Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 95

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Gran diversità intanto passava fra i due contrarii eserciti. In quello del duca tutto era discordia, non volendo i capitani cedere l'uno all'altro; e questi erano _Angelo dalla Pergola_, _Guido Torello_, il conte _Francesco Sforza_ e _Niccolò Piccinino_. All'incontro nell'armata veneta il _Carmagnola_ comandava a tutti, e sapea farsi ubbidire non meno dal _signor di Faenza_, da _Giovanni da Varano_ signor di Camerino, da _Micheletto_ e _Lorenzo da Cotignola_ parenti di Francesco Sforza, e da altri capitani, annoverati da Andrea Redusio[2581], che dallo stesso _Gian-Francesco marchese_ di Mantova: cosa di grande importanza nel mestier della guerra. Il perchè venne il duca in determinazion di creare un capitan generale persona di credito, sotto cui non isdegnassero di stare gli altri suoi condottieri d'armi. Fu scelto per questo grado _Carlo Malatesta_, esperto, ma poco fortunato, maestro di guerra. Venuto questi al campo, nulla fece di riguardevole per più settimane, finchè, aggirato dagli stratagemmi del Carmagnola, a Macalò nel dì 11 dì ottobre inaspettatamente fu assalito, e trovato coll'esercito mal ordinato, e in parte disarmato (se è vero ciò che hanno il Simonetta e il Corio, ma diversamente è narrato dal Biglia e dal Redusio), fu astretto ad una giornata campale. Interamente disfatti in essa rimasero i ducheschi colla prigionia di cinque mila cavalli e d'attrettanti fanti, e colla perdita di tutto il bagaglio. Lo stesso Carlo Malalesta si contò fra i prigionieri, ma ben trattato dai nemici, perchè cognato del marchese di Mantova; perlochè non andò esente da sospetti di perfidia. Ora questa terribil disgrazia, e l'avere il duca nei medesimi tempi addosso verso il Vercellese _Amedeo duca di Savoia_, e verso Alessandria _Gian Giacomo marchese_ di Monferrato, e nel Genovesato i fuorusciti, e nel Parmigiano _Orlando Pallavicino_, tutti confederati ai danni di lui co' Veneziani e Fiorentini, gli mise il cervello a partito, in guisa che ricorse supplichevolmente per aiuto a _Sigismondo_ re de' Romani, e al papa per la pace. Trovavasi allora la potente città di Milano sì ben provveduta d'armaruoli, che, per attestato del Biglia[2582], due soli d'essi presero a fornire in pochi giorni d'usbergo, celata e del resto delle armi quattro mila cavalieri e due mila pedoni. E perciocchè era allora in uso che, a riserva degli uomini di taglia, si mettevano in libertà i prigionieri, dappoichè loro s'erano tolte armi e cavalli (benchè l'aver ciò fatto il Carmagnola, gli pregiudicò non poco dipoi nell'animo dei Veneziani); perciò il duca raunò tosto quanto bastava per impedire il precipizio dei proprii affari. Seppe ben profittare intanto il Carmagnola del calore della vittoria con prendere Monte Chiaro, gli Orci, Pontoglio ed altre terre sino al numero di ottanta nel Bresciano e Bergamasco.

In questi giorni il duca di Milano, per liberarsi dalle forze di _Amedeo duca di Savoia_ collegato co' suoi nemici, comprò la pace da lui con un trattato conchiuso in Torino nel dì 2 di dicembre dell'anno corrente[2583], per cui il duca di Milano cedette all'altro la città di Vercelli, e prese per moglie _Maria di Savoia_ figliuola del medesimo duca. Non piaceva al _pontefice Martino_, molto meno a _Niccolò marchese d'Este_ signor di Ferrara, che il duca di Milano precipitasse; e però amendue si scaldarono per trattare di pace. Scelta fu per luogo del congresso la città di Ferrara, dove, giunto il piissimo cardinale di Santa Croce _Niccolò degli Albergati_, legato spedito dal papa, e gli ambasciatori di tutte le potenze interessate in questa guerra, si cominciò a trattare e si trattò per tutto il verno di pace. Nel mese di settembre dell'anno presente, secondo gli Annali di Forlì[2584], oppure nel dì 4 d'ottobre, secondo la Cronica di Rimini[2585], giunse al fine di sua vita _Pandolfo Malatesta_ signore di Rimini, personaggio rinomato per le sue imprese guerriere, e per essere stato padrone di Brescia e Bergamo, per quanto abbiamo veduto di sopra. Non lasciò figliuoli legittimi dopo di sè. Fecero guerra in questo anno i Fiorentini al duca di Milano anche nel Genovesato per mezzo di _Tommaso da Campofregoso_ signore di Sarzana, e dianzi doge di Genova[2586]. Nel mese di agosto condusse questi la sua gente e i fuorusciti fin sotto le mura di Genova; ma non andò molto che fu ributtato da' cittadini, colla perdita delle scale e prigionia di molti. Nel dì 14 di dicembre vi tornò egli con altro sforzo di gente; ma nel dì 28, uscito il popolo di Genova, rimasero prigioniere quasi tutte le di lui schiere, ed egli durò fatica a ritirarsi in salvo.

NOTE:

[2576] Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.

[2577] Sanuto, Istor. Ven., tom. 23 Rer. Ital.

[2578] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[2579] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.

[2580] Billius, Hist., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.

[2581] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.

[2582] Billius, Histor., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.

[2583] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

Anno di CRISTO MCCCCXXVIII. Indiz. VI.

MARTINO V papa 12. SIGISMONDO re de' Romani 19.

Non so se nel principio di questo anno, come pare che il Simonetta abbia creduto[2587], oppure sul fine del precedente, fosse inviato il conte _Francesco Sforza_ da _Filippo Maria duca_ di Milano alla volta di Genova con alcune schiere d'uomini d'armi per li bisogni di quella città, infestata da _Tommaso da Campofregoso_ e dagli altri fuorusciti. Appena ebbe egli passato il giogo dell'Apennino, che si trovò in certi siti stretti assalito dai contadini di quel paese; fors'anche vi era con loro qualche gente d'essi fuorusciti. Fioccavano i verettoni in maniera, che molti de' suoi vi furono morti o feriti, ed egli costretto a retrocedere, finchè arrivato al castello di Ronco, ed, accolto da Eliana Spinola, potè salvarsi. Si servirono di questa sua disgrazia gli emuli alla corte del duca per iscreditarlo, e far nascere sospetti nella sua fede; sicchè, secondo alcuni, fu messo in castello. Almeno è certo[2588] che fu come relegato a Mortara, dove quasi per due anni soggiornò con gravissimo patimento, perchè non correano le paghe, nè gli mancavano altri aggravii, senza ch'egli potesse mai persuadere al duca la sua innocenza. Dicono che se non era il _conte Guido Torello_, da cui venne protetto sempre, due volte la vita corse pericolo. La sua pazienza vinse poi tutto, perchè fece conoscere non aver egli mai avuto animo di passare al servigio de' Veneziani o Fiorentini. Continuò la guerra anche nei primi mesi di quest'anno, con avere il vittorioso _conte Carmagnola_ prese non poche castella nel Bergamasco, e portato il terrore sino a quella città. Intanto in Ferrara il _marchese Niccolò_ unito col buon _cardinale Albergati_ vescovo di Bologna, si studiava a tutto potere di condurre alla pace le potenze guerreggianti. Erano alte le pretensioni del senato veneto, siccome quello che avea favorevole il vento; e mostrandosi inesorabile, esigeva che il duca cedesse, oltre alla già perduta città di Brescia, ancor quelle di Bergamo e Cremona. Sì caldamente e fortunatamente il cardinale e il marchese maneggiarono l'affare, che finalmente nel dì 18 d'aprile (l'Ammirati[2589] dice nel dì 16) si conchiuse la pace. Il principale articolo d'essa fu la cessione della città di Bergamo col suo distretto, e di alcune terre e castella del Cremonese alla repubblica veneta. I Fiorentini, che tanto aveano speso in questa guerra, non guadagnarono un palmo di terra. Fu anche accordata la restituzione di tutti i beni tolti dal duca al Carmagnola, con altri articoli e patti, distesamente riferiti da Marino Sanuto nella sua Storia[2590]. E tale fu il guadagno che ricavò in questa seconda guerra lo sconsigliato duca di Milano. Egli ratificò ed eseguì puntualmente così fatto accordo, e ritornò per un poco la quiete in Lombardia.

Ebbe in quest'anno _papa Martino V_ delle inquietudini[2591]. Nella notte precedente al dì 2 di agosto gl'instabili Bolognesi, che s'erano ingrossati forte in occasion della vicina guerra, sotto pretesto d'essere mal governati e molto aggravati dai ministri pontificii, si levarono a rumore, cioè la fazion di _Batista da Canedolo_, unita cogli Zambeccari, Pepoli, Griffoni, Guidotti ed altri. Prese l'armi anche la fazione di _Antonio Bentivoglio_, che allora dimorava in Roma, per opporsi all'altra in favore della Chiesa; ma rinculata lasciò il campo agli avversarii. Fu messo a sacco il palazzo del cardinale legato, il quale se ne andò poi con Dio; e la città tornò ad essere governata dagli anziani e confalonieri del popolo. Salvo castello San Pietro, castello Bolognese, Cento e la Pieve, tutte le altre terre e castella seguitarono o per amore o per forza l'esempio della città; e _Luigi da San Severino_ venne per capitano de' Bolognesi. A questo avviso _Carlo Malatesta_ signor di Rimini corse a sostenere castello San Pietro e castello Bolognese. _Niccolò da Tolentino_ capitano di genti d'armi, che in questi tempi, passando pel Bolognese, volle lasciar la briglia ai suoi per saccheggiare il paese, restò sconfitto a Medicina dai Bolognesi, con perdita di quattrocento cavalli e di molti carriaggi, facendosi ascendere il danno suo a sessanta mila fiorini d'oro. Per cagione di tal novità papa Martino condusse al suo soldo _Ladislao_ figliuolo di _Paolo Guinigi_ signore di Lucca con settecento cavalli, i quali, giunti nel dì 15 di settembre sul Bolognese, si diedero immantinente al saccheggio del territorio. Ma, perchè era troppo poco al bisogno, il papa, con permissione della _regina Giovanna_, ottenne che _Jacopo Caldora_, uno dei più sperti capitani del regno di Napoli, venisse a quella danza con un grosso corpo di soldatesche. Però nel dicembre arrivò l'esercito pontificio ad accamparsi in vicinanza di Bologna, e, rotto il muro dalla parte del barbacane di San Giacomo, tentò anche l'entrata nella città; ma ne fu respinto. In questi tempi[2592] venuta a Napoli la regina Giovanna, conducendo seco l'adottato suo figliuolo, cioè il _re Lodovico_ d'Angiò, perchè _Ser-Gianni_ gran senescalco nol vedea volentieri in Napoli, tanto fece che il mandò in Calabria, dove ridusse quasi tutte quelle contrade all'ubbidienza della regina Giovanna. Oltre a ciò, esso senescalco, perchè temeva della potenza di Jacopo Caldora, cercò la maniera di obbligarselo, con dare per moglie ad _Antonio_ figliuolo di lui una sua figliuola, siccome ancora nell'anno seguente una altra ne diede a _Gabriello Orsino_ fratello di _Gian-Antonio Orsino_ principe di Taranto, cioè dell'altro signore più potente nel regno di Napoli: coi quali parentadi egli seguitò a sostenersi nella sua autorità, benchè odiato quasi da tutti. Fecero nel dì 9 di maggio dell'anno presente[2593] i Genovesi pace col re d'Aragona e Sicilia, per cura del duca di Milano loro signore, il quale mandò al governo di quella città _Bartolomeo Capra_ arcivescovo di Milano. Ma poco stette ad entrar colà ancora la peste, che infierì non poco nel basso popolo. Fu essa anche in Venezia. Nell'ottobre il duca di Milano celebrò le sue nozze con _Maria di Savoia_, ma nozze che nol doveano arricchire di prole alcuna.

NOTE:

[2584] Annal. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.

[2585] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2586] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2587] Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.

[2588] Corio, Istoria di Milano.

[2589] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.

[2590] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2591] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod.

[2592] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2593] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXIX. Indiz. VII.

MARTINO V papa 13. SIGISMONDO re de' Romani 20.

Felice riuscì quest'anno alla Chiesa di Dio, perchè in fine si schiantarono affatto le radici del non mai ben estinto in addietro scisma d'Occidente[2594]. Dopo tante difficoltà incontrate fin qui con _Alfonso re d'Aragona_, il quale volea vendere con proprio vantaggio l'antipapa _Egidio Mugnos_ ossia Mugnone, che tuttavia ostinato risedeva nel castello di Paniscola, riuscì al buon _papa Martino_, per mezzo del cardinale di Fox suo legato, di vincere l'animo del re, e d'indurlo ad abbandonare quell'idolo. Perciò Egidio, deposte le usurpate insegne del papato, venne, sul fine di luglio, ad una solenne rinunzia, ed ebbe per grazia di essere creato vescovo di Maiorica. Portatane la nuova a Roma, riempiè di giubilo quella sacra corte, e tutti i buoni del cristianesimo. Durava intanto la ribellione di Bologna[2595], e _Jacopo Caldora_ generale del papa, con cui era unito _Antonio de' Bentivogli_, la teneva ristretta, badaluccando e dando varii assalti, ma in vano tutti. Seco ancora fu _Niccolò da Tolentino_, che cercava le maniere di rifarsi contra de' Bolognesi dell'affronto e danno patito nell'anno antecedente, e prese loro Castelfranco. Buona parte del presente anno seguitò questa guerra, e varii tentativi furono fatti in Bologna dai parziali della Chiesa e del Bentivoglio per darsi al papa, ma che costarono la vita a chi gli ordì o ne fu complice. Finalmente, dopo essere stati a parlamento più volte gli ambasciatori di Bologna coi ministri del pontefice, nel dì 30 d'agosto si venne ad un accordo, per cui Bologna ritornò alla ubbidienza del papa con alcuni capitoli vantaggiosi a quel popolo. A tenore di questo aggiustamento, nel dì 25 di settembre entrò in quella città il _cardinal Conti_ legato, che ne levò l'interdetto, e ristabilì quivi il governo pontificio. Secondo gli Annali di Forlì[2596], nel dì 12 di dicembre anche la città di Fermo colla rocca tornò in potere di papa Martino V per dedizione di que' cittadini. Altrettanto fece anche Città di Castello in Toscana. Giunse al fine di sua vita in questo anno a dì 14 di settembre[2597] _Carlo Malatesta_ signore di Rimini, mentre si trovava in Longiano, lasciando dopo di sè il credito di essere stato signor savio in pace, ma sventurato in guerra. Gli succederono _Roberto_, _Sigismondo_ e _Malatesta Novello_, figliuoli tutti bastardi di _Pandolfo Malatesta_ suo fratello, il primo in Rimini, un altro in Fano ed un altro in Cesena. Passò anche all'altra vita nel dì 19 di dicembre[2598] _Malatesta_ signore di Pesaro, altro suo fratello. Avea questi dopo la morte di Carlo preteso, siccome legittimo, d'escludere i nipoti bastardi dalla di lui eredità, con far anche ricorso per questo a papa Martino. In sua parte nulla ottenne, e solamente servirono le istanze sue a fare che il papa, inviate colà l'armi sue, s'impadronisse d'alcune terre, siccome dirò all'anno seguente.

Ebbero in quest'anno non poche faccende i Fiorentini[2599], perchè volendo imporre la gravezza del catasto a tutti i loro distrettuali, che erano smunti di troppo per la passata guerra, e pretendendo il popolo di Volterra di doverne essere esente, si sollevò e ribellossi. Fecero i priori di Firenze marciare a quella volta _Niccolò Fortebraccio_, nipote del famoso Braccio, che colle sue genti, dopo la pace del duca di Milano, era tornato in Toscana, ed egli pose il campo intorno alla rivoltata città. Poco tempo potè resistere quel popolo, e, venuto a composizione colla corda al collo, perdè in tal congiuntura molti suoi privilegii, con divenire più pesante di prima il loro giogo. Erano da molto tempo sdegnati essi Fiorentini contra di _Paolo Guinigi_ signore ossia tiranno di Lucca, perchè, dopo aver preso impegno di dare ai lor servigi nella guerra di Lombardia _Ladislao_ suo figliuolo con settecento cavalli, l'avea poi trasmesso al soldo del duca di Milano contra di loro. Venne l'occasione di vendicarsene. Dopo l'impresa di Volterra, per loro segreta istigazione, come fu creduto, si portò il suddetto Niccolò Fortebraccio coi suoi combattenti sul territorio di Lucca, e cominciò a prendere alcune castella, e a mettere a sacco quelle contrade. Spedì il Guinigi a Firenze per pregar quei signori di comandare a Fortebraccio loro soldato che cessasse da tali ostilità; e n'ebbe per risposta, che di loro volontà non s'era fatto quel movimento, e che potevano ben pregare, ma non comandar che cessasse. Intanto il Fortebraccio andava scrivendo a Firenze, dargli l'animo di sottomettere Lucca, e che questo era il tempo di fare un acquisto per tanto tempo desiderato, e non mai eseguito da essi Fiorentini. Proposto nel gran consiglio questo affare, ancorchè non mancassero molti che dissuadessero tale impresa, pure prevalse la gelosia dei più, perchè già si tenevano in pugno Lucca, il cui possesso sarebbe riuscito di mirabil vantaggio ed accrescimento alla loro potenza. Adunque nel dì 15 di dicembre fu determinata la guerra contra di Lucca, e si diedero gli ordini al Fortebraccio d'imprenderla a nome della repubblica: al qual fine il rinforzarono di gente da tutte le bande. Ma, venuto il verno, convenne differir lo sforzo delle ostilità alla stagion migliore. In Genova furono ancora in quest'anno dei disturbi per cagione di _Barnaba Adorno_[2600], il quale tentò di occupare il castelletto di quella città con un corpo di gente delle ville circonvicine. Andò a voto il suo disegno; e per questa cagione il duca di Milano inviò colà con una man d'armati _Niccolò Piccinino_ valente capitano, che già a gran passi s'introduceva nella grazia e stima di quel principe. Negli stessi tempi[2601] _Jacopo Caldora_, tornato dalla spedizion di Bologna in regno di Napoli, fu creato dalla _regina Giovanna_ duca di Bari, crescendo talmente la sua potenza, che già comandava a tutto l'Abbruzzo.

NOTE:

[2594] Raynaldus, Annal. Eccles. Bzovius.

[2595] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2596] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2597] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2598] Billius, Hist., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.

[2599] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 19. Billius, Histor., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXX. Indiz. VIII.

MARTINO V papa 14. SIGISMONDO re de' Romani 21.

Intento più che mai _papa Martino_ a ricuperare gli Stati della Chiesa romana, giacchè erano mancati di vita _Carlo_ e _Malatesta_ fratelli de i Malatesti, procurò di profittar della discordia insorta fra i consorti di quella famiglia, con ispedire in quelle parti le sue genti d'armi. Secondo il Biglia[2602], restò egli padrone della ricca e popolata terra di Borgo San Sepolcro, tanto apprezzata da Carlo Malatesta, che dianzi n'era in possesso. Conquistò ancora Bertinoro; e perchè _Guidantonio conte_ d'Urbino secondò l'armi pontifizie in tale occasione, impadronitosi di alcune castella del Riminese, le ritenne poi per sè. Lorenzo Bonincontro aggiugne[2603] che i Malatesti restituirono al papa, oltre al suddetto Borgo San Sepolcro, anche Osimo, Cervia, Fano, la Pergola e Sinigaglia: la qual ultima città fu data dipoi da esso pontefice a _Malatesta_ signore di Pesaro. Nella primavera passarono sul Lucchese le forze de' Fiorentini con gran voglia e speranza di aggiugnere quella città al loro dominio, e la strinsero d'assedio[2604]. Ma non tardarono a conoscere, che gran tempo si richiedea all'impresa, giacchè _Paolo Guinigi_ s'era, il meglio che avesse potuto, preparato a sostenersi[2605], e a vendere caro la propria rovina; oltre di che quei cittadini, benchè mal contenti del di lui governo, pure maggiormente ancora abborrivano quello de' Fiorentini. _Filippo Brunelleschi_, architetto allora ossia ingegnere di gran credito in Firenze, fece credere ai suoi di avere in saccoccia il segreto per ridurre in breve ai lor voleri i Lucchesi. Consisteva esso in voltare addosso a Lucca la corrente del Serchio, fiume che passa non lungi alle mura di quella città: proposizione impugnata da _Neri Capponi_ e da altri[2606], convinti che gli ingegneri, per conto di dar legge alle acque, sovente formano di bei disegni in carta, che vani poi riescono alla sperienza. Fu nondimeno accettata, e dato principio al lavoro con gran copia di guastatori. Ma i Lucchesi, conosciuta tale intenzione, si premunirono con argini, in guisa tale, che in vece di nuocere alla città, si rivolse il fiume ad allagare il campo de' Fiorentini. Intanto Paolo Guinigi tempestava con lettere e messi gli amici, perchè il sovvenissero in tanto rischio, e massimamente fece ricorso a _Filippo Maria duca_ di Milano e alla repubblica di Siena. Vedevano i Sanesi di mal occhio che i Fiorentini s'insignorissero di Lucca, e spedirono per questo ambasciatori a Firenze; tanto nulla di meno seppero adoperarsi i Fiorentini, che in Siena si ratificò la lor lega, e parve quieto quel popolo. Ma ritrovandosi in essa città di Siena mal soddisfatto de' Fiorentini Antonio Petrucci, ebbe egli delle segrete commessioni di aiutare il Guinigi per quanto potesse; e a tal fine si portò a Milano, dove coi messi del Guinigi attese a muovere quel duca in favore di Lucca. Ne avea gran voglia _Filippo Maria_. Ma perchè nei capitoli dell'ultima pace v'era ch'egli non si dovesse impacciare negli affari della Romagna e Toscana, gli conveniva stare zitto per non riaccendere la guerra. Tuttavia ricorse ad un ripiego.