Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 97

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Erasi già cominciato in Basilea il concilio generale, ed ogni dì più andava crescendo il concorso de' Padri[2648]; ma poco stette _papa Eugenio_ a pentirsi di averlo permesso in luogo, dove non poteva egli quel che voleva, perchè que' Padri diedero per tempo a conoscere voglia di limitare l'autorità del papa, e di attribuirsi una specie di superiorità sopra di lui. Per questo il pontefice determinò di chiamare a Bologna quel concilio, e ne mandò l'ordine al _cardinal Giuliano_ legato. Ma quei Padri, assistiti dal re dei Romani e da varii altri potentati, furono di sentimento diverso, e vollero continuar le loro sessioni in Basilea; dal che nacque dissensione fra essi e il papa. Di più non ne dico, rimettendo il lettore in questo proposito alla storia ecclesiastica e agli atti di quel concilio. Era calato, siccome già accennai, il _re Sigismondo_ per portarsi anche a Roma a prendere la corona imperiale; ma ritrovò anch'egli degli ostacoli a' suoi disegni. Il papa, oltre all'essere Veneziano, cioè di nazione allora nemica di _Filippo Maria_ duca di Milano, avea de' particolari motivi di sdegno contra di lui, perchè o credea o sapea di certo che nella guerra fattagli nell'anno precedente dai Colonnesi esso duca avea avuta mano. E veggendo ora Sigismondo sì attaccato ad esso duca di Milano, non sapea escludere i sospetti della di lui venuta a Roma. Incagliossi per questo il viaggio di Sigismondo[2649], il quale da Milano passò a Piacenza, e quindi a Parma, con far delle lunghe posate in quelle città. Nè sussiste, come si pensò Benvenuto da San Giorgio, che egli portatosi nel Monferrato, vi soggiornasse gran tempo. Andossene dipoi a Lucca, menando seco ottocento cavalli ungheri e secento del duca di Milano. Il Poggio[2650] gli dà due mila tra cavalieri e fanti di suo seguito. Una delle maggiori premure di questo buon principe era quella di quetare i rumori dell'Italia, e si era anche esibito con calde lettere a trattar la pace fra il duca di Milano e i collegati avversarii. Ma egli ritrovò molto sconcertate le cose in Toscana. Militavano allora contra de' Fiorentini le milizie del duca suddetto e dei Sanesi sotto il comando di _Alberico conte_ di Lugo[2651], con cui erano _Bernardino dalla Carda_ degli Ubaldini, _Lodovico Colonna_, _Antonio Petrucci_, _Ardizzon da Carrara_ ed altri capitani, ma discordi fra loro. _Michele Attendolo_ da Cotignola generale de' Fiorentini, e _Niccolò da Tolentino_ lor capitano seppero ben profittare della lor disunione; imperocchè nel dì primo di giugno[2652] venuti con loro alle mani, li sbaragliarono, e fecero prigionieri più di mille cavalli. Io non so come tutto al rovescio è raccontato questo fatto d'armi da Pietro Rosso nella Storia di Siena[2653]. Secondo lui, vincitori furono i Sanesi, e Niccolò da Tolentino vi fu fatto prigione. Comunque sia, nel giorno innanzi era giunto a Lucca Sigismondo, ed ebbe il dispiacere d'intendere che quasi sotto i suoi occhi passarono dopo quella vittoria i capitani de' Fiorentini a dare il guasto al territorio lucchese. Ancorchè essi Fiorentini colle parole mostrassero rispetto alla sacra di lui persona e dignità, pure coi fatti si scoprivano suoi nemici, perchè egli era tenuto per parziale del duca di Milano, e de' Sanesi e Lucchesi loro nemici. Andavano perciò meditando d'impedirgli il passo alla volta di Siena. Ma mentre van consultando, Sigismondo scortato dalle milizie sue, del duca e di Siena, si mise in viaggio, e felicemente arrivò nel dì 11 di luglio ad essa città di Siena, dove fu accolto con incredibil onore e magnificenza da quel popolo, che l'aspettava a braccia aperte. Fermossi Sigismondo tutto il resto dell'anno in quella città, perchè non s'accordavano le pive del papa, con aggravio e doglianze non poche del popolo sanese, a cui costava troppo la sì lunga visita di questo principe, trattando egli intanto di pace, ed ascoltando gli ambasciatori de' Fiorentini, ma senza cavarne alcun sugo. Altri avvenimenti di guerra spettanti a quest'anno in Toscana riferisce il Rossi sopra mentovato nella Storia di Siena, che non occorre rapportar nella mia.

Quanto alla guerra di Lombardia, incredibile strepito fece in Italia ciò che in quest'anno accade al _conte Francesco Carmagnola_ generale della veneta armata, il più accreditato capitano che si avesse allora l'Italia, ma famoso ancora per la sua superbia, onde era probabilmente proceduta anche la sua caduta dalla grazia del duca di Milano. Le ommissioni da lui commesse negli infausti avvenimenti dell'armi venete dell'anno precedente fecero nascere così gagliardi sospetti della sua lealtà nell'animo di chi reggeva quella repubblica, che nel dì 8 d'aprile[2654] fu risoluto nel loro consiglio di levargli non solamente il comando, ma, per maggior sicurezza, anche la vita. In questi tempi era in Venezia ordinariamente una specie di reato il perdere una battaglia, e gli sventurati capitani si doveano aspettare qualche gastigo. Mandato a chiamare il Carmagnola che venisse a Venezia col pretesto di voler udire il di lui parere intorno alla pace che se gli rappresentava vicina, andò egli francamente colà, onorato per tutto il cammino; ma vi trovò la prigione che l'aspettava. Fu messo ai tormenti, cioè a quella crudele e dubbiosa via di ricavar la verità dei delitti; e scrivono che egli in fine confessò il fallo della sua corrotta fede, senza che si dica se avessero sicure pruove in mano per convincerlo di questo reato. Può essere che le facessero. Il perchè collo sbadaglio in bocca condotto fra le colonne della piazza di San Marco, quivi lasciò egli miseramente la testa sopra un palco nel dì 5 di maggio[2655]. Grandi furono le dicerie per questo, credendo molti che non sarebbe venuto a tal determinazione quel saggio senato senza buone ragioni; ed altri, che per soli sospetti e per paura di sua possanza si sbrigassero di questo eccellente capitano; e pretendendo altri che almeno meritasse di finir la sua vita in una prigione chi avea prestato sì rilevanti servigi a quella signoria. Di sua morte al certo pare che avesse occasione di rallegrarsi non poco il duca di Milano, per veder tolto a sè un sì pericoloso nemico, e a' Veneziani un capitano sì prode. Fu poscia eletto generale dell'esercito _Gian-Francesco da Gonzaga_ signore di Mantova, il quale nell'anno presente collo sborso di dodici mila fiorini d'oro conseguì dal re de' Romani il titolo di marchese di Mantova. Giunto questo nuovo generale all'esercito della repubblica, vi trovò cavalli nove mila e secento, fanti otto mila, balestrieri ottocento, cernide sei mila, ed infiniti partigiani; ma niuna rilevante impresa fece egli in tutto quest'anno, fuorchè la presa di Soncino e d'alcune picciole terre. Nè dal canto del duca di Milano s'udì veruna bravura, eccettochè una vittoria riportata da _Niccolò Piccinino_ in Valtellina, provincia spettante in addietro ad esso duca, ed occupata allora dall'armi venete. Vi era _Giorgio Cornaro_ provveditore della repubblica con grosso corpo di gente. Colà portatosi il Piccinino attaccò la mischia, ma fu costretto a ritirarsi[2656]. Vi tornò con intelligenza de' Ghibellini, ed, assaliti i Veneti, li sconfisse con tal fortuna, che pochi ne scamparono, e vi restarono presi lo stesso Cornaro provveditore, _Taddeo marchese_ d'Este, _Taliano Furiano, Cesare da Martinengo_ e molti altri condottieri d'armi. Il rumore di tal vittoria andò crescendo per via di sì fatta maniera, che l'autore della Cronica di Ferrara[2657] ebbe a scrivere, aver in essa i Veneziani perduto tra morti e prigioni circa nove mila persone. Anche l'Ammirati[2658] fa ascendere il danno loro a tre mila cavalli e quattro mila fanti. Fu anche guerra in Val Camonica, la quale, secondo il Sanuto, venne in potere de' Veneziani, scrivendo all'incontro l'autore degli Annali di Forlì[2659] che vi furono presi e morti dalle genti del duca di Milano moltissimi de' nemici. Se crediamo al medesimo Sanuto, _Gian-Giacomo marchese_ di Monferrato, già spogliato de' suoi Stati dal duca, fu in quest'anno rimesso in sua grazia colla restituzione di quanto avea perduto. All'interposizione di _Sigismondo re_ dei Romani venne attribuita questa concordia. Ma ciò non sussiste, ed è da vedere il Guichenon[2660], che mostra tal restituzione effettuala solamente in vigor della pace, di cui parleremo all'anno seguente, e con varie difficoltà ancora in contrario nell'esecuzione della medesima.

Ebbero non poche molestie nell'anno presente i Genovesi[2661] da una poderosa flotta di galee spedite da Venezia contra di loro, che andarono scorrendo per quelle riviere, e mettendo i luoghi men forti a sacco coll'assistenza dei Fregosi e d'altri fuorusciti di Genova. Talmente si difesero quei cittadini, che neppure riuscì ai nemici di prendere la assediata terra di Sestri di Levante, e diedero ancora delle busse ai fuorusciti che erano assai forti in terra. Nel dì 9 di ottobre[2662] venne a morte _Galeotto Roberto Malatesta_ signore di Rimini, principe riguardevole per la sua piissima vita. E perchè in questi tempi ci volea poco a conseguir dai popoli il titolo di beato, gli fu esso accordato dai Forlivesi. Al _Malatesta_ signore di Pesaro tolta fu nel dì 18 d'agosto quella città dalle genti della Chiesa: laonde i Malatesti si ritirarono a Fossombrone. Quanto al regno di Napoli, l'avea fin qui dispoticamente governato _Ser-Gianni Caracciolo_ gran senescalco, tenendo come schiava la _regina Giovanna_[2663]. Non contento di averne ricevuto in dono Capoa e molte altre terre, s'invogliò ancora del principato di Salerno; e perchè la regina non condiscese a concederglielo, siccome uomo superbo, usò parole disoneste contra di lei. Coloro che l'odiavano, ed erano la maggior parte dei nobili napoletani, e massimamente _Ottino de' Caraccioli_ Rossi e la duchessa di Sessa, si servirono di questa congiuntura per atterrarlo; e tanto menarono, che la regina s'indusse a rilasciar l'ordine di farlo prigione. Ciò bastò ai congiurati per andare una notte a svegliarlo, e a trucidarlo a colpi di stocco, con rappresentar poi alla regina, la quale sommamente se ne afflisse, ciò essere succeduto perch'egli s'era messo in difesa. Furono poscia imprigionati Troiano suo figliuolo, e molti altri Caraccioli suoi attinenti, e saccheggiate le lor case. La Vita di Ser-Gianni scritta da Tristano Caracciolo fu da me pubblicata nella mia Raccolta _Rer. Ital._ Allora l'ambiziosa duchessa di Sessa cominciò a padroneggiar nella corte, nè permise che più venisse a Napoli il _re Lodovico_ d'Angiò tuttavia dimorante in Calabria, ma in basso stato, con tutto che egli si figurasse venuto per lui il buon tempo, e si fosse messo in punto per trasferirsi a Napoli[2664]. Era intanto approdato a Messina nel dì 6 di giugno dell'anno presente _Alfonso re_ d'Aragona con ventidue galee e con alcune navi grosse. Sul principio d'agosto, rinforzata che ebbe con altri legni e con gran concorso di Siciliani quella flotta, fece vela verso Malta, e andò poscia a piombare addosso all'isola delle Gerbe in Africa. Ossia ch'egli non trovasse i suoi conti coi Mori padroni dell'isola, oppure che all'avviso delle mutazioni accadute in Napoli si risvegliassero le speranze sue di riacquistar ivi il dominio perduto, e tanto più perchè segretamente era favorito dalla duchessa di Sessa: se ne tornò in Sicilia nel mese d'ottobre, e dispose i suoi affari per passare in regno di Napoli. Nel dì 20 di dicembre arrivò ad Ischia, e quivi si fermò, aspettando d'udire se alla prefata duchessa riusciva di farlo adottar di nuovo per figliuolo della regina. Ma _Urbano Cimino_, che stava sempre all'orecchio d'essa regina, ed era tutto per Lodovico d'Angiò, ebbe maniera di sventar ogni mina della duchessa.

NOTE:

[2648] Raynald., Annal. Eccles.

[2649] Blondus, lib. 5, Dec. 3. Sabellicus, Platina, et alii.

[2650] Poggius, Hist., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.

[2651] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic. Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2652] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 20.

[2653] Petrus Russ., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Italic.

[2654] Sanuto, Istor. Venet., tom. 23 Rer. Ital.

[2655] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2656] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2657] Cronica di Ferrara, tom. 25 Rer. Ital.

[2658] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.

[2659] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2660] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.

[2661] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2662] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2663] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2664] Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXIII. Indiz. XI.

EUGENIO IV papa 3. SIGISMONDO imperatore 1.

Coll'essersi fermato in Siena quasi un anno _Sigismondo re_ de' Romani, convertì le brevi benedizioni di quel popolo in maledizioni senza fine, stante lo strabocchevol aggravio che lor dava la sì lunga permanenza non meno di questo principe, che della sua corte e gente di armi[2665]. Maneggiava egli intanto i suoi interessi con _papa Eugenio IV_ per ottener la corona imperiale; e finalmente dopo essersi spianate tutte le difficoltà che il sospettoso pontefice avea frapposto, e dopo essersi conchiusa la pace fra le potenze guerreggianti, egli da Siena si mosse alla volta di Roma. Seguì, dissi, la pace fra i Veneziani e Fiorentini dall'una, e _Filippo Maria Visconte_ duca di Milano dall'altra, e i lor collegati, per opera spezialmente dì _Niccolò marchese_ d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio. Erasi questo principe acquistato già il credito di paciere d'Italia colla sua onoratezza e destrezza: e siccome amico d'ognuno, e neutrale nell'ultima guerra, cotante istanze fece, che ognuno de' principi interessati in essa discordia spedì a Ferrara i suoi ambasciatori per trattare d'accordo sotto la sua mediazione[2666]. Quivi si trovava ancora _Luigi marchese_ di Saluzzo, suocero dello stesso marchese Niccolò, che unì i suoi uffizii a sì lodevole impresa. Dopo essersi dunque digeriti tutti i punti della controversia dai due marchesi arbitri, finalmente nel dì 26 d'aprile furono sottoscritti gli articoli della pace. Marino Sanuto[2667] e il Corio[2668] la fanno conchiusa alcuni giorni prima. In vigor di essa tanto il duca di Milano, quanto i Veneziani, Fiorentini, Sanesi, Lucchesi ed altri collegati restituirono le terre occupate nella ultima guerra. Il solo _Gian-Giacomo marchese_ di Monferrato ebbe molto a penare a vedersi rimesso interamente in possesso di tutte le terre a lui tolte dal duca di Milano, e delle altre raccomandate ad _Amedeo duca_ di Savoia. Promossero amendue varie difficoltà, e tirarono in lungo il più che poterono la restituzione, con essere stata obbligata per questo la repubblica veneta a spedire più ambasciatori a fin di sostenere questo suo malconcio collegato. Intorno a ciò son da vedere Benvenuto da San Giorgio storico monferrino[2669] e il Guichenone storico della real casa di Savoia[2670], che son ben discordi nella lor relazione. Ora dappoichè fu ritornata la calma in Toscana e Lombardia[2671], _Sigismondo re_ de' Romani, d'Ungheria e di Boemia si mise in cammino verso Roma, dove pervenne nel dì 21 di maggio, accolto con gran magnificenza dal popolo romano, e con affetto paterno da _papa Eugenio_. Nel giorno ultimo dello stesso mese, festa della Pentecoste, seguì nella basilica vaticana la solenne di lui coronazione secondo il rito consueto; laonde cominciò egli ad usare ne' suoi diplomi il titolo d'imperador de' Romani, non usato fin qui dagli eletti se non dopo aver ricevuta la corona romana[2672]. Partito di Roma nel mese d'agosto, venne per Perugia, e poscia a Rimini, e per la Romagna, dove fece varii cavalieri; e nel dì 9 di settembre pervenne a Ferrara[2673], dove fu magnificamente ricevuto ed alloggiato dal marchese Niccolò, e diede l'ordine della cavalleria ad _Ercole_ e _Sigismondo_ figliuoli legittimi di esso marchese, e a _Lionello, Borso_ e _Folco_ bastardi del medesimo. Passò poscia a Mantova, e quivi, oltre all'aver dato, siccome accennai poco fa, a _Gian-Francesco_ signore di quella città il titolo di marchese, stabilì ancora le nozze di _Lodovico_ di lui figliuolo con _Barbara_ figliuola del marchese di Brandeburgo. Osserva il Corio[2674] con altri che Sigismondo entrò in Italia amico del duca di Milano, e ne partì nemico. Per lo contrario, al suo arrivo parea mal soddisfatto di papa Eugenio e de' Veneziani, ma loro amico se ne ritornò in Germania. Andossene dipoi a Basilea, dove quel concilio avea già mosse delle insolite pretensioni contra di papa Eugenio, con aver anche tirato nel loro parere il _cardinal Giuliano_ legato presidente di quella sacra assemblea. Sostenne esso imperadore la dignità pontificia contra di que' sediziosi. Ma di queste controversie non è mio assunto il trattare, rimettendone la conoscenza alla storia ecclesiastica.

Non bollivano intanto in cuor di _Filippo Maria_ duca di Milano se non sospetti e pensieri di vendette. Fra gli altri gli venne in diffidenza il _conte Francesco Sforza_, ed avea presa la risoluzione di farlo uccidere; ma, informato il conte di così perverso disegno, fondato nella sua innocenza[2675], a dirittura se n'andò a Milano, ed ebbe coll'aiuto degli amici maniera di giustificarsi e di dileguar tutte le ombre concepute del duca; il quale, mutato l'odio in amore e carezze, cominciò a riguardarlo come suo figliuolo. Era parimenti in collera esso duca contra di papa Eugenio, perchè nell'antecedente guerra avea congiunte l'armi sue con quelle de' Fiorentini ai danni del medesimo duca. Segretamente adunque s'intese col predetto Francesco Sforza, il quale, con prendere il pretesto di accorrere alla difesa degli Stati a lui spettanti in regno di Napoli, ed allora infestati da _Jacopo Caldora_, licenziato dal duca, direttamente se ne andò verso il regno per la Romagna. Nel mese di novembre passò pel Bolognese[2676], e, giunto nella marca d'Ancona, ossia perchè invitato da que' popoli, oppure per effettuar le occulte commessioni e trame del duca, cominciò colle sue genti ad insignorirsi di quella provincia, essendosi unito a lui _Lorenzo Attendolo_ da Cotignola con altre milizie. Con lettere finte mostrava egli di far quelle conquiste a nome del concilio di Basilea[2677], che l'avea rotta col papa. Alle mani di lui volontariamente venne Jesi, e per forza il Monte dell'Olmo, e quindi Osimo e Fermo colla Rocca, Recanati ed Ascoli, essendo fuggito _Giovanni Vitellesco_ governatore d'essa provincia. Anche la città d'Ancona si rendè a lui, e divenne sua tributaria. Si credeano quei popoli di darsi al duca di Milano, ma il conte chiaramente protestava di voler esserne egli signore[2678]. Udite queste nuove il duca, confortollo segretamente a continuar l'impresa. Nello stesso tempo con altre soldatesche entrarono nel ducato di Spoleti _Taliano Furlano, Antonello da Siena_ e _Jacopo da Lunato_, condottieri d'armi, allegando anch'essi, cioè fingendo, d'essere colà inviati dal concilio suddetto. Nè qui finì tutta la scena. Anche _Niccolò Fortebraccio_, soprannominato dalla Stella, dianzi capitano del papa medesimo, rivolse l'armi contra di lui, e, dopo la presa di Tivoli, cominciò ad infestare la stessa Roma. In grandi angustie ed affanni era per tali movimenti il pontefice. Rimasta in questi tempi libera dalle guerre esterne la repubblica fiorentina, ne soffrì un'interna[2679]. _Rinaldo degli Albizi_ con altri potenti, voglioso di abbattere la fazione di _Cosimo de' Medici_, il più ricco e saggio di que' cittadini, tanto fece, che _Bernardo de' Guadagni_ gonfalonier di giustizia, chiamato a palazzo esso Cosimo, il trattenne prigione. Fu in pericolo la vita di lui. Tuttavia andò a finir la tempesta in relegar lui per dieci anni a Padova, Lorenzo suo fratello per due anni a Venezia, e gli altri Medici in altre città. Fermossi, come già dicemmo, _Alfonso re_ d'Aragona ad Ischia colla sua flotta, aspettando mutazioni a sè favorevoli nella corte della regina di Napoli[2680]. Ridusse intanto alla sua divozione _Jacopo duca_ di Sessa; ma questo servì appunto a rovinare gl'interessi suoi[2681]; perciocchè _Gabella Ruffa_ duchessa di Sessa, da cui, siccome favorita della regina, dovea venire il buon vento, essendo nemica del duca suo marito, voltato mantello, impiegò tutti i suoi uffizii contra d'Alfonso. Egli dunque trovando deluse le sue speranze, fatta una tregua di dieci anni colla regina, se ne tornò schernito in Sicilia. Nel mese di dicembre[2682] _Antonio degli Ordelaffi,_ chiamato dal popolo, entrò in Forlì, e se ne fece signore, con iscacciarne la guarnigion pontificia. E _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini, unito con _Malatesta_ suo fratello, occupò la città di Cervia.

NOTE:

[2665] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2666] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2667] Sanuto, Istor. Ven., tom. eod.

[2668] Corio, Istoria di Milano.

[2669] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[2670] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.

[2671] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital.

[2672] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2673] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2674] Corio, Istoria di Milano.

[2675] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.

[2676] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2677] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2678] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2679] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 20.

[2680] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2681] Bonincontrus, Annal., tom. eod.

[2682] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXIV. Indiz. XII.

EUGENIO IV papa 4. SIGISMONDO imperadore 2.