Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 96

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Il _conte Francesco Sforza_, fatta già conoscere colla pazienza sua la sua fede ed innocenza, gli era rientrato in grazia[2607]. A lui fu data l'incombenza di soccorrere Lucca, e gran somma di danaro contata in segreto dal Petrucci, dal ministro del _Guinigi_ e, come fu creduto, anche dal duca, il quale mostrò di licenziarlo dal suo servigio, siccome capitano venturiere, la cui condotta era finita. Con quel danaro il conte Francesco rimise ben in arnese le sue veterane fedeli truppe, e ne assoldò delle altre, e poscia inviatosi alla volta della Lunigiana, come condotto al soldo del signore di Lucca, andò a piantarsi a Borgo a Buggiano. Per la venuta di questo campione sciolsero i Fiorentini l'assedio di Lucca, e si ritirarono coll'armata a Ripafratta[2608], ed intanto crearono lor generale _Guidantonio conte d'Urbino_. Di questa congiuntura si prevalsero i Lucchesi per riacquistare la lor libertà, giacchè s'intese, o fu finto, che il Guinigi trattava di vendere a' Fiorentini quella città. Intorno a ciò intesisi prima col conte Francesco, misero un dì le mani addosso al medesimo _Paolo Guinigi_, ed appresso svaligiarono tutto il suo palazzo, nel qual mentre _Ladislao_ suo figliuolo fu anche egli detenuto prigione dal conte Francesco. Il Guinigi con tutti i suoi figliuoli, per le istanze de' Lucchesi, fu condotto al duca di Milano, nelle cui carceri terminò dopo due anni i suoi giorni. Attese intanto la Sforza a ricuperare varie terre del territorio lucchese; ed è ben lecito il credere che gran somma d'oro ricavasse dai Lucchesi per averli doppiamente beneficati, liberandoli dalle unghie de' Fiorentini e dall'interno giogo tirannico del Guinigi. Il bello fu, che anche i Fiorentini, per levar di Toscana questo noioso ostacolo ai loro disegni, ricorsero alla spada d'oro, capace di tagliare ogni nodo. Per coonestare il fatto, si trovò che essendo restato creditore di settanta mila fiorini d'oro _Sforza_ padre del _conte Francesco_, se gli pagherebbe questo danaro, purchè uscisse di Toscana, e si obbligasse per alcuni mesi di non andare ai servigi del duca di Milano. Pagato il contante, egli passò in Lombardia, e colle sue genti venne ad accamparsi su quello della Mirandola. Minutamente si trova descritta questa guerra da Andrea Biglia[2609]. Indarno mandarono i Lucchesi a Firenze per placare quella signoria. Non sapeano i Fiorentini digerire di aver fatta tanta spesa contra de' Lucchesi, e che in bene de' soli Lucchesi si fosse convertito tutto il loro sforzo. Perciò partito che fu Francesco Sforza, tornarono, come prima, all'assedio di Lucca[2610], e i Lucchesi tornarono a pulsare il duca di Milano per soccorso. Perchè _Filippo Maria_ volea pure aiutarli, e nello stesso tempo parere di non intricarsi in que' fatti, permise che i Genovesi formassero una particolar lega coi Lucchesi, allegando che, secondo i lor privilegii, poteano farla[2611]. _Niccolò Piccinino_ in questi tempi attendeva a sottomettere le terre de' Fieschi e della Lunigiana al duca di Milano. Si mostrò che i Genovesi l'avessero eletto per lor capitano; e questi in fatti colle sue genti d'armi s'inviò verso Lucca, e fu a fronte del campo fiorentino, restando solamente frapposto il fiume Serchio fra le armate. Era di parere il conte di Urbino che non si togliesse battaglia. Venuto di Firenze ordine in contrario, seguì a dì 2 di dicembre un fatto d'armi funesto all'esercito fiorentino, il quale interamente fu rotto con prigionia di mille e cinquecento cavalieri, con perdita di bagaglio e di attrecci, e con altri danni. Il _conte Urbino_, _Niccolò Fortebraccio_ e gli altri capitani, ben serviti dai lor cavalli, si salvarono chi a Librafatta e chi a Pisa[2612]. Intanto la peste era in Lucca, e non ne era esente Genova, Roma ed altre città, fra le quali anche Firenze. Ora i Fiorentini, avendo spediti i loro ambasciatori a Venezia, faceano gran fuoco per rinnovar la guerra contra del duca di Milano, pretendendo che egli avesse contravvenuto ai patti della pace. Per attestato del Sanuto[2613], nel dì 22 d'agosto fu confermata la lega dei Veneziani e Fiorentini contra del duca di Milano. Nè si dee tacere che in questo anno la città di Bologna, sempre inquieta, perchè divisa dalle fazioni bentivoglia e de' Canedoli, tumultuò[2614], e da Baldassare Canedolo, unito coll'abbate de' Zambeccari, nel dì 17 di febbraio furono barbaramente uccisi nello stesso palazzo degli anziani Egano de' Lambertini, Niccolò de' Malvezzi, ed altri aderenti de' Bentivogli. Per cagione di queste turbolenze il cardinale legato uscì della città e si ritirò a Cento. Arrivò poi nel dì 25 di giugno il vescovo di Turpia colle bolle della legazion di Bologna; e questi, raunate le milizie della Chiesa con _Antonio Bentivoglio_ e con gli altri fuorusciti, cominciò la guerra contro a quella città. Continuarono tutto quest'anno le ostilità, e intanto si trattava d'accordo col papa; ma questo non fu conchiuso se non nell'anno seguente.

NOTE:

[2600] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2601] Istor. Napolet., tom. 23 Rer. Ital.

[2602] Billius, Hist., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.

[2603] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2604] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.

[2605] Billius, Hist., lib. 8, tom. 19 Rer. Ital.

[2606] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2607] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.

[2608] Chron. Senense, tom. 20 Rer. Ital.

[2609] Billius, Hist., lib. 8, tom. 19 Rer. Ital.

[2610] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.

[2611] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXI. Indiz. IX.

EUGENIO IV papa 1. SIGISMONDO re de' Romani 22.

Chiamò Dio in quest'anno a miglior vita _papa Martino V_, essendo succeduta la morte sua nella notte del dì 19 venendo al dì 20 di febbraio, per apoplessia a lui sopravvenuta[2615]. Fu buon pontefice; saviamente governò la Chiesa, e la lasciò libera da un ostinato scisma. Grande obbligazione per conto dell'impero temporale ebbe a lui la santa Sede, perchè era non men amato che temuto. La dianzi sì inquieta e divisa Roma fu per opera sua ridotta ad un'invidiabil pace. Era, a cagion de' torbidi passati, quasi tutto lo Stato ecclesiastico passato in mano di tirannetti; ne ricuperò egli buona parte, ed assodò l'autorità pontificia in quelle città che restarono in mano di varii signori. Nel dì 3 di marzo a lui succedette nella cattedra di san Pietro il cardinal di San Clemente Gabriello de' Condolmieri, di patria Veneziano, volgarmente appellato il cardinal di Siena, perchè fu vescovo di quella città, e prese il nome di _Eugenio IV_[2616]. Seguì la coronazione sua nel dì 11 d'esso mese, e non già nel dì 12, come vuole il Rinaldi. Poco poi stette a vedersi una di quelle mutazioni che non fu la prima, ed ebbe molti altri esempli dipoi: cioè si scoprì il papa parziale degli Orsini, perchè per opera loro era giunto al pontificato, e, nemico de' Colonnesi nipoti del defunto pontefice. Veramente non fu senza censura in questi tempi la straordinaria cura ch'ebbe papa Martino d'ingrandire ed arricchire la per altro nobilissima sua casa. E papa Eugenio provò, che i nipoti di lui, cioè _Prospero Colonna_ cardinale, _Antonio principe_ di Salerno ed _Edoardo conte_ di Celano[2617], aveano fatto lo spoglio del tesoro ammassato dal loro zio per valersene contra dei Turchi, ed asportata ancora una buona quantità di gioielli e d'altri preziosi mobili spettanti al palazzo apostolico e ad altri luoghi sacri Pertanto cominciò papa Eugenio a procedere contro del tesoriere Ottone e contra del vescovo di Tivoli, già camerieri d'onore di papa Martino; e più di ducento persone adoperate in varii ministeri da esso Martino furono private di vita. Allora fu che il cardinal Colonna uscì di Roma senza licenza del papa nè andò molto che _Antonio_ e _Stefano_ Colonnesi con gran gente armata entrarono nel dì 23 d'aprile in Roma stessa, e presero due porte[2618], figurandosi che la lor fazione si moverebbe a rumore. Volle Dio, che niuno prendesse l'armi per loro; e però, venuti al papa dei soccorsi, fu spinto fuori di città Stefano Colonna, e messo a sacco il di lui palazzo, siccome ancor quelli del cardinal Colonna, del cardinal Capranica e d'altri loro aderenti. Avendo intanto papa Eugenio fatto ricorso alla _regina Giovanna_[2619], questa gl'inviò _Jacopo Caldora_ con tre mila cavalli, e mille e secento fanti. Era costui la stessa avarizia e molto più della fede e dell'onore gli stava a cuore il danaro. Non passò dunque gran tempo che in vece di far guerra ai Colonnesi, lasciatosi corrompere dai grossi regali d'_Antonio principe_ di Taranto, divenne lor protettore ed amico. Pretende Neri Capponi[2620] ch'egli toccasse cento tredici mila fiorini di quei di papa Martino. Ma perchè seppe anche papa Eugenio giocar di danaro, il Caldora tornò ad assisterlo. Oltre a ciò, i Veneziani e Fiorentini spedirono in aiuto del pontefice _Niccolò da Tolentino_ con un corpo di gente, di maniera che egli potè dar la legge ai Colonnesi ribelli. Trattossi dunque di accordo[2621]; e questo conchiuso, fu solennemente proclamato nel dì 22 di settembre. In vigor d'esso il principe di Salerno rilasciò al papa settantacinque mila fiorini d'oro: salasso che, unito col resto da lui speso in guadagnare il Caldora, gli votò affatto di sangue gli scrigni. Nè qui finì la sua disgrazia. Per attestato di Biondo[2622], teneva egli presidio, non senza biasimo del defunto suo zio, in Orta, Narni, Soriano, Gualdo, Nocera, Assisi, Ascoli, Imola, Forlì e Forlimpopoli. Fu obbligato a dimettere tutto. Diede in oltre occasione questo torbido alla regina Giovanna[2623] di togliere al suddetto Antonio il principato di Salerno, e tutto quanto ella avea dianzi donato, per le continue istanze di papa Martino, ai di lui nipoti nel regno di Napoli: risoluzione non di meno, che non dovette andare esente da taccia d'ingratitudine, perchè quella corona ch'ella portava in capo si potea chiamare un dono d'esso papa Martino. Abbiam già veduto quanto egli avea fatto per lei. Attese ancora il pontefice Eugenio in questi medesimi tempi ad estinguere il fuoco che tuttavia durava per la ribellion di Bologna, giacchè quel popolo concorreva a ritornar alla sua ubbidienza[2624], purchè ottenesse buone condizioni. Ed in fatti le ottenne, perchè il papa, vedendo risorta la guerra fra il duca di Milano dall'una parte, e i Veneziani e Fiorentini dall'altra, giudicò meglio di contentarsi di quel che potè, e di far cessare quel rumore. Adunque nel dì 24 d'aprile si pubblicò in Bologna la pace stabilita da quel popolo col papa, e successivamente v'entrarono i commessarii del papa a prenderne il possesso e dominio.

Erano irritati forte i Fiorentini contra di _Filippo Maria duca_ di Milano, perchè loro avea tolto di mano l'acquisto di Lucca, e perciò di gran premura faceano in Venezia perchè s'aprisse un nuovo teatro di guerra. I Veneziani anch'essi, al vedere il duca sì inquieto e sempre armato, inclinavano a sfoderar di nuovo la spada; e tanto più perchè le esortazioni del _Carmagnola_ e le conquiste fatte nelle precedenti due guerre faceano loro sperare di accrescerle collo imprenderne un'altra[2625]. Mandò bensì il duca ambasciatori a Venezia per giustificare il fin qui operato da lui, e per trattare d'aggiustamento; ma vedendosi i saggi Veneziani menare a spasso con sole parole disgiunte da fatti, finalmente diedero all'armi. Forse il duca non desiderava che questo: cotanto gli stava sul cuore la perdita di Brescia e di Bergamo, e la speranza che la fortuna potesse cangiar faccia per lui. Aveva egli al suo servigio _Niccolò Piccinino_, ardito e valoroso capitano. Per opera ancora del fu _papa Martino V_ s'era di nuovo acconciato al suo servigio il _conte Francesco Sforza_[2626], il quale avea assaporata la speranza a lui data delle nozze di _Bianca_ figliuola legittima del duca, in età allora non ancor atta al matrimonio. La prima impresa che tentò il conte Francesco Carmagnola, fu quella di Soncino. Gli fu promessa da quel castellano l'entrata in quella terra, mercè di un grosso regalo di contanti; ma il trattato era doppio. Presentatosi dunque colà il Carmagnola nella mattina del dì 17 di maggio con tre mila cavalli e più di due mila fanti, in vece della porta aperta di Soncino, trovò Francesco Sforza ed altri capitani ducheschi colle loro squadre che gli fecero il che va là. Attaccossi la mischia, e fu un maraviglioso fatto di armi che durò sino alla notte colla totale sconfitta del Carmagnola, il qual forse con soli sette cavalli si ridusse a Brescia. Restaronvi prigionieri circa mille e cinquecento cavalieri, oltre alla fanteria. Il Sanuto[2627] Veneziano sminuisce non poco questa vittoria. Comunque sia, e posto ancora che grande fosse il danno patito in questa lagrimevol giornata dai Veneziani, pure alla lor potenza e borsa non fu difficile l'accrescere in breve, non che il ristorare l'armata loro di terra, con ispedire nello stesso tempo un'altra possente armata navale per Po alla volta di Cremona, comandata da _Niccolò Trivisano_: alcuni la fanno ascendere a cento legni tra grossi e sottili. Più di dodici mila cavalli militavano allora in Lombardia sotto le insegne venete. Avea anche il duca di Milano preparata la sua flotta navale, il cui capitano era _Pacino Eustachio_ da Pavia. Sen venne questa nel dì 22 di maggio[2628] (il Simonetta dice[2629] nel dì 23) contro la nemica, e cominciò all'ore ventidue, tre miglia lungi da Cremona, la battaglia, che durò sino alla notte, con restar presi cinque galeoni ducheschi. Ma essendo nell'alba del giorno seguente _Francesco Sforza_, _Niccolò Piccinino_ (il Sanuto nol nomina). _Guido Torello_ ed altri capitani entrati con gran numero di genti d'armi negli stessi galeoni, la mattina suddetta sì bruscamente assalirono i Veneziani[2630], che tutta la lor flotta rimase sterminata, e vennero in potere de' vincitori ventotto galeoni con altre barche, armi e munizioni senza numero, e circa otto mila prigioni. Avea il general Trivisano mandato a chiedere soccorso al Carmagnola, che stava accampato in quelle vicinanze coll'esercito di terra; ma egli punto non si mosse, dicono per avviso furbescamente fattogli dare che l'armata terrestre del duca si metteva in ordine per dargli battaglia. L'autore della Cronica di Bologna[2631], che si trovò presente a questo fatto d'armi, asserisce essere stato quello uno dei più formidabili e mortali che mai si fossero veduti in Po, ed essere stati maggiori i fatti di quel che fu scritto. Certamente incredibile fu il danno patito in tal congiuntura dalla repubblica veneta[2632]. Nè il Carmagnola nel resto dell'anno si attentò a far altra impresa, se non che nel dì 15 d'ottobre, avendo inteso che si facea poca guardia in Cremona, spedì colà un corpo de' suoi, ai quali riuscì di dare una scalata alla picciola fortezza di San Luca e di prenderla. Quivi si mantennero costoro per due dì, senza che il Carmagnola dipoi, tuttochè avvisato, volesse marciare a quella volta, allegando per iscusa di temer degli aguati de' nemici. Parte di quella gente da' Cremonesi fedeli al duca fu presa, e gli altri se ne tornarono al campo. E qui ebbero principio le diffidenze de' Veneziani contra del medesimo Carmagnola.

Nè solamente guerra fu in quest'anno in Lombardia. La sua parte n'ebbe anche la Toscana[2633]. Erano entrati i Sanesi e i Lucchesi in lega col duca di Milano contra de' Fiorentini. In Pisa stessa quel popolo, bramoso di ricuperare la perduta libertà, non era quieto. Ora trovandosi tuttavia nella primavera di quest'anno, cioè prima della guerra veneta, _Niccolò Piccinino_ in Lunigiana[2634], dopo aver tolto Pontremoli a _Gian-Luigi del Fiesco_, nel dì 22 di marzo comparve sul Lucchese, ed, inoltratosi sul Pisano, cominciò a prendere varie di quelle castella. Passò anche sul Volterrano, siccome uomo speditissimo nelle sue imprese: nel qual tempo anche i Sanesi apertamente mossero guerra a Firenze, ed altrettanto ancora fece _Jacopo_, ossia _Lodisio Appiano_ signor di Piombino. Erano a mal partito i Fiorentini allora, perchè sprovveduti di esercito e di capitano, e malmenati dal Piccinino, che ogni dì andava prendendo nuove terre, e lor conveniva tener buon presidio in Pisa, Arezzo ed altre città minacciate. Presero pertanto al loro servigio _Niccolò da Tolentino_ e _Micheletto Attendolo_ da Cotignola colle lor genti d'armi. Frequenti erano in questo secolo i condottieri d'armi italiani, annoverati nelle Croniche di Marino Sanuto. Cadaun di questi venturieri conduceva la truppa de' suoi combattenti, chi più chi meno, e prendeva poi soldo dove migliore trovava il mercato. Ma la salute de' Fiorentini altronde venne. Da che i Veneziani con tante forze ebbero aperto il teatro della guerra contro lo Stato di Milano, abbisognando il duca del Piccinino e delle sue truppe, il richiamò in Lombardia, e ne ricevè poi buon servigio, per quanto abbiamo veduto. Aveano essi Veneziani, a fine di far maggior diversione all'armi del duca[2635], e di sovvenire ancora al bisogno de' Fiorentini, inviata nel Mediterraneo a Porto Pisano una flotta di galee e d'altri legni comandata da _Pier Loredano_, dove si congiunse con altri legni de' Fiorentini. S'incontrò questa nel dì 27 d'agosto in vicinanza di Portofino colla genovese, inferiore di forze, di cui era capitano _Francesco Spinola_[2636]. Attaccata la battaglia, per tre ore continue rabbiosamente si combattè fra quelle due nazioni _ab antiquo_ nemiche, finchè, superata la capitana di Genova, si dichiarò la vittoria in favore de' Veneziani, colla presa di sette o otto galee[2637], e dello stesso ammiraglio Spinola. Dalla parte ancora del Monferrato fecero guerra al duca di Milano i Veneziani e Fiorentini, avendo tirato nella lor lega _Gian-Giacomo_ marchese di quella contrada, e _Bernabò Adorno_ ribello di Genova e padrone di alcune castella nel Genovesato, il quale nel mese di settembre infestò non poco la Riviera occidentale de' Genovesi. Spedito dal duca a quella volta _Niccolò Piccinino_ nell'ottobre, ebbe la maniera di sconfiggerlo e farlo prigione nel dì 9 di quel mese. Dopo di che, per attestato di Giovanni Stella e del Sanuto, egli rivolse l'armi contra del Monferrato, e durante il verno ridusse quasi in camicia quel marchese[2638] con torgli la maggior parte delle di lui terre, annoverate da Benvenuto da San Giorgio[2639]. Non gli restava più se non Casale di Sant'Evasio con pochi altri luoghi, quando _Amedeo duca di Savoia_, parente suo e del duca di Milano, s'interpose per aggiustamento. Restò conchiuso che il marchese depositasse quelle poche terre, che restavano in mano sua, in quelle di Amedeo duca di Savoia; il che fu eseguito. Egli poi pieno d'inutili pentimenti incognitamente per gli Svizzeri si portò a Venezia ad implorar l'aiuto di quel senato, e a vivere alle spese dei Veneziani. Il Simonetta[2640] e il Corio[2641] suo copiatore, e, quel che è più, il Biglia attribuiscono l'impresa del Monferrato al _conte Francesco Sforza_. Potrebbe essere che anche egli intervenisse a quella festa; s'egli poi fosse, o il Piccinino, come pretende il Poggio e Giovanni Stella, autore anch'esso contemporaneo, il principal mobile di quell'impresa, nol saprei dire. Aggiungono bensì tali autori, avere le soldatesche del duca in tal congiuntura commesse tali enormità, sfoghi, incendii e crudeltà contra dei Monferrini, che il raccontarle farebbe orrore.

Era negli anni addietro stato occupato _Sigismondo re_ de' Romani, d'Ungheria e Boemia nelle terribili guerre degli ostinati eretici Ussiti, che sconvolsero lungamente la Boemia, e costarono sangue senza fine[2642]. In quest'anno, giacchè erano in qualche calma i suoi affari della Germania, determinò di venire in Italia per prendere le corone. Arrivò, non so dire se nell'ottobre, oppure nel novembre, a Milano, con seguito di poca gente, accolto con gran solennità da quel popolo, e lautamente spesato dal duca. Curiosa cosa fu il vedere che esso _duca Filippo Maria_, il quale soggiornava allora a Biagrasso per cagion della peste, quantunque praticasse tutte le maggiori finezze a questo gran principe sovrano suo, pure non si lasciò mai vedere a Milano, finchè vi dimorò Sigismondo, non so se per diffidenza, o per qualch'altro motivo. Certo è che non gli volle mai permettere l'entrata nel castello di Milano[2643]. Egli era una testa particolare. Nel dì 25 del suddetto novembre, festa di santa Caterina[2644], seguì nella basilica di Sant'Ambrosio di Milano la coronazione di Sigismondo, avendogli _Bartolomeo Capra_ arcivescovo posta in capo la corona ferrea. Fermossi poi in Milano nel verno, disponendo intanto il suo viaggio alla volta di Roma. Nei dì 5 di maggio dell'anno presente[2645] i tre _Malatesti_, che dominavano in Rimini, Fano e Cesena, essendo di poca età, furono in pericolo di perdere la lor signoria per una sollevazione, non so se ordinata da _Malatesta_ signore di Pesaro, oppure dagli uffiziali di _papa Eugenio_. Solamente apparisce che in questi tempi in Forlì dominava il pontefice. Ne' medesimi tempi Città di Castello assediata da _Niccolò Fortebraccio_[2646] ebbe soccorso da _Guidantonio conte_ d'Urbino, e restò libera dalle unghie di lui. Furono infestati nell'autunno di quest'anno i Veneziani[2647] nel Friuli dagli Ungheri per ordine del _re Sigismondo_ a petizione del duca di Milano, fra cui ed esso re passava buona corrispondenza ed amicizia. D'uopo fu che il senato inviasse al riparo _Taddeo marchese_ d'Este con altri condottieri d'armi, i quali non perderono tempo a sconfiggere quei barbari, e a farli tornar di galoppo alle lor case. Si diede principio in questo anno al concilio generale di Basilea, presidente del quale fu a nome del papa _Giuliano Cesarino_, cardinale di gran credito in questi tempi.

NOTE:

[2612] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2613] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2614] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2615] Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Martini V, P. II. tom. 3 Rer. Ital.

[2616] Vita Eugenii IV, tom. eod.

[2617] Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Italic.

[2618] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.

[2619] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2620] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2621] Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2622] Blondus, Dec. 11, lib. 4.

[2623] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2624] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2625] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2626] Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, cap. 21 Rer. Ital.

[2627] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2628] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.

[2629] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.

[2630] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2631] Cronica di Bologna, ubi supra.

[2632] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2633] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20. Histor. Senens., tom. 20 Rer. Ital.

[2634] Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.

[2635] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.

[2636] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2637] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2638] Poggius, Histor., lib. 6, tom. 20 Rer. Ital.

[2639] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[2640] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.

[2641] Corio, Istor. di Milano.

[2642] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2643] Billius, Histor., cap. 9, tom. 19 Rer. Ital.

[2644] Corio, Istor. di Milano. Muratorius, Comm. de Corona Ferrea.

[2645] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2646] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2647] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXII. Indiz. X.

EUGENIO IV papa 2. SIGISMONDO re de' Romani 23.