Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 94
Degli affari di Napoli in questi tempi non ho scrittore antico che ne parli; e certo nulla di rilevante occorse in quelle parti. Nè il _pontefice Martino_ mi porge motivo di parlare d'alcuna azione sua appartenente all'Italia. La sola guerra de' Fiorentini col duca di Milano quella è che diede allora pascolo agli amatori delle novelle[2549]. Aveano essi Fiorentini condotto al loro soldo _Oddo Fortebraccio_ figliuolo del già defunto Braccio, e _Niccolò Piccinino_, che aveano, col radunar le disperse milizie braccesche, messa insieme una picciola armata. Correva il mese di gennaio, quando fu ordinato a questi due condottieri di passar l'Apennino per venire in Romagna ad unirsi colle altre soldatesche fiorentine. Eglino, benchè mal volentieri, in tempo sì aspro si misero in viaggio; ma, giunti in Val di Lamone nel dì primo di febbraio, parte dai paesani di Maradi che presero le armi, e parte dalla gente del duca posta in aguati, furono assaliti, sconfitti e i più fatti prigioni. Vi lasciò la vita il suddetto figliuolo di Braccio valorosamente combattendo[2550], e fra gli altri rimasero prigionieri il suddetto Niccolò Piccinino con _Francesco_ suo figliuolo, _Niccolò da Tolentino_ e il _conte Niccola Orsino_, che furono condotti a Faenza[2551], giacchè _Guidazzo de' Manfredi_ signore di quella città era allora in buona armonia col duca di Milano. Ma o sia, come alcuni vogliono[2552], che il Piccinino si prevalesse di questa sua disgrazia in favore de' Fiorentini, oppure che il _conte Guidantonio_ da Urbino, o, come vuole il Poggio[2553], lo stesso _Carlo Malatesta_ gli facesse mutar animo: fuor di dubbio è che il signor di Faenza in quest'anno, nel dì 29 di marzo, ripudiata l'amicizia del duca di Milano, ed ottenute vantaggiose condizioni, entrò in lega co' Fiorentini, che mandarono tosto a lui un rinforzo di due mila persone. Mossero nello stesso tempo i Fiorentini contra del duca di Milano _Tommaso da Campofregoso_ già doge di Genova, e signore allora di Sarzana, ed inoltre lo stesso _Alfonso re di Aragona_, il quale, disgustato di lui e dei Genovesi per la guerra fattagli in Napoli, comandò che la sua flotta ostilmente procedesse contra di Genova[2554]. Comparvero dunque ventiquattro galee catalane nel dì 24 di aprile davanti a Genova, ad alta voce gridando le ciurme: _Vivano i Campo Campofregosi_, credendo forse che la fazion de' Fregosi facesse movimento. Nulla di ciò seguì; anzi fu in armi tutto il popolo per la difesa, perchè il solo nome de' Catalani, troppo odiati in essa città, bastava a concitar ciascuno contro di quella nazione. Però fecero vela i Catalani alla volta di Porto-Fino, e, saccheggiato quel luogo, andarono poi girando per quelle riviere affin di secondare ed avvalorare i tentativi che nello stesso tempo fece Tommaso da Campofregoso unito con altri fuorusciti di Genova, a' quali riuscì di prendere Rapallo, Recco, Sestri, Moneglia, Castiglione, Chiavari ed altri luoghi. Fece il duca armare in Genova dieciotto galee ed otto grosse navi per opporle ai Catalani, e queste nulla operarono. Gli convenne anche d'inviare cinque mila fanti, comandati da _Niccolò Terzo_ a Sestri, per impedire i progressi del Campofregoso aiutato da' Fiorentini. Ma questa gente, venuta alle mani co' nemici, rimase sconfitta colla prigionia di più di mille persone, e morte di circa settecento. Per tale disgrazia concepì il duca dei sospetti contra di alcuni Genovesi, e li mandò a' confini. Intanto _Guido Torello_ generale dell'armata ducale, ch'era in Romagna, passò in Toscana su quello d'Arezzo, e portò la guerra in casa altrui. Furono in campagna anche le milizie fiorentine; e, passato, nel dì 9 d'ottobre, in vicinanza della terra d'Anghiari, quivi ebbero una gran rotta con perdita o prigionia di moltissimi cavalli e fanti[2555]. Successivamente presso alla Faggiuola rimase disfatto un altro lor corpo d'armati con lasciarvi prigioni più di mille fanti. A queste disavventure s'aggiunse la terza. Rimesso in libertà _Niccolò Piccinino_, era ritornato al loro servigio; e perchè il tiravano in lungo senza accordargli la sua riferma, come egli ne faceva istanza, perduta la pazienza, all'improvviso si partì da loro colle sue truppe, e si ritirò a Perugia sua patria (forse nella primavera dell'anno seguente), e fu ingaggiato al suo servigio dal duca di Milano[2556]. Per questo, secondo l'uso di questi tempi, si vide dipinto esso Piccinino nel palazzo pubblico di Firenze qual traditore appiccato per un piede. La stessa pena, qualunque sia, patirono[2557] _Alberico conte_ di Cunio, _Ardizzone da Carrara, Cristoforo da Lavello_ ed altri capitani, che in quest'anno si ritirarono dal servigio dei Fiorentini.
Non però fra queste sciagure si avvilì punto l'animo grande di quel popolo. Attesero essi a provvedersi altronde di gente; ma la maggior loro speranza la misero nel soccorso de' Veneziani[2558]. Spedirono dunque a Venezia nel novembre per ambasciatore _Lorenzo Ridolfi_, oppure, come scrive il Poggio, _Palla Strozzi_ e _Giovanni de Medici_, che rappresentarono lo stato vacillante della repubblica fiorentina: caduta la quale, anche la Terra ferma de' Veneziani restava in pericolo di perdersi. Pervennero anche colà gli ambasciatori del duca a sostener le ragioni di lui[2559], e ad impedire il negoziato de' Fiorentini. Mostrò quel saggio senato desiderio che il duca s'acconciasse co' Fiorentini; e il duca non mancò di propor loro pace o tregua; ma nè l'uno nè l'altro piacque ai Fiorentini, i quali co' Veneziani pretendeano che il duca lasciasse Genova in libertà, nè s'impacciasse negli affari della Romagna: al che il duca non seppe acconsentire. Sicchè nell'anno appresso strinsero insieme lega Venezia e Firenze, con obbligazione imposta a' Fiorentini di pagare la metà della spesa, facendosi guerra col duca di Milano. Indubitata cosa è poi che il principal promotore di questa guerra fu il _conte Francesco Carmagnola_, insigne capitano di questi tempi: tanto seppe egli soffiar nel fuoco, ed accendere l'animo de' Veneti contra del Visconte, i quali già apprendevano che il duca senza freno era dietro ad ingoiare chiunque gli era vicino. Disgustato, siccome dissi, del duca, per colpa nondimeno de' mali arnesi ch'egli teneva in sua corte, arrivò il Carmagnola per gli Svizzeri a Venezia nel dì 23 dì febbraio, travestito con venti famigli e gran tesoro. Ebbe subito da' Veneziani la condotta di trecento cavalli, e l'annua pensione di sei mila ducati. Si sa ancora ch'egli rivelò a quella signoria non pochi segreti del duca: lo che servì ad incoraggirli alla guerra. Mancò di vita per la pestilenza nel luglio di quest'anno[2560] il fanciullo _Tebaldo Ordelaffi_ signore di Forlì, per cagione di cui era insorta la guerra in Romagna. Dimorava in questi tempi[2561] _Gabrino Fondolo_, già tiranno di Cremona, in Castiglione, forte castello, poche miglia distante da quella città. Entrò in sospetto il duca della sua fede per certi di lui andamenti, e per aver trattato con de' Veneziani. Troppo difficil cosa era il prendere questa volpe nella tana. Ne assunse la cura l'Oldrado suo compadre e caro amico, il quale, condotti seco alquanti armati, passando fuori di Castiglione e fingendo che si fosse sferrato un cavallo, mandò a prendere un marescalco nella terra. Avvisato di ciò Gabrino, mandò ad invitare il compadre, che mostrò d'avere gran fretta e dispiacere di non poterlo vedere. Uscì fuori allora lo stesso Gabrino, e mentre parla all'amico, attorniato dagli armati vien preso. Entrò immantenente l'Oldrado nel castello, imprigionò due figliuoli di Gabrino con tutta la sua famiglia, e s'impossessò, a nome del duca, de' tesori di costui, che erano molti. Condotto Gabrino a Pavia, e processato, fu poi trasferito a Milano, dove sopra un pubblico palco lasciò la testa. Venne in quest'anno al soldo del duca suddetto il giovane _Francesco Sforza_ con mille e cinquecento cavalli, gente valorosa, che avea servito sotto _Sforza_ suo padre. Altrettanto fece anche _Giovanni da Camerino_, _Ardiccion da Carrara_ ed altri capitani, che aveano abbandonato il servigio de' Fiorentini. E nel settembre[2562] fu assediata la città di Faenza dalle armi del duca, ma senza profitto alcuno.
NOTE:
[2547] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2548] Billius, Hist., lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.
[2549] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 19.
[2550] Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[2551] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2552] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2553] Poggius, Hist., lib. 5, tom. 20 Rer. Ital.
[2554] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2555] Billius, Hist., lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.
[2556] Gino Capponi, Coment., tom. 18 Rer. Ital.
[2557] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2558] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.
[2559] Billius, Histor., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.
[2560] Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
[2561] Billius, lib. 4 Hist., tom. 19 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXXVI. Indiz. IV.
MARTINO V papa 10. SIGISMONDO re de' Romani 17.
Siamo ora ad un gran fuoco, fuoco acceso nel presente anno in Lombardia contra di _Filippo Maria duca_ di Milano dai Veneziani e Fiorentini collegati ai di lui danni. Dimorava in Venezia _Francesco Carmagnola_, dimentico affatto delle liberalità a lui usate da esso duca, e del cognome di Visconte a lui conferito, solamente pensando alle maniere di vendicarsi dei torti a lui fatti[2563]. La fama del suo valore e della sua maestria nell'arte della guerra perorava in suo favore. Si aggiunsero i progetti vantaggiosi ch'egli fece a quell'illustre senato, di modo che nel dì 11 di febbraio fu presa la risoluzione di crearlo capitan generale dell'armata di terra con provvigione di mille ducati d'oro al mese per la sua persona. Era egli assai pratico di Brescia, siccome città da lui già conquistata; dentro anche vi avea non pochi nobili amici e dei più potenti Guelfi, fra' quali spezialmente si distinsero gli Avogadri. Dispose egli tutto per involar questa città al duca di Milano, e gliene fu anche facilitata l'impresa dai ministri, che malamente servivano il duca, perchè si lasciava quella città, benchè frontiera, con iscarsa guarnigione, e poco provveduta di vettovaglie, e fin mancando di strame per soli trecento cavalli. All'improvviso dunque con otto mila persone si presentò il Carmagnola davanti a Brescia nel dì 17 di marzo dell'anno presente[2564], ed, essendogli aperta una porta, v'entrò con tre mila e cinquecento cavalli. Ritirossi nella cittadella la gente del duca. Grande fu la letizia del popolo bresciano, perchè era mal soddisfatto del governo e delle gravezze del duca di Milano. Maggior festa di tale acquisto fu fatta in Venezia: nel qual tempo anche _Gian-Francesco da Gonzaga_ marchese di Mantova si dichiarò collegato co' Veneziani, e con circa tre mila cavalli entrò anch'egli nel Bresciano per sottomettere quelle castella. Non andò molto che la maggior parte del territorio di Brescia o spontaneamente inalberò le bandiere di Venezia, o per forza le ricevè. Oltre a ciò, sul fine di marzo spinsero i Veneziani un'armata navale per Po fino a Cremona, dove bruciarono il ponte, e recarono altri danni, per impegnare in quelle parti le milizie duchesche, alle quali ancora diedero una rotta presso la suddetta città di Cremona.
Per l'importante ed impensata perdita della città di Brescia restò sbalordito il duca Filippo Maria, accorgendosi allora, ma troppo tardi, dello sconcio errore commesso in dar occasione al Carmagnola di diventargli nemico. Tuttavia, giacchè in mano de' suoi restava la cittadella nuova e la vecchia di Brescia coi borghi e con altri luoghi forti, si diede al riparo. Vuole il Sanuto che _Francesco Sforza_ si trovasse in Brescia allorchè essa fu presa. Il Corio ed altri fanno in questi tempi lui in Milano, e le sue genti a Monte Chiaro e in altri luoghi del Bresciano. Quel che è certo, egli corse coi suoi e con _Niccolò Piccinino_ a sostenere le preservate cittadelle, e fece quanta guerra potè all'armata veneta, che ogni giorno più andò crescendo nella città, la quale dalla parte del monte restò in potere dei Milanesi, e il resto di essa in mano de' Veneziani, laonde furono fatte di molte barricate e tagliate. Allora fu che il duca richiamò dalla Romagna _Angelo dalla Pergola_ colle sue milizie, e consegnò nel dì 12 di maggio[2565] al legato pontificio le città di Forlì, d'Imola e di Forlimpopoli. Secondo il concerto fatto dai Veneziani col _marchese Niccolò_ di Ferrara, dovea questi impedire il passaggio delle soldatesche ducali, siccome unito in lega coi Fiorentini e Veneziani; e fece in fatti non poca opposizione alle medesime al fiume Panaro. Ma perchè esse in fine trovarono maniera di passare a Vignola, fu creduto ch'egli tenesse segreta intelligenza col duca di Milano. Per lo contrario, liberati i Fiorentini dalla guerra in Toscana, non tardarono ad inviare _Niccolò da Tolentino_ con quattro mila cavalli e tre mila fanti a Brescia[2566]; con che s'ingrossò forte l'esercito del Carmagnola. Credesi che fosse parere d'esso Niccolò che si facesse un profondo fosso intorno alle cittadelle di Brescia, affinchè non vi potessero penetrare altri aiuti del duca di Milano; e il pensiero fu eseguito. Però andò bensì, sul fine di maggio, _Guido Torello_, spedito dal duca con quattro mila cavalli, tre mila e cinquecento pedoni, ed assaissimi balestrieri genovesi, menando gran copia di vettovaglie per provvedere al bisogno delle cittadelle. Ma se gli fecero incontro il Carmagnola e il marchese di Mantova con isforzo non inferiore di gente, talmentechè egli, non osando di tentare il passo, si ridusse a Monte Chiaro. Crebbero intanto le forze de' Veneziani, perchè in loro aiuto marciò il _signor di Faenza_ con mille e ducento cavalli, _Lorenzo da Cotignola_ con novecento cavalli, e _Giorgio Benzone_ signor di Crema con quattrocento lance e trecento fanti. In oltre condussero i Veneziani nella lor lega, sul principio di luglio, _Amedeo duca di Savoia_, al quale, secondo il Guichenone[2567], accordarono tutte le conquiste ch'egli facesse dalla parte sua dello Stato di Milano. Che anche _Gian-Giacomo marchese_ di Monferrato si collegasse contra del duca, l'abbiamo dal Corio e da Benvenuto da San Giorgio. Sicchè da tutte le parti restò assediato e battuto dai nemici il duca di Milano. Chi vuol vedere l'Italia provveduta d'insigni capitani e condottieri d'armi, non ha che da fissar l'occhio nel secolo di cui ora trattiamo.
Intanto ogni di più andavano guadagnando in Brescia le armi venete. Nell'agosto ebbero la porta delle Pile[2568]; nel settembre quella della Garzetta con altri serragli e borghi. Dopo di che si diedero a bersagliar colle bombarde le cittadelle. Nel dì 21 d'esso settembre comparvero circa otto mila combattenti del duca per tentare il soccorso, ma furono con loro non lieve perdita respinti. Si rendè poi la cittadella nuova di Brescia; ed essendosi sostenuta la vecchia sino al dì 10 di novembre, capitolò anch'essa la resa, qualora per tutto il dì 20 d'esso mese non fosse soccorsa. Però, venuto quel giorno, entrarono in possesso d'essa l'armi venete, dopo una espugnazione delle più memorande che succedessero in Italia, minutamente descritta da Andrea Biglia e dal Redusio[2569]. Era in pena il _pontefice Martino_[2570] per questa rabbiosa guerra, non tanto pel suo paterno amore per tutti i cristiani, quanto per benevolenza particolare che egli professava al duca, da cui riconosceva molti benefizii, e massimamente la liberazione di Napoli. Il perchè, secondo il Sanuto, mandò per suo legato a Venezia _Giordano Orsino_ cardinale e vescovo d'Albano, con ordine di maneggiar pace fra i potenti nemici. Ma il Sanuto falla. _Niccolò Albergati_ cardinale di Santa Croce, e vescovo di Bologna, quegli fu che, spedito dal papa, vi andò[2571]. Trattossi per più mesi di questa pace[2572], e finalmente fu essa conchiusa nel dì 30 di dicembre dell'anno presente con varii capitoli favorevoli ad ognuno de' principi collegati; e spezialmente fu accordato che Brescia con tutto il suo territorio restasse in potere e dominio della repubblica veneta. Abbiamo da Giovanni Stella[2573] che nel dì 9 d'aprile dell'anno presente il duca di Milano stabilì pace con _Alfonso re d'Aragona_, e gli diede in deposito, ossia pegno per sicurezza di sua parola, le castella di Porto Venere e di Lerice; il che dispiacque non poco al popolo di Genova nemicissimo de' Catalani. Ebbero ancora essi Genovesi guerra in mare coi Fiorentini; ed, essendo entrati nel mese di settembre in quella città i fuorusciti coll'eccitare una sedizione, furono valorosamente respinti e ricacciati fuori da quei cittadini. Quiete si godè in quest'anno nel regno di Napoli[2574]; se non che la _regina Giovanna_ con dei pretesti mandò il campo addosso al conte di Sarno, e gli tolse Sarno, Palma ed altri luoghi: tutto ciò per compiacere al papa, che desiderava di accomodar di quelle terre _Alberto conte_ di Nola di casa Orsina, acciocchè egli rilasciasse Nettuno ed Astura ad _Antonio Colonna_ suo nipote, principe di Salerno, siccome avvenne. Procurò in oltre esso pontefice una maggior fortuna ad esso suo nipote, accasandolo con _Polissena_ Ruffa, la quale doveva ereditare il marchesato di Crotone e la contea di Catanzaro, con assai altre terre. Fece il medesimo papa in quest'anno, a dì 24 di maggio, una promozione di dodici cardinali[2575], persone tutte degne della sacra porpora.
NOTE:
[2562] Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.
[2563] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2564] Corio, Istor. di Milano.
[2565] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2566] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 19. Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.
[2567] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2568] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2569] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2570] Poggius, Hist., tom. 20 Rer. Ital.
[2571] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2572] Billius, Histor., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.
[2573] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2574] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. eod.
[2575] Raynaldus, Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCCXXVII. Indiz. V.
MARTINO V papa 11. SIGISMONDO re de' Romani 18.
Nudriva ben _Filippo Maria Visconte_ duca di Milano le stesse idee d'ingrandimento che ebbe _Gian-Galeazzo_ suo padre; ma non accoppiava egli co' desiderii quella prudenza ed accortezza che in suo padre si osservò. Tenea appresso di sè cattivi ministri,[2576] che non gli permetteano di dar udienze, e gli faceano sapere solamente quel tanto che lor piacea. Il peggio era, che, senza sapersi accomodare ai rovesci della fortuna, andava continuamente macinando pensieri di vendetta, cioè cercando le vie di rovinarsi sempre. Ancorchè egli sul principio di quest'anno avesse confermati gli articoli della pace, pure pien di sdegno ad altro non pensava che alla guerra. Ad assodarlo in questo proponimento servì non poco la nobiltà di Milano, la quale, mal sofferendo una pace sì svantaggiosa, fece delle esibizioni per continuar la pugna, purchè il duca desse lor la balia di operare. Accettò egli l'offerta, e volle che questa gli fosse mantenuta; ma non mantenne già egli la condizione proposta: del che mormorò e si lagnò forte quel popolo aggravato oltre misura dal duca, e disgustato dal mal governo. Pertanto allorchè le potenze, collegate contra di lui, in vigor della pace stabilita furono per ricevere la tenuta delle terre ch'egli dovea dimettere nel Bresciano e nel Piemonte, si scoprì che l'incostante duca avea mutato pensiero, nè volea mantenere i patti. Per questa mancanza di fede i Veneziani e Fiorentini, tuttavia ben armati, determinarono di ricominciar la guerra, nè il _cardinale Albergati_ legato della santa Sede, mediator d'essa pace, e personaggio di molta santità, potè impedirlo; anzi, stomacato della leggerezza del duca, si congedò da Venezia, e tornossene al suo vescovato di Bologna. Ricominciossi dunque la guerra per Po, dove il senato veneto inviò un'armata di ventisette galeoni e molti rediguardi[2577], incontro alla quale anche il duca ne spedì un'altra di venti galeoni, tre ganzare grandi incastellate e dodici rediguardi. Avendo questa flotta duchesca ripigliate le Torricelle, s'accostò a Casal Maggiore, che allora era in mano dei Veneziani; e venuto colà per terra _Angelo dalla Pergola _insieme con _Niccolò Piccinino_ conducendo seco sette mila cavalli ed otto mila fanti, nel dì 28 di marzo assediò la stessa terra di Casal Maggiore. Se grandi furono le offese, non minor fu la difesa. Tuttavia fu costretta la terra a rendersi. Passarono i ducheschi sotto Brescello, occupato già dai Veneziani. Ma eccoti, nel dì 21 di maggio, la flotta veneta comparire, ed attaccare colla nemica una battaglia che fu ben aspra. Andò in fine rotta la flotta e gente del duca[2578]. Dopo questa vittoria trovandosi le armate di terra sul Bresciano[2579], nel dì dell'Ascensione succedette un altro fiero fatto d'armi presso Gottolengo con isvantaggio dei Veneziani, perchè vi restarono prigionieri circa mille e cinquecento persone. Nel mese poi di luglio marciò il _Carmagnola_ sul Cremonese, minacciando d'assedio quella città, di modo che lo stesso duca di Milano si portò colà per animare i suoi ad ogni maggior resistenza. Secondo i conti d'Andrea Biglia[2580] storico milanese di questi tempi, circa settanta mila combattenti fra l'una parte e l'altra si videro allora sul Cremonese, fra i quali più di venti mila cavalli: il che fa conoscere come gagliarde fossero allora le forze dell'Italia, benchè a queste armate non concorressero tanti altri principi italiani. Ora nel dì 12 di luglio, benchè l'esercito duchesco fosse sempre inferiore all'altro, pur venne di nuovo alle mani, ma non generalmente coi nemici. Incerto ne fu l'esito, essendovi restati tanto dall'una che dall'altra parte assaissimi prigionieri, e scavalcato nella zuffa lo stesso Carmagnola, il quale dopo il fatto si spinse addosso a Casal Maggiore, e fece così ben giocare le artiglierie, che lo ricuperò con far prigione il presidio.