Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 98
Crebbero in quest'anno gli affanni di _papa Eugenio_[2683]. Dall'un canto l'affliggevano i Padri del concilio di Basilea, che insuperbiti faceano di mani e di piedi per abbassare l'autorità del papa, e far conoscere superiore ad essa quella del concilio generale. Andò tanto innanzi la briga, che Eugenio, colla mira di schivare uno scisma, contro sua voglia cedette ad alcune pretensioni di quei Padri: il che diede poi motivi a molte dispute fra i teologi. Dall'altra parte cresceva la persecuzione fatta agli Stati della Chiesa dal conte _Francesco Sforza_[2684]. Coll'acquisto della Marca avea questi rallegrata non poco ed accresciuta la sua armata, e però durante il verno passò nell'Umbria, con occupar Todi, Amelia, Toscanella, Otricoli, Mogliano, Soriano ed altre terre. Atterrito da questo fiero temporale il papa, altro mezzo non seppe trovare per quetarlo, che quello di trattare un accordo[2685]. Spedì pertanto allo Sforza il suo segretario _Biondo da Forlì_, storico rinomato; e la conchiusione del trattato fu, che Eugenio concedette al conte Francesco in vicariato, sua vita natural durante, la marca d'Ancona, nel dì 25 di marzo; e per maggiormente impegnarlo alla propria difesa, il creò gonfaloniere della Chiesa romana. Si accinse in fatti lo Sforza a sostenere gl'interessi del papa; e perchè _Niccolò Fortebraccio_ tenea stretta Roma, inviò due mila cavalli sotto il comando di _Lorenzo Attendolo_ e di _Leone Sforza_ suo proprio fratello in soccorso a _Micheletto Attendolo_, generale in questi tempi del papa. Andarono queste genti all'assedio di Tivoli, dove s'era fortificato il Fortebraccio, il quale da lì a non molto attaccò una battaglia, e n'ebbe la peggio. Portossi lo stesso conte Francesco all'assedio di Montefiascone, e l'avrebbe astretto alla resa, qualora _Filippo Maria Visconte_ non avesse imbrogliate le scritture. S'ebbe questi forte a male che il conte Francesco avesse abbracciato contro la sua mente il partito del papa. Per quanto dunque fu creduto, ricorse ad un altro ripiego a fin di salvare le apparenze, e di far del male, secondochè sospirava, all'odiato pontefice. Cioè operò che i Perugini, ossia che avessero, oppure che fingessero d'aver paura del conte Francesco Sforza, chiamassero in loro aiuto _Niccolò Piccinino_ lor concittadino[2686], il quale, mostrando di voler trasferirsi per bisogno di sua sanità ai bagni di Petriuolo, ottenne da' Fiorentini il passaggio di secento cavalli, ed altri cinquecento ne fece marciare per la Romagna. Giunto che fu il Piccinino, correndo il mese di maggio, in quelle parti, arrestò i disegni dello Sforza, e cominciò a camminar d'intelligenza con Niccolò Fortebraccio, il quale, ricevuto un rinforzo di gente da Viterbo, più che mai si diede ad inquietare ed angustiare i Romani. Ordiva egli nello stesso tempo delle trame co' Ghibellini di quell'augusta città, di modo che, sollevatosi il popolo romano nel dì 29 del mese suddetto, ed attizzato spezialmente da' Colonnesi[2687], andò furiosamente a lamentarsi al papa delle vessazioni che lor conveniva di sofferire pel suo mal governo, e a far istanza che egli concedesse loro il reggimento temporale della città. Tanto il duca di Milano, quanto il concilio di Basilea fu creduto che segretamente soffiassero in questo fuoco. Andò tanto innanzi l'ardire de' Romani, che non solamente fecero prigione _Francesco Condolmieri cardinale_, e nipote d'esso papa, ma anche misero le guardie al palazzo del pontefice medesimo, abitante allora a' Santi Apostoli, ritenendolo anch'esso come prigioniere[2688]. Ebbe la fortuna papa Eugenio nel dì 18 di maggio di potersene fuggire travestito con due soli compagni da monaco Benedettino, ossia de' minori osservanti, e di potersi imbarcare in uno schifo, oppur brigantino. Accortisi di sua fuga i Romani, il perseguitarono e balestrarono molto per le rive del Tevere; ma volle Dio che sano e salvo egli pervenisse ad una galea che l'aspettava in mare di là da Ostia[2689]. Adagiatosi in essa pervenne egli nel dì 12 di giugno a Livorno, da dove passò poi a Firenze nel dì 25, accolto con grande onore da quel popolo.
Restò dunque Roma in potere di _Niccolò Fortebraccio_, ma con poco gusto di que' cittadini[2690]; imperocchè dall'una parte _Micheletto_ e _Lorenzo_ da Cotignola con _Leone Sforza_, e dall'altra il castellano di Sant'Angelo li tormentarono sì fattamente con saccheggi e morti, che cominciarono dopo alcun mese a desiderare e a parlar d'accordo. Pertanto nel dì 26 d'ottobre _Giovanni de' Vitelleschi_ Vescovo di Recanati e il vescovo di Turpia[2691] ripigliarono, di consenso de' Romani, il possesso e dominio di Roma a nome del papa. Furono assai vicine in questi tempi l'armata del conte _Francesco Sforza_ unito con _Micheletto Attendolo_ dall'una parte, e dall'altra quella di _Niccolò Piccinino_ congiunto con _Niccolò Fortebraccio_, a venire alle mani fra loro[2692]; e succederono anche molti movimenti delle lor armi; ma, interpostisi gli ambasciatori del duca di Milano, seguì fra loro una specie di concordia, per cui si obbligò il Piccinino di non impacciarsi nelle cose di Roma. Mentre da quella parte erano sotto il peso dell'armi gli Stati della Chiesa, si accese un altro incendio in Romagna[2693]. Nel dì 21 di gennaio, essendosi sollevato il popolo minuto d'Imola, tolse quella città alle genti del papa, e chiamò colà le milizie del duca di Milano, che stanziavano a Lugo: il che diede motivo a _Guidantonio dei Manfredi_ signor di Faenza di far guerra a quella città, e di occupar quasi tutte le castella del di lei contado. Per questa novità non meno i Veneziani che i Fiorentini, spinti massimamente dalle istanze del papa, strepitarono forte, lamentandosi che l'incontentabil duca di Milano avea chiaramente contravvenuto ai capitoli dell'ultima pace. E perchè anche in Bologna vi erano dei cattivi umori per cagion della fazione allora dominante dei Canedoli, spedirono i Veneziani sul territorio bolognese _Gattamelata_ lor capitano con mille lancie, acciocchè tenesse l'occhio addosso a Bologna, intendendosi col governatore di quella città, che era allora il vescovo d'Avignone. Gattamelata senz'altre cerimonie s'impadronì di Castelfranco, di Manzolino e della rocca di San Giovanni in Persiceto; ed, essendo capitato nel dì 13 di giugno ad essa terra di San Giovanni Gasparo fratello di Batista da Canedolo con cinquecento cavalli, venendo dai servigi della repubblica veneta, il Gattamelata il fece prigione con tutta quella gente. Si sollevarono per questo i Canedoli in Bologna; e, dopo aver preso il governator pontifizio, introdussero in città ducento cavalli del duca di Milano. Trattossi poi d'accordo cogli ambasciatori del papa; ma perchè non fu rilasciato Gasparo di Canedolo, non ebbe effetto il trattato. Intanto nuova gente venne da Venezia a Gattamelata sul Bolognese e in Romagna, che occupò Castel Bolognese, Castello San Pietro ed altri luoghi. I Fiorentini vi spedirono anch'essi _Niccolò da Tolentino_ colle lor soldatesche; e nel medesimo tempo il duca di Milano, oltre all'avervi inviata gente dal canto suo, richiamò anche _Niccolò Piccinino_ colle sue squadre dalle terre del Patrimonio[2694]. Venne il Piccinino a postarsi ad Imola, e dopo varii piccioli fatti, nel dì 28 di agosto, siccome capitano accortissimo e maestro di guerra, avendo con falsi assalti tirata di qua da un ponte fra Imola a Castel Bolognese parte dell'esercito collegato de' Veneziani co' capitani stessi; e fatto da' suoi occupare quel medesimo ponte, non durò gran fatica a sbaragliar questo corpo. Dopo di che marciò di là dal ponte, e sconfisse il resto dell'armata nemica. Segnalatissima fu questa vittoria, minutamente descritta dall'Ammirati[2695], perchè il campo dei Veneziani e Fiorentini era composto di sei mila cavalli e tre mila fanti; e, secondo la Cronica di Bologna[2696], fu creduto che appena ne scampassero mille cavalli, restando gli altri prigionieri; e fra questi ultimi si contarono[2697] lo stesso Niccolò da Tolentino generale de' Fiorentini, che morì poi, o fu fatto morire, _Pietro Gian Paolo degli Orsini, Astorre de' Manfredi_ di Faenza, _Cesare da Martinengo_, ed altri condottieri d'armi. Ebbero la fortuna di salvarsi _Gattamelata, Guidantonio de' Manfredi_ signor di Faenza e _Taddeo marchese_. Spese poscia il Piccinino i due seguenti mesi in liberar da' nemici varie castella del Bolognese.
In Firenze nel dì 26 di settembre gran tumulto fece quel popolo[2698], e fu richiamato dall'esilio _Cosimo de Medici_ con altri confinati. E perocchè la rotta data dal Piccinino in Romagna avea di molto esaltato il duca di Milano[2699], i Fiorentini cercarono di condurre al servigio loro e della lega il conte _Francesco Sforza_, già divenuto marchese della marca d'Ancona. Questi si trovava allora di stanza a Todi, e, quantunque gli stessero davanti agli occhi i vantaggi che sperava dal duca di Milano coll'accasamento di _Bianca_ di lui figliuola, pure, considerando che il Piccinino gli andava avanti nella grazia del duca, e che a lui, e non a sè, verrebbe raccomandato il comando dell'armata, antepose all'incertezza delle speranze dell'avvenire la certezza dei presenti vantaggi: e tanto più perchè gli premeva di conservare l'acquistato dominio della Marca, di tenersi amico il papa co' Fiorentini, e di conservare il grado di gonfalonier della Chiesa[2700]. Pertanto si acconciò al servigio loro con ottocento cavalli e cinquecento fanti. Il Simonetta[2701] parla di tre mila cavalli e di mille fanti, e che ad esso conte Francesco fu promesso il generalato dell'armata de' collegati. Da molto tempo signoreggiava la famiglia de' _Varani_ in Camerino. Per opera di _Giovanni de Vitelleschi_ da Corneto vescovo di Recanati, e poi patriarca d'Alessandria, personaggio che per la sua superbia e crudeltà sfregiò di molto il pastorale e la mitra, fu ucciso _Giovanni Varano_ da due suoi fratelli, e a _Pietro Gentile_ altro lor fratello dallo stesso Vitellesco tolta fu la vita. Non passò molto che i due fratelli uccisori, cioè _Gentile Pandolfo e Berardo_, furono trucidati dal popolo di Camerino: con che i Varani perderono quella signoria, e i Camerinesi si fecero tributarii del conte _Francesco Sforza_ con permissione di governarsi colle loro leggi. V'ha chi mette questo fatto sotto il precedente anno. Per alcun tempo avea _Amedeo VIII_ duca primo di Savoia e principe di Piemonte[2702] gloriosamente e saviamente governati i suoi Stati, quand'ecco che nel novembre dell'anno presente, dato un calcio alle grandezze terrene, e rinunziato il governo ai due suoi figliuoli _Luigi_ e _Filippo_, si ritirò in un romitaggio a Ripaglia presso il lago di Ginevra, ed ivi istituì l'ordine di San Maurizio. Fra poco vedremo questo principe in una positura ben diversa. Guerra intanto era nel regno di Napoli[2703]. Sovvertita la _regina Giovanna_ da' suoi consiglieri, cioè da gente invidiosa del potere e delle ricchezze di _Gian Antonio Orsino_ principe di Taranto, ch'era allora il primo barone del regno, gli mosse guerra. Il _re Lodovico d'Angiò_, dimorante allora in Calabria, per ordine della regina menò contra di lui mille e cinquecento cavalli ed altrettanti pedoni. Tre altri mila cavalli condusse a questa impresa _Jacopo Caldora_, allora duca di Bari e signor dell'Abbruzzo; e la regina vi mandò cinque altri mila cavalli. Contra di questo torrente fece quanta difesa potè il principe di Taranto, aiutato da Gabriello Orsino duca di Venosa suo fratello; pure passavano male i suoi affari, ed era, dopo aver perduto alcune città, in pericolo di rimanere spogliato di tutto, essendo anche stato assediato in Taranto. Ma venuto il novembre, fu sorpreso da gagliarde febbri il re _Lodovico_, ed, essendo passato al castello di Cosenza in Calabria, verso la metà di quel mese passò a miglior vita: principe per le sue rare qualità compianto da tutti, e spezialmente dalla regina, ben pentita d'averlo trattato sì male per tanto tempo, con tenerlo lungi da sè. Aveva egli sposata in questo o nel precedente anno _Margherita_ figliuola del suddetto _Amedeo duca_ di Savoia, e sorella di _Maria duchessa_ di Milano, ed avea anche impiegata o gittata buona parte della dote nella spedizione suddetta[2704]. Divenne poi questa principessa in seconde nozze moglie di _Lodovico duca_ di Baviera, conte palatino del Reno. Per la morte di questo principe, e perchè _Jacopo Caldora_, sazio sino alla gola di prede, s'era ritirato a Bari, respirò alquanto il principe di Taranto; e con quelle poche genti che avea, uscito in campagna nel verno, in meno d'un mese ricuperò tutte le terre perdute: frutto massimamente delle sue amabili maniere, e della sua onoratezza e giustizia.
NOTE:
[2683] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2684] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2685] Blondus, Dec. II, lib. 5.
[2686] Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 20.
[2687] Raynaldus, Annal. Eccl. Blondus, et alii.
[2688] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2689] Anonimo, Ist. di Firenze, tom. 19 Rer. Ital.
[2690] Stephan. Infessuta Diar.
[2691] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.
[2692] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2693] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2694] Poggius, Histor., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2695] Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 20.
[2696] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2697] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2698] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Italic.
[2699] Ammirati, Istor. di Fir., lib. 20.
[2700] Sanuto, Istor. di Venez., tom. 22 Rer. Ital.
[2701] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.
[2702] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2703] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Bonincont. Annal., tom. eod.
[2704] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoje, tom. 1.
Anno di CRISTO MCCCCXXXV. Indiz. XIII.
EUGENIO IV papa 5. SIGISMONDO imperadore 3.
Confermarono in quest'anno i Veneziani e Fiorentini la lega loro per dieci anni avvenire, per opporsi allora e dipoi agl'inquieti pensieri del duca di Milano[2705]. Ma il manieroso _Niccolò marchese_ d'Este e signor di Ferrara, eletto dalla provvidenza per dare ne' tempi addietro la pace all'Italia, questa volta ancora si sbracciò per ismorzar la nuova insorta guerra. Il credito della sua onoratezza in sì fatti maneggi animò il papa e tutte le altre potenze guerreggianti a compromettere in lui le lor differenze[2706]: laonde nel dì 10 d'agosto furono segnati gli articoli della pace, vantaggiosi al papa, come si può vedere nella Storia del Biondo[2707]; per li quali cessò la guerra di Romagna, Imola fu restituita al papa, e Bologna anch'essa si ridusse alla di lui ubbidienza. Tornò allora in essa città _Antonio de' Bentivogli_ capo di sua fazione con altri fuorusciti, e quantunque non ribello del papa, anzi in addietro sempre a lui aderente, pure nel dì 23 di dicembre, per ordine di Baldassare di Offida ministro pontificio essendo stato preso, gli fu iniquamente e senza misericordia tagliata la testa. Per questo fatto tirannico fu vicina a ribellarsi di nuovo la città di Bologna. Gran festa nel gennaio del presente anno[2708] fu fatta in Ferrara per le nozze di _Lionello_, figliuolo del _marchese Niccolò_ d'Este, con _Margherita_ figliuola di _Gian-Francesco da Gonzaga_ marchese di Mantova. _Marsilio da Carrara_, unico figliuolo legittimo di _Francesco II_ già signore di Padova[2709], fin qui avea menata vita privata e quieta, guardandosi dall'insidie di chi potea desiderar la sua morte. L'andò a cercare egli stesso nel marzo di quest'anno coll'avere ordito in Padova un trattato con alcuni di que' cittadini, che gli doveano aprire una porta e far ribellare la città. Nell'andare colà, ossia che fosse tradito da un suo compadre, oppure che i villani del Vicentino il riconoscessero, fu preso, e pagò colla testa l'infelice esito de' suoi disegni: alla qual pena soggiacquero ancora non pochi de' congiurati padovani. Prima poi che seguisse la sopra mentovata pace[2710], il conte _Francesco Sforza_ generale della lega era venuto in Romagna colle sue genti con disegno di opporsi a _Niccolò Piccinino_ spedito colà dal duca di Milano. Per la di lui lontananza incoraggito _Niccolò Fortebraccio_ nemico del papa, con una marcia sforzata arrivò addosso a _Leone Sforza_, lasciato dal conte Francesco suo fratello a Todi con mille cavalli e cinquecento fanti per guardia de' suoi Stati, e il fece prigione coi più del suo seguito. Dopo di che stese le conquiste e i saccheggi nel territorio di Camerino, minacciando anche il resto della Marca. Fu da ciò obbligato il conte Francesco a volare colà. Spedito _Alessandro Sforza_ suo fratello con _Taliano Furlano_ contra d'esso Fortebraccio, che assediava allora Capo del Monte, su quel di Camerino attaccò la battaglia. Andò in rotta l'armata di Fortebraccio, ed egli stesso mortalmente ferito finì da lì a poco di vivere. Rallegrate le milizie vincitrici del conte col ricchissimo bottino, furono appresso condotte ad Assisi, già occupato dal suddetto Fortebraccio. Si rendè al papa quella città, e Leone fratello del conte fu rimesso in libertà.
Ma quello che più strepitoso riuscì nell'anno presente ci vien suggerito dalla Storia di Napoli[2711]. Poco stette la regina di Napoli _Giovanna II_, inferma da qualche tempo, a tener dietro al defunto suo figliuolo adottivo _Lodovico d'Angiò_. Mancò ella di vita nel febbraio, con lasciar erede _Renato_ ossia _Rinieri d'Angiò _fratello di Lodovico. Vi fu chi pretese ingiusto quel suo testamento. Dimorando allora in Sicilia _Alfonso re d'Aragona_, teneva sempre gli occhi aperti sopra i fatti del regno di Napoli, e già era nel suo partito _Gian-Antonio degli Orsini_ principe di Taranto col duca di Sessa e con altri baroni. Trovossi allora diviso il regno in varie fazioni. _Papa Eugenio IV_, pretendendolo devoluto alla santa Sede, non solamente spedì colà i monitorii, ma diede ordine a _Giovanni Vitellesco_ di entrarvi coll'armi pontificie; nè gli mancava il suo partito. La città di Napoli con assai altre città e baroni teneva quello degli Angioini. E in terzo luogo, siccome ho detto, facendo il re Alfonso valere l'adozione già di lui fatta, benchè ritrattata dalla regina, ed assistito da molti di sua fazione, si mise in punto per ottener colla forza ciò che gli era contrastato dalle altre contrarie fazioni. Unita dunque una possente flotta, andò a sbarcare nel regno di Napoli, e a congiugnersi col duca di Sessa: nel qual tempo _Jacopo Caldora_ e _Michele Attendolo_ assediavano Capoa, occupata dalle genti del principe di Taranto. Gran peso avrebbe dato alle armi del re Alfonso l'acquisto di Gaeta città forte e mercantile: però la strinse d'assedio per mare e per terra, e cominciò a bersagliarla colle bombarde. Non sapendo i Gaetani, mal preparati alla difesa, a chi ricorrere, spedirono per aiuto a Genova. Nemici capitali dei Catalani erano da gran tempo i Genovesi; e questo motivo aggiunto alle esortazioni del duca di Milano loro signore, che si dichiarava malcontento del re Alfonso, bastò per muoverli[2712]. Dopo aver dunque spedite due galee in soccorso di quella città, fecero un armamento di tredici grosse navi sotto il comando di _Luca Asereto_, valente maestro di guerra nelle armate di mare, e quello inviarono nel dì 22 di luglio alla volta di Gaeta. Appena ebbe l'animoso re Alfonso inteso l'avvicinamento di questa flotta, che in persona salì sulla propria, e si dispose per incontrare i nemici. Era essa composta di quattordici grosse navi e di undici galee, sopra le quali lo stesso re con tutta la nobiltà sua e dei baroni regnicoli, e con circa undici mila combattenti andarono come ad un sicuro trionfo, stante la troppa loro superiorità di forze. Le grida e le ingiurie, colle quali assalirono l'armata genovese, diedero, nel dì cinque d'agosto verso l'Isola di Ponza il principio alla terribil battaglia che quasi dal nascere del sole durò sino al suo tramontare. In essa fecero di grandi prodezze le milizie del re Alfonso; ma non si può abbastanza descrivere la bravura de' Genovesi, a' quali venne fatto di pienamente sconfiggere la contraria armata[2713], e di far prigione lo stesso re _Alfonso, Giovanni re di Navarra_ ed _Arrigo gran mastro_ di San Jacopo suoi fratelli, _Gian-Antonio Orsino_ principe di Taranto, _Jacopo Marzano duca_ di Sessa, _Angelo Gambatesa conte_ di Campobasso, _Onorato Gaetano conte_ di Morcone, ed altri non pochi signori, de' quali tralascio il nome. Delle quattordici navi del re una sola si salvò, in cui era l'infante _don Pietro_ suo fratello.