Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 99

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Questa insigne vittoria di mare animò _Francesco Spinola_ ed _Ottolino Zoppo_, che pel duca di Milano difendeano Gaeta, a tentare anch'essi la lor fortuna; ed usciti colle lor genti contra degli assedianti, vi diedero dentro, e li misero in rotta: con che restò interamente libera quella città. Ciò fatto, i vittoriosi Genovesi, bruciate le navi prese, e ritenuti i soli gran signori, fecero vela alla volta di Genova, senza volersi mettere ad altra impresa. Colà giunti, ed informato _Filippo Maria duca_ di Milano di quel prospero avvenimento, volle che si conducessero a Milano tutti i prigioni. Ossia che i consigli del _Piccinino_ od altri motivi politici avessero forza nell'animo del duca; oppure che il re Alfonso, principe di mirabil senno ed eloquenza, sapesse ben valersi della sua lingua e delle sue proferte in tal congiuntura, certo è che il duca il trattò come amico, e magnificamente l'alloggiò; e, fatta lega con lui, da lì a poco tempo il rimise in libertà con tutti i suoi. Portata questa nuova a Genova, se ne alterò sì forte quel popolo tra per l'odio loro a' Catalani, e per vedere sì miseramente perduto il frutto della lor vittoria, giacchè senza alcun riscatto, senza alcun vantaggioso patto per loro fu rilasciato Alfonso con tanta baronia, che fin d'allora cominciò a macchinar la risoluzione di sottrarsi al dominio del duca, di cui peraltro erano malsoddisfatti, perchè loro non avea mantenuti i patti[2714]. Pertanto, nel dì 12 di dicembre, prese le armi, e gridando: _Viva la libertà_, si sollevarono, ed uccisero _Obizzino_ ossia _Pacino da Alzate_ ossia _Alciato_, governator della città, e scossero affatto il giogo duchesco. Questo guadagno fece colla sua generosità il duca di Milano. Aveano intanto i Napoletani[2715] spediti messi per chiamare a Napoli _Renato d'Angiò_ conte di Provenza, a cui diedero il titolo di re. Ma accadde ch'egli era stato fatto prigione in una battaglia da _Filippo duca_ di Borgogna; nè potendo venire, spedì la _regina Isabella_ sua moglie, erede del ducato di Lorena e principessa di gran saviezza, con _Luigi_ suo secondogenito, chiamato principe di Piemonte. Venne essa; fu ricevuta con onore in Gaeta, e molto più in Napoli; ed avuta ubbidienza da molte altre città, spedì _Micheletto Attendolo_ col figliuolo _Luigi_ in Calabria, provincia che in breve fu ridotta alla divozione di lei. Ma _don Pietro_ infante, avuto ordine dal _re Alfonso_ suo fratello, dopo la sua liberazione, di venirlo a prendere, passando con undici galee davanti a Gaeta nel dì di Natale, e saputo che per la peste vi era restata poca guarnigione, se ne impadronì; e fermatosi quivi, inviò i legni a levare il fratello. Nè si dee tacere[2716] che il _patriarca Vitellesco_, trovandosi nel dì 31 d'agosto a campo contra del _prefetto_ a Vetralla, l'ebbe per tradimento in mano, e gli fece tosto mozzare il capo nella piazza di Soriano. Continuava intanto il concilio di Basilea, col consenso bensì del papa, ma non senza quotidiani disgusti del medesimo pontefice, che specialmente s'ebbe a male nell'anno presente che que' Padri avessero abolite le annate de' benefizii, pretendendo essi che puzzassero di simonia, e data con ciò una fiera stoccata all'erario pontificio, il popolo di Fabriano si sollevò in questo anno[2717] contro a _Tommaso Chiavelli_ tiranno della lor città, e dopo fatto un orrido macello di lui e di tutta la sua famiglia, si diedero al conte _Francesco Sforza_, che vi mise presidio.

NOTE:

[2705] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2706] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2707] Blondus, Dec. II, lib. 7.

[2708] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2709] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2710] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.

[2711] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2712] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2713] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.

[2714] Corio, Istoria di Milano.

[2715] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXVI. Indiz. XIV.

EUGENIO IV papa 6. SIGISMONDO imperadore 4.

Fin qui avea _papa Eugenio_ tenuta la sua residenza in Firenze, onorato e rispettato da quel popolo, a cui non poco tornava il conto d'aver presso di sè la corte pontificia. I Romani, all'incontro, che dopo la fuga del medesimo papa, oltre al provare un cattivo governo, miravano crescere ogni di più la lor povertà[2718], perchè privi delle rugiade papali, gli spedirono nel gennaio di quest'anno ambasciatori, pregandolo con tutta la sommessione a ritornarsene alla sua sede. Ma il pontefice, troppo ricordevole del recente affronto a lui fatto, li mandò in pace senza volerli consolare. All'incontro, considerando più convenevole alla sua dignità l'abitare in una città propria, che in casa altrui, prese la risoluzione di trasferirsi a Bologna. Si mosse dunque da Firenze nel dì 18 d'aprile[2719], e nel dì 22 fece la sua solenne entrata in essa città di Bologna. Qualche dissapore poi dovette insorgere fra esso pontefice e il conte _Francesco Sforza_, il quale colle sue genti era in Romagna. Per ordine del medesimo Eugenio[2720] avea questi fatto l'assedio di Forlì, e costretto _Antonio degli Ordelaffi_ a dimettere quella città, che tornò all'ubbidienza pontificia nel dì 24 di luglio. Perciò andavano tutte le cose a seconda dei desiderii d'Eugenio, se non che gli stava sul cuore la marca d'Ancona posseduta da esso conte, e cominciò a pentirsi d'avergliene conceduto il vicariato. Questo fu creduto il motivo per cui si diede a cercar da lì innanzi le vie di abbatterlo. Fece in questo mentre guerra ai conti di Cunio, e, tolta loro la nobil terra di Lugo, la donò a _Lionello_ figliuolo di _Niccolò Estense_ marchese di Ferrara. Baldassare da Offida podestà di Bologna, uomo scelleratissimo, fu il suo generale oppur commessario a tale impresa; nè il conte vi fu invitato. Solamente egli vi mandò parte delle sue truppe senza poi poterle riavere. Se l'intendeva costui con _Niccolò Piccinino_, generale del duca di Milano, emulo, anzi nemico del conte, il quale si trovava allora a Parma con gran gente, sollecitandolo affinchè venisse contra del medesimo conte. Andava allora anche il papa d'accordo col duca di Milano. Nè questo gli bastò. Avendo saputo che esso conte dimorava senza sospetto e guardie a Ponte Polledrano, perchè gli erano ignoti i pensieri del papa, si mise in procinto di sorprenderlo quivi, e di farlo prigione nel dì 24 di settembre[2721]. Fu per buona ventura segretamente avvisato il conte da _Niccolò cardinale_ di Capoa di quel che si tramava contra di lui; nè tardò a muoversi di là, e a deludere il disegno di chi gli volea male. Ma intercette poi lettere dell'Offida al Piccinino, tendenti alla propria rovina, senza potersi più contenere, segretamente messe in marcia le sue truppe, gli fu all'improvviso addosso, lo sconfisse, e spogliò quanti erano con lui. Se ne fuggì l'Offida a Budria; ma, colà portatosi il conte, l'ebbe nelle mani, e il mandò poi prigione nel girone di Fermo, dove lo scellerato fece quel fine che avea meritata la sua vita. Non mancò _papa Eugenio_ di mandar persone al conte per certificarlo che senza sua contezza l'Offida gli avea tramute quelle insidie; ma Francesco credette quello che a lui parve.

Per la perdita di Genova non si sapea dar pace _Filippo Maria duca_ di Milano[2722]. Subito che la stagion lo permise, spedì _Niccolò Piccinino_ a quella volta coll'armata, sperando di ricuperar la città, giacchè si sosteneva tuttavia in mano delle sue genti il Castelletto. Ma Niccolò non giunse a tempo; il Castelletto assediato, e con più assalti tentato dal popolo di Genova, prima ch'egli giugnesse, capitolò la resa, con che svanirono tutte le speranze del duca. Voltò il Piccinino le armi contro la riviera d'occidente, con saccheggiar tutto il paese; assediò la città d'Albenga, ma non gli riuscì di mettervi dentro i piedi. In questo mentre i Genovesi aveano creato loro doge _Isnardo Guarco_, che non durò se non sette giorni in quella dignità, perchè _Tommaso da Campofregoso_ il cacciò di sedia, e si fece di nuovo proclamar doge. Entrarono poscia i Genovesi in lega co' Veneziani e Fiorentini. Veduto che ebbe _Niccolò Piccinino_ che nulla di sodo si potea conquistare nel Genovesato, passò, d'ordine del duca, in Toscana, giacchè i fuorusciti di Firenze con lusinghiere speranze gli faceano credere sicuri molti vantaggi. Ma non dormivano i Fiorentini[2723]. Presero essi al loro soldo, e con titolo di generale, il conte _Francesco Sforza_, il quale non tardò a comparire colà colle sue soldatesche, e andò a postarsi a Santa Gonda per impedire il passaggio dell'Arno al Piccinino, arrivato sul Lucchese. Niun tentativo fu fatto da esso Piccinino, eccettochè contro la terra di Barga, che egli assediò durante il verno. Ma avendo i Fiorentini dato ordine al conte Francesco di darle soccorso[2724], egli spedì colà _Niccolò da Pisa_, _Pietro Brunoro_ e _Ciarpellione_ con due mila e cinquecento uomini, che nel dì 8 di febbraio dell'anno seguente misero in rotta Piccinino, e fra gli altri fecero prigione _Lodovico Gonzaga_, figliuolo di _Gian-Francesco marchese_ di Mantova, il qual poscia volle militare sotto le bandiere sforzesche. Imbarcatosi intanto il _re Alfonso_ nelle galee speditegli da _don Pietro_ suo fratello, con esse giunse nel dì 2 di febbraio a Gaeta[2725]. Quivi s'andò disponendo per far guerra nel regno. _Jacopo Caldora_ duca di Bari era il solo, in cui avessero speranza i Napoletani. Ma costui, avvezzo a pensare più a' proprii che agli altrui vantaggi, ito in Abbruzzo per raunar gente, sì fattamente disgustò quei popoli, che Sulmona, Cività di Penna ed altre terre alzarono le insegne del re di Aragona. Tornò poi Sulmona all'ubbidienza del _re Renato_, e Cività di Penna presa dal Caldora fu messa a sacco. Portò esso Caldora la guerra dipoi in Puglia contro del principe di Taranto, con assediar Barletta e Venosa, ma senza profitto. _Menicuccio dall'Aquila_, che avea preso soldo nell'esercito del re d'Aragona, prese Pescara: lo che fu cagione che anche la città di Chieti si ribellasse; e, quantunque il Caldora mettesse il campo a questa città, pure altro non potè fare che saccheggiar il paese d'intorno. _Giovanni dei Vitelleschi_ patriarca di Alessandria in questi tempi, dimentico della cherica, la facea da generale d'armata pel sommo pontefice. Essendochè i Colonnesi e Savelli inquietavano forte Roma[2726], portò loro addosso nel mese di marzo la guerra, con prendere e disfare Savello, Albano ed altre loro terre. Assediò Palestrina; nè di quella sola s'impadronì, ma anche di Zagarolo, e d'altre terre di _Lorenzo Colonna_, costringendolo a ricoverarsi a Terracina. Quel che è più, il _conte Antonio da Pontadera_, condottier d'armi, che teneva in ischiavitù la Campagna di Roma, nel dì 15 di maggio restò dalle genti d'esso patriarca sbaragliato e preso. Fu condotto a Piperno, dove, per ordine del patriarca, gli fu mozzato il capo. Queste prodezze del Vitellesco, e molte altre terre da lui prese e saccomanate, tuttochè non molto convenevoli a persona di chiesa, pure portarono la pace e quiete a Roma, e ai suoi contorni; di modo che, essendo egli andato a Roma nel dì 29 d'agosto, dal popolo romano fu ricevuto come in trionfo, e gli furono anche donati mille e ducento fiorini in una coppa d'oro. Per questo andò crescendo la di lui superbia, con divenir non di meno maggiore la sua crudeltà.

NOTE:

[2716] Petroni, Istoria, tom. 24 Rer. Ital.

[2717] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.

[2718] Petroni, Istor., ubi supra.

[2719] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2720] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.

[2721] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2722] Giustiniani, Istor. di Genova.

[2723] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 20.

[2724] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.

[2725] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXVII. Indiz. XV.

EUGENIO IV papa 7. SIGISMONDO imperadore 5.

S'andarono sempre più imbrogliando gli affari del papa col concilio di Basilea. Pretendeano que' Padri non solamente di riformar la Chiesa, che ne abbisognava allora non poco, e i papi medesimi, ma voleano in tutto e per tutto farla da papi, anzi da più dei papi: cosa che Eugenio non volea sofferire. Andò sì innanzi il riscaldamento degli animi, che il concilio giunse a citare il papa a rispondere a varie accuse proposte contra di lui per cagion delle riserve dei benefizii, delle annate, del non ammettere le elezioni, di praticare apertamente, come essi diceano, la simonia, e sopra altri punti[2727]. Dal che irritato Eugenio pubblicò una bolla, con cui dichiarò sciolto il concilio in Basilea, e determinò Ferrara pel luogo, dove si avea da tenere da lì innanzi il concilio, al quale ancora invitò i Greci. Intanto il _patriarca Vitellesco_, che nel precedente anno avea tolto Palestrina a _Lorenzo Colonna_, nel dì 20 di marzo mandò colà guastatori che interamente la diroccarono e spianarono, sicchè rimase affatto disabitata e un mucchio di pietre. E di questo ancora, perchè creduto ordinato dal papa, fu fatto a lui un reato dai Padri del suddetto concilio. Tenea mano a questa discordia _Alfonso re d'Aragona_. Non avendo _papa Eugenio_ voluto accordargli l'investitura del regno di Napoli, richiesta da lui parte colle preghiere e parte colle minaccie, siccome quegli che già favoriva il partito del _re Renato_ d'Angiò: Alfonso si voltò apertamente contra d'esso Eugenio, e fece di grandi offerte al concilio per torre Roma al pontefice. Parea intanto che prosperassero gli affari d'esso Alfonso nel regno di Napoli[2728], perchè i conti di Nola e di Caserta seguirono le di lui bandiere. Il perchè la _regina Isabella_, conosciuta vana per allora la speranza di veder liberato il _re Renato_ suo marito dalla prigionia, ricorse per aiuto al papa; e questi ordinò al patriarca di passar colà con tutte le sue forze. Nel mese d'agosto entrò egli nel regno, e, dopo avere preso Capperano, s'impadronì di Venafro, di Santo Angelo, Rupecanina e Piedimonte, e poscia se ne andò a Napoli a visitar la regina, da cui ricevette grande onore e danaro per pagar le truppe. Partitosi di colà senza perdere tempo, ridusse all'ubbidienza della regina il conte di Caserta, e poi prese Montesarchio. Alle istanze del re Alfonso si mosse in questi tempi _Gian Antonio Orsino_ principe di Taranto con un corpo di truppe, e il concerto era di prendere in mezzo il patriarca; ma questi, più astuto di loro, andò a trovare il principe a Monte Fuscolo, gli diede una rotta, e il fece prigione con assai altri baroni. L'onore e le carezze usate dal papa all'Orsino prestarono motivo a molti di credere che prima d'allora fossero d'accordo insieme[2729]. Si staccò il principe infatti dal re Alfonso, e si unì col patriarca, il quale in premio della sua bravura meritò in quest'anno la porpora cardinalizia da papa Eugenio. Ma non andò molto, che nacquero disgusti fra esso patriarca e la regina; nè fra il principe di Taranto e _Jacopo Caldora_ si rimise buona amicizia, di maniera che niun d'essi si fidava dell'altro; e fu anzi creduto che il patriarca e il Caldora apertamente fossero divenuti nemici. Ma avendo il re Alfonso assediata e quasi ridotta all'agonia la città d'Aversa, la regina scrisse lettere calde al patriarca e al Caldora, acciocchè la soccorressero. Allora fu che questi due personaggi comparvero anima e corpo insieme, e tutti e due nella vigilia di Natale mossero le lor armi alla volta d'Aversa. Tuttochè il re Alfonso da più di uno fosse avvertito che frettolosamente costoro marciavano contra di lui, nol sapea credere; e tanto indugiò, che quasi il sorpresero a tavola. Ebbe tempo da fuggire a Capua; ma andò in rotta tutta la sua gente; molti ne furono presi, ed interamente il bagaglio restò preda dei ben venuti e degli Aversani. Contuttociò essendo divampata la nemicizia fra il principe di Taranto e il Caldora, e non potendo il patriarca ricevere rinforzo nè dall'uno nè dall'altro, fu ridotto a mal partito, in guisa che, presa una picciola barca, in quella s'imbarcò e passò a Venezia, e di là poi a Ferrara, dove vedremo che si trasferì anche papa Eugenio. Quasi tutta la sua gente abbandonata prese soldo nell'armata di Jacopo Caldora, grande imbroglione, e di fede sempre incerta in quello sconvolgimento del regno.

Nel verno dell'anno presente[2730] _Niccolò Piccinino_ s'era impadronito di Sarzana e d'altre terre della Lunigiana; ma uscito in campagna nell'aprile il conte _Francesco Sforza_ generale de' Fiorentini con cinque mila cavalli e tre mila fanti, poco stette a ricuperar que' luoghi. Mossero in quest'anno anche i Veneziani guerra al duca di Milano, e cominciarono a far delle istanze ai Fiorentini per avere al comando della loro armata il suddetto conte Francesco, giacchè _Gian-Francesco_ (e non già _Lodovico_, come vuole il Sanuto) marchese di Mantova lor generale, sdegnato perchè s'avvide d'essere in sospetto la sua fedeltà presso quel senato, proponeva di rinunziare il bastone. Ma anche ai Fiorentini premeva di ritenere in Toscana questo gran capitano per la voglia e speranza che nudrivano dell'acquisto di Lucca, città come abbandonata, per essere stato richiamato dal duca in Lombardia il Piccinino[2731]. Cominciò per questo ad alterarsi la buona armonia fra essi Veneziani e Fiorentini. Presa non di meno che ebbe il conte Francesco la maggior parte delle castella del Lucchese[2732], e piantate alcune bastie intorno a Lucca, sen venne di qua dall'Apennino sul Reggiano colle sue truppe per accudire al servigio de' Veneziani; ma perchè essi nol poterono smuovere dal suo proponimento di non voler passare oltre Po, così portando i capitoli della sua condotta, disgustato di loro, perchè nol voleano pagare, se ne tornò in Toscana, dove passò il rimanente dell'anno. Poca felicità ebbero in quest'anno l'armi venete contra del duca di Milano. _Niccolò Piccinino_ li travagliò assaissimo sul Bergamasco, dove prese alcune castella. E nel dì 20 di marzo diede una fiera spelazzata all'esercito loro presso il fiume Adda, dove, secondo gli Annali di Forlì[2733], circa tre mila soldati veneziani restarono o annegati o presi. Similmente nel dì 20 di settembre[2734] riuscì ad esso Piccinino di sconfiggere la loro armata con prendere molti uomini di taglia, e buona parte del bagaglio e delle artiglierie. Questi furono i motivi per li quali il senato veneto mise in dubbio la fede del marchese di Mantova. Ma non fu per ora accettata la rinunzia del marchese di Mantova; e perch'egli se ne andò a casa, fu eletto da' Veneziani per vicegenerale il _Gattamelata_. Mancò di vita nel dì 8 di dicembre dell'anno presente[2735] _Sigismondo imperadore_, lasciando dopo di sè una gloriosa memoria d'essere stato principe piissimo, prudentissimo, e di liberalità che s'accostava all'eccesso, massimamente verso de' poveri. Fu non di meno notata da Enea Silvio[2736] la di lui incontinenza; del qual vizio macchiò sopra modo la propria fama anche _Barbara_ Augusta di lui moglie. Lasciò erede de' suoi regni di Boemia ed Ungheria _Alberto duca_ d'Austria genero suo. Se crediamo al Rinaldi[2737], ribellatosi in quest'anno a _papa Eugenio Pirro abbate_ casinense, castellano della fortezza di Spoleti, fu quivi assediato dagli Spoletini. In aiuto di lui chiamato nel mese di maggio _Francesco_ figliuolo di _Niccolò Piccinino_, costui, a tradimento entrato nella città, la mise a sacco, colla morte ancora di molti di que' cittadini. Ma il Simonetta[2738] riferisce questo fatto all'anno seguente, e con più ragione.

NOTE:

[2726] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2727] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2728] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2729] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2730] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.

[2731] Poggius, Histor., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.

[2732] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.

[2733] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2734] Sanuto, Istor. Ven., tom. eod. Cron. di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2735] Bonincontrus, Annal., tom. eod.

[2736] Æneas Sylvius, Histor. Bohem. Krantzius, Thrithem., et alii.

[2737] Raynaldus, Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCCXXXVIII. Indiz. I.

EUGENIO IV papa 8. ALBERTO re de' Romani 1.