Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 93

Chapter 933,614 wordsPublic domain

Vegniamo ora a _Braccio da Montone_[2526]. Dacchè egli si vide in pieno possesso della nobil città di Capoa e del suo riguardevol principato, siccome uomo pien di grandi idee, e che, appena salito un gradino, pensava a montare più allo, rivolse gli occhi, siccome dicemmo, alla ricca città dell'Aquila; e perchè questa si dichiarò del partito della regina contra del re Alfonso, bella occasione parve a lui questa d'impadronirsene, con isperanza, avuta che l'avesse, di non dimetterla sì presto, anzi di aggiugnerla al suo principato. Ne imprese dunque l'assedio, ma con trovare quel popolo risoluto di difendersi. E perchè egli per soggiogare una terra si ritirò di là per alquanti dì, lasciò campo a quei cittadini di premunirsi ben di viveri, e di rimettere in buono stato le fortificazioni della loro città. Però, tornatovi sotto, con più ardore la strinse; e trovando inutili, anzi dannosi, gli assalti, si preparò in fine a vincerla colla fame. Intanto gli Aquilani con varie lettere e messi imploravano aiuto dalla _regina Giovanna_. La commiserazione di quel popolo fedele, e più la conservazione di sì importante città per proprio interesse, furono pungenti sproni alla regina per accudir con vigore a preparare il soccorso. Fu mosso _Sforza_ a questa impresa non meno dalle di lei premure, che dalla antica sua emulazione verso di Braccio. Però, quantunque il verno imminente invitasse le milizie al riposo, egli chiamò il figliuol _Francesco_ dalla Calabria, Foschino, Michele e gli altri suoi fidi Cotignolesi colle loro truppe, e si mise in marcia alla volta dell'Aquila con quel successo che si vedrà all'anno seguente. Scrive il Crivelli[2527] avere _Filippo Maria duca_ di Milano già fatto negozio per tirare lo stesso Sforza al suo servigio, e sostituirlo nel generalato al _conte Carmagnola_, il quale già vacillava nella grazia del duca; e che Sforza avea accettato l'impiego di consenso del papa e della regina, pensando di portarsi a Milano, dacchè avesse liberata l'Aquila. Non so io immaginare ch'egli volesse abbandonare il servigio della regina per altra cagione che per vedersi tuttavia malvoluto e perseguitato dal gran senescalco Caracciolo. Erasi, come già dissi, collegato esso duca di Milano col papa e colla regina Giovanna[2528]. Alle istanze loro fece egli allestire in Genova una poderosa flotta di tredici galee, e di altrettante navi con altri legni, non senza querele de' Genovesi, perchè questo armamento costò a quella comunità ducento mila genovine. Con questa flotta, nel dì 14 di novembre, si unirono sei galee e una galeotta del _re Lodovico_ di Angiò, armate di Provenzali, e due altre alle di lui spese si armarono in Genova. Quando si credeva che ammiraglio di essa flotta avesse da essere l'invitto conte Francesco Carmagnola governatore allora di Genova, arrivò colà, spedito dal duca per comandarla il _conte Guido Torello_: del che ognuno si stupì e dolse non poco. A noi sono ignoti i motivi per li quali s'era raffreddato l'amore del duca verso del Carmagnola, mirabile condottier d'armi, a cui principalmente dovea esso duca l'esaltazione sua. Certo è che di questa diffidenza e di tal trattamento si dolse e sdegnò oltre misura il Carmagnola, nè tarderemo molto a vederne gli effetti. Non si dee tacere che prima di questi tempi lo stesso duca, siccome principe che macinava sempre pensieri di maggiore ingrandimento, cominciò ad imbrogliar la quiete della Romagna. Già vedemmo dopo la morte di _Giorgio Ordelaffo_ signore di Forlì preso il comando di quella città da Lugrezia figliuola del signor d'Imola a nome di _Tebaldo_ suo picciolo figliuolo[2529]. S'aveano a male i Forlivesi che gl'Imolesi concorsi colà in folla facessero addosso a loro i padroni. S'ebbe anche a male il duca di Milano, che Lugrezia non si volesse dipartire dall'amicizia de' Fiorentini, e passar nella sua lega. Laonde, nel dì 14 di maggio, il popolo di Forlì si mosse a rumore, prese le porte e le fortezze della città, e mise sotto buona guardia la suddetta Lugrezia, la qual poi ebbe la maniera di ritirarsi a Forlimpopoli, con aver fatto credere di voler consegnare quella terra alle genti del duca di Milano. Allora i Forlivesi chiamarono in aiuto le genti d'esso duca, comandate da _Angelo dalla Pergola_, le quali, entrate in quella città, fecero finta d'andarvi a nome del papa, oppure di _Niccolò marchese_ di Ferrara, e di guardarla pel fanciullo Tebaldo. Certo è che allora il papa e il duca passavano di buona intelligenza fra loro. Diedero perciò all'armi i Fiorentini[2530]; e preso per loro generale, nel dì 23 d'agosto, _Pandolfo Malatesta_ signore di Rimini, lo spedirono in Romagna con assai forze per sostenere il partito di Lucrezia. Tacque l'Ammirati, ma non tacquero già gli Annali di Forlì, nè Andrea Biglia[2531], che nel dì 6 di settembre il popolo di Forlì con presidio duchesco mise in rotta le genti dei Fiorentini, con farne prigioniera la metà d'esse: lo che fece maggiormente divampar la guerra tra il duca e i Fiorentini, i quali cercarono allora di collegarsi coi Veneziani[2532]. Spedirono per questo ambasciatori a Venezia; ma non trovarono favorevole alle lor dimande _Tommaso Mocenigo_ doge, uomo vecchio ed amante della pace. Curiosissime sono le aringhe di questo doge, rapportate dal Sanuto, perchè ci fan tra le altre cose vedere qual fosse allora l'opulenza dell'inclita città di Venezia, e quali le forze di cadauno dei principi che allora signoreggiavano in Italia. Ma poco stette a terminare la gloriosa sua vita il doge suddetto, essendo venuto a morte nell'aprile di quest'anno, e in suo luogo fu eletto _Francesco Foscaro_, personaggio inclinato alla guerra.

NOTE:

[2518] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2519] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2520] Chronic. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2521] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2522] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribell. Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital.

[2523] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2524] Cronica di Sicilia, tom. 24 Rer. Ital.

[2525] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribellus, Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2526] Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.

[2527] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2528] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2529] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2530] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.

[2531] Billius, Hist., pag. 63, tom. 19 Rer. Ital.

[2532] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXIV. Indizione II.

MARTINO V papa 8. SIGISMONDO re de' Romani 15.

Si sciolse in quest'anno il concilio generale, cominciato con poco concorso in Siena, per varie difficoltà quivi insorte[2533]; laonde _papa Martino_ determinò che il medesimo si avesse a celebrare da lì a sette anni in Basilea. Nell'anno presente[2534] diede veramente fine al suo vivere l'ostinato Pietro di Luna, cioè l'antipapa _Benedetto XIII_. L'età di novant'anni, a cui era giunto, ci porge motivo di credere che non da veleno, come corse voce, ma dai troppi anni procedesse la morte sua. A lui fu da due soli anticardinali dato per successore Egidio Mugnos o Mugnone, canonico; e costui, tutto che ridicolo pontefice, non lasciò di crear nuovi cardinali, e di esercitar le funzioni da papa: tutto per suggestione di _Alfonso re d'Aragona_, il quale, col mantener quest'idolo, volea tenere in apprensione il pontefice Martino V, e ricavarne a suo tempo dei vantaggi. Ma fra le cose che maggiormente angustiavano l'animo d'esso pontefice, era il duro assedio della città dell'Aquila, continuato già per più mesi da _Braccio_ suo nemico, temendosi oramai la caduta di quella città nelle di lui mani. Se ciò succedeva, Roma sarebbe venuta a restar come bloccata da Braccio, uomo non mai sazio d'acquisti, e padrone dall'una parte di Perugia e d'altre città, e dall'altra di Capoa, dell'Aquila e di altri luoghi. Pertanto papa Martino, oltre al sollecitare continuamente la _regina Giovanna_ e _Sforza_ al soccorso, inviò anche ad esso Sforza tutti gli aiuti di gente armata che egli potè raunare. Erasi dunque mosso questo prode capitano coll'esercito suo verso la metà di dicembre dell'anno precedente con ferma speranza di giugnere a tempo alla liberazion dell'Aquila[2535]; e nel cammino avea sottoposti al suo volere Lanzano ed Ortona, dove celebrò la festa del santo Natale. Quivi, dato riposo alla armata, nel dì 4 del gennaio dell'anno presente al dispetto del verno marciò con tutta la gente innanzi per passare il fiume Pescara, là dove sbocca nel mare. Valicò egli intrepidamente quelle acque insieme con _Francesco_ suo figliuolo, seguitato da quattrocento cavalli, coi quali esso Francesco mise in rotta un corpo di nemici posto alla riva opposta. Intanto, essendosi ingrossato il fiume pel flusso del mare vicino, il resto dell'armata si fermò, non osando passare. L'impaziente Sforza, dopo averli colla voce e colla mano indarno chiamati, di nuovo spinse il cavallo nel fiume per tornare di là, ed animar col suo esempio gli altri al passaggio. Ma ritrovandosi in mezzo all'acqua, e veggendo uno dei suoi uomini di armi, oppure un suo caro paggio, che nel voler passare s'affogava, si indirizzò per dargli aiuto. E già l'avea preso colla man destra per sollevarlo, quando al suo cavallo vennero meno i piedi di dietro, se pur non cadde in un gorgo; e Sforza armato, come era, piombò al basso, e quivi lasciò la vita, senza che mai più si trovasse il cadavero suo, che probabilmente fu rotolato nel mare. E questo miserabil fine fece _Sforza Attendolo_ da Cotignola, che da basso stato era salito pel suo raro valore ad un'insigne potenza, e al credito d'uno dei primi generali d'armi che s'avesse allora l'Italia. Lasciò dopo di sè molti figliuoli, bastardi la maggior parte, fra' quali Francesco superò col tempo di gran lunga la gloria del padre. Per la morte sua restò scompigliato ogni disegno di quell'esercito. _Braccio_ stesso, che si trovava allora a Chieti, e, inteso il passaggio di Sforza, già s'era posto in viaggio senza volerlo aspettare, dacchè ricevè la nuova della morte di lui, più che mai vigoroso tornò a strignere d'assedio la città dell'Aquila.

Ora Francesco figliuolo di Sforza dopo la perdita del padre volle accorrere alla guardia delle città e terre già possedute da esso suo genitore, e, lasciato un sufficiente presidio in Ortona, frettolosamente col resto dell'esercito si portò a Benevento; e, trovato che non v'era novità, andò ad Aversa. Quivi con tenerezza e distinzione fu accolto dalla _regina Giovanna_, la quale, per tener vivo il nome del padre, al cui valore ella era tanto obbligata, ordinò ch'egli da lì innanzi s'intitolasse _Francesco Sforza_; e dopo avergli confermati i dominii del padre, e datagli buona somma di danaro da pagar le milizie, l'animò a proseguir le cominciate imprese in difesa della sua corona. Intanto era giunta in quelle vicinanze in favore d'essa regina la poderosa flotta genovese, ben provveduta di gente brava e guerriera, che il Crivello[2536] fa consistere in quattordici vascelli, ventitrè galee, tre galeotte, oltre ad altri legni minori. La prima impresa[2537] fu di impadronirsi di Gaeta città ricchissima in quei tempi, dove fecero gran bottino. Ebbero dipoi Procida, Castello-a-mare, Vico, Sorrento, Massa ed altri luoghi. Ciò fatto, si presentarono per mare davanti a Napoli; nel qual tempo anche Francesco Sforza col _duca di Sessa_ e _Luigi da San Severino_, e con parte delle soldatesche già militanti sotto Sforza suo padre, che volentieri si ridussero sotto le bandiere del figliuolo, si accampò sotto la medesima città. _Jacopo Caldora, Berardino dalla Corda_ degli Ubaldini, _Orso Orsino_ ed altri capitani sotto l'infante _don Pietro_, fratello del _re Alfonso_, valorosamente difendeano la città. Ma Berardino, preso il pretesto che non correano le paghe, con licenza dell'infante se ne ritornò a Braccio. La ritirata di questo condottier d'armi, e il vedere che gli altri Italiani erano spesso a parlamento con quei di fuori, fecero talmente montare in collera l'infante, che determinò di bruciar Napoli. E l'avrebbe fatto, se Jacopo Caldora e Cola Sottile non se gli fossero opposti colle buone e colle brusche, tanto che depose quella crudel risoluzione. Da lì innanzi don Pietro non si fidò più del Caldora, e questi, accortosi di essere in pericolo, segretamente trattò accordo col _conte_ Guido Torello. Perciò nel dì 12 d'aprile, aperta una porta di Napoli, vi entrarono le schiere genovesi e quelle della regina Giovanna, facendo prigionieri non pochi Aragonesi e Catalani, ma senza inferir danno ai Napoletani. Ciò fatto, misero l'assedio al castello di Capuana, che pochi giorni si tenne e si rendè con buoni patti. Passarono poi sotto Castello Nuovo, dove si era ritirato l'infante don Pietro. Gran festa fu fatta per tale acquisto da chiunque amava la regina; ed allora il giovine _Lodovico duca_ d'Angiò a nome di essa entrò in Napoli. Ma Guido Torello colla flotta genovese, perchè la regina si trovava troppo sprovveduta di danaro da soddisfare al soldo e mantenimento di essi Genovesi, se ne partì[2538], e nel dì 26 di maggio con gran gloria pervenuto a Genova, quivi disarmò. Fu nella suddetta occasione, che avendo il Torello conosciuto di vista _Francesco Sforza_, giovane, che per tempo mostrava tutte le disposizioni a riuscir quello che poscia divenne col darne vantaggiosa relazione a _Filippo Maria duca_ di Milano, l'invogliò di prenderlo ai suoi servigi, siccome più innanzi vedremo.

Correva già il tredicesimo mese che durava l'assedio dell'Aquila, assedio famoso e minutamente descritto da un rozzo sì, ma veridico poeta di quella città, ch'io ho dato alla luce nel tomo VI delle mie Antichità Italiane, sostenendosi con valore e costanza memoranda, non ostante la fame, da que' cittadini contro tutti gli sforzi di Braccio da Montone. Il _conte Antoniuccio dall'Aquila_ fece delle maraviglie in difesa della patria. Tanto il pontefice _Martino_, quanto la regina premevano forte per soccorrere quell'afflitta città; ed amendue, avendo unite quante forze poterono, le spedirono alla volta dell'Aquila. Generale di questa armata fu scelto _Jacopo Caldora_; sotto di lui militavano _Francesco Sforza_ colle milizie sforzesche, _Lodovico Colonna_ colle pontificie, _Luigi da San Severino, Niccolò da Tolentino_ ed altri capitani assai rinomati. Arrivò il Caldora con tutti i suoi alla cima della montagna, da dove si scopriva l'assediata città dell'Aquila e il campo nemico. _Braccio_, a cui era giunto con grosso rinforzo di gente _Niccolò Piccinino_, o perchè superbo si facesse beffe dell'esercito nemico, oppure perchè si figurasse, lasciandoli calar tutti al piano, d'averli come in pugno, non volle che si facesse un passo per assalirli nella scesa del monte, ancorchè i suoi capitani gli rappresentassero la facilità di sbaragliarli nelle vie strette di essa montagna. A chi Dio vuol male gli leva il senno. Disposta la fanteria in certi siti con ordine di non muoversi, s'egli non ne dava il segno, colla cavalleria si fece incontro all'armata nemica, già pervenuta al piano[2539]. Attaccatasi la terribil battaglia nel dì 2 di giugno, per più ore si combattè con vicendevole strage di uomini e cavalli. Era stato lasciato il Piccinino con alcune squadre alla guardia della città, affinchè gli Aquilani non uscissero; ma veggendo egli i suoi o piegare o stanchi pel tanto menar delle mani, non si potè contenere, ed, abbandonato il posto, entrò anch'egli colla sua gente nel fiero conflitto. Fu questo la rovina dell'esercito di Braccio; imperocchè il popolo dell'Aquila (e fin le donne, se dice vero il Campano), scorgendo libero il varco, e il soccorso vicino, furiosamente uscì della città, e girando per le colline, si scagliò anche esso addosso al nemico con immense grida, che atterrirono i Bracceschi ed accrebbero il coraggio agli amici. Queste grida e il polverio alzato furono cagione che la fanteria di Braccio, la quale anche s'era perduta in parte a bottinare, non vide e non intese il segnale per muoversi; e però andò in rotta la di lui cavalleria, e _Braccio_ stesso, mortalmente ferito, fu preso con gran copia dei suoi. Andò tutto il bagaglio in preda ai vincitori; la città restò liberata, e Braccio portato mezzo morto nell'Aquila, tardò poco a spirar l'anima, scomunicato com'era[2540]. Fu creduto che la sua ferita venisse dai fuorusciti Perugini, che la volevano sol contra di lui. In questa maniera terminò la vita e la potenza di _Braccio Fortebraccio_ Perugino, personaggio diffamato da alcuni scrittori[2541] per uomo di poca religione, di molta crudeltà e di ambizione smoderata, che in questi ultimi tempi era anche peggiorato nei costumi, col divenire più aspro del solito e sprezzatore d'ogni consiglio. Ma certo non gli si può negar la gloria di essere stato insigne nel mestier della guerra, e forse il maggior generale di armata che allora avesse l'Italia. Da _Lodovico Colonna_ fu portato a Roma il cadavero suo, e vilmente seppellito fuori di luogo sacro. Nè si può esprimere la festa che di tal vittoria fecero i Romani, e massimamente il pontefice, che non solamente si vide libero da un formidabil nemico, ma anche nel giorno 29 di luglio ricuperò Perugia, Assisi e le altre città da lui usurpate, con essere anche tornato in potere della _regina Giovanna_ il principato di Capoa. Giunse poi nel dì 20 di giugno a Napoli la flotta di 25 galee del re d'Aragona, che con alte grida si andò accostando alle mura, e diede in più volte molti assalti al molo picciolo, che bravamente fu difeso dai Napoletani colla morte di assaissimi Catalani. Altro dunque far non potendo quel comandante, nel secondo giorno di agosto cavò di Castello Nuovo l'infante don Pietro fratello del _re Alfonso_, lasciando in sua vece alla custodia di quella fortezza messer Dalmeo[2542]; e, dopo aver danneggiata la marina, arrivò circa la metà di esso mese insieme coll'infante a Messina. Vi ha chi riferisce all'anno seguente questo fatto. Venuto poi il settembre, esso _don Pietro_ e _don Federigo_ suo fratello fecero vela colla flotta verso l'Africa, per bottinare addosso ai Mori. In una rotta che diedero ad essi ne fecero prigioni più di tre mila.

Mentre queste cose si faceano nel regno di Napoli, si andò sempre più riscaldando la guerra in Romagna tra _Filippo Maria Visconte_ e i _Fiorentini_[2543]. Troppo di mal occhio miravano questi entrate le armi duchesche in Forlì; perchè l'avere ai confini un principe di tanta potenza, giusta gelosia facea nascere nel cuore di quel molto avveduto popolo. Crebbero maggiormente i dissapori e sospetti, dappoichè le armi del medesimo duca per tradimento misero nel dì primo di febbraio il piede in Imola, e fecero prigione _Lodovico degli Alidosi_ signore di essa città[2544], che fu mandato a Milano. Questi, dopo essere stato parecchi mesi nelle carceri, rilasciato, si fece frate dell'osservanza di San Francesco. Spedirono perciò i Fiorentini _Carlo_ e _Pandolfo Malatesti_ signori di Rimini[2545], e circa dieci mila tra cavalli e fanti in Romagna. Dopo avere l'esercito duchesco, comandato da _Angelo dalla Pergola_, ridotto in angustia il castello di Zagonara[2546], Carlo de' Malatesti per soccorrerlo s'inviò verso quelle parti. Però si venne ad un fatto di armi nel dì 27 oppure 28 di luglio, in cui sbaragliato restò prigioniere lo stesso Carlo Malatesta, e lasciaronvi la vita _Lodovico degli Obizzi_ da Lucca, _Orso degli Orsini_ da Monte Ritondo ed altri assaissimi. Tre mila e ducento cavalli furono presi, oltre alla perdita del bagaglio. Dopo questo prosperoso avvenimento passò l'armata duchesca all'assedio di Forlimpopoli, e nel dì 13 d'agosto se ne impadronì. Lo stesso fece di Bertinoro, Savignano e d'altre castella di que' contorni. Tolse anche ai Fiorentini Bagno, Dovadola e d'altre terre, e quattro castella nel territorio di Pesaro, ed altre in quello di Rimini. Leggesi minutamente descritta questa guerra da Andrea Biglia scrittore di questi tempi. Fu condotto prigioniere a Milano _Carlo Malatesta_; ma in vece di trovare nel duca un nemico, vi trovò un magnanimo amico. Tosto fu messo in libertà, accolto con onore ed amorevolezza dal duca, e dopo essere stato ben trattato, nel gennaio dell'anno seguente, caricato anche di regali, se ne tornò libero a casa. Fecegli inoltre restituire il duca tutte le castella a lui prese, con grave danno non di meno di coloro che le aveano rendute, perchè come colpevoli furono ben pelati da esso Malatesta. Con questa generosità trasse il duca nel suo partito i Malatesti. Voce comune fu, che se nel bollore di questa fortuna il duca spigneva le sue armi in Toscana, avrebbe ridotto a mal termine i Fiorentini, perchè Cortona, Arezzo ed altre terre stavano colle mani giunte aspettando chi loro porgesse aiuto per sottrarsi al dominio di Firenze. Ma nulla di più si tentò nell'anno presente, e nel susseguente mutarono faccia le cose. Mandò il duca Filippo Maria nel novembre di quest'anno per governatore di Genova il _cardinal Jacopo Isolani_[2547]: dal che si avvide il conte _Francesco Carmagnola_ di essere chiaramente decaduto dalla grazia del duca. Portatosi ad Abbiate per avere udienza dal duca, non potè averla, e però indispettito si ritirò ad Ivrea in Piemonte[2548]. Ebbe il duca fra non molto tempo a far gran penitenza di questa sua sconsigliata risoluzione. Perdè egli un gran capitano, ed uno ne provvide ai nemici suoi per propria rovina. Occupò bensì il duca i beni sì feudali che allodiali di esso Carmagnola, i quali il Biglia fa ascendere a quaranta mila fiorini di rendita: guadagno nondimeno da nulla, dacchè in breve vedremo ciò che gli costasse l'aver per nemico un generale di sì gran vaglia. I motivi poi dell'alienato animo del duca a me sono ignoti. Forse l'incontentabilità dei generali d'allora, fattasi conoscere nel Carmagnola, stancò il duca; se pur non volesse talun sospettare che le stesse facoltà sì abbondantemente a lui donate gli facessero guerra nell'animo del duca, siccome fecero una volta a Seneca in quel di Nerone.

NOTE:

[2533] Raynald., Annal. Eccles.

[2534] Vita Martini V, P. II, tom. 3 Rer Ital. Mariana, Histor., et alii.

[2535] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2536] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2537] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2538] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2539] Corio, Istor. di Milano.

[2540] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital. Leonardus Aretin., Hist., tom. eod. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2541] Raynaldus, Annal. Eccles. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. S. Antoninus, et alii.

[2542] Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.

[2543] Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 18. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2544] Billius, Hist., lib. 4, tom. eod.

[2545] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2546] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXV. Indiz. III.

MARTINO V papa 9. SIGISMONDO re de' Romani 16.