, nido d'Uscocchi. All'incontro, venne fatto agli Austriaci di occupar la Pontieba de' Veneziani, dove fecero buona preda. Ma non tardò il provveditor Foscarini col conte Francesco Martinengo a ricuperar quel luogo, e poscia ad occupar anche la Pontieba Austriaca, posta di là dal fiume, con tutte le mercatanzie e robe di molto valore che ivi si trovarono. Restò anche preso dai Veneziani Caporetto, luogo d'importanza, con istrage di alcune centinaia d'Austriaci, e ben fortificato dipoi. _Don Giovanni de Medici_ passò in questo anno al servigio dei Veneziani con titolo di governator generale. Nè si dee omettere che, andando in corso nell'anno presente la squadra delle galee di Napoli nel Mediterraneo, s'incontrò nella flotta de' Turchi, e venne furiosamente alle mani. Dicono che si contarono affondate sei galee di que' Barbari, e sedici altre danneggiate oltre modo dalle artiglierie de' cristiani, e che vi rimasero estinti più di due mila Musulmani. Probabilmente la fama avrà ingrandita questa vittoria, non sapendosi che i cristiani andassero a contare gli estinti dell'armata nemica. Parimente dalle galee del gran duca, correndo il mese di maggio, furono prese due turchesche, con guadagno di più di cento mila scudi, e liberazione di quattrocento trenta schiavi cristiani, in luogo dei quali furono posti al remo ducento quaranta Turchi. Medesimamente vennero in potere delle galee di Malta sette legni turcheschi colla morte o prigionia di cinquecento giannizzeri, che vi erano sopra.
Anno di CRISTO MDCXVII. Indizione XV.
PAOLO V papa 13. MATTIAS imperadore 6.
Già vedemmo che nella pace d'Asti fra la Spagna e il duca di Savoia fu concordato che, in caso di inosservanza dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo di Lesdiguieres dovesse accorrere in aiuto del duca. Fece _Carlo Emmanuele_ così chiaramente conoscere il mancamento degli Spagnuoli in questo particolare, che Lesdiguieres si credè obbligato come persona privata a mantener la parola. Per li recenti matrimonii regali passava allora fra le due corti di Parigi e di Madrid buona armonia, e però i ministri di Spagna gran rumore ed opposizion faceano alla risoluzione del maresciallo. Ma questi infine la vinse, sostenendo che l'onor suo, e più quel della corona vi era impegnato, per sostenere la pace fatta per ordine del re Cristianissimo. Arrivò egli dunque a Torino nel dì 5 di gennaio dell'anno presente con sette mila pedoni e cinquecento cavalli: soccorso, che, come venuto dal cielo, fu accolto dal duca con gran giubilo, siccome il suo condottiere, con ogni dimostrazione di onore e d'affetto. Erasi ritirata la principessa di Masserano coi figli in Crevacuore, dove avea ammesso presidio spagnuolo. Il duca, senza perdere tempo, spedì colà con assai forze _Vittorio Amedeo_ suo figlio principe di Piemonte, che, disposte le artiglierie, cominciò a bersagliare la piazza. Per soccorrerla inviò il Toledo un corpo di gente sotto il comando di don Sancio di Luna castellano di Milano, il quale, trovato ben trincierato il principe, altro far non potè che accamparsi in vicinanza di lui. Ma nel visitare i posti insorta una scaramuccia, restò egli ucciso, e Carlo di Sanguinetto, mastro di campo, con un terzo di Napoletani vi fu fatto prigione. Intanto la guernigione con capitolazione onesta rendè il castello. Passò dipoi il duca coi figli _Vittorio_ e _Tommaso_, con Lesdiguieres e con tutte le sue forze nel Monferrato; impiegò ventiquattro pezzi di bombarde a battere la fortezza di San Damiano da quattro lati. Dentro vi era un debole presidio. Mentre un dì si dava un furioso assalto ad una parte, i difensori quasi tutti accorsi colà ne lasciarono esposta un'altra al tentativo della cavalleria franzese, la quale, messo piede a terra, si arrampicò sul muro. Presa fu la terra, e tutta messa a sacco, ed anche usata crudeltà contro le vite dei difensori. Vennero, d'ordine del duca, smantellate le mura, affine di restar libero da quello stecco sugli occhi, venendo il caso della restituzione. Nella città d'Alba poche munizioni, scarso presidio si trovava. Vi fu inviato dal duca il conte Guido di San Giorgio con sufficiente corpo di fanteria, cavalleria ed artiglieria a visitarla. Giacchè il governator di Milano si guardava dal mettere in pericolo i suoi, nè volle soccorrerla, dopo dodici giorni d'assedio, venne essa città all'ubbidienza del duca, il quale s'impadronì anche di Montiglio, terra che infelicemente anch'essa andò a sacco.
In un bell'auge erano già gli affari del duca, quando pel tanto pontare della regina Maria madre del re Cristianissimo, ben affetta agli Spagnuoli e alla casa Gonzaga, Lesdiguieres, per timore di perdere il governo del Delfinato, se ne tornò di là dai monti con grave dispiacere del duca: sennonchè da lì a poco tempo risorsero le speranze sue per le mutazioni avvenute in Francia. Trovavasi pel favore della regina suddetta salito si alto il Concino Fiorentino, che occupava tutta la confidenza di lei e del giovinetto re Lodovico XIII, dipendente tuttavia dai voleri della madre. Era costui conosciuto solamente col nome di maresciallo d'Ancre, a cui l'invidia per l'eccedente sua fortuna avea tirato addosso l'odio di quasi tutti i principi, disgustati del governo della regina, sino a rivoltarsi contra del medesimo re. Ma finalmente avvertito esso monarca onde procedessero tanti torbidi e disordini, ordinò che l'Ancre fosse fatto prigione. Perchè egli volle difendersi (così fu dato a credere al re), una delle guardie l'uccise, e contro il cadavere di lui infierì dipoi la plebe parigina. Colla morte di costui tornò la quiete nel regno; i principi sollevati dimandarono perdono, ed ottennero grazia; e la regina madre fu mandata a Blois in riposo. Vittorio Siri, fra gl'Italiani, ed alcuni ancora degli scrittori franzesi, non han lasciato senza apologia la memoria dell'Ancre, confessandolo immeritevole d'un sì lagrimevol fine. Sperò allora il duca Carlo Emmanuele di essere meglio assistito. Ma intanto _don Pietro di Toledo_ governator di Milano sì grossi rinforzi avea ricevuto dalla Fiandra e da don _Pietro di Girona_ duca di Ossuna vicerè di Napoli, che fu creduto ascendere l'esercito suo adunato a venti mila fanti e cinque mila e cinquecento cavalli. Fu parere di un saggio sperimentato capitano che per cogliere nel vero si avesse ordinariamente a detrarre quasi un terzo del decantato numero delle armate. Ora il Toledo con tante forze, senza neppure comunicar i suoi disegni al consiglio, all'improvviso, passata la metà di maggio, comparve sotto Vercelli; e fu sì inaspettato questo colpo, che quattro compagnie di cavalli, uscite di quella città per ispiar gli andamenti de' nemici, restarono tagliate fuori e disperse. Al primo avviso di queste novità fu sollecito il duca a spedire mille e cinquecento fanti ed alcune compagnie di cavalli, con degli ingegneri, che a man salva entrarono in Vercelli. Ma essendo già formati i trincieramenti, e dato principio all'espugnazione di quella città, volle il duca spignere colà cinquecento cavalli, cadauno con un sacchetto di polvere in groppa; e se n'ebbe ben a pentire. Perciocchè assaliti e respinti dalle milizie spagnuole, accidentalmente s'attaccò fuoco a quella polve, e con miserabil spettacolo, a riserva di cinquanta, gli altri morirono pel fuoco, o si annegarono nella vicina Sesia, o abbrustoliti rimasero prigionieri. Altri tentativi fece il duca per introdurre soccorsi, massimamente di polve da fuoco, in quella città, e male di tutti gli avvenne. Una memorabil difesa intanto faceva il presidio duchesco, e per quanti assalti dessero gli Spagnuoli, venivano sempre con gran mortalità respinti. Vi perirono fra gli altri il signor di Quen mastro di campo de' Valloni, don Alfonso Pimentello generale della cavalleria, don Luigi da Leva, Ottavio Gonzaga, il mastro di campo Cerbellone, il conte di Montecastello, don Garzia Gomez generale dell'artiglieria, ed altri uffiziali che io tralascio. Nulla dico delle lor soldatesche, le quali, tra per le ferite e per le malattie patirono un notabil deliquio. Essendo persistito quell'assedio dal dì 24 di maggio sino al dì 26 di luglio, fatta un'onorevole capitolazione, ne uscì la guernigion duchesca, e cedette il posto alla spagnuola. Le stanche milizie furono appresso mandate ai quartieri.
Intanto lentamente procedeva per terra la guerra de' Veneziani contro gli Austriaci, quando una nuova ne fu loro suscitata per mare dal duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Nemico egli dichiarato del nome veneto, ed insieme voglioso di dar braccio alla casa d'Austria, fece un bell'armamento di galeoni, o, vogliam dire, vascelli, e li inviò nell'Adriatico sotto il comando di Francesco Riviera Granatino, per fare una diversione alle armi venete. Immantinente ancora la repubblica unì diciotto galee sottili, due galeazze e sette galeoni, e spintele in mare, fece ritirare in fretta il Riviera a Brindisi. Fu allora che gli Uscocchi, animati dal movimento de' Napoletani, uscirono con assaissime barche in mare, e presero quanti legni mercantili ebbero la disavventura di cader sotto le loro unghie, giugnendo coloro a far prede fino sui lidi della città di Venezia. Ma più che mai ostinato il duca d'Ossuna in questa impresa, a forza di nuovi aggravii e gabelle radunato assai danaro, accrebbe sì fattamente la sua flotta, che giunse ad avere trentatrè galee e diecinove galeoni, tutti bene armati di soldatesca veterana, e inoltre di quattro altre migliaia di combattenti. Ne fu generale don Pietro di Leva, e voce correa che volessero procedere contro la stessa città di Venezia: voce al certo troppo boriosa, ma per cui i saggi Veneziani non lasciarono di far tosto le dovute provvisioni, con accrescere di fortificazioni e di guardie le bocche delle lagune, dando perciò l'armi a tutto il popolo. Passò il capitan generale, ossia provveditor veneto, Gian-Giacomo Zane a Liesina colla sua flotta, composta di quaranta galee sottili, quaranta barche lunghe, sei galeazze e quindici galeoni; ma quantunque più di venti mila persone si contassero in essa, pure appena tre mila ve ne erano di addottrinate nel mestier dell'armi. Arrivò colà anche l'armata dell'Ossuna; e quando ognun si aspettava un fiero combattimento, al quale si erano preparati gli Spagnuoli, il general veneto inaspettatamente si ritirò nel porto, lasciando indietro una tartana che restò preda de' nemici. Dalla forza de' venti trasportato il Riviera verso la Dalmazia, s'incontrò in dieci galee e due barche grosse de' Veneziani due delle quali galee, chiamate maone, siccome ancora le barche, erano cariche di merci. Ebbero la fortuna di salvarsi sette di quelle galee; ma le due maone colle due barche ed una galea andarono precipitosamente ad afferrare il lido: con che fuggirono gli uomini in terra; ma i legni rimasero in poter degli Spagnuoli con tutte le merci e danaro, il valsente delle quali (forse non senza millanteria) si fece ascendere ad un milione di ducati. Presero essi dipoi diversi altri legni carichi di merci e di vettovaglie, perchè liberamente scorreano pel golfo, senza che il provveditor Zane si volesse affrontar con loro: perlochè fu dipoi processato, ma anche per buone ragioni assoluto in Venezia. Perchè in questi tempi si aprì un maneggio di pace alla corte di Madrid, il re Cattolico ordinò che si ritirasse dall'Adriatico la sua flotta. Ma giunti in soccorso della repubblica quattro mila e trecento Olandesi, guidati dal conte Giovanni di Nassau, allora i Veneziani varcarono il Lisonzo, e tentarono di passare sotto Gorizia. Dappertutto trovarono forti ostacoli, laonde vi perirono molti lor bravi uffiziali, e fra gli altri Orazio Baglione e Virginio Orsino di Lamentano. Anzi fu creduto che tra per il ferro e per le malattie trenta mila soldati veneti lasciassero ivi la vita; laddove degli Austriaci ne mancarono (per quel che ne fu detto) solamente quattro mila.
Trattavasi intanto alla gagliarda di pace nella corte di Madrid, essendo perciò giunte colà le procure tanto della repubblica veneta, che di Carlo Emmanuele duca di Savoia nella persona di Pietro Gritti ambasciator veneto, andando ben d'accordo d'interessi queste due potenze. Furono bensì stabiliti gli articoli dell'accomodamento; ma a ratificarli si trovarono renitenti non meno i Veneziani, che il duca di Savoia e il duca di Mantova. I primi richiedevano la restituzione delle prede fatte dal duca d'Ossuna, e voleano garante della pace il re Cristianissimo. Il duca di Savoia, perchè pretendeva che la restituzion di Vercelli precedesse al disarmo. Quel di Mantova stava forte in richiedere il pagamento dei danni sofferti nel Monferrato, e troppa ripugnanza sentiva a perdonare al conte Guido di San Giorgio. Si giocò un pezzo colla più fina politica e con incredibili raggiri in questi trattati, e vi ebbero a perdere la tramontana e la pazienza i ministri del papa e del re di Francia, ansanti sempre di ridurre gli alterati animi alla concordia. Ma ecco sopraggiugnere in Piemonte verso il principio d'agosto il maresciallo di Lesdiguieres (benchè senza approvazione del re Cristianissimo, per quanto si fece poi credere), il conte d'Auvergne generale della cavalleria di Francia, il duca di Roano, i conti di Candale, Schombergh, ed altra fiorita nobiltà franzese, con buone brigate di fanteria e cavalleria; siccome ancora il marchese di Baden, e il principe d'Ainault con molti Tedeschi, e tre mila Bernesi, tutti in soccorso del duca di Savoia. Rinvigorito da queste forze il duca, uscì in campagna, e nel dì primo di settembre prese d'assalto la terra di Felizzano, dove circa mille e cinquecento Trentini rimasero, parte tagliati a pezzi, parte prigioni. Quindi s'impadronì di Quattordici, Refrancor, Ribaldone, Soleri, Corniento ed altri luoghi dell'Alessandrino; poscia di Annone e della rocca d'Arasso: per li quali progressi il Toledo governator di Milano, impotente a campeggiare, si trovava in non lieve imbroglio. Ma ne fu liberato dai monarchi di Francia e Spagna, che daddovero voleano la pace d'Italia. Però nel dì 6 di settembre questa fu conchiusa, con istabilire che il duca di Savoia restituisse tutto l'occupato nello Stato di Milano, e nel Monferrato, e disarmasse; ed altrettanto facesse ancora il governator di Milano; essendo rimesse all'imperadore le pretensioni della casa di Savoia contro quella di Mantova. Per conto dei Veneziani, l'_arciduca Ferdinando_, già divenuto re, dovea restituire ogni luogo tolto ad essi, e slontanare gli Uscocchi da Segna e dalle vicinanze del mare; siccome ancora i Veneziani doveano restituire ogni luogo occupato agli Austriaci. Mostrossi dipoi adirato il senato veneto contra de' suoi ministri, che aveano acconsentito a' suddetti articoli; e il duca di Savoia per varie ragioni ricalcitrò. Ma convenne cedere al re Cristianissimo, che risentitamente nè comandò l'esecuzione, e fece anche arrestare in Lione per questo l'ambasciator Contarino. E perciocchè i Veneziani non s'erano mai voluti ritirare dall'assedio di Gradisca, e questa oramai agonizzava, il governator di Milano ostilmente entrò nei territorii di Bergamo e di Crema, e recò eccessivi danni a quegl'innocenti popoli. Da questa diversione risultò la salute di Gradisca.
Era tornata in Lombardia e nel Friuli la calma mercè della pace suddetta, ma non cessò per questo la burrasca nelle parti dell'Adriatico. Aveano i Ragusei dato ricetto e viveri all'armata navale del duca d'Ossuna; amareggiati perciò i Veneziani ordinarono alla loro armata navale di danneggiar le terre di quella repubblica. Essendo ricorsi quei di Ragusi all'Ossuna, spedì egli di nuovo il Riviera alla lor difesa con una squadra di galee e galeoni armati di tutto punto. Nel dì 10 di novembre furono a vista le due nemiche flotte. La veneta era di lunga mano superiore all'altra in numero di legni, ma non assai fornita di marinaresca, nè di combattenti. Nel dì seguente le artiglierie diedero principio in lontananza alla lor sinfonia. Ma non si venne mai all'abbordo; perciò, dopo aver la capitana spagnuola cagionato gran danno colle bombarde e colla moschetteria alle navi nemiche, talmente si sgomentarono le soldatesche venete, che, per quanto facesse e dicesse il prode lor generale Veniero, non ne potè avere ubbidienza. Cresciuto poi il vento, si separarono le due armate; la veneta verso l'Albania e Schiavonia, con perdersi cinque delle sue galee sottili per la furia del mare, e la spagnuola a Manfredonia e Brindisi. Ebbero poscia il meritato gastigo gli uffiziali veneti che aveano mancato al loro dovere. Il Veniero fu premiato. Non tanto per isventare altri tentativi che potesse far l'Ossuna, quanto per risarcire il suo onore, il senato veneto immediatamente formò una maggiore armata navale di vascelli e di altri legni da guerra, sì bella e potente, che da gran tempo non se ne era veduta una somigliante, e vi imbarcò, oltre ad altre milizie, tre mila Olandesi. Corse questa flotta per tutto il golfo anche nell'anno seguente, senza trovare nemico alcuno, perchè l'Ossuna non si arrischiò da lì innanzi a fare il bravo per mare. Ma quella guerra ch'egli non potè più fare apertamente ai Veneziani, insidiosamente non cessò egli di continuarla contra di loro nel cuore della stessa Venezia, siccome diremo. Trovavasi in questi tempi l'_imperador Mattias_ senza successione; neppure ne aveano i due suoi fratelli, cioè gli arciduchi Alberto e Massimiliano. Però l'_arciduca Ferdinando_ Aglio del fu _arciduca Carlo_, pensando per tempo ai proprii interessi, e ad assicurare per sè la corona imperiale, dopo avere ottenuta dai suddetti due arciduchi una cessione, assistito dalla corte di Madrid, si diede a tempestare Mattias, perchè almeno gli cedesse il titolo di re di Boemia. Non sapeva indursi il buon imperadore a veder vivente il funerale della sua autorità. Tuttavia, prevalendo l'esempio di quello stesso che egli avea fatto, e molto più le premure del re Cattolico, aggiunto il timore che potesse uscir fuori dell'augusta casa di Austria lo scettro imperiale, si arrendè, ed adottò esso Ferdinando in figlio, con riserbare a sè l'amministrazione degli Stati. Fu dunque Ferdinando solennemente coronato re di Boemia nel dì 29 di giugno. Erasi nei tempi addietro incapricciato _Ferdinando Gonzaga duca_ di Mantova di Camilla Erdizina Casalasca, ed era giunto a sposarla. Se ne svaghì egli dipoi, secondo il costume di chi fa simili salti; e furono trovate ragioni per far dichiarare illegittimo e nullo quel matrimonio. Ciò fatto, cercò ed ottenne in moglie _Caterina de Medici_, sorella di _Cosimo II gran duca_ di Toscana. Nel dì 16 di febbraio del presente anno si solennizzarono le loro nozze.
Anno di CRISTO MDCXVIII. Indizione I.
PAOLO V papa 14. MATTIAS imperadore 7.
Era ben colle carte stata data la pace nell'anno precedente all'Italia, ma non per anche si mirava l'esecuzion della stessa pace. E ciò, perchè diffidando il duca di Savoia del Toledo, torbido governator di Milano, e degli Spagnuoli, non si sapea risolvere a disarmare, sempre temendo di essere beffato, e che restasse ineffettuata la restituzion di Vercelli. Nè i Veneziani dal canto loro si voleano quetare re, se nello stesso tempo non vedeano soddisfatto al pattuito in favore del duca lor collegato. Oltredichè, un fiero ondeggiamento tuttavia durava fra essi e il _duca d'Ossuna_, facendo questi continue istanze che la repubblica ritirasse dal golfo la sua armata navale, e licenziasse gli Olandesi; altrimenti minacciava con somma altura di rinnovar la guerra, al qual fine andava tutto dì accrescendo di nuovi legni la flotta sua. Perciò da ogni parte si rinforzavano i sospetti, nè appariva il fine di queste turbolenze. Ma perchè _Filippo III re_ di Spagna sinceramente desiderava la quiete; e quando anche tale non fosse Stato il sentimento de' suoi ministri, la corte di Francia assolutamente la volea per suo decoro, dacchè il re Cristianissimo, oltre all'essere Stato il promotor d'essa pace, se ne era anche dichiarato garante: finalmente il _duca Carlo Emmanuele_, assicurato da esso re della puntuale corrispondenza degli Spagnuoli, verso la metà di aprile disarmò, e rendè le piazze occupate. Dal canto suo ancora il governator di Milano restituì al duca le torre d'Oneglia, Marro e San Germano, ed alcuni altri luoghi. Ma per conto di Vercelli, la cui restituzione era il punto più importante degli altri, non sapeva egli trovar la via di rimetterne il duca in possesso, con isfoderare ogni dì nuove pretensioni e difficoltà. Si superarono ancor queste; laonde nel dì 15 di giugno tornò quella città all'ubbidienza dell'antico suo sovrano. E tal fine ebbe la presente guerra della Lombardia, per cui rimasero in vero sommamente afflitti ed esausti gli Stati e l'erario di esso duca, senza ch'egli avesse guadagnato un palmo di terreno. Si guadagnò nondimeno una singolar riputazione entro e fuori d'Italia, per essersi fatto conoscere sì coraggioso in guerra, e sì generoso conservatore della sua dignità, essendosi specialmente compiaciuti gl'Italiani di trovare in questo principe chi non si voleva lasciar soperchiare dalla prepotenza spagnuola, che in questi tempi volea dar legge a tutta l'Italia. Nella pace suddetta erano restati indietro gli affari del conte Guido di San Giorgio, essendo i suoi beni stati confiscati dal duca di Mantova nel Monferrato, senza che questo principe volesse mai intendere parola di perdono. Si fece tirar ben bene gli orecchi, ma forzato in fine fu a rimettere in sua grazia il conte, e alla restituzion de' suoi beni per li buoni e forti uffizii del re Cristianissimo. Protestava di molte obbligazioni il duca di Savoia ad esso re di Francia per l'appoggio datogli nelle passate traversie, e però sul fine di ottobre inviò a Parigi con superbo accompagnamento il cardinal Maurizio suo figlio per portare i suoi ringraziamenti a quel monarca, ed anche per trattare altri affari, dei quali si parlerà all'anno seguente.
Quanto alla _repubblica veneta_, intavolò essa dei congressi coi ministri dell'_imperadore Mattias_ e del _re Ferdinando_, per dare esecuzione ai trattati. E infatti si provvide alla quiete e sicurezza dello Adriatico e del commercio, con ritirar gli Uscocchi da Segna e dal litorale, e mandarli ad abitare a Carlistot, e ad altre frontiere de' Turchi; e il fuoco dato alle lor barche mise fine alle lor piraterie. Pure non tornò per questo la pace nel golfo a cagion del duca _d'Ossuna_ vicerè di Napoli. Era questo signore di un genio sommamente stravagante e borioso; sempre meditava delle novità, nè prendeva consiglio se non dal suo capriccio. Il calpestare la nobiltà, il violare l'immunità delle chiese, l'imporre tutto dì gravezze ai Napoletani, e fino il rispettar poco gli stessi ordini della corte di Spagna, erano i frutti del suo bizzarro ingegno. Soprattutto ardeva egli di sdegno e d'odio contro la repubblica veneta, non sapendo sofferire che essa facesse la padrona dello Adriatico, altizzando perciò gli altri ministri della corona ai danni dei Veneti. Sapevasi ch'egli faceva fabbricar nuovi legni, e ne procacciava degli altri dalla Inghilterra, con far correre voce di volerla contro i Turchi; il che obbligò la repubblica ad aumentar le sue forze di mare. Si venne intanto a scoprire in Venezia una terribile congiura, di cui comunemente fu creduto autore il suddetto Ossuna, siccome personaggio capace di strani disegni. Trattavasi di dar fuoco all'arsenale e a varie parti della città, di pettardare e spogliare la zecca, e il tesoro di san Marco, di uccidere i principali senatori della repubblica, e di occupare i posti principali di Venezia. A questo fine si erano introdotti sotto varii pretesti in quella città molti Spagnuoli e Franzesi, comperati per sì orribil attentato, e regolati da chi se l'intendeva coll'ambasciatore di Spagna marchese di Belmar. Doveano comparir legni armati, i quali s'impadronissero dei porti e passi della laguna, con accorrere dipoi i vascelli grossi del regno di Napoli, ed accrescere la confusione nei luoghi marittimi del Friuli, e spignere soldatesche entro la città di Venezia. Tali erano le voci e le relazioni che corsero allora di sì inumana impresa; e il Nani ed altri, e specialmente il signore di San Real, descrivono tutta l'orditura di questa macchina iniqua colle più minute circostanze, come se avessero avuto sotto gli occhi tutto il processo: il chè come sussista, non si può intendere, al sapere che i saggi Veneti tennero sotto rigoroso silenzio gli esami fatti in questa congiuntura, nè fecero minimo motto per incolpar l'Ossuna, ed ammisero in consiglio l'ambasciatore spagnuolo senza lor menoma doglianza o parola di sì orrido fatto. Però non sono mancati scrittori che han tenuta per finta tutta quella pretesa cospirazione, e intorno a ciò massimamente si può vedere quanto ne lasciò scritto Vittorio Siri nelle sue Memorie recondite; essendo sembrato ad essi che non potesse mai cadere in mente se non di persone affatto mentecatte il disegno di prendere Venezia, città di sì gran popolazione, e divisa da tanti canali, e con un'armata navale all'ordine più potente di quella dell'Ossuna; oltre alla pietà del re Cattolico _Filippo III_, il quale non è mai credibile che potesse consentire a sì nera e detestabil vendetta. In queste tenebre altro a me non resta da dire, se non una verità ben certa; cioè, che non so quanti Spagnuoli e Franzesi tanto in Venezia che nelle milizie della veneta repubblica furono presi, e parte impiccati, e parte buttati in canal Orfano; e che infinite dicerie si fecero di questo scuro fatto, il quale a me basta di aver semplicemente accennato. Tuttavia nella serie dei dogi di Venezia si va colle stampe ricordando l'_orribile congiura ordita dal duca di Ossuna vicerè di Napoli, e dal Cueva ambasciatore di Spagna_.
Venne a morte nel marzo dell'anno presente _Giovanni Bembo_ doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto _Nicolò Donato_, che non tenne se non trentatrè giorni, e forse meno, quella dignità, essendo mancato di vita nel dì 26 di aprile. A lui succedette _Antonio Priuli_, che comandava allora all'armi della repubblica verso Veglia; e tornato a Venezia, con gran solennità fu ricevuto dalla nobiltà e dal popolo. Giunto era _don Pietro di Toledo_ governatore di Milano, col tanto difficoltare la restituzione di Vercelli e l'esecuzione della pace d'Italia (sempre inventando nuove cabale per continuare il lucroso mestier della guerra) talmente ad infastidire la corte di Francia, che sdegnata del suo turbolento procedere, e pulsata anche dal duca di Savoia coi suoi uffizii presso il re Cattolico, il fece richiamare in Ispagna, liberando da un mal arnese la Lombardia. In luogo suo al governo di Milano fu destinato _don Gomez Alvarez_ (o Suarez) _duca di Feria_, personaggio che sul principio si fece credere inclinato alla pace, perchè, appena giunto a quella città, licenziò le truppe superflue: con che veramente parve restituita la quiete all'Italia. Non lieve influsso ancora diedero ad effettuare, anzi ad assicurar la pace, stabilita dagli Austriaci colla repubblica di Venezia, i movimenti della Boemia insorti nell'anno presente. Imperciocchè gli eretici di quel regno, massimamente per istigazione di Arrigo conte della Torre, nel dì 23 di maggio mossero a ribellione quel regno, e gittarono giù dalle finestre del palazzo di Praga, alte quaranta braccia, i tre principali ministri cattolici dell'_imperadore Mattias_, i quali con istupore di ognuno e credenza di miracolo niun nocumento riportarono da sì alto salto. Quindi ebbe origine in quelle parti una aspra guerra, che lungamente tenne occupati esso Augusto, e _Ferdinando_ già dichiarato re di Boemia, il quale nel luglio dell'anno presente fu anche coronato re d'Ungheria. Parimente nei Grigioni e nella Valtellina da essi dipendente insorsero fiere discordie civili a cagione specialmente della lega che i Veneziani si studiavano di confermare con quei popoli, dal che venne che mossa fu persecuzione dagli eretici contra i cattolici. Nè si dee tacere un lagrimevol caso accaduto in essa Valtellina nel dì 14 di settembre. Sollevossi un gran turbine non meno nell'aria che nelle viscere della terra, per cui la terra di Pluvio, dove si contavano due parrocchiali e sei tra monisteri e spedali, da un vicino monte, che precipitò, rimase talmente oppressa, schiacciata e seppellita in un momento, che di essa non restò neppure un vestigio. Di tre mila e secento abitanti non si salvarono che quattro sole persone, portate lungi per l'aria dall'impetuoso turbine.
Anno di CRISTO MDCXIX. Indizione II.
PAOLO V papa 15. FERDINANDO II imperad. 1.
Fu questo l'ultimo anno della vita dell'_imperadore Mattias_, principe di buona volontà, amator della quiete, lasciando un vantaggioso nome presso i cattolici. Discordano gli scrittori nel dì della sua morte; ma i più assennati la danno accaduta nel dì 20 di marzo. Negli Stati patrimoniali di casa di Austria e nei regni d'Ungheria e Boemia a lui succedette _Ferdinando II_ suo cugino, principe a cui si era già preparata un'ampia scuola da esercitare il coraggio in mezzo ai disastri, a ragion della ribellione già formata dai Boemi, che si trasse dietro la sollevazione ancora dei protestanti della Slesia, Moravia, Ungheria e della Austria superiore. Andò sì innanzi l'ardire de' suoi nemici, che fu in pericolo la stessa città di Vienna. In soccorso suo _Cosimo II gran duca_ di Toscana suo cognato gl'inviò alcune compagnie di corazze, le quali, falsificate le insegne, e passando per mezzo alle schiere dei ribelli Boemi, felicemente pervennero in essa città, in tempo che Ferdinando si trovava nelle sue maggiori angustie; laonde mirabilmente servì questo aiuto per liberarlo dall'insolente violenza di chi voleva ridurlo ad una vergognosa convenzione. Ardevano di voglia i protestanti, ed alcuni ancora dei principi cattolici, di trasportar l'imperio fuori dell'augusta casa d'Austria, e fecero fin dei maneggi perchè _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia concorresse a quell'eccelsa dignità, esibendogli inoltre il comando dell'armi nella leva fra loro stabilita per sostenere la sollevazione dei Boemi: tanto era il credito di questo principe anche fuori d'Italia. Ma il re Ferdinando, essendosi portato con un lungo giro di viaggio alla gran dieta di Francoforte, dove fu accolto con grandissimo plauso, ebbe la fortuna di superar tutte le difficoltà, e massimamente la opposizione dei Boemi, di maniera che nel dì 28 d'agosto fu eletto imperadore, e nel dì 9 di settembre coronato. Inviperiti per tale elezione gli Stati di Boemia, nel dì 29 del suddetto agosto dichiararono l'Augusto Ferdinando decaduto da ogni diritto sopra quel regno. L'aveano già essi esibito a varii principi, e nominatamente al predetto duca di Savoia; ma niun d'essi volle ingerirsi in sì pericoloso acquisto. Il solo _Federigo elettor palatino_, perchè giovane baldanzoso e pregno d'ambiziosi disegni, e più perchè spronato da _Elisabetta_ sua consorte, (alla quale, siccome figlia di _Giacomo re_ d'Inghilterra, parea troppo basso il suo stato senza la corona regale), quegli fu che accettò l'offerta dei Boemi, e da essi solennemente venne coronato nel dì 14 di novembre. Di questa traversia accaduta alla casa d'Austria non sentirono dispiacere i Veneziani e il duca di Savoia; ed i primi riconobbero per re di Boemia il suddetto palatino. Ma il _pontefice Paolo V_ dichiaratosi contro di lui, perchè eretico di credenza, promise aiuto di denari allo Augusto Ferdinando II, in favore di cui anche _Massimiliano duca_ di Baviera, lo _elettor di Sassonia_ ed altri principi presero l'armi.
Già dicemmo che nel precedente anno era passato a Parigi _Maurizio cardinale_ di Savoia, figlio del duca Carlo Emmanuele. Fra i suoi negozii il principale era quello di chiedere in moglie per _Vittorio Amedeo_ principe di Piemonte _Cristina_ figlia secondogenita di _Arrigo IV re_ di Francia, e sorella del regnante _Luigi XIII_, nata nel febbraio del 1606. Ben intendeva quella corte quanto le importasse la buona corrispondenza del duca di Savoia, principe tanto intraprendente, in tempi massimamente, che quivi si stava in continue gelosie degl'inquieti ugonotti; e però condiscese facilmente a questa alleanza. Lo stesso principe di Piemonte accompagnato dal _principe Tommaso_ suo fratello, arrivò a Parigi, e nel dì 11 di febbraio seguì il loro sposalizio, e tornossene dipoi a Torino nel settembre, per fare i preparamenti convenevoli al ricevimento di questa principessa. Videsi conferito in tal congiuntura al cardinal Maurizio il grado di protettore degli affari della Francia nella corte di Roma. In questo mentre fu rinnovata, o pure maggiormente confermata la lega della repubblica veneta col suddetto duca di Savoia: il che non poco increbbe alla politica spagnuola, ben conoscente, tale unione non essere per altro fatta che per tenere in briglia chi voleva far da assoluto padrone dell'Italia. Vieppiù ancora si alterarono gli Spagnuoli, perchè essa repubblica stabili, nel dì ultimo di dicembre, altra lega difensiva colla repubblica d'Olanda.
Anno di CRISTO MDCXX. Indizione III.
PAOLO V papa 16. FERDINANDO II imperadore 2.
Ebbe principio in quest'anno la guerra della Valtellina, avvenimento spettante all'Italia, perchè quella valle; è compresa nel suolo italico, siccome ancora Chiavenna e la contea di Bormio, paesi una volta dello Stato di Milano, ma occupati già dai Reti, oggidì chiamati Grigioni, e loro ceduti per antiche capitolazioni dai duchi di Milano. Valle sommamente fertile e doviziosa è quella, dove nato il fiume Adda, con poche forze va a scaricarsi nel lago Lario, ossia di Como, con uscirne poi rigoglioso per l'accrescimento di altre acque. Quivi s'era conservata la religion cattolica; ma tante avanie e violenze aveano esercitato in addietro i Grigioni padroni, per la maggior parte eretici calvinisti, contra di essi cattolici, che ne era divenuta insoffribile la lor signoria. Avvenne, siccome poco fa accennammo, che fra gli stessi Grigioni invalse una fiera discordia, e nacquero fazioni, sostenendo una parte d'essi la lega proposta da' Veneziani, e accalorata dal buon uso degli zecchini; laddove altri teneano a visiera calata per la lega colla corona di Francia. In queste turbolenze, che costarono la vita ai più riguardevoli del partito veneto, cominciò secretamente a soffiare e a stendere le mani anche il duca di Feria governator di Milano, perchè persuaso che tornasse in manifesto pregiudizio degl'interessi della Spagna la confederazion di quei popoli colla repubblica veneta. Ora avendo fatto ricorso a lui i cattolici della Valtellina, con rappresentargli le tiranniche ingiustizie e crudeltà usate contra di loro dagli eretici Grigioni, non si potea presentare un titolo più vistoso alla pietà spagnuola che questo, per imprendere la lor protezione, e per incoraggirli a scuotere il giogo. Ma sotto il manto della religione giudicarono i politici che si nascondesse il desiderio e disegno di riunir quei popoli con lo Stato di Milano. Sapeva il governatore quanto la corte di Francia fosse contraria ai maneggi de' Veneziani per la lega da essi con gran calore bramata e procurata; e però maggiormente si animava ad entrare in questo ballo, per la speranza che i Franzesi nol frastornerebbono in tale impresa; e tanto più perchè nuova guerra civile si risvegliava in quel regno fra i cattolici ed ugonotti nei tempi correnti. Copertamente dunque animati i Valtellini alla rivolta, con promettere loro il suo appoggio, nel dì 19 di luglio del presente anno presero l'armi, ed uniti colla fazione opposta ai Veneziani, s'impadronirono di Sondrio, Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina, e misero a fil di spada quanti eretici caddero nelle lor mani, e non furono pochi. Spinse allora scopertamente il duca di Feria in aiuto d'essi molte schiere d'armati, condotte da Gian-Maria Paravicino, da Cristoforo Carcano e da don Girolamo Pimentello generale della cavalleria leggiera dello Stato di Milano. E quindi si venne ad accendere un'aspra guerra in quelle parti.
Ricorsero i Grigioni per aiuto agli eretici di Berna e Zurigo, e non vi ricorsero in vano. Ricevuto da essi un gagliardo rinforzo di combattenti, con parte d'essi munirono di buon presidio Chiavenna, e con gli altri si mossero per ricuperare la Valtellina. Varii combattimenti ne seguirono, che io non posso fermarmi a descrivere, bastandomi solo di dire che riuscirono svantaggiosi ai Grigioni, e che restò quella valle col contado di Bormio in poter de' cattolici; laonde il duca di Feria si affrettò di alzar varii forti ai confini non men di essi Grigioni, che de' Veneziani, giacchè questi ultimi apertamente con danari davano braccio agli eretici, e gli animavano a discacciar di là l'armi spagnuole. Grande inquietudine cagionò questo movimento degli Spagnuoli in tutti i principi d'Italia, e massimamente nei suddetti Veneziani. Imperciocchè, dividendo la Valtellina lo Stato di Milano dal contado del Tirolo, se ne fossero restati padroni gli Spagnuoli, s'apriva loro una sicura comunicazione con gli Stati germanici della casa d'Austria, per poterne trarre aiuti, qualora se ne presentasse loro il bisogno, senza passare per paese altrui. E all'incontro veniva a serrarsi la porta a quei soccorsi che la repubblica veneta ed altri principi potessero sperare dalla Francia, dagli Svizzeri e da altre potenze oltramontane. E però i Veneziani sopra gli altri s'impegnarono in favore dei Grigioni, per escludere dalla Valtellina le armi di Spagna. Nè pur lo stesso _papa Paolo V_, tuttochè per proteggere il cattolicismo in quelle contrade fosse pronto a somministrar buone somme di danaro, sapea consentire che in poter degli Spagnuoli venisse o restasse quel paese. Pertanto furono proposti varii ripieghi, e spezialmente ebbe plauso la proposizion di lasciare in libertà la Valtellina, e di formare d'essa un cantone da aggiugnersi agli altri cinque cantoni degli Svizzeri cattolici. Tanto ancora declamarono i ministri della repubblica veneta alla corte di Parigi contro gli ambiziosi pensieri del duca di Feria, ossia della Spagna, che il re Cristianissimo fece passar premurosi uffizii, ed anche proteste alla corte di Madrid, per isventar le mine del medesimo duca, che pareano indirizzate a mettere in ischiavitù l'Italia. Passò poi il resto dell'anno in varii negoziati, proposti dai ministri del papa e del re di Francia per trovare onesto ripiego alla Valtellina, acciocchè vi restasse in salvo la religion cattolica, e si contentassero della sola protezion d'essa gli Spagnuoli.
Curiosa fu in quest'anno la scena del duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Di mirabil ingegno avea la natura provveduto questo personaggio. I suoi spiritosissimi detti e fatti, gl'ingegnosi rescritti ai memoriali delle persone, la vivacità del suo talento in ogni occasione, erano pregi in lui che si tiravano dietro l'ammirazione di chiunque allora il conobbe, e son tuttavia pascolo della nobil curiosità, perchè tramandati ai posteri in un libro intitolato il _Governo del duca d'Ossuna_. Ma questo cervello trascendentale tutto dì macchinando idee di novità, e facendo uno stravagante governo con insoffribil aggravio de' popoli, quanto riempieva di meraviglia gli spettatori delle sue azioni, tanto apriva l'adito alle gelosie dei vicini, e fabbricava a sè stesso un processo nella corte di Madrid. Era egli giunto a far conoscere quanto potesse il regno di Napoli, coll'aver tenuta in piedi un'armata di venti galeoni di alto bordo e di venti galee tutte ben armate, oltre a tanti altri legni da trasporto. Avea mantenuti sedici mila combattenti, dati soccorsi agli Austriaci di Germania e allo Stato di Milano; e tutto ciò senza vendere un briciolo del reale patrimonio, ma con ispremere a furia il sangue di que' popoli. Colla repubblica di Venezia come si fosse egli adoperato, già l'abbiano veduto; minacciava anche i Turchi, e si studiava di guadagnar l'affetto della plebe di Napoli, con opprimere intanto i nobili, e tener milizie straniere al suo soldo. Non cessava la nobiltà napoletana di far segrete doglianze, e di portar accuse contra di lui alla corte del re Cattolico; e i saggi Veneziani sotto mano anch'essi faceano penetrar colà dei brutti ritratti dell'Ossuna, come d'uomo che fosse dietro a cangiare il ministero in principato. Divulgossi ancora ch'egli avesse comunicato questo disegno al duca di Savoia, sapendo quanto egli fosse disgustato degli Spagnuoli, affine di unir seco le forze e discacciare d'Italia questa nazione. Probabilmente nulla di vero contenne si fatta diceria, per varie ragioni, e massimamente perchè l'onore, massima primaria de' signori spagnuoli, non si dee credere che avesse preso il bando dal cuor dell'Ossuna. La verità non di meno si è, che si accesero forti sospetti nella corte del re Cattolico, e si pensò daddovero a richiamarlo in Ispagna. E perchè scoperta da lui l'intenzion della corte, con regali e maneggi si studiava di continuar nel governo, vieppiù crebbero nei primi ministri le diffidenze, e fu perciò creduto che per timore di trovare in lui disubbidienza, non dalla Spagna, ma da Roma si trovasse lo spediente di mandargli il successore. Il _cardinal Borgia_ fu scelto per questo; ma l'Ossuna con quanti artifizii potè procurò di frastornare la di lui comparsa, inventando in questo mentre varie arti per accumular danari, e prorompendo in altri atti, che sembravano indizii d'animo inclinato a qualche furiosa mutazione. Ma restò burlata quella gran testa da un prete, siccome egli poi con amarezza andò dicendo, lagnandosi forte di lui. Accostossi il Borgia sull'entrar di maggio a Napoli, sempre mostrando di trovar giuste le ragioni dell'Ossuna, il quale assai risoluto comparve di non dimettere per allora il governo, sì per le minaccie de' Turchi, come per le turbolenze interne del regno. Esibivasi il cardinale unicamente di essergli di aiuto e sollievo; ma perciocchè stava il duca saldo nel suo proposito, l'accorto porporato con intelligenza d'alcuni nobili più coraggiosi, segretamente entrò una notte nella fortezza di Castelnuovo; e comunicato il suo arrivo anche ai governatori delle altre due di Sant'Ermo e dell'Uovo, improvvisamente allo spuntar dell'alba colla salva delle artiglierie diede segno alla città del nuovo suo vicerè. A questa salva andarono per terra tutte le trame ordite dall'Ossuna, per indurre il popolo a non accettare il Borgia. Imbarcatosi dipoi lo stesso Ossuna, sbarcò in Provenza, e per terra passò alla corte di Spagna, dove sostenuto dagli amici, e dalla pecunia seco recata, trovò buon volto e carezze nel re, finchè, mancato di vita nel susseguente anno esso monarca, venne meno anche la fortuna del medesimo duca, il quale, imprigionato in un castello, quivi dopo qualche mese, non si sa il come, finì i suoi giorni.
Non erano senza fondamento i sospetti decantati dall'Ossuna di qualche invasione di Turchi nel regno di Napoli, bench'egli stesso forse ne fosse stato il promotore co' suoi armamenti, e col tanto minacciar le coste della Turchia. Scommetterei ancora che non mancò qualche malevolo che attribuì ai segreti maneggi suoi la mossa di que' cani, per farsi conoscere alla sua corte troppo necessario in questi tempi al governo di quel regno. Sbarcò nel mese di agosto la flotta turchesca ai lidi della città di Manfredonia nella provincia di Capitanata; prese quella città, la saccheggiò, e ne condusse via gran copia d'anime battezzate dell'uno e dell'altro sesso. Nè si dee tacere che l'armi dell'_imperador Ferdinando_, congiunte con quelle di _Massimiliano duca_ di Baviera, di _Gian-Giorgio elettor_ di Sassonia, e d'altri principi, si affrettarono a ricuperar la Boemia occupata, siccome dicemmo, da _Federigo elettor_ palatino del Reno, gran calvinista. Nello stesso tempo per ordine del re di Spagna, il _marchese Ambrosio Spinola_, generale dell'armi dell'_arciduca Alberto_ in Fiandra, si mosse con poderoso esercito alla volta del Palatinato inferiore, e quivi occupò varie città. Poscia nel dì 9 di novembre in vicinanza di Praga si venne ad un terribil fatto d'armi fra la lega Cattolica, e il suddetto usurpator Palatino. Toccò una fiera sconfitta ai Boemi, le cui conseguenze furono la presa e il sacco di Praga, e la fuga con pochi dell'efimero re palatino, il quale dopo lunghi giri coll'ambiziosa sua moglie passò in Olanda, a mendicar ivi il pane da quella repubblica, e da _Giacomo re_ d'Inghilterra suocero suo. Fu poi ricuperata nell'anno seguente dall'Augusto Ferdinando la Slesia con gli altri paesi ribellati, e gli restò solamente il peso della Ungheria, occupata da Bethlem Gabor. Per assistere in questi bisogni all'imperadore con soccorsi d'oro, il _pontefice Paolo V_ gravò di decime l'uno e l'altro clero. Nel dì 15 di marzo dell'anno presente seguì la solenne entrata in Torino di _Cristina di Francia_, sorella del re Cristianissimo _Lodovico XIII_, maritata in _Vittorio Amedeo_ principe di Piemonte. Sontuose feste furono ivi fatte in tal congiuntura, alle quali concorse anche l'_infanta Isabella_ principessa di Modena, e sorella d'esso principe, accompagnata nel viaggio dal _cardinal Maurizio_ suo fratello.
Anno di CRISTO MDCXXI. Indizione IV.
GREGORIO XV papa 1. FERDINANDO II imperadore 3.
Ebbe di grandi faccende in questo anno la morte. Primieramente il pontefice _Paolo V_ dopo quindici anni, otto mesi e tredici giorni di pontificato, e dopo uno stabile tenor di vita religiosa e limosiniera, fu chiamato da Dio ad un miglior paese. Dappoichè sui principii del governo suo ebbe conosciuto che la bravura non era più un mestier da papa, fu sempre amator della pace, impiegando i suoi pensieri nella conservazione ed aumento della religione cattolica, nella riforma del clero secolare e regolare, e nell'ornare sempre più di magnifiche fabbriche l'impareggiabil città di Roma. Soprattutto attese ad ampliare la basilica Vaticana, tempio perciò divenuto una delle maraviglie del mondo. Quanto egli operasse in questa impresa, esigerebbe non poche carte. Son da vedere intorno a ciò il vescovo Angelo Rocca, i padri Oldoino e Bonanni della compagnia di Gesù. Insigni memorie di magnificenza lasciò ancora nella basilica Liberiana, dove spezialmente si ammira la cappella Borghese. Accrebbe di varie fabbriche il palazzo del Quirinale. Dal territorio di Bracciano tirò con insigne acquedotto per lo spazio di quarantacinque miglia, abbondanti e perenni acque per sovvenire al bisogno della parte trasteverina della città. Tralascio altre sue nobili fatture, per le quali fu sommamente benemerito di Roma, delle quali si trova il catalogo e la descrizione nella di lui vita composta dal Padre Bzovio dell'ordine dei predicatori. La sola taccia che fu data al suo pontificato, si ridusse all'esorbitante profusione ne' nipoti, i quali e dentro e fuori di Roma fabbricarono palagi sì superbi, che gareggiavano con quei dei re. Il solo principe di Sulmona nipote suo giunse ad avere rendite annue di cento, e vi ha chi dice di ducento e più mila scudi, oltre il danaro in cassa. Nè è da stupirsene. Il _cardinal Borghese_, dianzi chiamato Scipione Caffarelli, figlio di una sorella del papa, e ministro dispotico della sacra corte, tutto quanto veniva a vacare, lo conferiva ai parenti suoi: del che pubbliche erano le doglianze. E però ebbe a dire Andrea Vettorelli di questo pontefice: _Si una caruisset nota, largitione nempe in suos, Beatissimis comparandum fuisse omnes fatentur_. Convengono tutti i più accreditati scrittori che la di lui morte avvenne nel dì 28 di gennaio dell'anno presente, e questo si raccoglie ancora dalla sua iscrizion sepolcrale, che difettosa poi si legge nell'edizion dell'Oldoino, dove il dì 28 per errore di stampa è divenuto il dì 22. Entrati nel concistoro i porporati, parve sul principio che il _cardinal Pietro Campor_i Modenese, portato dalla fazion Borghese, avesse a riportare indubitatamente il pallio; ma mutato all'improvviso parere, si rivolsero i voti alla persona del _cardinale Alessandro Ludovisio_ di patria Bolognese ed arcivescovo d'essa città, che nel dì 9 di febbraio restò eletto papa, e prese il nome di _Gregorio XV_. Era egli personaggio di vita esemplarissima, perito nella scienza delle leggi ecclesiastiche e civili, esperto negli affari del mondo, di tal benignità e modestia ornato, che lo stesso popolo romano con uno straordinario plauso diede risalto maggiore alla di lui elezione, sperando di vedere rinato in lui l'altro glorioso pontefice bolognese _Gregorio XIII_. S'era già introdotto che i papi, e massimamente se vecchi, quale appunto era esso Gregorio XV, eleggessero uno dei nipoti cardinale, a cui poscia si conferiva il titolo di primo ministro, e volgarmente veniva appellato il _cardinal padrone_. Pertanto non tardò il novello pontefice, nel dì 15 di febbraio, a fregiar colla sacra porpora il nipote _Lodovico Ludovisio_, giovane di gran talento, che sollevò da lì innanzi il quasi settuagenario zio dalle fatiche e regolò gli affari non men con lode che con arbitrio supremo.
S'affollarono tosto addosso al nuovo papa i ministri di Francia, Spagna, Venezia e Savoia, per interessarlo vivamente nelle controversie della Valtellina; nè fu egli pigro a scrivere di proprio pugno lettera premurosa al re Cattolico _Filippo III_, esortandolo a tagliare il corso a quella pendenza, minacciante oramai un'asprissima guerra in Italia. Ma non andò molto che lo stesso monarca delle Spagne fu sottratto dalla morte nel dì ultimo di marzo ai pensieri ed imbrogli dei mondo, con lasciar dopo di sè una illustre memoria della sua scrupolosa pietà e buon volere, ma una molto infelice del suo governo. Imperciocchè o per poca abilità o per troppo amore alla quiete, avendo lasciato in balia dei favoriti, e massimamente di _Francesco duca di Lerma_ (che nel 1618 creato fu cardinale da Paolo V) tutto il reggimento, parve che null'altro conservasse per sè fuorchè il titolo di re. Perciò sotto di lui decaduta la monarchia spagnuola da quel colmo di riputazione ed autorità, in cui la lasciò _Filippo II_ suo padre, andò poi maggiormente declinando per tutto il presente secolo. A lui succedette _Filippo IV_ suo figlio primogenito, verso di cui nè pur era stata assai liberale di belle doti la natura. Oltre all'età di sedici anni, che il rendea poco atto all'amministrazion degli affari, più cuore mostrava egli ai divertimenti geniali che alle serie applicazioni; e però anche sotto di lui colla depression de' precedenti continuò la disordinata fortuna di altri favoriti; anzi questa si ridusse ad un solo, cioè a _don Gasparo di Guzmano_, _conte di Olivares_, il quale, avendo ottenuto il titolo di duca, si fece poi pomposamente nominare il conte duca, e riuscì un cattivo arnese di quella sì potente monarchia. Fece fine ai suoi giorni anche _Cosimo II gran duca_ di Toscana nel febbraio di quest'anno. Fu principe di elevato ingegno, liberale, benigno ed amato dai popoli, ma sì mal fornito di sanità, che quasi sempre fece alla lotta colle infermità; laonde, nulla gustando della sua grandezza, invidiava la condizione de' privati sani. I figli restati di lui furono _Ferdinando II_ proclamato gran duca, _Gian Carlo_, che fu poi cardinale, _Leopoldo_, fregiato anch'egli della porpora, _Mattias_ e _Francesco_, ed oltre a due altre femmine, _Margherita_ maritata in _Odoardo duca_ di Parma. Perchè il nuovo gran duca era tuttavia in età pupillare, presero la di lui tutela il _cardinal Carlo_ suo zio, e l'avola Lorenese _Caterina_, e la madre Austriaca _Maria Margherita_. Nè si dee tacere che nel dì 13 di luglio cessò parimente di vivere in Fiandra _Alberto arciduca_, con vere lagrime compianto da quei popoli che un placido governo aveano provato sotto di lui. L'_infanta Isabella_ sua moglie, da cui non avea tratta prole alcuna, tosto prese l'abito monastico, restando nulladimeno governatrice di nome di que' paesi. Il _marchese Ambrosio Spinola_ godeva ivi il comando dell'armi; e perciocchè, essendo terminata la tregua fra la Spagna e gli Olandesi, di nuovo si riaccese la guerra, quel prode generale passò in quest'anno ad assediare Giulliers; del che io nulla altro dirò, se nonchè dopo mirabili pruove del suo saper militare se ne impadronì, con aver precluso l'adito ad ogni soccorso del conte Maurizio di Nassau.
Intanto il _duca di Feria_ governator di Milano, che sosteneva con vigore in Lombardia il credito della corona di Spagna, dall'un canto seguitava a fabbricar nuovi forti nella Valtellina, e dall'altro sempre facea giocar le proteste d'essere pronto a demolir tutto, e di atterrare infino quel di Fuentes, benchè piantato nella giurisdizione dello Stato di Milano. E denari ed artifizii seppe egli adoperar sì a proposito, che mise la disunion fra gli stessi Grigioni, e parte di essi ancora tirò nel febbraio ad una capitolazione o lega, che non fu poi accettata dagli altri; anzi gl'incitò a maggior sollevazione, con restar vittima del loro furore non pochi Cattolici, e spogliate le chiese con altri assai gravi disordini, senzachè gli eretici la perdonassero a quel lor nazionali che si erano accordati col duca di Feria. Riuscì in questo mentre al Bassompiere, ambasciatore di Francia spedito a Madrid, d'indurre il nuovo _re Filippo IV_ e il consiglio di Madrid ad un accordo, per cui nel dì 25 d'aprile restò determinato che la Valtellina tornasse in poter dei Grigioni, ma colla conservazione della religion cattolica in quelle parti: al che eziandio condiscese il nunzio pontificio. Ma questo trattato venne da tante parti attraversato, che ne andò per terra l'esecuzione, soffiando tutti i litiganti contra di esso. Al duca di Feria non si può dire quanto dispiacesse il vedere in un fascio tutte le macchine sue per l'ingrandimento della potenza spagnuola. Ne erano assai disgustati anche i Veneziani, perchè veniva troncata con esso ogni lor pretensione della lega col Grigioni. E gli stessi Grigioni vi trovarono più di un motivo di rigettarlo. Il perchè, risoluti essi Grigioni di ricuperar colle proprie forze la Valtellina, furiosamente uscirono in campagna con più di dieci mila combattenti, ma disordinati e mal capitanati, che al primo rimbombo delle artiglierie spagnuole nella contea di Bormio, presi da terror panico, diedero alle gambe. Per questa invasione il duca di Feria dalle parti del Milanese, e l'_arciduca Leopoldo_ da quelle del Tirolo mossero le lor armi. S'impadronì il primo di Chiavenna, e l'altro delle valli d'Engedina e di Parentz e d'altri siti, e poscia della stessa città di Coira, con rimetter ivi il vescovo che dianzi ne era Stato cacciato. Sicchè sempre più venne a peggiorar la fortuna dei Grigioni, provandone anche un incredibil dispiacere i Veneziani, che miravano crescere ogni dì più i lor pericoli per li felici progressi degli Austriaci. E pure, contuttochè sommamente abbisognassero del braccio del papa e della Francia per liberar la Valtellina dalle unghie spagnuole, e tanto il pontefice _Gregorio XV_ che il re _Lodovico XIII_ si prevalessero di questa congiuntura per indurli coi più caldi uffizii a ricevere in lor grazia i gesuiti; pure s'incontrò in quel senato un'insuperabile resistenza a tal petizione. Era tuttavia vivo il famoso fra Paolo Sarpi lor teologo, essendo egli mancato di vita solamente nell'anno seguente. Probabilmente non li dovette consigliare che fossero indulgenti in questo caso. Merita il _cardinal Roberto Bellarmino_ della compagnia di Gesù che si faccia qui menzione della morte sua, accaduta nel dì 17 di settembre dell'anno presente, con lasciare un celebratissimo ed immortal nome sì per li suoi libri pieni di singolar dottrina, che per le sue rarissime virtù morali e cristiane. Uomo in tutto mirabile, e che più onore compartì alla porpora, che la porpora a lui.
Anno di CRISTO MDCXXII. Indizione V.
GREGORIO XV papa 2. FERDINANDO II imperad. 4.
Già era tornato a Milano il _duca di Feria_, come trionfante per le conquiste e vittorie sue nella Valtellina, e più non degnava d'un pensiero la capitolazione segnata in Madrid fra il suo re e quello di Francia. Ma i Veneziani, che più degli altri principi aveano questo interesse a cuore, altamente strepitavano in tutte le corti, e massimamente in Roma e a Parigi, rappresentando come troppo svelati i misteri della politica spagnuola, che, sotto l'ombra di proteggere la religione cattolica della Valtellina, erano chiaramente incamminati a slargar le ali e, coll'ingoiar quello Stato, ad opprimere la libertà d'Italia, mettendo un forte catenaccio a quella porta per cui possono calare i soccorsi stranieri. _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, sì perchè principe avido sempre di nuove guerre, e che non potea sofferire gl'ingrandimenti della Spagna, e la baldanza dei ministri di quella corte; si ancora per suoi particolari riguardi, e per l'alleanza sua colla veneta repubblica, cominciò vigorosamente a procurar una lega fra il re Cristianissimo, la repubblica veneta e lui. Essendo venuto a Lione esso re di Francia, il duca insieme col principe di Piemonte suo figlio e colla nuora Cristina, sorella del medesimo re, colà si portò ad inchinare la maestà sua, da cui ricevette molte finezze. Perorò egli molto contro l'avidità degli Spagnuoli, e si esibì di concorrere ad una lega con dieci mila fanti e mille cavalli; ma ritrovò che nel cuore di quel monarca aveano troppo polso i riflessi della stretta parentela col re Cattolico e la guerra viva contro gli ugonotti, non mai quieti nelle viscere del suo regno. Tornò il duca nel dì 17 di novembre ad abboccarsi col re in Avignone. Tutto quel che per ora tanto egli che i Veneziani ottennero, fu che il re Lodovico fece parlar alto dai suoi ministri alla corte di Spagna, acciocchè si desse esecuzione al trattato di Madrid per gli affari della Valtellina. Perciò si rinforzò il negoziato fra i ministri delle due corone, intervenendovi sempre anche il nunzio pontificio: e siccome era stato fatto il progetto di depositar la Valtellina con tutte le fortezze in mano del papa, oppure del gran duca, o del duca di Lorena, senza che per anche si fosse arrivato a fissare chi ne avesse da essere il depositario; così la maggiore applicazione si rivolse ad effettuare il proposto deposito. Ma intanto i Grigioni, ora inviliti, ora temerarii, pensarono ad ottener colla forza ciò che amichevolmente s'era dietro a procurar colla destrezza nei gabinetti. Però mossi a furore, ed animati dai veneti zecchini, benchè i più armati di soli bastoni a foggia di mazze, si diedero a ricuperar i luoghi dall'armi dell'_arciduca Leopoldo_, e quanti Tedeschi trovarono nei presidii, tutti li sacrificarono alla lor collera, a riserva di quei ch'erano alla guardia di Maienfelt e di Coira, i quali rifugiati ne' castelli, si renderono con patti onesti. Ma nel settembre si cangiò scena, perchè le truppe arciducali diedero una sconfitta ad essi Grigioni e agli Svizzeri loro ausiliarii, e ricuperarono Maienfelt e Coira con altri importanti luoghi. Seguì poscia una sospension d'armi, e continuò nelle corti il filo pacifico de' trattati.
Attento il _pontefice Gregorio XV_ non solo alla difesa, ma anche all'accrescimento della religion cattolica, istituì nel giugno dell'anno presente una congregazione di cardinali, appellata _de propaganda fide_, e le assegnò varie rendite: congregazione rinforzata maggiormente dipoi da altri aiuti, onde singolar vantaggio è poscia provenuto e proviene alla religione cristiana. Di somma consolazione riuscì ancora ad esso papa e a tutto il cattolicismo l'occupazione della città d'Eidelberga, capitale del Palatinato inferiore, tolta all'eretico _Federigo elettor palatino_, al cui esercito e de' suoi collegati fu data una gran rotta, talmente che egli di nuovo fu ridotto ramingo e alla disperazione, siccome posto al bando dell'imperio e abbandonato da tutti. Trovavasi in questi tempi vedovo e senza successione l'_Augusto Ferdinando_, e però ricercò in moglie _Eleonora Gonzaga_ sorella di _Francesco duca_ di Mantova. Furono celebrate le di lui nozze nel febbraio dell'anno presente. Sul principio di marzo terminò i suoi giorni _Ranuccio I duca_ di Parma e Piacenza, sorpreso da improvviso male. Il suo funerale non fu accompagnato dalle lagrime d'alcuno, giacchè coll'aspro suo, anzi crudele governo, s'era egli sempre studiato di farsi piuttosto temere che amar da' suoi popoli. Perchè gran tempo passò che _Margherita Aldobrandina_ sua moglie non produceva frutti del suo matrimonio, s'era messo in pensiero di far abilitare alla successione de' suoi Stati Ottavio suo bastardo. Ma divenuta feconda la duchessa, gli partorì poi _Alessandro_ mutolo, _Odoardo_ e _Francesco Maria_, che fu poi cardinale, oltre a due principesse, _Maria_ e _Vittoria_, che furono poi duchesse di Modena. La nascita di questi principi fece poscia eclissar l'amore di Ranuccio verso dell'illegittimo Ottavio; e perciocchè questi era giovane di alti spiriti, ed universalmente amato dai Parmigiani e dagli altri sudditi, il duca suo padre, siccome principe pregno sempre di sospetti e gelosie, dubitando d'intelligenze e di pretensioni dopo sua morte al ducato, il confinò nella terribil rocchetta di Parma, sepoltura de' vivi, dove da lì ad alquanti anni miseramente diede fine al suo vivere. Perchè la sordità e mutolezza rendevano incapace di governo il primogenito Alessandro, succedette in quel ducato _Odoardo_, marito di _Margherita_ figlia di _Cosimo II gran duca_ di Toscana.
Per esempio ancora e cautela ai posteri, degna è qui di memoria l'infelice morte di Antonio Foscherini, cavaliere e senator veneto, che accusato di aver tenute corrispondenze segrete con istranieri ministri, pubblicamente terminò col capestro la vita. Siccome lasciarono scritto il cavalier Nani, Vittorio Siri ed altri, per le insidie passate e per le turbolenze presenti, la veneta repubblica (sempre per somiglianti delitti gelosissima ed inesorabile) gran credito diede ai sospetti, e troppa fede agli accusatori e testimonii; laonde precipitosamente si venne alla sentenza di morte. Ma fu fatto morire un innocente: il che casualmente dopo qualche tempo si venne a scoprire. Perciocchè in leggere un processo, per cui venivano certuni convinti di false testimonianze, si risovvenne uno del consiglio de' dieci che un di costoro avea testimoniato contro del senatore suddetto. Preso costui, confessò di aver concertata la calunnia per cogliere il lucro proposto a chi rivela delitti di Stato; laonde egli ne ebbe con gli altri il meritato gastigo. Fu poi pubblicato un editto, che restituiva all'onor primiero il giustiziato cavaliere, e tutta la sua nobilissima casa; ma senza che si restituisse per questo la vita a chi per un sì mal fondato e mal pesato processo l'avea già indegnamente perduta. È da lodar lo zelo per la salute della patria, ma questo dee ben sempre camminar con somma circospezione, affinchè gl'innocenti non soggiacciano alle pene riserbate solo ai veri delinquenti. E che un caso tale abbia aperti gli occhi a quei saggi signori, si è assai conosciuto dipoi, ed anche ai giorni nostri se ne son vedute le pruove.
Anno di CRISTO MDCXXIII. Indizione VI.
URBANO VIII papa 1. FERDINANDO II imperadore 5.
Avea il duca di Baviera Massimiliano nella guerra mossa contro Federigo elettor palatino, siccome dicemmo, fatto l'acquisto d'Eidelberga e di tutto il Palatinato inferiore. In essa città si trovava un'insigne biblioteca di antichi codici scritti a mano, ebraici, greci, latini e d'altre lingue, raccolti, per quanto fu divolgato, da tutti i monisterii di quella provincia, introdotta che vi fu l'eresia. Attento il pontefice Gregorio a profittar anch'egli dell'altrui naufragio, sì per qualche ricompensa de' sussidii prestati al duca in quell'impresa, come ancora per la pretensione che appartenesse alla santa Sede quel tesoro di manuscritti, come spoglio di luoghi sacri, fece gagliarde istanze di ottenerli, e il duca vi condiscese. Scrivono alcuni che la persona inviata dal papa ad Eidelberga per trasportar que' codici a Roma, a cagion della poca sua accortezza, lasciò sfiorar quella sì riguardevole libreria, essendone stati asportati i codici migliori. Non pochi certamente se ne trovano nella imperiale biblioteca di Vienna. Di poca attenzione per questo fu accusato Leone Allacci, uomo di gran credito per la sua erudizione e per tanti libri dati alla luce, giacchè a lui fu appoggiata l'incombenza suddetta. Non cessavano intanto i maneggi della repubblica veneta e del duca di Savoia alla corte del re Cristianissimo, per trarre dalle mani degli Austriaci la Valtellina, e gli altri paesi occupati nella Rhetia. E perchè si scorgeva troppo manifesto l'artificio degli Spagnuoli di dar sempre belle parole, senza mai venire ai fatti, finalmente sul principio di febbraio fu conchiuso a Parigi di adoperar mezzi più forti per terminar questa briga. Si stabilì dunque una lega del _re Lodovico XIII_, della _repubblica veneta_ e del _duca_ suddetto, affin di obbligare tanto il _re Cattolico_ che l'_arciduca Leopoldo_ a rimettere in pristino le cose de' Grigioni, salva sempre nella Valtellina la religione cattolica. Non sembra che la corte di Francia nudrisse vera voglia d'impiegar le sue armi in questo litigio, e fu piuttosto creduto che il solo strepito della formata confederazione metterebbe il cervello a partito agli Austriaci, siccome appunto avvenne. Era già stato altre volte messo in campo il partito di consegnare in deposito al papa tutte le fortezze occupate o fabbricate dagli Austriaci nella Rhetia e Valtellina, acciocchè la santità sua le guernisse con presidio suo proprio, e tenesse quel paese finchè fosse assicurato il punto della religione d'essa Valtellina per l'avvenire. Ora il _re Filippo IV_ nel dì 17 del suddetto febbraio spedì l'ordine che si dovesse far la consegna d'esse fortezze, forse lusingato dalla speranza di far anche buon mercato col mezzo d'un pontefice, in cui non si potea presumere molta inclinazione ai Grigioni seguaci dell'eresia. Ripugnavano a questo impegno i cardinali per timore che entrasse in un labirinto la dignità della santa Sede, stante non poter ella trattare con essi Grigioni, e il rischio di disgustar infine alcuna delle potenze interessate. Ma i nipoti del papa, siccome pensionarii della Spagna, col forte motivo di risparmiare una guerra all'Italia e di poter meglio accudire agl'interessi della religione nella Valtellina, trassero la santità sua ad accettare il deposito. Pertanto nel mese di maggio spedì il pontefice _don Orazio Ludovisio_ suo fratello, creato sui primi giorni del di lui pontificato generale della Chiesa, e poscia divenuto duca di Fiano, che con cinquecento cavalli e mille e cinquecento fanti nel dì 6 di giugno prese il possesso dei forti della Valtellina, e dopo molti contrasti anche di Chiavenna e della Riva. Nel qual tempo l'arciduca Leopoldo ritirò il presidio da altri luoghi della Rhetia: con che per ora si tolsero i semi di una grave perturbazione alla Lombardia; e tutti i negoziati per tal pendenza si ridussero alla corte di Roma, giacchè a lei era rimessa la deliberazione di questo affare.
Perchè il papa dopo il deposito parve che non si affrettasse, come bramavano i Franzesi, a sentenziare sulla Valtellina, e andava prolungando i negoziati, non mancò gente maliziosa che sognò in lui inclinazione a ritener quel dominio per la Chiesa romana, o a trasferirlo ne' suoi nipoti. Ma a questi lunarii e sospetti mise fine la morte che nel dì 8 di luglio rapì alla terra esso _Gregorio XV_ pontefice degno di più lunga vita, e glorioso per non avere ommessa diligenza veruna per sostenere la religion cattolica in Germania, e la quiete in Italia. Neppur egli dimenticò di arricchire, per quanto potè, la propria casa, ma con onesti mezzi. Impetrò specialmente dal re Cattolico che si maritasse con un suo nipote l'unica figlia ed erede del principe di Venosa, che portò in dote un'annua rendita di quaranta mila ducati in tanti feudi del regno di Napoli. Nè poco contribuì a questo ingrandimento il _cardinale Lodovico Ludovisio_ nipote, il quale, per risparmiare al pontefice zio le brighe spinose del governo, le assunse egli, lasciando che il papa si divertisse in ascoltar le accademie istituite da lui nel palazzo, alle quali interveniva con piacere, siccome persona dottissima e amante dei professori delle lettere. Questo cardinal padrone nondimeno riportò lode d'aver esercitata la giustizia, e mantenuta l'abbondanza de' viveri e grani in Roma, in tempi di notabil carestia, ed esercitata in varie maniere la sua pietà e la sua carità verso de' poveri. Acquistò poi la casa Ludovisia l'insigne principato di Piombino, che ultimamente, per mancanza della medesima, è ricaduto col mezzo della madre Ludovisia in _don_ _Gaetano Boncompagno_ duca di Sora. Avea il pontefice Gregorio pubblicato nell'anno 1621 due riguardevoli costituzioni intorno all'elezione de' romani pontefici, che anche oggidì servono di norma ai conclavi per procedere con voti segreti in quel delicato impiego. Adunato pertanto il sacro collegio, concorsero nel dì 6 d'agosto i concordi voti, dove meno inclinava l'opinion dei politici e dei curiosi, cioè nella persona _del cardinal Maffeo Barberino_ di patria Fiorentino, non senza stupore di chiunque mirava caduta la sacra tiara in un personaggio di età di soli cinquantacinque anni e di complessione molto robusta, con rimaner troncate le speranze ai vecchi cardinali di giugnere a maneggiar le chiavi di san Pietro. Era questo porporato uomo di amenissimo ingegno, ed eccellente massimamente nelle lettere umane, ed assai versato negli affari di Stato, per gl'impieghi importanti da lui sostenuti con gran decoro in addietro. Prese egli il nome di _Urbano VIII_; e contuttochè nelle prime apparisse in lui disposizione a farla da padre comune senza veruna parzialità, pure tardò poco a trapelare in lui non lieve inclinazione alla Francia, ed unione con chi sofferiva mal volentieri la prepotenza de' ministri spagnuoli. Trovossi ben tosto il nuovo pontefice in molte angustie a ragion dell'impegno preso dall'antecessore della Valtellina; giacchè, disputandosi a chi dovesse toccare il mantenimento di que' presidii, ne voleano per onore tutto il peso gli Spagnuoli, mentre all'incontro pretendeano anche i Franzesi per loro decoro concorrere alla metà della spesa; e intanto, senza mai accordarsi, venne a restar quella milizia tutta a carico della sola camera apostolica. Fioccavano poi le istanze di Francia, Venezia e Savoia, per ultimar questo affare, e il papa non ne trovava la via, per non tirarsi addosso il disgusto della corte di Madrid. Però con varii dibattimenti, ma senza conclusione alcuna intorno a quegli affari, passò l'anno presente. Merito grande s'era acquistato coll'imperador _Ferdinando II_ il cattolico duca di Baviera _Massimiliano_ pel suo valore in avere restituito alla casa d'Austria il regno della ribellata Boemia, ed avere atterrato l'eretico palatino _Federigo_, tuttochè della propria casa. Volle l'Augusto signore premiarlo, e compensarlo ancora per le immense spese fatte in difesa sua; e però, oltre all'avergli dato il dominio del Palatinato superiore, trasferì eziandio in lui nel dì 25 di febbraio la dignità elettorale, tolta già al duca _Gian-Federigo_ suo antenato dall'imperador Carlo V. A tal disposizione gran contrasto fecero alquanti principi, e massimamente i protestanti; ma infine ebbe adempimento la cesarea volontà, con singolar approvazione della corte di Roma. Pagò nel dì 12 d'agosto dell'anno presente il tributo della mortalità _Antonio Priuli_ doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto _Francesco Contarino_. Venne parimente a morte _Federigo della Rovere_ principe d'Urbino, unico figlio di _Francesco Maria duca_ di quelle contrade; nè del suo matrimonio con _Claudia de Medici_ figlia di _Ferdinando I gran duca_ di Toscana (la qual poscia passò alle seconde nozze coll'arciduca Leopoldo) altra prole restò che una picciola principessa per nome _Vittoria_. E perciocchè non v'era apparenza che il vecchio duca potesse più avere successione legittima maschile, la corte di Roma cominciò tosto ad adocchiar quel ducato, come Stato vicino a ricadere alla camera apostolica, e a far preparamenti per assicurarsene in avvenire il dominio.
Anno di CRISTO MDCXXIV. Indizione VII.
URBANO VIII papa 2. FERDINANDO II imperadore 6.
_Armando di Plessis di Richelieu_, già vescovo di Luzzon, s'era saputo così bene introdurre nella grazia di _Maria de Medici regina_ vedova di Francia, e poscia del _re Luigi XIII_, che dopo la riconciliazione della madre col figlio fu introdotto nel real consiglio, ed arrivò a lasciarsi indietro ogni altro ministro della corona, e a diventar l'arbitro di quella corte. Mirabile era la penetrazion del suo ingegno, la sua attività, la sua accortezza; e maggiormente crebbe il credito e l'autorità di lui, dappoichè al merito suo personale s'aggiunse il lustro della sacra porpora, conferitagli da _papa Gregorio XV_ nel dì 5 di settembre del 1622. E siccome egli nulla altro meditava che di rimettere in miglior sistema e riputazione la corona di Francia, che parea scaduta per la melensaggine del precedente ministero, e specialmente ardiva di voglia di reprimere la da lui appellata baldanza dell'una e dell'altra casa d'Austria; così pensò agli affari della Valtellina, e a muovere altri turbini in Italia contra degli Spagnuoli. A questo l'incitavano ancora le doglianze continue de' _Veneziani_ e di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, nel cui capo non aveano mai posa i desiderii di nuove guerre, e soprattutto di vedere alle mani tra loro i due monarchi di Francia e Spagna, per isperanza di profittare della lor disunione. Affin di potere con più sicurezza promuovere i suoi grandiosi disegni, il Richelieu fece un trattato cogli Olandesi, e felicemente ridusse a buon termine il matrimonio di _Enrichetta_ sorella del re Lodovico con _Carlo principe di Galles_ figlio di _Giacomo re_ della Gran Bretagna, avendone impetrata la dispensa dalla santa Sede per li vantaggi che si sperava averne da provenire alla religione cattolica nella monarchia inglese. Erano fin qui stati fluttuanti i negoziati per la Valtellina; perciocchè avea bensì il _pontefice Urbano VIII_ abbozzato un accomodamento, per cui fosse restituita ai Grigioni quella provincia colla reintegrazione e garanzia della religione cattolica; ma perchè si era preservato il passo libero per quelle parti ai vicendevoli soccorsi delle due potenze austriache (punto egualmente disapprovato dalla Francia e dalla repubblica veneta), restò priva d'effetto la buona volontà e determinazione della corte di Roma. Pertanto, a tenore de' maneggi del duca di Savoia, tenuta fu una gran conferenza in Susa fra esso duca e il _Lesdiguieres_ gran contestabile di Francia, e gli ambasciatori di Venezia, dove si sottoscrisse la lega della Francia, repubblica veneta e duca di Savoia, per liberar la Valtellina. Nè qui si fermò il corso delle pretensioni. Fremeva forte esso duca contro la repubblica di Genova, sì perchè era stato suppiantato da essa nell'acquisto fatto del marchesato di Zuccherello sui confini del Piemonte, il quale dalla camera imperiale fu aggiudicato ai Genovesi, e sì ancora perchè in Genova era trascorsa la plebe in alcuni dileggiamenti della persona del medesimo duca. Ma quel che più l'accendeva a romperla co' Genovesi, era la facilità da lui ideata di conquistare un buon tratto del loro dominio. Propose dunque alla Francia, come maniera più acconcia di deprimere il fasto spagnuolo in Italia, la conquista della città di Genova e della riviera di Levante, che dovessero venire in preda a' Franzesi, restando a lui quella di Ponente. Forse crederà taluno che non fossero approvati da' Franzesi tutti questi ideali progetti. La verità non di meno è ch'egli imbarcò la corte di Francia anche in sì vistoso disegno, e che non meno i Franzesi che i Veneziani si servirono qui di un ripiego della creduta fina politica. Imperciocchè i Franzesi voleano solamente entrarvi come ausiliarii del duca, dei Grigioni e Svizzeri collegati, senza dichiarar guerra aperta alla Spagna; e i Veneziani intendeano anche essi di somministrar danari e munizioni per la Valtellina, ma con ritenere per quanto potessero le loro milizie ai confini dello Stato di Milano, e senza approvare i disegni contra di Genova.
Accordate che furono in questa guisa le pive, si diedero i collegati a preparar l'opportuno armamento. Intanto i Franzesi non parlavano alla corte di Madrid se non di pace, e di un amichevole temperamento per finir quella briga: il che fu cagione che per quanto il duca di Feria governator di Milano scrivesse lettere sopra lettere, rappresentando le mene da lui scoperte degli alleati, e insistendo per soccorsi, pure fossero sempre valutate per soli spauracchi le di lui insinuazioni. Dall'altro canto il re Cristianissimo fece vieppiù incalzare il pontefice, affinchè o determinasse in breve la controversia della Valtellina, ovvero rinunziasse al deposito, rimettendo le fortezze ai Grigioni, oppure agli Spagnuoli; altrimenti intendeva di aver le mani slegate, e di essere in libertà di valersi di mezzi efficaci per sollievo dei Grigioni suoi collegati. Ma il papa, tra perchè i Valtellini faceano replicate istanze di sottomettersi al dominio pontificio (canto che non dispiaceva alle orecchie romane), e per la persuasione che niun de' principi cattolici avesse da perdere il rispetto alle bandiere di San Pietro, andava barcheggiando, senza venire a risoluzione alcuna. Intanto il marchese di Coeuvres, ambasciatore del re Cristianissimo, colle calde sue insinuazioni, e molto più colla potente retorica del danaro franzese e veneto, mosse gli Svizzeri e i Vallesani a far leva di gente, ed animò i Grigioni alla sollevazione. Sul fine poi di novembre il marchese suddetto, di pacifico ambasciatore divenuto capitano guerriero della lega, messosi alla testa delle truppe adunate, improvvisamente entrò nella Rhetia, e dopo avere sloggiate da alcuni posti le truppe dell'arciduca Leopoldo, passò nella Valtellina, cominciando ad impossessarsi di que' luoghi, che non poteano fare resistenza. Non sapea darsi pace Niccolò Guidi marchese di Bagno, luogotenente generale delle armi pontificie in quella provincia, che un ministro di Francia procedesse sì avanti con vilipendio della dignità della santa Sede, e ne fece delle replicate doglianze. Ma poco stette a veder comparire lo stesso marchese di Coeuvres sotto Tirano, dove, come in luogo più forte, teneva il Guidi il maggior suo presidio. Perchè non si fidava degli abitanti di quella terra, si ritirò esso marchese di Bagno nel castello. Seguirono delle ostilità; ma perchè giunsero artiglierie spedite da' Veneziani, il Guidi nel dì 8 di dicembre capitolò, che se per tutto il dì 10 seguente non gli arrivava soccorso, cederebbe il castello, ed egli colle sue genti se ne tornerebbe negli Stati della Chiesa. Nel dì 11 se ne andò il Bagno, e con poca fatica da lì innanzi il Coeuvres s'impadronì di Sondrio, Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina, a riserva di Riva ben guernita dagli Spagnuoli, non senza biasimo degli uffiziali e soldati del papa, che come pecore si lasciarono cacciar dai luoghi capaci di buona difesa. Gente non di meno vi fu, e specialmente in Ispagna, che sospettò un segreto concerto del papa co' Franzesi di lasciarsi forzare, per isciogliere una volta quel nodo, giacchè _Urbano VIII_ non avea mai approvato l'impegno preso dal suo predecessore _Gregorio XV_. Ciarle furono tutte queste. Certo è che di grandi esclamazioni e vere querele fece il papa a Parigi per tale invasione e violenza all'armi sue, ma senza voler entrare in più gravi e dispendiosi risentimenti. Più ancora ne fecero gli Spagnuoli. Il _cardinale di Richelieu_, parte con parole dolci, parte colle brusche, si cavò fuori d'intrico, e seguitò francamente le tele precedenti per effettuare gli altri suoi disegni.
Anno di CRISTO MDCXXV. Indizione VIII.
URBANO VIII papa 3. FERDINANDO II imperadore 7.
Si celebrò in quest'anno il giubileo della santa Chiesa romana, intimato da papa _Urbano VIII_; ma non vi si mirò il gran concorso de' pellegrini divoti, come in altri precedenti. La pestilenza insorta in Palermo ed altri luoghi della Sicilia facea quivi terribile strage, e sommo spavento eziandio recava all'Italia. Oltre a ciò, le turbolenze della Valtellina, e un fiero temporale insorto contra della repubblica di Genova, intorbidavano in questi tempi la quiete della Lombardia e dei circonvicini paesi: tutti ostacoli alla divozione pellegrinatoria de' fedeli. Si videro nondimeno comparire a Roma in sì pia congiuntura _Uladislao principe_ di Polonia, figlio dell'invitto _re Sigismondo_ trionfatore de' Turchi, e poscia l'_arciduca Leopoldo_, i quali dal pontefice riceverono ogni maggior contrassegno di stima e di affetto. Poco godè dell'illustre sua dignità _Francesco Contarino_ doge di Venezia, perchè fu in quest'anno rapito dalla morte, ed ebbe per successore _Giovanni Cornaro_. Concepì speranze di grandi vantaggi il cattolicismo per le nozze di _Carlo I re_ della Gran Bretagna (il cui padre _Giacomo Stuardo re_ era dianzi nel mese di aprile mancato di vita) celebrate nel mese di luglio con _Enrichetta principessa_ sorella di _Lodovico XIII_ re di Francia: ma queste speranze col tempo si ridussero a sole foglie e fiori. Nè si dee tacere per gloria di uno de' gran capitani, figli dell'Italia, che avendo _Ambrosio Spinola_, generale dell'armi spagnuole in Fiandra, nel mese d'agosto del precedente anno, assediata Bredà, piazza pel sito e per le innumerabili fortificazioni creduta inespugnabile, in vicinanza del mare e di Anversa, gli riuscì di rendersene padrone nel dì 5 di giugno dell'anno presente. Celebre sopra modo fu quell'assedio, incredibile l'industria, il senno e la costanza dello Spinola in sostener quell'impresa contro tutti gli sforzi dell'Inghilterra e di Maurizio di Nassau principe Oranges e generale degli Olandesi, che appunto finì i suoi giorni sul principio di maggio del presente anno, lasciando fama di essere stato uno de' primi guerrieri del suo tempo.
Qualche azion militare si fece in questi giorni anche nella Valtellina, ma di sì poco rilievo, che non occorre farne menzione. Il _duca di Feria_ governator di Milano avea già in pronto un sufficiente esercito, che servì a frastornare ogni ulterior progresso de' Franzesi e Veneti in quelle parti. Avrebbe egli anche potuto far di più, se non fosse stato costretto a tener gli occhi aperti ad un maggior temporale che scoppiò contro i Genovesi. Era riuscito, siccome dicemmo, a _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia d'ubbriacare i Franzesi colla da lui rappresentata agevolissima conquista di Genova, rappresentando quella città tanto illustre e ricchissima ormai invecchiata e sopita nell'ozio, infiacchita nelle delizie, sprovveduta di fortificazioni moderne e di soldatesche, con supporre ancora ai medesimi, e non senza ragione, di tener buone intelligenze con alcuni malcontenti nel cuore della medesima città. Perciò, come se avessero in pugno la preda, con alcune capitolazioni la spartirono fra loro; anzi fecero i conti fin d'allora sullo Stato di Milano, sul Monferrato, sulla Corsica, formando varii patti di divisione: che di tali magnifiche idee era mirabilmente fornito l'animo grande di esso duca. Avea la corte di Francia a questo fine fatto un trattato cogli Olandesi, che s'impegnarono d'inviare venti grossi vascelli ben corredati in rinforzo dell'armi di Savoia. Le galee ancora e i galeoni di Francia, benchè solamente i fusti, e senza inalberarvi lo stendardo reale, doveano servire al duca, e il contestabile di Lesdiguieres come ausiliario assistergli con grosso nerbo di gente, pretendendo con ciò di non far guerra dichiarata: tele di ragno, colle quali vanno anche oggidì i principi del mondo coprendo gli ambiziosi loro disegni. Non concorsero i Veneziani collegati in questa diversione, anzi positivamente la riprovarono; e se pure si volea far guerra, la desideravano contro lo Stato di Milano: cotanto si trovavano ora mal soddisfatti delle due potenti case d'Austria. Fatta dunque nel dì 4 di marzo in Asti la rassegna generale delle truppe franzesi e savoiarde, si trovò ascendere quell'armata a venti quattro mila fanti e tre mila cavalli con buon treno di artiglieria. A sì feroce insulto poco si trovavano preparati i Genovesi, perchè niun giusto motivo nè dalla parte della Francia, nè da quella di Savoia appariva di muoversi alla loro rovina: senza riflettere che ai conquistatori non mancano mai pretesti per far guerra ai vicini; e che se un confinante s'arma, s'ha sempre a temere. E quantunque sorgessero sospetti che contro di loro si disponesse la danza, pure non voleano prestar fede a chi gli assicurava della trama ordita; e però lentamente procederono ad armarsi, e a raunar genti, viveri e danari per una gagliarda resistenza; finchè, veduto vicino il nembo, si svegliarono. Allora fu che si diedero a tempestare il duca di Feria in Milano, e il re Cattolico _Filippo IV_ per poderosi aiuti, facendo con facilità conoscere quanto comune fosse la causa. Perduta Genova, era perduto lo Stato di Milano. Parimente fecero istanze ai lor corrispondenti di Spagna per soccorso di pecunia, e questi non mancarono d'inviarne dipoi in gran copia. Intanto si dilatò lo sbigottimento nella città; e dappoichè si vide muoversi a quella volta il torrente, vennero non pochi al disperato consiglio di abbandonar tutta la riviera di Ponente e il di qua dall'Apennino, per ritirar tutte le forze alla difesa del cuore. Ma prevalse il sentimento di Gian-Girolamo Doria, capitan vecchio e di sperienza, e di Carlo Doria duca di Tursis, e di altri più saggi e coraggiosi, che si sostenesse la città di Savona, e si armassero i passi di Gavi e di Rossiglione, per trattenere, il più che fosse possibile, lungi da Genova quell'impetuosa tempesta.
Entrò dunque l'esercito collegato dalla parte di Novi nel Genovesato, e gli si arrenderono varii luoghi. Il _duca di Savoia, il principe di Piemonte Vittorio Amedeo suo figlio_ e _Lesdiguieres_ in varii siti di qua dall'Apennino fecero sì grande empito, che sconfissero nel giorno di giovedì santo le truppe genovesi a Rossiglione, e poscia diedero una rotta maggiore ad esse genti ad Ottaggio: disgrazie che accrebbero forte lo spavento in Genova, e insieme lo sdegno contra del duca, incredibilmente per altri motivi odiato da loro. Si rincorarono poscia alquanto gli animi per l'arrivo colà di Lodovico Guasco con due mila fanti e ducento cavalli, spediti per le vie di Levante in loro aiuto. Ottaggio intanto fu preso, e dato a sacco, e rimasero prigionieri i difensori. In quelle parti vi restava ancora Gavi da espugnare, ma non si durò fatica a prendere quella terra col castello. Gran dispareri poscia seguirono fra il duca e Lesdiguieres. Pieno di fuoco e di speranze il primo, insisteva che si marciasse a dirittura a Genova; laddove l'altro, considerando le forze e la gran popolazione di quella città, e di che sia capace l'amore della libertà; e riflettendo a ciò che potea avvenire, se il duca di Feria dalla parte di Milano con assai schiere da lui allestite venisse a tagliar la comunicazione colla Lombardia, e se inoltre sopraggiugnessero per mare i soccorsi aspettati in Genova da Napoli e Sicilia; ripugnò a tal risoluzione. Il perchè dal duca fu spedito il principe di Piemonte ad occupar la riviera di Ponente, frutto che dovea a lui restare di questa guerra. Andò egli; colla forza si impadronì della ricca terra della Pieva, dove tutti corsero al saccheggio: ricuperò Oneglia, terra sua poco prima occupata dai Genovesi; e vennero poscia alle sue mani la città di Albenga e Ventimiglia, e le terre di Alassio, Porto Maurizio, San Remo, Loano, Castel Diano, in una parola, tutta la suddetta riviera, cominciando dal Finale sino a Villafranca per lo spazio di sessanta miglia. Non dimenticarono i vittoriosi soldati di far quanto spoglio poterono in quelle parti. Continuava nulladimeno il duca nel disegno di passar sotto Genova; al qual fine facea di gran preparativi: ed essendosi impossessato di Savignone, sei miglia vicino alla città, se l'aspettavano a momenti i Genovesi sotto le mura. Giunse a tempo a calmare la costernazione di quel popolo una galea che di Spagna recava un milione di ducati d'oro, e ne sopraggiunsero poi altre che condussero di colà (per quanto fu detto) sei altri milioni, spettanti ai privati Genovesi, ma somministrati al bisogno della repubblica. Quel nondimeno che maggiormente fece dar bando al timore, fu che il cavalier Pecchio arrivò a Genova con circa tre mila fanti dei terzi di Modena e Parma, inviati dal duca di Feria. In quei mari ancora comparve il marchese di Santa Croce con trentatrè galee di Spagna, sopra le quali erano quasi quattro mila fanti, la maggior parte gente veterana. Da Napoli vennero alcuni galeoni con mille e cinquecento uomini, e le galee di Sicilia con secento Spagnuoli, e parimente il marchese di Bozzolo con ottocento fanti e ducento cavalli, condotto da quella repubblica: con che si trovò aver già in pronto i Genovesi un'armata di circa dodici mila fanti.
Contuttociò fu creduto in Genova miglior consiglio di nulla azzardare, se prima non usciva in campagna il duca di Feria. I soli popoli della Pozzevera infestavano il campo gallo-savoiardo, e giunsero ad assediare in Savignone il principe di Piemonte, che fu liberato dal padre. Erano in questo mentre le forze principali dello Stato di Milano impiegate nella difesa di Riva, luogo vilissimo sul lago di Chiavenna, ma ben fortificato dal governator di Milano. Al comando di esse stava il conte Giovanni Serbellone, che varie pruove diede in ributtare il marchese di Coeuvres, ito più volte, ma indarno, ad assalire quel sito. Tante nondimeno furono le istanze de' Genovesi, che il Feria passò infine con quante genti potè raunare a Pavia, e intanto andarono giugnendo in Lombardia i Tedeschi, assoldati specialmente coll'oro de' Genovesi. Se si ha da credere al Capriata, erano circa sedici mila combattenti, comandati dal barone di Pappenaim, e dai conti di Solm e di Scultz, ed inoltre non poche squadre di cavalleria feroce, venuta dalla Polonia e Croazia, che, unita ai Lombardi e Napoletani, ascendeva a cinque mila cavalli. Mossesi allora il duca di Feria da Pavia con passare ad Alessandria, e al movimento suo cominciarono ad eclissar le glorie efimere del nemico esercito; e tanto più perchè erano cresciute le gare e diffidenze fra il duca di Savoia e il contestabile Lesdiguieres, sospettato, probabilmente senza ragione, corrotto dai regali segreti dei Genovesi. Ritiraronsi dunque i Gallo-Savoiardi fuori dello Stato di Genova, inseguiti sempre dal Feria, che volò ad impadronirsi della città d'Acqui, dove fu ritrovato un magazzino di viveri e munizioni, e la guardaroba del duca di Savoia con ricchi arredi, argenterie e livree, colle quali si sparse voce che egli pensasse di far la sua pomposa entrata nella debellata città di Genova. Grande onore acquistò in tal congiuntura il principe Vittorio Amedeo, perchè, inseguito dagli Spagnuoli, con buon ordine e bravura ridusse in salvo tutte le genti ed artiglierie.
Ricuperarono intanto i Genovesi Gavi e Novi, e gli altri posti di qua dall'Apennino, con cogliere in Gavi molti pezzi d'artiglieria del duca di Savoia. Similmente il marchese di Santa Croce colle galee per mare, e con otto mila fanti e due compagnie di cavalleria per terra, si portò a liberar la riviera di Ponente dai nemici. In poche settimane tornarono all'ubbidienza della repubblica Albenga, Ventimiglia e tutte le altre terre di quelle parti. Nè di ciò contenta quell'armata, passò ad assediar Ormea, terra del duca, con prendere a forza d'armi non meno essa che il castello. Seguì ivi grande effusione di sangue, e tutto andò a sacco. Da questo esempio sgomentati quei di Garessio e di Bignasco, inviarono le chiavi al Santa Croce. Mentre tali imprese si faceano nella Riviera, il duca di Feria, bramoso di qualche fatto glorioso, si portò all'assedio della fortezza di Verrua, considerabile allora per la situazione sua, ma non già per regolate fortificazioni; vi passò nondimeno con tale lentezza, che diede tempo al duca di Savoia di gittarsi in Crescentino, e di spingere un buon rinforzo di gente in quella piazza, di farvi alcuni trincieramenti, e di fabbricare dipoi un ponte, che congiugneva Crescentino con Verrua: ponte due volte rotto dagli Spagnuoli, e sempre rifatto dall'intrepido duca Carlo Emmanuele. Per quanti sforzi facesse dipoi il Feria sotto Verrua, tutti riuscirono vani; laonde, accostandosi il verno, e ricevuta nuova che fossero calati in Piemonte sei mila Franzesi, giudicò meglio il ritirarsi, che di lasciar ivi a repentaglio gente ed onore. Ed ecco dove andò a terminare sì strepitoso fenomeno, senza alcun frutto, e solo con danno per parte del duca di Savoia, e con ignominia dal canto dei Franzesi, che sì leggermente entrarono in questo impegno, e poi lasciarono il duca in ballo senza soccorrerlo colla flotta del duca di Guisa, e con valersi in proprio servizio dei venti vascelli olandesi, già promessi per l'Italia. Si aggiunse, aver preteso nello stesso tempo di metter eglino i presidii nelle terre che si andavano occupando. In somma poco conto per lo più truovano gli altri animali in voler far lega col lione.
Al pontefice _Urbano VIII_ sommamente dispiacevano queste funeste brighe in Italia; laonde, per troncarne il corso, e massimamente per impedire, se era possibile, che non venissero ad un'aperta rottura le corone di Francia e di Spagna, determinò d'inviare a Parigi una maestosa legazione; e fu scelto per essa il _cardinal Francesco Barberini_ suo nipote, assai giovane di età, ma non di senno, ed anche assistito dai prelati veterani nelle faccende del mondo. Giunto egli colà nel mese di maggio, rinnovò i risentimenti per l'affronto fatto all'armi della Chiesa nella Valtellina, chiedendone il risarcimento; propose una sospension d'armi in Italia, e a tutto suo potere seminò consigli di pace. Finezze e dimostrazioni di stima non mancarono al legato; ma per conto dei suoi negoziati, si trovò egli tanto inviluppato dagli artifizii di quella corte, che finalmente sul fine dell'anno, veggendo andarvi del suo decoro nel continuare in sì disutile impiego, si partì da Parigi, e tornossene poco contento a Roma. Disgustato per questo il pontefice, parve disposto a voler far prova della sua bravura nell'anno seguente, con assoldare infatti sei mila fanti e cinquecento cavalli per rientrare nella Valtellina. Poca durata ebbe poi questo fuoco, tra perchè s'intrecciarono varii privati disegni dell'ingrandimento della propria casa, e perch'egli penetrò, siccome diremo, gli occulti matteggi delle due corone, per venire senza di lui alla concordia. Prosperarono cotanto in quest'anno non meno in Ungheria che in Germania gli affari di _Ferdinando II_ imperadore, che ottenne di far coronare re d'Ungheria il suo figlio _Ferdinando III_.
Anno di CRISTO MDCXXVI. Indizione IX.
URBANO VIII papa 4. FERDINANDO II imperadore 8.
Si aspettava ognuno che più fiera che mai si riaccendesse la guerra nell'anno presente in Italia, dacchè si vide inviato a Parigi il _principe di Piemonte_ dal duca _Carlo Emmanuele_ suo padre a far istanza per un più potente armamento; e molto più dacchè si seppe che allo stesso principe era stato conferito il titolo di generale dell'armi della Francia in Italia, senza dover dipendere dal contestabile, o da altri pedanti nelle imprese militari. A maggiormente poi accrescere nel mese di marzo questo timore servì l'arrivo in Lombardia di _Torquato Conti_ duca di Guadagnolo, figlio del duca di Poli, con sei mila fanti e secento cavalli stipendiati dal papa, con ordine di accoppiarsi con gli Spagnuoli alla ricuperazion della Valtellina, e a tornare in pristino il deposito di quella provincia. Del che pervenuto l'avviso in Francia, furono spediti danari ed ordini al marchese di Coeuvres, per far leva di nuove genti. Ma eccoti all'improvviso contro l'espettazion d'ognuno saltar fuori la pace tra la Francia e la Spagna, i cui articoli nel dì 5 oppure 6 di marzo furono segnati in Monsone, terra d'Aragona, dal conte duca, cioè dall'Olivares, e dal conte di Fargis ambasciatore di Francia, ma pubblicati molto più tardi. Non si può spiegare quanti artifizii e mascherate si facessero giocare in questo negoziato. Più d'una volta fece vista la corte di Parigi di disapprovare il concordato dal suo ministro in Ispagna, e di voler richiamare e gastigare lui stesso; e pure gustò infine l'operato da lui. V'erano delle segrete ruote che movevano il _Richelieu_ a voler quella pace, perchè abbondavano in Francia i malcontenti ed invidiosi del soverchio suo dominio; nè molto si stette a vederne lo scoppio. Era giunto il papa ad inviare in Ispagna con titolo di legato lo stesso suo nipote _cardinale Francesco_, voglioso di far una nuova comparsa anche in quella corte, per tenere al sacro fonte una nuova figlia del re Cattolico, e per trattar ivi della pace d'Italia, sperando miglior fortuna ivi di quella che avea provato in Parigi. Arrivato che egli fu in Catalogna, e volendosi mischiare nel trattato, gli diedero ad intendere già terminato il negozio (che nondimeno era tuttavia pendente), e finsero dipoi sottoscritti i capitoli nel dì suddetto di marzo. Nulla in Parigi se ne comunicò al principe di Piemonte e al ministro veneto, se non dopo il fatto con pascere intanto ambedue di pensieri ed apparati di guerra. I principali articoli di questa concordia furono: Che in perpetuo non sarebbe altro esercizio che quello della religion cattolica romana nella Valtellina, contado di Bormio e Chiavenna. Che fosse salva in que' luoghi la sovranità dei Grigioni, con pagar loro la provincia un annuo tributo, ma con facoltà ai Valtellini di eleggere liberamente i lor governatori e magistrati tutti cattolici; la quale elezione fosse obbligata la repubblica dei Grigioni di ratificare. Che tutti i forti di essa provincia sarebbono rimessi in mano del papa, e poi demoliti e rasati. Fu riserbato ad arbitri e all'autorità delle due corone di comporre le differenze civili rimaste fra i lor collegati.
Gran rumore, gran battaglia di sentimenti cagionò questa improvvisa pace. I più, ed anche in Francia, ne sparlavano a bocca aperta, come se si fosse fatto il funerale alla riputazione della corona franzese con questo accomodamento, e quasichè troppo in esso avesse guadagnato la Spagna. Perciocchè, senza parlar del punto della religione, voluto e lodato dai cattolici tutti, dicevano essi che veniva la Valtellina a restare in sostanza, se non in apparenza, indipendente dalla giurisdizion dei Grigioni, e tutta divota per i ricevuti vantaggi e per la necessità del commercio a' vicini Spagnuoli. Oltre a ciò, rimanevano traditi e sacrificati gl'interessi di tutti i collegati della Francia, e troppo sconciamente pregiudicato alle convenienze d'ognuno. Infatti rimasero stranamente alterati gli animi de' Grigioni, de' Veneziani, e specialmente del duca di Savoia, ed ognuno di essi proruppe in molte doglianze. Tuttavia per prudenza e per necessità convenne loro accomodarsi alle determinazioni di chi le poteva far eseguire. Il pontefice, i Genovesi e gli altri principi d'Italia con occhi diversi riguardarono questo accordo. Se ne compiacquero gli ultimi, non già per l'onore e per li vantaggi della Spagna, ma perchè tornava la calma in Italia. Maggior piacere ne provarono i Genovesi, che collegatisi in questo boiler di cose col re Cattolico, restavano sotto la di lui protezione, e liberati dalle nuove minaccie del duca di Savoia. Finalmente assaissimo ne esultò il pontefice, perchè, quantunque penasse a digerire il non essere stati ammessi i suoi ministri al trattato, pure, al mirare così ben assicurato il punto importante della religione, e provveduto al suo decoro colla restituzion dei forti della Valtellina, di più non gli restava da desiderare. Forse anche l'armamento da lui fatto non provenne da intenzione alcuna di guerra, ma bensì da segretissimi avvisi, come avea da finir questa faccenda; laonde spedì egli prontamente quelle truppe, affinchè fossero pronte a riceverne la consegna. Finalmente, considerando il midollo d'essa pace, non vi si potè trovar lesa la giustizia, perchè si restituì ai Grigioni l'alto lor dominio nella Valtellina, con rimediar solamente all'usurpazione da lor fatta contro i precedenti usi e patti sulla religione e libertà di que' popoli. Si attese intanto all'esecuzion del trattato. Gran difficoltà e dilazioni oppose il marchese di Coeuvres alla consegna delle fortezze; ma sul principio dell'anno seguente n'entrò in possesso Torquato Conti a nome del pontefice, e tutto fece demolire. In Francia coll'assenso dello ambasciatore spagnuolo fu dipoi tassata la pensione o tributo, che si dovea pagare ogni anno dalla Valtellina ai Grigioni, in venticinque mila scudi. Più scabroso riuscì il comporre le differenze del duca di Savoia co' Genovesi, e convenne portar l'affare alla corte di Spagna. Pretendeva il duca per preliminare la restituzione dei luoghi, di una galea e dei cannoni a lui presi. A questo in fine condiscesero i Genovesi, ma ben saldo tennero l'acquisto del marchesato di Zuccherello, e viva tuttavia durò la discordia fra loro. Restò sì amareggiato esso duca _Carlo Emmanuele_ contro la corte di Francia, e massimamente contro il cardinale primo ministro, che, per isfogare il conceputo implacabile suo odio, non lasciò indietro arte veruna. Era cervello atto ad imbrogliar tutta l'Europa. Però non fu difficile il figurarsi che egli per mezzo dell'abbate Scaglia suo accortissimo ministro avesse preso a fomentare i malcontenti di Francia, esibendo loro aiuti; e certo egli accolse chi di essi a lui ricorreva. Erasi in effetto manipolata una grave congiura contra del favorito _Richelieu_, al cui dispotismo non si sapeano accomodare i grandi, e vi ebbe parte lo stesso _Gastone duca_ d'Orleans fratello del re. Ma più volte la testa sagacissima del Richelieu solo seppe far abortire tutti i loro disegni. Se veramente il duca avesse mano in que' viluppi, non ho io cannocchiale che mel faccia discernere. Fallito questo colpo, fu creduto che egli si volgesse a _Carlo I re_ della Gran Bretagna, per attizzarlo contro i Franzesi, e che movesse trattati segreti cogli Ugonotti e col duca di Lorena, acciocchè tanto essi dal canto loro, che egli dal suo, in un medesimo tempo attaccassero un fiero incendio in Francia. Quel che è certo, quantunque sapesse irritata forte contra di lui per le passate cose la corte di Spagna, pure ebbe maniera di introdurre colà un negoziato per riconciliarsi, offerendosi pronto ad abbracciare il partito del re Cattolico: al che trovò delle disposizioni nel conte duca. Concepì in questi medesimi giorni esso duca di Savoia l'idea d'intitolarsi re di Cipri: al che non gli mancavano buoni fondamenti, ma con trovare la repubblica di Venezia armata d'opposte pretensioni e ragioni. Si può ben credere che di somigliante disputa non si mettesse gran pensiero la Porta Ottamana, la quale placidamente in danno della Cristianità seguita anche oggidì a godersi quel regno, nè sembra inclinata a rilasciarlo ad alcuno dei pretendenti. Il dì 29 di ottobre l'ultimo fu della vita di _Ferdinando Gonzaga duca_ di Mantova; e perchè non lasciò prole alcuna legittima, a lui succedette nel ducato _Vincenzo_ suo fratello, uomo perduto ne' piaceri, e che perciò andava fabbricando delle mine pregiudiziali al suo vivere, come infatti staremo poco a vedere.
Di sopra accennammo non avere _Francesco Maria della Rovere_ duca d'Urbino procreato se non un figlio, cioè _Federigo Ubaldo_, giovane dissoluto, prodigo e di vita sregolata, senza che nè i comandi del padre, nè i consigli della gente savia e pia il potessero tenere in freno. Sul più bello dei suoi solazzi e delle sue allegrezze, per essere stato pochi giorni prima proclamato duca, fu questi una mattina trovato morto in letto senza precedente alcuna infermità. Questo avvenne nell'anno 1623. Chi ne disse una cagione, e chi un'altra. Con gran costanza il duca Francesco Maria ricevette l'avviso dal vescovo di Pesaro, città, dove succedette la repentina morte del figlio, e saviamente represse gli empiti e violenti affetti della natura. Siccome di sopra dicemmo, la corte di Roma, che stava attentissima a tutti i moti di quella d'Urbino, sapendo ch'erano, per la vecchiaia del duca quasi ottuagenario, seccate le speranze d'alcuna successione, cominciò per tempo a disporsi per raccogliere quel riguardevole Stato, che andava a decadere in lei. Ma perciocchè _Claudia de Medici_ moglie del defunto Federigo Ubaldo era restata gravida, e partorì poscia una fanciulla, alla quale fu posto il nome di _Vittoria_, i Veneziani, il gran duca e gli altri principi d'Italia avrebbono desiderato che per mezzo di questa principessa fosse ivi continuato quel principato, affinchè non si slargassero tanto le fimbrie della Chiesa. Ma essa ne era incapace secondo le investiture; oltredichè le tante bolle dei papi contrarie all'infeudare Stati cospicui non lasciarono luogo a cotal progetto. Oltre a ciò, per quanto fosse proposto al _pontefice Urbano VIII_ di far cadere questo pezzo d'Italia in uno dei suoi nipoti, e gli Spagnuoli stessi si gloriassero di essere promotori di un tal consiglio, pure il papa si difese sempre da somiglianti sirene. Fu dunque con sollecitudine spedito da esso papa ad Urbino il novello _arcivescovo Santorio_, che cominciò ad ingerirsi in faccende di Stato, e a volerla fare da soprintendente: del che si riputò molto offeso il vecchio duca; e perciò sdegnato inviò la nipote Vittoria ad allevarsi nella corte di Toscana; e tanto più perchè bramava di darla poi in moglie al giovinetto _gran duca Ferdinando II_. Rinforzò egli anche di guernigioni toscane le sue principali piazze. Ma di ciò ingelosito il papa, quasichè si tramasse di far passare quel ducato nella casa de Medici, inviò anche egli truppe ai confini della Toscana e d'Urbino. Cessati poi quei primi rumori, si mise mano alla quintessenza della destrezza ed eloquenza romana, per indurre il duca a rinunziare con donazione _inter vivos_ il suo ducato alla Chiesa, affine di risparmiar le dissensioni ed ogni pericolo di guerra, che potesse suscitarsi dall'invidia e malizia altrui. Era il duca _Francesco Maria_ principe di grande intelligenza, prudente, amico de' letterati (pregio, di cui si gloriarono anche l'avolo e il padre suo), benigno, affabile, e in lui concorreva la gloria primaria dei veri principi, perchè padre dei suoi popoli, non di nome, ma di fatti, ed amato egualmente in ricompensa dagli stessi popoli. La sola considerazione d'esentar da ogni vessazione e rischio i cari sudditi suoi, quella fu che prevalse in suo cuore: laonde si ridusse nell'anno presente a rinunziar quegli Stati al sommo pontefice, con patto espresso, tra gli altri, che non si potessero mettere in avvenire nuovi aggravii a quei popoli, e riserbando a sè molte rendite, e il far grazie anche da lì innanzi. Ritirossi pertanto a Castel Durante, terra che da Urbano VIII fu poi dichiarata città col nome d'Urbania; e in questo mentre venne il cardinale _Berlingieri Gessi_ a prendere a nome del papa il possesso di quel ducato, che abbraccia le città di Urbino, Pesaro, Gubbio, Sinigaglia, Fossombrone, San Leo, Cagli e la suddetta Urbania, con trecento terre e castella situate in paese delizioso ed ameno, benchè montuoso: accrescimento ben riguardevole alla signoria della Chiesa romana. Cento mila scudi furono tosto sborsati dal cardinale al duca per le artiglierie, armi e munizioni delle fortezze. Dopo questo eroico atto, sopravvisse il duca sino all'anno 1656; nè gli mancarono occasioni di pentirsi più volte della presa risoluzione, a cagion degli amari bocconi che gli fecero inghiottire i ministri della camera apostolica. Anzi (convien pur dirlo) aveva egli spedita persona a Roma col mandato della rinunzia, che se ne pentì, e spedì tosto ordine che nulla se ne facesse; ma il mandatario, a cui premeva di guadagnarsi la grazia del sole nascente, occultò l'ordine, e fece prontamente la rinunzia, ch'ebbe il suo effetto.
Anno di CRISTO MDCLXXVII. Indizione X.
URBANO VIII papa 5. FERDINANDO II imperadore 9.
Dappoichè colla pace di Monsone fu posto fine alle perniciose controversie della Valtellina e del duca di Savoia coi Genovesi, tornò la quiete in Italia, e solamente si leggevano con piacere, benchè con disparità di genii, le guerre della Germania, e i progressi e le vittorie dell'_imperadore Ferdinando II_ debellatore di tutti i suoi nemici. Cominciò anche a recare un dolce divertimento ai curiosi novellisti l'assedio della Rocella, a cui diedero in quest'anno principio l'armi del re Cristianissimo _Lodovico XIII_, dopo aver cacciati gl'Inglesi con loro gran danno da que' contorni. Vantavasi la Rocella d'essere come la metropoli e l'asilo dei malcontenti del regno di Francia, e come capo della repubblica degli ugonotti sparsi per tutto quel regno; nè si mostrava bene spesso dipendente in parte alcuna dall'autorità regale. L'essere quella città creduta inespugnabile per la sua situazione sulle coste dell'Oceano, e per le tante sue fortificazioni, la faceano rispettare fin dagli stessi suoi monarchi. Ma ciò non trattenne l'industrioso _cardinale di Richelieu_ dal persuaderne l'assedio al re Lodovico: assedio che riuscì poi famoso anche ai secoli avvenire. Avendo in questi tempi l'_arciduca Leopoldo_ d'Austria, fratello dell'_imperador Ferdinando_, rinunziati al nipote _Guglielmo_ i vescovati d'Argentina e Passavia per voglia di maritarsi, venne a Roma, trattò e conchiuse il matrimonio con _Claudia de Medici_, che di sopra dicemmo rimasta vedova del principe d'Urbino. La condusse ad Inspruch, dove per più giorni furono fatte magnifiche feste. Poscia a dì 21 di novembre _Eleonora Gonzaga_ moglie dell'Augusto Ferdinando solennemente in Praga ricevette la corona di Boemia. Alcuni giorni dopo anche _Ferdinando III_ figlio del regnante imperadore, già coronato re d'Ungheria, aggiunse anch'egli con gran pompa a quella corona l'altra d'esso regno boemico. Lagrimevole spettacolo all'incontro vide la Puglia in quest'anno, perchè nel dì 30 di luglio un terribil tremuoto diroccò la città di San Severo con altri non pochi luoghi circonvicini; e si fece conto che in quelle rovine perissero diciassette mila persone: durissima pensione, a cui sono di tanto in tanto soggette le deliziose provincie del regno di Napoli per tanto zolfo chiuso nelle viscere loro.
Quando pur si lusingava la Lombardia di godere i frutti della pace già stabilita, per le misere umane vicende si vide nascere un seminario di nuove guerre, che si trassero dietro un diluvio di sangue e di calamità maggiori delle passate. Era declinata dall'antico lustro delle virtù la potente e nobil casa Gonzaga, signora di Mantova e del Monferrato; perciocchè, dimentica dell'antico valore e della saviezza, si era abbandonata al lusso e alla dissolutezza, di modo che i finti matrimonii e i veri frequenti stupri e adulterii, e gli eccessi della gola erano divenuti alla moda in quella corte. Di qui poi provennero i gastighi ordinarii dell'intemperanza, cioè le indisposizioni di corpo, la vita corta e la sterilità de' matrimonii. _Ferdinando duca_ di Mantova, che nel precedente anno assai giovine terminò i suoi giorni, dopo aver menata una vita troppo sregolata, oppresso dalla pinguedine, niun successore avea lasciato. Vi restava _don Vincenzo_ suo fratello, nato nel 1594, il quale per tempo datosi anch'egli in preda ai piaceri, punto non inclinava allo stato clericale. Con tutto ciò Ferdinando gli avea procacciata la porpora cardinalizia, ma senza mai poterlo indurre a passare a Roma per prendere il cappello, e per fissar ivi la sua abitazione. Soggiornando Vincenzo nella terra di Gazzuolo, s'invaghì d'Isabella vedova di Ferrante Gonzaga principe di Bozzolo, donna di singolare ingegno, saviezza e bellezza. E perchè a queste doti si aggiugneva anche la fecondità, e Vincenzo desiderava prole, perchè il disordinato vivere del fratello Ferdinando facea predire poco lunga la sua signoria (con che veniva a ricadere in lui il ducato), segretamente, in forma non di meno legittima, la sposò, ancorchè tuttavia vestisse la sacra porpora, giacchè non avea a cagion d'essa contratto vincolo in contrario; ma con irreverenza alla dignità del sacro collegio, e verso il fratello non consapevole di tal risoluzione, che poi saputala diede forte nelle smanie. Per la sua inabilità non trasse Vincenzo alcuno frutto da quel matrimonio, e venne anche a liti e a divorzio con Isabella. Anzi succeduto al fratello defunto, e proclamato duca, fece di mani e di piedi per disciogliere quel matrimonio, aspirando a sposare _Maria_ sua nipote, figlia del già _duca Francesco_ suo fratello maggiore. Ebbe poi altro da pensare, perchè i passati disordini cotanto sconcertarono la di lui sanità, che si conobbe incamminato fra poche settimane al sepolcro.
Viveva e soggiornava in questi tempi in Francia _Carlo Gonzaga_, figlio di quel _Lodovico Gonzaga_, che fratello minore di _Guglielmo duca_ di Mantova, cioè dell'avolo del suddetto duca Vincenzo, passò a cercare in Francia miglior fortuna, e la trovò col tanto corteggiare l'unica rimasta figlia del duca di Nevers, che essa il prese per suo marito, e gli portò in dote i ducati di Nevers, Rethel ed Umena. Essendochè niun'altra prole maschile della linea Gonzaga Guglielmina veniva a restare, avvertito di quanto accadeva in Mantova il suddetto duca di Nevers, spedì per le poste in Italia _Carlo duca_ di Rethel suo figlio, che ebbe la fortuna di penetrare per la Valtellina, e di giugnere a Mantova in tempo che il _duca Vincenzo_ si trovava all'ultimo di sua vita. S'erano già fatte varie disposizioni per far succedere il suddetto duca di Nevers, e s'era procurata da Roma la dispensa affinchè il duca di Rethel suo figlio potesse sposare la nipote Maria: punto di somma importanza, perchè non mancavano legisti pretendenti che a questa principessa appartenesse il ducato di Monferrato. Col suo testamento lasciò li duca Vincenzo suo successore ed erede il suddetto _Carlo duca di Nevers_, e nella notte stessa ch'egli diede fine al suo vivere, cioè nella notte precedente al dì 26 di dicembre dell'anno presente, il duca di Rethel sposò la prefata principessa e consumò il matrimonio. Stavano attentissimi a questo avvenimento l'_imperador Ferdinando_, trattandosi di due insigni ducati d'Italia, feudi dell'imperio; i Franzesi, per sostenere un principe considerato per lor nazionale e ben affetto; e gli Spagnuoli, per non ammettere chi troppo si scorgeva dipendente dalla Francia. Però anche prima dell'ultima malattia del duca Vincenzo ognun dei suddetti potentati prese le misure convenevoli ai proprii interessi; ma che per conto degli Austriaci rimasero imbrogliate dalla diligenza del duca di Rethel. Pretendeva il ducato di Mantova anche _don Ferrante Gonzaga_ principe di Guastalla, perchè nipote dell'altro celebre _don Ferrante_, che fu fratello di _Federigo duca_ primo di Mantova; benchè la linea sua fosse più lontana di un grado da quella del primo duca di Nevers, figlio del suddetto Federigo. Non poteva questi punto pretendere sul Monferrato; ma mosse ben le sue pretensioni sopra quello stato _Margherita Gonzaga_ duchessa vedova di Lorena, sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. In favore di questa principessa e del principe di Guastalla si dichiararono i ministri di Spagna alla corte imperiale, covando nondimeno altri lor segreti disegni di profittare di questo scompiglio, siccome non mai sazii di dilatar la potenza di quella corona.
Eransi anche ordite in Mantova varie tele dai divoti della casa Guastalla, e preparate armi; ma queste vennero scoperte, e restò dissipato ogni contrario disegno dal duca di Rethel, che assunse il titolo di principe di Mantova; s'impadronì di Porto, cioè della fortezza di Mantova, e di ogni altro luogo forte, e si fece giurar fedeltà da quel popolo. Il conte Giovanni Serbellone, colà spedito da Milano, tosto si ritirò fuor del palazzo; e benchè visitato e richiamato dal principe, gli disse di non aver affari da trattare col duca di Rethel, e se ne andò poi sdegnato e minacciante. Chi maggiormente non di meno si dava dei gran movimenti pel deliquio della casa Gonzaga, era _Carlo Emmanuele duca di Savoia_, principe mirabilmente attento anche ad ogni menomo vento, per cui potesse sperare o gloria al suo nome, o qualche accrescimento ai suoi Stati. Ecco venuto il tempo di risvegliar le sue sempre vive pretensioni sul Monferrato, e le ragioni per la restituzion delle doti di _Margherita_ sua figlia. Maggiormente poi s'irritò per lo sposalizio di Maria sua nipote senza saputa sua e della madre. Accostatosi per questo fine agli Spagnuoli, di buon'ora intavolò un trattato con _don Gonzalez di Cordova_, deputato _pro interim_ al governo di Milano, dappoichè il duca di _Feria_ fu richiamato a Madrid. Intanto sì il pontefice _Urbano VIII_ che i _Veneziani_ e gli altri principi d'Italia non aveano bisogno di studiar molto nei libri per conoscere evidenti le ragioni di Carlo Gonzaga duca di Nevers, essendo egli l'agnato più prossimo agli ultimi duchi di Mantova, che tanto per le sue proprie ragioni, quanto per quelle della _principessa Maria_ da lui sposata, veniva ad essere legittimo erede del Monferrato. Ma un gran delitto per lui era l'aver nelle vene sangue franzese, e il possedere riguardevoli Stati nella stessa Francia. Però saltò su la ragion di Stato, cioè quel maestoso idolo, a cui sì sovente fan voti e sagrifizii i potenti del secolo, e che, quando occorre, si tien sotto i piedi, non dirò le leggi sole di Giustiniano, ma quelle ancora della natura e delle genti e la religione stessa. In somma non istava bene nel cuor dell'Italia, e confinante da tante parti agli Stati della corona di Spagna, un principe tale, e bisognava far tutto per atterrar lui e le pretensioni sue. Procedette sul principio con qualche riguardo l'Augusto Ferdinando, con pretendere che il duca di Nevers, siccome trasversale e in concorrenza d'altri che si riputavano chiamati, non dovesse senza sua licenza ingerirsi nel possesso e dominio di Mantova e del Monferrato; e però cominciò a procedere per giustizia con avocazioni, citazioni e deputazione di commessarii. All'incontro, il Cordova e il duca di Savoia meglio giudicarono di procedere per la via di fatto, con aprire la porta ad innumerabili ed indicibili guai, de' quali parleremo all'anno seguente.
Anno di CRISTO MDCXXVIII. Indiz. XI.
URBANO VIII papa 6. FERDINANDO II imperad. 10.
Teneva attenti gli occhi di tutti l'affare della successione di Mantova, affare di somma importanza pel sistema d'Italia. Non mancò il _duca Carlo di Nevers_, dopo essere egli giunto nel dì 27 di gennaio dalla Francia a Mantova, di spedire _Vincenzo Agnello_ vescovo di quella città per suo inviato all'_Augusto Ferdinando_, per attestargli l'ossequio e la sommessione sua, e per chiedere l'investitura dei ducati di Mantova e di Monferrato. Trovavasi allora la corte cesarea in auge di felicità per la molte vittorie riportate contro i nemici, per la pace fatta col Turco e col Transilvano, e per gli eserciti suoi che faceano tener la testa bassa a tutti i principi della Germania. Però in Vienna si parlava con tuono alto, e i fulmini stavano pronti contro chiunque prontamente non ubbidiva. Nulla potè ottenere il vescovo; stette saldo l'imperadore in volere il sequestro di quegli Stati, per decidere poi nelle forme giudiciarie chi vi avesse migliori ragioni. All'esecuzione di questo suo decreto fu deputato il conte Giovanni di Nassau. Intanto _don Gonzalez di Cordova_, che appresso ottenne il governo stabile di Milano, maneggiandosi vivamente col duca di Savoia, più vivace ancora di lui nei proprii interessi, concertava l'occupazione del Monferrato, e non solo di rimettere esso duca in buona grazia del re Cattolico, ma di formar anche una lega con lui. Fu in questa occasione che _Carlo Emmanuele_ venne riguardato nel più bell'ascendente della gloria, perchè non meno i ministri spagnuoli che quei di Francia e di Venezia s'unirono a Torino, per tirarlo ciascuno d'essi nel loro partito, quasichè da lui pendesse il destino della Lombardia. Toccò il pallio agli Spagnuoli. Fu stabilito di conquistare il Monferrato, e di partirne fra loro la preda. Colle forze dello Stato di Milano il Cordova si prefisse di ridurre alla sua ubbidienza Casale, e tanto più perchè vantava di aver non poche segrete intelligenze con quegli abitanti. La corte di Spagna, che s'era mostrata dianzi inclinata ad un amichevol trattato, allora abbracciò il duca di Savoia, e sposò le massime di don Gonzalez.
Erano intanto riposte le speranze del duca di Nevers nella protezione e nei soccorsi del re Cristianissimo; ma essendo allora impegnate l'armi e l'erario del re nel celebre assedio della Rocella, altro non ne riportò esso principe (che da qui innanzi chiameremo duca di Mantova) se non buone parole e promesse, subito che si potesse accudire ai di lui interessi. Fremevano i Veneziani al conoscere l'idea del duca di Savoia e l'ingordigia degli Spagnuoli, e si diedero anche ad arrolar gente, perchè avrebbono pur voluto dar braccio al novello duca Carlo, ma con protestare di non poter farlo, se prima non miravano calato in Italia un esercito franzese. Maggiormente papa _Urbano VIII_, tuttochè favorevole al Mantovano, si tenea lungi dagl'impegni, solamente attendendo a far proposizioni d'accomodamento. Sicchè esso duca Carlo altro ripiego non ebbe che di mettere in vendita molti de' suoi beni e Stati oltramontani. Ne ricavò in fatti alcune centinaia di migliaia di scudi, coi quali fece far leva di genti in Francia. A poco a poco ancora andò rinforzando di presidii e di munizioni Mantova e Casale, venendo alla sfilata Italiani e Franzesi al suo servigio, di modo che giunse a raunar da cinque mila fanti e mille cavalli per la difesa di Mantova e di Casale. Tra Monferrini e Franzesi si contarono quasi quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Non pareano gente da farne caso i Monferrini, perchè delle cernide di quel paese; pure l'odio ch'essi portavano al duca di Savoia, e l'amore da lor professato agli antichi lor principi, gli animava al mestier della guerra, oltre all'essere stati non poco agguerriti nelle turbolenze passate. Sul fine dunque di marzo uscì in campagna il governatore di Milano, lusingandosi di far prodigii con sei mila fanti e mille e cinquecento cavalli, che potè condur seco, giacchè avea dovuto lasciar quattro mila fanti con alcune squadre di cavalleria ai confini di Mantova per guardia del Cremonese, e due altri mila ai confini della Valtellina e dei Grigioni. Tuttavia dai Genovesi ricevette poscia un rinforzo di quattro in cinque mila pedoni. Andò a dirittura sotto Casale, e piantò anche le batterie, ma vi trovò quel che non s'era immaginato, cioè difensori che coraggiosamente faceano sortite, e sostenevano con vigore le colline e i passi alle vettovaglie; laonde non gli riuscì di privarli dei mulini nel Po, nè di Rossigliano, posto di conseguenza per la comunicazione della città col resto del Monferrato.
Nello stesso tempo anche il _duca di Savoia_ con quattro mila fanti e mille e ducento cavalli ostilmente dal lato suo entrò nel Monferrato. Niuna fatica gli costò l'insignorirsi della città d'Alba sprovveduta di guernigione. Passò dipoi all'espugnazione di Trino, dove gli convenne adoperar approcci, artiglierie e mine; ma essendo troppo smilzo quel presidio, e mal provveduto di cannoni e di munizioni, in poco tempo capitolò la resa. Non perdè un momento il duca ad ordinar nuove fortificazioni a quella terra, con formarne una regolata e possente fortezza. Questa era la parte che coi suoi territorii dovea, secondo i patti, restare al duca di Savoia. Ma non si fermò egli qui. Prese dipoi Pontestura e Moncalvo, che doveano essere degli Spagnuoli, e ritenne per sè Moncalvo, con tosto imprendere le fortificazioni anche di questa terra. Si rodeva di collera don Gonzalez a questo procedere del duca, perchè contrario alle fatte capitolazioni; eppure gli bisognava dissimular tutto per sospetto sempre che il duca voltasse casacca, e si unisse coi Franzesi, i quali s'ingrossavano ai confini d'Italia. E veramente riflettendo a quella testa, che tenea sempre molte terre in piedi, aspettavano ogni dì gl'Italiani d'allora qualche scena nuova dal canto d'un principe sì bellicoso ed inquieto. Infatti venne a scoprirsi in questi tempi una congiura in Genova, nè ebbe difficoltà il duca di professarsene autore, colle istanze da lui fatte che ai congiurati presi fosse data l'impunità, minacciando la morte ad alcuni gentiluomini genovesi suoi prigioni, se si fosse proceduto innanzi nella giustizia contro gl'imprigionati a Genova. Non si ritennero per questo i senatori genovesi dal far eseguire la sentenza contro quattro dei delinquenti; e benchè il duca sdegnatissimo ordinasse dipoi che fossero decapitati quegl'innocenti, pure altro non ne fece, verisimilmente per la grandezza dell'animo suo, ben conoscendo l'indegnità di cotal vendetta.
In questo mentre don Gonzalez, che nulla profittava nell'assedio di Casale, si avvisò di prendere Nizza della Paglia, pel cui acquisto si verrebbe ad angustiare la stessa città di Casale. Per quindici giorni fu virilmente difesa quella terra, ed in fine costretta a rendersi. Ad altre imprese non poterono poi pensare nè il duca nè il governatore, perchè si intesero disposti i Franzesi a passare in Italia, e venivano anche ordini della corte cesarea, non senza maraviglia dei politici, perchè si desistesse dall'occupazione del Monferrato, pretendendo l'_imperador Ferdinando_ che nè Spagna nè Savoia avessero da padroneggiar nei feudi dell'imperio. Col danaro del nuovo duca di Mantova s'erano già uniti in Francia dodici mila fanti e mille e cinquecento cavalli sotto il comando del marchese di Uxelles; ed avea ricevuto ordine il _maresciallo di Crequì_ governatore del Delfinato d'unirsi seco con un altro corpo di gente: il che poi non succedette per gare insorte fra lui e l'Uxelles; oppure perchè il _principe Tommaso_ figlio del duca di Savoia ne impedì l'unione; oppure, come altri vogliono, per secreti imbrogli della regina madre, che odiava il duca di Mantova. Bramoso dunque esso marchese d'Uxelles di portar soccorso al Mantovano, calò sul principio di agosto pel passo detto dell'Agnello, ma con incontrare il _duca Carlo Emmanuele_ e _Vittorio Amedeo_ principe di Piemonte suo figlio, che con quasi altrettante milizie, parte sue, parte prestategli dal governator di Milano, l'aspettavano a piè fermo, oltre all'aver eglino ben chiusi e fortificati tutti i passaggi; per quanti tentativi di passare facesse l'Uxelles, non solamente nulla gli riuscì, ma in più incontri ancora per valore del principe di Piemonte ne riportò delle busse, talmente che, dopo aver perduta molta gente, alcuni pezzi di cannone e parte del bagaglio, fu forzato a tornarsene colla testa bassa in Francia, dove per mancanza di paghe si dissipò tutta l'armata sua. Per questo glorioso successo non si può dire quanto salisse in alto la reputazione del duca, e massimamente nella corte di Spagna, dove si dissiparono tutte l'ombre della di lui fede e costanza: e gloriavasi a piena bocca il conte duca di aver tirato questo principe alla divozion della Spagna, dandogli il nome di braccio diritto della corona e di antemurale dell'Italia. All'incontro, a _Carlo duca di Mantova_ fu per cadere il cuore per terra al trovarsi da tante parti bersagliato, e grande la diserzione de' suoi soldati per mancanza di paglie, e naufragata l'unica speranza che gli restava dei soccorsi di Francia. Già si aspettava d'essere messo al bando dell'imperio, e però inviò _Carlo duca di Rethel_ suo figlio per placar l'imperadore, confidando nell'appoggio dell'_imperadrice Leonora_ sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. Ma perchè l'imperadore pretendeva che a nome suo dagli Spagnuoli e dal duca di Savoia si ritenessero i luoghi occupati nel Monferrato, e di metter egli presidio in Casale sino a ragion conosciuta, il Rethel, che nè pure fu riconosciuto per principe di Mantova, se ne tornò mal soddisfatto in Italia; nè dal duca suo padre furono poi accettate le proposizioni suddette, perchè incoraggito di poter sostenere Casale contro la mala condotta del Cordova in quell'assedio o blocco.
Efficacemente ancora si adoperò il _nunzio pontificio Scappi_ in Lombardia per una sospension d'armi; ma il trattato andò a monte. Si trattò di soddisfare con cessione di Stati al duca di Savoia; ma egli quanto più mirava ridente la sua fortuna, tanto più alzava la tassa delle sue pretensioni. Intanto Casale niuna paura mostrava degli Spagnuoli assedianti, i quali infine si avvidero, che volendo prendere quella città colla fame, conveniva espugnar prima Ponzone, San Giorgio e Rossiglione; e in fatti se ne impadronirono, occupando poi le colline di Casale, e restringendo l'assedio. Ma la poca avvertenza degli Spagnuoli avea lasciata entrar tanta copia di viveri nella città, che non si perdeano punto d'animo i difensori; e all'incontro nel campo spagnuolo si provava gran carestia, perchè i grani andarono a male in quest'anno, e a cagion di ciò fu anche una sedizione in Milano. Fu infin creduto che lo stesso duca di Savoia vi avesse sotto mano lasciata entrare copia di vettovaglie, perchè, dopo avere acquistata per sè la parte a lui destinata del Monferrato, ed anche di più, nell'interno suo non gustava che quella importante fortezza cadesse in mano degli Spagnuoli. Ora finchè il re Cristianissimo e il cardinale di Richelieu si trovarono immersi nel grande affare dell'assedio della Rocella, non poterono accudire se non con ufizii e promesse all'aiuto del duca di Mantova, che pure stava loro assaissimo a cuore. Finalmente nel dì 30 di ottobre dell'anno presente, dopo aver la fortuna secondato il valore dei Franzesi contro i tentativi degl'Inglesi, contro le furie del mare e contro l'indicibile ostinazione degli ugonotti rocellesi, che si ridussero all'estrema miseria, si rendè a discrezione quella dianzi inespugnabil fortezza, con immortal gloria del _re Luigi XIII_. Entrò egli trionfante nel primo giorno di novembre in quella piazza, o, per dir meglio, in quel cimiterio, dove non trovò che gli scheletri di uomini, ed ordinò poscia la demolizion delle fortificazioni, con rimetter ivi l'esercizio della religione cattolica. Allora fu che il re e il ministro cardinale cominciarono a pensar daddovero all'Italia. Portava, siccome dicemmo, la regina madre _Maria de Medici_ odio a Carlo duca di Mantova, non per li demeriti suoi, ma perchè _Gastone duca_ d'Orleans fratello del re, volendo passare alle seconde nozze, inclinava solamente in _Maria Gonzaga_ figlia di esso Carlo; laddove la regina sua madre pontava da gran tempo perch'egli si accasasse con una delle due sorelle di _Ferdinando Il gran duca_ di Toscana. Se la prese per questo essa regina non solo contra del Mantovano, ma anche contra del Richelieu: il che cagionò poi gravissimi sconcerti ed affanni alla medesima regina. Lasciossi ella trasportare cotanto dalla passione, che nell'anno seguente giunse a far imprigionare la suddetta innocente principessa Maria. Oltre a ciò, i fazionarii di lei nel consiglio reale s'ingegnarono a tutto potere di frastornar la buona intenzione del re verso il duca di Mantova. Ma il Richelieu, che sempre più si introduceva nel favore del re, e s'era acquistato un sommo credito per la conquista della Rocella, tenne saldo il re in quel proponimento, e cominciò a fare sfilar verso i confini d'Italia alcuni reggimenti, con ispargere voce che il re stesso volea scendere in persona alla liberazion di Casale. Cessò di vivere in questo anno nel dì 11 di dicembre _Cesare d'Este duca_ di Modena e Reggio, lasciando ne' suoi popoli un gran desiderio di lui: sì dolce, sì giusto era stato il suo governo, sì grande la sua pietà, la sua clemenza e l'amor della pace. Donna _Virginia de Medici_ figlia di _Cosimo I gran duca_ di Toscana, moglie sua, l'avea arricchito di una numerosa figliuolanza, cioè di _Alfonso II_ primogenito, che a lui succedette nel ducato, e dei principi _Luigi, Ippolito, Niccolò, Borso e Foresto_.
Anno di CRISTO MDCXXIX. Indizione XII.
URBANO VIII papa 7. FERDINANDO II imperadore 11.
Memorabile riuscì l'anno presente per tante calamità che si affollarono addosso alla Lombardia e ad altri paesi dell'Italia, a cagion della contrastata successione degli stati di Mantova e di Monferrato. Tutto lo studio fin qui fatto da _Carlo Gonzaga duca_ novello di Mantova, era stato di guadagnar tempo, finattantochè si mettesse il re Cristianissimo in istato di poterlo soccorrere: del che continue speranze gli venivano di Francia. Varii progetti di accomodamento in Madrid andarono sempre a finire in nulla, perchè il Gonzaga allettato dalle promesse del _cardinale di Richelieu_, confidava di ottener tutto col mezzo della forza francese. Promettevasi anche molto dagli aiuti della repubblica veneta, la quale mirava bensì troppo di mal occhio le violenze degli Spagnuoli in tale occasione, ma procedeva con gran circospezione, nè inclinava a venire a dichiarazione alcuna, bastandole di accrescere le sue truppe colla apparenza di sola precauzione per la difesa dei propri Stati. Se il duca di Mantova avesse voluto acconsentir a depositar Casale in mano dell'imperadore sino a ragion conosciuta, si sarebbono posate l'armi, perchè veramente l'_Augusto Ferdinando_ si mostrava volonteroso di pace in Italia, e non altro dicea di pretendere se non di sostenere i diritti delle sua sovranità, trattandosi di feudi su i quali più di uno pretendea di aver delle ragioni. Avrebbe il duca consentito al deposito in mano del papa, o di altro principe italiano; ma ciò non piacendo alla corona cesarea, egli si lasciò in fine condurre a veder la rovina di tutti i suoi Stati, e a rimanere esposto al pericolo di perdere tutto. Non potea, siccome dicemmo, essere in più bell'auge per questi tempi la potenza di esso imperadore. Le vittorie riportate dal suo maresciallo Tilly il rendevano formidabile a tutta la Germania; e però veggendo poco rispettata l'autorità sua dal duca Carlo Gonzaga, cominciò a disporsi per ottener colla forza ciò che per via amichevole non avea potuto conseguire: ma prima di lui diede all'armi la Francia a fin di prevenire la caduta di Casale. Il Richelieu, a cui premeva di tenere il _re Lodovico_ lontano dalle cabale della corte di Parigi e dai tentativi della madre, cotanto seppe incantarlo colle vive pitture della gloria, di cui hanno da essere innamorati i monarchi, che il trasse a venire in persona verso l'Italia, e ciò nel furore del verno. Aveva egli approntato un esercito di ventidue mila fanti e di tre mila cavalli, tutta gente veterana; dato ordine che si allestisse un'armata navale in Provenza, gli davano a sperare i Veneziani di entrare anche essi in ballo con dodici mila fanti e cinquecento cavalli; e il duca di Mantova facea credere di avere al suo soldo sei mila fanti e più di mille cavalli.
Avendo pertanto il re Cristianissimo fatto chiedere al duca di Savoia il passo per li suoi Stati, il duca spedì il conte di Verrua, e poscia il principe di Piemonte al cardinale, per trattare di qualche accordo. Propose il porporato che sua maestà si obbligherebbe di far dare al duca Trino con quindici mila scudi di rendita annua in tante terre del Monferrato; e di questo si trovava appagato il duca; ma perciocchè si chiedevano specificazioni maggiori intorno alle terre, si tirava in lungo l'affare. Due gran cime di uomini in accortezza ed astuzia erano il duca di Savoia e il cardinale di Richelieu, e l'uno non si fidava dell'altro. Ora il porporato, che sospettò essere tutti questi artifizii del duca, affinchè intanto Casale si arrendesse agli Spagnuoli (dal che era ben alieno l'animo del duca), ruppe il trattato, e nel dì 4 di marzo mosse lo esercito franzese con ordine di assalir le barricade contrarie. Passato il Mon-Genevra al dispetto delle nevi e dei ghiacci, e superati i trincieramenti di Chaumont, calò quell'annata nel dì 6 verso Susa, nella cui valle avea il duca tirato un trincierone, e messovi alla difesa il mastro di campo Bellone, e Girolamo Agostini, mandatogli in soccorso con quattro mila fanti dal governator di Milano. Seguì ivi un gran conflitto, in cui il duca e il principe di Piemonte furono in gran pericolo; e il re, oltre all'aver guadagnate nove bandiere, fece prigionieri circa ottanta, quasi tutti uffiziali: dopo di che la cittadinanza di Susa gli mandò le chiavi, restando la cittadella risoluta di difendersi. Ritirossi il duca ad Avigliana col grosso delle sue genti, e quivi si fortificò; ma apprendendo sempre più l'impetuosità di questo torrente, ebbe per meglio d'interporre gli uffizii della nuora _Cristina_ col re suo fratello, per raggruppare l'interrotto trattato d'accordo. Spedito dunque a Susa il principe di Piemonte, restò conchiusa la pace, per cui concedette il duca libero il passo e vettovaglie all'esercito reale, e per ostaggi di sua fede la cittadella di Susa e il castello di San Francesco. Promise anche di entrare in lega col re, col papa, colla repubblica di Venezia, e col duca di Mantova, e che _Gonzalez di Cordova_ leverebbe l'assedio di Casale. Obbligossi all'incontro il re di far avere al duca Trino con altre terre dell'annua suddetta rendita nel Monferrato. Il bello fu che lo stesso Cordova per timore di peggio consentì a sì fatto accordo, e si ritirò dall'assedio di Casale, città che fu immediatamente provveduta di mille e cinquecento sacchi di grano, e v'entrò appresso un buon numero di Franzesi col signor di Toiras. Il che fatto, determinò il re col cardinale di tornarsene in Francia, glorioso di aver conseguito tanto col solo tuono delle sue armi; e ciò perchè in Linguadoca più che mai si facea sentire la ribellione degli ugonotti, incitati dal duca di Roano; nè maniera vi fu che l'ambasciator veneto col mostrare la poca sussistenza di quella pace forzata, restando tuttavia armati gli Spagnuoli col duca di Savoia, il potesse ritenere.
Aveano intanto essi Veneti preso ad aiutare con pubblicità il duca di Mantova, animati dalla calata di un re di Francia, per sostenere la medesima causa. Incoraggito anche lo stesso Gonzaga dal movimento e dalle forze dei Franzesi, avea fatto con cinque mila armati un'irruzione nel Cremonese, e presa e data a sacco la grande e ricca terra di Casal Maggiore, ma senza poter fare di più: azione che dispiacque non poco all'imperadore, già irritato per la venuta dei Franzesi in Italia, per decidere di Stati spettanti all'imperio, e che tanto più l'accese a procedere contra esso duca di Mantova. La corte di Spagna, senza voler ratificare il trattato di Susa, spedì poscia al governo di Milano il _marchese Ambrosio Spinola_, cotanto celebre per le sue prodezze nelle guerre di Fiandra, il quale con grosso accompagnamento d'oro e di milizie, e con ordini di proseguir la guerra nel Monferrato, arrivato nell'agosto a Milano, si diede tosto a far tutti i preparamenti per accrescere il suo onore anche in Italia. Camminava la corte di Spagna perfettamente d'intelligenza con quella di Vienna, e però l'_imperadore Ferdinando_ anch'egli mise in ordine un fiorito esercito per inviarlo in Italia. Ed ecco all'improvviso comparire la vanguardia di questa cesarea armata, consistente in dieci mila fanti e mille cinquecento cavalli, al passo dello Steich, per cui si penetra nella Rhetia o sia ne' Grigioni. S'impossessarono i Tedeschi di quel passo, ed entrati anche in Coira, vi fecero prigione l'ambasciatore di Francia, che fu poi da lì a non molto rilasciato. Calò poscia e venne ad unirsi tutto l'imperiale esercito, ascendente a ventidue mila pedoni e tre mila e cinquecento cavalli, secondo lo scandaglio del Capriata e del conte Gualdo Priorato, benchè il Nani li faccia trentacinque mila fra cavalleria e fanteria. Giunse quest'armata nello Stato di Milano sotto il comando di _Rambaldo conte di Collalto_, cavaliere d'antica nobile famiglia furlana, ma pel suo valore nelle guerre di Germania divenuto caro allo imperadore, e portato ai primi gradi della milizia. Era già venuto l'autunno; pure il Collalto verso la metà di ottobre passò sul Mantovano, e non trovando resistenza, andò prendendo varii luoghi circonvicini al lago e alla città di Mantova; e finalmente si accostò al borgo di San Giorgio, dove essa città più sta vicina alla Terra ferma. Entrati i Tedeschi in quel borgo, alzarono senza ritardo varie batterie, che faceano gran fuoco e rumore, ma niuna paura ai difensori delle città. Tenne fin qui la repubblica veneta in mezzo a questo incendio un contegno come di ausiliaria del duca di Mantova, e non già come nemica dichiarata dell'imperadore. A questo fine avea nel dì 8 d'aprile segnata lega col re Cristianissimo, ed aiutato di gente, di viveri e di contanti il duca, e l'andava tuttavia rinfrescando secondo i bisogni, custodendo intanto i suoi confini con un esercito di circa sedici mila combattenti.
Quanto al marchese Spinola governator di Milano, siccome persona provveduta al pari di valore che di senno, avea dei motivi d'inclinar più alla pace che alla guerra, e però abboccatosi con _Monsignor Panciroli_ nunzio del papa, per mezzo di lui fece proporre al duca di Mantova ripieghi di sospension d'armi, di sommessioni e di qualche deposito, che tornasse in onore di sua maestà cesarea. Ma nè il duca si accomodava a cedere piazze; e quand'anche si mostrava disposto a far qualche passo, il Collalto si opponeva, per non aver mandato a far trattati di pace o di tregua. In questo negoziato fu adoperato dal nunzio pontificio _Giulio Mazzarino_, che in basso stato cominciò allora il noviziato della sua fortuna. Perdute dunque le speranze di qualche accordo, lo Spinola, che avea raunato un esercito di quasi sedici mila fanti e quattro mila cavalli, mandato avanti don Filippo suo figlio, che entrò nel Monferrato, cagion fu che i Franzesi, sparpagliati per quelle terre, si ridussero a Casale. Occupò Acqui, Nizza della Paglia, Ponzone, e successivamente le altre terre, già prese e poi abbandonate da don Gonzalez di Cordova suo predecessore, e quivi distribuì le sue milizie a quartieri; giacchè per la vicinanza del verno non gli parea quello tempo proprio per imprendere l'assedio di Casale, dove era bastevol guarnigione di Franzesi. Il Collalto anch'egli, essendo venuto il freddo, e cresciuti gli enormi fanghi intorno a Mantova, che troppo difficoltavano le azioni e il trasporto dei viveri, per mezzo dell'accorto ed eloquente Mazzarino indusse il _duca Carlo_ verso le feste di Natale ad una tregua di dieci giorni, durante la quale ritirò le sue artiglierie, e andò a distribuir le sue truppe in luoghi più lontani, tenendo solamente bloccata la città. Dopo di che il duca di Mantova ricuperò Curtatone, Marmirolo e qualche altro picciolo luogo. Andava innanzi e indietro il suddetto Mazzarino, proponendo a nome del papa temperamenti per terminare amichevolmente sì gran pendenza; e il duca con lettera dimandante perdono, e col condiscendere ad ammettere qualche presidio cesareo, avrebbe potuto ottener dall'imperadore molta indulgenza, ed esimere sè stesso e le cose sue da un gran precipizio. Ma lusingato di soverchio dalla fidanza nella protezion de' Franzesi e Veneziani, mai non seppe risolversi ad accomodarsi alla presente avversa fortuna.
In questi tempi _Francesco I duca_ di Modena presidiò la Mirandola, ed altrettanto fece _Odoardo Farnese duca_ di Parma di Sabioneta, affinchè i Tedeschi non mettessero piede in quelle due fortezze. E qui si vuole avvertire che ben succedette al _duca Cesare_ il principe _Alfonso III_ primogenito suo; ma questi già meditava di procacciarsi un regno migliore e di eterna durata, piuttostochè di goderne un transitorio nel nostro mondo. Avea egli sortito un temperamento focoso, aspro e risentito, e faceva temere ai sudditi suoi un governo ben diverso dal mansuetissimo del duca Cesare suo padre. Ma avendogli tolta Iddio nell'anno 1626 l'_infanta Isabella_ figlia di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, sua dilettissima consorte, tal dolore provò egli per la perdita di questa pia e saggia principessa, tale impressione fecero in lui i consigli e ricordi a lui lasciati da lei prima di morire, che fin d'allora determinò di dare un calcio alle grandezze terrene per consecrarsi nel religioso umile istituto de' cappuccini. Da che fu egli proclamato duca, parea pure che gli allettamenti del trono avessero da far guerra, e da prevalere al conceputo disegno; ma egli, più costante che mai, volle eseguirlo nell'anno presente dopo soli pochi mesi di comando, senza che le batterie de' suoi cortigiani nè l'amore dei figli il potessero ritenere. Fatto dunque testamento nel dì 24 di luglio, in cui dichiarò erede il _principe Francesco_ suo primogenito, che riuscì poi glorioso eroe de' suoi tempi, e provvide di convenevoli appannaggi gli altri suoi figli, cioè _Obizzo, Cesare, Carlo Alessandro_ e _Rinaldo_, che fu poi cardinale, con ammirazione di ognuno sul fine di esso mese s'inviò verso il Tirolo a vestir ivi l'abito de' cappuccini, con prendere il nome di fra Giambatista da Modena. Quanto poi egli si alzasse alto nelle virtù, e quali splendide ed esemplari azioni di pietà, di zelo e di umiltà facesse egli dipoi, non mi fermerò io a descriverlo, avendone bastevolmente trattato nella parte II delle Antichità Estensi. Però duca di Modena divenne il suddetto suo primogenito Francesco. In questi sì sconcertati tempi non si sapea ben discernere ciò che bollisse in capo al duca di Savoia, principe di mirabili raggiri. Per la pace di Susa aveano conceputa gran diffidenza di lui gli Spagnuoli, quasi che fosse proceduto d'intelligenza co' Franzesi per disturbare l'assedio di Casale. Dappoichè si videro incamminati verso l'Italia i Tedeschi, non si potè più levar di testa ai Franzesi che egli avesse incitata a queste mosse la corte cesarea. La verità si è, ch'egli non gradì mai che Casale cadesse in poter degli Spagnuoli, e che gli stava sul cuore, come una pungente spina, l'aver dovuto cedere al re Cristianissimo la cittadella di Susa. Si era egli intanto con assai fortificazioni trincierato ad Avigliano, ed ivi teneva accampato il nerbo maggiore delle sue soldatesche. Così passò l'anno presente; anno fecondo di guai e di lagrime; perciocchè insoffribili furono i danni cagionati al Monferrato, e gli aggravii sofferti dal Piemonte; terribile ancora la penuria dei grani in Lombardia. Eppur nulla fu questo a petto delle calamità del bello e ricco paese Mantovano. Restò esso con tanta crudeltà desolato dalla fiera e mal disciplinata nazione tedesca, che le ville intere andarono a sacco, rimasero incendiate e desolate le case, tolti i bestiami che non erano fuggiti, uccisi gl'innocenti contadini per ogni piccola disubbidienza o resistenza a quegli ospiti crudeli; e niun rispetto nè pur s'ebbe ai luoghi ed arredi sacri. Dappertutto in somma si miravano segni della maggior barbarie, che di più non avrebbono operato i Musulmani. A questi flagelli s'aggiunse quello eziandio della peste, portata dai medesimi Alemanni nella Valtellina, e poscia nel Milanese e Mantovano, che per cagion del freddo non fece per ora gran progresso, ma giunse nell'anno seguente ad un terribile scoppio ed incendio. Nel dicembre di quest'anno fini i suoi giorni _Giovanni Cornaro_ doge di Venezia, a cui poscia fu dato per successore _Niccolò Contarino_
Anno di CRISTO MDCXXX. Indiz. XIII.
URBANO VIII papa 8. FERDINANDO II imperad. 12.
Molte e gravi erano state nell'anno precedente le calamità; crebbero di lunga mano nel presente. Era riuscito alle armi gloriose di _Luigi XIII_ re di Francia nella state passata di fiaccar le corna ai ribelli ugonotti, che mettevano sottosopra tutta la Linguadoca, con impadronirsi delle città e fortezze da loro occupate, con rimetter ivi in trono la religion cattolica, ed astrignere il duca di Roano, capo degli eretici malcontenti, ad uscire del regno, e con ridonare la pace e il buon ordine a quelle contrade. Sì prosperi successi li riconosceva il re dai consigli e dalla direzione del _Richelieu_; e perchè somma premura conservava la maestà sua di soccorrere in buona forma il duca di Mantova, nè si sentiva voglia di tornar a valicar l'Alpi, esso Richelieu, siccome testa bramosa di comparir grande non solo nell'arti del gabinetto, ma in quelle ancora della guerra, assunse volentieri il comando delle armi, e la incombenza di calar di nuovo in Italia con tutta l'immaginabil plenipotenza per la pace e per la guerra. Ecco dunque un porporato divenuto generale dell'esercito franzese in viaggio, con aver sotto di sè i marescialli di Bassompiero, di Sciomberg e di Crequì. Da Lione nel dì 28 di gennaio s'incamminò egli alla volta di Susa. Giunto che fu colà insieme coll'armata regale, cominciò a trattar col _duca Carlo Emmanuele_ non già di un solo particolare aggiustamento, ma della pace universale fra le due corone interessate negli affari di Mantova. Siccome tanto il duca che il cardinale erano dei più scaltriti uomini della terra niun d'essi si fidava dell'altro; e negoziatore fra loro a nome del nunzio di Torino era il Mazzarino, che neppure dal canto suo la cedeva ad alcuno in accortezza, astuzie e raggiri. Parve al Richelieu di essere burlato dal duca, e tenuto a bada, affinchè intanto lo Spinola e il Collalto facessero qualche bel giuoco contro Mantova e Casale. E nello stesso tempo già compariva insospettito lo Spinola d'esso duca, con giugnere a negargli soccorso di danaro, e con pretendere se lo somministrava, qualche piazza per ostaggio della fede. Era già passata la metà di marzo, quando il cardinale segretamente si accostò alla Dora per passar quel fiume, con disegno di sorprendere il duca, il quale, soggiornando in Rivoli, luogo di delizie, col figlio principe di Piemonte, mostrava secondo il suo costume fronte serena e cuor generoso in mezzo alle cure e a' pericoli più gravi. Andò fallito il colpo, perchè da qualche amico (ne fu poi sospettato il duca di Memoransì) avvisato il duca, si ritirò prontamente a Torino, dove fece chiuder le porte, armar le mura, e imprigionar quanti Franzesi vi trovò dentro (e non erano pochi, iti o per inchinar la principessa sorella del re, o per comperar varie cose), restando stranamente sdegnato, anzi inviperito e solo spirante vendetta contra del Richelieu per un tiro sì disdicevole alla sua dignità e alla pubblica fede. Pertanto diede fuori un manifesto, in cui amaramente si dolse di varii tradimenti del cardinale verso la sua persona e i suoi Stati, senza nondimeno parlare di quel di Rivoli. Allora fu che intavolò un trattato col marchese Spinola, per cui poscia si gittò tutto in braccio agli Austriaci di Spagna e di Germania, senza mai più voler dar orecchio a proposizioni del Richelieu, nè ammettere le sue ambasciate.
Per la ritirata di Carlo Emmanuele trovando il cardinale di Richelieu liberi i passi, s'inoltrò verso Torino, affinchè colà si riducessero le forze del duca, fingendo di voler assalire quella città. Poscia all'improvviso spinse il Crequì addosso a Pinerolo, luogo distante dodici miglia da Torino, e v'andò poi egli in persona con tutta l'armata. Nè la terra, nè la cittadella fecero lunga difesa. Nel dì 31 di marzo, giorno di Pasqua, furono amendue in poter de' Franzesi; e il cardinale, che già meditava più vasti disegni, ordinò tosto una potente fortificazione a quel luogo, per formarvi una fortezza reale che servisse di continua briglia alla casa di Savoia, e di porta aperta ai Franzesi per entrare in Italia: il che non si può esprimere quanto trafiggesse l'animo del duca. Gli fu intanto spedito in aiuto dal marchese Spinola e dal Collalto un grosso corpo di Tedeschi, giacchè sette mila altri ne erano calati allora dalla Germania: gente che si diede ad esercitar la sua bravura, non già contro i Franzesi, ma in desolar gli infelici abitatori del Piemonte. Arrivò in questi tempi a Torino il _cardinale Antonio Barberino_, spedito con titolo di legato di Lombardia dal pontefice_ Urbano VIII_, siccome padre comune, per trattar di pace. Abboccatosi egli con lo Spinola e col Cobalto, avea scorto in essi buone disposizioni. Trovò ben venti contrarii, allorchè trattò col duca di Savoia, tutto volto ai pensieri di cacciar di là da' monti i Franzesi, come si figurava di poter fare tirando in Piemonte tutte le forze spagnuole ed imperiali. Nè gli passò meglio col Richelieu, il quale, dopo l'acquisto di Pinerolo e di Bricherasco, terra forte, e di altri circonvicini luoghi, tutto gonfio di sè stesso, sempre più alzava il capo e parlavo da vincitore. Fu forzato in fine il legato Barberino, perchè vi andava dell'onore della santa Sede, a ritirarsi, lasciando le cose più che mai imbrogliate. Tenutasi una conferenza dal duca col Cobalto e collo Spinola, per unir la triplice armata tutta, affin di cacciare i Franzesi, si trovò disposto a ciò il Cobalto; ma non già lo Spinola, che o per gara coll'altro generale, o per poco buon animo verso il duca, o per ordini venuti di Spagna, contento di veder posto assai ostacolo ai Franzesi, perchè non potessero interrompere i suoi disegni nel Monferrato, spinse poi le soldatesche da lui dipendenti in quella provincia. Occupò Pontestura, San Giorgio e Rossigliano intorno a Casale, ed appresso ordinò l'assedio della medesima città. Seguirono sotto quella piazza varie fazioni militari, ora vantaggiose, ora dannose agli assedianti, che io tralascio. In questi tempi, cioè verso il fine di maggio, entrato lo stesso _re Luigi XIII_ in Savoia con otto mila fanti e due mila cavalli, s'impadronì di Sciambery e di tutto quel ducato, eccettuata la cittadella di Mommegliano, ben fortificata dalla natura e dall'arte. Era molto prima il Richelieu passato ad unirsi col re, il quale appresso spedì il _duca di Memoransì_ con dieci mila fanti e mille cavalli a rinforzare i marescialli _de la Force_ e _Sciomberg_, dimoranti in Pinerolo. Nel voler passare queste genti, il principe di Piemonte le assalì con gran vigore, ma con poca fortuna. Ardentemente bramavano essi Franzesi la maniera di penetrar pel Piemonte alla liberazion di Casale, ma non la trovavano. Per non istare in ozio e per procacciarsi paese atto a fornirli di foraggio, si stesero fino a Saluzzo, con occupar quella terra, e da lì a poco anche la cittadella con altri luoghi: il che recò incredibil cordoglio al duca.
Mentre in sì gran tempesta involto il Piemonte avea di che piangere, da non minori calamità era battuta ed afflitta la città di Mantova con tutto il suo territorio; perciocchè, venuta la primavera, fu di nuovo stretta quella città dall'armi cesaree, rinforzate con altri soccorsi, calati di fresco dalla Germania. Il _maresciallo di Etrè_ (già marchese di Coeuvres) pervenuto da Venezia a Mantova nel dì 8 di aprile, non vi portò se non parole e speranze. Vani non solamente, ma dannosi riuscirono al duca Carlo i tentativi da lui fatti a Rodigo ed Ostiglia per ricuperar que' luoghi. Altra speranza a lui non restava che nei soccorsi della repubblica veneta, impegnata forte a sostenerlo, eppure lentissima a farlo. Tanto nondimeno perorò in Venezia l'ambasciator franzese, che si spiccò ordine di tentar la sorte per introdurre nell'affannata città di Mantova un buon sussidio di gente e di vettovaglia. A tal fine, fatta piazza d'armi a Valleggio, tentarono poscia i Veneziani di occupare alcuni vicini luoghi del Mantovano, necessarii al passaggio dei soccorsi; ma ebbero a fronte dieci mila Tedeschi, che misero in rotta le lor genti con tal precipizio, che anche Valleggio fu lasciato alla lor discrezione. Restò dunque più che mai angustiata Mantova. Dentro vi facea strage immensa la peste; eransi ridotti a poco numero i difensori, e questi atterriti; e le guardie con troppa svogliataggine si faceano. Non ignoravano i Tedeschi l'infelice stato della città, e però segretamente si accinsero per sorprenderla. Si disputò allora, e tuttavia si disputa fra gli scrittori, se in quella tragedia intervenisse tradimento dal canto dei Mantovani stessi, oppure se l'industria sola dei capitani tedeschi formasse e perfezionasse tutta quella funestissima mina. Il cavalier Nani e il Vianoli nelle loro storie venete, il conte Loschi ed altri sostentano passate intelligenze fra i Tedeschi ed alcuni cittadini, nominando anche espressamente uno dei marchesi Gonzaga, cioè il marchese Gian-Francesco, perchè fu poi dichiarato governatore di Mantova. Erano essi nemici del nome franzese, ed inclinati all'_imperatrice Leonora_ di loro schiatta, e al duca di Guastalla, e però creduti che tenessero mano alla rovina del _duca Carlo_. Vittorio Siri all'incontro, tuttochè dei più acuti ricercatori delle cose segrete, il Capriata ed altri, non seppero riconoscere tradimento, in quell'orrida tragedia, forse figurandosi improbabile che alcuno almen nobile potesse concorrere allo sterminio della patria sua, senza pensare che in essa anche egli resterebbe involto; perchè chi può dar misura alla furia di truppe scatenate ed ansanti di preda che prendano a viva forza una città? Il conte Galeazzo Gualdo, che suppone anch'egli orditura interna di qualche cittadino, siccome alquanto lontano di età da quella terribile scena, non è bastante a decidere la controversia, e molto meno lo son io. Quel che è certo, ossia che dal duca Carlo, dacchè fu ritornato in Mantova, non si trovasse fondamento a tante dicerie e sospetti, oppure che per tema e rispetto dell'imperadore si rimanesse dal pescare ulteriormente in questo imbroglio, processo non fu fatto, e restò solo in bocca del popolo e dei curiosi il pro e il contra di questa particolarità.
Ora avendo i primarii uffiziali della armata cesarea, cioè i baroni di Aldringher e Galasso (era forse allora in Piemonte, o infermo il Collalto) fatto gran preparamento di barche nel lago, nella notte precedente al dì 18 di luglio quetamente si accostarono al di sotto del Ponte di San Giorgio, e al posto della Predella, nel quale stesso tempo altri assalti diedero in altre parti. Fu dipoi attaccato il petardo alla porta del Volto scuro guardato da pochi Svizzeri, e se ne impadronirono, ed appresso anche del palazzo ducale. _Francesco Orsino_ dei duchi di Lamentana e il Durante accorsero alla difesa; ma il primo vi lasciò la vita, e il secondo con altri uffiziali restò prigione. Saltati dal letto il duca e il maresciallo d'Etrè, sostennero alquanto l'empito de' nemici; ma conosciuto infine disperato il caso, si ritirarono nella fortezza di Porto, e salvossi in un monistero la _principessa Maria_ col suo figliuolino. Trovavasi Porto dalla parte della città sprovveduto di fortificazioni, dentro vi sguazzava la pestilenza, pochi erano i difensori, e meno le munizioni e la vettovaglia. Però avendo tosto gli uffiziali cesarei spedito colà per esplorar le intenzioni del duca, il trovarono disposto per necessità a capitolare la resa. Incaricato dunque da lui il marchese Strozzi, conchiuse nello stesso dì 18 di luglio che fosse lecito al duca Carlo, alla nuora e al figlio di starsene in Mantova, oppure di ritirarsi nel Ferrarese col bagaglio che aveano in Porto (ed era ben poco) senza permetter loro che un giorno solo alla partenza; e che il giorno seguente anche il maresciallo di Etrè potrebbe andarsene liberamente colla sua famiglia. Furono accompagnati esso duca con tutti i suoi e il maresciallo fino a Melara nel distretto ferrarese; e l'infelice principe passò dipoi a Crespino a far delle tetre meditazioni sopra la miseria del suo stato, avendo perduto tutto, e senzachè nè egli nè la duchessa avessero potuto portar seco un soldo o una gioia da potere almen vivere per qualche giorno. Al cumulo ancora delle disgrazie del duca s'aggiunse il mancargli il compatimento di molti, che gli davano la taccia d'essersi comperato il suo eccidio, coll'aver sempre ricusato di chiedere perdono all'imperadore, e di non aver voluto accettare alcuna della tante proposizioni d'accordo fattegli per parte dello stesso imperadore e de' suoi ministri; perchè certamente gli fu più volte esibita l'investitura di Mantova, se avesse voluto consentire per onore di sua maestà ad accettar qualche presidio, potendo sperare di riaver anche il Monferrato con un po' di pazienza e di maneggio. Dopo il fatto costa pur poco il far da dottore. Non mancarono consiglieri, ed anche di alta sfera, che impedirono sempre ad esso duca l'accettar condizione alcuna. Ridotto in tanta povertà il duca Carlo, altro partito non ebbe che di limosinar qualche aiuto di borsa dalla veneta repubblica, e ne ottenne mille dobble, colle quali andò vivendo come potè, aspettando miglior costellazione alla sua depressa fortuna.
Torniamo a Mantova. O perchè non si potè di meno, o perchè fu permesso in ricompensa alla per altro poca fatica durata in quell'acquisto, gl'infuriati Tedeschi si misero a saccheggiare la misera città, e durò per tre giorni quella barbarica lagrimevole scena. Godeva dianzi Mantova per la lunga pace, per la ricchezza dei dominanti e dei cittadini, un delizioso e fioritissimo stato. Ma per la peste, che avea già tagliato il filo della vita a quasi vinticinque mila abitanti, e per questo orrido sacco, eccola precipitata in un baratro di miserie. Fu messo a ruba tutto il palazzo ducale, dove i principi Gonzaghi in tanti tempi addietro aveano ragunata gran copia di preziosi mobili, pitture, tappezzerie, statue e vasi di squisito lavoro, dei quali nondimeno ne avea il duca Carlo per le necessità della presente guerra alienata parte, e ricavati secento mila scudi. Pochi furono i palagi e le case che non soggiacessero alla rapacità militare con tutti gli eccessi della licenza di quegli sfrenati masnadieri verso le donne e verso i luoghi sacri, alcuni nondimeno dei quali rimasero esenti dalla loro inumanità ed avarizia. Alessandro Zilioli nelle sue Storie scrive che i buoni Tedeschi attesero molto a rubare, poco a soddisfar la libidine. Nè solamente contro le persone e robe degl'innocenti infierirono, ma anche contro le stesse case e muraglie, o incendiandole, o rompendole per iscavarne i pretesi nascosi tesori. Chi volle far ascendere il danno di quella città a diciotto milioni di scudi, di che ricapiti si servì mai egli per tirar questo conto? Giunta poi a Vienna la nuova di sì memorabile scempio, ne provò sommo orrore, e ne restò altamente ferito il cuore del pio _Ferdinando imperadore_, che avea appunto dati ordini di moderazione a tutti i suoi generali, nè si sarebbe mai aspettato un colpo sì alieno dalla clemenza ed intenzione sua. E l'_imperadrice Leonora_ Gonzaga consorte non sapea dar fine agli urli e alle lagrime per tanta sventura della patria sua. Succedette poi a tutti questi assassinii lo stesso che avvenne pel sacco di Roma, perchè in breve perirono quasi tutti o per peste o per morti subitanee, nè di quelle rapine goderono punto i loro eredi. Ma questo nulla suffragò all'infelice città e al suo territorio, che forse in peggior situazione restò, perchè spogliato di abitatori, di alberi e di bestiame, colle case abbattute, o pure ridotte a nude mura, e que' fertilissimi campi e giardini tutti incolti, divenuti una selva di sterpi e spine. Rimasero da lì innanzi i miseri Mantovani esposti alle continue angherie dell'Aldringher, che giunse fino ad intimare ad un popolo spogliato di tutto una contribuzione di cento mila dobble: del che avvertito l'imperadore, mandò ordini in contrario. Non si può dire che odiosità contro il nome dell'imperadore e della nazion tedesca si diffondesse per l'Italia a cagion della guerra e del sacco di quella infelice città e territorio.
Poco dopo la tragedia deplorabile di Mantova, descritta da Alessandro Zilioli, un'altra ne accadde in Piemonte. _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, circa il dì 20 di luglio, era passato a Savigliano con tutte le forze sue e de' collegati, con animo di venire a battaglia coi Franzesi che aveano occupato Saluzzo, oppure di impedire i lor progressi. Dicono che fu preso da gente intestata dei pregiudizi del paganesimo per cattivo augurio l'essere alcuni giorni prima caduto un fulmine sopra l'albero maggiale piantato avanti al palazzo ducale in Torino, coll'uccisione d'alcune guardie; e che in Savigliano posate l'armi del duca sopra un tavolino, cinque volte caddero in terra senza essere toccate da alcuno. Quivi esso duca colpito da apoplessia, fra tre giorni passò all'altra vita nel dì 26 del mese suddetto in età di sessantaotto anni, e quasi sette mesi. Comune opinione fu ch'egli soccombesse agli affanni in mirare, dopo tante fatiche, spese, disegni ed azioni sue, per ingrandire i propri Stati, andare a terminar tutto nella perdita della Savoia e di Susa, Pinerolo e Saluzzo, porte dell'Italia, divenuto per lui un insoffribil ceppo alla sua signoria; e nella desolazion del Piemonte, lacerato e calpestato allora tanto dai Franzesi che dagli Spagnuoli e Tedeschi; e finalmente nell'abbassamento della sua riputazione, che per lui era la pupilla degli occhi, odiato e deluso dai Franzesi, e mal corrisposto dagli Spagnuoli. Di questo principe si trova una diversa pittura, lavorata a penna dalle passioni, rappresentandolo alcuni per principe turbolento, ambiziosissimo, incostante, infido, libidinoso e sanguinario, e che presumeva troppo di sè stesso in ogni occasione. Negli ultimi periodi di sua vita, dicono nullameno aver egli meditato d'invadere la Francia, e di cacciar Spagnuoli e Tedeschi d'Italia. Dall'altro canto presso diversi scrittori non fu defraudata la memoria sua di un compiuto e verace elogio delle maravigliose doti e virtù che in lui si adunavano. Fuor di dubbio è ch'egli in vivacità ed accortezza di mente andò innanzi ad ogni principe e monarca della sua età. Nel suo picciolo e curvo corpo alloggiava un cuor grande, un valore non inferiore a quello dei maggiori eroi. Sapeva di tutto; peritissimo in ogni arte ed esercizio di pace e di guerra, amante della storia, delle matematiche, delle belle lettere, e perpetuo fautore e rimuneratore dei letterati. Nella generosità, nella liberalità, affabilità ed eloquenza naturale non avea pari; sapea comperarsi il cuore di chiunque trattava con lui. Della sua pietà e magnificenza lasciò immortali memorie dappertutto con tante fondazioni di monisteri, chiese, collegii, spedali, fortezze e palagi. Non istavano mai in ozio i suoi pensieri per informarsi delle azioni dei suoi ministri, ed anche dei suoi sudditi, e per penetrar nei gabinetti di tutti i potentati d'Europa. A lui mancò solo la fortuna; ma se le forze vennero meno ai voli troppo vasti da lui intrapresi, meritò almeno l'ammirazione sì del suo che dei secoli avvenire. Lasciò viventi dopo di sè _Vittorio Amedeo_ suo primogenito e successore nel ducato, il _cardinal Maurizio_, e il _principe Tommaso_, oltre a _Margherita_ vedova duchessa di Mantova, e due altre figlie religiose.
Con pensieri più regolati e discreti succedette al padre in età di quarantatrè anni, ben addottrinato nel mestier della guerra e della politica, il novello _duca Vittorio_ che, siccome cognato del re di Francia, non tardò a mostrar segni di affettuosa divozione verso quella corona, senza nondimeno alienar l'animo suo dal rispetto verso l'altra di Spagna. Ma perchè egli si trovava a fronte l'esercito nemico dei Franzesi, gli convenne sul principio difendersi dai loro insulti. Eransi eglino ultimamente insignoriti di Carignano. Per ricuperar quella terra si mosse nel dì 7 di agosto il duca con gli Alemanni collegati, e venuto ad un conflitto, n'ebbe la peggio. Giuntogli poi in aiuto il conte di Collalto con otto mila fanti e cinquecento cavalli, avrebbe potuto sperar dei vantaggi, se non fosse giunto al campo franzese con quattro mila fanti e cinquecento cavalli il _maresciallo di Sciombergh_, il quale per viaggio ridusse alla sua ubbidienza la terra e il castello di Avigliana. Intanto maggiormente veniva stretto e bersagliato Casale dal _marchese Spinola_ con rabbia dei Franzesi, vogliosi pure di soccorrerlo, ma impotenti a farlo. In questi imbrogli, non mai stanco di fare il corriere e paciere Giulio Mazzarino, s'interpose; e giacchè troppa difficoltà s'incontrava ad una pace, tentò di guadagnare il punto che si venisse per ora ad una tregua. Tanto fece che nel dì 4 di settembre questa fu stipulata per tutto il dì 15 del prossimo ottobre, e in essa stabilito che la città e il castello di Casale sarebbono tosto consegnati allo Spinola, e questi obbligato a somministrar viveri alla cittadella di Casale, custodita dal maresciallo franzese _Toiras_ fino al dì ultimo di ottobre. E quando questa non fosse soccorsa per tutto quel dì dall'armi franzesi, anch'essa fosse ceduta allo Spinola suddetto. All'incontro, essendo essa entro quel tempo soccorsa, si obbligava lo Spinola di restituir di nuovo ai Franzesi la città e il castello. Poca fortuna ebbe questa sospension d'armi; nè pur volle ratificarla lo Spinola, credendola troppo svantaggiosa, seppur non fu perchè adirato dall'averla il duca e il Collalto conchiusa senza saputa sua. Ma essendo allora, o poco prima, caduta in deliquio la sua sanità, nè solo del corpo, ma anche della mente, venne a lui sostituito _pro interim_ il _marchese di Santa Croce_ nel governo di Milano e dell'armata spagnuola; ed egli poi colla fama di essere stato uno dei più gloriosi capitani del tempo suo, finì i suoi giorni nel dì 25 di settembre; altri dicono nel dì 28. Approvò il Santa Croce la tregua, e però la città di Casale col castello gli fu consegnata, restando tuttavia la cittadella nelle mani dei Franzesi e del duca d'Umena figlio di Carlo duca di Mantova, ma solamente di nome.
Fin qui era camminata tutta a seconda de' suoi voleri la fortuna dell'_imperador Ferdinando II_ per tante vittorie riportate da' suoi generali _Alberto Vallestain_ duca di Fridland, _Tilly_ e _Pappenaim_. Se questo Augusto, principe per altro di gran pietà e saviezza, patisse alcune di quelle vertigini, che suol produrre l'eccessiva prosperità, nol so dir io. Egli è almen certo che la sua gran potenza cagionava dei brutti sintomi in cuore della maggior parte dei principi dell'imperio, od oppressi come nemici, o maltrattati come amici. Specialmente si accordavano tutti in non poter più soffrire la superbia e l'insolenza del Vallestain. Nelle fucine di questi malcontenti cominciò a soffiare il _cardinale di Richelieu_, sì per ispirar loro il ripugnare ad esso Augusto, desideroso dell'elezione di _Ferdinando re_ d'Ungheria suo figlio in re dei Romani, e sì per formare una forte lega contro di lui. Particolarmente si studiò il più politico che religioso porporato di muovere a danni dell'imperadore il re di Svezia _Gustavo Adolfo_, povero sì di forze, ma ricco di coraggio; e a dargli la spinta concorse ancora con promessa di danaro il senato veneto, troppo alterato per le peripezie di Mantova. Questo nero nuvolo accompagnato da fulmini quel fu che rendè pieghevole l'Augusto Ferdinando alle proposizioni di pace fatte nella dieta di Ratisbona dai ministri del papa e del re di Francia, sostenute ancora dall'interposizione degli elettori. Furono dunque nel dì 15 d'ottobre segnati i capitoli d'essa pace, e stabilito che l'imperadore darebbe al duca Carlo Gonzaga l'investitura di Mantova e Monferrato, con ritenere una sufficiente guernigione in Mantova e Canneto. Che esso duca Carlo cederebbe al duca di Savoia Trino con tante altre terre del Monferrato, di rendita annua di diciotto mila scudi. Che al duca di Guastalla darebbe sei mila scudi di rendita in tante terre (e ne ricevette poi Luzzara e Reggiuolo). Che tanto lo imperadore dall'Italia che il re Cattolico da Casale e dal Piemonte ritirerebbero le loro truppe; e lo stesso farebbe il re Cristianissimo dalla cittadella di Casale, dal Piemonte e dalla Savoia, ritenendo solo una discreta guernigione in Pinerolo, Susa, Bricherasco ed Avigliana. Finalmente, dappoichè si fosse data esecuzione ai capitoli suddetti, si avevano da ritirare le suddette guernigioni, lasciando libera Mantova, Pinerolo, ec., ai duchi di Mantova e Savoia. Ma questa pace ebbe la sfortuna di dispiacere al re Cattolico, perchè conchiusa senza di lui; e ai duchi di Savoia e Mantova, perchè pretesa di sommo loro aggravio. E il più bello fu che quel grande imbrogliatore di Richelieu, il quale pure s'era servito di fra Giuseppe cappuccino, suo gran confidente e del medesimo calibro, a quel trattato, proruppe in grandi schiamazzi contro l'ambasciatore Brulart, e indusse il re Cristianissimo a non ratificarlo.
Mentre in Germania si lavorava alla pace, i generali franzesi in Piemonte pensavano alla guerra; e risoluti di tentare il soccorso della cittadella di Casale, prima che spirasse il termine della tregua, verso la metà d'ottobre si mossero a quella volta con circa venti mila combattenti fra cavalleria e fanteria, e nel dì 26 del suddetto mese furono a vista degli Spagnuoli e Tedeschi, possessori della città di Casale, ben trincierati al di fuori, ed anche superiori di forze. Si fece vista di voler attaccare la battaglia, senza volere far caso della nuova già pervenuta della pace di Ratisbona; e il Mazzarino iva galoppando di qua e di là per risparmiare il sangue e seminar la concordia. Era egli già venduto a' Franzesi. Ora tanto seppe questo forbito pacificatore intronare le orecchie del marchese Santa Croce, personaggio di poco spirito, ed imbrogliato per la sua poca perizia, che il trasse ai suoi consigli. Pertanto sul punto di dar principio al fatto d'armi, uscì egli col cappello in mano verso i Franzesi, gridando: _Alto, alto; pace, pace_. La pace fu che il _maresciallo di Toiras_ colla guernigione uscirebbe della cittadella di Casale, rinunziandola a Ferdinando duca d'Umena, figlio del duca Carlo, il quale la terrebbe con guernigione di mille Monferrini a nome dell'imperadore sotto un commissario imperiale da nominarsi dal Collalto. Che i Franzesi si ritirerebbero nel giorno seguente dal Monferrato, ed altrettanto farebbero gl'imperiali e Spagnuoli, abbandonando Casale, il castello e tutti gli altri luoghi da loro occupati in quella provincia. Non mancarono le fischiate dietro a chi, sì vantaggiosamente postato, si lasciò condurre a quel sì vergognoso accordo. Di peggio poi succedette; perciocchè, dopo aver gli Spagnuoli valicato il Po, ed essere inviati i Franzesi alla volta del Piemonte per l'altra riva, questi ultimi, tornati addietro, spinsero due reggimenti in Casale, chi dice per avere scoperto che il Santa Croce, pentito dell'accordo, tornava per occupar quella; e chi, con più probabilità, perchè i marescialli franzesi iti a visitar la città suddetta e la cittadella, le trovarono affatto sprovvedute di viveri, e per timore che cadessero nelle mani degli Spagnuoli, se vi tornavano sotto, non badarono a mancare di fede. Irritato per questo inganno il Santa Croce, si mise ad inseguir gli altri Franzesi che marciavano verso il Piemonte, e fu vicino ad attaccare il conflitto. Ma ecco a cavallo il Mazzarino, che ora agli uni, ora agli altri applicando il lenitivo della sua eloquenza, li fermò, e ne trasse un nuovo accordo, per cui il duca di Savoia mandò per Po tre mila some di grano a Casale: il che fatto, ne uscirono i Franzesi, e per la maggior parte si ritirarono in Francia. Mancò intanto di vita il _conte di Collalto_, uomo pien di orgoglio, che quasi sempre era stato o avea finto di essere infermo, e maggiormente si trovava ora in pena, per essere stato richiamato alla corte cesarea a rendere conto della sua nemicizia con lo Spinola, del sacco di Mantova, e di aver fatto perdere Casale.
In questa maniera terminarono, se non in tutto, almeno in buona parte, le tante brighe pel Monferrato, e insieme l'anno presente, riuscito dei più calamitosi e funesti dell'Italia. Imperocchè dilatatasi la peste già cominciata, e prevalendosi del buon veicolo della guerra, che rompe ogni misura, precauzione e guardia in simili occasioni, fece dipoi innumerabile strage in tante armate, e più senza paragone negl'innocenti popoli. Passato questo terribil malore da Mantova a Venezia, quivi portò al sepolcro sopra sessanta mila persone; e fu creduto che perissero più di cinquecento mila nelle altre città, e ville di terra ferma sottoposte a quella repubblica. Passò a Modena, Reggio, Bologna, e più tardi poi nell'anno seguente ad altre città di Toscana, Romagna, Piemonte e Lombardia, dove lasciò un orrido guasto di viventi, e spezialmente infierì nella allora assai popolata città di Milano: tutti frutti dell'incessante ambizion dei monarchi, che oltre a tanti mali cagionò ancor questo. Mirabili cose operò _Ferdinando II gran duca_ di Toscana in tal congiuntura per difesa e sollievo de' suoi popoli, e massimamente della sua capitale, come già scrissi nel mio Governo della peste. Dovea passar per Italia alla volta di Vienna l'_infanta Maria_ sorella del re di Spagna, sposata a _Ferdinando III_ re d'Ungheria e figlio del regnante imperadore. A cagion della peste che sì fieramente infestava la Lombardia, fu ella con sontuoso stuolo di galee condotta fino a Napoli, e in esse pensava poi di passare a Trieste. Gelosi i Veneti de' loro diritti nell'Adriatico, si opposero al passaggio di quella flotta, esibendosi essi di servir la regina coi loro legni. Pericolo vi fu di rottura; ma infine si accomodarono gli Spagnuoli e Tedeschi al volere della repubblica, la quale trasportò poi sul fine dell'anno quella gran principessa con tutto il suo numerosissimo corteggio da Ancona a Trieste, facendole godere nel viaggio ogni sorta di delizie a tenore della magnificenza e liberalità ch'ella sempre usa in somiglianti congiunture. Terminò colla vita il suo breve principato nel corrente anno _Niccolò Contarino_ doge di Venezia, a cui fu sostituito dipoi _Francesco Erizzo_.
Anno di CRISTO MDCXXXI. Indizione XIV.
URBANO VIII papa 9. FERDINANDO II imperadore 13.
Anno fu questo di spaventose guerre in Germania, di maravigliose cabale ed inganni in Italia. Il _cardinale di Richelieu_ era in Parigi il giratore di tutte le macchine anche più lontane. Contuttochè si fossero congiurati contra di lui il _duca d'Orleans Gastone_ fratello del re, e la _regina Maria_ madre d'amendue, con alcuni altri dei primarii personaggi, tal polso e predominio ebbe egli nel cuore dello stesso re _Lodovico XIII_, che abbattè ogni suo avversario. Il duca di Orleans si fuggì in Lorena, la regina madre se n'andò in Fiandra: con che maggiormente divenne quel porporato l'arbitro del regno, e padrone del re suo signore. Egli fu, siccome già accennammo, che mise l'armi in mano al feroce _Gustavo Adolfo_ re di Svezia contra l'_imperador Ferdinando II_, e fece lega con gli Olandesi, e manipolò in Brandeburgo e Sassonia buona armonia con lo Svevo, e ritirò la Baviera dall'unione con Cesare. In addietro avea l'Augusto Ferdinando mietuti sempre allori e cantati trionfi; ma senza far caso se egli in tanti guadagni avesse perduto l'amore dei principi dell'imperio, valendosi _Vallestain_ _duca_ di Fridland, che calpestava egualmente amici e nemici, e da cui ebbe origine quell'empia massima: _Che l'imperatore non poteva mantener dodici mila armati: ma che gli era ben facile di mantenerne cento mila_; perciocchè, come ognun intende, ad un poderoso esercito, che per forza si fa ubbidir da ognuno, nulla può mancare. Si privò Cesare di questo gran generale insieme ed assassino, per le istanze degli elettori, e sbandò anche la maggior parte degli eserciti suoi. Allora fu che il _re Sveco_ colle vittoriose sue armi si andò sempre più inoltrando, e dopo la memorabil rotta di Lipsia, data nel dì 7 di settembre al valoroso _Tilly_ generale cesareo, maggiormente s'internò nel cuor dell'imperio, quasi minacciando di detronizzare lo stesso Augusto. Di sì gravi sconcerti della Germania ho io fatto in passando questo breve ricordo, perchè essi influirono non poco a dar la quiete all'Italia, e alla esecuzione della pace di Ratisbona. L'Olivares, ossia il _conte duca_, potente favorito in Ispagna del _re Filippo IV_, avea disapprovata quella pace, e spedito apposta al governo di Milano per disturbarla il _duca di Feria_ don Gonzalez di Cordova, già da noi veduto nei prossimi passati anni governatore del medesimo Stato. Nè mancò egli di fare il possibile per mantener la discordia. Ma perchè l'imperadore, pressato dalle angustie sue in Germania, abbisognava delle truppe, già inviate a Mantova, nè gli compliva il tener vivo questo fuoco co' Franzesi tuttavia forti alle sboccature dell'Italia; però spedì ordine e plenipotenza al baron Galasso di ultimar queste pendenze. Ripigliaronsi dunque i trattati fra i ministri di _Francia_, di _Vittorio Amedeo duca_ di Savoia, col medesimo Galasso, frapposta sempre la mediazione di monsignor _Panciroli_ nunzio del papa, e dell'accortissimo _Giulio Mazzarino_, il qual portava anch'esso il titolo di ministro di sua santità.
Radunati questi ministri in Cherasco, cioè il _Galasso_ per l'imperadore, e il _maresciallo di Toiras_ col signor di Servient pel re Cristianissimo, nel dì 6 di aprile vennero al decisivo accordo, per cui fu convenuto che in vece dei diciotto mila scudi di rendita annua in tante terre da darsi al duca di Savoia nel Monferrato, se gliene assegnassero solamente quindici mila, ma d'oro. E però si determinò che Trino con una gran copia di altre terre castella e ville, che erano il più fertile pezzo del Monferrato, colla giunta ancora della città d'Alba e del suo territorio, a cui niuno in addietro avea mai pensato, passasse in dominio del duca di Savoia, non senza ammirazione e mormorazione di molti, perchè si togliesse allo sfortunato duca di Mantova _Carlo Gonzaga_ una sì pingue porzione dei suoi Stati. Pure consentì a tutto il Galasso, o perchè guadagnato con danaro, o perchè troppo incitato da Vienna a troncare i viluppi coi Franzesi, i quali furbescamente, non avendo voluto fin qui ratificar la pace suddetta di Ratisbona, minacciavano sempre nuove rotture. Molto più si stupiva la gente al vedere che i Franzesi, in vece di sostenere in quello spartimento le ragioni del duca di Mantova, lor collegato ed alunno, non promovessero, e con passione, se non i vantaggi del duca di Savoia, principe che tuttavia tenea l'armi in mano contra di loro, e al quale doveano poi essi restituire tutti gli Stati occupati di qua e di là dai monti. Cessò col tempo lo stupore essendosi, dopo molti e molti mesi, ritirata la cortina al mistero ed arcano, che ora non s'intendeva, del procedere dei ministri gallici; essendosi trovato ch'eglino, col fare i liberali della roba altrui, aveano fatto un acquisto per la corona di Francia. Hassi dunque a sapere che il Richelieu, le cui ambiziose mire si stendevano ai luoghi più remoti e ai tempi avvenire, s'era cacciato in capo di ritenere un passo aperto in Italia all'armi franzesi. Verisimilmente ancora a ciò l'istigavano le segrete insinuazioni de' principi italiani, che mal sofferivano la prepotenza degli Spagnuoli, e la troppa possanza del regnante Augusto.
Avea esso cardinale, dopo l'acquisto di Pinerolo, già fatti i conti che questo avesse ad essere un nido sicuro e durevole per li Franzesi; e già ne avea imprese le fortificazioni. Ma in vigor della pace di Ratisbona, sì Pinerolo che Susa, Saluzzo, la Savoia ed ogni altro occupato luogo si aveano a rendere al duca di Savoia. Non si fermò per questo il Richelieu. Spinse addosso al _duca Vittorio Amedeo_ il sagacissimo Mazzarino, e questi pose in campo il desiderio del cardinale per la ritenzion di Pinerolo, e sfoderò quanti argomenti gli somministrò la sua giudiziosa eloquenza per persuaderne la cessione, facendo gustare al duca la restituzione della Savoia, e di tutti altri luoghi, alla quale, coll'aver negata la ratificazione della pace, non si tenea obbligata la Francia. Promise di fargli avere un buon compenso colla città di Alba, con altri luoghi del duca di Mantova, e con altre esibizioni che superavano il valore di Pinerolo. Aggiunse, quella essere la maniera di farlo rispettar dagli Spagnuoli, e di mantener sempre buona amicizia colla Francia, da cui più potea sperar la casa di Savoia che dalla corte di Spagna. In una parola, tanto fece, tanto disse l'accorto Mazzarino, che il duca si arrendè, e nel dì ultimo di marzo con un trattato raccomandato ad un'estrema segretezza si accordò di cedere al re Cristianissimo la città e il castello di Pinerolo, Riva, Budenasco, il forte della Perosa, ed altri luoghi, cioè una lingua di terreno che per la valle di Perosa si attaccava con gli Stati del Delfinato. Ciò fatto, seguì poi l'accordo di Cherasco, pel quale si stabilì chiaramente la restituzione di tutto il tolto al duca di Savoia, e nominatamente di Pinerolo, mentre nel medesimo tempo dovea farsi quella di Mantova, Casale e Canneto al duca di Mantova, e liberarsi la Valtellina. Per l'esecuzione ancora d'esso accordo furono dati ostaggi a _papa Urbano VIII_, che non ricusò di riceverli e tenerli finattantochè ciascuna delle parti avesse fedelmente adempiuti i capitoli di quella concordia. Ma come coprire agli occhi degl'imperiali e Spagnuoli questa innovazione e contravvenzione alla pace, e non render Pinerolo? Ecco ciò che per beffarli tutti seppe inventare la fina politica del Richelieu e del mediatore Mazzarino, il quale in tal congiuntura non ebbe difficoltà d'ingannare lo stesso monsignor _Panciroli_ suo superiore ne' maneggi, tuttochè anch'egli fosse in concetto di essere cima di uomo nella simulazione ed accortezza.
Perchè il Richelieu non si fidava del duca di Savoia, volle che il _cardinal Maurizio_ e il _principe Tommaso_, fratelli di esso duca, passassero a Parigi, col pretesto di andarsene in Fiandra, e quivi come ostaggi si fermassero, finchè la trama fosse compiuta. Nè questo bastò. Si fecero rinchiudere in un segreto granaio, ed altri nascondigli della cittadella di Pinerolo, trecento fanti franzesi con viveri per un mese, e sparsa voce che fosse entrata la peste in quella fortezza, affinchè si sbrigassero presto i commissarii imperiali e Spagnuoli da quella visita, spalancate le porte, uscì nel dì 20 di settembre il resto del presidio franzese, e fu data la consegna di tutto al conte di Verrua pel duca di Savoia. Visitarono i commissarii tutti i siti, nè trovandovi più alcun Franzese, sottoscrissero l'attestato della restituzion seguita di Pinerolo. Alcuni dì prima era stato evacuato il Piemonte, il Monferrato e la Savoia da' Franzesi, la Rhetia dagli Alemanni; al duca Carlo Gonzaga consegnato Porto e Canneto, e susseguentemente nello stesso dì 20 anche la città di Mantova, giacchè a lui era pervenuta l'imperiale investitura di quel ducato e del Monferrato, di quel nondimeno che restava in suo dominio. Portati a Ferrara gli autentici attestati della piena esecuzione di tutti i capitoli formati in Ratisbona e Cherasco, furono messi in libertà gli ostaggi dianzi consegnati al pontefice romano. Restava da farsi l'altra scena, cioè di cavar dalle tane i Franzesi occultati in Pinerolo, e di dare un buon colore alla occupazione, ch'erano per far di nuovo di quella città e cittadella, e si trovarono altre frodi. Perchè il duca di Feria non fece bastevole disarmamento di milizie, e lo scaltro Mazzarino lo indusse a far delle doglianze contro i Franzesi, perchè parte d'essi fosse restata al servigio del Gonzaga in Mantova e Casale; mostrandosi il Richelieu pien di gelosie o sospetti, come se gli Spagnuoli macchinassero qualche superchieria o tradimento, fece fare istanza al duca di Savoia (andavano ben di concerto) che gli consegnasse per qualche tempo due piazze in Piemonte, cioè Susa ed Avigliana, oppure Pinerolo colla Perosa, ovvero Demont o Cuneo, tanto che si vedesse ben assodata la quiete in Italia. Fintosi il duca sorpreso da tal dimanda, e pien di timore per le minaccie aggiuntevi ricorse al duca di Feria, chiedendogli aiuto. Essendosi mostrato pronto il Feria, talmente fu poi ingrandito dal duca di Savoia il bisogno di gente e danaro, che il governatore diede indietro; ed allora il duca Vittorio Amedeo, come necessitato ad acconsentire e accomodarsi, e con protesta di venire ad una convenzione per esentar lo Stato suo e di Milano dai mali maggiori, nel dì 22 di ottobre stese una capitolazione col ministro franzese, di dare in deposito al re Cristianissimo Pinerolo coi forti della Perosa per soli sei mesi, che aveano poi da essere secoli; e che vi si tenesse presidio di Svizzeri, che poi diventarono Franzesi. In somma non si può dire quante e quali fossero le furberie e gli artifizii usati da quelle volpi e dal duca di Savoia per giuntare gli Austriaci in questi negoziati, con giugnere a gabbare infino i ministri propri. Azioni tali fra il basso popolo son chiamate cabale, ma fra i principi e gran ministri prendono l'aria di cose gloriose, e truovano chi altamente le loda.
Eppure, qui non terminò le serie di tanti viluppi. Era rientrato in possesso de' suoi Stati il _duca Carlo Gonzaga_, ma con trovarsi in un miserabilissimo stato, perchè cangiato in uno scheletro quel fertilissimo paese, smembrata tanta parte del Monferrato, venduti o impegnati i suoi beni e stati di Francia, per sostenersi nel passato terribile impegno. Più non correvano i soliti tributi, essendo rimaste spopolate ed incolte le campagne, talmente che appena egli avea di che vivere. Alle sue afflizioni si aggiunsero due anche più acuti colpi per la morte di _Carlo_ già _principe di Rhetel_ suo primogenito, mancato di vita in Goito sei giorni prima della restituzion di Mantova, con restar di lui un picciolo figlio in fasce, che fu poi _Carlo II duca_ di Mantova, ed una bambina. Parimente da lì a pochi mesi diede fine al suo vivere in Casale _Ferdinando duca d'Umena_, altro suo figlio: con che si ridusse tutta la sua speranza e prole maschile al mentovato suo picciolo nipote. Forze intanto a lui mancavano per sostenere un sufficiente presidio in Mantova e in Casale, e ogni dì temea insulti dal governator di Milano, irritato per lo affare di Pinerolo. Gli convenne dunque ricorrere alla repubblica veneta, che vi mandò, e lungamente ancora vi tenne, una guernigion sufficiente. All'incontro, collo stesso infelice duca tanto si adoperarono gli accorti Franzesi con segreti maneggi, mettendogli sempre davanti l'orgoglio e l'insaziabilità degli Spagnuoli, che gli cavarono di bocca l'assenso di assicurar eglino con presidio Casale. Però all'improvviso comparvero colà alcuni reggimenti di fanteria e sei compagnie di cavalleria, che assunsero la guardia di quella città, castello e cittadella alla barba del governator di Milano e della corte di Spagna, che fecero per questo mille schiamazzi e doglianze contra del Richelieu, come di un gran traditore, ma senza frutto. Restò Pinerolo ai Franzesi in proprietà, Casale in guardia. Non pochi declamarono allora contro il duca di Savoia, per aver messa la sua sovranità in ceppi, ed esposti i suoi Stati alla gallica ambizione; ma gli altri principi d'Italia sommamente si rallegrarono di quell'avvenimento, per cui pareva contrappesata la soverchia potenza degli Austriaci in Italia; e restava aperto il varco all'armi di Francia secondo il bisogno dei loro interessi.
Giunto era all'età di ottantadue anni Francesco Maria duca d'Urbino, e dimorava in Castel Durante, attendendo agli affari dell'anima sua, quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Mancò in lui la famiglia della Rovere, che tanto s'era segnalata nel valore dell'armi, nella protezione dei letterati, e nel giusto e dolce governo dei suoi popoli, che amaramente lo piansero, e videro poi scaduto Urbino e quello Stato dall'antica popolazione e magnificenza. Già dicemmo che di quel ducato avea dianzi preso possesso la camera apostolica. Ora maggiormente se ne consolidò in lei il pieno dominio senza che si sentisse alcuna sostanziale opposizione per questo; se non che, avendo _Ferdinando II gran duca_ di Toscana sposata in quest'anno _Vittoria_, nipote del defunto duca, pretese ed ottenne l'eredità di tutti i preziosi mobili ed allodiali di quella casa, ed alcune castella ancora con titoli particolari acquistate da quei duchi: il che non passò senza molte liti. Fu da alcuni principi e da assaissimi adulatori consigliato ed istigato _papa Urbano VIII_ ad investire di quel ducato uno dei suoi nipoti; ma egli seppe vincere sè stesso, e volle che se ne facesse l'unione con lo Stato ecclesiastico. Seguirono in questo anno le nozze di _Francesco I d'Este_ duca di Modena colla _principessa Maria Farnese_, sorella di _Odoardo duca_ di Parma. Nel dì poi 16 di dicembre ebbe principio l'incendio del monte Somma, ossia del Vesuvio, che fu uno dei più spaventosi e memorabili che mai abbia patito la regal città di Napoli. L'interno orribile ruggito del monte scoppiò finalmente in terribili tuoni, in fiamme e in un fumo puzzolente, che levava il fiato alla gente, e in una sì prodigiosa caligine e pioggia di cenere, che coprì tutta Napoli, e portata dal vento si sparse fin sopra le città della Dalmazia e dell'Arcipelago. I sassi da quella bocca infernale gittati in aria furono innumerabili, ed alcuni caddero cento miglia lungi di là, se pur ciò è da credere. Intanto il mare anch'esso rumoreggiava, e ritirandosi le acque, lasciarono asciutto il molo, e un lungo tratto di quelle spiaggie. In Sorrento si allontanò quasi un miglio dal lido. Oltre a ciò, frequenti erano le scosse dei tremuoti, e giunse quel baratro finalmente a vomitare un'immensa copia di bitume acceso, che, scendendo in varii torrenti dalla montagna atterrò quante case e ville incontrò nel suo scendere al mare, colla morte di non pochi uomini e bestie, e col rendere incolta la campagna tutta per dove passò. Credeva il popolo di Napoli che fosse venuto il fine del mondo, e si aspettava a momenti l'ultimo eccidio, nè altro s'udiva per quella città che urli e grida di pentimento, correndo ognuno ad accomodar le partite dell'anima sua, e alle divote processioni che in abito di penitenza si andarono facendo. Cessò finalmente lo sdegno del monte, cessò l'indicibile spavento, e tornò a poco a poco la gente ai soliti affari e alla consueta allegria; se non che si trovò molta gente mendica, di ricca che era prima, per la desolazione di tanti poderi continuando in essa i motivi di piagnere.
Anno di CRISTO MDCXXXII. Indizione XV.
URBANO VIII papa 10. FERDINANDO II imperad. 14.
Rifiorirono oramai i tempi della tranquillità in Italia per la pace del precedente anno, restando solamente in moto un po' di marea per lo sdegno della corte cesarea e del duca di Feria contro i Franzesi, e pel poco loro buon animo verso il duca di Savoia _Vittorio Amedeo_, a cui imputavano la trasgression della pace di Ratisbona, e il ritorno dell'armi di Francia in Italia. Non lasciò per questo esso duca di stipulare, nel dì 5 di luglio, un trattato coi ministri del re Cristianissimo, pel quale appariva come cosa nuova che egli cedesse alla Francia in perpetua proprietà Pinerolo colla valle di Perosa, e formava una lega difensiva con esso re Cristianissimo. Questo trattato non comparve alla luce, se non dappoichè il duca ebbe inviato alla corte cesarea il marchese di Pianezza a chiedere l'investitura della parte del Monferrato che gli era toccata. Molte opposizioni s'incontrarono a sì fatta richiesta; ma ritrovandosi allora in pessimo stato gli affari dell'imperadore in Germania, la maestà sua, per togliere i semi di nuove turbolenze in Italia, non osò in fine di negarla, e nel dì 17 d'agosto ne spedì il diploma. Tuttavia ancora duravano le controversie ed anche la nemicizia fra il duca suddetto e la repubblica di Genova, per cagion massimamente del marchesato di Zuccherello. Compromessa questa loro pendenza nella corte di Madrid, sul fine di novembre dell'anno precedente era uscito un laudo che ai Genovesi parve gravoso, e pure l'accettarono; ma fu apertamente rigettato dal duca di Savoia. Capitò poi in Italia, nell'anno seguente 1633, il _cardinal infante don Ferdinando_, fratello del re di Spagna, incamminato per governatore in Fiandra. S'interpose egli, e indusse il duca alla pace con alcune dichiarazioni aggiunte al decreto di Madrid. Insorsero ancora alcuni piccioli vapori di dissensione fra la corte di Roma ed alcuni potentati, per aver _papa Urbano VIII_, nel giugno del 1630, senza participazion d'alcuno, conferito e riserbato ai cardinali, ai tre elettori ecclesiastici e al gran mastro di Malta il titolo di _eminentissimi_: al che in alcune corti fu fatto contrasto. Avea eziandio esso pontefice trasferita nel nipote _Taddeo Barberino_, principe di Palestrina, l'antica dignità di prefetto di Roma, vacata per la morte del duca d'Urbino. Nacque per questo qualche scompiglio nella corte di Roma, dove si fa quel caso delle formalità che nelle altre per le sanguinose battaglie e per le importanti conquiste; perchè il nuovo prefetto pretendeva la preminenza sopra gli ambasciatori delle teste coronate, e questi ebbero ordine di astenersi dall'intervenire alle cappelle pontifizie. Inoltre a particolari amarezze con esso prefetto tirata fu la repubblica veneta; ma frappostisi mediatori di ripieghi e di pace, si risolsero in nulla queste caccie di mosche.
Piena nondimeno di sospetti e paure fu l'Italia tutta nell'anno presente, per le terribili guerre che sconvolsero e rovinarono infinito paese della Germania. In sì grave pericolo, come ora, non si era mai trovata l'augusta casa d'Austria per li continui progressi che tutto di faceva il formidabil re di Svezia _Gustavo Adolfo_, unito coll'_elettor di Sassonia_ e con altri principi, o disgustati del regnante imperadore, o istigati dalla Francia, o insperanziti delle spoglie della monarchia austriaca. La religion cattolica sopra tutto si vide alla vigilia di una gran sovversione sotto l'armi vittoriose di quel re eretico, il quale, maestro di guerra, sempre più s'inoltrava nel cuor della Germania. Fu ridotto a tanto l'Augusto _imperador Ferdinando_, che si vide forzato a richiamare al comando delle sue armate il superbo _duca di Fridland Vallestain_, e colla dura condizion di cedergli, per così dire, la metà della corona, perchè costui giunse ad esigere ed ottenere una suprema e illimitata autorità di guerra e di pace. Voce correva, e forse non menzognera, che Gustavo, se proseguiva il favorevole vento della sua fortuna, meditasse di passar anche in Italia, e di terminare i suoi trionfi in Roma stessa. Il perchè grande occasione di maraviglia, e fino di mormorazioni, diede _papa Urbano_ colla sua incredibil freddezza in tempi sì disastrosi, e minaccianti un fiero eccidio alla cattolica religione. Altro infatti non s'udiva allora che sconfitte di cattolici, avanzamenti giornalieri e crudeltà degli eretici gotici e tedeschi, in ispogliare ed incendiar templi e conventi, e in fare dappertutto scene in beffe e scherno dei ministri di Dio e del loro visibile capo, con evidente pericolo di mali maggiori pel cattolicismo, ed anche per l'Italia. E pure quantunque in Roma il _cardinale Pasman_, spedito apposta dall'imperadore, ed altri porporati e ben affetti alla casa d'Austria, e spezialmente il _Borgia_ ambasciatore di Spagna, perorassero, insistessero ed usassero anche parole forti, altro non ispuntarono che di aguzzar l'ira del papa, naturalmente facile a prendere fuoco, senza mai poterlo muovere a prestar soccorso alcuno in tante necessità al pericolante imperadore. Per la guerra passata di Mantova, e per l'eccedente anterior potenza e fortuna del regnante Cesare, troppo s'era alienato dall'amor degli Austriaci il cuore d'Urbano, e sembrava desideroso che venisse ridotta a più giusta misura la creduta alterigia di quel monarca: sentimento scusabile anche in un papa come principe, ma non comportabile per le presenti circostanze in lui come pontefice, destinato da Dio ad essere il primario promotore e difensore della religione ortodossa. Nel dì 8 di marzo si venne alle brutte in concistoro. Il Borgia parlò alto al pontefice; Urbano gli comandò di tacere e di uscire. E perchè il Borgia seguitava ad alzar la voce, il _cardinal di Santo Onofrio_, cappuccino, fratello del papa, se gli accostò, e, presolo pel mantello, il volle tirar per forza di là. Poco mancò che non si perdesse il rispetto alla santa sua barba. Consegnò il Borgia al papa una scrittura contenente delle proteste che sommamente gli spiacquero. Urbano fece per questo rumore dei gravi risentimenti contro i cardinali _Ubaldino_, _Ludovisio_ e _Aldobrandino_, il primo dei quali ebbe sì poco coraggio, che si lasciò ammazzar dal cordoglio.
Andò a finir tutta quella baruffa in non volere il papa lasciar cadere una stilla delle sue rugiade sui bisogni dell'imperadore; ma ciò ch'egli non fece, lo fecero in parte i varii successi delle armi. Imperciocchè nel dì 16 di novembre dell'anno presente a Lutzen, dodici miglia lungi da Lipsia, vennero alle mani i due potenti eserciti, condotti l'uno dal re _Gustavo Adolfo_, e l'altro dal _duca di Fridland_. Orribile fu quel fatto d'armi; in esso per più ferite lasciò la vita il gotico valoroso re, già divenuto il terror della Germania; ma essendosi tenuta celata la sua morte, continuarono gli Svezzesi ad incalzare i cesarei, finchè la notte mise fine alla strage. La peggio senza fallo toccò all'armata imperiale; ma equivalse bene ad una gran vittoria l'essere restata libera la Germania da un sì feroce principe, che ucciso in età di soli trentotto anni, se più oltre stendeva il suo vivere, prometteva di sè un nuovo Alessandro. Forse anche n'avrebbe pianto l'Italia, e più papa Urbano, placido spettatore della rovina dell'imperio germanico, e che non con altro finora cooperò al sollievo dell'imperadore che colla pubblicazione di un divoto giubileo. Altra prole non lasciò Gustavo che una principessa in età di soli sei anni, col nome di _Cristina_, che ereditò quel regno, e fece col tempo tanta figura in Italia, dacchè abbracciò la religion cattolica romana. Segni di gran valore nella giornata di Lutzen diedero _Borso_ e _Foresto principi estensi, Mattias e Francesco principi della casa de Medici_, il _conte Ernesto Montecuccoli_ Modenese generale dell'artiglieria, _Ottavio Piccolomini duca_ di Amalfi, insigne generale di Cesare, _Luigi_ ed _Annibale Gonzaghi_ e uno _Strozzi_ colonnelli. Alle truppe del Piccolomini fu attribuita la gloria d'aver tolto dal mondo il fiero Gustavo Adolfo. Altri non pochi nobili italiani militavano allora al servigio dell'imperadore. Il _gran duca di Toscana_, il _duca di Modena_ e i _Lucchesi_ diedero ad esso Augusto quell'aiuto che poterono in sì gran bisogno.
Anno di CRISTO MDCXXXIII. Indizione I.
URBANO VIII papa 11. FERDINANDO II imperad. 15.
Perchè fioriva la pace in Italia, niun considerabil avvenimento somministrò essa alla storia del presente anno. Erano rivolti gli occhi di tutti alla Germania, che continuava ad essere il teatro delle miserie, perchè desolata egualmente da amici e nemici. S'era creduto che colla caduta del temuto _re Gustavo_ avesse la fortuna dell'armi da dar l'ultimo addio agli Svezzesi. Così non fu. Sorsero tre altri insigni capitani, cioè il _duca di Vaimar_ Sassone, _Gustavo Horn_ e _Giovanni Bannier_, che alla testa del già vittorioso esercito degli eretici più che mai tennero in piedi la guerra con assedii nuovi, combattimenti e stragi, ora in questa, ora in quella provincia, fiancheggiati sotto mano dai danari della Francia, tutta intenta a deprimere l'_imperador Ferdinando II_. All'incontro, non lasciava anche dal canto suo il re Cattolico Filippo IV di porgere soccorsi di pecunia al parente Augusto; e nell'anno presente fece di più, perchè ordinò al _duca di Feria_ governator di Milano di passare in Germania in aiuto di lui con un corpo di dieci mila fanti e mille e cinquecento cavalli, parte Spagnuoli e Lombardi e parte Napoletani. Passò il Feria per la Valtellina nella Svevia, e senza sfoderare spada fece ritirar da Costanza e da Brisacco l'armi nemiche, ma senza altre prodezze. S'era avuto a male il superbo _Vallestain_ duca di Fridland, che questo generale spegnuolo fosse entrato in Germania con indipendenza dal sublime suo grado di generalissimo, e però fra loro entrò una irreconciliabil discordia. Oltre a ciò, non avvezzi gl'italiani ai rigori del freddo germanico, cominciarono a lasciar sotto quel diverso cielo le vite, o pure a disertare; di maniera che l'armata del Feria notabilmente si sminuì; ed egli stesso sul fine di quest'anno gravemente infermatosi, non reggendo ai malori del corpo, alle afflizioni dell'animo, terminò poi in Monaco il suo vivere nel dì 14 di gennaio dell'anno seguente, con lasciar dopo di sè gloriosa memoria di una rara integrità, per non aver mai defraudato un soldo alle milizie, non accumulate ricchezze, ma speso sempre anche del suo patrimonio. Dichiarò egli prima di morire successor suo nella carica di generale _pro interim_ il conte _Giovanni Serbellone_, cavalier milanese, personaggio di lunga sperienza militare e di molta stima presso il re Cattolico. Si videro finalmente in quest'anno inviati da _papa Urbano VIII_ in sussidio della lega cattolica di Germania cinquanta mila scudi: picciolo refrigerio in vero alla sete e al bisogno di que' cattolici, ma pure refrigerio.
Da varii scrittori vien riferita al primo di dicembre dell'anno presente la morte d'_Isabella Clara_, già moglie dell'_arciduca Alberto_ e governatrice de' Paesi Bassi cattolici: ma essendo certo che _Ferdinando cardinale_ infante di Spagna nel presente anno passò per mare in Italia, destinato al governo d'essa Fiandra, parrebbe che la morte di quella principessa appartenesse al precedente anno. Quando veramente questa succedesse nel presente, si avrà a credere che precedesse una lunga malattia di lei, per cui il re Cattolico determinasse di inviar preventivamente il fratello al governo di quei popoli per resistere agli Olandesi, ai quali era riuscito in questi ultimi anni di far non poche conquiste sopra i cattolici. Sul principio di maggio arrivò esso cardinale infante a Villafranca, accompagnato da una bella flotta di galee, e dal corteggio di molti magnati di Spagna e di non poche milizie. Colà si portò a visitarlo _Vittorio Amedeo duca_ di Savoia, usandogli finezze tali, come se si fosse trattato di un re. Giunto che fu a Genova, fu accolto parimente con immensi onori da quella repubblica, e di là poi passò a Milano, facendovi la sua pomposa e solenne entrata nel dì 24 del mese suddetto, dove trovò tuttavia il _duca di Feria_, che si andava allestendo per la sua andata in Germania. Perchè dall'armi dei collegati protestanti restavano chiusi i passi per penetrare in Fiandra, si vide egli obbligato a riposar lungo tempo in Milano, sperando sempre che il Feria gli aprisse il passaggio a quella volta. Non istette egli intanto co' suoi ministri ozioso, se pur si seppe il netto del fatto che son per dire. Trovavasi in questi tempi in Mantova l'_infanta Margherita_, sorella del _duca di Savoia_ e vedova del fu _Francesco Gonzaga duca_ di Mantova, ita colà a visitar la _principessa Maria_ sua figlia, vedova del fu _principe_ o sia duca di Rhetel, e nuora del duca regnante di Mantova _Carlo Gonzaga_. Perchè non mancavano di que' legisti che imbrogliavano il mondo, e che tenevano essere quella principessa unica e vera erede dei ducati di Mantova e di Monferrato, ad esclusione della linea di Nevers, fu consigliata la figlia dalla madre di fare una pubblica protesta per man di notaio e testimonii, che annullava qualsisia atto da lei fatto in età pupillare; e a lei restavano allora solamente due giorni per entrare nell'anno venticinquesimo di sua età. Gran rumore fece un tale atto nella corte di Mantova, e fu creduto che l'infanta Margherita sua madre, portata da un parzialissimo genio verso gli Spagnuoli, tramasse di maritar la figlia coll'infante cardinale: il che non si sa ben intendere, perchè di essa Maria e del principe di Rhetel restava vivente un picciolo figlio, a cui negar non si poteva la successione di quei ducati. Giunto l'avviso di questa gran novità alla corte di Francia, non vi fu chi non credesse, queste essere orditure della sagacità spagnuola; e però vennero pressanti lettere del re Cristianissimo al duca Carlo di Mantova di cacciar di là la duchessa madre, e alla repubblica veneta premurosi uffizii per dare assistenza al duca. Dopo aver fatta gran resistenza e querele, si ritirò l'infanta Margherita a Gualtieri, terra del duca di Modena, cioè di un figlio di una sua sorella. Ma ecco da lì a non molto altre fulminanti lettere di Francia ad esso duca di Modena, che l'obbligarono a far ritirare anche di là l'infanta suddetta. S'indusse poi la principessa Maria a ritrattare il fatto, e sua madre tal merito si acquistò nella corte del re Cattolico Filippo IV, che col tempo passata in Ispagna, fu creata viceregina di Portogallo, dove con gran prudenza esercitò il suo governo fino alla rivoluzion di quel regno.
Venne a scoprirsi nel presente anno in Roma un pazzo ed insieme orrido attentato contro la vita del pontefice _Urbano VIII_. Giacinto Centino, nipote sconsigliato del saggio e pio _cardinal Felice_ Centino da Ascoli, infatuato del desiderio e della sognata idea di veder lo zio nella cattedra di San Pietro, si diede in preda allo studio delle malie; e coll'aiuto di alcune persone religiose, ma indegnissime di questo nome, fabbricò una statua di cera, per cui, secondo la stolta o almen sacrilega persuasion dei fattucchieri, disegnava di condurre a morte il pontefice. Da chi prese l'impunità fu rivelato l'empio disegno; vi andò la testa del Centino; gli altri complici furono bruciati, o pur condannati alla galea o a perpetuo carcere, a misura della lor condizione e reato. Fu in questi tempi che il duca di Savoia _Vittorio Amedeo_, per farsi conoscere superiore al grado dei cardinali esaltati da papa Urbano, cominciò pubblicamente ad intitolarsi _re di Cipro_: il che dispiacendo alla repubblica veneta, siccome atto contrario alle sue pretensioni, cagion fu che s'interrompesse il commercio fra loro. Uscì anche fuori in Torino un libro apposta per provar dovuto al duca il titolo regio, in cui perchè non si parlava col rispetto convenevole al _gran duca_ di Toscana, venne fuori perciò in Firenze una risposta al medesimo libro. Fu il duca Vittorio il primo che cominciasse ad usare e ad esigere il titolo di _altezza reale_. Gran rumore fece in questi tempi, e maggiormente l'ha fatto dipoi, la condanna emanata in Roma, non già con editto _ex cathedra_ del sommo pontefice, ma della congregazione del santo Uffizio, contro la sentenza del Copernico, sostenente il moto della terra intorno al sole. Diede occasione a cotal proibizione _Galileo Galilei_ Fiorentino, uno dei più insigni filosofi matematici ed astronomi che abbia prodotto l'Europa, e a cui si professano debitori tutti coloro che si son poscia esercitati in somiglianti studii. Gli era stato ordinato di non tenere e difendere quella opinione, ed egli avea promesso di farlo; ma non attenne la parola. Laonde chiamato a Roma in età di settanta anni, fu obbligato a condannarla, e a sofferire una specie di piacevol prigionia in Roma, e poscia in Firenze. Ciò non ostante, sappiamo avere oggidì gran voga da per tutto l'opinione copernicana, nè essere disdetto a' cattolici stessi il tenerla come sistema, giacchè niun finora è giunto a darne sufficiente dimostrazione, nè ad atterrare affatto la contraria.
Anno di CRISTO MDCXXXIV. Indizione II.
URBANO VIII papa 12. FERDINANDO II imperadore 16.
A chi in bene e a chi in male diede molto da discorrere sul fine di febbraio dell'anno presente la caduta di _Alberto Vallestain_ Boemo duca di Fridland, che fra i capitani del tempo suo, a riserva del _re Gustavo Adolfo_, non ebbe pari. Generalissimo dell'armi di _Ferdinando II_ imperadore era stato finora il sostegno della vacillante casa d'Austria, intrepido sempre, e per lo più vittorioso in tanti combattimenti. Il solo suo nome valeva un'armata, sì alto concetto di valore e di saggia condotta nel maneggio dell'armi s'era egli acquistato. Ma lo aver egli voluto un dispotico comando negli affari della guerra, e la sua superbia, ed altri vizii che si mischiavano nelle molte sue virtù militari, e il niun riguardo da lui mostrato ai principi e popoli amici, col cercare unicamente il comodo e l'utile delle sue soldatesche, accrebbe di troppo la schiera degl'invidiosi e dei nemici suoi, massimamente alla corte cesarea. Fu dunque messa in sospetto presso l'imperadore la fede sua per varie ommessioni credute dolose, e per non poche intelligenze che passavano fra lui e i Franzesi e Svezzesi: non potendosi negare che il cardinale di Richelieu e lo Oxestern sveco non tentassero di guadagnarlo con larghe offerte, benchè tuttavia sia incerto se corrompessero la di lui onoratezza. Tanto infine operarono gli emuli suoi, che il buon Ferdinando Augusto s'indusse a levargli il comando. Portatone a lui l'avviso, gli uffiziali dei suo partito il dissuasero dal cedere, e con iscrittura si obbligarono di sostenerlo in quel grado. Atto tale fu preso per una ribellione nella corte cesarea, e però l'imperadore principe di buone viscere, dopo essere stato perplesso tra lo amore e la gratitudine verso di sì gran capitano, e la necessità dello Stato, spedì in fine ordini per la di lui cattura, ma non già per la di lui morte. Gli uffiziali incaricati di questa impresa fecero del resto, togliendo la vita in un istante ai tre principali fautori di lui, e poscia a lui stesso: al quale avviso non potè l'Augusto Ferdinando contener le lagrime, ricordevole de' tanti segnalati servigi a lui prestati dal Fridland; e laddove dianzi ognun si scatenava contra di un sì altero generale, poscia, mosso a compassione, non parlava che de' meriti suoi. Fu dipoi conferita la carica di generalissimo a _Ferdinando re_ d'Ungheria, figlio dello imperadore, che non tardò ad imprendere l'assedio di Ratisbona, e a costrignerla alla resa nel dì 26 di luglio.
In questo mentre l'_infante di Spagna cardinale_ dimorando in Milano ammannì un corpo di sei mila e cinquecento pedoni e di mille e cinquecento cavalli per passare in Fiandra. Poscia nel dì 20 di giugno per la Valtellina s'incamminò alla volta d'Inspruch, accompagnato dal _marchese di Leganes_ e dalle truppe suddette. Si lasciò vincere il cardinale dalle istanze e preghiere del re Ferdinando, e andò ad unirsi seco colle sue genti comandate da molta nobiltà spagnuola, napoletana e lombarda, che unite colle altre già condotte dal _duca di Feria_ e reclutate formavano un'armata di circa venti mila combattenti. Passarono il re e il cardinale all'assedio di Norlinga, nelle cui vicinanze nel dì 6 di settembre seguì un formidabil fatto d'armi fra essi e la armata svezzese, colla total rovina degli ultimi, e con singolar onore della cavalleria napoletana. Questa insigne vittoria diede un gran crollo alla superbia degli Svezzesi, ed agevolò altre conquiste al re Ferdinando, quantunque restassero molto deboli le sue forze, per aver voluto l'infante cardinale passare in Fiandra. Il di più di quelle continuate guerre, delle quali seppe ben profittare la Francia coll'impadronirsi della Lorena e dichiararsi fautrice dei protestanti, non l'aspetti da me il lettore. Furono in questi tempi dalla politica spagnuola guadagnati il _cardinale Maurizio_ e il _principe Tommaso_, fratelli del duca di Savoia _Vittorio Amedeo_, con avere il primo in Roma rinunziata la protezione della Francia, e l'altro con portarsi all'improvviso in Fiandra a militare in favore del re Cattolico, dove si segnalò con varie azioni militari, benchè taluno scriva che egli seco portasse la sfortuna all'armi spagnuole. Aveva egli prima inviata a Milano la moglie coi figli per ostaggi. Fu creduto da' Franzesi che tali passi non fossero stati fatti senza saputa e segreto consenso del duca; ma questi tardò poco a far costare la verità con levare al principe Tommaso il governo della Savoia, e sequestrare tutte le rendite sue in Piemonte. Ingelositi nondimeno i Franzesi, ingrossarono in Pinerolo e Casale i lor presidii. A _Francesco I duca_ di Modena nacque nel febbraio dell'anno presente un figlio, che fu poi col nome di _Alfonso IV_ suo successore nel ducato. Erano insorti in Roma de' mali umori, trovandosi non pochi mal soddisfatti, parte dello stesso _papa Urbano_, e parte dell'imperioso governo de' suoi nipoti Barberini. Servì questo di motivo al pontefice per rinovar con rigore i decreti del concilio di Trento e dei susseguenti pontefici, che obbligavano i vescovi ed anche i cardinali alla residenza nelle loro chiese. Dovettero perciò alcuni porporati e parecchi prelati abbandonar le delizie e grandezze romane, con ritirarsi ai lor vescovati, cioè ad esercitare il vero loro mestiere. Cacciato da' suoi Stati il duca di Lorena _Niccolò Francesco_ per la prepotenza de' Franzesi, e segretamente fuggito, venne colla moglie a ricoverarsi in Firenze, accolto favorevolmente dal _gran duca Ferdinando II_ suo parente.
Anno di CRISTO MDCXXXV. Indizione III.
URBANO VIII papa 13. FERDINANDO II imperadore 17.
Più lunga durata non potè fare la pace in Italia. Con occhio bieco si andavano da gran tempo guatando i due primi ministri, anzi gli arbitri delle due corti di Francia e Spagna, cioè il _cardinale di Richelieu_ e l'_Olivares_, ossia il conte duca. La testa del primo a più doppii superava quella dell'altro; e laddove lo Olivares parea nato per rovinare la monarchia di Spagna, il Richelieu, all'incontro, sembrava dato alla monarchia franzese per accrescerla sempre più di riputazione e di Stati. Pieno di questa idea il poco scrupoloso cardinale, tutto il giorno tesseva imbrogli per tutte le corti, senza far caso della religione, delle parentele e di ogni altro vincolo della umana società, per abbassar le due potenze austriache, ed esaltar la franzese. A tanti movimenti dei protestanti contra dell'imperadore aveva egli principalmente data la spinta, e mantenuto il fomento. Le leghe col maneggio suo fatte dal re _Lodovico XII_I coi principi della Germania e colla Svezia contro l'imperadore, si leggono stampate. Nel precedente anno una parimente ne avea stipulata cogli Olandesi contro la Spagna, obbligandosi di pagar loro annualmente due milioni e trecento mila lire. Nell'anno presente poi a dì 8 di febbraio un'altra ne conchiuse con essi Olandesi difensiva ed offensiva, con disegnar fra loro lo spartimento delle provincie cattoliche dei Paesi Bassi, che si meditava di conquistare. Un'altra ne fece nel dì 27 di ottobre coi protestanti di Germania, per mantener guerra contro di esso imperadore, promettendo loro annualmente quattro milioni di lire. Si presentarono alla corte di Francia motivi veri o palliati di dichiarar la guerra in Fiandra al re di Spagna sul principio di maggio. Per occupar poi gli Spagnuoli in più parti, spedì il cardinale nella Valtellina il _duca di Roano_. Questi con sei reggimenti di fanteria franzese e due di Svizzeri, e alquanti squadroni di cavalleria, senza far complimenti, nè chiedere licenza, improvvisamente dall'Alsazia sul fine d'aprile pel paese de' Grigioni calò in quella valle, e andò a postarsi a Chiavenna e Riva: tutto ciò per impedire che dalla Germania non potessero passare soccorsi al Milanese; nel qual tempo vendeva ai Grigioni e ai Valtellini quante speranze volevano l'una all'altra contrarie. Era governator di Milano il _cardinale Egidio Albornoz_, che colto da questa improvvisata non perdè già il coraggio, e si diede col maggior calore a guernire i confini, e a sollecitar dalla Spagna, da Napoli e dal gran duca di Toscana soccorsi.
Dalla parte ancora del Piemonte determinarono i Franzesi di muovere guerra agli Spagnuoli, e fecero proporre una lega ai principi d'Italia contra dei medesimi. Non vi fu che _Odoardo Farnese_ duca di Parma, il quale vi saltasse dentro a pie' pari; nè cercava egli altro, perchè mal soddisfatto dei ministri spagnuoli, per lo più poco discreti vicini. Era principe pieno di spiriti guerrieri, che nondimeno più si consigliava col proprio coraggio che colle sue forze. Portato dal desiderio della vendetta, si diede egli tosto a far gente, e ricevette alla sfilata alquanti Franzesi in Piacenza. Anche il _duca di Mantova Carlo_ concorse in questa lega col nome, giacchè colle forze non potea. Ma quel che più importava al Richelieu, era di trarre in essa lega il duca di Savoia _Vittorio Amedeo_. Gli fece proporre la conquista dello Stato di Milano da partirsi fra loro. E perchè non tornava il conto al duca di vedersi tra le forbici dei Franzesi, fu a lui esibito lo Stato di Milano, colla rinunzia della Savoia alla Francia. Nè all'uno nè all'altro progetto inclinava Vittorio Amedeo, ma dicono che gli fu fatta violenza col negargli la neutralità; laonde nel dì 11 di luglio gli convenne imbarcarsi, e contrasse lega col re Cristianissimo con patti di molto vantaggio, facili a scriversi in un pezzo di carta, ma difficili poi all'esecuzione. Se veramente suo malgrado oppure di buon cuore convenisse il duca di Savoia in tale accordo, lascerò ch'altri lo decida. Ben so che generale dell'armi franzesi e collegate in Italia fu dichiarato esso duca; e il _maresciallo di Crequì_ entrato in Italia con otto mila fanti e due mila cavalli, sul fine di agosto cominciò le ostilità contro lo Stato di Milano, ed imprese l'assedio di Valenza contro il volere del duca di Savoia, che proponeva Novara, e del duca di Parma, che desiderava Cremona. Di queste sconcordanze abbondano le leghe. Comparve colà il duca di Parma con cinque mila fanti e mille cavalli; ma non già il duca di Savoia, che lentamente procedeva nei suoi movimenti. Malamente cominciato e peggio proseguito fu quell'assedio, perchè si lasciò tempo ed agio agli Spagnuoli d'introdurvi gran rinforzo di gente e di munizioni. La diffidenza entrò tosto fra i collegati. Il Farnese mostrava di credere guadagnato il Crequì dagli Spagnuoli, e che perciò avesse lasciato entrare soccorsi nella piazza; e il Crequì facea querele al Farnese per avergli condotto o soldati inesperti, o gente che, allettata dalle doble spagnuole, disertava a furia. Finalmente nel dì 13 di ottobre arrivò colle sue truppe il duca di Savoia, ma si alloggiò a San Salvatore, sette miglia lungi dal campo Franzese; e visitato l'assedio, non potè esentarsi dal tacciare delicatamente la vanità del Crequì, che si era messo a quell'impresa senza ponderarne le imminenti brutte conseguenze. Fra lui e il Crequì, erano insorte gare e terribili diffidenze, e i franzesi sparlavano forte del duca, come se egli macchinasse tradimenti. In somma nel dì 15 del mese suddetto, essendo stato di nuovo rinforzato dagli Spagnuoli il presidio di Valenza, fu forzato il Crequì a levare vergognosamente l'assedio, con lasciar ivi il cannone, e ritirarsi a precipizio: il che sommamente increbbe alla corte di Francia.
Ma più ne restò malcontento il duca di Parma, per essere rimasto sguernito ed esposto alla vendetta degli Spagnuoli il suo Stato; laonde si affrettò per tornarsene a Piacenza colle sue truppe. Poche erano queste, e si prevedeva che il passaggio sarebbe ad esso Stato contrastato da don Diego di Gusman marchese di Leganes, nuovo governatore di Milano, tornato dalla Germania. Laonde il duca di Savoia gli diede per iscortarlo il _marchese Guido Villa_ Ferrarese, generale della sua cavalleria, che con mille e ducento cavalli arrivato alla Scrivia, trovò gli Spagnuoli preparati per vietargli il passo. Ma egli colla spada alla mano si fece largo, e verso le feste di Natale arrivò salvo a San Giovanni sul Piacentino. Per ristorar poscia queste milizie, e risparmiare l'aggravio agli Stati del duca di Parma, trovò questo generale il comodo ripiego di venire ad acquartierarsi a Castelnuovo del Reggiano, senza mettersi pensiero delle doglianze di _Francesco I duca_ di Modena, che in questi imbrogli aveva ricusato di far lega coi Franzesi, nè si era dichiarato per gli Spagnuoli. Meglio passarono nella Valtellina gli affari dei Franzesi, perchè, quantunque scarsi di numero, aveano alla testa il _duca di Roano_, grande ugonotto e gran capitano. Per tacere altri precedenti fatti, avevano concertato insieme Tedeschi e Spagnuoli di ricuperar quella provincia dalle mani dei Franzesi. Il barone di Fernamonte dalla banda del Tirolo con più di quattro mila fanti e quattrocento cavalli, e il conte Giovanni Serbellone dalla parte di Como, doveano nello stesso tempo farvi un'irruzione. Ora nel mese appunto di novembre calò il Fernamonte, e prese il contado di Bormio; ma il Roano, per nulla trattenuto dalla superiorità delle truppe nemiche, andò ad assalirlo, e gli diede una solenne sconfitta. Di così sinistro avvenimento, siccome vogliono alcuni, non era informato il Serbellone, quando addosso anche a lui repentinamente arrivò il Roano, che il mise in rotta, e fece acquisto di tutto il suo ricco bagaglio e della cassa di guerra: il che rasserenò nella corte del re Cristianissimo il torbido cagionato dallo sconsigliato assedio di Valenza. Fecero anche nell'anno presente un tentativo gli Spagnuoli contro la Francia con allestire una flotta di trentacinque galee e di alquanti grossi vascelli, e di altre vele minori, che dirizzò le prore verso il mare di Provenza. Ebbe questa a combattere con un furioso temporale, che cacciò a fondo sette di quelle galee con tutta la gente, e disperse e conquassò il resto con aver dovuto gittar in mare artiglierie e cavalli.
Le cure del romano pontefice _Urbano VIII_ in questi tempi erano quelle che si convenivano al sacro suo grado, cioè di procurar la pace fra i principi cristiani. A questo fine spedì egli a Parigi con titolo di nunzio straordinario _Giulio Mazzarino_, nato di padre palermitano nel 1602 in Piscina d'Abbruzzo, ingegno dei più fini che si abbia mai prodotto la terra, e che potea stare a fronte del finissimo _cardinale di Richelieu_. Era egli ben conosciuto ed assai stimato da esso cardinale, forse anche fu da lui sostenuto, e con segreti uffizii presso il papa promosso, dacchè gli Spagnuoli per la perdita di Casale erano divenuti suoi giurati nemici, e tardarono poco a far calde istanze al pontefice per farlo richiamar di Francia, dipingendolo per uomo venduto al Richelieu; e in ciò non s'ingannavano. Gran corte faceva il Mazzarino al cardinale, e quelle due nobilissime volpi bene spesso stavano soli testa a testa per lo spazio di quattro ed anche più ore, grandi affari masticando fra loro, per far non già la pace desiderata dal papa, ma guerra per tutta la cristianità. Credeva la gente che il Mazzarino si fermasse in Francia per servigio del solo papa, ed egli nello stesso tempo serviva come di ministro al Richelieu, al quale riuscì di tener saldo in Francia per due anni questo sì utile strumento. Gravissime ancora furono le querele fatte al papa dall'ambasciatore di Spagna contra di _Odoardo duca_ di Parma, per aver osato di prendere l'armi contro la corona di Spagna, senza permissione del pontefice suo sovrano, e spronavano la santità sua a dichiararlo decaduto dal feudo, e ad investirne il suo nipote _don Taddeo_, promettendogli la potente loro assistenza. Ma papa Urbano che non voleva liti colla Francia, altro non fece, per quetar il rumore degli Spagnuoli, che di inviare al duca il vicelegato di Bologna per intimargli di desistere dall'armi, e per minacciarlo se non ubbidiva. Si fecero ben sentire per questo i Franzesi, e il papa non passò più oltre. Bollivano intanto dissensioni fra la corte pontifizia e la repubblica veneta a cagion de' confini del ferrarese, e per altre brighe. Mentre i ministri di Francia erano dietro a maneggiar l'aggiustamento, per consiglio del Contelori fece il santo Padre mutare nella sala regia del Vaticano un elogio de' Veneti per la pace seguita in Venezia fra _papa Alessandro III_ e _Federico I imperadore_. Se ne chiamò tanto offeso il senato veneto, che interruppe ogni pubblico commercio con quella corte, senza che la sua saviezza passasse a più sonori risentimenti.
Anno di CRISTO MDCXXXVI. Indizione IV.
URBANO VIII papa 14. FERDINANDO II imperad. 18.
Dopo avere il _duca di Parma Odoardo_ avuto il coraggio di cimentarsi colla potenza spagnuola, fondato sulle lusinghiere promesse della Francia che sa valersi sovente de' minori, non già per loro vantaggio, ma per farli servire al proprio; si vide ridotto in gravi affanni pel timore di provar in breve gli effetti dell'ira e vendetta di chi certo l'avea giurata contro di lui. Sul fine dunque di gennaio si portò per le poste a Parigi ad implorar poderosi aiuti per la propria difesa. Di onori e di carezze n'ebbe quanto mai potea desiderare; di magnifiche promesse fece ancora una copiosa raccolta; ma queste poi nei fatti si ridussero a poco. Circa la metà di marzo se ne tornò egli accompagnato da molti nobili franzesi, ma non già da verun reggimento o squadrone, in Piemonte, con trovare invasi i suoi Stati da _Francesco I duca_ di Modena. Allorchè il _marchese Villa_ sul fine del precedente anno, o sul principio del presente, occupò Castelnuovo del Reggiano, e vi fece piazza d'armi, non contento di ciò, volle anche rallegrar le sue truppe, con permettere loro di bottinar sull'altre ville di quelle contrade, valendosi di quegli empii privilegii che la forza pretende sulla ragione. Il duca di Modena fin qui aveva atteso a mantener la quiete nel suo paese, immaginando di non dovere ricevere insulti dalla parte del _duca di Savoia_ suo cugino, nè da quella del _duca di Parma_ suo cognato. Ora commosso dalla insolenza del Villa, raunò tosto cinque mila fanti e mille cavalli, ed ottenne dai Veneziani il _principe Luigi d'Este_ suo zio e lor generale, affinchè venisse al comando delle sue milizie. Scrisse ancora per aiuto al _marchese di Leganes_ governator di Milano, che sollecitamente mise in marcia due mila fanti ed ottocento cavalli, con ordine di passare il Po ed entrare nel Parmigiano. Sul principio dunque di febbraio s'inviò il duca di Modena colle sue genti ad unirsi cogli Spagnuoli, e giacchè il marchese Villa s'era condotto di là dall'Enza per contrastarne il passo, gli riuscì di valicar quel fiume, e d'inseguire i Savoiardi e Parmigiani, che si ritiravano verso Parma. A San Lazzaro si venne alle mani, e restarono sbaragliate quante schiere nemiche s'incontrarono lente nel cammino. Ma il Villa, accorso col meglio dei suoi al conflitto, sì bravamente rimise in buono stato la battaglia, che furono con loro danno obbligati Spagnuoli e Modenesi a tornarsene indietro. Nello stesso tempo spinse il Leganes quattro mila fanti e secento cavalli ai danni del Piacentino, dove colla forza fu occupato Castel San Giovanni, ed esercitato l'estremo della barbarie col fuoco e coi saccheggi in quelle parti; e però fu chiamato colà in aiuto il marchese Villa. Allora il duca di Modena con dodici mila fanti, mille cavalli e quattro compagnie di corazze, e con tutta la nobiltà del suo dominio, da più parti assalì lo stato di Parma, s'impadronì di Rossenna e Colorno, luoghi forti, e di altre terre, mettendo a sacco tutto il paese, con obbligare i nemici a ritirarsi sotto il cannone di Parma: città, che si aspettava un assedio, siccome anche Piacenza dal lato degli Spagnuoli. Era per crescere questo incendio; ma il pontefice _Urbano VIII_, con inviare al duca di Modena _monsignor Mellini_ vescovo d'Imola, e il _gran duca Ferdinando_, tanto si adoperarono che lo indussero ad una tregua, e susseguentemente alla pace col duca suo cognato. Anche la valle di Taro fu in questi tempi da Vincenzo Imperiali tutta messa a sacco, di modo che il _duca Odoardo_, costretto a passare incognito pel Genovesato, se volle ritornare a casa, vi trovò desolati tutti i suoi Stati, colla perdita anche di alcune terre. Questo fu l'unico guadagno che gli recò la lega con Francia e Savoia, da lui intrapresa fuor di proposito.
Svegliatisi per li danni del Parmigiano e Piacentino il duca _Vittorio Amedeo_ e il _maresciallo di Crequì_ con tutte le lor forze sul fine di febbraio, a motivo di una diversione, entrarono nel Milanese, con prendervi alcune terre, e minacciar Vigevano: il che fece uscire in campagna anche il Leganes. Dopo una svantaggiosa scaramuccia furono forzati i collegati a ritirarsi di là dalla Sesia. Ma questi, dopo aver fatto concerto col _duca di Roano_, che nel medesimo tempo egli dalla Valtellina assalisse lo Stato di Milano, mentre essi farebbono un'altra maggiore invasione verso il Pavese e Novarese, ripigliarono nel mese di giugno le azioni militari. Altro non fece il Roano che penetrare in Valsasina, e commetter ivi quanti saccheggi potè, con tornar poscia ai primieri suoi posti, dacchè seppe che il principe Borso d'Este con due mila e cinquecento Alemanni veniva per opporsi ai suoi tentativi. Ora il duca di Savoia e il maresciallo di Crequì nel mese di giugno, entrati nel territorio di Novara, s'impadronirono di varie terre, e massimamente di Fontaneto, luogo forte, dove lasciò la vita il _maresciallo di Toiras_. Trovate poi sguernite le rive del Ticino, arditamente lo passarono, nè furono pigri a guastar le fabbriche, per le quali si conduce a Milano il canale appellato il Naviglio: cosa che mise in somma costernazione la stessa città di Milano. Avrebbe appunto voluto il Crequì marciare a dirittura verso quella città; ma il saggio duca di Savoia ricusò di concorrere alla bestialità di quella risoluzione, perchè non aveano forze per sì grande impresa. Ora per cacciare i collegati di là, o per impedir loro maggiori progressi, coll'esercito suo comparve colà il marchese di Leganes, e lì trovò ben trincierati a Tornavento, luogo ignobile, che acquistò poi fama nelle storie. Benchè non avesse egli peranche fatta la massa di tutte le sue soldatesche, pure, non ostante il contrario parere de' suoi uffiziali, nel dì 23 di giugno (altri dicono nel dì 22) in ordine di battaglia andò all'assalto delle trincee de' Franzesi, e per rompere il loro ponte sul Ticino. Si combattè per più ore con gran valore e mortalità da ambe le parti; e già agli Spagnuoli era riuscito di superare alcuni posti, benchè colla morte di Gherardo Gambacorta Napoletano, capitano di gran credito, quando arrivò con nuovi rinforzi il duca di Savoia, che li ridusse di vincitori, quali pareano, ad essere come vinti. La notte fece fine al conflitto, e in essa si ritirarono gli Spagnuoli a Biagrasso. Non si figuri alcuno di saper mai il netto delle battaglie, spezialmente quando non succeda la totale sconfitta dell'una parte, studiandosi sempre i vincitori di accrescere la vittoria, e i vinti di scemare la perdita. La verità si è, che restò il campo di battaglia ai Franzesi e Savoiardi; ma altresì è certo ch'essi da lì a pochi giorni, dopo aver conosciuto qual fosse il valore degli Spagnuoli e Napoletani, dianzi da lor creduti figli della paura, si ritirarono di là dal Ticino, laonde furono appresso ricuperati quei luoghi dagli Spagnuoli, e rimesso il Naviglio nell'essere di prima con somma consolazione della città di Milano. Attribuirono i collegati questa loro ritirata alla troppa copia de' tafani, che recavano gran travaglio spezialmente a' cavalli, e alla necessità di sloggiar da un sito, dove il puzzor de' cadaveri potea far peggio che una seconda battaglia.
Mentre cotali bravure si faceano verso il Ticino, tornato a Parma il duca Odoardo, e pien di rabbia per li danni sofferti, prevalendosi della lontananza dell'armi spagnuole, unì ad un corpo di tre mila Franzesi i suoi soldati di fortuna e miliziotti, e con essi entrò nel Cremonese e Lodigiano, sfogando la sua vendetta sopra le sostanze degl'innocenti contadini. Se n'ebbe presto a pentire, perchè il Leganes sbrigato dall'impaccio de' Franzesi, nel dì 15 di agosto spedì sul Piacentino don Martino d'Aragona con alcune migliaia di fanti e cavalli; nel qual tempo anche il _cardinale Trivulzio_ con altre milizie, dopo aver fatte ritirar le genti del Farnese dal Lodigiano e Cremonese, assalì il Piacentino di là da Po, e penetrò poi anche nello Stato Pallavicino, impossessandosi di Borgo San Donnino, e commettendo ogni sorta di ostilità. Si trovò allora Odoardo in incredibili angustie; speranze non v'erano che potessero transitar soccorsi del duca di Savoia e del Crequì; la flotta franzese, che dovea sbarcare alla Specia cinque mila soldati, non si vedea mai comparire, e andava a sacco tutto il paese del Farnese. Inoltre già si trovava alla vigilia d'un assedio la città di Piacenza, tutta attorniata dagli Spagnuoli, salutata anche da più tiri di cannone; ed una isola del Po in faccia a quella città occupata dall'armi nemiche si metteva in fortificazione. A questo spettacolo dell'imminente rovina d'esso duca commossi _papa Urbano_, colla spedizione del conte Ambrosio Carpegna, e il gran duca di Toscana di lui cognato con quella di Domenico Pandolfini, s'indussero per rimetterlo in grazia del governator di Milano, e liberarlo dal totale eccidio. Trovarono questi ministri tutta la buona disposizione nel marchese di Leganes, e all'incontro, non senza lor maraviglia, una grande, non so se vera o finta ostinazione nello sconsigliato duca. Contuttociò tanto perorarono le lagrime della _duchessa Margherita de Medici_ sua consorte e quelle degl'infelici suoi popoli, colla giunta ancora della continua deserzione de' pochi suoi Franzesi, che finalmente sul principio dell'anno seguente si diede per vinto, ed acconsentì ai consigli de' mediatori. Fu conchiusa la pace con rinunziar egli alla lega della Francia, e con lasciare Sabionetta alla cura degli Spagnuoli, i quali dai di lui Stati ritirarono l'armi, lasciandovi dappertutto segni lagrimevoli della lor nemicizia. I Franzesi, che si trovavano di presidio in Piacenza, e nulla mai seppero di quel negoziato, sotto pretesto di una rassegna, burlati rimasero fuori della città; e veggendo il cannone rivolto contra di loro, non fecero resistenza alcuna. Vennero dipoi con belle parole congedati. Fecesi gran rumore per questa risoluzione del Farnese in Parigi, e fu anche arrestato il conte Fabio Scotti suo inviato; ma, fatte esporre dal duca le giustificazioni, restò approvata la di lui condotta, ed egli continuò ad essere di cuor franzese.
L'avere in mezzo a queste turbolenze _Francesco I d'Este duca_ di Modena saputo cattivarsi la grazia del _re Cattolico_, agevolò a lui l'acquisto del principato di Correggio, che in occasione della guerra di Mantova fu tolto dagli imperiali a _don Siro_ per alcuni suoi delitti, e ceduto poscia agli Spagnuoli pel prezzo di ducento trenta mila fiorini d'oro. Ne fu posto il duca in possesso, coll'obbligo di rimborsare la corona di Spagna di quella somma, qualora don Siro non avesse redento esso feudo con pari pagamento in un tempo prefisso. Sempre si trovò impotente il Correggiasco a soddisfare; e però col tempo fu la casa d'Este investita di quello Stato, e rimasero quetate con un accordo le pretensioni della casa di Correggio, estinta in fine a' giorni nostri. Non cessava in questi tempi il pontefice _Urbano VIII_, secondo il suo paterno affetto, di muovere quante ruote poteva per indurre alla pace le corone cattoliche; ed essendo riuscito a' suoi maneggi di far deputare la città di Colonia per luogo di un congresso, spedì a quella volta il _cardinale Marzio Ginetti_ con titolo di legato a latere. Le infermità intanto cominciavano a far dubitare della vita del buon _imperadore Ferdinando II_. Laonde passò egli alla dieta di Ratisbona per trattar ivi dell'elezione in re de' Romani di _Ferdinando III_ suo figlio re d'Ungheria e Boemia, che già gran credito s'era acquistato nel maneggio dell'armi. Concorsero in fine nei di lui desiderii i voti degli elettori; e però nel dì 22 di dicembre seguì l'elezion di esso principe con gran festa e giubilo di chiunque amava l'augusta casa d'Austria; ma con disapprovazione non lieve di chi nudriva affetti diversi. Nè si dee tacere che, passata in quest'anno la flotta spagnuola nei mari di Provenza, s'impadronì dell'isole di Jeres, cioè di Santo Onorato e di Santa Margherita, dove tosto si applicò a fabbricar ivi dei forti, che misero in grande apprensione la vicina Provenza e le coste di Nizza. Vi ha chi riferisce un tal fatto all'anno seguente.
Anno di CRISTO MDCXXXVII. Indiz. V.
URBANO VIII papa 15. FERDINANDO III imperadore 1.
Diede fine al suo vivere nel dì 44 di febbraio dell'anno presente l'_imperadore Ferdinando II_ in età di cinquantanove anni: principe che nella pietà e clemenza non ebbe pari, sommamente geloso e benemerito della religion cattolica, e fin prodigo verso i religiosi; non mai gonfio per le vittorie, che per un pezzo lo accompagnarono; non mai alterato per li sinistri avvenimenti che il seguitarono fino alla morte. La felicità delle sue armi nei primi anni del suo governo sì tirò dietro l'invidia di molti. La guerra da lui poscia intrapresa per Mantova gli concitò contro l'odio e la nemicizia di assai più gente, di maniera che si vide poi traballare la corona in capo; e se la battaglia di Lutzen nol liberava dal re sveco, restava all'ultimo crollo esposto il suo trono. Fra i suoi difetti si contò una virtù tendente all'eccesso, cioè la troppa bontà, per cui non si dispensavano i gastighi a chi n'era degno, e si lasciava all'interesse privato la briglia, dal quale si negligentava o tradiva il pubblico: disgrazia continuata nelle due auguste case di Austria fin quasi agli ultimi tempi nostri. A lui succedette _Ferdinando III_ suo figlio, già re dei Romani, in età di ventotto anni, essendogli stata conferita da lì a non molto la dignità imperiale. Contuttochè le di lui imprese di guerra il facessero credere ad alcuni poco amator della pace, pure dai più saggi tenuto fu per diverso di genio l'animo suo. In Italia con poche azioni di rilievo proseguì la guerra tra i Franzesi e Spagnuoli. Primieramente nel mese di marzo mutarono faccia gli affari della Valtellina. S'era ivi annidato il _duca di Roano_, e in suo potere teneva i forti di quelle parti, dando con ciò continua apprensione ai confini di Como, ed obbligando il governator di Milano a mantener ivi buona guardia. Cominciarono ad impazientarsene i Grigioni, allettati fin qui da esso duca colla speranza di ricuperar l'antico dominio di quella provincia; e finalmente, insospettiti che la Francia meditasse di fissar ivi le radici per sempre, fecero perciò dello strepito e vive doglianze con lui. Li quietò il Roano con una convenzione, per cui si sosteneva nella Valtellina l'esercizio della religione cattolica, e si restituiva ai Grigioni quello della giustizia. Perchè poi la corte di Francia non approvò alcuni capitoli, e non mandò danari per le paghe dovute ad essi Grigioni, costoro si volsero al governator di Milano e alla reggenza d'Inspruch, dove trovarono buon accordo, e si conchiuse di muovere unitamente l'armi per iscacciar di colà i Franzesi. Tra perchè il Roano era stato infermo, ed aveano le di lui promesse e lusinghe perduto il credito, non gli fu possibile di dissipar il temporale; di maniera che, assalito dai Grigioni, Spagnuoli ed Austriaci nello stesso tempo, si trovò obbligato a rendere le fortezze e a ritirarsi colle sue genti. Così tornarono i Valtellini cattolici a provare il disgustoso governo dei Grigioni eretici, salva ivi sempre restando la religione cattolica. Stabilissi nondimeno che chiunque si tenesse aggravato dalle sentenze dei magistrati grigioni, potesse ricorrere a due persone, che sarebbono deputate l'una dal governator di Milano, l'altra dalle leghe d'essi Grigioni.
Sbrigato da questo affare il _marchese di Leganes_, giacchè avea all'ordine diciotto mila fanti e quasi cinque mila cavalli a cagion dei rinforzi a lui giunti dalla Spagna e Germania e da Napoli, pensò ad altre imprese. Occupò egli nelle Langhe la terra e rocca di Ponzone, Nizza della Paglia nel Monferrato, ed Agliano nel territorio d'Asti. Ritornò intanto di Francia il _maresciallo di Crequì_, ed unite che ebbe le sue forze con quelle del duca di Savoia, uscì in campagna: con che terminarono i progressi dell'armi spagnuole. Anzi riuscì al _marchese Villa_ generale di Savoia nel dì 8 di settembre di mettere in isconfitta a Mombaldone quattro mila Spagnuoli condotti da don Martino di Aragona: il che recò gloria e piacere al _duca Vittorio Amedeo_. Ma poco durò l'allegrezza di questo principe, perchè, caduto infermo in Vercelli, nel dì 7 di ottobre con somma intrepidezza d'animo chiuse gli occhi alla presente vita in età di cinquanta anni, e lasciò una gran disputa ai temerarii giudizii del volgo, che il sospettò tolto dal mondo col veleno. Era egli col conte di Verrua suo più confidente ministro, e col marchese Guido Villa valoroso condottiere delle sue armi, stato accollo ad un convito dal Crequì nel dì 26 di settembre. Poco dopo furono tutti e tre assaliti da un malore, per cui il duca e il conte furono tratti al sepolcro; ma ne campò il marchese, perchè uomo di robusta complessione, restando sano dopo quattro soli giorni di malattia. Gran dissensione era sempre stata in addietro fra il duca e il Crequ', e in gran diffidenza si trovava il duca alla corte di Parigi. Tali circostanze fecero nascere e fomentarono le dicerie degli oziosi; ma, oltre all'essere in buon concetto i Franzesi di non valersi di sì empii mezzi per far delle vendette, il corso della malattia del duca _Vittorio Amedeo_ procedè sempre con sintomi naturali; e sparato poi il suo cadavero, non vi si trovò indizio di alcun detestabile tradimento. Non vi ha scrittore che non esalti le rare doti e virtù di questo principe, in cui era passata col sangue non già l'affabilità e il tratto obbligante, ma bensì l'inarrivabile intelligenza e sagacità del _duca Carlo Emmanuele_ suo padre, temperata nondimeno da più moderati pensieri e desiderii, essendosi creduto effetto della singolar sua saviezza l'essersi attaccato ai Franzesi, perchè non potea di meno, ma con regolare in tal guisa le cose, che non ne restassero atterrati gli Spagnuoli, dei quali potea abbisognare contro le violenze dei medesimi Franzesi. Non è a me permesso di maggiormente stendermi nel di lui elogio. Riuscì l'inopportuna sua morte in mezzo a tanti turbini di guerra un colpo funestissimo alla reale sua casa e a tutti i sudditi suoi. Imperciocchè restarono di lui due figli maschi, cioè _Francesco Giacinto_ nato nel settembre del 1632, e _Carlo Emmanuele _nato nel giugno del 1634, oltre a due principesse, cioè _Luigia Maria_ e _Margherita Violante_. Erano tutti in età pupillare; ed essendo succeduto nel ducato il primo dei maschi, prese la tutela di tutta quella tenera prole la vedova _duchessa Cristina_, sorella del regnante allora _Lodovico XIII_ re di Francia.
Trovossi questa saggia principessa ben presto in un pericoloso labirinto, per avere nemici fieri gli Spagnuoli, amici poco fedeli i Franzesi. E ad accrescere le angustie sue da lì a poco scoppiarono le pretensioni dei fratelli del defunto duca, cioè del _cardinale Maurizio_ e del _principe Tommaso_. Mossi amendue questi principi dalla politica spagnuola, e insieme dalla propria ambizione, intendevano di venire in Piemonte collo spezioso titolo di assistere alla duchessa in tempi sì turbolenti per l'indennità dei nipoti; e le cominciarono a persuadere che si guardasse da' Franzesi, ne' quali più potea l'interesse proprio che la regia parentela. Ma perciocchè ambedue seguitavano il partito austriaco, il cardinale in Roma e il principe Tommaso in Fiandra, si mostrò risoluta la duchessa di non volerli in Piemonte; e intanto si raccomandava alla corte di Francia, perchè si venisse ad un armistizio, affine di levarsi di dosso la guerra troppo minacciante i suoi Stati. Ma il _cardinale di Richelieu_, che riguardava per molto utile alle sue idee la continuazion di questo incendio in Italia, altro non rispondeva che belle promesse e sparate della regal potente protezione per gl'interessi della duchessa e de' suoi figli. Per quanto poi fu detto, appena cessò di vivere il duca Vittorio Amedeo, che saltò in capo all'Emery, ambasciatore di Francia in Piemonte, di sorprendere non solamente Vercelli, ma anche la stessa duchessa co' principini, a titolo di assicurarsi della casa di Savoia e di quello Stato, sperando che cotale ingiuriosa violenza potesse essere non disapprovata, anzi gradita, dal ministero, di Francia. Ma scopertasi la mena (se pur non fu un mero sospetto o pretesto), il marchese Villa entrato di notte in Vercelli con delle truppe, e chiuse tenendo le porte, fece abortire ogni contrario attentato. Alla morte del duca di Savoia precedette di pochi giorni quella di _Carlo Gonzaga_ duca di Mantova, che nel dì 25 settembre cessò di vivere in età di sessantun anni: principe che in Francia, dove era gran signore, ma suddito, avea mostrato sentimenti da sovrano; giunto poi alla sovranità di Mantova, non ebbe che genio e costumi da privato: scusabile nondimeno, per essere restato troppo esangue e desolato lo Stato suo a cagion delle passate tragedie. Restò dopo di lui un suo nipote erede del ducato, cioè _Carlo II_, nato dal principe ossia _duca di Rhetel_ suo figlio, ma per l'età incapace del governo. La reggenza fu presa dalla principessa ossia _duchessa Maria_, sua nuora e madre del duchino, che si diede con molta forza a governar que' popoli. Niuna novità si fece per tal mutazione da' vicini Spagnuoli, e meno dagli imperiali, perchè non mancò alla duchessa la buona assistenza della repubblica veneta. In quest'anno ancora, adirati i Franzesi per vedere annidati nelle isole di Santo Onorato e di Santa Margherita gli Spagnuoli, e volendone far vendetta, uscirono in mare con una flotta sotto il comando del conte d'Arcourt; e fatto un improvviso sbarco in Sardegna, s'impadronirono d'Orestano; ma ne furono ben tosto cacciati dai Sardi. Quindi passarono alle suddette isole di Jeres, dove colla forza e colla espugnazione di varie fortezze finalmente costrinsero gli Spagnuoli a rimettere tutto nelle lor mani, con istupore d'ognuno per la difficoltà e insieme per la felicità di quell'impresa.
Anno di CRISTO MDCXXXVIII. Indiz. VI.
URBANO VIII papa 16. FERDINANDO III imperadore 2.
Trovavasi forte di gente il _marchese di Leganes_ governator di Milano; sapeva in oltre dubbiosa ne' suoi disegni la reggente di Savoia _Cristina_, sì pel suo desiderio di una sospension d'armi, e sì per l'inquietudine che cominciava a recarle il _cardinal Maurizio_ suo cognato; e però pensò a levarsi dal piede una dolorosa spina, cioè il vigoroso forte di Breme, fabbricato dal defunto _duca Vittorio_, che teneva in un continuo allarme lo Stato di Milano. Passò a quell'assedio nel dì 11 di marzo. Pensavano i Franzesi che Breme si potesse sostenere per due mesi; restarono ben delusi, perchè quella piazza nel termine di non molti giorni, cioè nel dì 30 del mese suddetto, capitolò la resa, e costò questa il capo al Mongagliardo, che n'era governatore, senza che gli valessero scuse e ragioni. Costò anche quell'assedio la vita al _maresciallo di Crequì_, perchè, essendo egli ito, nel dì 26, a spiar col cannocchiale i postamenti degli assedianti, colpito dalla palla di un sagro, in un momento passò all'altro mondo. Fu in sua vece scelto al comando dell'armi franzesi in Italia il _cardinale della Valletta_, che non dovea aver bene studiato i sacri canoni, e s'era forse dimenticato d'essere arcivescovo. Per la presa della fortezza di Breme, che tutta fu poi smantellata, grandi allegrezze si fecero in Milano. Provveduta di gran talento era la vedova duchessa di Savoia, ma questo non bastava nel fiero viluppo delle circostanze presenti. Trattava segretamente con gli Spagnuoli di pace; ricusava di confermar la lega co' Franzesi; ma cotante minaccie, e insieme sì belle promesse di gagliardi aiuti misero in campo essi Franzesi, che la duchessa non trovò scampo, e si lasciò condurre a ratificar la lega con essi. Perchè nondimeno fece ella questa risoluzione, come vogliono alcuni (il che è negato da altri), senza participazione e consenso de' suoi ministri, ne fu un gran dire; e i popoli cominciarono a mostrarsi mal animati contra di lei; e tanto più perchè segretamente soffiavano in quel fuoco gli emissarii del _cardinale Maurizio_ e del _principe Tommaso_, zii del piccolo duca, che aspiravano alla di lui tutela, e alla depressione della duchessa. Anzi scrive Vittorio Siri di avere saputo dalla bocca di _Francesco I duca_ di Modena che, nel passare per quella città, in venendo da Roma esso cardinale, spiegò apertamente l'intenzione sua di farsi duca di Savoia; al che inorridì l'Estense suo nipote. Ora il marchese di Leganes, veggendo che non andavano innanzi i suoi trattati colla duchessa, pubblicò nel dì 25 di maggio una circolare, dove, per dar qualche colore all'invasione da lui già meditata del Piemonte, si servì di quelle galanti apparenti ragioni che bene spesso veggiamo usate dall'ingegnosa penna dei politici per deludere gl'ignoranti, ma che fan ridere i savii: cioè muover egli l'armi solo per compassione degl'infelici Piemontesi oppressi da' Franzesi, e per liberare la duchessa reggente dalla loro prepotenza, e non già per usurpare menoma parte di quegli Stati, promettendo inoltre buon trattamento a chi non si opponesse _ad un così santo ed approvato disegno_.
Nel giorno seguente all'improvviso spinse l'esercito suo sotto la città di Vercelli, e ne imprese l'assedio. Dentro vi era il marchese Dogliana, che coraggiosamente si preparò alla difesa, deplorando solamente la scarsezza del suo presidio e delle munizioni. Diedesi frettolosamente il Leganes a formar la circonvallazione e gli approcci, e cominciarono le artiglierie a far il loro dovere. Pervenne in questo tempo a Torino il _cardinale della Valletta_ col _duca di Candale _suo fratello; ma le soldatesche condotte da lui erano poche; altre bensì ne venivano, ma zoppicando. La riputazione sua e le premure della duchessa esigevano che si andasse al soccorso di Vercelli. In fatti colà marciarono tutte le forze de' Franzesi e Piemontesi, e nella notte del dì 20 di giugno venne lor fatto di spignere entro quella città da ottocento fanti. Questo rinforzo servì bensì a far differire, ma non già ad impedire, la resa di Vercelli; perchè, venute men le munizioni ai difensori, i quali con gran valore s'erano sostenuti, finchè poterono, dopo aver ottenuto oneste condizioni, lasciarono nel dì 5 di luglio libero l'ingresso agli Spagnuoli in quella città. In quello assedio, se dice il vero Alberto Lazari, fu adoperata l'_invenzion nuova delle bombe_, ma già da noi veduta molto più antica. Ivi ancora scrivono, che alzate in aria venti braccia di grosso muro da una mina, ricaddero a piombo nel medesimo sito, senza nè pure che apparisse una fessura: il che par troppo. Mentre si facea questa danza in Piemonte un'altra scena ancora succedette nel Monferrato. Oltre all'essere stata allevata la _principessa Maria_ reggente di Mantova con genio agli Spagnuoli, non sapeva ella veder di buon occhio i ministri di Francia, che in Mantova stessa si davano l'aria come di padroni; e però nacquero dissensioni fra lei ed essi, e si passò alle vicendevoli gelosie e diffidenze. E queste per parte de' Franzesi furono credute dai saggi ben fondate; imperciocchè non solamente la principessa escluse dal ministero chiunque professava parzialità alla corona di Francia, sostituendone altri partigiani della Spagna, ma si venne anche a scoprire un trattato menato da lei co' ministri di Spagna, di scannare quanti Franzesi si trovavano in _Casale_, e d'introdurvi guarnigion spagnuola. Negò dipoi la principessa questo maneggio; ma pretesero i Franzesi di averne chiare e convincenti pruove. Adunque per ordine loro fu preso il Monteglio governatore, poi processato e decapitato. Furono ancora cacciati altri uffiziali e ministri della principessa, e molti di que' nobili del suo partito; e rinforzato maggiormente quel presidio. In sostanza, occuparono il dominio di quella città, lasciando gridar gli Spagnuoli che queste erano imposture e mascherate per andare usurpando l'altrui.
Cangiarono faccia anche in Piemonte le cose; imperciocchè madama reale _Cristina_ mirando esacerbati i sudditi non men per le conquiste degli Spagnuoli, che per l'aggravio de' Franzesi; e temendo anche delle segrete mine dalla parte dei due principi cognati suoi, tutta si gittò in braccio agli stessi Franzesi. Fece vista di arrolare un reggimento di essi per la propria difesa, e il mise in Torino; lasciò in oltre, che nelle altre sue fortezze i medesimi mettessero il piede: con che tutto il Piemonte col Monferrato si trovò come in ceppi, divenuto Franzese. Prese motivo il Leganes dai cangiamenti avvenuti in Mantova, per pubblicare un altro manifesto, lavorato sul torno del precedente, intendendo di giustificare la di lui meditata invasione del Monferrato, non già per vantaggio alcuno della Spagna, che Dio guardi; ma per iscacciarne i Franzesi occupatori ingiusti, in benefizio del duchino di Mantova. Entrarono in fatti poco d'appresso l'armi spagnuole nel Monferrato, col farvi la sola bravura di prendere il castello di Pomà, e di spianarlo da' fondamenti: che questo fu il primo servigio prestato al duchino. Essendo accorsa l'armata del cardinale della Valletta co' Piemontesi, se ne ritirarono da lì a non molto gli Spagnuoli con poco lor gusto; e tutti poscia andarono a godersi i quartieri d'inverno. Fu rapito in questi tempi dalla morte il picciolo duca di Savoia _Francesco Giacinto_ in età di sei anni, dopo molte febbri, che nel dì 4 d'ottobre il levarono dai guai del mondo. Non vi restò di maschi se non _Carlo Emmanuele_, che in età di quattro anni prese il titolo di duca. Nè solamente in quest'anno restò innaffiata la terra dell'uman sangue, ma anche il mare. Faceano vela quindici galee di Spagna venendo da Napoli, sotto il comando di don Rodrigo Velasco, per isbarcar al Finale mille e cinquecento fanti, e assai danaro in soccorso dell'esercito di Lombardia. N'ebbe avviso il signor di Poncurlè, nipote del _cardinale di Richelieu_, e con quindici altre galee uscito di Provenza, cominciò a rondare, aspettando che gli Spagnuoli avessero sbarcate le soldatesche, per poscia assalirli. Il Velasco, senza far altro sbarco, si fermò aspettando le risoluzioni della flotta nemica. Sicchè nel dì primo di settembre si attaccò fra loro alla vista di Genova un atroce conflitto. Quattro galee di Spagna non reggendo al diluvio dei sassi gittati dai mortai o cannoni franzesi, si ritirarono dalla battaglia. Se questo non succedea, fu creduto che avrebbero gli Spagnuoli cantato il trionfo. Non perciò si smarrirono le undici rimaste in ballo, finchè fu ucciso il lor generale Velasco, e le lor ciurme, composte di schiavi e di malviventi condennati al remo, tumultuarono, gridando _libertà_. Perciò e di dentro e di fuori bersagliati gli Spagnuoli, furono forzati a cedere il campo, seco nondimeno conducendo prese tre galee nemiche. All'incontro i Franzesi, meglio serviti delle lor ciurme, consistenti in soli volontarii, presero cinque galee, e in oltre la capitana di Sicilia, che poi lasciarono andare per mancanza di remiganti e fu condotta a Genova. Rimasero anche malconci i Franzesi per la strage fatta dalla moschetteria nemica, essendovi perito lo stesso lor generale, e, ciò non ostante, si attribuirono, e con ragione, la vittoria.
Ma altro incomparabilmente maggior motivo di tripudiare ebbe in quest'anno la Francia, perciocchè dopo più di venti anni di sterilità della _regina Anna d'Austria_, sorella del re di Spagna, e moglie del _re Lodovico XIII_ (alla qual disgrazia aveano forse contribuito non poco le illecite amicizie del re consorte, e le cabale del cardinale di Richelieu), si videro in fine frutti del suo matrimonio. Per accidente impensato accoppiatasi essa regina col re verso la metà di dicembre del precedente anno 1637 a Grobois, concepì un Delfino, che venne alla luce nel giorno quinto di settembre del presente anno, e fu poi gloriosissimo re di Francia col nome di _Luigi XIV_. Abbiamo l'attestato del celebre Ugon Grozio, ambasciatore allora di Svezia in Parigi, che questo monarca nacque con due denti, avendo egli perciò scritto: _Caveant vicini a mordacitate hujus Principis_, il che ben si avverò. È scritto che anche il rinomato _cardinal Mazzarino_ uscì dal ventre materno con due denti già formati. Nè si vuol tacere che col tempo (cioè allorchè la felicità del medesimo cardinal Mazzarino, e la sua intrinsichezza nel servigio d'essa regina, suscitarongli l'invidia e la malevolenza d'infinite persone), saltò fuori e prese piede per tutti i regni cristiani un'ingiuriosa e abbominevol diceria, cioè che esso Mazzarino avesse supplito alle mancanze del re Lodovico XIII per arricchir la Francia di un sospirato Delfino. Questa infame calunnia fu chiaramente poi strozzata dalla penna di Gregorio Leti, facendo egli toccar con mano che Giulio Mazzarino molti mesi prima era partito di Francia, e trovavasi in Roma, allorchè avvenne il concepimento di Luigi XIV. La nascita di questo principe diede impulso a grandissime feste, e portò seco importanti conseguenze pel regno di Francia. All'incontro una lagrimevol calamità accadde in quest'anno alla Calabria a cagion d'un fierissimo tremuoto, accaduto nel dì 27 di marzo, dove Cosenza, Stigliano e più di cinquanta luoghi rimasero affatto atterrati; più di cento divennero inabitabili; e vi si contarono più di dodici mila persone estinte. Fra gli altri luoghi la città di Policastro vide a terra il vescovato e tutte le chiese e monisteri; niuna casa vi restò in piedi, e perirono mille e ducento abitanti, fra i quali il duca d'Aquino, padrone d'essa città. Seppellita fra le rovine la principessa sua moglie, gravida di più mesi, fu ritrovata viva e salva con una sua figliuola. Erano entrati nell'Adriatico i corsari algerini e tunesini con forte squadra di galeotte, e gran timore vi fu che mirassero a svaligiar la sacra casa di Loreto. Marino Cappello coll'armata veneta di ventotto galee e due galeazze sorprese costoro alla Vallona, e nel dì 5 d'agosto in quel porto, senza far caso delle cannonate della piazza turchesca, a forza d'armi s'impadronì di tutti quei legni barbareschi, e trionfalmente li condusse a Corfù. Poco mancò che per tal atto la porta Ottomana non dichiarasse la guerra ai Veneziani; ma questi ebbero maniera di placar lo sdegno dei Musulmani. Desiderosa in questi tempi la corte del re Cattolico di tirar nel suo partito _Francesco I d'Este duca_ di Modena, principe che ad un raro senno accoppiava uno non inferior valore, mostrò gran piacere che egli passasse in Ispagna, per tenere al sacro fonte quel principe o principessa che era per dare alla luce la gravida regina. Con superbo accompagnamento si portò colà questo principe per mare, ricevette grandi onori, ed alzò nel dì 7 d'ottobre dal fonte battesimale l'_infanta Maria Teresa_, che fu, nel 1660, sposata dal poco prima nato _Luigi XIV_ re di Francia. Di più non ne dico io, per avere abbastanza parlato nelle Antichità Estensi dei motivi ed effetti di questo viaggio.
Anno di CRISTO MDCXXXIX. Indiz. VII.
URBANO VIII papa 17. FERDINANDO III imperad. 3.
Gran teatro di guerra e di calamità fu in quest'anno il Piemonte a cagion dei principi di Savoia, cioè del _cardinal Maurizio_ e del _principe Tommaso_, che, ricorsi all'appoggio della Spagna (seppur non furono stimolati da essa), pretendevano di spogliar la duchessa vedova Cristina della tutela del duchino e del governo di quegli Stati. Il cardinale, che, siccome dicemmo, aspirava anche più alto, era, nell'autunno dell'anno precedente, celatamente venuto in Piemonte, dove non gli mancavano parziali e divoti, e fra essi alcuno dei ministri della medesima duchessa. Questa, dopo avere scoperto il suo arrivo ed alcune di lui intelligenze nella cittadella di Torino, e postovi rimedio, mandò a Chieri un suo uffiziale con una compagnia dì cavalli, a dirgli che non era buona aria per lui quel luogo, e che se ne andasse. Però senza farlo arrestare, come avrebbe potuto fare, il fece accompagnare ad Annone, castello dello Stato di Milano. Venne poscia di Fiandra il principe Tommaso, e tanta fu la voglia di questi principi fratelli di spuntarla nel loro impegno, che si sottomisero ad alcune pesanti capitolazioni col _marchese di Leganes_, benchè mal volentieri. Doveano le piazze e luoghi, che colla forza si conquistassero in Piemonte, venir presidiate dagli Spagnuoli; e quelle, all'incontro, che volontariamente si rendessero, aveano da restar libere in mano de' due principi. Fecero eziandio entrare l'autorità dell'imperadore in questi viluppi, avendo egli spedito decreto del dì 6 di novembre del 1638, in cui annullava il testamento del fu duca _Vittorio Amedeo_ per conto della tutela lasciata alla duchessa, e un monitorio ai sudditi di cacciare i Franzesi, e di aderire ai principi legittimi tutori del duchino. Cannonate senza palla sarebbero state carte tali se non le avesse accompagnate la forza. Ma questa non mancò; e però si diede principio alla guerra civile, febbre che per lo più è la più lagrimevole e perniciosa che possa accadere ad uno Stato. Dopo la perdita di Vercelli, i popoli del Piemonte miravano di mal occhio i Franzesi, e più la duchessa, che s'era lasciata cotanto allacciare dal loro affetto. Si sparsero anche delle ridicole voci ch'essa pensasse, con dare in moglie la figlia maggiore al Delfino, che era tuttavia in fasce, di sacrificare all'ambizion dei Franzesi gli stati del duchino suo figlio: immaginazioni, che basta riferirle, per farne conoscere la sciocchezza. Certo è, che i più di quei popoli inchinavano ai principi del sangue, credendoli più atti a conservar quel dominio che una principessa franzese.
Ora il marchese di Leganes diede fiato alle trombe coll'inviare don Martino di Aragona, valoroso capitano, all'assedio di Cengio, castello fortissimo delle Langhe. Mentre l'Aragona si era accinto ad espugnar prima Saliceto, dove erano trenta Franzesi, colto da una moschettata, lasciò ivi la vita. In suo luogo Antonio Sottello cinse d'assedio Cengio, ributtò il soccorso che il _cardinal della Valletta_ e il marchese _Villa_ tentarono d'introdurvi; e in fine s'impadronì di quel castello. In questo mentre il _principe Tommaso_, entrato in Piemonte coll'armi spagnuole nel dì 26 di marzo, poca fatica durò a conquistar Chivasso; adoperata la forza a Crescentino, lo ridusse a suoi voleri; e dipoi, o per tradimento o per viltà del comandante, ebbe la fortezza di Verrua nel dì cinque d'aprile. Nello stesso tempo il _cardinal Maurizio_ passò a Biella, e alla valle di Aosta, che, dopo l'acquisto d'Ivrea, tutta venne alla di lui ubbidienza, trovandosi popoli che acclamarono i principi al primo lor comparire. La _duchessa Cristina_, all'avviso di questa metamorfosi, e più a quello dei movimenti del Leganes, già in viaggio per venire con tutte le sue forze verso Torino, colà chiamò il cardinal della Valletta, e i marchesi Villa e di Pianezza, comandanti delle sue armi; e, risoluta di star salda in quella città, per tenere in freno i cittadini del partito contrario al suo, prese nondimeno la precauzione d'inviare i figli in Savoia al castello di Sciamberì, oppure di Monmegliano, per sottrarli ad ogni pericolo: il che aguzzò maggiormente contra di lei le lingue dei mal affetti. Si affrettarono i due principi fratelli per presentarsi coll'esercito spagnuolo sotto Torino, e presi varii posti, si accamparono intorno a quella città, sperando pure che seguissero movimenti nel popolo; ma scorti vani i lor pensieri, non vollero più perdere il tempo in quella disperata impresa. Divise dunque le truppe, il conte Galeazzo Trotti andò ad impossessarsi di Pontestura, e il principe col maggior nerbo si portò a Villanuova di Asti. Perchè quel governatore non volle renderla per amore, restò la seguente notte presa per assalto, ed appresso messa a sacco. Il governator di Milano, dopo avere anche egli occupata la terra di Moncalvo, unitosi col principe Tommaso, a dì 30 d'aprile andò sotto Asti. Passavano corrispondenze segrete con chi ne era deputato alla difesa; e però i cittadini portarono tosto le chiavi. Altrettanto fece da lì a pochi giorni anche la cittadella. Era creduto Trino piazza inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi dal _duca Carlo Emmanuele_, e gli uffiziali dissuadevano il principe suddetto dal tentarne la sorte. Ma egli, che sapea quanto scarseggiasse di gente e di munizioni quella città, si portò improvvisamente ad assediarla. Un soccorso inviato colà dal marchese Villa, cadde in una imboscata; fu ivi trucidato chi non avea buone gambe. Non fece il governatore di Trino quella resistenza che dovea, e però nel dì 24 di maggio si vide superata essa piazza da un furioso assalto, e messa a sacco, con risparmiar nondimeno i luoghi sacri, e quanto colà s'era rifugiato. Si stese la fortuna dei vincitori a Santià, che, preso nel dì 14 di giugno, fu esentato dal saccheggio. Per soccorrere quella fortezza erano usciti di Torino il cardinale della Valletta e il marchese di Villa con otto mila fanti e quattro mila cavalli, e, non essendo giunti a tempo, rivolsero il loro sdegno sopra Chivasso, e vi piantarono il campo. Avvicinaronsi gli Spagnuoli per dar soccorso a quella terra; ma, avvertiti che era giunto dal Delfinato a Torino il _duca di Lungavilla_ con quattromila fanti e duemila cavalli per unirsi al cardinale della Valletta, rincularono, lasciando cader quella terra, dopo molta resistenza, in mano dei Franzesi.
Non minor felicità avea provato in questi tempi il _cardinal Maurizio_ con un altro corpo di milizie, perchè gli prestarono ubbidienza, senza ch'egli sfoderasse la spada, i popoli di Cuneo, Ceva, Mondovì, Saluzzo, Dronero, Busca, Fossano, Bene e Demont. Ma con egual facilità accorsi in quelle parti i Franzesi, ricuperarono Saluzzo, Racconigi, Carignano e Fossano, uscendo le genti incontro a chi veniva con più forze, per esentarsi dal loro furore. Sicchè fu obbligato il cardinal Maurizio a ritirarsi in Cuneo, piazza anche allora la più forte di que' contorni. Impadronitosi dipoi il Longavilla di Mondovì, quivi fece piazza d'armi, e in questo mentre i marchesi Villa e di Pianezza per forza espugnarono il castello di Bene, tagliando a pezzi la maggior parte del presidio Spagnuolo. Sarebbe anche fuggito di Cuneo il cardinal Maurizio, perchè era passato ad assediarlo il Lungavilla, se non avesse avuta conoscenza di un gran tentativo ch'era per fare il principe Tommaso. Questi infatti avendo osservato divisi in tante piazze i Franzesi, e tenendo intelligenze segrete con molti cittadini di Torino e con qualche uffiziale ancora degli Svizzeri, che quivi erano di presidio, marciò improvvisamente a quella volta con un buon nerbo di fanteria e cavalleria, e con provvisione di scale e petardi. Nella notte precedente al dì 27 di luglio diede da più parti l'assalto, e gli riuscì d'entrarvi, spezialmente assistito da don Maurizio di Savoia suo fratello naturale. Madama Reale Cristina, avuto appena tempo di raccogliere le sue gioie ed alcune carte, intrepidamente si ritirò nella cittadella colle principali sue dame e ministri. Presentaronsi la mattina seguente i cittadini al principe, che gli assicurò da ogni violenza, e diede gli ordini perchè si alzasse terreno contro la cittadella. Entrò in essa città anche il _marchese di Leganes_, con restare intanto molto dubbiose le cose; perchè non avendo pensato ed osato gli Spagnuoli di assalir per di fuori la cittadella, nè di formarvi la circonvallazione, restò perciò libero il campo ai Franzesi di tener comunicazione colla medesima, siccome infatti avvenne, essendo accorsi colà il cardinale della Valletta, il Lungavilla e gli altri Franzesi. Non trovò la duchessa nè letti nè mobili per sè, e molto meno per la sua corte. Il peggio fu, che mancava anche il vivere per lei e per quella nobiltà. Mandò a chiederne al principe Tommaso, che le mandò un sol piatto di vivande per lei ogni giorno. Ne fece istanza al cardinale della Valletta, e questi negò tutto, richiedendo che prima desse la cittadella in mano dei Franzesi, e bisognò in fine accomodarsi alla di lui volontà. Parea alla duchessa un'ora mille anni d'uscire di là. Fu da essi Franzesi provveduta di tutto la cittadella, e il cardinale della Valletta con uno staccamento di cavalleria condusse dipoi madama Reale a Susa.
Non avea cessato in addietro _monsignor Cafferelli_ nunzio pontifizio di proporre ripieghi di pace, ma con poco frutto. Al veder egli ora tanto sconvolgimento di cose, maggiormente accese il suo zelo, per ostare a più gravi disordini; e però propose una tregua, sperando con questo gradino di salir poscia più alto. Vi trovò renitente il principe Tommaso, per le notizie ch'egli aveva di essere mal fornita di provvisioni da bocca la cittadella; ma il Leganes, che mirava tuttavia assai forti i Franzesi, e sminuita non poco la sua armata per tanti presidii, gli diede orecchio. Più facilmente ancora vi consentirono i comandanti franzesi, sicchè fu conchiusa una suspension d'armi sino al dì 24 di ottobre, nel qual tempo poterono i Franzesi provvedere abbondantemente di vettovaglie la cittadella di Torino. Il cardinal Maurizio, che non aveva acconsentito a questo trattato, passò a Nizza e Villafranca, e se ne impadronì. Durante questo riposo, non si rallentarono i negoziati di qualche accomodamento fra madama Reale e il principe Tommaso, restando intanto quasi tutto il Piemonte in potere, parte degli Spagnuoli, parte dei Franzesi e de' principi, con aggravio intollerabile de' poveri popoli. Aveano i Franzesi come costretta la duchessa a lasciar loro mettere presidio anche ne' castelli di Susa, Avegliana e Cavours. Ciò non bastò alla politica del cardinale di Richelieu, che unicamente aggirando nel suo capo la sempre maggiore esaltazione della corona di Francia, in questa sua ubbriachezza non conosceva misura alcuna. Quanto più mirava egli vicina al precipizio la duchessa, che pur era sorella del re suo padrone, tanto più pensò a profittarne per la Francia. Questo era, secondo lui, il tempo d'indurre essa madama a mandare in Francia i suoi figli, e ad ammettere nella inespugnabil fortezza di Monmegliano le armi franzesi, valendosi del pretesto che sua maestà non si potea fidare dei Piemontesi dopo il fatto di Torino. Fece a questo fine venire sino a Grenoble l'ubbidiente re _Luigi XIII_, e colà invitò _madama Reale_, la quale non potè esimersi da questo viaggio; ma vi andò con un pungente risentimento del suo cuore, perchè avvertita da persona sua confidente di ciò che tramava il cardinale, e ben sapeva di che fosse capace quell'imperioso porporato, il quale facea tremare tutta la Francia. Prima colle dolci, e poi con grandi slargate di aiuti e vantaggi le parlò il Richelieu: e vedendo salda come torre madama a non voler mettere affatto in ceppi il figlio duca e i suoi stati, passò alle minaccie, e trascorse anche in parole di poco rispetto verso una sì gran principessa, ma senza potere punto smuoverla. Glie ne fece anche parlare dal re, a cui ella altra risposta non diede se non colle lagrime che le caddero dagli occhi. Ai ministri ancora della duchessa non mancarono minaccie e strapazzi in questa occasione. Tornossene poi ben mal contenta a Sciamberì la povera principessa.
Essendo mancato di vita nel dì 27 ossia 28 di settembre il guerriero _cardinale Lodovico della Valletta_, la corte di Francia spedì al comando delle sue armi in Italia _Arrigo di Guisa conte di Arcourt_ della casa di Lorena, che si era segnalato nel riacquisto dell'isola di Jeres. Finita la tregua, esso conte volendo aprirsi la strada per mandare rinforzi a Casale, piazza troppo amoreggiata dagli Spagnuoli, nel dì 25 di ottobre andò a mettere l'assedio a Chieri, e in capo a due giorni l'ebbe in suo potere. Di là spedì gente a Casale. Ma in Chieri e nei circonvicini luoghi cominciarono presto a venir meno i viveri, nè maniera appariva di supplire al bisogno: però l'Arcourt prese la risoluzione di cercar paese più largo e comodo pel verno, con passare verso Carmagnola e Saluzzo. Non avea più di otto in novemila persone al suo servigio. Trapelò questo disegno, e il Leganes fu di concerto col principe Tommaso per frastornar questa ritirata, giacchè erano di molto superiori le lor genti a quelle dei Franzesi. Si mosse all'improvviso da Chieri l'Arcourt la notte precedente al dì 15 (altri ha 29) di novembre, e, giunto che fu al ponte della Rotta, arrivò alla di lui retroguardia il principe Tommaso, che cominciò a menar le mani. Fu combattuto più volte con gran valore da ambe le parti; ma restò burlato il principe dal Leganes, il quale non avea gran genio alle battaglie campali, credendole troppo pericolose; e però accorse bensì, ma non entrò daddovero nella mischia; del che fece poi grandi querele esso principe. Il perchè passò oltre il duca di Arcourt sino a Crescentino, e per questa gloriosa ritirata gli fu fatto gran plauso non meno in Italia che in Francia. Scrissero alcuni che il principe Tommaso vi perdesse più di due mila uomini tra morti, feriti e prigioni, fra i quali molti uffiziali del reggimento del _principe Borso d'Este_, composto di tre mila Alemanni; ma altri fanno ascendere la sua perdita a sole cinquecento persone. Dalla parte dei Franzesi solamente mancarono trecento combattenti, e fra essi il marchese Giulio Rangone, cavaliere insigne di Modena, mastro di campo di cavalleria nelle truppe di Savoia. Tutti dipoi si ridussero ai quartieri, e passò il verno con molti negoziati di madama Reale, ora con l'uno ora coll'altro dei principi, ma senza che mai si potesse aggruppare concordia alcuna fra loro.
Anno di CRISTO MDCXL. Indizione VIII.
URBANO VIII papa 18. FERDINANDO III imperadore 4.
Da che Dio ebbe chiamato il _cardinal della Valletta_ a rendere conto dell'improprio suo mestiere, e fu spedito in suo luogo il _conte d'Arcourt_, parve che questo valoroso principe conducesse seco in Italia la fortuna dell'armi francesi. Se ne stava egli colle sue truppe godendo i quartieri in Saluzzo, Alba, Fossano, Savigliano Cherasco, Bene, ed altri luoghi posseduti da madama Reale, con far gridare e bestemmiare quei popoli, perchè aggravati da molte contribuzioni, ed affezionati al partito dei principi. Andava in questo mentre il principe Tommaso facendo dei preparamenti per formare l'assedio della cittadella di Torino, senza che gli passasse per mente, che il _marchese di Leganes_ fosse per mancargli in così importante disegno e bisogno. Ma si trovò egli ben deluso. Altro non aveva in testa il marchese che l'acquisto di Casale di Monferrato. Questo era il vello d'oro a cui egli aspirava. Conquistato Casale, la gloria avrebbe dato nelle trombe per esaltare dappertutto il suo nome; e certamente una tal gioia meritava bene che gli Spagnuoli se la tenessero cara, e pensassero a non dimetterne mai più il possesso. Per lo contrario non trovava il Leganes i suoi conti nell'impiegar gente, oro e fatiche, per fare un buon nido ai principi di Savoia colla espugnazion della cittadella di Torino. Tanta era la sicurezza sua per l'occupazion di esso Casale, che coi suoi più confidenti gloriosamente la contava per cosa già fatta. A questo fine aveva egli ammassata gran copia di pecunia, ed accresciuto l'esercito suo con rinforzi venuti di Spagna, Germania e Napoli; laonde, nel sabato santo, giorno da lui superstiziosamente scelto, secondo gl'insegnamenti della più fina strologia, cioè nel dì 7 d'aprile, si mosse alla volta di Casale con quattordici mila fanti e cinque mila cavalli. Nel lunedì di Pasqua formò l'assedio della città, presa la quale giudicava assai facile l'acquisto anche del castello e della cittadella, ed occupò le colline e castella all'intorno. La guernigion franzese di Casale sotto il comando del signor della Torre, fu supposto non essere più di mille e ducento fanti, nè il conte di Arcourt aveva forze tali da potere rapir dalle unghie spagnuole questa preda. Il papa e i Veneziani, commossi da tal novità, inviarono aspre doglianze, ed anche minaccie al Leganes; ma egli gonfio per figurarsi d'aver già in pugno la vittoria, si sbrigò da quegli inviati, protestando di far quell'assedio, non già in danno del duca di Mantova, ma solamente per forzare i Franzesi alla pace: che di questa polve da gittar negli occhi alla gente niuno mai dei principi conquistatori è mancante. Per altro comune opinione fu che la principessa, ossia duchessa di Mantova _Maria_, camminasse in ciò d'accordo con gli Spagnuoli. Anzi scrivono che, presa poi la segreteria del Leganes, ivi si trovarono i chiari attestati della vera loro unione in questo proposito.
Non più che sette mila fanti e quattro mila cavalli tra Franzesi e Piemontesi potea contare in questi tempi il _conte di Arcourt_ maresciallo di Francia. Contuttociò, perchè animato dal proprio valore, e spronato dagli ordini del gabinetto di Francia, e dall'importanza dei presenti affari, nel dì 21 d'aprile si mosse da Poerino per accostarsi a Casale, e tentarne il soccorso. Trovò gli Spagnuoli che lo aspettavano entro i forti trincieramenti della lor circonvallazione. Non punto sgomentato per questo, coraggiosamente nel dì 29 del suddetto mese andò ad assalir le loro trincee. Trovò gente che sapea ben difendere i posti, e dopo replicati sforzi, che costarono la vita a più di ottocento de' suoi, gli convenne retrocedere. Ma da lì a non molto, passato dove erano più deboli le trincee, arditamente saltò dentro a cavallo: esempio riuscito di tale stimolo alle sue truppe, che ognuno sprezzando la morte, si affrettò a passar oltre e a sbaragliar quanti nemici andava incontrando. Allora fu che il marchese di Leganes si avvide della vanità dei suoi sognati trionfi, e ad altro non attese che a ritirarsi il meglio che potè, ma sempre inseguito dai vittoriosi Franzesi. Tuttavia il maggior suo danno di gente consistè nella perdita di coloro che, per sottrarsi alle spade franzesi, trovarono la morte affogandosi nel Po, giacchè per cumulo delle disgrazie si ruppe, a cagion della troppa calca, il ponte da lui fabbricato su quel fiume. Fu creduto, che dalla parte d'esso marchese perissero tre mila persone, oltre ai rimasti prigioni. Vennero ancora alle mani dei Franzesi il segretario del Leganes colla cancelleria, le di lui argenterie con sessanta mila scudi della cassa regia, e i cannoni e il bagaglio, che si trovarono nell'accampamento di San Giorgio dalle banda di Pontestura. Circa un migliaio di Franzesi e Savoiardi lasciarono la vita in questo conflitto. Poco si fermò il prode Arcourt pieno di gloria per questa vittoria in Casale, dove si fecero molte allegrezze, per non consumar le poche vettovaglie che vi restavano, e passò a Chieri, e di là, nel dì 10 di maggio andò ad accompagnarsi al Valentino in vicinanza di Torino. Poscia dopo essersi impadronito d'alcuni posti, e specialmente di quello dei cappuccini, nel dì 16 distribuì il suo campo intorno a quella città. Memorabile riuscì quell'assedio, sì perchè il _principe Tommaso_ dalla città andò facendo varie sortite, ora favorevoli ed ora sinistre, siccome ancora il presidio franzese della cittadella contro la città, e sì ancora perchè il Leganes venne anch'egli a mettere il campo in quelle vicinanze; perlochè seguirono altre non poche azioni militari che io mi dispenso dal riferire. Faceano gli uni e gli altri delle continue scorrerie per difficultare il trasporto dei viveri; ma in fine sì forte circonvallazione fece l'Arcourt, che rendè inutile ogni tentativo dei nemici per introdurre soccorsi nella città di Torino.
Lentamente procedeva in tutti i suoi andamenti il Leganes, saldo nella massima di nulla azzardare, e ritirossi a Chieri. Pure spronato dal bisogno della città, e dalla nuova di un vicino rinforzo, che veniva di Francia all'Arcourt, nel dì 11 di luglio tentò d'introdurre gente, munizioni e vettovaglie in Torino. Andò poco felicemente l'impresa, quantunque penetrassero in questa città mille fanti. All'incontro nel dì seguente 12 di luglio senza impedimento da Pinerolo pervenne al campo franzese un soccorso di sei mila fanti e di mille cavalli con gran copia di vettovaglie. Scarseggiava forte il principe Tommaso di polve da fuoco; e perchè niuna comunicazione restava fra lui e il Leganes, trovata fu l'invenzione di gettare dal campo, cioè da un posto più vicino alla città, entro la medesima delle bombe, ciascuna delle quali conteneva dieci libbre di polve. Altri scrivono che dalla città si cominciò a spingere al campo del Leganes palle di ferro, che contenevano nel concavo loro seno le occorrenti lettere; il perchè quello era chiamato il cannone corriere; e che da ciò imparò il campo a far volare nella città altre palle maggiori cariche di polve e di sale. L'inventore di queste palle, alle quali precedeva un segno col fumo, dicono essere stato Francesco Zignoni Bergamasco. Fu eziandio notato come cosa rara, che in una delle sortite degli assediati restò anche uccisa, per non volersi rendere, una donna tedesca, la quale cresciuta ed allevata fra le soldatesche in abito virile, avea fin qui fatte molte prodezze, ed era pervenuta, pel suo valore, al grado di capitano di cavalleria, chiamata volgarmente per burla il capitan _Barbone_, altri dicono il capitan _Cappone_, perchè, a guisa dei castrati, non avea barba. Menava seco questo femmineo capitano una donna, fingendola sua moglie, dameggiava per la città, e nei cimenti era dei più arrischiati. A questa scena fece ella fine col morire da brava, e fu poi collo spoglio riconosciuta per quella che era. Intanto non meno al campo spagnuolo che al franzese andavano sopraggiugnendo nuovi rinforzi di gente, e cresceva da ambe le parti l'impegno e il pericolo. Ma perchè al principe Tommaso cominciavano a venir meno le provvisioni da bocca e da guerra, concertò egli col marchese di Leganes di far l'ultimo tentativo. Il dì 13 di settembre fu scelto per l'impresa. Con tutto il suo presidio uscì il principe della città, dopo aver lasciato quanti Spagnuoli potè avere con licenza del nunzio pontificio a far le sentinelle per le mura, e gli riuscì di prendere alcuni fortini dei Franzesi, e di superar altri posti; ma non essendo accorsi a tempo nè con egual ardore gli Spagnuoli del Leganes, gli convenne in fine ritirarsi colla perdita di molti dei suoi. Allora fu che, trovandosi in questo poco felice stato di cose, cominciò a dare ascolto alle proposizioni d'accordo, che sempre aveano tenuto vive i ministri del papa. Restò dunque conchiuso, nel dì 17 di settembre, che il _principe Tommaso_ rimetterebbe la città di Torino al _re di Francia_ sotto la reggenza di _madama Reale_, e ch'egli con tutti i suoi potrebbe ritirarsi dove volesse.
Rientrarono dunque i Franzesi in Torino, e colà pure la vedova duchessa comparve nel dì 18 di novembre, ricevuta dal popolo con gran solennità. Ma le sue allegrezze restarono ben turbate sul fine dell'anno, perchè d'ordine del re Cristianissimo fu preso e poi mandato prigione in Francia nel bosco di Vincennes il conte Filippo di San Martino di Agliè, il più intimo e confidente ministro e consigliere della medesima madama Reale, non d'altro reo, che d'essere stato creduto dal cardinale di Richelieu il principale autore della costanza di quella principessa, allorchè ella fu a Grenoble, in negare al re la fortezza di Monmegliano. Furono anche arrestati o mandati fuor di Torino alcuni suoi parenti. Un gran dire, un esclamare di ognuno fu per questa iniquissima violenza del Richelieu, e per un sì rilevante strapazzo fatto alla autorità della duchessa, e duchessa sorella dello stesso re, gridando ognuno che pazzia era ormai il fidarsi più della Fraucia. Ma la Francia altro non era allora che il cardinale di Richelieu, il quale comandava a tutti, e fino allo stesso re, nè conosceva misura ai suoi odii e alle sue vendette. Solamente allora che mancò di vita esso porporato, il povero innocente cavaliere fu rimesso in libertà. Non lasciava intanto il Richelieu di far maneggi, per tirare nel suo partito i principi di Savoia, e fatto venire in Piemonte il già divenuto prelato monsignor _Giulio Mazzarino_ con titolo di plenipotenziario, intavolò un segreto accordo col _principe Tommaso_, che non ebbe poi effetto. Si trovò questi dipoi ben imbrogliato, perchè volea, prima di dichiararsi, riavere la moglie e i figli, già condotti in Ispagna, e, fattane istanza a quella corte, ne riportò una bella negativa. Trovavasi allora la corte del re Cattolico agitata da gravi burrasche per la superbia e balordaggine dell'Olivares primo ministro, e per l'insolenza dei governatori e soldati castigliani. S'era rivoltata la Catalogna; rivoltossi anche il Portogallo, e fu ivi acclamato re _Giovanni duca di Braganza_, senza che mai più riuscisse agli Spagnuoli di ricuperar quel regno: tutti colpi che servirono non poco ad abbattere la monarchia spagnuola. Nè alcuno di quegli imbrogli vi fu, in cui non mettesse le zampe il Richelieu, avendo egli fissato l'appoggio della sua gloria in procurare, per quanto potea, la rovina delle due case d'Austria, per esaltar sopra di quelle la corona di Francia. Non erano da meno le idee dell'Olivares, cioè dell'arbitro della Spagna, per l'ingrandimento di quella monarchia; ma non aveva egli la testa nè la condotta e nè pur la fortuna del Richelieu, e però, in vece di accrescere, diminuì notabilmente la riputazion di quella corona.
Anno di CRISTO MDCXLI. Indizione IX.
URBANO VIII papa 19. FERDINANDO III imperadore 5.
Per tutto il verno furono tenuti in piedi negoziati e progetti per tirare al partito della Francia e alla concordia colla duchessa reggente i principi di Savoia. Più renitente del _principe Tommaso_ si trovò il _cardinal Maurizio_, che s'era afforzato in Nizza e Villafranca. Andava innanzi e indietro l'industrioso _Mazzarino_, ma in fine restò questa volta delusa la sua grande arte in maneggiar negozii. Il principe Tommaso addusse per iscusa di non poter continuare nel già segreto accordo, per essergli vietato di ritirar di Spagna la moglie coi figli; e intanto insieme col cardinal suo fratello stabilì un nuovo onorevol trattato colla corte di Spagna. Uscirono manifesti di madama Reale e de' principi cognati, tendenti ognuno alla propria giustificazione. Si venne dunque a nuova rottura, e i Franzesi nel dì 6 di marzo s'impadronirono di Moncalvo, e poscia passarono nel dì 12 d'aprile ad assediare Ivrea. Colà ancora giunse, tornato di Francia, il _conte di Arcourt_ con alcune nuove brigate di combattenti; ed, appena fatta la breccia, nel dì 23 d'esso aprile volle venire all'assalto, non con altra orazione animando i soldati, che con dir loro: _Miei figli, salvate le mura al re: tutto il resto è per voi_. Ma fallirono i conti, e fu forzato a ritirarsi colla perdita di trecento uomini: sì bravamente si difesero gli assediati. Era intanto uscito in campagna il principe Tommaso coll'armata spagnuola, e per fare una diversione andò sotto Chivasso, sperando di mettervi dentro il piede con una scalata. Gli costò il tentativo circa quattrocento soldati. Ciò non ostante ne formò l'assedio, e fu questo cagione che l'Arcourt si levasse di sotto Ivrea. Andarono dipoi le due nemiche armate badaluccando un pezzo; se non che i marchesi Villa e di Pianezza furono spediti all'assedio di Ceva, sostenuta con vigore da quel presidio, ma in fine obbligata alla resa: anche il Mondovì venne alla loro ubbidienza. Passarono poscia i Marchesi col campo sotto Cuneo, città, che per la sua situazione avea fatto abortire tanti assedii in addietro, e molti altri ancora rendè vani nei tempi susseguenti. Pure per mancanza di munizioni da guerra, dopo cinquantatrè giorni di ostinata difesa, nel dì 16 di settembre se ne impossessarono con insigne gloria dell'Arcourt e del marchese Villa. Ridussero poscia alla loro ubbidienza anche Demont e Revel; quando all'incontro il principe Tommaso altra utile impresa far non potè che quella di ricuperar Moncalvo. Passò il resto dell'anno in negoziati, per trovar maniera di stabilir qualche concordia fra madama Reale e i principi suoi cognati, i quali per la perdita di Cuneo e di tanti altri luoghi, ormai conoscevano quanto poco lor giovasse l'aderenza agli spagnuoli. Al _marchese di Leganes_, che per le istanze del principe Tommaso fu richiamato in Ispagna, fu sostituito nel governo di Milano il _conte di Siruela_.
Appartiene all'anno presente la scena del picciolo principato di Monaco, da gran tempo posseduto dalla casa Grimalda nella riviera di Genova. Fin dall'anno 1605 riuscì agli Spagnuoli di poter ivi mettere presidio mercè di alcuni vantaggi proposti a quella casa. Col tempo si trovò troppo malcontento di questi ospiti _Onorato Grimaldi_ principe di quel luogo, perchè, non correndo le paghe, era costretto egli del suo a mantenere chi gli facea da padrone addosso. Intavolò dunque un segreto trattato per iscuotere quel giogo, e sottomettersi al creduto più dolce e vantaggioso dei Franzesi. Venne il tempo che s'era indebolita di molto la guarnigione spagnola; allora fu, che il principe, dopo aver data una lauta cena e buon vino a que' pochi uffiziali, li mandò a dormire; ed egli, chiamati a sè alcuni suoi sudditi, fatti prima carcerare sotto colore di varii delitti, propose loro la risoluzion fatta di liberarsi dagli Spagnuoli. Prese dunque l'armi da essi, e da tutti i suoi cortigiani, nella notte precedente al dì 18 di novembre, fecero prigione chiunque dei fanti non osò far resistenza; e, spedito immantenente l'avviso al governatore della Provenza, ricevè da lì a poco per mare soccorso di gente e di munizioni. Così entrò in Monaco presidio franzese, che tuttavia vi persiste, avendo quel principe ricevuto dal re Cristianissimo in ricompensa degli Stati, a lui tolti nel regno di Napoli, il ducato di Valenza nel Delfinato, con pensioni ed altri feudi in altre provincie di Francia. Ma mentre inclinavano gli affari turbatissimi del Piemonte verso la quiete, ecco, per la corrotta costituzione del mondo, in cui sì facilmente imperversa l'ambizione e l'interesse con altre maligne passioni de' regnanti, aprirsi il varco ad un'altra guerra. Colla lunga età ed imperio di _papa Urbano VIII_, aveano avuto agio i Barberini suoi nipoti di accumular immense ricchezze e beni; e siccome all'opulenza suol tenere dietro il fasto e la superbia, ed anche l'ansietà di sempre più salire in alto, non mancavano certamente questi mantici nel cuore de' suoi fortunati nipoti, cioè de' _cardinali Francesco_ ed _Antonio_, e di _don Taddeo_ principe di Palestrina, poichè il terzo _cardinale Barberino_, cioè _Antonio_ seniore, conservò sempre i buoni alimenti della religione cappuccina, del qual ordine egli fu. Quanto più venivano calando le forze del corpo, e la vivacità dello spirito nel vecchio papa, tanto più andava crescendo l'autorità del cardinale Francesco da lui prediletto, che sotto nome del pontefice operava quanto a lui piaceva.
Ora avenne, che _Ranuccio_, e poscia Odoardo suo figlio, duchi di Parma, per li loro precedenti impegni aveano contratto di molti debiti in Roma, e formato quivi un monte, con assegnare ai creditori il pagamento dei frutti sul ducato di Castro e Ronciglione, posto fra la Toscana e il Patrimonio di San Pietro, che era riconosciuto in feudo dalla Chiesa romana. Amoreggiavano i Barberini quello stato, e proposero di comperarlo, o di prendere per moglie una figlia del duca Odoardo, che lo portasse in dote. Ma, essendo venuto il medesimo duca a Roma nell'anno 1639, per cagion di esso monte, e per trattar della promozione alla porpora di _Francesco Maria_ suo fratello, e per altri affari, fu dissuaso a lui quel parentado; il che produsse non poche amarezze fra lui e i Barberini, i quali gli attraversarono ogni negozio, contrastarono anche gli onori dovuti alla sua dignità. Crebbero poscia i disgusti, perchè fu vietata al duca la tratta dei grani di Castro, ch'era la maggior sua rendita; e, non potendosi perciò pagare i frutti del monte, si fecero saltare su i creditori contra di lui in Roma, ed uscirono citazioni ed altri atti giudiziali. Andò in furore Odoardo Farnese, siccome principe di alte idee e risentito, prendendo tutti questi atti come affronti a lui fatti dai nipoti del papa, per voglia di spogliar lui, ed arricchire sè stessi di quegli Stati. E perciocchè egli era solito a misurare, non dalle forze, ma dall'animo suo le cose, spedì Delfino Angelieri con qualche presidio a Castro, che cominciò a far quivi delle fortificazioni. Fu ciò valutato in Roma come un principio di ribellione; e però poco stette ad uscire un monitorio coll'intimazion di tutte le pene spirituali e temporali, se in termine di trenta giorni non si demolivano le fortificazioni, e non si sbandava il presidio. Poscia si stimò ben impiegato il danaro della camera apostolica in fare con tutta fretta un armamento di sei mila fanti e cinquecento cavalli a Viterbo, e un bel preparamento di artiglierie ed attrezzi. Commossi da questo rumore e dalle doglianze del duca di Parma il _senato veneto_, il _vicerè di Napoli_, i ministri del _re Cristianissimo_, di _Ferdinando II gran duca_ di Toscana e di _Francesco I duca_ di Modena, si diedero premurosamente a trattare di aggiustamento, e a proporre varii partiti, ma con avvedersi in fine, che quella corte ad altro non tendeva, che a tirare in lungo l'affare, tanto che spirassero i trenta giorni, ed anche quindici altri che per misericordia si ottennero.
Passati in effetto questi termini, il marchese Luigi Mattei, mastro di campo generale del papa, si mosse da Viterbo colle milizie nel dì 27 di settembre, e con poca fatica s'impadronì della Rocca di Montalto, e finalmente nel dì 13 di ottobre anche di Castro, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dell'Angelieri, che sì presto capitolò la resa. Questi soli erano i due luoghi forti di quel ducato; però tutto il resto venne in potere dei Papalini. Vie più allora si affaccendarono i principi suddetti per trovar temperamento, con istudiarsi ciascun d'essi di spegnere il nascente incendio. Ma i Barberini esultanti fra il plauso universal de' Romani per tale acquisto, ed animati maggiormente dal gran vantaggio del possesso ottenuto, non proponevano se non condizioni, da lor conosciute tali che non sarebbono accettate. Intanto si applicavano ad aumentar le loro soldatesche, e i presidii delle piazze, e spezialmente inviando gente ai confini del Bolognese e Ferrarese per ogni precauzione contro la repubblica veneta e contro il duca di Modena. E perciocchè dagli ecclesiastici, benchè destinati da Dio al regno spirituale, si fa non minor festa e tripudio per l'acquisto dei beni temporali, di quel che facciano i secolari, il pontefice, tutto giubilante per quello di Castro e di Ronciglione, volle con una promozion di cardinali coronar la sua gioia; e questa fu fatta nel dì 16 di dicembre dell'anno presente. Intorno a che non si ha a tacere che erano dianzi seguite delle commedie, perchè il pontefice oppure il _cardinal Francesco_, uomo cupo e perplesso in tutti gli affari, non aveano voluto ammettere per loro particolari riflessi a questo onore il principe _Rinaldo d'Este_, fratello del duca di Modena, promosso dall'imperadore, nè monsignor _Giulio Mazzarino_ Romano, proposto dal re Cristianissimo, nè l'abate _Francesco Peretti_ Romano anch'esso, alle preghiere della Maestà Cattolica. Superati in fine tutti gli ostacoli, seguì la promozione di que' tre soggetti con dieci altri, non senza querele de' privati franzesi, che videro anteposto a tutti loro nella nomina del re il Mazzarino Romano. Ma il Richelieu, che avea per tante pruove conosciuto il mirabil talento di quest'uomo, e l'attaccamento alla sua persona, il portò di peso alla porpora, per valersi di lui a sostenere l'esorbitante sua autorità, che gli avea poco fa eccitati contro non solo gravi pericoli, ma guerre ancora. E però essendo mancato di vita fra Giuseppe cappuccino, stato in addietro il suo braccio diritto, confidando nel Mazzarino, ebbe a dire a chi si condoleva con lui di questa perdita: _La breccia è riparata_.
Anno di CRISTO MDCXLII. Indizione X.
URBANO VIII papa 20. FERDINANDO III imperad. 6.
Cotante pratiche di accordo, durante il verno e la primavera di questo anno, furono tenute in Piemonte fra i ministri della _duchessa Cristina_ e del _re Cristianissimo_ dall'un canto, e del _cardinal Maurizio_ e del _principe Tommaso_ dall'altro, che ne seguì a dì 14 di giugno strumento di concordia. Restò la duchessa tutrice del picciolo duca suo figlio _Carlo Emmanuele_, e reggente degli Stati; il cardinale luogotenente della contea di Nizza, e il principe Tommaso d'Ivrea e del Biellese, con avere i due principi una speziosità d'assistenza ai più importanti affari, finchè il duca uscisse di minorità. Promise il re di Francia la sua protezione, e varie pensioni ai principi; e per valevole cimento della loro buona armonia con madama Reale, fu stabilito, con dispensa pontificia, il matrimonio di esso cardinal Maurizio colla principessa _Luigia Maria_ sua nipote e sorella del picciolo duca. Depose il cardinale la sacra porpora, e si effettuò il di lui sposalizio colle dovute solennità nel dì 21 di settembre: con che ebbe fine la guerra civile del Piemonte. Grandi lamenti e schiamazzi fecero per questo gli Spagnuoli; ed avvenne che il _conte di Siruela_ governator di Milano, ossia che non peranche sapesse i suddetti negoziati, o sapendoli prendesse consiglio solamente dalla collera, precipitosamente richiamò da Ivrea le sue truppe. Non fu pigro il principe Tommaso a metterle in viaggio, e perchè il Siruela, ravveduto della sua balorderia, volle rimandarle colà, ebbe per risposta dal principe di non averne più bisogno. Così il cardinal Maurizio, dopo aver disposte alle armi alcune migliaia di Nizzardi, chiamò nel castello Francesco Tuttavilla, mastro del campo spagnuolo, e gli ordinò, se voleva egli uscire di là, di far uscire dalla città di Nizza la sua guernigione, e convenne ubbidire. Sicchè laddove in addietro gli Spagnuoli faceano guerra al Piemonte, si cangiò scena, e i Piemontesi uniti ai Franzesi cominciarono le ostilità contra di essi per ricuperar le piazze, che in lor mano restavano. Trovavasi in questi tempi lo Stato di Milano non poco infievolito di forze; nè potea sperar bastevoli soccorsi di Spagna, trovandosi quella monarchia in troppo duri impegni, parte per la guerra di Fiandra, e parte per la sollevazion dei Catalani sostenuti da' Franzesi, e molto più per la ribellion de' Portoghesi, contra dei quali infelicemente procedevano l'armi de' Castigliani. Però non fu da maravigliarsi, se una brutta piega cominciarono a prendere gli affari di esso Stato di Milano a cagione della metamorfosi suddetta.
Uscirono dunque in campagna i Franzesi sotto il comando del _principe Tommaso_, con cui poscia venne a congiugnersi il _duca di Lungavilla_, mandato dal re Luigi XIII al governo delle sue armi in Italia. Secondo era il _marchese Guido Villa_, fedelissimo generale di madama Reale colla cavalleria piemontese. La prima loro impresa fu sotto Crescentino, che, dopo 15 giorni di assedio, verso la metà di agosto capitolò la resa. Nel dì 22 di esso mese Nizza dalla Paglia venne alla loro ubbidienza: e con poca resistenza fu anche ricuperata la città di Acqui. Ognun si credeva, che queste armi continuerebbero il corso per liberar dagli Spagnuoli le restanti piazze del Piemonte, quando all'improvviso nel dì 4 d'ottobre andarono addosso a Tortona. Consisteva questo esercito in dieci mila fanti e quasi cinque mila cavalli. La città, siccome priva di fortificazioni, incontanente aprì le porte, e, ridottasi la guernigione spagnuola nel castello posto sulla collina si vide poco appresso cinta d'assedio. Fino a quest'ora il conte di Siruela era sembrato placido spettatore dei progressi delle nimiche milizie; pur venne il dì 8 del mese suddetto, in cui diede la mossa anch'egli a quante milizie potè raunare per dar soccorso a Tortona. Ma restò poi perplesso, perchè obbligato ad inviare un corpo di milizie ad osservare gli andamenti del marchese di Pianezza, il quale con un altro corpo di Piemontesi e Franzesi inaspettatamente giunto sotto Verrua, avea data la scalata a quella terra, e se ne era impadronito, e nel dì 20 del medesimo mese ebbe anche la rocca, posto di somma importanza. Ciò non ostante si accostò il Siruela a Tortona, sulla speranza forse che al suo comparire si avessero a ritirar per la paura i Franzesi. Ma nè quelli si mossero, nè egli osò di tentare il pericoloso giuoco di una battaglia; sicchè nel dì 25 di novembre il presidio spagnuolo di quel castello con patti di buona guerra lo lasciò in potere degli assedianti. Il principe Tommaso seppe far tanto dipoi alla corte di Parigi, che il re gli diede in dono essa città di Tortona con tutte le sue dipendenze, erigendola in principato.
Nè si dee tacere che in Parigi appunto nel dì 4 di dicembre diede fine alla sua vita e alle sue sterminate idee _Armando cardinale di Richelieu_, personaggio, che, mirato dall'un lato, meritò d'essere collocato fra gli eroi di questo secolo pel suo maraviglioso ingegno, per li tanti benefizii da lui recati in Francia alla religion cattolica, nell'avere mirabilmente depressi gli Ugonotti, restituita la disciplina monastica, ornato il clero di uomini insigni per la pietà e pel sapere, e per aver portata la corona di Francia a un grande auge di gloria e di potenza. Ma, considerato dall'altro lato, furono bene contrappesate, anzi superate dai vizii e difetti le sue virtù. Era il suo capo l'officina delle cabale, e il lambicco di quella mondana politica che solo pensa al guadagno: il suo cuore un emporio d'ambizione, d'odii e di vendette, non avendo egli saputo mai perdonare e nè pur lo seppe vicino alla morte, perchè, consigliato a farlo, rispose di non conoscere altri nemici che quei del re e del regno. La persecuzion da lui fatta al fratello del re e a tanti grandi del regno, e spezialmente la scandalosa contro _Maria de Medici_ regina madre dello stesso _re Lodovico XIII_, non si contò al certo fra le sue virtù. Non potè quella saggia ed infelice principessa prolungare tanto la vita da vedere il fine del suo persecutore, perchè nel dì 4 di luglio dell'anno presente era mancata di vita in Colonia, cioè in esilio, con terminare la lunga serie de' suoi disastri. In somma fu considerato da molti il Richelieu come un tiranno della Francia, e tiranno fu dello stesso re, il quale pien di clemenza e buona volontà, per la forza e signoria che avea preso sopra di lui questo sanguinario ministro, comparve crudele, e sembrò in più occasioni schiavo del servo suo. Quella stessa religione cattolica, ch'egli promosse in Francia, molto si ebbe bene a dolere di lui, per aver egli tanto cooperato alla esaltazione del luteranismo e calvinismo in Germania ed Olanda. Morì questo cardinale, odiato quasi da ognuno, e internamente ancora ne provò contentezza il medesimo re Lodovico, al trovarsi libero da sì duro tutore. Era già introdotto negli affari di quella corte e nel favore anche di quel monarca, il _cardinal Mazzarino_, uomo che nella perspicacia della mente e nell'accortezza, quasi potea competere col Richelieu, ma di massime più moderate ed amorevoli, e però fu fatto presidente del consiglio, con autorità nondimeno limitata, essendosi dichiarato il re di voler da lì innanzi ricordarsi un po' più di essere quel che era. Furono anche richiamati dall'esilio e dalle carceri non pochi, già vittime dell'odio del defunto implacabile porporato.
Si andarono in questi tempi sempre più esacerbando gli animi de' Barberini e di _Odoardo duca_ di Parma, ed uscì in Roma sentenza di scomunica e di devoluzione di tutti i suoi Stati alla camera apostolica; oltre a ciò si aumentò in Roma e in Viterbo l'armamento, per gastigare questo chiamato ribello. Dal suo canto anche il duca coll'impegnar le gioie, e prendere danari a frutto, ed ottenerne qualche somma dalla repubblica veneta, si diede a far gente, e pubblicò un manifesto delle sue ragioni, che dispiacque forte a Roma. Non lasciavano essa repubblica, il gran duca, e il duca di Modena di continuare i trattati di aggiustamento; ma durezze s'incontravano da ambe le parti. Si andò in questa maniera baloccando un pezzo, finchè, raunato sul Bolognese un copioso esercito pontifizio con tutti gli attrezzi militari, si vide comparire a Modena Giovanni Agostino Marigliani a chiedere il passo per quelle genti alla volta di Parma. Si andò schermendo il _duca Francesco I_, e intanto avvisò i Veneziani e il _gran duca Ferdinando_ dei grandiosi disegni dei Barberini, affatto rivolti a turbar la quiete comune. Venuto poscia il conte Ambrosio Carpegna a far più forti istanze, ed anche minacce pel suddetto passaggio, il duca di Modena, che si trovava come disarmato, fu costretto ad accordarlo se nello spazio di un mese non seguiva concordia fra la camera apostolica e il duca di Parma. Allora fu che i Veneziani, per altri motivi ancora disgustati del governo dei Barberini, e il gran duca, e il duca di Modena, egualmente cognati d'esso duca Odoardo, non volendo soffrire il di lui precipizio, nel dì ultimo di agosto formarono fra loro una lega difensiva. Attese il duca di Modena a rinforzarsi di gente, a fortificare e provveder di munizioni le sue piazze, e ricevette anche dalla repubblica un aiuto di tre mila fanti e di trecento cavalli, risoluto di contrastare il passo ai Papalini. Altri soccorsi ancora doveano a lui venire dalla Toscana. Furono cagione questi ripieghi, che i Barberini fermassero l'impetuoso corso dei lor disegni. Trovavasi intanto in uno strano labirinto il Farnese, perchè di gran gente avea raccolto; forze gli mancavano per mantenerle; e vergogna gli parea il licenziarle, stando tuttavia pendenti gli affari suoi. Perciò spinto dalla disperazione, e non già guidato da sano consiglio, determinò di passare per lo Stato ecclesiastico, con isperanza di ricuperar Castro, e mandò a chiedere il passo al duca di Modena. Per quanto questi non si stancasse con lettere, e con inviargli anche a questo fine il conte Fulvio Testi per dissuaderlo, non potè vincere la ferocia dell'animo suo. Pertanto nel dì 10 di settembre si mosse da Parma con soli tre mila cavalli, senza artiglierie, senza altri militari attrezzi; ed essendo transitato per lo Stato del duca di Modena, arditamente entrò nel Bolognese. Seco era il _maresciallo di Etrè_, non già perchè la Francia avesse preso ad aiutare il duca, ma perchè esso maresciallo non godeva la buona grazia del re suo signore.
Se troppo capricciosa scena fu quella del duca, disapprovata anche da altri principi, riuscì ben più ridicola l'altra dell'esercito pontifizio, ascendente, per quanto fu detto, a diciotto in ventimila guerrieri, la maggior parte nondimeno dei quali è da credere, che fosse di villani atti a maneggiar la zappa e il badile, e non già spade e moschetti, che al comparire del Farnese tutto si scompigliò e dissipò, come fan le passere all'arrivo del nibbio. Chi qua, chi là, senza che gli ufiziali potessero ritenerli, se pur gli ufiziali non furono i primi a menar le gambe. _Don Taddeo Barberino_, prefetto di Roma e generale della Chiesa, solamente allorchè arrivò a Ferrara si tenne sicuro. Passò trionfalmente il duca Odoardo per le città della Romagna, che niuna resistenza fecero, senza inferir danno, contento delle necessarie provvisioni per gli uomini e per li cavalli. Non gli mancò biasimo presso alcuni politici, perchè non si fermasse ed afforzasse in quella ubertosa provincia, atta a mantener la sua gente, e a fargli poscia conseguir dei vantaggi in una concordia. Ma egli per Meldola e per la Toscana passò a Castiglione del Lago dove fece alto, per dar agio a qualche trattato. Per sì baldanzoso e felice passaggio del Farnese gran commozione, gran terrore si svegliò in Roma, dove ognun si facea lecito di sparlare dei Barberini, temendo di vedere fra poco un nuovo Borbone alle porte di quella gran città. Il vecchio papa, a cui faceano sapere i nipoti quel solo che loro piaceva, non potè ignorare in tale congiuntura i movimenti del duca, e i lamenti e lo sbigottimento del popolo. Anzi spaventato anch'egli, forse perchè sospettava intelligenze e congiure in Roma stessa, si portò al Vaticano, per salvarsi, occorrendo, in castello Sant'Angelo, con isfogar poi la collera contro i nipoti, che lo aveano condotto in questo imbroglio. Si mise poi l'affare in negoziati fra essi Barberini e i ministri della Francia e del gran duca, cioè in quella via che appunto giovava ai primi, per guadagnar tempo e fortificarsi, siccome in fatti avvenne. L'ozio intanto e la voce di un vicino aggiustamento, ispirò la deserzione ai soldati del duca, e quanto più gli altri cresceano di forze, e si sminuiva la paura, tanto più egli si andava di giorno in giorno indebolendo. Ciò non ostante si formò una capitolazione, e parve accordato il deposito di Castro; si venne anche a qualche sospension d'armi; ma il duca in fine si trovò burlato da chi ne sapea più di lui in questo mestiere. Laonde, avvicinandosi il verno, prese la risoluzione di tornarsene indietro colle pive nel sacco, lagnandosi forte del gran duca cognato, che, a riserva di un tenue aiuto di danaro, con sole parole lo avea largamente assistito fin qui; siccome si dolse il duca di Modena, perchè i Veneziani, lasciandolo col peso addosso di tante truppe sue e straniere, non gli permisero mai, durante lo scompiglio dei Barberini, di entrare nello Stato ecclesiastico; intorno a che egli forte premeva, sì pel proprio interesse, come per dar polso ai negoziati che si facevano pel duca suo cognato. Tornossene dunque a Parma il Farnese, andarono per terra tutti i trattati, e restarono più che mai imbrogliate le cose con gran festa dei Barberini, che aveano saputo vincere senza far nulla. E così terminò l'anno presente con questa, quasi dissi, comica guerra, e con una lega piena di secreti riguardi e di un fiacco calore, che nulla giovò al duca di Parma, e solamente servì a rendere più orgogliosi i di lui nemici. Degno è ben _Galileo Galilei_ Fiorentino, che si faccia qui menzione della sua morte, accaduta nel dì 8 di gennaio del presente anno. Gran filosofo, insigne matematico, celebre astronomo, sì benemerito di queste scienze si rendè, per confessione ancora degli stranieri, che neppur presso i nostri verrà mai meno il glorioso suo nome.
Anno di CRISTO MDCXLIII. Indizione XI.
URBANO VIII papa 21. FERDINANDO III imperadore 7.
Non potea darsi pace il _conte di Siruela_ governator di Milano per la perdita della città di Tortona, a lui tolta dal _principe Tommaso_. Sommamente bramoso di ricuperarla, fece massa di quanta gente potè, e, senza aspettare la primavera, e quando men se l'aspettava esso principe, nel dì 9 di febbraio comparve colà coll'esercito suo e ne formò l'assedio, assicurandosi con una forte circonvallazione, e con una fila di trincieramenti da chi tentasse di recarle soccorso. Spedì ancora un altro corpo di truppe sotto il marchese di Caracena, per custodire i passi dei fiumi. Conosciutasi dal marchese Tommaso la difficoltà di soccorrerla, altro ripiego non ebbe che quello di tentare una potente diversione. Dopo aver fatta paura a Novara, si portò nel dì 12 d'aprile sotto Asti, dove era guarnigione spagnuola, e gli riuscì d'impadronirsi in quattro giorni di quella città, e poscia del castello, e finalmente nel dì 3 di maggio della cittadella. Intanto non soccorsa da alcuno Tortona, nel dì 16 di maggio ritornò all'ubbidienza del governator di Milano, e spirò in un momento il nuovo principato d'esso principe Tommaso. A lui dalla corte di Francia venne in questi tempi la patente di generale dell'armi di sua maestà, con tale autorità, che nacquero dissapori fra lui e madama Reale, da che ella scorgea più favoriti i principi suoi cognati che lei medesima; e tanto più perchè fu posto presidio franzese in Asti. Ma in Francia non lieve mutazion di cose avvenne, essendo ivi mancato di vita in età di quarantadue anni il _re Lodovico XIII_, a cui fu dato il titolo di Giusto, nel dì 14 di maggio, cioè nel dì stesso in cui fu ucciso il re Arrigo IV suo padre: morte succeduta allorchè i suoi popoli, liberati non meno che egli dal temuto cardinale di Richelieu, cominciavano a risentire i benigni influssi di quell'amorevole e mansueto monarca, che nondimeno per sua disgrazia comparve crudele per non aver saputo difendersi dalla prepotenza di un favorito, il quale sotto nome di lui avea riempiute le prigioni d'innocenti, e spolpati di sostanze i popoli tutti. A lui succedette Lodovico XIV delfino di Francia in età di cinque anni e di alquanti mesi sotto la tutela della _regina Anna d'Austria_ sua madre, che fu dichiarata reggente. Mirabil fu la destrezza con cui poco a poco subentrò nel governo degli affari il _cardinale Giulio Mazzarino_, benchè straniero e creatura dell'odiato Richelieu; e seppe ben prendere le redini di quella monarchia. Continuarono poscia in Piemonte i felici successi dell'armi franzesi e piemontesi, avendo il _marchese Villa_ sottomessa Villanuova d'Asti a madama Reale nel dì 12 di luglio. Portossi dipoi il principe Tommaso con tutto l'esercito all'assedio di Trino, terra ben fortificata e di grande importanza. Al _conte di Siruela_ era succeduto il _marchese di Vellada_ nel governo di Milano, e questi uscì in campagna per disturbar quell'assedio; ma sì grande fu la diligenza del principe, sì vigorosi gli assalti, che quella piazza, non potendo più reggere, si diede vinta nel dì 24 di settembre. Nulla di più rilevante avvenne in quelle parti, se non che la duchessa reggente fece venire dalla Savoia in Piemonte il piccolo duca _Carlo Emmanuele_ con somma consolazione di tutti i sudditi suoi, ma senza volerlo in Torino, finchè vi stavano di guernigione i Franzesi.
Per gli artifizii co' quali erano stati sonoramente beffati dai Barberini e dai lor ministri nel precedente trattato di concordia, stavano cogli animi assai alterati i collegati, cioè la _veneta repubblica_, il _gran duca_ e il _duca di Modena_. Ma più di essi ardeva di sdegno il _duca di Parma Odoardo_, trovandosi più che mai impaniato con soldatesche sopra le sue forze, e senza que' mezzi che occorrono per cominciare e proseguire il troppo dispendioso impegno della guerra. Pensò di spedire nel furore del verno tre mila fanti per l'Apennino in Lunigiana ad imbarcarsi in varie tartane, sperando che per mare giugnendo all'improvviso alla spiaggia di Castro vi potessero sorprendere la Rocca di Montalto. Non mancano mai fedeli avvisatori alla corte di Roma, e questa provvide al bisogno dei luoghi esposti al pericolo. Oltre a ciò quelle tartane perseguitate da una fiera burrasca, ebbero per gran favore il potersi salvare a Genova e Porto Fino, dove la gente si sbandò e passò al soldo degli Spagnuoli assedianti allora Tortona. Per sì precipitosi consigli poco fu lodato il duca di Parma, e i Romani, secondo il solito delle nostre povere teste, interpretarono la disgrazia del Farnese per una dichiarazion del cielo in loro protezione e favore. Intanto s'ingrossò forte l'esercito papalino sul bolognese e ferrarese. E mentre i collegati con irresoluzioni continue van consultando le maniere di non lasciar perire il Farnese, egli disperatamente, nel dì 21 di maggio, s'inviò alla volta del ferrarese con sei reggimenti di fanteria, altrettanti di cavalleria ed uno di dragoni, seco menando otto pezzi d'artiglieria. I presidii pontifizii del Bondeno e della Stellata gli cederono, senza farsi pregare, il posto, ed egli in quei siti si fortificò, costringendo il paese a dargli di che vivere. Non tardarono più i _Veneziani_ a muoversi, ed occuparono sul ferrarese Trecenta, Figheruola ed Ariano. Si mosse ancora _Francesco duca_ di Modena colle sue genti, consistenti in quattro mila fanti e mille e ducento cavalli scelti, oltre al treno dell'artiglieria e delle munizioni, per entrar anch'egli nel Ferrarese: nel qual tempo ancora fece esibire al papa, e pubblicò colle stampe le ragioni sue sopra Ferrara e Comacchio, come Stati indebitamente occupati dalla camera apostolica alla sua casa. Doveano andar seco di concerto il duca di Parma e il generale de' Veneziani; ma si trovò che il Farnese, benchè per aiuto suo si fosse formata quella lega, non vi volle entrare, nè muovere dal sito dove egli si era annidato, siccome neppure il Pesari Veneto compariva ad unir le sue armi coll'Estense.
Diede campo questa irresoluzione e mala intelligenza dei collegati al _cardinal Antonio Barberini_, legato e generale dell'armata papale, di spignere il marchese Mattei con quadro mila fanti sul territorio di Modena, che occupò San Cesario, Spilamberto, Vignola, Guiglia ed altri luoghi, commettendo dappertutto crudeltà ed incendii, come s'egli fosse stato uno spietato bassà. A questa parte dunque si voltò il fuoco maggior della guerra. Nel dì 14 di giugno fu spedito dal duca di Modena il cavalier della Valletta sul Bolognese, per tentare l'occupazione di Crevalcuore, ma vi restò spelazzato dai Papalini. E perciocchè le poche schiere venete, venute in rinforzo di esso duca, teneano ordini diversi dall'idee del duca, prevalendosi il cardinale legato della poca buona armonia dei suoi avversarii, nel dì 19 di luglio si portò all'assedio di Nonantola. Avea il duca Francesco I, con licenza dell'imperadore, richiamato dì Germania il generoso _conte Raimondo Montecuccoli_, suo vassallo, che poi tanta fama si procacciò nel generalato delle armi cesaree, e l'aveva costituito generale delle sue truppe. Al soccorso di Nonantola marciò il prode cavaliere, e sì caldamente assalì l'oste nemica, che la mise in rotta colla strage e prigionia di molti, e col guadagno d'artiglierie. Lo stesso cardinale Antonio, che animava colle benedizioni i suoi a far bene il loro dovere, corse pericolo della vita, essendogli stato ucciso sotto il cavallo. Un altro buon corridore il mise poscia in salvo. Entrò allora il duca di Modena sul bolognese, impadronendosi di Piumazzo, Bazzano ed altri luoghi, spargendo il terrore sino alle porte di Bologna. E già si disponeva egli ad assalire quella vasta e sgomentata città, quando eccoti avviso, che un grosso corpo di Papalini, passato il Po a Lagoscuro, avea sorpreso il forte dei Veneziani, e quivi alzava in fretta delle fortificazioni. Furono per questo richiamate dai Veneziani le milizie loro, che erano sul modenese, e fu forzato il duca a ritirarsi. Guerra intanto era anche ai confini del Sanese e del Perugino fra le genti del papa e quelle del _gran duca Ferdinando II_, essendo riuscito ai Fiorentini di occupar Città della Pieve, Monte Leone, Castiglione del Lago, contuttochè il _duca Savelli_ con maestà di guerra li tenesse ben ristretti, e rendesse loro la pariglia. Trovandosi impegnate colà le milizie di Toscana, venne in mente al cardinale Antonio di tentare un bel colpo. Fece egli improvvisamente sul principio di ottobre marciare il signor di Valenzè dal Bolognese per la via della Poretta alla volta di Pistoia, con disegno di sorprendere quella città sprovveduta di presidio. Con quattro mila fanti e mille cavalli andò egli, e giunse a dare la scalata a Pistoia. Ma non corrispose al suo valore la fortuna, perchè i cittadini coraggiosamente difesero le mura, benchè non potessero poi esentar la campagna da un grave saccheggio. Per questo accidente dimandò il gran duca soccorso ai Veneziani e al duca di Modena, i quali accorsero per tagliare la strada al ritorno del Valenzè; ma egli, dove men sel credevano, passò e li lasciò delusi.
Dopo queste, ed altre molte azioni di non molto rilievo, che io tralascio, fatte in queste parti, ed anche in Toscana, dove i Fiorentini non meno nelle difese che nelle offese riportarono molto onore; questi bravi combattenti andarono a cercar riposo, lasciando che nei gabinetti seguitassero le teste politiche i lor duelli, per mettere fine ad una guerra, che costava poco sangue, ma che serviva a distruggere assaissimo chi l'avea sul dosso. Il bello fu, che _Odoardo duca_ di Parma, per cui pure era fatta la festa, se ne stette sempre agiatamente al Bondeno e alla Stellata senza nè pure stendere un dito in aiuto dei suoi protettori: il che diede molto da pensare e da dire agli speculativi, e molto più da sclamare a chi si trovava interessato in sì fatti imbrogli. E giacchè si è fatta menzione all'anno precedente di aver la morte liberata la corte di Francia da un troppo violento favorito e primo ministro di quel re, non si dee ora tacere, che la prudenza nel presente anno liberò anche la corte di Spagna da un altro potentissimo favorito, cioè dal _conte di Olivares_, appellato il conte duca; perchè finalmente tiratosi il sipario al mal governo di questo ministro, per cui tante sciagure si erano affollate sopra la monarchia spagnuola, il _re Filippo IV_, arrivò nel 15 di febbraio a cacciarlo di corte con relegarlo a Locches, dove ben presto gli affanni e la rabbia gli abbreviarono la vita.
Anno di CRISTO MDCXLIV. Indizione XII.
INNOCENZO X papa 1. FERDINANDO III imperadore 8.
Trattossi alla gagliarda nel verno dell'anno presente dal _cardinale Alessandro Bichi_, come plenipotenziario del re Cristianissimo, di comporre le differenze del duca di Parma e dei principi collegati con Roma. Bramavano forte la pace i Veneziani; non men di loro v'era portato il gran duca. Ancorchè i Barberini se ne andassero pettoruti per avere vigorosamente sostenuto l'onore dello Stato ecclesiastico contro gli sforzi altrui, pure conoscevano il bisogno di accomodarsi, perchè miravano cadente il vecchio zio papa, e le sue infermità davano a conoscere ch'egli teneva già un piede nel sepolcro. Gran tracollo poteano essi aspettarsi, se durante la guerra fosse egli stato rapito dalla morte. Si aggiugnevano i richiami de' saggi cardinali, e le mormorazioni e querele di tutti i sudditi della Chiesa per sì ostinato e poco importante impegno, che riusciva loro di sommo aggravio; quando voce comune correa, che il maneggio di questa guerra fruttasse dei tesori alla stessa casa Barberina. Nel mentre che si manipolava l'accordo, non lasciarono i collegati di allestir nuove truppe e far altri preparamenti per continuare, occorrendo, la guerra. Anzi seguirono sul principio di marzo varie ostilità dei Veneziani contro i forti fabbricati oltre il Po dai Papalini; e a Lagoscuro di qua dal fiume occorse una fazion militare, in cui il cavaliere Valletta mise in rotta un corpo di milizie pontifizie colla morte di duemila e colla prigionia di centocinquanta persone. Accorso colà per sostenere i fuggitivi il _cardinale Antonio_, e caduto in un'imboscata tesagli dal medesimo Valletta, appena potè egli salvarsi colla velocità del cavallo, lasciando ivi prigione il vicelegato di Ferrara Caraffa, Antonio ossia Marco Doria governator di quel forte, ed altri uffiziali. Per tali motivi dunque si affrettarono i ministri del pontefice e i mediatori ad ultimare il trattato di pace. Fu questa sottoscritta in Venezia dal _cardinale Giovanni Stefano Donghi plenipotenziario_ del sommo pontefice, dal _cardinale Bichi_ a nome del re Cristianissimo, da _Giovanni Nani_ per parte della repubblica di Venezia, dal cavalier _Giambatista Gondi_ pel gran duca di Toscana e dal _marchese Ippolito Estense Tassoni_ pel duca di Modena. Un'altra capitolazione a parte nello stesso giorno nondimeno era stata fatta dai due cardinali plenipotenziarii, riguardante l'accomodamento del duca di Parma con sua Santità. La somma di questo accordo fu, che ognuno disarmerebbe ogni luogo in questa guerra occupato, e che il papa, ad intercessione del re Cristianissimo, assolveva il _duca Odoardo_, stante una umilissima sua supplica, dalle censure, promettendo restituirgli, dopo sessanta giorni, il ducato di Castro, rimettendo le cose nello stato in cui erano prima della presente guerra, e restando il re Cristianissimo garante delle promesse fatte dai principi contraenti.
E tal fine ebbe la guerra presente, guerra brevemente da me abbozzata, perchè nulla conteneva di grande, nulla di glorioso nei consigli, nella condotta e nelle azioni militari; e pur guerra con tal prolissità e sì minutamente narrata dall'abbate Vittorio Siri, come se si fosse trattato di quella d'Annibale coi Romani, o dell'altra di Cesare con Pompeo. Se non fosse la gente avvezza a mirare come facilmente sotto l'apparente unione di molti nelle leghe si appiatti la vera disunione, per la diversità dei particolari privati interessi e desiderii, non lascerebbe certo di maravigliarsi come nel maneggio di questa guerra si osservasse tanta melensaggine negli uni, che poteano far tanto più, e nol fecero; e l'ardore d'alcuni, ma sì mal secondato da' compagni; conchiudendo gli scrittori, che se i collegati fossero ben camminati d'accordo, ed avessero unite le forze, altra faccia avrebbero preso le cose, e tante spese da lor fatte, e danni da lor patiti, non sarebbero restati senza risarcimento. La verità nondimeno è, che con sì poche prodezze ottennero l'intento loro di mettere in dovere l'orgoglio dei Barberini, e di rimettere il duca di Parma in Castro; benchè tal benefizio col tempo a lui nulla giovasse. E ciò per colpa sua, perchè principe di poco consiglio, e che si moveva per lo più secondo il solo empito delle sue passioni. Tanto oro ch'egli impiegò in questa guerra, se fosse stato da lui applicato a soddisfare i suoi montisti, avrebbe estinto il monte dei suoi debiti, e risparmiato a sè e agli altri il dispendio della rottura suddetta. Ma egli volle guerra con restar poi brollo in casa propria, e carico, come prima, dei debiti suoi. Una più bella ne aggiunse dipoi. Tanto la repubblica veneta, che il gran duca, e il duca di Modena, quantunque nulla avessero guadagnato in questo sì dispendioso movimento d'armi, pure con lettere piene di riconoscenza ringraziarono il re Cristianissimo e la regina reggente dell'aver procacciata la loro pace. Il duca di Parma, che solo avea raccolto il frutto dell'altrui spese e fatiche, niun ringraziamento inviò alla corte di Francia, e da lì a poco negò il transito d'alcune truppe franzesi per li suoi Stati. Cose tutte che probabilmente non riportarono l'approvazion dei saggi. Quanto a Roma, non si può dire in che discredito restassero i nipoti del papa, e quanta odiosità del pubblico si concitassero contro per questa briga da lor voluta, che costò tanti danni ai sudditi della Chiesa, accrebbe a dismisura i dazi e le gabelle nello Stato ecclesiastico, parte dei quali dura tuttavia, portò delle piaghe alla camera apostolica, che incancherite son poi andate crescendo, e fece consumar tanta copia d'oro, tratta da castello Sant'Angelo, per soddisfare ai capricci di chi si abusava dell'autorità concessagli dal quasi decrepito zio. Ed è costante che il povero papa, giacente in letto, restava in troppe maniere ingannato dai nipoti, e desiderò sempre la pace, richiedendo solamente dal duca Farnese le umiliazioni dovute alla sua sovranità: laddove i nipoti altro non ambivano che guerra, e guastavano tutte le tele ordite per la concordia. Se questo poi possa bastare a giustificar presso Dio un pontefice, il quale in vece di valersi del consiglio di tanti saggi porporati, dei quali sempre abbonda il sacro collegio, si abbandoni in braccio ai nipoti, gravidi bene spesso di umane passioni, alla tenuità della mia opinione non conviene il deciderlo.
Ma del pontefice _Urbano VIII_ andava sempre più declinando all'occaso la sanità, e poco potè goder egli della contentezza d'aver restituita ai suoi popoli la quiete. Fu scritto da altri che, in vece di allegrezza, egli provò dei fieri tormenti per tanti dispendii della camera apostolica, per tanti gemiti e maledizioni dei popoli, e per l'esito della guerra, in cui restava intaccata non poco la sua riputazione; e che questo crepacuore influisse a rendergli disgustoso il sopravvivere. Comunque sia, nel dì 29 di luglio, dopo ventun anni di pontificato, egli terminò i suoi giorni, restando perenne memoria del suo vivacissimo spirito, del suo amore alla giustizia, della sua letteratura, e dell'averla fatta fiorire in Roma a' suoi tempi, siccome ancora delle tante fabbriche sue per ornamento e per difesa della stessa Roma, e d'altri luoghi dello Stato pontifizio. Ma siccome del troppo lungo suo pontificato era annoiata la gente, e le tante gabelle imposte per la guerra voluta dai suoi nipoti, e il genio baldanzoso ed imperante dei medesimi, congiunto coll'avere adunate tante ricchezze, assorbendo essi tutto senza farne parte agli altri, aveano dato un potente impulso all'invidia e alla malevolenza: così, appena spirato il papa, fioccarono le pasquinate, e vi fu pericolo di sedizione nel popolo, e fuorchè le poche creature dei Barberini, ognuno si facea lecito di declamare contra di loro. Gran premura aveano i due cardinali Barberini _Francesco_ ed _Antonio_, e grandi maneggi fecero, perchè cadessero le chiavi di San Pietro in persona creatura dello zio e ben affetta alla lor casa. Ma perchè il primo era capo della fazion barberina, e l'altro dei Franzesi, siccome protettor di quella corona, nè pur essi andavano d'accordo nelle lor pretensioni e mire, e vennero anche un dì alle brusche fra loro. Tanti hanno scritto, e con tanta diversità, anzi contrarietà di questo conclave, che non si sa cosa credere; nè all'assunto mio è permesso d'indagare i cupi nascondigli di quei maneggi, dove non dovrebbe avere, e pure ha tanta mano l'umana politica, la qual nondimeno confusa sì sovente si truova dalla suprema disposizione di Dio in bene della sua Chiesa, riuscendo papa chi non si credea o non si volea.
A me dunque basterà di dire, che finalmente nel dì 15 di settembre (dal Vianoli e dall'Oldoino, non so come, è detto nel dì 14 d'esso mese) cadde l'elezione nella persona del _cardinale_ _Giambatista Panfilio_ Romano, che con infinito applauso dei suoi concittadini assunse il nome d'_Innocenzo X_. Era di età di settant'anni, uomo dotto in leggi, di aspetto ruvido e brutto, ma maestoso. Mirabil cosa fu, che concorressero in lui i cardinali Barberini, contuttochè il cardinale Antonio per varii precedenti disgusti il credesse nemico, almen poco amorevole di sua casa, e perciò ne avesse procurata dalla corte di Francia l'esclusione. Ma dicono, che, interpostosi il _cardinal Teodoli_ e il marchese suo fratello col signor di Sansciamon ambasciatore di Francia, e adoperato l'ariete d'altre arti, il tirassero in favor del Panfilio, onde per lui poscia si dichiarasse anch'esso cardinale Antonio. Restò intanto fieramente esacerbata la corte del re Cristianissimo per la condotta di esso cardinale e dello stesso ambasciatore, non già, come si volle far credere, che si avesse a male l'elezion del novello pontefice, ma perchè i medesimi avessero prima diffamata la Francia, come contraria e nemica alla di lui esaltazione, e poi l'avessero aiutato a salire sul trono. Gli effetti di questo sdegno poco stettero a scoppiare, essendo venuti ordini da Parigi che si levasse al _cardinale Antonio_ il brevetto della protezion della Francia, e che l'ambasciatore se ne tornasse immediatamente a Parigi. Così cominciò, ma qui non finì l'umiliazione dei nipoti di _papa Urbano VIII_, quantunque sui principii del suo governo _Innocenzo X_ si mostrasse (non è ben certo, se con vero o pure con apparente affetto) lor protettore e fautore: così richiedendo la gratitudine verso persone, senza il braccio delle quali non sarebbe egli mai arrivato al trono. Si studiarono anche i Barberini di rientrare in grazia degli Spagnuoli; ma non riuscì loro per l'odio che si erano tirati addosso dei principi d'Italia, e massimamente del _gran duca Ferdinando II_. Perlocchè spedirono in Francia il _cardinale di Valenzè_ per addurre le lor discolpe, e promettere molte cose in vantaggio del re Cristianissimo per gli affari d'Italia. Andò segretamente questo porporato fino a Parigi, ma, senza volerlo la corte ascoltare, fu obbligato ad uscirne. Tanto poi egli s'industriò, che ottenne d'abboccarsi col _cardinal Mazzarino_ fuor di Parigi, e dopo quello abboccamento se ne tornò tutto contento a Roma nell'anno seguente.
In quest'anno ancora non mancarono novità e disgrazie al Piemonte e allo stato di Milano, paesi lacerati non meno dai nemici che dagli amici. Perchè incresceva al cardinal Mazzarino di tener tanti luoghi presidiati in Piemonte, furono fatti negoziati da madama Reale _Cristina_ per ottenere il rilascio in sua mano di Carmagnola, Asti, Demonte e Lauset, ed anche della città di Torino, a riserva della cittadella, dove (siccome ancora in Verrua, Santià e Cavours) dovea restar guarnigione franzese. Fu conchiuso questo lungo trattato solamente nel dì 3 d'aprile dell'anno seguente. Uscito in campagna nel mese di giugno il _principe Tommaso_ colle milizie del re Cristianissimo e piemontesi, andò a cercar la buona ventura. Si staccò da lui in questi tempi il valoroso generale _marchese Guido Villa_, disgustato da' Franzesi, e passò al servigio del papa, ma con ritornar da lì a non molto al servigio di madama Reale. Dopo avere esso principe Tommaso, colla spedizione di don Maurizio di Savoia acquistato il castello di Ponzone, si portò sotto Arona sul Lago Maggiore; ma, scoperta l'intelligenza che egli aveva in quel luogo, e trovata poco prima ben provveduta d'armi quella terra e rocca, andò a mettere il campo alla terra o sia città di Santià. In questo mentre il _marchese di Vellada_ governator di Milano, che aveva atteso a rinforzarsi di gente con raccogliere la licenziata dal papa e dalla lega, ebbe maniera di sorprendere la cittadella d'Asti; ma non potè aver la città, sostenuta dal coraggio degli abitanti, ed appresso rinforzata con buone truppe dal principe Tommaso. Continuato poi l'assedio di Santià, furono forzati i difensori Spagnuoli a capitolarne la resa nel dì 6 di settembre. Ciò fatto, il principe condusse l'armata all'assedio della suddetta cittadella d'Asti, che si tenne forte fino all'ultimo del mese suddetto. Quindi con disegno d'impadronirsi del Finale di Spagna, sprovveduto allora di gente, valicò l'Apennino; ma avendo il Vellada senza ritardo spediti colà mille e quattrocento fanti, nè comparendo, secondo il concerto, alquanti legni franzesi, che doveano fiancheggiar l'impresa per mare, gli convenne tornarsene in Piemonte colla testa bassa.
Cosa avvenne in quest'anno che fu la sorgente d'infiniti guai alla repubblica di Venezia. Veleggiava pel mare Carpazio la squadra delle galee dei cavalieri di Malta, che per l'impiego loro di tener netto, per quanto possono, dai corsari infedeli il Mediterraneo, presso i Turchi e Mori son chiamati i corsari cristiani. Vogliosi anch'essi di qualche preda, si avvennero alle crociere, settanta miglia lungi da Rodi, in un grosso galeone, ossia vascello turchesco, accompagnato da due altri minori e da sette saiche. Poco vi volle ad accorgersi, che quel gran legno conteneva nel suo seno di molte ricchezze; però al valore ed ardire ordinario de' Maltesi si aggiunse la speranza di un ingordo bottino, per cui sprezzando ferite e morti fecero un incredibile sforzo per aggrapparsi sopra il galeone e ridurlo in loro potere. Inferiore non fu la bravura e l'ostinazion dei Musulmani nella difesa, e durò più assalti e più ore il sanguinoso combattimento; ma finalmente restarono vincitori i cristiani. Era il galeone della Sultana ricco di molto oro e gemme, di merci e di arredi preziosi, e conduceva in Egitto Tembis Agà, già favorito di tre gran signori, e governator del serraglio, andante alla Mecca, per poi riposare il resto di sua vita nel Cairo. Nove cavalieri, cento e sedici soldati morti, e intorno a ducente sessanta feriti si contarono dalla parte de' cristiani: da quella de' Turchi perirono circa seicento persone, e ne rimasero schiave trecento ottanta. Fu creduto che il valsente di quel galeone ascendesse a più di tre milioni d'oro. Non vi fu soldato o marinaro che non ne arricchisse. Sì mal concio restò quel legno dalle cannonate, che non si potè lungamente rimurchiare, e però calò a fondo nel mare. Le galee maltesi maltrattate anch'esse da' nemici e da una tempesta, si ridussero a' dì 3 di novembre nel porto di Malta. Sciolse ognuno le voci in acclamazioni al valor dei Maltesi per questa vittoria; ma si mutò presto linguaggio, e le allegrezze si convertirono in pianto, perchè oltre modo sdegnato ed irritato anche dalla Sultana, il gran signore Ibraim contro i Maltesi, anzi contro il cristianesimo, oppur mosso da altri impulsi di ambizione, e dal vedere in guerra fra loro i potentati di Europa, determinò, dopo tanti anni di pace, di muovere guerra a' cristiani, come pur troppo avremo a parlarne all'anno seguente.
Anno di CRISTO MDCXLV. Indizione XIII.
INNOCENZO X papa 2. FERDINANDO III imperadore 8.
Giacchè riuscì alla reggente duchessa di Savoia liberar la città (ma non già la cittadella) di Torino dalla guarnigion franzese, nel dì 11 d'aprile con gran solennità e giubilo di quel popolo v'introdusse il picciolo _duca Carlo Emmanuele_. Un lungo quartiere di verno aveano goduto in quelle parti i Franzesi, quando per essere finalmente giunto di Francia un buon rinforzo di soldatesche e di danaro, il _principe Tommaso_ lor generale nel dì 21 di agosto, valicata la Sesia senza trovarvi opposizione alcuna, si spinse contra di Vigevano. Non tardò molto a capitolare la città, ed, essendosi ritirato il lieve presidio di Spagnuoli e Napoletani nel castello, il principe cominciò tosto gli approcci e le batterie per superarlo; e, quantunque trovasse gagliarda resistenza nei difensori, pure nel dì 13 ovvero 15 di settembre, ebbe il contento di ridurlo a' suoi voleri. Si amaramente fu sentita dal presidente Bartolommeo Arese, capo del senato di Milano, e dagli altri ministri di quel governo la perdita di Vigevano, che, formato un segreto processo di tutti gli errori commessi dal _marchese di Vellada_ governatore, lo mandarono in Ispagna, affinchè un reggente sì fatto, pieno solamente di millanterie, fosse rimosso. Ma il marchese, che non s'era attentato di portar soccorso a Vigevano, assai informato che quella città e rocca scarseggiavano forte di viveri, e massime di munizioni da guerra, giudicò di potersi rifare, con porsi ad angustiare il campo franzese, e a difficultargli le provvisioni. Passò dunque con tutte le sue forze, e andò a postarsi a Mortara, a Novara, e, a' passi della Sesia. Il principe Tommaso trovandosi ristretto, e crescendo gl'incomodi della stagione, senza che mai comparisse il convoglio promesso dal conte di Plessis, dopo aver ben munito e presidiato Vigevano, sul fine d'ottobre si mosse per ritornare in Piemonte. Sui passi della Gogna trovò gli Spagnuoli preparati per contrastargli la ritirata. Si venne perciò alle mani, e si combattè per più ore. Tale nondimeno fu la bravura e condotta del principe, che sempre combattendo e sempre ritirandosi, condusse finalmente in salvo le genti sue con suo grande onore. Perirono in quell'azione circa mille Franzesi (altri scrivono molto meno) e fra gli altri ufiziali vi lasciò la vita don Maurizio di Savoia fratello bastardo del principe Tommaso. Degli Spagnuoli fra morti e feriti si contarono circa trecento persone. Ora perchè premeva forte al Vellada la ricuperazion di Vigevano, siccome città posta nel cuore dello Stato di Milano, da che ebbe fatti i necessarii preparamenti, nel dì 17 di dicembre, al dispetto del verno andò ad accamparsi colà, e formò intorno ad essa città una ben intesa circonvallazione. Con tali imprese ebbero fine in quelle parti le operazioni della guerra. Seguirono in questi tempi gli sponsali fra l'_Arciduca Carlo_ d'Innspruch, e la _principessa Anna_ de Medici sorella di _Ferdinando II_ gran duca di Toscana. Parimente nel dì 25 di settembre in Fontanablò _Maria Gonzaga_, figlia del fu _Carlo I duca_ di Mantova e Nevers, fu sposata a nome di _Uladislao re_ di Polonia, colla dote di settecento mila scudi d'oro, cioè con un altro gran salasso alla casa Gonzaga. Con tal pompa venne colà l'ambasciator Polacco, tante feste poi si fecero in Polonia, che ognuno ne stupì.
Fin qui aveano goduto una competente bonaccia in Roma i Barberini, quantunque il _cardinale Antonio_ si trovasse spogliato della protezion della Francia, e a _don Taddeo_ suo fratello tolta la dignità di general della Chiesa, e disputata quella di prefetto di Roma. Mutarono faccia in quest'anno i loro altari, sia perchè _papa Innocenzo X_ non avesse portato un buon cuore verso di loro al pontificato, ossia perchè nascessero tali emergenti, che gli facessero cambiar massime ed effetti. Fu detto che si alterasse il papa per non poter cavar di mano del cardinale Antonio certi biglietti, scritti dal marchese Teodoli all'ambasciator di Francia, per tirarlo a favorir l'elezione del cardinal Panfilio, de' quali tenea gran conto esso cardinale Antonio, siccome cose che poteano servir di discolpa al suo operato nel conclave. Tuttavia anche senza di questo potè papa Innocenzo giungere a prendere altre risoluzioni: tanti erano i ricorsi fatti contra dei Barberini dalla folla de' lor nemici, non solamente dal popolo, ma anche da molti della corte stessa, e massimamente dagli Spagnuoli, dichiarati troppo mal soddisfatti di loro. Imperciocchè da gran tempo non si era veduto nepotismo che tanto odio ed invidia avesse eccitato come questo, sì per la detestata precedente guerra, e sì ancora per le tante ricchezze da loro accumulate, essendovi chi fa ascendere (credo io con esagerazione) sino a quattrocento mila scudi romani di rendita annua i lor beni tanto di chiesa che laicali, consistenti in uffizii pubblici, luoghi di monti, città, castella, ville, commende ed altri benefizii, essendo colati in loro tutti i più pingui dell'Italia. Sopra tutto gravi erano i risentimenti della camera apostolica rimasta indebitata di otto milioni d'oro, calcolandosi che circa quaranta milioni fossero passati per le mani barbarine, durante il loro governo; per lo che veniva il papa istigato a dimandarne conto. Non potea di meno il buon pontefice di mirar con isdegno caricati per capricciose occasioni sotto il precedente governo i suoi popoli di tante gabelle, che poi si erano, secondo il solito, alienate con fondar varii monti venduti a' particolari, di modo che di due milioni d'oro di rendita annua degli Stati della Chiesa, un milione e trecento mila scudi annualmente andavano a pagare i frutti, e i settecento mila restanti appena bastavano alle spese necessarie: giacchè altre rendite della dateria e vendite di uffizii soleano colare nella borsa propria de' papi. Commiserava perciò Innocenzo tante piaghe della camera apostolica, il commoveano tanti lamenti delle aggravate comunità, e bramava di rimediarvi. La disgrazia volle che in soli desiderii andò poi a finire la sua buona volontà.
Ora fra tante doglianze e grida contro di essi Barberini non mancavano certamente delle calunnie e delle accuse vane ordite dalla sola malignità e dall'odio quasi universale. Contuttociò il _cardinale Antonio_, contro il qual solo era il tuono, e non già contro il _cardinal Francesco_, porporato incorrotto e di vita esemplare, da che vide crescere ogni di più il nuvolo nero contra di lui, per essere egli camerlengo della Chiesa romana, e venir chiesto lo scarico dell'amministrazione dei beni camerali, e nel veder già carcerati il Braccese e il Possenti due suoi servitori: prese la risoluzione di rifugiarsi in Francia, giacchè il _cardinale di Valenzè_ avea rimesso lui coi fratelli in grazia di quella corte. E ciò per fini politici ed anche privati del cardinal Mazzarino, già divenuto l'arbitro della Francia nella reggenza di una donna, e nella minorità di un picciolo re. Era egli con tutta la sua porpora indosso disgustato della sacra corte, e fors'anche contro il medesimo papa Innocenzo X per cagione del padre Michele Mazzarino suo fratello dell'ordine dei predicatori, non peranche creato cardinale, e perchè il _cardinale Gian-Giacomo Panciroli_, che non godea di sua grazia, era stato dal pontefice eletto segretario di Stato. Oltre di che pareva al Mazzarino non lieve guadagno per la Francia il tirare nel suo partito i Barberini, gente sì ricca e potente, con cui andava concorde la fazione di tante creature di papa Urbano VIII. Adunque nel dì 27 di settembre alla sordina si levò di Roma esso cardinale Antonio, e, ito ad imbarcarsi a Genova, volò a Parigi. Per questa fuga restò sommamente turbato il papa, ed accesero maggiore il fuoco gli Spagnuoli: laonde passò la Santità sua a sequestrar tutte l'entrate godute da quel porporato nello Stato ecclesiastico, distribuì a varii cardinali le di lui cariche, e spezialmente la camerlengheria al _cardinale Sforza_; deputò a rivedere i conti della di lui amministrazione un fiscale di vaglia, e giunse con pubblico editto, se non compariva il Barberino nello spazio di sei mesi, a minacciargli la perdita di tutto, e fin del cappello. Dal canto suo anche il Mazzarino mosse altre armi in difesa del cardinale Antonio, cioè il parlamento di Parigi contro quell'editto, e la regina a scrivere lettera risentita al papa pel poco rispetto che si mostrava alla Francia, aggiugnendo rispettose minacce, quando non si mutasse registro. Se il buon pontefice prorompesse in escandescenze contra questi due porporati, l'uno protetto, e l'altro protettore, sarà ad ognun facile l'immaginarlo.
Avea il Sultano de' Turchi Ibraim in questi tempi allestita una potente armata navale, che, venuta a Navarino e rinforzata dai corsari barbareschi, si trovò composta di ottanta galee, due maone, o sieno galeazze, un galeone, ossia vascello grosso della Sultana, ventidue navi armate e trecento saiche. Per quanto dicono, vi s'imbarcarono quattordici mila spai, sette mila giannizzeri, ed altri quaranta mila fanti: con facoltà, per non dire obbligo, ad ognuno di credere che fossero molto meno. Vi erano molti ingegneri fiamminghi e francesi ed altri rinegati, che in ogni tempo hanno cresciuta la baldanza a quegl'infedeli. A udire i Turchi, la volevano contro Malta, per punire quei cavalieri del brutto tiro fatto nell'anno precedente al ricco galeone della Sultana. Penava a crederlo chi sa qual rocca inespugnabile sia la città di Malta; ma, ciò non ostante il gran mastro avea chiamati colà tutti i cavalieri, ed ammanito tutto l'occorrente per precauzione e per ben riceverli. Al bailo veneto ingannevolmente si faceano carezze in Costantinopoli, quando all'improvviso si trovò egli prigione, e nel dì 25 di giugno si vide approdar l'armata ottomana all'isola di Candia, regno antico della repubblica di Venezia; e, dopo aver preso il forte ossia lo scoglio di san Todero, passare all'assedio della città della Canea. Per non mostrar sè stessi protettori dei Maltesi, non aveano i Veneziani fatto quel gagliardo armamento, che in altri simili casi usa di fare la lor saviezza. Contuttociò misero tosto in punto nove galee e vascelli, e li spedirono in Levante; e, udita appresso la dolorosa nuova dello sbarco dei Turchi in Candia, e dell'assedio della Canea, si diedero senza sgomentarsi a far gente, ad accrescere le lor forze marittime, e ad implorare il soccorso dei principi cristiani che, secondo il solito, per la maggior parte attendendo a scannarsi fra loro, mostrarono commiserazione ai Veneti, e tutta la liberalità andò a finire in parole. Papa Innocenzo X non si fece punto pregare, ed allestite le proprie galee, procurò anche che Napoli, il gran duca e Malta vi unissero le loro, giacchè i Genovesi non vi vollero concorrere, anzi proibirono ai loro sudditi l'investir danaro fuori della lor città. Si compose con ciò uno stuolo di ventitrè galee, e il pontefice, per levar le contese, ne dichiarò generale il _principe Ludovisio_ con cui dianzi avea maritata _donna Costanza_ sua nipote. Ma questa flotta fece vela troppo tardi, e quella dei Veneziani, per liti insorte fra il generale Cornaro e Marino Cappello, mai non arrivò a tentar la sua fortuna con quella dei Turchi. Mirabile senza fallo fu la difesa della Canea, in cui fin le donne accorsero a sostener gli assalti, e a dar la vita per la patria. Ciò non ostante, perchè lievi furono i soccorsi in essa città introdotti, le convenne soccombere nel dì 18 di agosto alla forza dei Musulmani. E questo infausto principio ebbe la guerra di Candia: guerra la più lunga e la più dispendiosa, che si abbia mai avuta la repubblica veneta contro la Porta ottomana, e, guerra memorabile per la varietà delle azioni, delle battaglie e degli assedii, e quantunque infelice nell'esito, pure sempre gloriosa al nome veneto. Fu essa descritta dal conte Gualdo Priorato, dal senatore Andrea Veliero, da Girolamo Brusoni, da Vittorio Siri, da Alessandro Maria Vianoli, e da altri in lingua volgare, ed ultimamente anche in testo latino dalla felice penna del signor Giovanni Graziani pubblico lettore nell'università di Padova.
Anno di CRISTO MDCXLVI. Indiz. XIV.
INNOCENZO X papa 3. FERDINANDO III imperadore 9.
Avea, siccome dicemmo, il _marchese di Vellada_ sul fine dell'anno precedente messo l'assedio a Vigevano, risoluto di ricuperarlo dalle mani dei Franzesi. La città si arrendè tosto, e però tutti gli sforzi si rivolsero contro la rocca, dove s'era ritirato tutto il presidio. La stagione cattiva e le strade fangose non permisero al _principe Tommaso_ di recarle soccorso; laonde nel dì 16 gennaio dell'anno presente i difensori con patti onorevoli ne accordarono la resa. Ne fu ben lieta la città di Milano. Essendo poi stato richiamato in Ispagna esso Vellada, a lui succedette nel governo dello Stato di Milano il _contestabile di Castiglia_, il quale, trovandosi scarso di forze, nulla di rilevante potè operare in quest'anno, se non che sul principio d'agosto fece una irruzione verso la città d'Acqui, e con poche cannonate se ne impadronì. Passato di là sotto il castello di Ponzone, colle artiglierie e colle mine nel dì 17 d'esso mese lo costrinse alla resa. Niuna altra bravura di lui si conta sotto il presente anno. Quello che più diede da discorrere in questi tempi all'Italia, fu un insolito preparamento di un'armata fatta dai Franzesi in Tolone. Consisteva in trentasei vascelli da guerra, venti galee, diciotto barche incendiarie, più di cento tartane, ed altri legni da carico. Circa sei mila fanti da sbarco vi erano sopra, e per terra doveano essere secondate le navi d'altri aiuti. Erasi invogliato il _cardinal Mazzarino_ di far meglio conoscere agl'Italiani la potenza della Francia, con isperanza di far conquiste nelle maremme di Siena, dove gli Spagnuoli possedevano alcune fortezze. Più in là ancora tendevano le ben alte mire sue, cioè nel regno di Napoli, dove il principe Tommaso di Savoia nudriva delle intelligenze. Il cardinale l'avea già fatto re di Napoli; la possanza spagnuola in Italia passava oramai in sua mente per interamente abbattuta. Imbarcossi in quella flotta esso principe, come generalissimo dell'armi franzesi, e sotto di lui l'ammiraglio _duca di Brezè_ giovane di gran valore, e di non minor perizia, con assai altri riguardevoli uffiziali. Nel dì 20 di maggio pervenuta questa flotta a Monte Argentaro, poco ebbe da faticare per impadronirsi del forte delle Saline, di Talamone, e di Santo Stefano. Dopo di che andò ad accamparsi intorno ad Orbitello, vigorosa piazza sì per la sua situazione, che per le fortificazioni. Il duca di Arcos, in questi tempi vicerè di Napoli, avea per precauzione spedito prima colà con della gente don Carlo della Gatta capitano, che gran nome avea conseguito nelle guerre passate. Cominciò questi di buona ora a far intendere ai Franzesi, esservi nella piazza gente pronta a sacrificar le vite, e che sapea far sortite e guastare i lavori nemici.
Ora il vicerè suddetto rivenuto dal sospetto e timore che le forze franzesi a dirittura piombassero sul regno di Napoli, attese da lì innanzi al soccorso dell'assediato Orbitello. Felicemente per mare inviò a Porto Ercole un rinforzo di settecento fanti. Indi unite le galee di Napoli e di Sicilia alla flotta spagnuola, ordinò che essa dalla Sardegna venisse a chiedere conto ai Franzesi del loro ardire. Era composta di venticinque vascelli d'alto bordo, di trentuna galee, e dieci barche incendiarie sotto il comando di don Antonio, ossia Francesco Pimiento. Allorchè giunse tal nuova al duca di Brezè, tutto allegro mosse anch'egli la maggior parte della sua flotta, e benchè alquanto inferiore nel numero dei legni, si preparò alla battaglia. Nel dì 14 di giugno verso le coste di Talamone furono a vista le nemiche armate, e cominciarono a salutarsi con una tempesta di cannonate. Crebbe l'ardore del conflitto, ma sempre con riguardo di non affratellarsi troppo, come in tante altre simili battaglie di mare succede, cioè unicamente combattendo da lungi colle artiglierie. Seguitò questa terribil danza, finchè sorse un fierissimo vento, che obbligò cadauna parte a cercare ricovero nei porti, andandosene tutte quelle navi maltrattate, e cantando non meno i Franzesi che gli Spagnuoli, e molto più i loro oziosi parziali, la vittoria. In tali incertezze solamente certo è che, colpito da una palla d'artiglieria, perì l'ammiraglio franzese duca di Brezè, compianto da ognuno; un vascello franzese andò per accidente in aria; e nel dì seguente fu presa una galea parimente franzese dagli Spagnuoli, che abbruciarono ancora da ottanta tartane franzesi. Molte altre fazioni militari accaddero sotto Orbitello, quando si udì che marciavano per terra, e si avvicinava un corpo di cavalleria napoletana; e per mare alcune migliaia di fanti, per soccorrere quella terra, e per inquietare gli assedianti; i quali per le malattie e diserzioni s'erano molto indeboliti. Cominciò per questo a consultarsi nel campo franzese, se meglio fosse il battere la ritirata. A far prendere tal risoluzione sommamente contribuì una furiosa sortita fatta nel dì 18 di luglio da don Carlo della Gatta, a cui riuscì d'inchiodar molti cannoni, e di spianare un trincieramento dei nemici. Levarono dunque il campo i Franzesi, e si ritirarono, pizzicati alla coda dagli Spagnuoli, in mano dei quali restò ancora qualche pezzo di artiglieria. Abbandonarono inoltre essi Franzesi Talamone.
L'esito infelice di questa impresa non si può dire a quanti schiamazzi desse occasione in Francia contra del _principe Tommaso_, e incomparabilmente più contra del _cardinale Mazzarino_, imputando ai lor capricci la perdita della riputazion della Francia in Italia. Ma il cardinale, benchè si mordesse le labbra, pure, nulla curando l'abbaiar della gente, nè sgomentato dai soffii della fortuna contraria, pensò tosto a riparar l'onore del regno con altra spedizione, che niuno mai si sarebbe aspettato. Ordinò dunque che dalla Provenza s'inviasse verso Levante una poderosa flotta di navi con molte truppe, sotto il comando del _maresciallo della Migliarè_, sulla quale ad Oneglia andò ad imbarcarsi anche il _maresciallo di Plessis Pralin_ con cinque mila persone. Passò quest'armata a dirittura all'isola dell'Elba, dove all'improvviso sul principio d'ottobre sbarcò due mila soldati, indi si avviò in terra ferma a cignere d'assedio Piombino. Pochi dì impiegò in approcci e mine, perchè quel governatore Francesco Bezza, più allettato dalle lusinghe ed esibizioni del Migliarè, che spaventato dalle minaccie, rendè non solamente la città, ma anche la cittadella, passando poi al servigio della Francia con grave suo disonore. Rivolsero poscia i due marescialli tutti i loro sforzi all'isola dell'Elba, dove, dopo aver occupato le torri del porto di Portolongone, impresero l'assedio della medesima terra. Fece quanta mai si può ostinata difesa quel presidio spagnuolo e napoletano; ma in fine alloggiatisi sulla breccia i non men coraggiosi Franzesi, sull'ultimo giorno d'ottobre si vide forzato ad esporre bandiera bianca, con ottener buoni patti dai vincitori. Per tali successi in Parigi chiunque dianzi si scatenava contra del cardinal Mazzarino, imparò a tessergli degli elogii, e gran feste ne furono ivi fatte.
Ancorchè _Francesco I duca_ di Modena avesse nelle passate guerre dati più attestati dell'attaccamento suo alla corona di Spagna, spezialmente col somministrar soccorsi allo Stato di Milano, pure cominciò ad osservar molto freddo in quella corte verso la sua casa; e maggiormente se ne accertò, perchè concorrendo il _cardinale Rinaldo d'Este_ suo fratello alla protezion dell'imperio, gli Spagnuoli tanto attraversarono i suoi negoziati, che ne restò privo. Ma servì questa ripulsa per fargli ottenere la protezion della Francia, godendo quella corte di tirar nel suo partito un porporato tale, che in elevatezza di mente non si lasciava torre la mano da alcuno. Appena fu egli in possesso di tal carica, che giunse a Roma l'_almirante di Castiglia_, ambasciatore del re Cattolico, il quale dichiarò di non voler invitare il cardinal d'Este alla sua cavalcata. Poco questo importava al cardinale, ma veggendo farsi dallo Spagnuolo massa d'armati al suo palazzo, anch'egli per non rimanere esposto alle superchierie, si armò. Gli venne da Modena gran copia di bravi e di nobili, con armi ancora per quattrocento persone. Non si aspettavano i Romani, se non qualche sconcerto fra le due fazioni; però il papa, e varii porporati e principi si interposero per l'accomodamento. Perchè saldo stava l'Estense nelle sue convenienze e sicurezze, continuò l'imbroglio, finchè, incontratesi nel fin d'aprile le carrozze del cardinale e dell'almirante, non so come, presso la piazza del Gesù, si udì uno sparo di pistola. Dal numeroso popolo colà concorso fu preso questo per un segnale della zuffa, e tutti si diedero ad una precipitosa fuga, massimamente perchè le genti dell'almirante scaricarono le lor armi ed uccisero e ferirono alcuni di quegl'innocenti. Poscia, credendo anch'esse che le squadre dell'Estense volessero venire all'assalto, si abbandonarono ud una vergognosa fuga, lasciando nelle peste il padrone, che se ne tornò a casa, senza che gli armati del cardinale Rinaldo facessero nè a lui nè ai suoi insulto alcuno. Inviperito l'almirante per tale avvenimento spedì al vicerè di Napoli, chiedendo soccorso di gente e di danaro; ma disapprovato da esso vicerè il di lui irregolare impegno, ciò diede campo al papa di troncar questo incamminamento a maggiori disordini; e però alla presenza della Santità sua nel dì 3 di maggio si riconciliarono i due contendenti, con ricevere dipoi l'Estense delle grandi acclamazioni dai Romani, per aver con tanto decoro sostenuta la riputazion della Francia, e mortificata l'imperiosa nazione spagnuola. Dacchè il pontefice si mostrava cotanto alterato contra dei Barberini, il _cardinal Francesco_ e _don Taddeo_ giudicarono anch'essi meglio di sottrarsi ai minacciati rigori. Fatte pertanto a poco a poco imbarcare in varii legni le preziose lor suppellettili, menando seco esso Taddeo anche i figli, segretamente nel gennaio di quest'anno passarono in Francia a trovare il _cardinale Antonio_ lor fratello. Per tempesta insorta in quella stagion poco propria alla navigazione, ebbero fatica a ridursi colà in salvo. A me ha asserito persona degna di fede di aver più volte inteso dal _cardinal Carlo Barberino_, che in questo passaggio un di quei legni restò preda dell'onde, con perire uno inestimabil valsente di argenterie, gioie, pitture ed altri ricchissimi mobili. Maggiormente si esacerbò per tal fuga _papa Innocenzo X_, nè vi era chi non predicesse la rovina di quella casa. Ma il saggio pontefice, allorchè sempre più venne scorgendo con che calore avesse la corte di Francia preso il patrocinio dei Barberini, cominciò a prestar l'orecchio a chi gli parlava di rimetterli in sua grazia, e maggiormente raddolcito si mostrò dappoichè le armi francesi orgogliose comparvero sotto Orbitello, e molto più dacchè misero il piede in Piombino e Portolongone. Era Piombino del _principe Lodovisio_ suo nipote, e per desiderio di riaverlo, disarmò l'ira contra di essi Barberini. Non ottennero già eglino grazia, ma cessarono i processi, e per soddisfazione della Santità sua passarono per qualche tempo ad Avignone.
Accudirono con tutto vigore nel verno dell'anno presente i Veneziani alla guerra di Candia, e dovendosi eleggere un capitan generale delle forze di mare, nel gran consiglio aveano universalmente acclamato per questa carica lo stesso _Francesco Erizzo_ doge di quella repubblica: cosa insolita, ed illustre attestato del di lui merito. Benchè settuagenario, pien di spiriti generosi pel pubblico bene, accettò egli questo peso. Ma quella che sì sovente sconvolge i disegni dei mortali, il tolse dal mondo nel dì tre di gennaio di quest'anno. A lui succedette nel ducato il procurator _Francesco Molino_, e capitan generale fu eletto Giovanni Cappello, che poscia mal corrispose all'aspettazione che si aveva di lui. Tuttochè ascendesse l'armata veneta a sessantasei galee, sei galeazze e quaranta grosse navi, oltre a molti altri legni minori, e si potesse impedire ai Turchi l'uscita dai Dardanelli, anzi battere la loro armata, pure nulla di bene si eseguì. All'incontro i Turchi iti all'assedio della città di Retimo, se ne impadronirono, e in Dalmazia, dove pur si guerreggiava, tolsero Novigrado ai Veneziani. Intanto non men per la guerra, che per la peste, si aumentava la desolazione dell'isola di Candia, e a questi flagelli soccombevano tanto i cristiani che i Turchi. Diede fine al suo vivere in età di quarant'anni nel dì 12 di settembre dell'anno presente _Odoardo Farnese duca_ di Parma. Fu in concetto di uno degli spiritosi ingegni del suo tempo; incantava la gente col suo bel parlare, ma inclinando non poco alla satira; il che nei privati è pericoloso e molto men conviene a principi e gran signori. La splendidezza, la generosità e la liberalità si contarono fra i suoi pregi. Teneva ministri, non per udire i lor consigli, ma solamente per esecutori della sua volontà, credendo capace la testa sua di tutto. E siccome egli era un cervello caldo, risentito al maggior segno, e portato a cose grandi, così era facile a prendere risse e risoluzioni superiori alle forze sue. Di _Margherita de Medici_ sorella del _gran duca Ferdinando II_ lasciò quattro maschi, cioè _Ranuccio II_, che fu suo successor nel ducato, _Alessandro, Orazio e Pietro_, oltre a due principesse. Fu corpulento e grasso, e questa sua non desiderabile costituzione di corpo passò in eredità anche ai suoi figli e nipoti. Sorella di esso duca Odoardo fu _Maria Farnese_, duchessa di Modena. Era essa mancata di vita nel dì 25 di giugno dell'anno presente nel parto di un principino, che poco sopravvisse alla madre. Questa principessa si portò dietro il cuore d'ognuno; tanto era amata e degna veramente dell'amore di tutti.
Anno di CRISTO MDCXLVII. Indizione XV.
INNOCENZO X papa 4. FERDINANDO III imperadore 10.
Tali e tanti furono in quest'anno i funesti avvenimenti e sconvolgimenti d'Italia, spezialmente per le sollevazioni di Napoli e Palermo, che han servito di largo campo ad alcuni scrittori per tesserne particolari istorie, e mettere in mostra le verità di tutti quegli accidenti e delle lor circostanze. Non uscirò io dei miei confini, e basterammi d'accennare il massiccio delle avventure, potendo, chi più ne desidera, ricorrere a chi con libri _ex professo_ lasciarono descritte le rivoluzioni dell'anno presente. Da molto tempo era sossopra l'Europa tutta, durante le guerre delle provincie della Germania, de' Paesi Bassi, dell'Inghilterra, Francia e Spagna, maneggiandosi, siccome abbiam veduto, le armi anche in Italia, con essersi ultimamente aggiunta alle altre sciagure la guerra del Turco coi Veneziani. Le sollevazioni occorse in questi ultimi anni del Portogallo e della Catalogna contro la monarchia di Spagna, non è improbabile che influissero coll'esempio ad animar altri popoli malcontenti alla ribellione se pure unicamente non s'ebbero a rifondere i lor movimenti sull'insofferenza degli aggravii pubblici troppo cresciuti, e sul poco saggio governo dei pubblici ministri. Nella Sicilia, che pur vien riguardata come un granaio d'Italia, si provava in questi tempi la carestia, flagello ordinariamente dei soli poveri. Fece _don Pietro Faiardo_ marchese de los Velez, e onoratissimo vicerè di quel regno, quanto potè per aiutare il numeroso popolo di Palermo. Ma il volgo, che non pesa le cose, nè intende ragione, il pagava con sole maledizioni, per non aver quanto voleva. Però nel dì 20 di maggio attruppatisi circa ducento della feccia d'esso popolo, andarono alla casa del pretore caricandolo a gran voci d'ingiurie. Essendo sconsigliatamente uscita la famiglia, ed avendo cominciato a percuotere quella disarmata canaglia, trasse a quelle grida gran gente, e bastoni e coltelli fecero ritirar quei del pretore. Furono accumulate legna e fascine alla porta di quel palazzo, locchè fece risolvere il pretore e alcuni senatori a fuggirsene per la porta di dietro. Affin di quetare la matta furia di costoro saltarono fuori i padri Teatini, con promettere a tutti che si farebbe il pane più grosso. Ma non prestando loro fede, volarono al palazzo del vicerè, chiedendo sollievo. Dalla finestra esso marchese de los Velez, e molti nobili usciti fuori assicurarono i tumultuanti, che s'era dato l'ordine per dar loro soddisfazione, ed arrivata la notte, parve dileguato quel nuvolo. Ma sulle tre ore della notte, a cagion di molti che nulla aveano da perdere e molto speravano di guadagnare nella rivolta, maggiormente s'aumentò il tumulto: furono rotte le carceri e data la libertà a circa settecento facinorosi; e dipoi s'inviò l'infuriata plebe alla casa del duca della Montagna, maestro razionale del patrimonio reale, per bruciarla. Colà bensì accorsero i padri Gesuiti, portando processionalmente il Santissimo Sacramento; ma non conoscendo allora il popolo imbestialito nè moderazion nè religione, si vide perduto il rispetto ad essi religiosi (alcuni de' quali rimasero anche feriti) e al Sacramento stesso, convenendo loro di ritirarsi in fretta. Iti alla doganella e ai luoghi dove si riscotevano i dazii e le gabelle ne stracciarono tutti i libri e registri.
Fatto giorno, si portò il sedizioso popolo al palazzo del vicerè, gridando: _Fuora gabelle_; ma ritrovatolo ben custodito dalle guardie, non osarono di tentarne l'assalto. Intanto non pochi della nobiltà, la qual tutta stette sempre fedele al re, usciti a cavallo si studiarono di calmare il fuoco, e indussero il vicerè a pubblicar un editto, per cui si levavano le gabelle sopra la farina, carne, olio, vino e formaggio, come le più gravose al popolo. E nè pur questo bastò, temendo i sollevati di essere sotto quell'apparenza ingannati; e però avvenutisi in don Francesco Ventimiglia marchese di Gierace, personaggio amato da ognuno, il proclamarono per lor signore e capo. A questo inaspettato e non voluto onore inorridì il cavaliere, e consigliato il popolo a gridare _viva il re di Spagna,_ si applicò poi da saggio a trattar di concordia fra essi e il governo, ottenendo lor molte grazie e privilegii: locchè servì a quetare e rallegrare i sediziosi. Ma perciocchè dai bottegai e dai rivenderuoli non si volle stare al fissato calmiere dei commestibili, tornò più pazzamente di prima ad infuriar la plebe, e andò per insignorirsi della casa dove si conserva il tesoro del re; ma vi trovò un corpo di cavalleria che mandò a monte i loro disegni. Fu consigliato il vicerè di mettere in armi gli artisti, e così fatto. La nobiltà stessa e fin gli ecclesiastici presero dipoi l'armi contra la plebe: nel qual tempo colti alcuni capi degli ammutinati, a terrore degli altri furono impiccati. Ma non andò molto, che anche gli artisti si unirono col popolaccio; e perciocchè chiamati a palazzo due consoli dell'arti per trattare d'accordo, tardarono a tornare indietro, sparsasi voce che fossero stati strangolati (locchè era falso), vieppiù allora divampò la furia della gente; e benchè comparissero liberi i consoli, non rallentò punto l'ardore dei sediziosi. Con sì strepitose scene, che durarono per più settimane, s'era giunto al dì 15 d'agosto, quando Giuseppe da Lesi, tiradore d'oro, fattosi capo-popolo, e gridando: _Muoia il mal governo_, condusse tutti i suoi seguaci all'armeria regale, dove ciascun si provvide d'armi, di polve da fuoco, e di ogni munizione da guerra; ed avendo anche tratto da un baluardo un cannone e un sagro, condusse la truppa al palazzo e sparò quell'artiglieria verso la porta. Allora il vicerè prese il partito d'uscire segretamente, e di salvarsi nelle galee, e la viceregina si ritirò anch'ella a Castellamare. Allora spezialmente fu, che s'unirono molti nobili per opporsi ai ribelli, i quali perchè s'insospettirono del loro capo, cioè di Giuseppe da Lesi, per aver egli messe guardie acciocchè non fosse dato il sacco al palazzo, si rivoltarono contro di lui. Usciti i nobili a cavallo cominciarono a dar la caccia ai plebei. Fu ucciso il suddetto Giuseppe con Francesco suo fratello. Dei presi nel dì 22 d'agosto ne furono strozzati tredici, ed altri menati alle prigioni.
Si era restituito il _marchese de los Velez_ a Castellamare, e quivi coi suoi consiglieri andava studiando le maniere di dar fine alla tragedia, con pubblicare un perdon generale, e promettere l'abolizione delle gabelle; e furono anche distesi molti capitoli di miglior regolamento in avvenire per bene ed appagamento del popolo. Ma quando egli si credea d'essere in porto, si trovava di nuovo in tempesta, perchè i Siciliani, nazion vivacissima, quanto facili sono a prendere fuoco, altrettanto son difficili a quietarsi. Perciò durò il torbido sino al dì 13 di novembre, in cui il vicerè sì per le vigilie e crepacuori patiti, come per veder disapprovata dalla corte la sua condotta, per non aver egli mai, siccome signore d'animo misericordioso e buono, voluto domar colla forza il forsennato popolo, oppresso dagli affanni cessò di vivere. Era già destinato a quel governo il _cardinal Teodoro Trivulzio_, persona di gran mente e prudenza, e che sapeva far anche alle occasioni da bravo, con averne dati più saggi nella difesa dello Stato di Milano. Arrivò egli nel dì 17 del suddetto novembre a Palermo, e, contro il parere di chi gli consigliava d'andar prima a Messina, oppure, andando a Palermo, di ricoverarsi nel castello, sbarcato che fu, passò francamente alla chiesa maggiore fra la gran folla del popolo, che venerando l'alta sua dignità, e giubilando per ricevere un vicerè italiano, lo accompagnò colà con incessanti acclamazioni. Altro non rispondeva egli, se non: _Pace e libro nuovo_. Come se riputasse quieti gli animi di tutti, cominciò a dar udienze ad ognuno, a rimettere in autorità i magistrati, a gastigare animosamente chi ricalcitrava, con opprimere dipoi varie congiure che di mano in mano si andavano tessendo dai restanti malviventi. In una parola, con tal dolcezza e insieme con tal forza maneggiò quei focosi cervelli, che fece tornar la quiete e l'ubbidienza tanto in Palermo che in altre parti della Sicilia, dove si era dilatata quella mala influenza.
Vegniamo a Napoli, città, che per essere tanto più abbondante di popolo, e popolo anch'esso sommamente spiritoso ed inquieto, maggiori e più strepitose scene, che quelle di Palermo fece vedere nella sollevazion sua, appartenente anch'essa all'anno presente. Erasi in quella gran città per li correnti bisogni della corona, a cagion delle guerre, che in tante parti l'infestavano, istituita una gabella sopra le frutta, che perciò si vendevano più care, ed eretta una baracca nella piazza del Mercato, dove stavano i ministri deputati per esigerla. Al basso popolo, che spezialmente si pasce di pane e frutta, intollerabil parea questo nuovo aggravio, e non s'udiva che mormorazione e digrignar di denti. Trovossi una mattina abbruciata la baracca: locchè fece riflettere a _don Rodrigo Ponze di Leon duca d'Arcos_, e vicerè molto savio, che non era da caricar la povera gente di quel dazio, e doversi ricavar da altra parte quella somma di danaro. Pure cedendo al parer di coloro, ai quali fruttava essa gabella, rimise la baracca come prima. Ora avvenne che un certo _Tommaso Aniello_ da Amalfi, comunemente appellato _Mas-Aniello_, giovane di ventiquattro anni, di vivace ingegno, e pescatore di professione, introducendo pesce senza aver pagata la gabella, fu maltrattato dagli esecutori della giustizia e perdè quel pesce. Tutto collera ne giurò vendetta, e cominciò a persuadere ai compagni, che se il seguitassero, gli dava l'animo di liberar la città da tanta oppression di gravezza, e indusse ancora i bottegai fruttaruoli a non comperar frutta che pagasse gabella. Gran rumore facea allora anche nel popolo più vile la sollevazion di Palermo. Ora mancando le frutta nel dì 7 di luglio, si svegliò un tumulto nella piazza, ed accorso Andrea Anaclerio eletto del popolo per quetarlo, corse pericolo d'essere lapidato. Fuggito che egli fu, Mas-Aniello salito sopra una tavola (era bel parlatore) talmente esagerò le miserie del povero popolo, assassinato dal presente governo, che si trasse dietro una brigata di cinquecento uomini e fanciulli della vil feccia, soprannominati Lazzari, che poco appresso s'accrebbe fino a due mila persone. Acclamato da costoro per capo, ordinò tosto che si attaccasse fuoco alla baracca, e ai libri e mobili di quei gabellieri, e fu prontamente ubbidito.
Di là passò la baldanzosa canaglia (provvedutisi molti di picche e d'altre armi) alle case dove si riscotevano le gabelle della farina, carne, pesce, sale, olio ed altri commestibili, e della seta. A niuna d'esse perdonò. Tanto esse, che i mobili tutti, fra i quali ricche tappezzerie, argenti, danari ed armi furono consegnate alle fiamme, comandando Mas-Aniello che nulla si riserbasse. Insuperbiti costoro per non trovare chi lor facesse fronte, e cresciuti fino a dieci mila, si portarono alle carceri di San Giovanni degli Spagnuoli, e furiosamente rottele, quanti prigioni vi erano, posti in libertà s'unirono con gli altri ammutinati. Allora tutti s'inviarono al palazzo del vicerè, con alte voci gridando; _Viva il re di Spagna e muoia il mal governo_. Affacciatosi ad una finestra il duca di Arcos, promise loro di levar le gabelle della frutta, e parte di quelle della farina. _Tutte le vogliamo levate_, replicava la plebe; e intanto entrando a furia per la porta, e messe in fuga le guardie tedesche e spagnuole, presero quelle alabarde, e cominciarono a scorrere per le camere del palazzo, con dare il sacco a quanto trovavano. Portarono rispetto all'appartamento dove stava il _cardinal Trivulzio_, dimorante allora in Napoli. Gittò bensì il vicerè da una finestra biglietti sigillati col sigillo reale, coi quali assicurava il popolo di sgravarlo da tutte la gabelle; ma insistendo coloro di volergli parlare, egli animosamente scese a basso, e con dolci parole cercando di ammansarli, confermò la promessa. Tuttavia benchè molti gli baciassero mani e ginocchia, scorgendo egli il bollore di quelle teste riscaldate, destramente salì in carrozza per sottrarsi alla loro insolenza. Gli corsero dietro, e fermarono la carrozza, ma egli con adoperare il preparato recipe d'alcuni pugni di zecchini, che sparse fra loro, scappò lor dalle mani, e si salvò nella chiesa e nel monistero di San Luigi, facendo tosto serrar le porte. Sopraggiunti colà i sediziosi atterrarono la prima porta, e lo stesso avrebbono fatto del resto, se non sopraggiugneva il cardinale Ascanio Filamarino arcivescovo, che s'interpose per la concordia, e presentò poi a quella furiosa gente una scrittura del vicerè con belle promesse. Ma perchè questa non conteneva se non l'abolizione della gabella delle frutta, e di parte di quella della farina, più che mai dierono nelle furie: locchè servì d'impulso al vicerè di ritirarsi in castello Sant'Ermo.
Accortasi di ciò la tumultuante canaglia, cresciuta fino al numero di cinquanta mila persone, si voltò a rompere tutte le altre carceri della città, portando riverenza alle sole dell'arcivescovato, della nunziatura e della vicaria, con bruciar tutti i processi. Trovato per istrada _don Tiberio Caraffa_ principe di Bisignano, il pregarono di essere lor capitano. Nata in lui speranza di calmare sì gran movimento, salì in pulpito nella chiesa del Carmine, e con un crocifisso alla mano caldamente esortò ciascuno alla quiete. Tutto indarno: il mare era troppo in furore, ed altro vi volea che parole a quietarlo. Pertanto il buon cavaliere con bella maniera se la colse, e andò a chiudersi in Castel Nuovo; nella qual fortezza passarono anche il vicerè e il cardinale Trivulzio, per essere più alla portata di cercare riparo a tanti disordini. Ma perciocchè si erano disposte numerose guardie nella piazza e intorno al castello, apprendendo i sollevati che si avesse a venire alle armi, corsero a sonare a martello la grossa campana del torrione del Carmine e a provvedersi violentemente d'archibusi, spade, lancie, polve da fuoco e palle, per tutte le botteghe e case, dove se ne trovava. Concorrevano intanto dalle circonvicine ville rustici per isperanza di bottino ad aumentare la truppa, risonando in ogni lato trombe, tamburi, sventolando bandiere, e continuando ognuno a gridare: _Fuora gabelle, Viva il re_. Per rinforzo del palazzo vi pose il vicerè mille Tedeschi ed ottocento Spagnuoli, e fece far nuove fortificazioni intorno ad esso e nella piazza. Ma il popolo, informato che venivano da Puzzuolo cinquecento Alemanni e due compagnie d'Italiani, andò ad incontrarli, ne uccise alcuni, altri menò prigioni, e dissipò il resto. Tentò allora il vicerè di guadagnare il capo-popolo Mas-Aniello, con iscrivergli un biglietto di esibizione d'abolir tutte le gabelle. Ad altro non servì questa sommessione, se non a far maggiormente insolentire chi si conosceva in avvantaggio, avendo Mas-Aniello coi suoi seguaci sfoderate pretensioni anche di varii privilegi per la plebe. Il vicerè, che non volea troncare per questo il trattato, mosse alcuni della primaria nobiltà a frapporsi per l'aggiustamento, ed avendo questi per il bene della patria assunto un tale impegno, ridussero a tale il maneggio che parvero soddisfatti i sollevati, qualora, oltre alle cose richieste, fosse confermato il privilegio conceduto dall'imperadore Carlo V alla città, del qual documento richiedevano essi l'originale.
Per quante ricerche facesse fare il vicerè, questo originale non si trovava. Credendosi perciò burlato l'inquieto popolaccio, si ruppe coi nobili mediatori, e carcerò anche il duca di Matalona, che trovò maniera di fuggire dalle lor mani. Avuta poi nota di settanta case di ministri e d'altri che aveano maneggiati i dazii e l'altre gravezze del pubblico, di mano in mano si portarono i sediziosi a bruciarle senza remissione, con gittar giù dalle finestre tutti i mobili, e fin gli ori, argenti e danari e farne falò; giacchè severissimo ordine v'era che niuno ne profittasse. E perciocchè premeva a costoro di farsi padroni della torre di San Lorenzo e di quel monistero, colà furibondi corsero in numero di dieci mila armati con un grosso cannone, e gran copia di fascine per appiccarvi il fuoco. Da questo apparato atterrite le guardie di quel posto, capitolarono la resa. Di là con gran festa trassero i sollevati gran copia d'armi da fuoco e sedici pezzi di cannone. Erasi intanto ritrovato l'originale del privilegio di Carlo V, e il _cardinale Filamarino_, che facea la figura di padre comune fra il vicerè e il popolo, con questa carta pecora in mano si portò al Carmine, e alla presenza di Mas-Aniello, già dichiarato capitan generale del popolo, e assistito dalla sua corte plebea la fece leggere. Dopo di che manipolò l'accordo, con avere il vicerè conceduto un perdon generale abolite le gravezze, confermato il privilegio, e promessa loro dalla corte la conferma di tutto. Ma perchè si dicea di perdonare ogni reato incorso per quella ribellione, fu cagion questa parola che si guastasse tutta la tela. Non cessò l'arcivescovo pien di zelo di rimediare, ed ottenne in fine dal vicerè un biglietto, per cui pienamente si soddisfaceva alle premure del popolo. Ma il buon prelato si trovò fra poco burlato. Mentre s'era raunato al Carmine tutto il popolo, aspettando che intervenisse anche il vicerè per cantare il _Te Deum_, eccoti comparire colà cinquecento banditi (altri scrivono solamente ducento), tutti ben montati a cavallo, che si fingevano venuti in servigio del popolo. Il servigio che intendevano di prestargli era quello di trucidar Mas-Aniello, e poi di fare un macello della gente colta all'improvviso. Se ne insospettì Mas-Aniello, e mandò ordine che smontassero: non vollero ubbidire. Comandò che andassero ad un posto assegnato; ed essi, per lo contrario, entrarono così a cavallo in chiesa. Allora egli gridò: _Tradimento_; e i banditi spararono contro di lui alquante archibugiate; e maraviglia fu che di tante palle niuna il colpì. Il pazzo popolo attribuì ciò a miracolo, credendo assistito dalla divinità il suo gran generale; pretendendo, all'incontro, i buoni frati che lo scapolare da lui portato gli avesse servito d'ingermatura. Allora l'infuriata plebe si scagliò addosso a quanti di quei banditi potè cogliere, e li trucidò. Per confessione di uno di essi si scoprì essere stata mandata quella gente dal duca di Matalona e da don Giuseppe, volgarmente chiamato don Peppo Caraffa. Che il vicerè fosse consapevole del fatto, si potè ben sospettare, ma niuno il nominò; ed egli sopra di questo fece l'indiano. Cercato il Matalona, ebbe la fortuna di salvarsi. Non così avvenne a don Peppo, che fu scoperto e tuttochè forse non avesse mano in quel fatto, gli fu reciso il capo, e si vide trascinato il cadavere per la città. Ciò non ostante il cardinal arcivescovo raggruppò il negoziato dell'accomodamento, e lo trasse a fine; accordando il vicerè quanto si volle dal popolo, con disegno non di meno che soltanto durasse la sua promessa finchè venisse il tempo e il comodo della vendetta; non sapendo inghiottire un animo spagnuolo il mirar ridotta a sì vile stato l'autorità sua, e la riputazion della nazione da un miserabile pescivendolo, giunto a far tremare tutta Napoli.
Volendo poi l'arcivescovo condurre a palazzo Mas-Aniello, bisognò che adoperasse gli argani per farlo spogliare de' suoi poveri cenci, e prendere veste di tela d'argento e cappello con pennacchiera. Accompagnato fino a palazzo da tutto il basso popolo in armi, che si credette ascendere a cento cinquanta mila persone, prima di entrare fece un patetico discorso a tutti, esortandoli a gridare: _Viva il re di Spagna_; e ricordando loro che egli era nato povero, e tale voler anche morire; e che l'operato da lui finora non era proceduto da ambizione, nè da voglia di guadagnare un soldo, nè di fare ribellione al re, ma solamente di liberarli tutti dal troppo gravoso mal governo finora patito. E siccome egli non si fidava del vicerè, così aggiunse, che se fra un'ora noi rivedessero, pensassero a vendicar la sua morte. Venne egli poscia accolto colle più vistose carezze, e con dimostrazioni anche esorbitanti di onore dal vicerè, e furono lette le capitolazioni, ed approvate. Ossia che si spendesse gran tempo in questo, e che il popolo, per non vederlo tornare, dal bisbiglio passasse ad un gran rumore; o ciò accadesse per altra cagione; di tanto strepito s'impazientava il vicerè. Allora Mas-Aniello, affacciatosi ad un balcone, e datosi a conoscere, coll'indice alla bocca fece segno che tacessero. In quell'istante niuno osò più di zittare, stupendo il vicerè allo scorgere tanta ubbidienza a quell'uomicciattolo. Si esibì Mas-Aniello di rinunziare il comando; ma per suoi fini politici non lo permise il vicerè. Fu poi col cardinal Filamarino ricondotto a casa il gran generale; e dappoichè furono con gran solennità giurate le capitolazioni dal vicerè nella metropolitana, tornò la quiete nella città. Continuando nondimeno Mas-Aniello a far da governatore del popolo, pubblicava editti, governava le guardie, intento sopra tutto a torre di mezzo i banditi e malviventi. Con aria severa sempre comandava, temuto perciò ed ubbidito da tutti. Un suo solo cenno bastava per una sentenza di morte. Perchè gli furono sparate contro alcune archibugiate, vietò a chi che sia il portar vesti lunghe e mantelli, affinchè si conoscesse chi andava con armi. Non vi fu prete o frate che non ubbidisse. E certamente tanto egli che la moglie sua cominciavano a grandeggiare, e a gustare il comando e le distinzioni. Pretese l'insuperbito pescivendolo, che il cardinale _Trivulzio_ andasse a fargli una visita. Il prudente porporato, per non incorrere in qualche pericolo, volle soddisfarlo, ed andato il trattò con titolo d'_illustrissimo_. Questo Arlichino finto principe gli rispose: _La visita di vostra eminenza, benchè tarda, ci è cara_. Ma, a guisa dei fenomeni, ben corta durata ebbe l'esaltazion dell'ardito plebeo. Eccolo vaneggiare, eccolo divenuto forsennato, e talvolta furibondo. Non si sa, se perchè le applicazioni e vigilie gli avessero di troppo riscaldata la nuca; o perchè nella visita a palazzo egli avesse votate alquante caraffe di lagrima, al che non era avvezzo; oppure perchè qualche ingegnoso veleno gli fosse stato in quella congiuntura somministrato; andò crescendo la sua frenesia, di modo che dopo alcune